View Full Version : [ Misteri d'Italia] C’erano i Servizi segreti quel giorno in via D’Amelio?
http://www.articolo21.info/libera.php?id=6327
C’erano i Servizi segreti quel giorno in via D’Amelio?
di Norma Ferrara
C’è un vuoto di circa mezz’ora e un video che racconta molto ma non tutto. Le immagini televisive recuperate alcuni anni fa dagli inquirenti, restituiscono gli attimi concitati e caotici del dopo strage in via d’Amelio, quel 19 luglio 1992 in cui persero la vita Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Cosina e Claudio Traina. Un arco di tempo piuttosto confuso in cui operarono i soccorsi, cominciarono a circolare le prime informazioni sulle identità delle vittime e fra sangue, lamiere ricurve e disperazione, venne estratta una borsa di pelle dal sedile posteriore della macchina in cui viaggiava il giudice Paolo Borsellino. Dentro – confermano i familiari - c’era una agenda rossa mai più ritrovata. Le immagini dei cineoperatori, passate al vaglio degli inquirenti qualche anno fa hanno identificato in Giovanni Arcangioli, allora capitano dei carabinieri, l’uomo ripreso con in mano la borsa di pelle mentre si dirige verso una direzione che l’obiettivo della telecamera non inquadra. Dopo qualche ora la borsa, che fa un giro di mani imprecisato, viene ritrovata nell’auto del giudice con alcune bruciature e priva dell’agenda in cui Paolo Borsellino custodiva pensieri, appuntamenti, dichiarazioni raccolte nei 57 giorni trascorsi dalla strage di Capaci. Qualche giorno fa gli avvocati di Arcangioli, unico indagato allo stato attuale delle indagini per furto aggravato (con l’ulteriore contestazione di aver favorito l’associazione mafiosa Cosa nostra) hanno chiesto alla procura di Caltanissetta di identificare gli altri uomini presenti sul luogo della strage nelle ore successive. Il riferimento alla presenza di persone legate ai servizi segreti è esplicito e sembrano aprirsi canali nuovi per indagare sui collegamenti esterni a Cosa nostra. Ne abbiamo parlato con il sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, amico e collega di Paolo Borsellino:
Qualche giorno fa gli avvocati di Giovanni Arcangioli hanno chiesto che venga fatta chiarezza sulle altre possibili presenze in via d’Amelio dopo l’esplosione. E’ un’ esplicita richiesta di indagare sul ruolo dei servizi segreti nell’attentato a Paolo Borsellino e alla sua scorta, che ne pensa?
Non posso dire molto, sarà la Procura di Caltanissetta a fare i dovuti accertamenti e stabilire eventuali presenze riconducibili a servizi segreti, cosiddetti deviati che sin dall’inizio, in verità, hanno sempre ruotato intorno alla vicenda. I difensori di Arcangioli hanno chiesto di identificare anche le altre persone presenti e io auspico che sia l’occasione buona per chiarire i misteri che avvolgono questa strage molto più di altre. Ci sono numerosi buchi neri, vuoti anche sulle ore, sui minuti che precedono e seguono la strage di via d’Amelio.
Giuseppe Ayala, a cui Arcangioli sostiene di aver dato la borsa che ha in mano nelle immagini televisive, ha dichiarato qualche sera fa in un’intervista al Tg3 di non ricordare esattamente come andarono i fatti quel giorno poiché emozioni troppo intense si sovrapposero al caos di quegli attimi. Lei che ricorda?
Arrivai sul luogo della strage dopo due ore poiché mi trovavo fuori Palermo. C’era caos, emozioni indescrivibili e anch’io non ricordo quasi nulla eccetto un particolare, che porto limpido nella memoria. Si tratta di un ufficiale dei carabinieri che mi bloccò, mi impedì, di andare a vedere il corpo di Paolo. Gli sono ancora oggi profondamente grato per averlo fatto.
L’agenda rossa di Borsellino è uno dei tanti oggetti spariti dopo stragi o delitti che in Italia sono rimasti irrisolti. Un copione che si ripete?
