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Old 06-12-2005, 16:20   #1
gourmet
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C’è un giudice anche per la Cia

C’è un giudice anche per la Cia
di Luigi Bonanate

Gli argomenti che Condoleezza Rice è venuta a esporre all’Europa per giustificare la montagna di prove dei reati commessi dal governo statunitense arrestando e nascondendo ipotetici terroristi non hanno alcuna consistenza né politica né giuridica. Rifuggiamo dalle polemiche inutili: che dovremmo dire del fatto che soltanto Silvio Berlusconi, in tutto il mondo, ha cercato di negare, nei giorni scorsi, l’esistenza delle «prigioni volanti» americane?

Prigioni volanti, vieppiù, avverso le quali la stessa Commissione europea sta iniziando una procedura per infrazione contro i paesi membri che le hanno accolte? Per cui ci riferiremo dapprima alle dimensioni giurisdizionali della questione, che può essere riassunta in questi termini. Per motivi di sicurezza, nazionale e collettiva, funzionari americani (sia ufficiali sia privati a contratto) procedono al fermo, qua e là, di individui considerati colpevoli o complici o fautori di attacchi terroristici di matrice islamica (come si dice oggi con una generalizzazione insensata), che spostano di paese in paese, lontano dagli occhi di tutti, sfuggendo a ogni obbligo di natura giuridica nei confronti di persone che sono ormai prive della libertà. Quale giurisdizione si potrebbe far valere, hanno pensato, a favore di uno yemenita arrestato in Tanzania e fatto viaggiare per 25 ore in quattro distinti voli su aerei di nazionalità incerta che hanno fatto scalo in aeroporti ignoti? Ecco una bella invenzione per aggirare le leggi. Ma: quali leggi?

Per sfortuna della Cia, del Dipartimento di Stato americano, dello stesso Presidente degli Stati Uniti che potrebbe venire incriminato in uno qualsiasi dei paesi coinvolti nei quale esista l’obbligatorietà dell’azione penale (come in Italia), gli argomenti giuridici sui quali incardinare l’accusa di violazioni multiple dei diritti umani riconosciuti sono moltissimi. La terza e la quarta Convenzione di Ginevra (1949) vietano simili comportamenti nei confronti dei prigionieri e più in generale dei civili durante i conflitti armati; ancora più incisivi sono i due Protocolli aggiuntivi firmati nel 1977. Ma basterebbe leggersi la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’Onu nel 1948, agli artt. 7-11: tutti gli individui hanno gli stessi diritti di fronte alla legge, e sono tutelati contro ogni discriminazione; hanno diritto di ricorrere a tribunali nazionali; non possono essere arbitrariamente arrestati, detenuti o esiliati; hanno diritto a eque e pubbliche udienze processuali di fronte a un tribunale; sono presunti innocenti sino a che la colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo.
Chi lamentasse la genericità di queste statuizioni, o la loro obsolescenza, dovrà arrendersi di fronte alla Convenzione inter-americana sulla scomparsa forzata delle persone (votata dall’Organizzazione degli Stati Americani, un organismo notoriamente pro-statunitense, nel 1994 ed entrata in vigore nel 1996, in tempi non sospetti ma abbastanza vicini), il cui art. 2 proibisce «l’atto di privare in qualsiasi modo una o più persone della libertà, perpetrato da agenti dello stato o da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, l’appoggio o l’acquiescenza dello stato, cui faccia seguito l’assenza di informazioni su queste persone, il rifiuto di ammettere che sono state private della libertà o di dare informazioni sul luogo in cui si trovano»: insomma esattamente gli stessi comportamenti che, ad ascoltare Rice, sarebbero necessari per sconfiggere il terrorismo internazionale.

Se cade l’argomentazione giuridica rimane quella politica? La ragion di stato può ben giustificare menzogne o inganni richiesti da superiori ragioni di ordine pubblico: salus populi, già diceva Cicerone, suprema lex. Ma come dimostreremo mai che coloro che sono stati irritualmente arrestati o fatti sparire, con i quali non possiamo parlare, siano proprio quei pericolosi personaggi che potrebbero attentare alla sopravvivenza delle nostre istituzioni democratiche? Oggi gli Stati Uniti devono affrontare le conseguenze della scelta anti-giuridica che da diversi anni perseguono: non hanno mai accettato di confrontarsi sulle mine anti-uomo; non hanno firmato il Protocollo di Kyoto sulle emissioni nocive; hanno rifiutato l’adesione alla Corte penale internazionale. Hanno anche disatteso le risoluzioni Onu sulla crisi irachena e al Consigli di sicurezza sono andati a dir bugie...

Sarebbe meglio che gli Stati Uniti evitassero di richiamare gli alleati alla solidarietà di fronte al terrorismo: se quest’ultimo attacca lo stato democratico, noi non possiamo rispondergli demolendo lo stato di diritto.
Ma forse gli Stati Uniti non desiderano che il diritto faccia il suo cammino: ad applicarne le norme sui conflitti armati, sui crimini contro l’umanità, sul diritto umanitario finiremmo per scoprire che dovremmo accusare di questi reati i suoi rappresentanti, come ha ipotizzato il colonnello Wilkerson, consigliere a suo tempo dell’allora Segretario di stato americano Colin Powell!


http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=46133

Condivido in gran parte, ma vorrei far notare il grassetto. E' verissimo che questa amministrazione americana abbia sempre avuto la tendenza a voler liberarsi del diritto, sopratutto di quello internazionale, e a sostituirlo con la propria "morale" di parte, anti-terrorista, di esportazione della democrazia eccetera.

Ultima modifica di gourmet : 06-12-2005 alle 16:26.
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