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Old 24-07-2008, 07:40   #1
c.m.g
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[NEWS] Gli USA non determinano la forma della rete

giovedì 24 luglio 2008



Roma - I contenuti dannosi per i minori hanno diritto di esistere online: lo ha ribadito una corte di appello di Philadelphia. La rete non sarà il posto idilliaco che le autorità statunitensi avevano previsto nel lontano 1998, approvando il Child Online Protection Act (COPA).

Il Congresso intendeva epurare la rete dai contenuti che avrebbero potuto turbare i minori. La legge prometteva multe di 50mila dollari per giorno di violazione e pene detentive fino a sei mesi di carcere per coloro che avessero, consapevolmente o inconsapevolmente, affollato la rete con "materiali dannosi per i minori" con "intenti commerciali", contenuti che non fossero adeguatamente protetti da palizzate che impedissero l'accesso ai cittadini più giovani. A stabilire cosa fosse dannoso per i minori, il parametro dell'oscenità, declinato su quelli che sono gli standard contemporanei che discriminano i valori dai disvalori.

La legge è in standby dal 1998. Rimbalza fra tribunali e Corte Suprema, strattonata fra attori della rete e Dipartimento di Giustizia. La battaglia fra le parti è stata più che mai ad ampio raggio: sono stati chiamati in causa i motori di ricerca per distillare, a partire dalle chiavi di ricerca e dai risultati restituiti, informazioni sul rapporto tra contenuti inadatti ai minori e i netizen. Non si sono cavati abbastanza dettagli per sostenere la necessità di una legge mai applicata perché incostituzionale.

Le motivazioni con cui i magistrati hanno bloccato il provvedimento sono sempre le stesse: la legge soffoca di fatto la libertà di espressione dei cittadini della rete. Costringere chiunque abbia un sito web ad innalzare dei filtri che possano effettivamente bloccare l'accesso dei minori a contenuti pericolosi significa costringerli a pubblicare contenuti inequivocabilmente adatti a tutti i tipi di pubblico: non esistono filtri tanto efficaci da consentire l'accesso ai soli maggiorenni. È inoltre estremamente complesso stabilire cosa sia dannoso per i minori: a fronte di multe salatissime e della minaccia del carcere, i webmaster non potrebbero che rifugiarsi nell'autocensura. La legge avrebbe inoltre effetto sui soli siti web statunitensi, ma la rete è globale: quale l'efficacia di una legge che regola una sola porzione di web?

È così che il tribunale di Philadelphia ha ribadito queste argomentazioni: il Child Online Protection Act è incostituzionale, cozza contro il
Primo emendamento della Costituzione, imbavaglia il diritto di esprimersi e costringe i cittadini adulti a fruire di soli materiali che non mettano a rischio i minori. Ma non solo: a parere delle associazioni per i diritti civili e di numerosi operatori della rete, la legge può estromettere dalla rete contenuti informativi. Il tribunale ha dato loro ragione: la formulazione della norma soffre di eccessiva vaghezza e "di fatto investe una grande quantità di contenuti di cui gli adulti hanno il diritto costituzionale di fruire e che devono poter produrre".

La associazioni per i diritti civili, fra cui ACLU, che da un decennio si scaglia contro la legge, plaudono al blocco del COPA: "Il governo non ha il diritto di censurare Internet più di quanto faccia con i libri e le pubblicazioni - denuncia Chris Hansen, legale di ACLU - le regole dovrebbero essere le stesse". "Il modo più efficace di proteggere i bambini online, il mezzo che meno impatta sulla libertà di espressione, è consegnare alle famiglie le risorse per controllare quello che i bambini vedono e fanno online - avverte John Morris, del Center For Democracy And Technology - in questo modo sono i genitori a giudicare, si rispetta il Primo Emendamento e la differente sensibilità delle famiglie americane". I cittadini della rete concordano.

Ma il Dipartimento di Giustizia dissente: "Siamo delusi per il fatto che la corte abbia respinto un provvedimento studiato per proteggere i nostri bambini dall'esposizione ai contenuti sessuali espliciti che ci sono su Internet". Non è dato sapere se il Dipartimento di Giustizia continuerà ad accanirsi nella battaglia. C'è però chi si sta muovendo per fare fronte alla intransigenza dei tribunali: il procuratore generale dello stato di New York Andrew Cuomo da mesi combatte una battaglia a favore dei minori connessi, tentando di convincere i provider a ripulire la rete dei contenuti pericolosi. Ci è riuscito con Verizon, Time Warner Cable, Sprint, AT&T e AOL: smetteranno di offrire ai propri utenti i servizi Usenet e pattuglieranno siti e community per debellare i traffici di pedopornografia. Sta ora giocando tutte le sue carte con Comcast, riluttante ad aderire alla campagna di moralizzazione della rete: se l'operatore rifiuterà di sottoscrivere il codice di condotta, Cuomo - scrive il Procuratore in una lettera indirizzata ai vertici dell'ISP - minaccia di prendere provvedimenti. Imporre ostacoli all'accesso di Usenet, denunciava EFF nei giorni scorsi, è chiaramente lesivo del diritto dei cittadini ad esprimersi e ad informarsi. Non è però possibile, avvertiva la Foundation, tentare di frenare l'avanzata del Procuratore e difendere i protocolli di comunicazione discriminati: i provider non sono costretti da alcuna legge, ma aderiscono alla proposte di Cuomo in maniera spontanea.

Gaia Bottà




Fonte: Punto Informatico
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