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Afghanistan: la guerra segreta degli italiani
L’ultima battaglia è scoppiata il sabato di Pasqua, con i soldati italiani che dirigevano il fuoco degli elicotteri americani Apache contro i talebani. Ma era l’ultima di una lunga serie. A piedi, con i muli, nei mezzi che assomigliano a gatti delle nevi blindati, gli alpini paracadutisti dell’avamposto di Surobi, 70 chilometri a sud-est di Kabul, ce la mettono tutta. Centoquaranta uomini a cominciare dai corpi speciali, i ranger del reggimento Monte Cervino, con i paracadutisti della Folgore e gli esperti Cimic degli interventi umanitari e di ricostruzione. Tutti in prima linea nella guerra degli italiani in Afghanistan.
Gli alpini del reggimento di artiglieria di Fossano stanno di vedetta sulla postazione Olimpo in trincee fatte di pietre, come sul Carso nel 1915-18. I soldati italiani, sferzati dal vento e con la faccia bruciata dal sole, raccontano che all’orizzonte “passano gli elicotteri, sfrecciano i caccia e si sentono le esplosioni dei bombardamenti nella valle di Tagab”. Una roccaforte talebana dove gli americani pestano duro. La postazione Olimpo è un cocuzzolo che domina Camp Tora, la base avanzata italiana. La presenza sovietica negli anni Ottanta è segnalata dai resti di alcuni bunker. Anche il mullah Omar, il capo guercio dei talebani, aveva usato la base come alloggio. I soldati italiani sono arrivati lo scorso dicembre e hanno già sostenuto otto conflitti a fuoco. L’ultimo il 22 marzo, sabato di Pasqua, quando un velivolo senza pilota americano ha perso il segnale ed è atterrato intatto nella famigerata valle di Uzbeen, sotto controllo italiano. Si trattava di un Predator warrior, armato per attacchi mirati contro i vertici nemici. Un obiettivo ghiotto per i talebani. Quando gli alpini paracadutisti sono piombati sul posto, assieme ai soldati afghani, è scoppiato l’inferno. Dalle montagne circostanti lanciavano razzi da 107 millimetri e sparavano con armi automatiche. I soldati italiani hanno risposto al fuoco chiamando l’appoggio aereo. Quattro fra poliziotti e militari afghani sono stati feriti e soccorsi dal tenente medico della task force Surobi. Dopo i caccia sono arrivati gli elicotteri e gli americani. I paracadutisti del 185esimo reggimento acquisizione obiettivi hanno guidato da terra l’attacco degli Apache, con razzi e cannoncino di bordo, sulle postazioni talebane. La zona di competenza italiana comprende tre valli compresa Jagdalek, che ai tempi dell’invasione sovietica era una roccaforte dei mujaheddin. Il distretto di Surobi è sempre stato terreno di battaglia tra fazioni. La più famosa è l’Hezbi i Islami, il partito fondamentalista armato fondato da Gulbudin Hekmatyar. Ossia uno dei peggiori signori della guerra oggi alleato dei talebani. Il paffuto comandante della polizia di Surobi, Yardil Khan, sostiene che fra i monti si annidano pure cellule di Al Qaeda. All’inizio di marzo, nella valle di Tizin frequentata dalle pattuglie italiane, due pachistani sono saltati in aria mentre preparavano una trappola esplosiva. I soldati della task force Surobi stanno applicando in Afghanistan una specie di dottrina Petraeus, dal nome del generale americano che ha ottenuto qualche successo in Iraq. Le pattuglie in ricognizione s’infilano nel paesaggio lunare delle valli di Surobi. Percorrono tortuose mulattiere dove i blindati Puma e Lince passano a stento. Al controllo del territorio si affiancano attività umanitarie e di ricostruzione a favore della popolazione. Gli uomini del Cimic di Motta di Livenza, la cooperazione civile-militare, vanno nei villaggi di fango e paglia, incastonati sulle pendici delle montagne, assieme con i corpi speciali italiani. Il medico apre un ambulatorio volante per gli abitanti e il veterinario controlla il bestiame. Il Cimic costruisce un pozzo o ristruttura la moschea. Talvolta, con l’aiuto di infermiere francesi, si fanno visitare anche le donne coperte dal burqa color turchese. Le chiamano missioni Pink (rosa) Medcap. Se c’è bisogno di generi di prima necessità e la neve non permette di portare gli aiuti con i mezzi normali gli alpini noleggiano asini, come facevano con i muli durante la Seconda guerra mondiale. La colonna si inerpica per ore fra i monti. L’obiettivo