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Old 22-03-2008, 14:39   #1
easyand
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Al Queda 10 anni di lotta contro l'occidente 1998-2008

Da Repubblica di ieri, consiglio la lettura è molto interessante


Sono passati dieci anni dal giorno in cui Al Qaeda dichiarò globalmente guerra all´America, e durante questo tempo le agenzie di spionaggio statunitensi hanno avuto poca fortuna nel reclutare informatori in grado di occupare posizioni chiave e - stando ai funzionari delle agenzie di intelligence europee e statunitensi - stanno scoprendo che far breccia nei vertici dell´organizzazione è più difficile di quanto non fosse infiltrarsi nel Cremlino ai tempi della Guerra Fredda.
Le tattiche di quegli anni, come promettere una ricompensa in denaro in cambio di informazioni, hanno infatti portato a scarsi risultati e non prendono in considerazione le motivazioni religiose dei radicali islamici.

Dagli attacchi dell´11 settembre 2001, dicono i funzionari, Al Qaeda ha intensificato la propria security interna e per stabilire chi può avere accesso ai propri leader si basa ancora di più sulle affiliazioni personali e tribali. Alain Chouet, ex capo del reparto di intelligence di sicurezza del Dgse, l´agenzia di spionaggio straniero della Francia, afferma che per farsi strada all´interno delle reti dei radicali islamici un informatore può impiegare anni.

Dieci anni fa Osama Bin Laden lanciò una fatwa in cui dichiarava che uccidere gli americani e i loro alleati in tutto il mondo era un dovere individuale di ogni musulmano. Da quel momento è cominciata la caccia al terrorista e ai suoi seguaci Con risultati spesso sconfortanti. Ecco perché
Il nucleo centrale in Pakistan e in Afghanistan non è stato scalfito dalle soffiate
Difficile infiltrare agenti segreti E le taglie non funzionano con i radicali islamici

E anche se all´inizio può avere successo, afferma, i nuovi membri di Al Qaeda sono spesso considerati usa-e-getta, ovvero: candidati di punta per le missioni suicida.
Dieci anni fa - il 23 febbraio 1998 - Osama Bin Laden lanciò una fatwa in cui dichiarava che uccidere gli americani e i loro alleati in tutto il mondo era «il dovere individuale di ogni musulmano». A posteriori, alcuni funzionari delle agenzie di intelligence europee e statunitensi hanno affermato che i loro governi hanno sottovalutato il nemico, pensando che per destabilizzare Al Qaeda sarebbe bastato ricorrere ai vecchi metodi.

Durante la Guerra Fredda ad esempio, la Cia riuscì a reclutare delle spie del Kgb e a convincere alcuni funzionari sovietici a disertare. Negli anni Ottanta inoltre l´agenzia «comprò» dei Signori della guerra afgani offrendo loro valige di denaro per persuaderli a combattere contro le forze sovietiche e, nel 2001, contro i talebani.

Simili strategie hanno funzionato anche contro i ribelli iracheni - ma sino ad un certo punto: nel 2006 la soffiata di un informatore ha portato direttamente alla morte di Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda in Iraq - Sino ad oggi però, il nucleo centrale di Al Qaeda in Pakistan e in Afghanistan si è dimostrato impervio alle soffiate.

In parte, il problema nasce dal fatto che pochissimi agenti della Cia e dell´Fbi parlano arabo e sarebbero in grado di seguire o reclutare informatori. E anziché affrettarsi ad assumere nuovo personale, le agenzie hanno ritenuto di potersi affidare ai satelliti spia e ad altri strumenti tecnologici.
Inoltre, prese dalla politica interna e da altre minacce, le agenzie di spionaggio arabe e pachistane non sono state di grande aiuto, hanno detto i funzionari. Tra il febbraio 1992 e il novembre 2004 «abbiamo lavorato a stretto contatto con gli egiziani e i giordani - i migliori servizi di intelligence arabi - che non sono riusciti a reclutare un solo individuo che fosse in grado di dare informazioni su Al Qaeda», ha detto Michael Scheuer, che negli anni Novanta dirigeva l´unità della Cia adibita alla cattura di Bin Laden, e che nel novembre del 2004 ha lasciato l´agenzia.

Dopo l´11 settembre le autorità statunitensi hanno assunto una tattica diversa: quella di offrire ricompense esorbitanti per ogni informazione che potesse portare alla cattura o all´uccisione dei leader di Al Qaeda, compresi venticinque milioni di dollari a testa per bin Laden e il suo vice, Ayman al-Zawahri. In Pakistan e in Afghanistan però tale esca si è dimostrata per lo più inefficace, e dopo la cattura di Khalid Sheik Mohammed, l´organizzatore degli attacchi dell´11 settembre, avvenuta a Rawalpindi, in Pakistan, nel marzo 2003, non ha portato alla consegna di alcuna ricompensa in nessuno dei due paesi.

