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Old 06-11-2004, 20:28   #1
majin mixxi
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Rassegna stampa

Mi piacerebbe che ci fosse un thread dove postare articoli trovati in giro che reputiamo degni di nota,boh io ci provo





Filippo Ceccarelli da New York per La Stampa


Tutto il mondo è paese, ma il centrosinistra ancora di più. Ogni sconfitta - e quella di John Kerry lo dimostra agli euforici e litigiosi strateghi della Gad - è un manuale di politica. Reca infatti con sé un dono tanto indesiderato, quanto vitale e potente: la necessità di cambiare, di ristabilire i propri rapporti con la realtà per ottenere il consenso.

Da questo punto di vista democratici americani e ulivisti italiani hanno lo stesso problema, con l'aggravante di essere recidivi. E non è una questioncina da nulla: negli Stati Uniti come in Italia il centrosinistra è sentito lontano dalla gente. Ma qui almeno se ne parla.

Anzi, per la verità c'è già chi sta mettendo sotto Kerry come un tacchino. «La gente non ci ascolterà - diceva ieri Rahm Emanuel, già consulente clintoniano - fino a quando smetteremo di avvicinarla come farebbe Margareth Mead». Celebre antropologa, studiosa di «selvaggi».


E' un giudizio che in verità suona molto togliattiano, o di Giorgione Amendola. Si chiede indulgenza, ovviamente, per questo sforzo immane di avvicinare le cosette italiane alla politica dell'impero. Ma l'essere umano, dopo tutto, è sempre lo stesso, e se il piacione Kerry morde la polvere, beh, Amendola, Togliatti e anche Berlinguer si sarebbero posti lo stesso problema: perché? Prodi, Rutelli, D'Alema, Amato e Fassino chissà.

Ora, gli americani non conoscono «Bandiera rossa», per cui gli sfuggirebbe il rovesciamento di senso, oltre che di versi, ma la comune sindrome di isolamento si presenta qui e là come una inconsapevole, tonante invocazione: «Indietro popolo».


E' la deriva elitaria, che frega ormai stabilmente la sinistra, la peste bubbonica dello snobismo, la lue della spocchia e della superbia culturale. Del povero Kerry si riguarda al microscopio la scelta e la campagna elettorale.

«Fidanzatevi con Dean, sposatevi con Kerry» era stato lo slogan con cui aveva avanzato la propria candidatura alle primarie del partito democratico. Eppure s'è presentato all'America come un amante, semmai, certo non come un marito, tantomeno come un padre.


Più seduttivo che affidabile, più eccitante che eleggibile. Un leader di fascino, un patrizio per giunta, invece che un «ordinary guy». Perfino la Convention d'incoronazione, che allora parve funzionare, viene definita oggi da Simon Rosenberg, presidente della Nuova Coalizione democratica di centro «un disastro». Per la precisione: «Una parata di veterani, ex militari, parenti fotogenici, star e vip istruiti a tenere sempre i guanti».

E insomma. Se la destra è diventata mostruosamente populista - ma vince - la sinistra è irresistibilmente risucchiata nel gorgo della sua stessa presunta superiorità. E perde. Lo schema è semplice, ma tiene, dappertutto.

Carter e Clinton erano ben diversi da Kerry, e non solo perché venivano dagli Stati del Sud, dall'America profonda. Accusa un altro stratega democratico, David Doack: «E' un guaio con l'élite liberale, noblesse oblige, candidati tipo: "Oh, sì, aiuterò la povera gente"».

Bene, ora si sa che molta povera gente, in America, sta dall'altra parte. Come spesso accade al giorno d'oggi, c'è un'immagine, anzi due, a dare il senso della frattura. In una si vede Kerry che fa windsurf, nell'altra che fa snowboard. Estate e inverno, montagna e mare, passatempi elettoralmente rischiosi, per un pezzo di Paese.


«La gente non fa windsurf a Youngstown, Ohio» esemplifica un consulente politico democratico per dire che molti li vivono qui come elemento distintivo di un privilegio. Com'è ovvio, in Italia non farebbero effetto. Serve la super-barca, per scaldare l'atmosfera.

Ma il punto irreversibile, una delle più preziose lezioni del voto americano, è che lo stile è ormai sostanza politica. L'ha stabilito il marketing più evoluto del mondo. Gli umori della società si inseguono e si restituiscono all'elettorato attraverso le personalità mediatiche e le scelte personali dei candidati, dei politici, dei leader.


Anni fa Clinton ha aperto un ufficio ad Harlem. Ci facciano un pensierino, a piazza Santi Apostoli, o negli altri palazzi principeschi dove tengono bottega gli strateghi dell'Ulivo.

E' facile dirlo adesso, ma Kerry era già un uomo perso. Aveva posizioni rispettabili e articolate. Ma al dunque sbagliava i nomi degli stadi e dei giocatori di baseball, si preparava ai duelli televisivi in resort d'atmosfera, aveva questa sua moglie molto ricca, Teresa Heinz, «la signora Ketchup», anche più aliena di lui dalle percezioni, dai gusti, dai valori dei «buzzurri» del Sud e del Midwest.


Era persino troppo alto (1,92) per far scattare l'identificazione. Troppo ricco: «Al punto da far assomigliare quell'altro plutocrate di Bush a un'associazione di beneficenza», ha riconosciuto il Village Voice. Troppo amico di attori saccenti. Troppo East coast, «come chi si sente a casa più a Boston che in America».

Troppo cosmopolita, anzi peggio: troppo europeo. Peggio ancora: troppo francese, e come tale «mangia-rane», puah! In realtà - ma per i democratici è una realtà oggi non solo inutile, ma anche amara - Kerry s'intendeva pure di vini pregiati, ordinava formaggio svizzero, sfoggiava cravatte di Hermès, restava indifferente alla musica country, leggeva Le Monde, adorava Shakespeare e Neruda, si faceva tagliare il capello da Christophe, il parrucchiere delle signore bene di Washington, indossava camicie Turnbull & Asser da 250 dollari, le stesse di Carlo d'Inghilterra e dulcis in fundo calzava scarpe Allen Edmonds.

Il prezzo delle scarpe kerriane purtroppo non si conosce. Ma qui varrà giusto la pena di far presente che la questione del rapporto tra i leader della sinistra e le più pregiate calzature venne fuori in Italia, non priva di un suo torvo moralismo, allorché il cane dell'onorevole Reichlin - pare di ricordare - si concentrò pericolosamente festoso sui piedi dell'onorevole D'Alema.



E dunque: se il populismo della destra se la prende molto più con l'élite culturale che con quella finanziaria, è perché la sufficienza di «color che sanno» è divenuta molto più insopportabile dell'insolenza dei possidenti. Lo scrive nel suo ultimo numero Le Monde diplomatique: e il dramma del cane che si morde la coda è che questo finale manicheo piacerebbe forse anche a Kerry.
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Kotoshi mo yoroshiku onegai-itashimasu
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