E’ certo che l’agenda rossa di Borsellino quel giorno fosse con lui, nella sua borsa. Secondo un vecchio schema reiterato sempre o quasi sempre dopo omicidi eccellenti scompaiono documenti, basti pensare alla vicende che ruotano intorno alla cassaforte del Prefetto Dalla Chiesa, agli appunti che sono stati in parte cancellati dai diari di Giovanni Falcone, alle videocassette scomparse del giornalista sociologo Mauro Rostagno; solo per citarne alcuni.
Uno schema che spesso termina con l’archiviazione, soprattutto in relazione ai mandanti esterni di queste stragi o ai possibili collegamenti con apparati deviati delle istituzioni. Perché?
Perché c’è una parte dell’Italia che vuole la verità ma ce n’è anche un’altra che la verità su questi fatti non la vuole. Ci sono persone che sono coinvolte e altre non direttamente coinvolte ma che avrebbero comunque difficoltà ad affrontarla. E dunque preferiscono non averla. Omissioni, pigrizie e mezze verità taciute sono la dimostrazione di una scarsa volontà a fare i conti con questo passato. Basti pensare alla richiesta inascoltata di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del ’92 - ’93. Non c’è risposta nei fatti, manca una volontà politica, collettiva intendo, che non riguarda solo la politica ma l’intera classe dirigente.
Sempre nei giorni scorsi sono emersi nuovi particolari dal processo per la scomparsa del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro. Cosa può dirci in merito?
Anche questa è una vicenda tormentata approdata ad un processo dopo 36 anni. Adesso il processo concentra l’attenzione di tutti ed è naturale che emergano nuovi elementi: addirittura testimoni che non sono mai stati ascoltati, documenti non analizzati con attenzione. Infine una testimonianza inquietante: un pm che riferì di aver appreso da Boris Giuliano di una richiesta, una sorta di indirizzo, arrivato dai servizi segreti nei confronti dei vertici della polizia palermitana nei primi anni ad “addormentare le indagini”, a rallentarle in maniera un po’, come dire…. burocratica. Si capisce come con questi presupposti, gli anni trascorsi che non aiutano i testimoni a ricordare ecc… tutto diventa più difficile. Ma noi non demordiamo, se riuscissimo a riportare a galla almeno mezze delle verità nascoste sarebbe già meglio che il niente attuale.
Trent’anni fa, come testimoniano i fatti raccontati da Ingroia, i servizi segreti deviati davano indicazioni mirate ad impedire l’accertamento dei fatti. Negli anni, laddove sono intervenuti, hanno saputo fare anche di peggio. In nessun processo di mafia è stato ancora accertato in Italia il coinvolgimento di persone o apparati dei servizi segreti. E in ognuno di questi l’archiviazione è stata l’unica risposta possibile.
Uno dei misteri più oscuri d'Italia assieme alla famosa lista dei 500 di Sindona,i mandati della strage di Bologna,le inchieste della alpi,le memorie di moro,i mandati dell'omicidio calvi ed altri ancora....come nn ricordare l'italicus,ustica,portella della ginestra,l'omicidio dalla chiesa,l'avocazione delle inchieste a cordova...e così via fino ai giorni nostri con de magistris e forleo....
In Italia la verità non interessa quasi più a nessuno,viviamo in un presente artificiosa e lontana 1000km dalla realtà.....
La vicenda dell'agenda rossa di Borsellino resta cmq un punto chiave per capire anche altri aspetti dellanostra storia,non ultimo l'attentato al papa e il ruolo di contrada nei servizi segreti....
Ovviamente,il collegamento con massoneria deviata come la P2,è lampante,anche in relazione all'omicidio dalla chiesa e calvi....
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Uno dei misteri più oscuri d'Italia assieme alla famosa lista dei 500 di Sindona,i mandati della strage di Bologna,le inchieste della alpi,le memorie di moro,i mandati dell'omicidio calvi ed altri ancora....come nn ricordare l'italicus,ustica,portella della ginestra,l'omicidio dalla chiesa,l'avocazione delle inchieste a cordova...e così via fino ai giorni nostri con de magistris e forleo....
In Italia la verità non interessa quasi più a nessuno,viviamo in un presente artificiosa e lontana 1000km dalla realtà.....
La vicenda dell'agenda rossa di Borsellino resta cmq un punto chiave per capire anche altri aspetti dellanostra storia,non ultimo l'attentato al papa e il ruolo di contrada nei servizi segreti....
