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Old 04-12-2008, 07:17   #1
indelebile
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Messaggi: 297
Napoli mazzette bipartisan? tutti d'accordo, ma va?

La manutenzione delle strade di Napoli non fu assegnata per mancanza di fondi
La Procura: per i politici nessuna immunità. Verifiche sui rapporti fra Romeo e 3 deputati
I pm indagano su un accordo
per l'appalto da 400 milioni
di DARIO DEL PORTO

NAPOLI - Un appalto da 400 milioni in 9 anni congegnato in modo da poter essere attribuito a un solo imprenditore: per affidare in "global service" al gruppo guidato da Alfredo Romeo la manutenzione delle strade di Napoli, ipotizza la Procura di Napoli, era stato raggiunto un accordo fra esponenti di schieramenti politici contrapposti. La strada amministrativa dell'operazione passava per il Provveditorato alle opere pubbliche di Campania e Molise, all'epoca dei fatti guidato da Mario Mautone.

Ecco dunque il cuore dell'inchiesta che allarmava l'ex assessore Giorgio Nugnes, morto suicida sabato scorso, e che potrebbe scatenare un terremoto nei palazzi del potere napoletano. Nelle intercettazioni o nelle pagine dell'indagine compaiono a vario titolo i nomi di almeno tre parlamentari, assessori o ex assessori della giunta Iervolino, uomini delle forze dell'ordine e della magistratura. Posizioni che gli inquirenti hanno vagliato e vagliano con l'obiettivo di separare le condotte potenzialmente illecite da riferimenti indiretti o non sanzionabili penalmente.

Romeo era intercettato nell'ambito del fascicolo-madre dell'indagine, aperto a Santa Maria Capua Vetere e poi trasmesso a Napoli. Verifiche sono state disposte su interessi imprenditoriali comuni fra l'imprenditore e il deputato di An Italo Bocchino, che ha manifestato agli inquirenti massima disponibilità a chiarire questo ed eventuali altri aspetti, e sui rapporti tra Nugnes e l'esponente del Pd Renzo Lusetti, legato all'ex assessore da una lunga amicizia. Nella qualità di provveditore, Mautone aveva intrecciato diverse relazioni istituzionali, anche con il senatore dipietrista Nello Formisano, fino a quando proprio l'allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, appena avuto sentore di possibili attività poco trasparenti, lo trasferì chiedendo anche al figlio Cristiano, consigliere provinciale del Molise, di interrompere qualsiasi contatto.

Nella giunta Iervolino hanno lavorato negli anni alla delibera sul "global service", rimasta poi al palo per mancanza di fondi, anche gli assessori Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio ed entrambi, in questi giorni, hanno definito doverosa l'attenzione dei pm. L'ex assessore alla Legalità Giuseppe Gambale ha respinto annunciando querele le voci di stampa su un suo presunto coinvolgimento nell'inchiesta mentre Enrico Cardillo, dimessosi da responsabile del Bilancio il giorno prima del suicidio di Nugnes, ha sempre smentito un collegamento fra la scelta e le indagini.

Ieri intanto il procuratore Giandomenico Lepore ha difeso il lavoro dei sostituti (indagano i pm Vincenzo D'Onofrio, Pierpaolo Filippelli e Raffaello Falcone, coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti) mettendo in guardia sui veleni di questi giorni: "Siamo noi magistrati i primi ad essere danneggiati dalle fughe di notizie. I corvi? Intorno alla Procura ne volano in tanti". Quindi ha aggiunto: "Sui politici non può esserci alcuna immunità. Se commettono un reato, vanno perseguiti".



Dopo il suicidio di Nugnes, l'ombra delle intercettazioni sulla giunta
Al centro dell'indagine il provveditore, cinque assessori e un imprenditore
Napoli, l'inchiesta dei veleni
sul "patto degli appalti"
di GIUSEPPE D'AVANZO

