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Old 15-07-2007, 11:51   #1
von Clausewitz
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Putin minaccia Ma adesso ha paura davvero

un preveggente articolo del sempre ottimo Andrè Glucksmann di qualche giorno fa


(6 luglio, 2007) Corriere della Sera


RUSSIA

Putin minaccia Ma adesso ha paura davvero


Da tre anni, il Numero Uno della Russia parla a voce alta e forte. Non risparmia nessuno. Talora veste la potenza americana di un casco coloniale, talora minaccia con i propri missili le nostre città europee. Poi il padrone del Cremlino si modera, secondo un metodo sperimentato da augusti antenati, Stalin o Kruscev, accontentandosi di parole meno aggressive, talvolta decisamente affabili. E l' interlocutore si tranquillizza, rincuorato: vedete, basta aspettare perché si calmi. Allora, le sfuriate di Volodia sono prese alla leggera, come un modo di «parlare schietto» o come espressione di «franchezza virile». Certi esperti tuttavia si chiedono se ci ritroviamo di fronte ai drammatici alti e bassi che si alternavano nel rapporto Mosca-Washington ai bei vecchi tempi della guerra fredda. E' falso: i capitali russi prosperano nelle banche occidentali e i figli dell' élite frequentano le scuole anglosassoni per ricchi; la classe media di Mosca e San Pietroburgo è dedita al consumismo come europei e americani e i giovani fanno la coda davanti ai McDonald' s. E' finita l' epoca dei due blocchi separati da una cortina di ferro! Attenzione tuttavia a non ridurre le ricorrenti tensioni russo-atlantiche a incomprensioni passeggere che testimoniano una coabitazione ancora alla ricerca di un codice di buona condotta. Numerosi sono i commentatori che si accontentano di seguire, giorno dopo giorno, i rischi di una relazione instabile. Valga come esempio l' iniziativa improvvisata, lo «scudo antimissile» americano previsto in Repubblica Ceca e in Polonia, che avrebbe turbato o umiliato il grande vicino dell' Est, o l' insperato aumento del costo dell' energia che gli avrebbe dato alla testa. Simili spiegazioni non guardano lontano e presuppongono un Putin reattivo, che cambia secondo gli eventi e gli umori, incostante e volubile. Come se il nostro uomo, da quando ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, non coltivasse una linea coerente fondata su convinzioni profonde e immutabili. Il suo ministro degli Esteri, Serguei Lavrov, ha espresso con una formula l' ambizione cosmica di Putin: «Non un solo problema internazionale importante può essere risolto senza o contro la Russia». Adolescente che sognava di entrare nel Kgb, formato per dare la caccia ai dissidenti, capo dei «servizi Fsb», primo ministro improbabile, poi presidente di tutte le Russie, lo sconosciuto Putin si garantì la reputazione di uomo forte lanciando la seconda guerra in Cecenia. Mentre il suo esercito radeva al suolo Grozny, i signori Bush e Blair, ben presto raggiunti e superati da Schröder, Chirac e Berlusconi, tessevano lodi al good guy, al «democratico autentico» che ormai troneggiava al G8. Alcuni spiriti più avveduti, fra i quali il dissidente di sempre Sergei Kovaliev, Elena Bonner-Sakharov e la mia amica, poi assassinata, Anna Politkovskaia, avevano annunciato che il massacro dei civili ceceni era solo un inizio, che sarebbero seguite l' estinzione delle libertà pubbliche e la ripresa in mano dei mass media per culminare infine nel potere «verticale» di un Cremlino occupato da cloni del Kgb. Mi onoro di esser stato annoverato fra gli uccelli del malaugurio che contestavano, fin dall' inizio, che la «democratizzazione» della Russia fosse ineluttabile e in marcia. Al contrario, trionfavano l' autocrazia, il potere senza contropoteri di un gruppo dirigente popolato di super poliziotti e di profittatori portaborse. Molto presto si è avuta l' impressione che la popolazione russa riprendesse le abitudini servili contratte durante il comunismo e lo zarismo: meglio tener la bocca chiusa e adulare i piccoli padri del Cremlino. Molto presto i recalcitranti capirono quel che costa amare troppo la libertà. La cecità delle élite occidentali non ha scuse. «Cekista un giorno, cekista sempre», ama vantarsi l' attuale inquilino del Cremlino. Non lasciatevi illudere, non si tratta di pentimento, ma di galloni rivendicati con fervore insieme alla Gran Croce della legion d' onore che Chirac ha appuntato sul suo petto. Vladimir Putin non ha mai dissimulato il suo culto per il gran modello che fu Djerzinski, fondatore della Ceka (più tardi Gpu, Nkvd, Kgb, insomma la Gestapo sovietica, che ha amministrato il