Ovviamente,il collegamento con massoneria deviata come la P2,è lampante,anche in relazione all'omicidio dalla chiesa e calvi....
Alla fine in mezzo a quei misteri compaiono sempre le stesse facce , è un caso ?
O fa parte tutto del "piano di rinascita democratica ?"
E questo piano è affondato negli anni '80 oppure è ancora qui , oggi , che prosegue i suoi intenti ?
Alla fine in mezzo a quei misteri compaiono sempre le stesse facce , è un caso ?
O fa parte tutto del "piano di rinascita democratica ?"
E questo piano è affondato negli anni '80 oppure è ancora qui , oggi , che prosegue i suoi intenti ?
Più che altro c'è da valutare come nella maggior parte di queste storie,ci siano di mezzo persone molto vicine a Lui.
Dell'Utri per i rapporti con la mafia....carboni per i rapporti con calvi e quindi con la finanza bianca,ovvero quella cattolica dello Ior,gelli per la massoneria deviata e da qui partono una serie di collegamenti che toccano anche i servizi segreti e molti dei misreri d'italia.
Io penso che egli sia venuto fuori per un'incredibile convergenza di interessi e per una fortissima spinta dei quattro pilastri che sorreggono l'Italia:
Mafia -> Dell'Utri
Massoneria -> Gelli e il piano di rinascita
Vaticano -> Carboni e Ortolani
Politica -> Craxi e i suoi amici.
Insomma,se andiamo a vedere,quest'uomo aveva persone che lo spingevano e lo sorreggevano,ovunque,sin dagli anni 70'.....basti pensare ai soldi provenienti dalla svizzera,con cui costruì Mi2.
Per quanto riguarda il piano di rinascita,bhè,prendendolo in mano oggi giorno e leggendolo,a me personalmente scendono dei brividi fortissimi....più del 50% di quello che era scritto si è poi realizzato.
Cmq bisognerebbe entrare nello specifico di ogni stuazione per capire i collegamenti in atto tra tutti queste persone ed eventi...credo che molti rimarrebbero a bocca aperta se per esempio,sapessero della triangolazioen calvi-pazienza-carboni....tanto per citarne una....
Per quanto riguarda il piano di rinascita,bhè,prendendolo in mano oggi giorno e leggendolo,a me personalmente scendono dei brividi fortissimi....più del 50% di quello che era scritto si è poi realizzato.
:eek:
O mamma mia... siamo messi così male?
Ma appena la signora con la falce farà il suo lavoro (speriamo presto) cosa succederà?
:eek:
O mamma mia... siamo messi così male?
Ma appena la signora con la falce farà il suo lavoro (speriamo presto) cosa succederà?
Ne troveranno un altro
Ne troveranno un altro
morto un sindona se ne fa un calvi....e morto un calvi se ne fa un berlusca...morto un berlusca se ne fa un altro...
e chi potrebbe essere?
secondo me...
ce l'avete presente la copertina del singolo di elio "parco sempione"? :asd:
e chi potrebbe essere?
probabilmente qualcuno di cui ignoriamo l'eistenza....
sindona e calvi nn sono così famosi come berlusocni...il quale dovette entrare in politica per compiacere alcuni amici,per evitarsi guai peggiori e per favorire una certa corrente...
Insomma,Silvio è entrato in politica per molteplici motivi ed interessi....diciamo pure senza alcuna possibilità di scegliere.
peccato che questo tipo di discussioni nn abbiano mai abbastanza interesse...eppure sn fondamentali per capire la storia attuale...e perchè accadano certe cose...
Cosa vuoi farci ora bisogna scegliere tra berlusca e topo gigio....
Tutta l'attenzione è spostata li....
Certo che un programma che facesse queste domande a qualche politico sarebbe una manna dal cielo...
Ma d'altronde siamo in italia dove il 30% vota un colluso con mafiosi etc.etc. per cui c'è ormai poco da fare... speriamo che gli usa non importino la democrazia anche qui da noi...
:fagiano:
Cosa vuoi farci ora bisogna scegliere tra berlusca e topo gigio....
Tutta l'attenzione è spostata li....
Certo che un programma che facesse queste domande a qualche politico sarebbe una manna dal cielo...