è raggiungere i villaggi sperduti a oltre 2 mila metri di quota con viveri e medicinali. A dorso di mulo arrivano i pacchi famiglia tricolori con 5 litri di olio e altrettanti di riso, zucchero, grano e piselli. La dottrina Petraeus all’italiana prevede di farsi amici i malek, i capivillaggio, e anche i mullah. “Una volta ci hanno permesso di entrare in moschea. Spesso sacrificano un montone e sempre ci offrono il chai, il tè afghano con l’aggiunta di latte di capra” racconta il maggiore Nicola Piasente, comandante della task force. Biondino, nato a San Giorgio di Nogaro in provincia di Udine, ha tre figli. Nell’ultimo anno è stato dieci mesi in missione all’estero. Non sempre fila tutto liscio. Il 13 febbraio il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, del reparto Cimic, è stato ucciso nella valle di Uzbeen “con colpi di arma da fuoco portatile”. In realtà, come Panorama ha scoperto, si è trattato di un omicidio in nome della guerra santa. Ecco com’è andata. Gli italiani hanno appena concluso l’attività giornaliera di pattugliamento e aiuto alla popolazione nel villaggio di Qaleh ye Kalan. Il mezzo cingolato sul quale viaggia Pezzulo, in colonna con due fuoristrada dell’esercito afghano, finisce in un’imboscata. Gli italiani rispondono subito al fuoco. Al secondo colpo di Rpg (lanciarazzi russo) un mezzo afghano inchioda bloccando la colonna. A questo punto il maresciallo Pezzulo scende dal blindato, che lo protegge. Il maggiore Piasente se ne accorge. Assieme al maresciallo Enrico Mercuri, degli alpini paracadutisti, scende dal mezzo correndo per recuperare Pezzulo sotto il fuoco indemoniato dei talebani. “Mercuri è stato colpito a una gamba e il maggiore lo ha caricato in spalla portandolo al sicuro” racconta un militare italiano. I due alpini paracadutisti raggiungono il grosso delle forze che si battono contro i talebani. Un sergente dei ranger di Bolzano si offre volontario per tentare un’altra sortita. Assieme a quattro uomini chiusi in un blindato, che fila a tutta velocità alla ricerca del disperso. A un certo punto vedono una macchia rossa di sangue e un corpo sprofondato nella neve. “Appena siamo scesi sibilavano i proiettili” ricorda oggi un militare. Un uomo copre gli altri sparando a raffica con la mitragliatrice Minimi sui talebani nascosti dietro i massi. Quando caricano Pezzulo di peso sul mezzo è già cadavere. “Non ci potevamo credere” sospira un soldato italiano. “Giovanni aveva sempre la battuta pronta. Anche quella mattina avevamo scherzato”. Nel frattempo arriva l’appoggio aereo con l’ordine di bombardare, ma il pilota, che passa a volo radente per impaurire i talebani, evita di sganciare. Non riesce a individuare il bersaglio e teme di colpire i civili del villaggio. La battaglia dura quasi 45 minuti. “Il soldato italiano (Pezzulo) è stato ferito una prima volta, mentre stava sparando. Poi lo hanno colpito di nuovo” racconta Haji Harsala Khan, capo del vicino villaggio di Rudbar. Barbone bianco e turbante grigio, vorrebbe che gli italiani tornassero nella valle di Uzbeen a portare aiuti. “Il vostro soldato è stato ucciso dal comandante Sultan. Si è avvicinato e ha sparato all’italiano che era ferito. Poi gli ha preso le armi. Io ero presente”. L’assassinio viene rivendicato dal portavoce dei talebani nella zona, Qari Ezharullah, che Panorama raggiunge via telefono. Sultan è un tagliagole locale assoldato dai talebani che, prima di essere ferito in uno scontro tra fazioni agli inizi di aprile, si vantava dell’uccisione del soldato italiano. E i suoi scagnozzi hanno cercato di vendere il fucile mitragliatore di Pezzulo al mercato nero per 4 mila euro. Nessuno ne parla, tantomeno durante la campagna elettorale, ma gli alpini paracadutisti nell’avamposto dimenticato di Surobi hanno combattuto con i talebani otto volte dagli inizi di febbraio. In gergo militare li chiamano Tic (truppe in contatto). Il 3 febbraio sono iniziati gli scontri con razzi esplosi a 800 metri dalla colonna italiana. Il giorno dopo un altro attacco. “Sulla via del rientro dalla valle di Uzbeen nevicava” racconta un ufficiale. “Non si vedeva nulla, ma i talebani dovevano avere postazioni fortificate sulle montagne. Quando siamo passati, hanno iniziato a sparare sulla strada. Dopo avere risposto al fuoco ci