NAPOLI - Il fatto è che una manina si è portata via dagli uffici della Direzione investigativa antimafia di Napoli una copia delle intercettazioni dell'indagine che, nel suo avvio e senza alcuna ironia, gli investigatori chiamavano Magnanapoli. Dicono fonti vicine all'inchiesta che ora il boccino ce l'hanno in mano un paio di "barbe finte" - di spioni - che distillano veleni con almeno tre obiettivi ormai espliciti. 1. Azzoppare un'inchiesta che, presto svelerà come sinistra e destra, governo cittadino e opposizione consiliare vivono, a Napoli, d'amorosi sensi quando si discute e si decide di appalti e affari. 2. Regolare qualche conto in sospeso tra le burocrazie della sicurezza. 3. Soffiare "per input politici e gerarchici" il nome di innocenti, incappati nelle intercettazioni telefoniche, per farne colpevoli da sbattere sui giornali. Bisogna allora cominciare da qui - dalla disinformazione - per diradare qualche nebbia. L'operazione consente di vedere all'opera le manine galeotte, gli utilizzatori en plein air, i virtuali beneficiari, gli sventurati target.

Uno sventurato target è Antonio Di Pietro. Suo figlio Cristiano, 34 anni, al tempo consigliere provinciale di Campobasso, si mette in contatto con Mario Mautone, provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise. Mal gliene incolse.

I comportamenti di Mautone sono già al centro dell'inchiesta di Napoli. Iperattivo, interlocutore favorito di amministratori, politici, imprenditori, amico giovialissimo di questori, generali e magistrati. E' settembre dello scorso anno. Una manina consegna al senatore Sergio De Gregorio (Partito delle libertà) la notizia che Cristiano Di Pietro è "indagato dalla procura di Napoli in un'inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto in Molise". La notizia farlocca viene rilanciata dal Giornale, che ancora ieri ostinatamente la ripubblica. Raccontano che, di quelle intercettazioni, venga a conoscenza anche Silvio Berlusconi; che venga sollecitato a utilizzarle come una mazzuola sulla testa del suo "nemico" storico (Di Pietro) e contro il partito democratico (governa Napoli e la Campania da quindici anni).

Il premier non ne fa nulla. L'uomo ha un felice intuito perché la storia, come gliela raccontano, è bugiarda. E' vero, il giovane Di Pietro - intercettato - discute con Mautone della sorte di un paio di caserme dei carabinieri in Molise. "Più che correttamente", dicono oggi fonti vicino all'inchiesta. Il padre, Di Pietro il vecchio, Antonio, in quei mesi ministro delle Infrastrutture, ha il cattivo carattere che ha - si sa - e al primo stormir di foglie dell'indagine rimuove Mautone sottraendogli l'autonomia di provveditore per consegnarlo a un incarico non operativo al ministero.

"Mi sono sempre comportato così - dice ora Di Pietro - Se sapevo che la magistratura stava valutando la correttezza dei comportamenti di un alto dirigente lo destinavo a un incarico non operativo - è accaduto in cinque, sei occasioni - nell'interesse del ministero, della giustizia, del dirigente indagato o soltanto coinvolto nell'indagine". Fonti vicino all'inchiesta confermano che Di Pietro si è comportato in questa storia con "esemplare correttezza".

Il venticello calunnioso soffiato contro il leader dell'Italia dei Valori è analogo all'aria venefica che le "barbe finte" sbuffano contro il colonnello Gaetano Maruccia (comandante provinciale dei carabinieri) e il generale Vito Bardi (comandante regionale della Guardia di Finanza in Campania). Li dicono, con il questore Oscar Fiorolli, indagati, compromessi dall'amicizia e rovinati dagli interessi opachi del provveditore. In realtà, i nomi dei militari saltano fuori nelle conversazioni telefoniche, ma in maniera neutra. Bardi e Maruccia prendono subito il largo da quel tipo, Mautone. Fiorolli, più amichevole e frivolo, si attarda a frequentarlo, ma non fino al punto di lasciarsene coinvolgere, a quanto pare.

E' tra questi miasmi e veleni che precipita Giorgio Nugnes. Nelle ultime ore, prima del suicidio si aggira tra le redazioni dei giornali. Determinato a scrollarsi di dosso ogni accusa, chiede ai cronisti che apprezza: "Ma perché anche i servizi segreti indagano su di me?". Ipotizzano gli investigatori che Nugnes, nella notte tra venerdì e sabato 29 novembre, possa essere stato avvicinato dalle "barbe finte", pressato, minacciato con false notizie fino al punto che l'uomo ha ceduto di schianto la mattina dopo, impiccandosi. Se queste supposizioni dovessero trovare conferma, più che di un "nuovo Enzo Tortora", come suggerisce Francesco Cossiga, Giorgio Nugnes sarebbe la vittima di una stagione di veleni che era sconosciuta a Napoli, città più facile al melodramma e al buffo che alla tragedia.