Ma d'altronde siamo in italia dove il 30% vota un colluso con mafiosi etc.etc. per cui c'è ormai poco da fare... speriamo che gli usa non importino la democrazia anche qui da noi...
:fagiano:
l'hanno gia fatto,ti dice niente gladio e strategia della tensione ?
Senza dimenticare che il 16 marzo è la ricorrenza della morte di Aldo Moro,altro tassello mooooooooooolto importante per capire le trame atlatiche che hanno condizonato il paese...
Certo che un programma che facesse queste domande a qualche politico sarebbe una manna dal cielo...
Solo per averne accennato hanno massacrato Luttazzi .
Finchè ci sarà questo grumo di potere che coinvolge politici industriali e giornalisti in unica entità gommosa che si occupa di occupare il potere e silenziare ogni possibile opposizione , l' Italia resterà nel terzo mondo .
l'hanno gia fatto,ti dice niente gladio e strategia della tensione ?
Senza dimenticare che il 16 marzo è la ricorrenza della morte di Aldo Moro,altro tassello mooooooooooolto importante per capire le trame atlatiche che hanno condizonato il paese...
Ma vuoi rovinarmi completamente la giornata
:cry:
Ma perchè non incominci a raccogliere un pò di materiale e metterlo online in un sito...
Magari con anche le tue congetture...
Ma vuoi rovinarmi completamente la giornata
:cry:
Ma perchè non incominci a raccogliere un pò di materiale e metterlo online in un sito...
Magari con anche le tue congetture...
c'è poco da raccontare,sn cose accadute,documentate e prontamente insabbiate....
Basta prendere in mano qlc libro e fare 2+2 collegando i pezzi,all'inizio è dura ma dopo un po' è lo stesso copione che si ripete.
Massonerai,Mafia,Vaticano,Politica....sono i pilastri centrali...inotrno poi gravitano traffico di armi e droga,finanza laica,le banche etc etc etc...
Purtroppo però non se ne parla mai...
D'altronde,vai a paralre di Florio Fiorini in prime time :asd:
O magari un intervista frotale con Ortolani.....:asd:
ALCUNE DICHIARAZIONI DEI PENTITI SULLA NASCITA DI
FORZA ITALIA:
T R I B U N A L E D I C A L T A N I S S E T T A
UFFICIO DEL GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI
DECRETO DI ARCHIVIAZIONE
(artt.409 e 411 c.p.p.)
Il Giudice, dott. Giovanbattista Tona, nel
procedimento nei confronti di:
. BERLUSCONI Silvio, nato a Milano il 29 settembre
1936;
. DELL'UTRI Marcello, nato a Palermo l'1 settembre
1941;
in relazione al reato di cui agli artt.110-422 c.p., 7
d.l. 13 maggio 1991, n.152 (conv. in l. n.203/91)
(c.d. aggravante della finalità mafiosa), 1 d.l. 15
dicembre 1979 n.625 (conv. in l.n.15/80) (c.d.
aggravante della finalità di terrorismo).
http://www.*beep*.org/mafia/documenti_sen.htm
http://www.archivio900.it/it/downloa....aspx?id--=135
Le dichiarazioni di Salvatore Cancemi
P.M.: E queste richieste in quelloccasione disse a chi
dovevano essere rivolte?
Cancemi: Lui più volte ha detto che aveva queste
persone nelle mani, quindi Berlusconi e DellUtri,
quindi queste cose lui le doveva girare a queste
persone. Per me era una cosa
P.M.: Sì, ma nel corso di questa, in questa riunione
riprese il discorso di, chiarendo
Cancemi: () sì, lui in questa, in questa riunione dice
che ci doveva fare avere queste cose a queste persone,
Berlusconi e DellUtri, i nomi che ha fatto erano
questi qua. Anche dopo diciamo lui parlava sempre di
queste persone, anche dopo questincontro mi ricordo
che, altre, un paio di volte ha parlato sempre di
queste persone.
Le dichiarazioni di Giovanni Brusca
I rapporti tra Brusca e Mangano erano particolarmente
qualificati; si erano conosciuti in carcere tra il
1986 e il 1987 e poi Brusca e un suo parente avevano
fatto in modo di fargli assegnare la reggenza della
famiglia di Porta Nuova, dopo che Cancemi si era
consegnato ai Carabinieri.
