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Affari conclusi: topogatto, BoBBazza, skorpion2, Ricky68, aleforumista, antarex, titave, gonfaloniere, Paramir, Liqih, stefocus, biagimax101, Torregiani, cajenna, s5otto, flu, enricobart, Sinclair63, Jeppo71, LucaAL, ercagno, tomejerry1974, oxone, tetsuya31, X1l10on88. Seccature da: diabolikoverclock; danyrace |
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#142 | ||
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#143 |
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E poniamo l'eventualità di una emittente privata che decidesse di spostarsi dal digitale terreste al satellite o una entità che ex novo volesse iniziare a trasmettere: si troverebbe di fronte a Sky monopolista avvantaggiata, costi di noleggio del canale satellitare, tetto pubblicitario ridotto, impossibilità a percepire il canone televisivo ( questo continuo a sottolinearlo).
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Bondi che minaccia lo sciopero della fame e Fi il referendum
ma io gli sfido a farlo questo referendum subito La protesta contro la riforma delle Tv Mahatma Bondi e il digiuno per Re Silvio Il coordinatore azzurro prepara lo sciopero della fame. Una volta confidò: per lui andrei in carcere Un giorno, per metter alla prova la sua dedizione, gli chiesero che cosa sarebbe stato disposto a fare, per il «suo» Silvio. Rispose: «Andare in carcere». «Al posto suo?», insistettero. «Non solo al posto suo», si immolò: «Andrei in carcere per lui». Va da sé che, quando ha annunciato di voler fare uno sciopero della fame per il Cavaliere, c'è chi ha malignato. Poi c'è chi ha riso e chi si è inchinato rispettoso. Ma non uno si è stupito: un gesto così poteva farlo solo lui, Sandro Bondi. Per ora l'ha solo annunciato, ma per cause di forza maggiore. Stremato da mesi di battaglia quotidiana, l'altra sera è stato colpito da un malore a Lucera, in Puglia e ha dovuto farsi ricoverare in ospedale per accertamenti. Tutto bene, per fortuna. Dimettendolo, gli hanno però raccomandato di riposare. Lui, dicono, non vuol sentir ragioni: il tempo di rimettersi un po' in forze, cosa che gli auguriamo tutti, e si metterà nella ossuta scia del Mahatma Gandhi. Daniele Capezzone, che come segretario dei radicali di digiuni se ne intende anche se non come il massimo esponente italiano del settore, Marco Pannella, è stato netto: «Al di là del merito e degli obiettivi, che tutti attendiamo di capire meglio, un'elementare regola di civiltà politica impone rispetto e attenzione». Certo è che la scelta del coordinatore di Forza Italia, pur essendo nel solco di una lunga tradizione, è assolutamente inedita. Gli archivi sono pieni di scioperi della fame. Cristina Morelli, consigliera ligure dei Verdi, ne fece uno (sia pure mitigato dal consumo quotidiano di cappuccini e succhi di frutta) contro una deroga regionale alla caccia a storni e fringuelli. Il sindaco di Pagani (Salerno) Alberico Gambino e tre consiglieri comunali contro la condanna a sei punti di penalizzazione e la squalifica dello stadio «Marcello Torre» dove giocava la Paganese. Il piccolo imprenditore Luca Armani contro il Tribunale di Bergamo che lo aveva condannato a togliere dal sito Internet del suo timbrificio quel cognome («Ma se è il mio! Ce l'ho da quando sono nato!») che poteva far pensare a Giorgio Armani. Alcune famiglie di Cervinara, provincia di Avellino, contro l'immobilismo delle autorità nell'opera di derattizzazione delle loro palazzine, immobilismo non scalfito neppure da un cortometraggio dal titolo «Balla coi topi». L'aspirante deputata Wanda Montanelli smise un giorno di mangiare perché Di Pietro l'aveva tradita bocciando la sua candidatura. Clemente Mastella, esponendosi a un vistoso calo di due o tre etti, perché non gli davano (resta immortale il suo commento all'annuncio di averla avuta vinta: «Meno male, non ce la facevo più») certi rimborsi elettorali. Ignazio Garsia, fondatore del Brass group palermitano, perché la politica culturale penalizza il jazz. Nando Orfei perché gli impedivano di usare al circo le tigri e gli elefanti. E perfino il Mago Zurlì annunciò un giorno la clamorosa protesta contro una procedura d'urgenza dell' Ispettorato comunicazioni che aveva bloccato il via alle trasmissioni di