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Old 05-04-2006, 18:50   #1
dantes76
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Via l'Ici sulla prima casa?

04-04-2006
Via l'Ici sulla prima casa?
Massimo Bordignon
Maria Cecilia Guerra
Via l'Ici sulla prima casa? di Maria Cecilia Guerra

Nel programma elettorale depositato, assieme al simbolo, dalla Casa delle libertà la parola Ici non ricorre nemmeno una volta. La proposta di eliminare l’Ici sulla prima casa, avanzata da Silvio Berlusconi nel confronto con Romano Prodi di lunedì sera, è quindi a tutti gli effetti un’improvvisazione. Come ogni proposta che coinvolge il disegno del sistema fiscale e, in particolare, per quanto riguarda l’Ici, anche l’autonomia finanziaria degli enti decentrati, andrebbe invece meglio meditata.


Il finanziamento


La proposta di abolire l’Ici sulla prima casa si aggiunge alle quindici proposte di tagli alle imposte già contenute nel programma della Casa delle libertà. Questa da sola avrebbe un costo stimato di 2,5-3 miliardi di euro (ovvero, come ha ricordato Berlusconi all’assemblea della Confcommercio, sarebbe pari a circa un punto di cuneo fiscale sul lavoro).

Come sostituire questa imposta o come finanziarne altrimenti l’abolizione non è stato ancora indicato. Si è infatti parlato di dismissione di immobili e recupero dell’evasione fiscale, ma ci si dimentica che queste fonti sono già state “ipotecate” per il finanziamento delle misure esplicitamente previste nel programma.

La situazione dell’economia e dei conti pubblici richiede però molta attenzione nel decidere se e quali imposte tagliare. Le perdite di gettito devono essere coperte e le poche risorse che (forse) saranno disponibili devono essere concentrate su obiettivi accuratamente selezionati.

L’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, se anche venisse finanziata, sarebbe inadeguata a favorire la crescita economica e discutibile sotto il profilo redistributivo.


Un taglio inadatto a stimolare la crescita economica


Nel caso dell’Ici sulla prima casa, si può immaginare un limitato effetto positivo sul mercato immobiliare, cosa di cui comunque non si avverte grande bisogno, e sul reddito disponibile delle famiglie proprietarie (ossia il 68 per cento delle famiglie italiane, secondo i dati dell’indagine Banca d’Italia sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane riferita al 2004) e, quindi, della domanda. L’esperienza recente insegna che non bisogna far molto conto su quest’ultimo effetto. Nel 2005 la riduzione delle aliquote Irpef, per un ammontare almeno doppio (6 miliardi) di quello di cui si parla per l'Ici, non sembra aver dato i risultati sperati: il contributo della spesa delle famiglie alla crescita del Pil nel 2005 è stato esattamente pari a zero (nei due anni precedenti era stato di 0,3 e 0,6 punti percentuali). Questa via non sembra, insomma, quella migliore per stimolare l'economia.


Una misura con discutibili effetti distributivi


La tutela fiscale riconosciuta al bene “casa di abitazione” è oggi nel nostro paese fortemente asimmetrica. Chi abita in una casa di sua proprietà gode di una agevolazione Irpef: la rendita della prima casa è infatti, dal 2000, esente da ogni imposta; in più, se ha contratto un mutuo per acquistarla, può detrarre in buon parte gli interessi dall’Irpef, conseguendo un ulteriore risparmio fiscale. Chi invece abita una casa in affitto non gode di nessuna agevolazione fiscale (una detrazione è riconosciuta infatti solo in presenza di “canoni convenzionali” ancora poco diffusi).

Eliminare l’Ici sulla prima casa significherebbe in primo luogo ampliare ulteriormente questa asimmetria.

Il concetto di prima casa è poi un concetto ambiguo: è prima casa un appartamento di 80 metri quadrati in periferia, ma è prima casa anche l’appartamento ristrutturato in centro a Roma o la villa di Arcore. L’esenzione dall’imposta distribuirebbe quindi un beneficio in modo molto sperequato fra cittadini. Come è invece attualmente disegnata l’Ici permette di andare incontro ai piccoli proprietari (con una generosa detrazione di imposta), senza favorire troppo i patrimoni milionari.

Gli studi condotti sugli effetti distributivi dell’Ici nel nostro paese mettono in evidenza che essa è un’imposta proporzionale rispetto al valore del patrimonio, ma progressiva rispetto al reddito (questo perché il patrimonio immobiliare è distribuito ancora meno equamente di quanto non lo sia il reddito). Eliminare o depotenziare questa imposta significherebbe quindi ridurre ulteriormente l’efficacia redistributiva complessiva del nostro sistema fiscale.

Con l’abolizione dell’Ici i proprietari della prima casa si troverebbero a beneficiare dei servizi comunali rivolti a tutte le abitazioni (fognature, illuminazione delle strade, altre spese di urbanizzazione, eccetera) senza concorrere a pagarli, trasferendone cioè l’onere su altri soggetti (nel caso in cui l’Ici venisse sostituita con trasferimenti statali finanziati con la fiscalità generale si potrebbe trattare addirittura di cittadini residenti in altre parti di Italia). Anche questo effetto non sembra certo condivisibile sotto il profilo distributivo.