Gulag e prodotto milioni di cadaveri di innocenti). Allo stesso modo, l' idea imperiale che questo «patriota» si fa della grandeur russa salta agli occhi. Ristabilendo la musica gloriosa dell' inno sovietico, egli ricorre ai fasti e all' ortodossia zaristi per coltivare una nostalgia malsana e riflessi pavloviani. Solo l' ingenuo si meraviglierà del fatto che secondo Putin è il 1991 la data della «più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo Secolo»: non Auschwitz, non Hiroshima, né la Prima, né la Seconda guerra mondiale, ma... la dissoluzione dell' Unione Sovietica per opera di Boris Eltsin! Il «grande disegno» dell' attuale padrone della Russia è interamente inscritto in queste premesse. Nella misura del possibile, Putin vuole ristabilire l' egemonia di Mosca sui propri «vicini più immediati», ritrovare l' influenza sulle ex repubbliche vassalle dell' Europa centrale e neutralizzare l' Europa occidentale. Ai metodi intimidatori ereditati dalla guerra fredda (ricatto nucleare sulle città dell' Unione Europea), si aggiungono procedure inedite, come l' asfissia economica di Georgia, Polonia o Paesi baltici, come le minacce sull' approvvigionamento in energia e il tentativo di stringere in una morsa (Russia + Algeria + Paesi arabi) il continente europeo. In più, con l' aiuto di nuove risorse finanziarie, si aggiunge la volontà di ottenere il controllo di gangli decisivi dell' economia (assalti a Arcilor o Eads) o della zona grigia di corruzione internazionale e mafiosa. Altri mezzi di pressione non trascurabili: la vendita d' armi per equipaggiare senza restrizioni tutti gli agitatori del pianeta, da Hugo Chávez all' Iran, passando per i narco-marxisti dell' America Latina. Eppure, l' uomo forte della Russia non è che un colosso dai piedi d' argilla. Per quanto colga tutte le occasioni per mettere in imbarazzo europei e americani (in Kosovo, in Iraq), il suo agitarsi proteiforme e la sua facoltà di nuocere non riescono a nascondere una formidabile angoscia. Durante la Rivoluzione arancione, a Kiev, Putin ha scoperto con stupore che, da un giorno all' altro, un quarto della popolazione fino allora sottomessa de facto al suo diktat (per lui ucraini = russi) poteva d' un tratto sfuggire alla sua influenza. Lo stesso per la Georgia e la sua Rivoluzione delle Rose. Putin ha sentito il suolo che gli tremava sotto i piedi e, da allora, fa di tutto per ristabilire la propria autorità sull' ex impero dei Soviet. Nulla è per lui acquisito e l' instabilità permane. La nuova aggressività del Cremlino nasce dalla paura. La ripresa in mano o la proibizione delle Ong, le intimidazioni terroristiche sulla stampa e sui difensori dei diritti dell' uomo, gli omicidi esemplari di giornalisti o transfughi del Kgb che potrebbero «parlare» e il chiuso inferno che continua ad essere la repressione in Caucaso testimoniano la sua inquietudine. In definitiva, né i carri armati (Berlino 1953, Badapest 1956, Praga 1968) né i servizi segreti (Varsavia 1981) hanno evitato la caduta del Muro di Berlino (1989). I due mesi della Rivoluzione arancione (Kiev 2005) sono serviti allo smemorato Putin come vaccino di richiamo. Da qui, il suo darsi da fare per contenere qualsiasi contagio di libertà, reprimere sul nascere qualsiasi protesta sia pur pacifica. E' difficile far passare Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi, per un «terrorista». Da qui, la sua volontaria paranoia che denuncia di giorno in giorno molteplici «complotti» occidentali, uno più assurdo dell' altro. Chi può credere che l' intelligence liquidi in piena Londra uno dei propri agenti con il polonio 210? Poco importa, le menzogne che non stanno in piedi sono per uso interno. Settant' anni di comunismo hanno educato un popolo, lo straniero è il nemico, l' Unione Sovietica, oggi la Russia, sono «fortezze assediate». E' giunto il momento per le democrazie di smetterla di contemplare con indifferenza il degenerare degli affari russi. Un tempo, gli occidentali seppero negoziare con Breznev gli accordi di Helsinki, che diedero ossigeno a tutti gli spiriti liberi della Russia. Certo, abbiamo bisogno del gas russo, ma lo zar del petrolio ha bisogno di noi per preservare i propri beni e stabilizzare la propria società; sta a noi evitare che egli edifichi alle nostre porte una potenza nociva che nessuno, forse nemmeno lui, riuscirebbe a controllare. La libertà d' espressione e i diritti dell' uomo in Russia non sono semplici esigenze morali e umanitarie. Oggi, sono le condizioni della nostra sicurezza in un universo caotico come non mai. Traduzione di Daniela Maggioni