Brusca gli chiese allora se poteva attivarsi per
ripristinare questi contatti e Mangano si rese
disponibile. Fece diversi viaggi a Milano per portare
a termine il compito affidatogli da Brusca e che
consisteva nellavanzare a Berlusconi le richieste che
stavano a cuore allassociazione cosa nostra, come ad
esempio labrogazione del regime detentivo speciale per
i mafiosi e lammissione di costoro ai benefici della
legge Gozzini.
Mangano si servì di un altro intermediario, che diceva
a Brusca chiamarsi Roberto e che faceva limprenditore
allinterno della Fininvestaveva lappalto delle pulizie
allinterno della Fininvest; nessun altra informazione
su questa persona ha saputo fornire il collaborante,
tuttavia ha escluso che Mangano gli abbia detto di
avere contattato DellUtri.
Le dichiarazioni di Salvatore Cucuzza
Secondo Cucuzza, Vittorio Mangano riuscì a tenere
stretti a sé Brusca e Bagarella proprio in virtù di
questi rapporti con DellUtri e non assunse mai alcuna
iniziativa senza tenerli informati. Ha raccontato di
avere appreso da Mangano che egli aveva lavorato
presso la tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi e che
lì aveva addirittura organizzato un sequestro di
persona ai danni del padre dellimprenditore; questo
sequestro poi non riuscì, in quanto allultimo momento
si cambi obiettivo ma senza successo.
Questi finanziamenti di Berlusconi prima a Bontate,
poi a Teresi, infine a Pullarà, Cucuzza li ha
contestualizzati a cavallo tra la fine degli anni 80 e
i primi anni 90.
Quando il 30/1/1994, Cucuzza venne scarcerato, torn a
parlare con Mangano dei suoi rapporti con DellUtri;
Mangano gli disse di essere ancora in stretto contatto
con lui e che grazie a lui poteva influenzare qualche
cosa, di interesse naturalmente di cosa nostra (verb.
P.M. Firenze 7/5/1997).
Brusca e Bagarella, per fargli comprendere la
necessità di mantenere il ruolo di Mangano, spiegarono
a Cucuzza che, attraverso DellUtri, Mangano aveva
fatto conoscere in anticipo delle possibilità di
ottenere una disciplina favorevole a cosa nostra in
relazione al noto decreto Biondi, poi ritirato in
seguito a delle polemiche politiche. Mangano inoltre
faceva sapere loro quali erano le indicazioni che
provenivano da DellUtri e quali le iniziative che egli
avrebbe avviato in loro favore.
Per Mangano veniva tenuto in affitto un ufficio a
Como, allinterno del quale egli diceva anche di
incontrare DellUtri che lo raggiungeva in elicottero.
Le dichiarazioni di Tullio Cannella
Bagarella ha riferito Cannella era già perfettamente a
conoscenza che era in cantiere la discesa in campo di
Silvio Berlusconi a capo di un nuovo movimento
politico che ci avrebbe assicurato, in virtù di
impegni preesistenti, di risolvere le questioni che
più stavano a cuore a cosa nostra e cioè: pentiti,
carcere duro e reato di associazione mafiosa.
Chiarisco che queste erano, per così dire, le priorità
che laccordo con Berlusconi ci avrebbe consentito a
breve termine di affrontare e risolvere. ...
Cannella ha insistito sugli impegni preesistenti di
Berlusconi con uomini di cosa nostra, sottolineando
che laccordo era stato coltivato dai fratelli Graviano
per conto di tutta quanta lorganizzazione negli anni
1991-1992. Di questo venne a conoscenza grazie alle
confidenze di Bagarella.
Le dichiarazioni di Maurizio Avola
Lo scopo era quello di frenare le iniziative
giudiziarie e legislative che avevano fortemente
intaccato il potere di cosa nostra e che erano state
scandite dallesito del maxiprocesso, dalla disciplina
a favore delle collaborazioni con la giustizia e poi
dal regime penitenziario instaurato dal noto art.41bis
O.P.
Avola ha affermato di aver appreso da DAgata che per
sostenere il nuovo partito era necessario portare
avanti un attacco violento allo Stato e questo attacco
era stato delegato a cosa nostra già allinizio del
1992, prima delle stragi di Capaci e di Via DAmelio.