una emittente specializzata in cartoni e pupazzi, a partire da Topo Gigio: «Mamma! Che gruviera!». Uno sciopero della fame per difendere un impero televisivo dall'assalto bolscevico però, se sarà confermata la motivazione, non lo aveva ancora fatto nessuno. E fa di Sandro Bondi, in un mondo di infedeli, un gigante della fedeltà assoluta. In un pianeta come la politica dove tutti sono pronti a tirare indietro la gamba, lui si espone fino in fondo accettando per amore di quello che rispettoso chiama «il Presidente» («P» maiuscola e flautata) ogni possibile supplizio. A partire dai dardi dell' ironia di chi gli ricorda come il digitale terrestre, oggi denunciato come un infame esilio imposto a Retequattro dai «banditi» rossi, era sventolato due anni fa da Maurizio Gasparri a riprova della bontà della sua riforma giacché «entro il 1˚ gennaio 2005» sarebbe stata raggiunta la copertura del 70% della popolazione: «Il digitale terrestre è una scelta strategica fatta da tutta l'Europa e va finanziata perché la popolazione dovrà rinunciare alla tv analogica». Ma lui, da quando era comunista, è fatto così: si dà tutto. Anzi, sfida i sorrisetti altrui rivendicando la sua parte fino in fondo, quasi a farne un punto di forza. Ostenta la foto del Cavaliere sul comodino. Accetta senza un lamento per il bene del partito d'essere segato: «Come disse Natta mentre i colonnelli del Pci lo pugnalavano alle spalle: sono un felice frate elevato a priore». Scrive poesie dal titolo «A Silvio»: «Vita assaporata Vita preceduta Vita inseguita Vita amata Vita vitale Vita ritrovata Vita splendente Vita disvelata Vita nova». Si lascia rosolare da Claudio Sabelli Fioretti che gli chiede un difetto del suo amato: «Un difetto di Berlusconi... Un difetto di Berlusconi... Non so... Non riesco a trovarlo...». Offre la testa al patibolo dopo la catastrofe (quattro milioni di voti in meno) alle Europee del 2004: «Forza Italia ha una piccola flessione. Forza Italia però, non Berlusconi. Io come coordinatore ne trarrò le conseguenze». Si fa beccare da Sgarbi mentre, vedendo entrare il Sommo Silvio mentre lui è al microfono, dice: «Mi scusi Presidente se parlo in sua presenza». Arrossisce se gli chiedono: «Tra Berlusconi e la famiglia a chi vuole più bene?». «Spero di non dovere mai scegliere». Sabina Negri, già moglie di Roberto Calderoli, una volta lo fotografò così: «Sono sicura che se rinascesse vorrebbe essere Veronica». Ma lo farebbe, Veronica, uno sciopero della fame per Retequattro? Gian Antonio Stella
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Sono contrario al matrimonio dei preti: se fanno figli, siamo finiti. (cit) |
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Iscritto dal: Jan 2006
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Considerando anche l'elevato numero di vecchietti in questa nazione. Forse è uno dei pochi referendum (con il quorum) che andrà ben oltre il quorum stabilito (con una seria possibilità di passare).
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Mi chiedete perchè non posso prendere sul serio questa Europa? Perchè il grado di sviluppo e maturità dei cocomeri va determinato in modo congruo e l'indice rifrattometrico della polpa, misurato al centro della polpa, nella sezione massima normale dell'asse deve essere uguale o superiore all'8° brix. |
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#146 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Feb 2004
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#147 |
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Junior Member
Iscritto dal: Jun 2006
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raidue, italiauno, retequattro rincoglioniscono la gente con le loro programmazioni piene di cazzate, andrebbero dichiarate come armi di distruzione di massa
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"Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione" (Henry Ford) |
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#148 | |
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Iscritto dal: Jan 2006
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Perfino Raitre però. Però io regalerei ai criticanti delle tv di Berlusconi qualche rete di Murdoch (e non quelle che si pagano, su satellite). Tanto per.
