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Old 24-10-2006, 12:31   #1
fluke81
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Città: Messina
Messaggi: 9300
Banlieues un anno dopo

Il problema sicurezza è un tema caldo del dibattito in vista delle presidenziali
Il sindaco di Clichy-sous-Bois: lo sguardo sprezzante della società non è cambiato
Banlieues un anno dopo
Parigi teme una nuova rivolta
Violenze nelle periferie. I Servizi: intatte le radici dell'odio
di BERNARDO VALLI

<B>Banlieues un anno dopo<br>Parigi teme una nuova rivolta</B>

Due poliziotti francesi durante le rivolte urbane della periferia parigina, nel maggio 2006
ALLE 18,12 DEL 27 ottobre 2005, a Clichy-sous-Bois, nella periferia parigina, due giovani, Bouna Traoré, 15 anni, e Zyed Benna, 17 anni, morivano fulminati nella cabina elettrica in cui si erano introdotti scavalcando una rete metallica. Muhittin Altun, 17 anni, sopravvissuto con gravi ferite, raccontava di essersi nascosto con i compagni nel trasformatore dell'EdF (Electricité de France) per sfuggire ai poliziotti dai quali pensava di essere inseguito.

La notizia ha scatenato sommosse nelle grandi banlieues del Paese per ventuno notti consecutive, durante le quali sono state incendiate novemila automobili, sono stati devastati o danneggiati numerosi edifici pubblici, in gran parte scuole, e sono state fermate più di tremila persone, per lo più adolescenti.
Per tre settimane la Francia ha assistito stupita, sconvolta a quella esplosione di collera ai margini delle metropoli.

Una collera che non traboccava mai dai quartieri popolari in quelli residenziali, o nei centri commerciali, come se fosse una rabbia rispettosa delle frontiere sociali, e osasse sfogarsi soltanto nella desolata intimità dei sobborghi slabbrati, riservati ai poveri. I quali hanno distrutto le automobili dei vicini di casa, spesso altrettanto sfortunati, e danneggiato le proprie scuole.

Prima i francesi hanno temuto che la protesta degenerasse e si macchiasse di sangue, poi hanno cominciato a interrogarsi sui motivi che spingevano i figli di immigrati, spesso nati in Francia e con la nazionalità francese, a lanciarsi in quella che i commentatori più precipitosi chiamavano un'"intifada alla francese", e che Jacques Chirac, uscito da un lungo silenzio, si decise a definire "une crise d'identité, de sens et de repères". Per il presidente quei giovani piromani avevano smarrito il senso della vita e non avevano un punto di riferimento. I sociologi lessero nella sommossa delle banlieues tre messaggi: una ribellione contro la polizia (considerata un nemico e colpevole di avere provocato la morte dei ragazzi di Clichy-sous-Bois); un sentimento di abbandono nei confronti della scuola; e il rifiuto della discriminazione subita dai figli degli immigrati quando cercano un lavoro.

Si accese inevitabilmente un dibattito sul modello di integrazione francese basato sull'assimilazione; e non furono in pochi a denunciarne il fallimento. La rivolta degli immigrati, in larga parte di origine africana, annunciava il prevalere del comunitarismo, specificità anglosassone considerata una degenerazione nella Repubblica giacobina. I difensori del modello francese sono subito insorti. Fallito? È falso.

Affermarlo equivale a un insulto. Quando è stato applicato quel modello ha funzionato. Esso si articolava in più capitoli tutti tesi all'assimilazione.
I principali erano: la scuola repubblicana; il servizio militare; la forza dei sindacati integratori; l'assenza di ghetti etnici. E ancora, naturalmente, il primato della lingua e dell'insegnamento della cultura francese su quelli dei paesi d'origine degli immigrati.

Ma quasi tutto è finito in un disordine e in una passività che hanno favorito il comunitarismo, tanto denunciato ma ormai solidamente installato.
Ci fu anche chi sostenne che la violenza dei giovani delle banlieues, in gran parte magrebini, era la prova di una reale integrazione, poiché con quella violenza si esigeva l'applicazione dei principi repubblicani anche ai figli degli immigrati, che si sentivano discriminati. Lo sostenne uno storico, Emmanuel Todd, il quale fu subito sommerso dalle critiche. I ragazzi delle periferie non erano dei ribelli, hanno sentenziato i censori più severi.

