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Old 11-09-2008, 11:35   #1
Ser21
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[ Saverio Lodato - Roberto Scarpinato ] Storia di Corruzione,Mafia e Stragi in Italia

Il ritorno del Principe
Sia lodo al principe


di Massimo Brugnoli

L’unica differenza fra la prima e la seconda repubblica è questa: prima prendevi un politico, aspettavi un po’, e diventava un delinquente. Adesso prendi un delinquente, aspetti un po’, e diventa un politico.”

Quote:
E’ da poco uscito “Il ritorno del Principe”, il bellissimo libro di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato sulla criminalità dei potenti in Italia. Gli autori dimostrano come, in questo Paese, il potere sia ancora concepito e gestito in una maniera quasi medioevale. Coloro che stanno in alto, liberi da ogni vincolo e controllo, in barba ai sacri princìpi costituzionali. I comuni cittadini, costretti ad accettare impotenti le regole imposte dal Principe.

Ironia della sorte, subito dopo l’uscita di questo libro, il potere ha dato la migliore espressione di sé con l’approvazione del lodo Alfano, che garantisce la sospensione dei processi alle quattro cariche più importanti dello Stato (di cui solo una, al momento, pare necessitare). E se da un lato ciò è stata opera della maggioranza di governo, c’è da sottolineare come anche la cosiddetta opposizione si sia dichiarata, per bocca del suo leader Veltroni, sostanzialmente d’accordo “purchè valga dalla prossima legislatura”.

Il lodo Alfano e il ventilato prossimo ritorno all’immunità parlamentare sono stati fatti passare come un atto di legittima difesa da parte della politica nei confronti della magistratura, e questo è stato possibile grazie ad una martellante campagna di disinformazione che in questi anni ha fatto passare ogni indagine sul Principe come un’”invasione di campo” della magistratura se non addirittura un “golpe giudiziario”.
E dire che per sgombrare il campo da queste amenità basterebbe citare dei brani tratti a caso dai processi di Tangentopoli o di Mafiopoli. Come per esempio la confessione di Maurizio Raggio sull’utilizzo dei fondi neri di Craxi destinati a sostenere i costi della democrazia, fra cui l’acquisto di un jet per il capo (“un’occasione, costava appena due miliardi”) e le spese per la manutenzione delle ville della contessa Agusta. Oppure ricordare i politici che cominciavano a confessare al citofono quando i carabinieri venivano ad arrestarli. O quelli che si allenavano a dormire in bagno per adeguarsi in anticipo ai soggiorni gratuiti offerti dallo Stato. O quelli filmati dalle telecamere della polizia mentre baciavano e discutevano di appalti con mafiosi. Tanto per non citare i casi più famosi.

Ecco, basterebbe aprire un qualsiasi fascicolo di un qualsiasi procedimento giudiziario per rendersi conto che più che “tutelare la volontà popolare” dalle “invasioni di campo” della magistratura l’intenzione della Casta è quella di tutelare se stessa dalle conseguenze dei propri reati.
Secondo la comune vulgata di buona parte del mondo politico e dei suoi servi dell’informazione, la prova regina di questo “golpe” del potere giudiziario ai danni della politica sarebbe proprio l’atteggiamento tenuto nei confronti di Silvio Berlusconi. La tesi, cioè, sarebbe questa: Berlusconi non è mai stato accusato di nulla prima della sua discesa in campo, i numerosi processi che ha subito non hanno portato a nessuna condanna, l’avviso di garanzia del novembre ’94 ebbe l’unico effetto di far cadere un governo legittimamente scelto dagli elettori cambiando così la storia della Seconda Repubblica. E le numerose assoluzioni con cui si sono conclusi i processi in cui sono stati coinvolti numerosi esponenti della Casta avallerebbero la tesi dei “PM politicizzati” che imbastiscono inchieste sul nulla.

Si tratta, è noto, di balle gigantesche. Tanto per cominciare, il gip di Brescia Carlo Bianchetti, su richiesta della mitica procura di Brescia tanto cara a Berlusconi e ai suoi, archiviò con sentenza del 17 maggio 2001 la denuncia di Berlusconi di “attentato a organo costituzionale” per aver ordito un colpo di stato contro il suo governo. Come stabilito dal giudice, le inchieste sulla Fininvest avevano preceduto, e non seguito, la discesa in campo del Cavaliere. E l’invito a comparire al Presidente del Consiglio era nient’altro che un atto dovuto del tutto estraneo alla caduta del governo. Inoltre Berlusconi ebbe problemi con la giustizia ben prima di entrare in politica. Nel 1990 fu infatti condannato dalla Corte d’Appello di Venezia per aver testimoniato il falso sulle circostanze della sua iscrizione alla P2. Fu poi graziato dall’amnistia, quella che lui dice fu fatta per salvare i comunisti (evidentemente riconoscendosi in questi ultimi).