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Mi chiedete perchè non posso prendere sul serio questa Europa? Perchè il grado di sviluppo e maturità dei cocomeri va determinato in modo congruo e l'indice rifrattometrico della polpa, misurato al centro della polpa, nella sezione massima normale dell'asse deve essere uguale o superiore all'8° brix. |
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Iscritto dal: Nov 2004
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certo se passa idea che non ci fanno vedere più retequattro e raitre , ma quella è una balla, si anticipa solo di 3 anni una cosa che nel 2012 verrà fatta, c'era qualcuno che voleva che fosse fatta nel 2006-2008 e andava bene, si liberano delle frequenze per nuovi conpetitor, dai non posso credere che mediaset e CO riescano ad abbindolare i vecchieti
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Sono contrario al matrimonio dei preti: se fanno figli, siamo finiti. (cit) |
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Quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere - Twitter
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#151 |
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Senior Member
Iscritto dal: Aug 2001
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per inciso, a Mediaset la legge un "regalo" glielo fa comunque, sebbene nessuno lo faccia notare... manca infatti ogni riferimento al riordino del mercato radiofonico in cui Mediaset possiede due reti radiofoniche che hanno avuto un'espansione enorme nel giro di pochi mesi (arrivando ad avere in qualche caso ben 4 frequenze per la stessa area, ed altre acquisizioni sono previste nel corso dei prossimi mesi) e alle quali potrebbe aggiungersi una terza in breve tempo...
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#152 |
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E' GIA' IERI
di Marco Travaglio - L'Unità Leggere la bozza di antitrust televisiva presentata dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni ai suoi colleghi dà una strana sensazione. La stessa che prova Antonio Albanese nel film “È già ieri”: ogni mattina si sveglia e rivive il giorno precedente, all’infinito. Da un lato si parla, giustamente, di tetti pubblicitari più severi (anche se l’annunciata soglia massima del 30%, nel testo che circola, non c’è) e si equiparano agli spot le televendite, fra gli alti lai di Confalonieri che, al solito, annuncia una marcia su Roma. Dall’altro, purtroppo, c’è l’ennesima proroga sine die a Rete 4, in barba a due sentenze della Corte costituzionale che impongono a Fininvest-Mediaset di scendere da tre reti a due sull’analogico terrestre. Su questo punto più che un’antitrust, la bozza pare una macchina del tempo che ci riporta all’agosto 1990, quando il Caf di Craxi, Andreotti e Forlani impose la legge Mammì, che fotocopiava e santificava il monopolio berlusconiano sulla tv commerciale, consentendo alla Fininvest di restare padrone di tre reti su sei e, per non dare troppo nell’occhio, gli imponeva la rinuncia al Giornale (girato al fratello) e a Telepiù (girata ai soliti prestanomi). Berlusconi e Confalonieri ebbero quel che volevano, ma versarono copiose lacrime. Poi la Consulta impose di scendere a due reti entro il ’97. Ma nel ’97 la scena si ripete tale e quale. L’Ulivo vara la legge Maccanico, prorogando sine die Rete4. Non cambia nulla, ma Berlusconi e Confalonieri piangono lo stesso. Nel 2002 la Consulta ribadisce che Rete4 sul terrestre non ci può stare. Confalonieri torna a lacrimare, anche se Mediaset è al governo e l’apposito Gasparri (o chi per lui) sistema le cose col trucco del Sic. Ma per Ciampi la legge è incostituzionale, dunque ecco pronti il decreto salva-Rete4 e la Gasparri-2, che regalano a Mediaset nuovi spazi di espansione: Confalonieri, che ha smesso di piangere, li stima in 1-2 miliardi. Per il centrosinistra