Erano degli esclusi, spesso autoghetizzatisi, diventati dei rivoltosi nihilisti. Senza patria e senza principi. Come i protagonisti del film (L'Odio) di Mathieu Kassovitz.

Un anno dopo i Renseignements Généraux, il servizio della polizia che segue gli avvenimenti politici e sociali, insomma "l'orecchio del governo", sostiene in un rapporto confidenziale (rivelato dal Figaro), che "la maggior parte delle condizioni dodici mesi fa all'origine dello scatenamento della violenza collettiva sono ancora presenti". Il documento è esplicito: nelle banlieues può esplodere una nuova rivolta. L'allarme riguarda soprattutto la regione parigina, dove tutto è cominciato nel 2005.

Il testo contrasta con la relativa fiducia manifestata pubblicamente dal ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, secondo il quale non ci sarebbero finora segnali allarmanti. I poliziotti fanno tuttavia confidenzialmente notare che basta molto poco per mettere in agitazione le borgate. In settembre sono avvenuti 7 mila 327 episodi di violenza urbana; un netto aumento rispetto al mese precedente; nei primi sei mesi dell'anno ce ne sono stati oltre 50 mila. Nelle ultime settimane dei poliziotti sono stati aggrediti da bande di giovani, in alcuni casi sono caduti in veri e propri agguati. Questi fatti, "non più spontanei ma strutturati", sono sottolineati nel rapporto dei Renseignements Généraux e presentati come indizi rivelatori di possibili imminenti disordini, questa volta organizzati.

L'allarmata analisi della polizia è condivisa da tutti i sindaci delle città in cui ci sono quartieri definiti "sensibili" dalla burocrazia. Ed entrambi, sindaci e poliziotti, sono d'accordo nel denunciare quello che per loro è l'eccessivo zelo dei giornalisti in questi giorni impegnati a sondare gli umori delle banlieues, un anno dopo la sommossa. L'insistente attenzione della stampa potrebbe sollecitare l'esibizionismo dei giovani e spingerli a diventare i protagonisti di una nuova rivolta. Ma cosa è cambiato, che cosa è stato fatto in questi dodici mesi per distogliere i rivoltosi del 2005 dal compiere gli stessi vandalismi nel 2006? Secondo Claude Dilain, sindaco socialista di Clichy-sous-Bois, i suoi amministrati "non hanno visto cambiare lo sguardo sprezzante che la società getta su di loro". In sostanza per lui non è cambiato nulla, o molto poco.

Il governo agisce in due direzioni. Da un lato il primo ministro Dominique de Villepin esalta l'azione dell'Associazione nazionale per la coesione sociale, dotata di mezzo miliardo di euro da spendere nel 2007; ed enumera altresì le "cento misure" prese per agevolare la vita nelle periferie più disastrate. Si tratta di iniziative che chiedono tempo prima di dare risultati. Come del resto il ribasso della disoccupazione sul piano nazionale non ha effetti immediati tra i giovani, il quaranta per cento dei quali in certe banlieues è senza lavoro, e non ha alcuna prospettiva di trovarne uno nel futuro scrutabile.
Quando il sindaco di Clichy-sous-Bois dice che "lo sguardo sprezzante" della società non è cambiato, significa che la discriminazione nei confronti dei figli degli immigrati africani è immutata.

Assai più vistose e publicizzate sono, sull'altro versante, le iniziative di Nicolas Sarkozy, il quale nella sua veste di ministro degli Interni critica i magistrati perché troppo clementi nell'esercitare la giustizia, minaccia provvedimenti più severi nei confronti di chi aggredisce la polizia, e dichiara che i minorenni recidivi devono essere giudicati come se fossero maggiorenni. Favorito dal clima elettorale (tra sei mesi si terranno le presidenziali), il problema della sicurezza trova, come è inevitabile, largo spazio nei discorsi degli uomini politici e nelle preoccupazioni della gente. E le banlieues interessano soprattutto sotto quell'aspetto.
http://www.repubblica.it/2006/10/sez...ia-ancora.html
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