frankytop
14-03-2010, 23:06
«Pronto? Ciao. A quanto mi quoti la Grecia a 5 anni?» «Ti posso fare 330 punti base». «No, non se ne parla nemmeno, è troppo. Non pago più di 300». «No, 300 è troppo poco. Possiamo fare 315, non meno». «Va bene, ok». «Confermo?». «Va bene, ciao». Non siamo al mercatino delle pulci, né in un Suk arabo. Non stiamo cercando di spuntare la tariffa migliore su un taxi indiano. No: la trattativa avviene al telefono tra due operatori bancari in giacca e cravatta. Due trader, per dirla in inglese: uno sta in Italia e l'altro lavora per una grossa banca americana. Oggetto dell'accordo è un «credit default swap»: un modernissimo contratto derivato che, in questo caso, permette all'operatore italiano di comprare un'assicurazione contro il crack della Grecia nei prossimi cinque anni. A vendere la polizza è il trader dall'altra parte del telefono: se la Grecia finisse in default, sarebbe la sua banca a risarcire la controparte italiana.
Eccolo qui il mastodontico mercato dei cosiddetti «credit default swap», che vale a livello mondiale 31mila miliardi di dollari. Quel mercato che sembra stia mettendo in ginocchio la Grecia e forse l'intera Europa. Chi si immagina qualcosa di sofisticato e di iper-tecnologico si sbaglia di grosso: la compravendita di questi derivati avviene tutta al telefono. Tra operatori che contrattano, esattamente come si può contrattare un prezzo dal pescivendolo. E quando la compravendita viene chiusa, il contratto – che è un moduletto standardizzato di 5 pagine chiamato «Confirmation for use with the credit derivatives phisical settlement matrix» – viene spedito il più delle volte per posta: non con un'e-mail (troppo moderna), ma con una vecchia busta bianca e un vecchio francobollo. Niente cervelloni elettronici, niente tecnologia. Il modernissimo mercato dei «credit default swap» è in fondo agli antipodi della modernità.
Eppure è proprio a causa della sua apparenza vetusta che questo mercato oggi fa paura. Dato che non esiste una Borsa e non esiste una controparte centrale che garantisce il buon fine delle operazioni, nessuno sa esattamente come giri il mercato dei Cds. Si conoscono quotazioni indicative, riportate da provider come Bloomberg, ma nessuno sa quanti volumi di scambi ci siano effettivamente sotto. Si conoscono solo gli ammontari nominali di questi derivati, perché sono contabilizzati (al 90%) da un'istituzione americana che si chiama Dtcc. Ma nulla di più. I grandi broker (JP Morgan, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Citigroup, Bank of America e le altre grandi banche mondiali) sanno quanti volumi fanno loro, ma nessuno conosce l'operatività degli altri. Nessuno sa quante telefonate tra trader ci sono state, quanti «Cds» sono stati comprati o venduti. Questo fa paura: l'opacità. Questo desta sospetti di speculazioni, di manipolazioni. Forse le speculazioni sono solo bluff con volumi irrisori (come ha ventilato la Consob tedesca pochi giorni fa), ma dato che nessuno lo sa, la paura dilaga. E contagia altri mercati. Come quello molto più consistente dei titoli di Stato.
Se la finanza supera la realtà
Per capire se effettivamente ci sia una speculazione oppure no ai danni degli Stati, bisogna fare un passo indietro. I «credit default swap» sono normalissime polizze assicurative. Invece di assicurare la macchina per furto e incendio, gli investitori assicurano il loro portafoglio da eventuali crack. Se un investitore ha in mano obbligazioni di General Motors e teme che la casa automobilistica non sia in grado di rimborsarle, può comprare un «credit default swap» da una banca: pagando un premio (che si misura in centesimi di punti percentuali sull'importo da assicurare) si assicura per i prossimi 5 o 10 anni. Nel caso di default di General Motors, dunque, sarà la banca che gli ha venduto l'assicurazione a rimborsargli l'intero importo del bond.
