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Old 11-09-2003, 22:11   #1
eraser
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Intervista shock a Ferlaino!

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Corrado Ferlaino ha un vezzo: ha sempre qualcosa d’azzurro con sè. Che so? Un ninnolo, la riga di una camicia, una cravatta. È il ricordo del Napoli che lo insegue. Spesso se ne sta nel suo hotel di lusso al corso Vittorio Emanuele, il San Francesco al Monte con tanto di panorama sulla fascia orientale della città. Uno sguardo sulla Napoli senza il pino di Posillipo, il golfo e le isole. Una veduta meno da cartolina e più reale soprattutto per la filiera di luci e colori che arrivano sino alle pendici del Vesuvio e quasi ci si arrampicano su. È qui che l’incontriamo ed è qui che Ferlaino parla come non mai. Un tempo lo chiamavano «nascondino» per quel suo modo di celare tutto del Napoli e del calcio, ora è l’opposto. Le sue verità su Maradona, sul doping, sono macigni e fanno male.
Lei ha scelto Ravenna, un’oasi del pallone, mentre altrove il calcio di serie A e serie B ribolle.
«A Ravenna c’è passione per il calcio, ma è misurata. Abbiamo mille abbonati e una media paganti di 500 spettatori. Però anche a Ravenna sono dovuto intervenire. La prima partita l’abbiamo pareggiata. I calciatori hanno giocato senza grinta, quasi hanno fatto il compitino. Mi sono arrabbiato, ho spedito tutti in ritiro, direttore sportivo compreso che sedeva beato in tribuna. Gli ho detto: lei deve stare negli spogliatoi, gomito a gomito con gli arbitri e i calciatori. La domenica successiva abbiamo battuto il Forlì per 1-0 con un gol di Moscelli».
Che tempi, ingegnere: dalla Juve al Forlì, da Maradona a Moscelli...
«Già Maradona, il mio amore amaro. Lui mi attacca sempre, mi ritiene un nemico, che ha fatto male a lui, al Napoli e a tutto il calcio. Eppure Maradona l’ho salvato decine di volte. Con l’antidoping soprattutto».
In che senso scusi?
«Mi ha accusa di averlo incatenato a Napoli ed è vero, ma l'ho fatto per il suo bene e per il bene del Napoli, vincemmo due scudetti e una coppa Uefa. Ma c’era anche un contratto da rispettare e che mi dava ragione. Torniamo al doping: dalla domenica sera al mercoledì Diego, come qualcun altro del Napoli, soprattutto calciatori giovani, era libero di fare quel che voleva, ma il giovedì doveva essere pulito, non so se mi spiego. Del resto, basta non assumere cocaina per un certo periodo di tempo perché questa non risulti alle analisi del dopo partita. Moggi, Carmando, il medico sociale chiedevano ai giocatori se erano a posto, allora non sapevo cosa accadeva, però qualche anno dopo sono venuto a conoscenza che si adottava un trucco: se qualcuno era a rischio gli si dava una pompetta contenente l'urina di un altro, l’interessato se la nascondeva nel pantalone della tuta e quando entrava nella stanza dell’antidoping, invece di fare il suo «bisognino» versava nel contenitore delle analisi l'urina «pulita» del compagno. Nonostante questo, Diego quel giorno del 1991 fu trovato positivo, Moggi gli aveva chiesto se era in condizione e lui rispose: sì lo sono, va tutto bene. Il fatto è che i cocainomani mentiscono a se stessi. Risultò positivo e quando l’allora presidente Nizzola mi chiamò in via confidenziale per darmi la notizia fu troppo tardi. Insistetti, gli dissi: presidente dimmi cosa posso fare, ma lui rispose: ormai non puoi fare più nulla».
Perché queste cose le dice solo ora? Oltretutto è una sua versione dei fatti. Potrebbe non essere vero e quindi essere smentito.