Pro Ici, di Massimo Bordignon

La proposta del presidente del Consiglio di abolire l’Ici sulla prima casa suscita numerosi interrogativi. Per i modi e per i contenuti. Per i primi, uscire con una proposta del genere a quattro giorni dal voto, senza che questa fosse stata prima scritta nel programma e senza uno straccio di analisi seria alle spalle che consenta di valutarne i dettagli, dà una forte impressione di populismo e di estemporaneità. Per i secondi, la proposta suscita perplessità su più fronti.



Le perplessità




1) In merito ai rapporti tra governi. Tagliare le imposte degli altri, lasciando poi a questi di cavarsela da soli, è come minimo indice di cattiva educazione. Dà adito al sospetto di una volontà punitiva nei confronti di amministrazioni in larga misura di colore politico diverso, un comportamento a cui questo Governo non è nuovo.

2) In merito ai criteri di finanziamento alternativi. L’ipotesi che i comuni si auto-finanzino con la partecipazione alle politiche di accertamento è risibile. Nessuno sa come questa partecipazione dovrebbe avvenire, con quali strumenti e costi per gli stessi comuni e con quali risultati. È anche risibile che l’Ici venga sostituita con la vendita di immobili da parte dei comuni a riduzione del loro debito (e relativa riduzione in conto interessi); chi voleva farlo lo ha già fatto. Comunque l’ipotesi della Cdl, scritta nel loro programma, è che la vendita degli immobili degli enti territoriali serva a finanziare la riduzione del debito statale, non quello comunale.

3) Dunque, il taglio dell’Ici prima casa potrebbe essere finanziato solo con un aumento dei trasferimenti erariali ai comuni. Ma questo significherebbe sostituire trasferimenti ad un tributo proprio. E questo è un male. Per più ragioni.

4) L’Ici è una buona imposta comunale. Il valore degli immobili dipende in larga misura dalle politiche che lo stesso comune fa (in termini di urbanizzazione, trasporti, collegamenti eccetera); dunque, soddisfa un criterio di beneficio o controprestazione. Chi riceve di più, paga di più. Del resto, e per questa stessa ragione, la tassazione della ricchezza immobiliare è al cuore della tassazione locale nella maggior parte del mondo, in modo esclusivo nei paesi di tradizione anglosassone.

5) L’Ici è un’imposta molto visibile. La scelta dell’aliquota dell’Ici e delle sue varie declinazioni è la principale scelta tributaria che un sindaco prende e ci sono robuste evidenze empiriche che suggeriscono che i sindaci siano puniti o premiati specificamente sulla base del loro comportamento su questo fronte. Dunque, l’Ici soddisfa bene il principio dell’autonomia e della responsabilità fiscale.

6) I comuni hanno già ampi spazi per poter ridurre o differenziare le aliquote Ici, in particolare sulla prima casa. Possono applicare una detrazione in somma fissa (103,29 euro); possono sottoporla a aliquota ridotta; possono arrivare ad abolirla del tutto se il debito d’imposta del contribuente è inferiore alla detrazione. Del resto, questo è esattamente quello che molti comuni già fanno.

7) L’Ici prima casa con il sistema di detrazione fissa svolge un’utile funzione redistributiva. In un paese che ossessivamente tassa solo il reddito, oltretutto fortemente evaso, eluso o eroso da specifiche categorie di contribuenti e di cespiti, l’Ici ha capacità perequativa. La detrazione in somma fissa significa che per una casa di 100 metri quadri in via Monte Napoleone un contribuente milanese paga per la prima casa circa 500 euro l’anno; ne paga meno di 80 alla Bovisa per una casa delle stesse caratteristiche. Con l’eliminazione dell’Ici prima casa questi effetti scomparirebbero.

8) Sostituire l’Ici prima casa con trasferimenti significherebbe eliminare tutti questi vantaggi, privando i comuni di un tributo proprio e mortificando la loro autonomia, alla faccia del federalismo fiscale. Casomai, si potrebbe fare l’argomento opposto: ampliare ulteriormente gli spazi di manovra dei comuni sulla prima o sulle altre case. Chi vuole abolirla lo faccia, e ne paghi i costi di fronte ai propri elettori.

9) Se c’è un problema serio con l’Ici è dovuto alla scarsa affidabilità del catasto, che spesso attribuisce valori fuori mercato alle abitazioni con discriminazioni anche incomprensibili. Ma qui la soluzione è la revisione degli estimi e delle categorie catastali, una revisione in larga misura già fatta ma mai applicata per la negligenza dello stesso Governo.


http://www.lavoce.info/news/view.php...=2102&n_page=1
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Ultima modifica di dantes76 : 05-04-2006 alle 18:53.
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Old 05-04-2006, 19:12   #2
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Old 05-04-2006, 20:06   #3
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