Questa, però, è la teoria. Nella pratica i «credit default swap» sono titoli scambiati tra operatori al telefono. E dato che il prezzo della polizza sale e scende ogni giorno in base alla maggiore o minore rischiosità delle società o Paesi, tanti operatori li usano solo per "scommettere" sul rialzo o sul ribasso. Dato che nessuno sa cosa fanno gli altri, si arriva quindi al paradosso che su certe società esistono più «credit default swap» che debiti da assicurare. Qualche esempio? Telecom Italia ha un debito al 30 settembre da 44 miliardi, ma – secondo i dati di Dtcc – ha 70,4 miliardi di «credit default swap». La francese Carrefour ha 12 miliardi di debiti, ma 29 miliardi di Cds. Un paradosso, come se in un Paese esistessero mille automobili ma duemila assicurazioni per furto e incendio. Un paradosso che dimostra quanto la finanza abbia superato la realtà: da strumenti di copertura dei rischi, i «credit default swap» sono diventati titoli su cui speculare.
La Guerra Fredda
Il problema è: questa speculazione è in grado di mettere in ginocchio Stati come la Grecia, esasperando una crisi finanziaria esistente? Nessuno ha la risposta. Tanti capi di Stato temono di sì: pochi giorni fa i presidenti di Spagna, Germania, Francia, Grecia e Lussemburgo hanno per esempio chiesto alla Commissione Ue di avviare un'indagine e di mettere al bando gli scambi speculativi sui Cds. La Bafin, cioè la Consob tedesca, pochi giorni fa ha però detto di no: «È vero che i Cds sulla Grecia sono raddoppiati in un anno – ha scritto – ma il volume lordo riflette solo il turnover. Un indicatore di speculazione dovrebbe essere il volume netto, che invece è rimasto stabile». La spiegazione è tecnica, ma la sostanza è semplice: non c'è – secondo la Bafin – una vera speculazione sui Cds greci. Anche tra gli operatori ci sono due scuole di pensiero. Ma sono tutte congetture: nessuno veramente può conoscere la realtà. Si sa solo che sugli Stati definiti «Pigs», nell'ultimo anno i Cds lordi sono aumentati: la Grecia ne aveva 39 miliardi un anno fa e ora ne ha 75 miliardi, la Spagna è passata da 66 a 99 miliardi, l'Italia da 158 a 222, il Portogallo da 33 a 56 e l'Irlanda da 20 a 33. Questo vuol dire, quantomeno, che più operatori si sono interessati a questi Paesi. Cosa significa? La verità è nascosta in miliardi di telefonate tra trader.
Ed è proprio qui il punto. Alcuni operatori contattati dal Sole 24Ore affermano, pur non avendo dati per esserne sicuri, che sui Cds della Grecia negli ultimi tempi non ci sono stati grandi volumi di scambi. Il problema è che questi scambi – tanti o pochi che siano – hanno fatto lievitare gli «spread», cioè i premi delle polizze, fino a un massimo di 400 punti base a febbraio. Al mercato, che non sa se questo rialzo degli «spread» sia supportato da forti scambi o se sia un bluff con volumi irrisori, il semplice rialzo fa quindi paura: l'opacità in cui si è sviluppato crea timori, in una situazione economica in Grecia oggettivamente difficile.
Il gioco psicologico è simile a quello della Guerra Fredda: dato che nessuno dei due blocchi sapeva quante armi nucleari avesse l'altro, entrambi aumentavano gli armamenti. La paura nata dai Cds ha creato un effetto simile: dato che nessuno sa se il rialzo degli spread rifletta veri volumi o se sia un bluff, tanti investitori hanno venduto titoli di Stato per ripararsi. Il movimento dei Cds, insomma, ha enfatizzato le vendite sui titoli di Stato greci, poi sui BTp italiani, sui titoli spagnoli e portoghesi. Morale: l'allarme lanciato dai Cds (vero o presunto che sia) è stato una con-causa di un effetto domino sui mercati dei titoli di Stato. E questo un effetto reale ce l'ha: gli Stati devono pagare interessi sempre crescenti sui propri debiti. Insomma: una speculazione forse con minimi volumi, finisce per avere potenzialmente effetti giganteschi. A danno degli Stati. E a favore, chissà, di quei fondi che hanno avviato la presunta speculazione. Ribadiamo: nessuno lo può sapere.