Glucksmann Andre'
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Old 15-07-2007, 11:57   #2
lowenz
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L'amico Putin campione di democrazia!

Chi è che lo diceva? Mi rinfrescate la memoria?
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Old 15-07-2007, 11:59   #3
fabio80
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L'amico Putin campione di democrazia!

Chi è che lo diceva? Mi rinfrescate la memoria?
non bastano le persone che lo tirano sempre in ballo anche quando si parla di overclock, pure te ti ci devi mettere?
fabio80 è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
Old 15-07-2007, 12:01   #4
lowenz
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non bastano le persone che lo tirano sempre in ballo anche quando si parla di overclock, pure te ti ci devi mettere?
Anche l'articolista a quanto pare:

"Mentre il suo esercito radeva al suolo Grozny, i signori Bush e Blair, ben presto raggiunti e superati da Schröder, Chirac e Berlusconi, tessevano lodi al good guy, al «democratico autentico» che ormai troneggiava al G8."

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Old 15-07-2007, 12:20   #5
blamecanada
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Perché, sotto Eltsin (l'uomo che BOMBARDAVA il parlamento) c'era la democrazia?

Siamo serii, Putin è un presidente ben migliore dell'ubriacone che lo ha preceduto e che ha spartito le ricchezze della Russia tra pochi gerarchi ed ha mandato a vivere sotto i ponti (a diversi gradi sotto zero, siamo in Russia) migliaia di lavoratori, ha distrutto tutti i servizi pubblici lasciando nella miseria piú nera la popolazione. Tra l'altro tre quarti della popolazione tramite referendum si era detta contraria allo scioglimento dell'URSS. Eltsin ha svenduto il Paese agli stranieri, ed infatti è odiatissimo da gran parte dei russi.
Putin non è certo un democratico ma è apprezzato da gran parte dei russi, perché ha perseguito gli odiatissimi oligarchi ed ha rilanciato l'economia del Paese con la nazionalizzazione delle risorse petrolifere.

Ridicoli poi i riferimenti a Chavez come guerrafondaio, mi pare che i guerrafondai finora siano stati i presidenti a stelle e strisce, che tra l'altro hanno ardito un colpo di Stato contro lo stesso Chavez (che ricordo è stato democraticamente eletto, elezione certificata dalla Carter Foundation e dall'Unione Europea, che non sono esattamente organismi del complotto komunista internazionale).