Nulla seppe su quale fosse tale partito nuovo; nel
1994, mentre era detenuto, apprese dalla moglie che
gli esponenti di cosa nostra avevano ordinato agli
affiliati di votare Forza Italia
BLOG DI SALVATORE BORSELLINO,FRATELLO DI PAOLO BORSELLINO:
http://www.19luglio1992.com/
Dalla sentenza-bis sulla strage di Via D'Amelio della
corte d'assise d'appello di Caltanissetta (con molte
pagine che riguardano berlusconi)
FONTE:http://www.societacivile.it/primopiano/articoli_pp/cassazione.html
«Poco prima della strage di Capaci, Ganci gli aveva
confidato (a Cancemi, ndr) che Riina si era incontrato
con persone importanti», scrive la sentenza. «È bene
precisare che Cancemi non ha mai affermato che queste
persone fossero Dell'Utri e Berlusconi, e ha anzi
detto che nessuno gli aveva mai confermato
esplicitamente che questo incontro vi era stato, anche
se il Cancemi non ha nascosto di avere elaborato
quell'idea. Cancemi, quindi, avanzava solo sul piano
deduttivo un collegamento fra la consumazione delle
stragi e gli incontri con "persone importanti", di cui
aveva parlato in precedenza, finalizzati ai mutamenti
legislativi cui Riina aspirava. Cancemi istituiva un
collegamento di tipo logico tra i rapporti personali
che il Riina manteneva, le stragi e i mutamenti
legislativi per bloccare e screditare i pentiti. Per
Cancemi la motivazione principale della strage di via
D'Amelio era di ottenere una modifica immediata della
legislazione sui pentiti. Così Riina spiegava
l'urgenza di portare a termine l'uccisione del dr.
Borsellino. La strage era l'adempimento di un impegno,
di un obbligo che aveva contratto con chi gli aveva
promesso la modifica della legge».
Prosegue la sentenza: «L'accelerazione soggettivistica
che Riina ha dato agli avvenimenti nel corso del 1992,
il concentrarsi dell'interesse spasmodico alla
soppressione di Paolo Borsellino proprio quel 19
luglio del 1992, non si giustifica con il movente
della vendetta per il passato del magistrato. La
scelta dei tempi per assassinare il giudice mette in
luce la complessità della strategia, elaborata dopo la
sentenza del maxiprocesso e la conseguente svolta
epocale che essa rappresentava nei rapporti tra Stato,
politica e mafia. Mette in luce altresì l'esigenza per
Cosa nostra di compiere un'autentica rivoluzione in
tali rapporti, attraverso interventi radicali, per
rispondere alla condanna e alle sue implicazioni.
Nello stesso tempo i contraccolpi della prima strage e
il ruolo che Paolo Borsellino stava assumendo nelle
settimane successive alla strage di Capaci imponeva
l'esigenza della sua immediata soppressione e
l'assunzione consapevole dei costi che ciò avrebbe
comportato per proseguire nella nuova strategia. Tutto
ciò si riflette sul piano esecutivo con il succedersi
frenetico di riunioni e incontri, con la mobilitazione
dell'intero corpo dell'organizzazione e la necessità
per Riina non solo di ordinare la strage, ma anche di
spiegarne la necessità e i tempi. Da qui la riunione
nella villa di Calascibetta alla quale Riina partecipa
non tanto per sollecitare l'esecuzione e verificare lo
stato dell'organizzazione, ma per spiegare l'assoluta
necessità della perfetta riuscita per le sorti
dell'intera organizzazione».
il giudice doveva morire. Borsellino doveva morire. E
subito. A ogni costo: «Non deve sorprendere in
quest'ottica che, come ha spiegato Cancemi, nei mesi
successivi anche dopo la stretta repressiva Riina
ostentasse ottimismo e chiedesse ai suoi pazienza e
che Provenzano dopo l'arresto del Riina avesse
ribadito che la linea di Riina dovesse essere
proseguita, quasi che fosse stato messo in conto un
periodo di indurimento dello Stato che doveva tuttavia
preludere nel tempo a un progressivo ammorbidimento
fino alla conclusione del desiderato accordo di più
ampio respiro, sulla base delle richieste più volte
avanzate (...). [B]Riina aveva messo in conto tutto,
anche il 41 bis, non aveva mai dimostrato sorpresa per
la reazione dello Stato dopo il 19 luglio, la sua era
una prospettiva di lungo periodo: "Alla lunga
vinceremo noi"».