Scheuer afferma che è improbabile che il denaro e altri incentivi di tipo tradizionale possano convincere i radicali islamici a tradire la causa religiosa alla quale sono ferventemente votati. «In questo praticamente siamo ancora fermi alle tecniche della Guerra Fredda», ha affermato Scheuer. «L´attuale nemico è molto più difficile di quanto non lo fossero i sovietici. È gente davvero convinta, che vive secondo le proprie convinzioni, senza circondarsi di lusso».

Dall´11 settembre 2001 le forze dell´ordine dell´Fbi e europee hanno avuto una certa fortuna nel reclutare informatori nei rispettivi paesi, e questo ha reso possibile penetrare all´interno di presunte cellule terroriste a Miami, New York, Londra e Copenhagen. Ma la direzione centrale di Al Qaeda in Pakistan resta immune a infiltrazioni. I suoi reclutatori cercano nuovi agenti con molta cautela, attingendo ai campi di addestramento gestiti da altri gruppi radicali, come i talebani. Gli individui prescelti ricevono compiti specifici e raramente entrano in contatto con personaggi di rilievo di Al Qaeda. Grandissima importanza viene data ai legami tribali o familiari, e alcune categorie di individui vengono sistematicamente considerate sospette, affermano i funzionari. Al Qaeda, ad esempio, ha evitato per anni di reclutare algerini in quanto riteneva che i gruppi terroristi dell´Algeria fossero infiltrati dai servizi di sicurezza del proprio governo.

Le agenzie di spionaggio statunitensi ed europee evitano di mandare nei campi di addestramento del Pakistan e dell´Afghanistan i propri agenti segreti, dicono i funzionari. Pochi agenti, spiegano, hanno le capacità linguistiche, una storia personale e una conoscenza dell´Islam radicale tali da permettere loro di farsi accettare nei campi. Anche reclutare degli outsider come spie presenta delle difficoltà.

I paesi europei e gli Stati Uniti pongono dei limiti all´assunzione di informatori dal passato nebuloso. Nel 1995 ad esempio, la Cia ha adottato delle nuove linee di condotta che prevedono il rilascio di un permesso speciale per il reclutamento di informatori che in passato sono stati accusati di abuso di diritti umani o reati gravi.

Ma i funzionari del controterrorismo continuano a sperare di riuscire un giorno a piazzare qualcuno all´interno di Al Qaeda. L´organizzazione, fanno notare, presenta un aspetto vulnerabile in quanto dipende da un continuo afflusso di nuovi membri per infoltire le proprie fila dipendere. E in tale flusso si potrebbero inserire degli agenti. Il 16 marzo Mustafa Abu al-Yazid, un comandante di Al Qaeda, ha diffuso via Internet una registrazione audio con cui cercava nuove reclute disposte a combattere in Afghanistan contro le truppe Nato e statunitensi. «L´organizzazione ha bisogno in particolare di ingegneri e dottori», ha detto, aggiungendo: «I vostri fratelli afgani vi stanno aspettando».

Al Qaeda inoltre ha dimostrato di accettare anche nuovi affiliati dal passato insolito. Adam Gadahn, un ventinovenne californiano di origine ebrea, si è trasferito in Pakistan dieci anni fa, dopo essersi convertito all´Islam, e pochi anni più tardi si è unito ad Al Qaeda, dove attualmente lavora come consulente della propaganda, in diretto contatto con Zawahiri e altri leader della dirigenza. Nel 2006 è stato accusato di tradimento da un gran giurì statunitense.

A metà degli anni Novanta un informatore marocchino di nascita che lavorava per l´intelligence straniera dei servizi segreti francesi è penetrato in due campi di addestramento dell´Afghanistan, stringendo rapporti personali con diversi personaggi di spicco di al-Qaeda. Stando al libro che ha pubblicato nel 2006 intitolato "La mia vita in Al Qaeda" l´informatore - un musulmano amante del vino e del tabacco, con il dono della parlantina - è riuscito ad entrare nei campi semplicemente arrivando in Pakistan e chiedendo in giro. Nascondendosi dietro lo pseudonimo di Omar Nasiri, l´informatore ha raccontato che i suoi superiori francesi hanno cercato di scoraggiarlo dall´intraprendere una tale missione, in quanto dubitavano che potesse riuscirvi.

«Per loro sono stato un regalo che si sono visti arrivare alla porta, ma mi hanno sempre sottovalutato», ha detto recentemente Nasiri in un´intervista. «Gli dissi "sapete ragazzi, non sto facendo nemmeno il dieci percento di quello che potrei fare". E questo li mandò su tutte le furie. Ma sapevano che avevo ragione».

Nasiri ha detto che oggi per degli informatori infiltrare Al-Qaeda nel sud asiatico sarebbe molto difficile, ma non impossibile. «La mia vita era un esame continuo. Ogni minima risposta, il più piccolo movimento», ha ricordato a proposito del tempo trascorso nei campi. «Dovevo mostrare una devozione totale alla causa. Facendo tutto questo per non farsi notare, anche se si finge, si rischia di finire prima o poi per crederci».
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