è tutto incostituzionale: con la scusa del digitale (per Gasparri doveva scattare nel 2006, naturalmente non s’è mai visto), si violano due sentenze della Consulta. Ora l’Unione è al governo e può finalmente rimediare, tanto ai suoi errori quanto alle vergogne altrui. Invece lascia il lavoro a metà. Ottime intenzioni sulla pubblicità, non però sul punto-chiave dello scontro degli ultimi anni: il numero delle reti. L’ennesima proroga, ancora con la scusa del digitale terrestre. Entro il 30 novembre 2012 - prevede il ministro - tutte le reti nazionali spegneranno il segnale analogico e passeranno al digitale. Prima però (pare entro il 2009) Rai e Mediaset dovranno anticipare il trasloco al digitale di una rete per ciascuna. Cambia qualcosa, nell’ottica del principio fissato dalla Consulta? Assolutamente nulla. Mediaset si terrà le sue tre reti generaliste (più cinque pay per view in “multiplex”, che non potrebbero nemmeno trasmettere perché non coprono le 2o ore settimanali richieste dall’Agcom), esattamente come la Rai, in attesa di completare il passaggio al digitale nel 2012. E dopo? Tutto come prima: resta il tetto del 20% fissato da Gasparri sul mercato complessivo, e anche sulla “capacità trasmissiva” (ma non si capisce come possa un soggetto vendere l’80% di un macchinario multiplex digitale). In compenso Europa7 di Francesco Di Stefano, che nel ’99 vinse la concessione ma non ha mai avuto le frequenze, dovrà attendere almeno altri due anni per avere ciò che gli spetta. Poi si vedrà. Potrebbe rifarsi viva la Consulta, dichiarando illegittima per la terza volta l’«abilitazione provvisoria» per Rete4. O l’Ue potrebbe far valere gli articoli 2 e 4 della sua normativa che vieta le deroghe come «diritti speciali». Oppure potrebbe intervenire la Corte di giustizia europea. In caso contrario, nel 2012, il monopolio incostituzionale di Berlusconi compirà 22 anni. Per la gioia di Bellachioma e fra le lacrime di Confalonieri. Chiagni e fotti forever.
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#153 |
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ACHTUNG BANDITEN!
di Marco Travaglio - L'Unità “Banditi!”, urla da Campobasso il cavalier Bellachioma, che di banditi se ne intende (ne aveva addirittura uno in casa, e lo scambiava per uno stalliere). Ce l’ha col ministro Paolo Gentiloni che vorrebbe riscrivere almeno un po’ la legge Gasparri. «Non è più una democrazia * spiega lo Statista di Milanello - un paese in cui una parte politica va al governo e colpisce l’avversario attraverso le sue proprietà private». Nel dizionario di Arcore, dicesi democrazia quel paese in cui un affarista si butta in politica per non finire in galera e non fallire per debiti, e alla fine ci riesce. Dicesi banditismo un governo che, non avendo aziende da difendere dalla legge e dalla Consulta, legifera nell’interesse dei cittadini anziché del dott. Confalonieri. Ma è una vera fortuna che ieri Bellachioma abbia parlato. Per diversi motivi. Primo, perché è tornato quello di sempre: uno, che quando si parla dei problemi dell’Italia, sonnecchia, ma quando si parla di roba, scatta come la rana di Galvani. Secondo, perché forse, almeno per qualche ora, non leggeremo i commenti estasiati dei terzisti e dei «volonterosi» dell’Unione sulla sua conversione al «dialogo» e alla «vera politica». Terzo, perché tramonta ingloriosamente la favola del Berlusconi che «non si occupa più delle sue aziende»: le rare volte che non se ne occupa è perché c’è un Gasparri o un Frattini a far la guardia al bidone. Quarto, perché gli unionisti impegnati nella soluzione «condivisa» al conflitto d’interessi potrebbero capire che non si manifesta solo quando Berlusconi è al governo , ma sempre, finchè terrà in Parlamento un mignolo o un capello trapiantato. Naturalmente il proclama di Campobasso è l’ennesimo chiagni e fotti preventivo. La bozza Gentiloni ignora le