«Invece è proprio così. Addirittura quando vincemmo il secondo scudetto mi dovetti inventare un qualcosa per evitare che alla festa si presentassero estranei. Feci arrivare un pullman fino agli spogliatoi con le mogli dei calciatori già a bordo. Non volevo altri. Nemmeno i consiglieri, Punzo si arrabbiò moltissimo. Poveretto non c’entrava nulla, ma non potetti spiegarglielo. Da allora non siamo più amici. Dunque il pullman si diresse a Pozzuoli e s’imbarcò su un traghetto. Festeggiammo navigando nel golfo. Ci fu baldoria, ci ubriacammo. Ma evitai che la festa fosse macchiata dalla droga».
E ora cos’è l’antidoping, come funziona?
«Non si puo più andare in tuta a fare i controlli, bisogna essere nudi, quindi il trucco della pompetta è irrealizzabile. Adesso c’è una lista con dei numeri, ognuno corrisponde a un calciatore, il medico preposto li estrae a sorte. Ma non è difficile trovare medici amici. Per cui basta toccare con le mani inumidite dalla saliva i numeri dei giocatori sicuramente puliti, così i numeri diventano più luccicanti e quando si estrae si sa come scegliere. Una specie di sorteggio pilotato, insomma».
Ma torniamo al Napoli di allora, solo Maradona era a rischio?
«Anche qualche giovane, per loro era una moda non un vizio, sniffavano il lunedì e poi basta. Qualcuno però si fece prendere la mano. Ricordo che dovemmo telefonare al padre e farlo venire di corsa a Napoli. Questi, un tipo rude, riempì di botte il figlio e poi gli disse: se ci riprovi ti spezzo le gambe così non giochi più a calcio».
Tutto questo avveniva mentre il Napoli vinceva coppe e scudetti
«Sì, soprattutto il secondo fu, diciamo così, il più movimentato. Quello scudetto me lo ricordo bene per vincerlo dovetti impegnarmi molto».
Sono in arrivo altre verità tutte sue?
«Fu importante la partita Verona-Milan. Allacciai buoni rapporti con il designatore Gussoni. Il Milan aveva un arbitro molto amico: Lanese, detto «milanese». A noi, invece, era molto vicino Rosario Lo Bello e lo era perché meridionalista convinto. Il campionato si decise il 22 aprile: il Milan giocava a Verona, Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto».
E la monetina di Alemao?
«Fu colpito, forse ingigantimmo l’epidosio, ma la partita era comunque già vinta a tavolino. Facemmo un po’ di scena. L’idea fu di Carmando. Alemao all’iniziò non capì, lo portammo di corsa in ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: «Non mi ha riconosciuto». Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino. Ma non è finita qui: il giocatore dopo un po’ ha abbracciato un’altra religione, mi sembra quella evangelista, secondo la quale la bugia è il peccato più grande. E Aleamo oggi vive con quel tormento dentro».
Lei di tormenti ne ha parecchi, ma qualcuno l’ha scampato, quello del calcio spezzato in due, della serrata della serie B, delle fideiussioni false. Aveva diabolicamente previsto tutto o è solo fortunato?
«Non solo fortuna, ho venduto il Napoli nel momento propizio. Che il calcio stesse precipitando in un burrone era chiaro da tempo. Juve, Milan e Inter sono i veri padroni del sistema, con la Juve una spanna più avanti degli altri. Agiscono sulle leve del potere, hanno grandi risorse, i migliori calciatori. Gli altri club sono invece sempre più poveri. La forbice s’è allargata e oggi sono scoppiate tutte le contraddizioni. I venti club di B si divideranno 90 milioni lasciando fuori le ripescate. Poveri illusi. Solo Della Valle rinuncerà alla sua quota. Per lui sono spiccioli. E forse sa pure che gli sarà riservato un trattamento particolare, scommetto sulla Fiorentina in A».
Ci sta anticipando un altro scandalo?
«No, è solo una previsione: bisognerà ridare alla Fiorentina quanto le è stato tolto. Del resto non c’erano le condizioni per far fallire il club durante la gestione Cecchi Gori. Oggi in più la Fiorentina ha Della Valle e non è poco. Lui è un potente dell’economia. Diciamo che i padroni del calcio lo vogliono quanto prima con loro».
Il Mattino

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Old 11-09-2003, 22:20   #2
badedas
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E tre!
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Old 11-09-2003, 22:21   #3
eraser
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ops scusate, se era già stata postata chiudete pure il post sorry
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