La soluzione? Una Borsa
Per risolvere questo problema – concordano tutti – c'è un'unica strada: creare una Borsa regolamentata dei Cds. Lo dicono le autorità. Lo chiedono i capi di Stato. Lo dicono gli operatori, quegli stessi che poi al telefono contrattano il prezzo di un Cds. «Se ci fosse un mercato regolamentato – osserva un professore che preferisce restare anonimo – si faciliterebbe la lettura dei dati e si eviterebbero le speculazioni». «Basterebbe regolamentare il mercato – aggiunge un operatore – per vedere i volumi effettivi e per capire cosa veramente succede». Proprio questa è la proposta delle istituzioni: resta da vedere se la lobby delle grandi banche, quelle che dall'opecità traggono i maggiori guadagni, è d'accordo. Il braccio di ferro è tutto qui.
Il Sole 24 Ore (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/credit-default-swap-speculazione-paese.shtml)
Eccolo qui il mastodontico mercato dei cosiddetti «credit default swap», che vale a livello mondiale 31mila miliardi di dollari. Quel mercato che sembra stia mettendo in ginocchio la Grecia e forse l'intera Europa. Chi si immagina qualcosa di sofisticato e di iper-tecnologico si sbaglia di grosso: la compravendita di questi derivati avviene tutta al telefono. Tra operatori che contrattano, esattamente come si può contrattare un prezzo dal pescivendolo. E quando la compravendita viene chiusa, il contratto – che è un moduletto standardizzato di 5 pagine chiamato «Confirmation for use with the credit derivatives phisical settlement matrix» – viene spedito il più delle volte per posta: non con un'e-mail (troppo moderna), ma con una vecchia busta bianca e un vecchio francobollo. Niente cervelloni elettronici, niente tecnologia. Il modernissimo mercato dei «credit default swap» è in fondo agli antipodi della modernità.
Eppure è proprio a causa della sua apparenza vetusta che questo mercato oggi fa paura. Dato che non esiste una Borsa e non esiste una controparte centrale che garantisce il buon fine delle operazioni, nessuno sa esattamente come giri il mercato dei Cds. Si conoscono quotazioni indicative, riportate da provider come Bloomberg, ma nessuno sa quanti volumi di scambi ci siano effettivamente sotto. Si conoscono solo gli ammontari nominali di questi derivati, perché sono contabilizzati (al 90%) da un'istituzione americana che si chiama Dtcc. Ma nulla di più. I grandi broker (JP Morgan, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Citigroup, Bank of America e le altre grandi banche mondiali) sanno quanti volumi fanno loro, ma nessuno conosce l'operatività degli altri. Nessuno sa quante telefonate tra trader ci sono state, quanti «Cds» sono stati comprati o venduti. Questo fa paura: l'opacità. Questo desta sospetti di speculazioni, di manipolazioni. Forse le speculazioni sono solo bluff con volumi irrisori (come ha ventilato la Consob tedesca pochi giorni fa), ma dato che nessuno lo sa, la paura dilaga. E contagia altri mercati. Come quello molto più consistente dei titoli di Stato.
Se la finanza supera la realtà
Per capire se effettivamente ci sia una speculazione oppure no ai danni degli Stati, bisogna fare un passo indietro. I «credit default swap» sono normalissime polizze assicurative. Invece di assicurare la macchina per furto e incendio, gli investitori assicurano il loro portafoglio da eventuali crack. Se un investitore ha in mano obbligazioni di General Motors e teme che la casa automobilistica non sia in grado di rimborsarle, può comprare un «credit default swap» da una banca: pagando un premio (che si misura in centesimi di punti percentuali sull'importo da assicurare) si assicura per i prossimi 5 o 10 anni. Nel caso di default di General Motors, dunque, sarà la banca che gli ha venduto l'assicurazione a rimborsargli l'intero importo del bond.
Questa, però, è la teoria. Nella pratica i «credit default swap» sono titoli scambiati tra operatori al telefono. E dato che il prezzo della polizza sale e scende ogni giorno in base alla maggiore o minore rischiosità delle società o Paesi, tanti operatori li usano solo per "scommettere" sul rialzo o sul ribasso. Dato che nessuno sa cosa fanno gli altri, si arriva quindi al paradosso che su certe società esistono più «credit default swap» che debiti da assicurare. Qualche esempio? Telecom Italia ha un debito al 30 settembre da 44 miliardi, ma – secondo i dati di Dtcc – ha 70,4 miliardi di «credit default swap». La francese Carrefour ha 12 miliardi di debiti, ma 29 miliardi di Cds. Un paradosso, come se in un Paese esistessero mille automobili ma duemila assicurazioni per furto e incendio. Un paradosso che dimostra quanto la finanza abbia superato la realtà: da strumenti di copertura dei rischi, i «credit default swap» sono diventati titoli su cui speculare.