sentenze della Consulta che impongono (dal 1994!) la riduzione delle reti Fininvest da tre a due sul terrestre. E fa il minimo: un leggero ritocco dei tetti pubblicitari, che peraltro Mediaset sfora da anni. Poi, incredibilmente, equipara la Rai (servizio pubblico) a Mediaset (servizio privato), anticipando per entrambe il passaggio di una rete sul digitale al 2009, mentre dal ’94 Rete4 dovrebbe stare sul satellite. Con il chiagni e fotti preventivo, Bellachioma e Confalonieri tentano di impietosire i «dialoganti» e i «volonterosi» per ottenere un congruo sconto. I 440 milioni di perdite paventati dalla ditta sono del tutto virtuali: se Rete4 fosse finita sul satellite a tempo debito, in questi 12 anni non avrebbe lucrato indebitamente cifre da capogiro. È dal 1985 -primo decreto Craxi contro i pretori che pretendevano di far rispettare la legge al Cavaliere- che non si legifera sulle tv se la legge non la scrive lui. Gentiloni è ammodo, educato e disponibile. Ma se l’altro giorno, quando Confalonieri ha inscenato la sua marcetta su Roma, avesse evitato di riceverlo su due piedi, gli avrebbe insegnato la buona creanza. A lui e al suo principale che si permette di definirlo «bandito». Per questa semplice lezione di galateo, si potrebbero usare le parole impiegate in Parlamento dai leader del Polo, che sul caso Telecom accusavano Prodi di confondere la politica con gli affari (accusa ridicola, visto che Prodi non ha aziende e Telecom, concessionaria dello Stato, ricade eccome sotto l’interesse del governo). Non sappiamo se le fonti di Verderami ieri sul Corriere erano attendibili. Ma se non ricevesse smentite, bisognerebbe domandare al dott. Confalonieri a che titolo abbia «tempestato di telefonate i leader della maggioranza» e al dott. Gianni Letta a che titolo abbia «chiesto al governo di non accelerare sul ddl tv, tentando una trattativa che prevedeva un trattato di non aggressione sulla finanziaria e un patto sull’ordinamento giudiziario». Il fatto è che sono stati abituati troppo bene. Si credono un «patrimonio del paese», mentre sono un patrimonio dei loro azionisti. Soprattutto uno, il solito.
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16-10-2006
Si puo' fare di più Michele Polo Il disegno di legge del ministro Gentiloni, di cui in questi giorni sono circolate le linee guida, contiene numerosi elementi di riforma rispetto alla legislazione vigente. È difficile oggi entrare nel merito dei singoli aspetti, dal momento che non è ancora noto il testo nella sua interezza. Alcuni commenti sono tuttavia possibili almeno su quelli che sembrano gli elementi portanti della proposta. In particolare, discuteremo qui due aspetti su cui il dibattito di questi giorni si è incentrato: il passaggio di Rete 4 e di una rete Rai al digitale terrestre; la fissazione di una soglia massima del 45 per cento della raccolta pubblicitaria. Discuteremo questi due elementi guardando alla loro fattibilità e agli effetti che potrebbero produrre rispetto al problema di partenza, e cioè la creazione di nuove possibilità perché emergano altri gruppi televisivi arricchendo il pluralismo in questo segmento cruciale. Due canali sul digitale Il disegno di legge fissa a quindici mesi dopo l’approvazione della nuova legge la data per lo spostamento di Rete 4 e di una rete Rai dalla trasmissione in tecnica analogica a quella in tecnica digitale. Questo comporterà il fatto che solamente i telespettatori dotati di decoder e residenti in aree coperte dal segnale digitale potranno vedere i due canali. Immaginando il 2009 come periodo in cui questo spostamento avverrà, possiamo pensare a una copertura effettiva di poco più della metà della audience potenziale. Questa misura, se attuata, comporta quindi una caduta nel valore degli investimenti pubblicitari su queste reti, capaci di assicurare una audience minore rispetto a oggi. È lo spostamento credibile? Il