E la mozione di sfiducia al primo governo Berlusconi non fu firmata da Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro ma, fra gli altri, da Umberto Bossi e Rocco Buttiglione, divenuti poi suoi ministri. Forse è a loro che il Cavaliere dovrebbe chiedere spiegazioni. Soprattutto all’attuale ministro per le riforme, che per anni lo ha definito mafioso, fascista e piduista, solo per ricordare gli epiteti più gentili. Nel 1995, nel pieno della guerra tra la Lega e il Polo della libertà condizionata, l’Umberto pubblicò un libro sobriamente intitolato “Tutta la verità” (Sperling & Kupfer) in cui, fra le altre cose, analizzava le vicende che riguardano l’origine dei capitali di Berlusconi. A pag. 70 si legge: “Si domanda: Berlusconi è un buon imprenditore lombardo – uno che si è fatto da sé, come lo dipingono i suoi cortigiani televisivi e non – oppure un uomo che ha compiuto i primi passi assistito da finanziatori occulti, con metodi quanto meno discutibili, sfruttando utili coincidenze come gli atti vandalici, le intimidazioni e le minacce rivolte nel ’68 ai conti Bonzi durante le trattative per la vendita a Edilnord dei terreni nel comune di Segrate? Lo lascio giudicare ai lettori”.

Chissà che risposta si è dato il ministro Bossi. E chissà se ne ha mai parlato con il ministro Alfano.

Quanto alle assoluzioni, lasciando pure perdere le prescrizioni, le insufficienze di prove e le depenalizzazioni dei reati, di per sé non significano affatto che ci siano state “persecuzioni” o “errori giudiziari”: fanno semplicemente parte della fisiologia del processo, come le condanne. Del resto, non si è mai sentito nessuno chiedere la testa di un pm che ha indagato, che so, su una rapina compiuta da un extracomunitario solo perché questo è stato assolto in dibattimento (in questo caso, semmai, gli stessi soggetti parlano di “lassismo” dei giudici, che dovrebbero condannare a prescindere basandosi sulla nazionalità dell’imputato).

E la storia d’Italia è da sempre costellata da assoluzioni di imputati eccellenti, ma ciò non significa che fossero tutte anime candide. Non lo era certo Luciano Liggio quando, in seguito al trasferimento del processo a Bari (i suoi avvocati avevano avuto il legittimo sospetto che Palermo fosse un covo di giudici comunisti) fu assolto dall’accusa di avere ordinato l’omicidio di Placido Rizzotto, non lo erano tanti altri.

Il 23 luglio del 1904 l’onorevole Raffaele Palizzolo, legato a vari mafiosi, fu assolto per insufficienza di prove dall’accusa di avere assassinato Emanuele Notarbartolo, già direttore generale del Banco di Sicilia. Il testimone chiave, infatti, si “suicidò” pochi giorni prima di deporre in aula. Ecco come il Giornale di Sicilia commentò la sentenza: “Il martirio della vittima, partito dalla prima calunnia dei codardi delatori, doveva pervenire al trionfo del Giusto. E trionfò Raffaele Palizzolo, dopo 56 mesi di straziante martirio: trionfò circonfuso dalla smagliante aureola del suo Dolore e della sua Virtù. E questo Dolore, questa Virtù, consacrati con sublime abnegazione, mercè gl’inauditi tormenti di cinque anni, in omaggio a questa oltraggiata Sicilia, furono le lacrimate corolle con cui nelle tristi ore della dura prigionia Raffaele Palizzolo potè ricomporre le ghirlande del duro soffrire; quei Ricordi che fanno tremare di orrore, che fanno soffrire di infinita pietà.” Fatta eccezione per le “tristi ore della dura prigionia” (evento assai poco ricorrente nelle moderne vicende della Casta) pare di sentire i commenti alle assoluzioni o presunte tali dei vari Andreotti, Berlusconi, Carnevale, ecc…

Dall’aria che tira c’è da pensare che presto, coi medesimi pretesti con cui si è giunti al Lodo Alfano, si ritorni alla cara, vecchia immunità parlamentare pre-1993, quella per intenderci che obbligava a chiedere l’autorizzazione al Parlamento solo per iniziare un’indagine su uno dei suoi membri. Cioè quella che fu abrogata a furor di popolo dopo gli scandali di Tangentopoli. D’altra parte, se la Casta è minacciata, non si capisce perché tutelarne solo quattro membri e lasciare gli altri nel terrore di una legge uguale per tutti.