Questo articolo è pura spazzatura.
__________________
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Old 15-07-2007, 14:17   #6
shambler1
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Perché, sotto Eltsin (l'uomo che BOMBARDAVA il parlamento) c'era la democrazia?

Siamo serii, Putin è un presidente ben migliore dell'ubriacone che lo ha preceduto e che ha spartito le ricchezze della Russia tra pochi gerarchi ed ha mandato a vivere sotto i ponti (a diversi gradi sotto zero, siamo in Russia) migliaia di lavoratori, ha distrutto tutti i servizi pubblici lasciando nella miseria piú nera la popolazione. Tra l'altro tre quarti della popolazione tramite referendum si era detta contraria allo scioglimento dell'URSS. Eltsin ha svenduto il Paese agli stranieri, ed infatti è odiatissimo da gran parte dei russi.
Putin non è certo un democratico ma è apprezzato da gran parte dei russi, perché ha perseguito gli odiatissimi oligarchi ed ha rilanciato l'economia del Paese con la nazionalizzazione delle risorse petrolifere.

Ridicoli poi i riferimenti a Chavez come guerrafondaio, mi pare che i guerrafondai finora siano stati i presidenti a stelle e strisce, che tra l'altro hanno ardito un colpo di Stato contro lo stesso Chavez (che ricordo è stato democraticamente eletto, elezione certificata dalla Carter Foundation e dall'Unione Europea, che non sono esattamente organismi del complotto komunista internazionale).

Questo articolo è pura spazzatura.
E' migliore per i russi non per chi la Russia vorrebbe rosicchiarla come una mela..ecco perchè è diventato "nemico della democrazia" .
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Old 16-07-2007, 00:14   #7
blamecanada
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E' migliore per i russi non per chi la Russia vorrebbe rosicchiarla come una mela..ecco perchè è diventato "nemico della democrazia" .
Ovvio.
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Old 16-07-2007, 07:50   #8
sempreio
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un preveggente articolo del sempre ottimo Andrè Glucksmann di qualche giorno fa