La Guerra Fredda
Il problema è: questa speculazione è in grado di mettere in ginocchio Stati come la Grecia, esasperando una crisi finanziaria esistente? Nessuno ha la risposta. Tanti capi di Stato temono di sì: pochi giorni fa i presidenti di Spagna, Germania, Francia, Grecia e Lussemburgo hanno per esempio chiesto alla Commissione Ue di avviare un'indagine e di mettere al bando gli scambi speculativi sui Cds. La Bafin, cioè la Consob tedesca, pochi giorni fa ha però detto di no: «È vero che i Cds sulla Grecia sono raddoppiati in un anno – ha scritto – ma il volume lordo riflette solo il turnover. Un indicatore di speculazione dovrebbe essere il volume netto, che invece è rimasto stabile». La spiegazione è tecnica, ma la sostanza è semplice: non c'è – secondo la Bafin – una vera speculazione sui Cds greci. Anche tra gli operatori ci sono due scuole di pensiero. Ma sono tutte congetture: nessuno veramente può conoscere la realtà. Si sa solo che sugli Stati definiti «Pigs», nell'ultimo anno i Cds lordi sono aumentati: la Grecia ne aveva 39 miliardi un anno fa e ora ne ha 75 miliardi, la Spagna è passata da 66 a 99 miliardi, l'Italia da 158 a 222, il Portogallo da 33 a 56 e l'Irlanda da 20 a 33. Questo vuol dire, quantomeno, che più operatori si sono interessati a questi Paesi. Cosa significa? La verità è nascosta in miliardi di telefonate tra trader.
Ed è proprio qui il punto. Alcuni operatori contattati dal Sole 24Ore affermano, pur non avendo dati per esserne sicuri, che sui Cds della Grecia negli ultimi tempi non ci sono stati grandi volumi di scambi. Il problema è che questi scambi – tanti o pochi che siano – hanno fatto lievitare gli «spread», cioè i premi delle polizze, fino a un massimo di 400 punti base a febbraio. Al mercato, che non sa se questo rialzo degli «spread» sia supportato da forti scambi o se sia un bluff con volumi irrisori, il semplice rialzo fa quindi paura: l'opacità in cui si è sviluppato crea timori, in una situazione economica in Grecia oggettivamente difficile.
Il gioco psicologico è simile a quello della Guerra Fredda: dato che nessuno dei due blocchi sapeva quante armi nucleari avesse l'altro, entrambi aumentavano gli armamenti. La paura nata dai Cds ha creato un effetto simile: dato che nessuno sa se il rialzo degli spread rifletta veri volumi o se sia un bluff, tanti investitori hanno venduto titoli di Stato per ripararsi. Il movimento dei Cds, insomma, ha enfatizzato le vendite sui titoli di Stato greci, poi sui BTp italiani, sui titoli spagnoli e portoghesi. Morale: l'allarme lanciato dai Cds (vero o presunto che sia) è stato una con-causa di un effetto domino sui mercati dei titoli di Stato. E questo un effetto reale ce l'ha: gli Stati devono pagare interessi sempre crescenti sui propri debiti. Insomma: una speculazione forse con minimi volumi, finisce per avere potenzialmente effetti giganteschi. A danno degli Stati. E a favore, chissà, di quei fondi che hanno avviato la presunta speculazione. Ribadiamo: nessuno lo può sapere.
La soluzione? Una Borsa
Per risolvere questo problema – concordano tutti – c'è un'unica strada: creare una Borsa regolamentata dei Cds. Lo dicono le autorità. Lo chiedono i capi di Stato. Lo dicono gli operatori, quegli stessi che poi al telefono contrattano il prezzo di un Cds. «Se ci fosse un mercato regolamentato – osserva un professore che preferisce restare anonimo – si faciliterebbe la lettura dei dati e si eviterebbero le speculazioni». «Basterebbe regolamentare il mercato – aggiunge un operatore – per vedere i volumi effettivi e per capire cosa veramente succede». Proprio questa è la proposta delle istituzioni: resta da vedere se la lobby delle grandi banche, quelle che dall'opecità traggono i maggiori guadagni, è d'accordo. Il braccio di ferro è tutto qui.
Il Sole 24 Ore (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/03/credit-default-swap-speculazione-paese.shtml)