Nel giugno del 2003, ai tempi del lodo Maccanico-Schifani, Elio Veltri pubblicò il pamphlet “La legge dell’impunità” in cui analizzava ciò che accade negli altri paesi riguardo alle garanzie concesse ai governanti e ai parlamentari. Dal lavoro di Veltri emerge chiaramente come al mondo non esista nulla di paragonabile ai vari lodi della Casta (da Maccanico ad Alfano) a tutela del capo del Governo, e anche i parlamentari godono di tutele solo per gli atti e le opinioni strettamente legati all’attività politica, non certo per reati come la corruzione, il falso in bilancio o l’associazione a delinquere. A parte il fatto che in questi casi, nelle democrazie normali, il problema neppure si porrebbe: il soggetto in questione si dimetterebbe in un nanosecondo, incoraggiato dai suoi stessi compagni di partito. Veltri ricorda, tra gli altri, un caso particolarmente istruttivo: “Negli Stati Uniti la Costituzione prevede che il Parlamento può espellere i parlamentari per indegnità, come si è verificato il 24 luglio 2002, quando la Camera dei Rappresentanti ha espulso il deputato James A. Traficant Jr., condannato in aprile da una corte dell’Ohio a 8 anni per corruzione, frode ed evasione fiscale.” Esistesse una cosa del genere in Italia, i superstiti farebbero la fine della particella di sodio dell’acqua Lete.

Interessante andare a rileggere gli interventi dei parlamentari che ai tempi di Mani Pulite, quando faceva comodo, erano a favore dell’abolizione delle guarentigie parlamentari. Soprattutto quelli della Lega Nord e dell’allora MSI, oggi fedeli sostenitori di Silvio e Angelino. Come Gianfranco Fini: “Il governo deve dimettersi, bisogna andare subito alle elezioni per revocare l’immunità parlamentare a troppi ladroni rimasti impuniti. (30 gennaio1993)”. Proprio così, “troppi ladroni rimasti impuniti.” Anche Maurizio Gasparri parlava di “questa forma di disuguaglianza e di privilegio che si chiama immunità parlamentare.” Il premio per la coerenza va però come al solito alla Lega e al suo capo. Che, salvo omonimie, dovrebbe essere lo stesso Umberto Bossi che nel 1993 si esprimeva così: “La magistratura lavora bene contro i politici che hanno un’immunità da Medioevo. Noi siamo con i giudici e con il popolo. Perché il popolo tra i politici corrotti e i giudici sceglie i giudici.” Nulla in confronto all’intervento in aula (in rappresentanza della Lega) di Mario Borghezio, oggi uno dei più ferventi sostenitori dell’immunità, soprattutto applicata a se stesso. Borghezio citò nientemeno che Marat: “ - Quando il fuoco della rivolta si accende in molte parti della Repubblica, quando i nemici ci incalzano dall’esterno, quando si tratta di spegnere la guerra civile e di fermare il nemico, ciò che occorre sono le leggi eccezionali rivoluzionarie. Esaminiamo la condotta dei membri della convenzione, dei generali, di ministri, che ci sono denunciati da ogni parte; colpiamo i traditori, da qualunque parte si trovino – Ebbene, a Milano sono cominciate a cadere alcune teste, anche di politici eccellenti; altre cadranno sicuramente in molte altre città. Come Marat, la Lega dice: colpiamo, senza zone grigie, senza tentennamenti, senza riguardi per alcuno!”.

Per completare l’opera del Principe non rimane a questo punto che rimarcare il principio della “doppia legalità” cioè di uno Stato che oltre ad essere debole con i forti sia sempre più forte con i deboli. Ed è esattamente quello che sta accadendo in questi anni. La propaganda e la strumentalizzazione delle paure dei cittadini si stanno concretizzando sempre più in atti legislativi. Dalla ex-Cirielli all’aggravante razziale introdotta nel recente decreto-sicurezza, tutto sembra andare nella direzione di una società che, se da un lato rende tutto lecito al Principe e ai suoi vassalli, dall’altro mostra la faccia feroce ai soggetti più deboli ed emarginati. Che devono essere anch’essi puniti se delinquono, ci mancherebbe. Solo che fa leggermente senso lo zelo con cui certi signori predicano forche e manette per scippatori e ladri d’appartamento e considerano intoccabili i propri amici anche se coinvolti in reati ben più gravi.

Torna alla mente una sempre attualissima battuta di Marco Travaglio: “Il garantismo è un po’ come il sesso. Coloro che ne parlano di più sono quelli lo praticano di meno.”

Personalmente lo consiglio a chiunque questo libro,l'ho letto poco fa e fa davvero un quadro completo di come Corruzione e Mafia siano intrinsiche del nostro sistema di potere.
Causa effetto sono spiegati benissimo nel libro e la ricerca del perchè fa da sfondo ad un racconto che attraversa i punti più bassi della nostra democrazia.
Da leggere...
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