(6 luglio, 2007) Corriere della Sera


RUSSIA

Putin minaccia Ma adesso ha paura davvero


Da tre anni, il Numero Uno della Russia parla a voce alta e forte. Non risparmia nessuno. Talora veste la potenza americana di un casco coloniale, talora minaccia con i propri missili le nostre città europee. Poi il padrone del Cremlino si modera, secondo un metodo sperimentato da augusti antenati, Stalin o Kruscev, accontentandosi di parole meno aggressive, talvolta decisamente affabili. E l' interlocutore si tranquillizza, rincuorato: vedete, basta aspettare perché si calmi. Allora, le sfuriate di Volodia sono prese alla leggera, come un modo di «parlare schietto» o come espressione di «franchezza virile». Certi esperti tuttavia si chiedono se ci ritroviamo di fronte ai drammatici alti e bassi che si alternavano nel rapporto Mosca-Washington ai bei vecchi tempi della guerra fredda. E' falso: i capitali russi prosperano nelle banche occidentali e i figli dell' élite frequentano le scuole anglosassoni per ricchi; la classe media di Mosca e San Pietroburgo è dedita al consumismo come europei e americani e i giovani fanno la coda davanti ai McDonald' s. E' finita l' epoca dei due blocchi separati da una cortina di ferro! Attenzione tuttavia a non ridurre le ricorrenti tensioni russo-atlantiche a incomprensioni passeggere che testimoniano una coabitazione ancora alla ricerca di un codice di buona condotta. Numerosi sono i commentatori che si accontentano di seguire, giorno dopo giorno, i rischi di una relazione instabile. Valga come esempio l' iniziativa improvvisata, lo «scudo antimissile» americano previsto in Repubblica Ceca e in Polonia, che avrebbe turbato o umiliato il grande vicino dell' Est, o l' insperato aumento del costo dell' energia che gli avrebbe dato alla testa. Simili spiegazioni non guardano lontano e presuppongono un Putin reattivo, che cambia secondo gli eventi e gli umori, incostante e volubile. Come se il nostro uomo, da quando ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, non coltivasse una linea coerente fondata su convinzioni profonde e immutabili. Il suo ministro degli Esteri, Serguei Lavrov, ha espresso con una formula l' ambizione cosmica di Putin: «Non un solo problema internazionale importante può essere risolto senza o contro la Russia». Adolescente che sognava di entrare nel Kgb, formato per dare la caccia ai dissidenti, capo dei «servizi Fsb», primo ministro improbabile, poi presidente di tutte le Russie, lo sconosciuto Putin si garantì la reputazione di uomo forte lanciando la seconda guerra in Cecenia. Mentre il suo esercito radeva al suolo Grozny, i signori Bush e Blair, ben presto raggiunti e superati da Schröder, Chirac e Berlusconi, tessevano lodi al good guy, al «democratico autentico» che ormai troneggiava al G8. Alcuni spiriti più avveduti, fra i quali il dissidente di sempre Sergei Kovaliev, Elena Bonner-Sakharov e la mia amica, poi assassinata, Anna Politkovskaia, avevano annunciato che il massacro dei civili ceceni era solo un inizio, che sarebbero seguite l' estinzione delle libertà pubbliche e la ripresa in mano dei mass media per culminare infine nel potere «verticale» di un Cremlino occupato da cloni del Kgb. Mi onoro di esser stato annoverato fra gli uccelli del malaugurio che contestavano, fin dall' inizio, che la «democratizzazione» della Russia fosse ineluttabile e in marcia. Al contrario, trionfavano l' autocrazia, il potere senza contropoteri di un gruppo dirigente popolato di super poliziotti e di profittatori portaborse. Molto presto si è avuta l' impressione che la popolazione russa riprendesse le abitudini servili contratte durante il comunismo e lo zarismo: meglio tener la bocca chiusa e adulare i piccoli padri del Cremlino. Molto presto i recalcitranti capirono quel che costa amare troppo la libertà. La cecità delle élite occidentali non ha scuse. «Cekista un giorno, cekista sempre», ama vantarsi l' attuale inquilino del Cremlino. Non lasciatevi illudere, non si tratta di pentimento, ma di galloni rivendicati con fervore insieme alla Gran Croce della legion d' onore che Chirac ha appuntato sul suo petto. Vladimir Putin non ha mai dissimulato il suo culto per il gran modello che fu Djerzinski, fondatore della Ceka (più tardi Gpu, Nkvd, Kgb, insomma la Gestapo sovietica, che ha amministrato il Gulag e prodotto milioni di cadaveri di innocenti). Allo stesso modo, l' idea imperiale che questo «patriota» si fa della grandeur russa salta agli occhi. Ristabilendo la musica gloriosa dell' inno sovietico, egli ricorre ai fasti e all' ortodossia zaristi per coltivare una nostalgia malsana e riflessi