siamo sganciati”. La notizia non è mai trapelata. Ma fonti militari a Kabul rivelano che nel convoglio c’era pure il generale degli alpini Alberto Primicerj, la più alta carica italiana al quartier generale della missione Nato nella capitale afghana. “Contro le truppe internazionali che ci hanno invaso (compresi gli italiani, nda) e il regime fantoccio di Kabul, la guerra santa continua” minaccia Ezharullah, il megafono talebano nella zona di Surobi. Aiutare la popolazione per strapparla all’influenza delle bande armate serve anche a creare una rete di informatori. “Molti girano con la valigetta piena di dollari, ma noi non paghiamo un solo centesimo. Piuttosto portiamo un ingegnere per costruire un pozzo, i viveri quando i villaggi sono isolati dalla neve, oppure costruiamo una clinica o una scuola. Così scopriamo i ‘tesori’”. A parlare è il tenente degli alpini paracadutisti Giovanni Carofalo, 28 anni, originario di Roma. Barba d’ordinanza, parla il pasthun, la lingua locale, e anche gli afghani lo chiamano Nanni. I “tesori” sono gli arsenali che gli stessi abitanti del luogo e i malek fanno ritrovare. Domenica scorsa, nella valle di Tizin sono saltati fuori razzi, granate di mortaio, munizioni e dieci mine antiuomo cinesi nuove fiammanti. Il giorno dopo sono stati consegnati 20 chili di tritolo e altre mine. La task force Surobi ha già scoperto 28 arsenali e sequestra in media 150 chili di droga alla settimana. “Le armi arrivano soprattutto dal Pakistan e dall’Iran” sostiene il malek Jamil Fedaye, uno dei capitribù più importanti di Surobi, amico degli italiani. L’intelligence della Nato segnala anche armi irachene, soprattutto fucili mitragliatori kalashnikov, attraverso la rotta iraniana. Se a Surobi gli alpini paracadutisti sono in prima linea, anche nell’Afghanistan occidentale, dove operano 1.300 soldati italiani, non si scherza. Il prossimo mese arriverà a Herat, sede del comando, uno psicologo militare. La missione è avvolta dalla riservatezza, ma il suo intervento potrebbe riguardare la sindrome dell’assedio o lo stress da combattimento. Perché gli italiani in Afghanistan fanno la guerra. Per mantenere la pace. Fausto Biloslavo Video interessanti correlati all' articolo http://blog.panorama.it/mondo/2008/0...-degli-alpini/ |
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Bannato
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"missione di pace"
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Senior Member
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Continuate a fargli vedere i sorci verdi...
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Senior Member
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Città: Altrove (eh, magari vicino una certa base....chissà)
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cit.: Non abbiamo paura dei russi, abbiamo paura solo dei loro elicotteri (...e direi
Hind rulez)
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#5 |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2006
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ma non capisco perchè queste cose le raccontano solo su panorama o l'espresso...negli altri giornali non vedo mai racconti di questo tipo, solo "hanno distribuito cibo" e "stanno costruendo scuole e ospedali"...
mah
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...continuate a morire finchè non viene giorno... ...forse solo uno che si erge con la spada infranta dalla più profonda disperazione... |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2004
Città: Padova
Messaggi: 11777
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e che ti devono dire??
che un fucile serve a sparare e che un soldato ha per mestiere quello di uccidere e di farsi uccidere?? oppure che non c'è una sinistra VERA in italia e che per tener buono l'elettore di sinistra i giornali tacciono ?? ah (fra parentesi ho massima stima dei nostri lì e imho il problema è meramente politico: non è neanche un discorso di pacifismo , semèòicemente gli italiani debbono maturare politicamente e prendere democraticamente e coscentemente scelte come qeuste, e non trovarcisi dentro per omertà di politici e giornalisti sennò gli italiani non si prenderanno MAI le loro responsabilità... non sapevo, non credevo IL MALE DI STO PAESE...