passaggio al digitale obbliga almeno la Rai, in base al suo contratto di servizio, a una altissima copertura del territorio nazionale. La copertura è relativamente meno costosa per il primo 60-70 per cento di popolazione, ma poi richiede investimenti cospicui per la parte residua. Se in prossimità del 2009 (per una rete Rai) o del 2012 (per l’insieme delle reti) tale copertura non verrà raggiunta cosa avverrà? Al di là di questi dubbi, un elemento apprezzabile della misura sta nella simmetria imposta ai due duopolisti, entrambi obbligati a rinunciare a una delle reti in trasmissione analogica. Tuttavia, rimanendo agli scenari del disegno di legge, tale spostamento anticipa di un triennio quanto poi caratterizzerà l’insieme dei canali nazionali, ricostituendo quindi dal 2012 due gruppi televisivi con tre canali (digitali) ciascuno. Quali prospettive potrebbe avere un nuovo operatore di crescere e rafforzarsi in questo breve lasso di tempo prima di subire nuovamente la concorrenza che sino a oggi ha impedito l’emergere di nuovi soggetti? Addio al Sic Il secondo elemento importante del disegno di legge riguarda l’abbandono del Sic e la valutazione delle posizioni dominanti nei singoli mercati, con un tetto del 45 per cento nella raccolta pubblicitaria calcolata includendo, a differenza di oggi, anche le telepromozioni. È bene ricordare la situazione di oggi, che vede Mediaset attestata su una quota tra il 60 e il 65 per cento e la Rai tra il 30 e il 35 per cento. Data questa asimmetria nei punti di partenza (la Rai già subisce restrizioni nell’affollamento pubblicitario derivanti dal vantaggio del canone) è naturale che la fissazione di un tetto massimo incida prima di tutto sull’operatore maggiore. Rispetto agli standard quantitativi che solitamente vengono associati a una posizione dominante, il 45 per cento del mercato risulta molto elevato, prevalendo in genere soglie del 35-40 per cento. Ma il vero punto debole di questa misura sta negli strumenti spuntati che vengono messi a disposizione dell’operatore pubblico nel caso di un superamento dei tetti consentiti: una riduzione dal 18 al 16 per cento dell’affollamento orario, presumibilmente insufficiente a rientrare nelle soglie stabilite. Il passaggio di due reti alla trasmissione digitale e la fissazione di tetti pubblicitari sono misure che vanno all’origine della situazione di abnorme concentrazione degli ascolti. Abbiamo più volte sottolineato come questo problema non nasce in Italia da una carenza di frequenze disponibili, ma dal circolo, vizioso o virtuoso a seconda dei punti di vista, tra alti proventi pubblicitari, alta audience e capacità di coprire gli alti costi dei palinsesti di successo. Già oggi abbiamo dodici canali (analogici) nazionali, ma sei di questi raccolgono il 90 per cento di audience e risorse pubblicitarie. Senza incidere su questo meccanismo non si possono liberare spazi e risorse per nuovi operatori. Se il disegno di legge Gentiloni coglie questa esigenza, gli strumenti proposti appaiono deboli e spuntati: un passaggio anticipato al digitale terrestre che non preclude il ritorno, tre anni dopo, ai duopolisti (digitali) tricanale che oggi dominano il mercato; tetti pubblicitari stringenti ma privi di adeguate misure di enforcement. Strumenti, inoltre, che comportano una riduzione nei ricavi e nei profitti degli operatori dominanti, subito pronti a gridare all’esproprio. Più lineare sarebbe invece una misura di cessione di una rete Mediaset e di una rete Rai sul mercato, attraverso cui questi recuperino interamente il valore delle attività cedute e un nuovo soggetto editoriale possa nascere in concorrenza con operatori meno forti di oggi. http://www.lavoce.info/news/view.php...397&from=index
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“ Fiat iustitia, et pereat mundus”-המעז מנצח -
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