pavloviani. Solo l' ingenuo si meraviglierà del fatto che secondo Putin è il 1991 la data della «più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo Secolo»: non Auschwitz, non Hiroshima, né la Prima, né la Seconda guerra mondiale, ma... la dissoluzione dell' Unione Sovietica per opera di Boris Eltsin! Il «grande disegno» dell' attuale padrone della Russia è interamente inscritto in queste premesse. Nella misura del possibile, Putin vuole ristabilire l' egemonia di Mosca sui propri «vicini più immediati», ritrovare l' influenza sulle ex repubbliche vassalle dell' Europa centrale e neutralizzare l' Europa occidentale. Ai metodi intimidatori ereditati dalla guerra fredda (ricatto nucleare sulle città dell' Unione Europea), si aggiungono procedure inedite, come l' asfissia economica di Georgia, Polonia o Paesi baltici, come le minacce sull' approvvigionamento in energia e il tentativo di stringere in una morsa (Russia + Algeria + Paesi arabi) il continente europeo. In più, con l' aiuto di nuove risorse finanziarie, si aggiunge la volontà di ottenere il controllo di gangli decisivi dell' economia (assalti a Arcilor o Eads) o della zona grigia di corruzione internazionale e mafiosa. Altri mezzi di pressione non trascurabili: la vendita d' armi per equipaggiare senza restrizioni tutti gli agitatori del pianeta, da Hugo Chávez all' Iran, passando per i narco-marxisti dell' America Latina. Eppure, l' uomo forte della Russia non è che un colosso dai piedi d' argilla. Per quanto colga tutte le occasioni per mettere in imbarazzo europei e americani (in Kosovo, in Iraq), il suo agitarsi proteiforme e la sua facoltà di nuocere non riescono a nascondere una formidabile angoscia. Durante la Rivoluzione arancione, a Kiev, Putin ha scoperto con stupore che, da un giorno all' altro, un quarto della popolazione fino allora sottomessa de facto al suo diktat (per lui ucraini = russi) poteva d' un tratto sfuggire alla sua influenza. Lo stesso per la Georgia e la sua Rivoluzione delle Rose. Putin ha sentito il suolo che gli tremava sotto i piedi e, da allora, fa di tutto per ristabilire la propria autorità sull' ex impero dei Soviet. Nulla è per lui acquisito e l' instabilità permane. La nuova aggressività del Cremlino nasce dalla paura. La ripresa in mano o la proibizione delle Ong, le intimidazioni terroristiche sulla stampa e sui difensori dei diritti dell' uomo, gli omicidi esemplari di giornalisti o transfughi del Kgb che potrebbero «parlare» e il chiuso inferno che continua ad essere la repressione in Caucaso testimoniano la sua inquietudine. In definitiva, né i carri armati (Berlino 1953, Badapest 1956, Praga 1968) né i servizi segreti (Varsavia 1981) hanno evitato la caduta del Muro di Berlino (1989). I due mesi della Rivoluzione arancione (Kiev 2005) sono serviti allo smemorato Putin come vaccino di richiamo. Da qui, il suo darsi da fare per contenere qualsiasi contagio di libertà, reprimere sul nascere qualsiasi protesta sia pur pacifica. E' difficile far passare Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi, per un «terrorista». Da qui, la sua volontaria paranoia che denuncia di giorno in giorno molteplici «complotti» occidentali, uno più assurdo dell' altro. Chi può credere che l' intelligence liquidi in piena Londra uno dei propri agenti con il polonio 210? Poco importa, le menzogne che non stanno in piedi sono per uso interno. Settant' anni di comunismo hanno educato un popolo, lo straniero è il nemico, l' Unione Sovietica, oggi la Russia, sono «fortezze assediate». E' giunto il momento per le democrazie di smetterla di contemplare con indifferenza il degenerare degli affari russi. Un tempo, gli occidentali seppero negoziare con Breznev gli accordi di Helsinki, che diedero ossigeno a tutti gli spiriti liberi della Russia. Certo, abbiamo bisogno del gas russo, ma lo zar del petrolio ha bisogno di noi per preservare i propri beni e stabilizzare la propria società; sta a noi evitare che egli edifichi alle nostre porte una potenza nociva che nessuno, forse nemmeno lui, riuscirebbe a controllare. La libertà d' espressione e i diritti dell' uomo in Russia non sono semplici esigenze morali e umanitarie. Oggi, sono le condizioni della nostra sicurezza in un universo caotico come non mai. Traduzione di Daniela Maggioni

Glucksmann Andre'

i russi non sono solo i 4 oligarchi che hanno depredato la russia e qualche migliaio di borghesi, ma sono 150milioni! i russi non fanno la conta in base a quanto vale una persona come i democratici occidentali!
sempreio è offline   Rispondi citando il messaggio o parte di esso
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