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mac user = hai soldi da buttare; linux user = hai tempo da buttare; windows user = hai soldi e tempo da buttare Ultima modifica di Fil9998 : 12-04-2008 alle 19:19. |
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#7 |
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Messaggi: n/a
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Semplicemente non si ha il coraggio di dire che è una missione di guerra.
E io sono d'accordo per questa guerra e per dargli il sostegno necessario per questo tipo di operazione, a differenza dell'obbrobrio dell'Iraq nel quale ci siamo buttati pagando un elevato prezzo in vite umane, solo perchè qualcuno voleva farsi bello con un presidente USA che fra un pò tornerà a pescare trote. |
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#8 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2003
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#9 |
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Senior Member
Iscritto dal: Sep 2006
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dovrebbero dire la verità e basta. E invece diventa tutto una minchionata di racconti e balle varie
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...continuate a morire finchè non viene giorno... ...forse solo uno che si erge con la spada infranta dalla più profonda disperazione... |
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#10 | |
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Senior Member
Iscritto dal: Apr 2004
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Inoltre, chiamarla missione di guerra è un offesa a chi la guerra in afghanistan la combatte veramente, canadesi, inglesi, olandesi, danesi, americani. è vero, i militari italiani sono stati coinvolti in battaglie, anche piuttosto grosse, ma sono state conseguenza di "mosse" talebane (tipo l'entrata nel Gulistan), non siamo noi ad andarli a cercare e stanare come fanno coloro che ho nominato poco più in alto.* Ultimo appunto, le "missioni di pace" non esistono, sono un puro termine mediatico, ciò che ci si avvicina di più è missioni "other than war" oppure "post conflict operations". *ci sono stati alcuni casi dove siamo andati a rompergli le palle per eradicare problemi prima del nascere, ma in misura non paragonabile a quello che fanno gli altri a sud |
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#11 |
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Senior Member
Iscritto dal: Mar 2004
Città: napoli
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nessuno dice la verità, mentre l'ipocrisia galoppa, ieri parlavo con una tizia che deve andare in missione in libano...
io: scusa ma perchè vai in missione in libano? lei: per aiutare le persone del luogo io: quindi i soldi non ti interessano? lei: i soldi non c'entrano, sono scelte di vita... io: quanto guadagnerai? lei: circa 20000 euro... io: visto che non è una questione di soldi, prenditi 1000 euro al mese e il resto dallo in beneficienza per aiutare la gente del luogo lei: eh no, è comunque un lavoro... allora si va per soldi, finiamola di essere ipocriti, vorrei vedere per 1000 euro al mese chi andrebbe in missione chi va realmente per aiutare, sono i missionari, non di certo i militari
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PS: rabbrividisco quando sento "vado per aiutare la gente", perchè o è una balla o hanno sbagliato foglio su cui mettere la firma, se vuoi aiutare la gente firma per il servizio civile |
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#13 |
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Il sentiero del lupo è sempre impervio, ma libero da padroni. |
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#14 | |
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#15 |
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#16 |
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Senior Member
Iscritto dal: Jun 2003
Città: Altrove (eh, magari vicino una certa base....chissà)
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...quelli dell'Arma prendono più dell'esercito in trasferta, la cosa mi è stata pure confermata da fonti interne
che ne dite di una bella Battle Royale a Roma ?
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#17 |
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Iscritto dal: Apr 2004
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l'indennità di missione è uguale per tutte le 4 forze armate, al massimo cambia da posto a posto
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#18 | |
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#19 | |
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poi, tutti a dire "che fortuna quelli, quanti soldi prendono, io lavoro per molto meno..ecc" vorrei vedervi se vi chiedessero di andare in un posto dove ogni mattina ti svegli e non sai se vedrai il tramonto.
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