Sgombrato il campo dal loglio, resta il grano ed è grano molto guasto. Comunque vada, quando le conversazioni telefoniche diventeranno pubbliche, della giunta di Rosa Iervolino resterà soltanto polvere per le prassi di governo, l'etica che le ispira, gli interessi personali protetti, la rete di potere non trasparente e trasversale che quei colloqui portano alla luce.

L'inchiesta giudiziaria trova il suo focus in un triangolo. Il provveditore alle opere pubbliche; cinque assessori; l'imprenditore Alfredo Romeo. Sullo sfondo, a Roma, i rapporti "tutti ancora da chiarire" con politici nazionali, tra cui Renzo Lusetti (Pd), Nello Formisano (IdV), Italo Bocchino (PdL). Il "triangolo" di interessi è alle prese con un global service, un progetto di gestione integrata delle proprietà della pubblica amministrazione. Rosa Iervolino lo presentò pubblicamente nella primavera del 2007 come "un regalo per Giorgio Napolitano che trascorre qui la Pasqua". Il piano, "in una visione unitaria", avrebbe dovuto "valorizzare il patrimonio pubblico, dagli immobili alle strade, dai palazzi monumentali a quelli di edilizia residenziale".

E' un appalto che i protagonisti istituzionali e amministrativi - Mario Mautone, il provveditore; Enrico Cardillo, l'assessore al bilancio (ora dimissionario); Giorgio Nugnes, dimissionario dall'assessorato alla protezione civile - cuciono come una giacca ben tagliata sulle spalle di Alfredo Romeo. A quanto pare, le indagini non svelano "cavalli di ritorno", mazzette che premiano la corruzione - se non pallide tracce, tutte ancora indagare - ma le fonti di prova raccolte, per la procura, sono adeguate a dimostrare la fraudolenza della gara e, quindi, la richiesta di misure cautelari - in soldoni, di arresti - inviata al giudice per indagini preliminari che, se fa in fretta (ha l'incarto da luglio), potrebbe decidere anche prima di Natale. Turbativa d'asta, dunque. Il reato non è esplosivo.

Esplosive sono le conversazioni che dimostrano quanto il parolaio guerresco del confronto pubblico tra destra e sinistra sia, a Napoli, soltanto una mascherata. In realtà, ogni rivolo della spesa pubblica si decide in un compromesso utile a proteggere gli interessi personali, la rendita politica, le quote di consenso di ciascun partito. Una realtà politico e amministrativa che trova la sua conferma nel sostegno di Forza Italia alla giunta Iervolino in occasione del bilancio, nella protezione che alla Regione Silvio Berlusconi offre al pericolante Bassolino. L'equilibrio amministrativo e istituzionale non è costruito per l'interesse pubblico, con l'urgenza di lavorare insieme per far fronte alle gravi criticità della Campania, alla crisi profonda della città, ma intorno alla corruzione, al clientelismo, per usare le formule del capo dello Stato.

Forse informato per rispetto istituzionale (il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore smentisce), Giorgio Napolitano ha anticipato (se si hanno orecchie per ascoltare) le ragioni della prossima crisi politica che travolgerà, con l'inchiesta giudiziaria, l'amministrazione e il ceto politico cittadino. Lo ha fatto così: "E' assolutamente indispensabile che cambino i comportamenti di tutti i soggetti, pubblici e privati, che condizionano negativamente il miglior uso della risorse disponibili con il peso delle intermediazioni improprie che possono ricondursi a forma di corruzione e clientelismo, interferenza e manipolazione. (Bisogna) mettere in discussione la qualità della politica, l'efficienza delle amministrazioni pubbliche e l'impegno a elevare il grado complessivo di coscienza civica". A buon intenditore, poche parole.
__________________
Sono contrario al matrimonio dei preti: se fanno figli, siamo finiti. (cit)
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Old 04-12-2008, 09:52   #2
Jacoposki
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lasciatemi sognare un'altra tangentopoli con relative mani pulite.
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