Prosegue la sentenza: «L'omicidio del dr. Borsellino
(era, ndr) da portare a termine in fretta, con
"premura"», perché era in corso «la trattativa sui
benefici che Cosa nostra avrebbe ottenuto da quella
azione. Riina aveva soggiunto che bisognava mettere in
ginocchio le istituzioni e che dovevano dimostrare di
essere i più forti. (...). Ganci, quando la riunione
si era sciolta, nel commentare con Cancemi le parole
di Riina con la frase "questo ci vuole rovinare tutti"
soggiunse che il Riina "aveva una certezza" e che
stava trattando "una cosa enorme". Nel corso di
analoghe successive riunioni nel corso delle quali
Riina aveva assicurato tutti che le cose stavano
procedendo secondo i piani, fu affrontato l'argomento
del carcere duro che nel frattempo era stato
ripristinato per i mafiosi. Riina rispondeva che
quella situazione momentanea sarebbe stata superata
dagli impegni che lui aveva avuto dalle persone con le
quali aveva trattato e che tutto sarebbe stato
superato in futuro; che tutto veniva fatto per il bene
di Cosa nostra. Invitava a stare tranquilli e ad avere
pazienza».
Ma quali erano i motivi di tanta fretta? «La
precipitazione e la concitazione con la quale si
addivenne alla esecuzione del piano contro Borsellino
è da ascrivere, invece, a tre eventi esterni che si
connettono tra loro e assumono senso alla luce delle
inquietanti dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia (...). La tradizionale attenzione di Cosa
nostra nel calibrare le proprie azioni in rapporto ai
possibili riflessi sulle decisioni di natura
politico-giudiziaria, avrebbe dovuto comportare
un'astensione da condotte idonee a far precipitare
quelle decisioni in un senso sfavorevole
all'organizzazione. Un'azione eclatante di Cosa
nostra, in pendenza di situazioni incerte che da
quell'azione avrebbero potuto essere pregiudicate (in
effetti la strage di via D'Amelio determinò la
conversione del decreto legge sul carcere duro con
aggravamenti) si giustifica soltanto se, a fronte di
quel costo, si fossero prospettati benefici di ben più
ampia portata e sia pure a lungo termine (...). A
fronte dei malumori dei detenuti nel periodo
successivo alle stragi, Bernardo Brusca, compare di
Riina, soleva ricordare che certamente il suo compare
aveva dovuto con la strage accontentare "qualcuno a
cui non poteva dire di no" e quindi ribadiva il
concetto fondamentale che ciò che poteva apparire un
"male" si sarebbe rivelato nel lungo periodo un bene
per Cosa nostra».
Infatti «fra i vecchi boss detenuti, tutti vecchi
compagni d'arme di Riina (...) era, quindi, diffusa
l'opinione che nella strage di via D'Amelio vi fosse
stato un "suggeritore" esterno, al quale il Riina non
si era potuto sottrarre. Tale "suggeritore" andava
ricercato tra gli interessati all'indagine su mafia e
appalti nella quale il dr. Borsellino aveva
dichiarato, imprudentemente, di volersi impegnare a
fondo, nello stesso momento in cui Tangentopoli
cominciava a profilarsi all'orizzonte. In questo senso
tanto il Brusca che il Calò ritenevano che la
decisione di uccidere il dr. Borsellino, nel momento
meno opportuno, dovesse risalire proprio a Bernardo
Provenzano, dei due capi corleonesi certamente il più
sensibile all'argomento appalti pubblici».
I tre «eventi esterni» che spiegano la fretta di Cosa
nostra nell'eliminare a ogni costo Borsellino, per i
giudici di Caltanissetta sono:
1. L'intervista rilasciata nel 1991 da Borsellino al
giornalista francese Fabrizio Calvi, in cui «racconta
la carriera criminale del Mangano, esponente della
famiglia mafiosa di Porta Nuova, estorsore e grande
trafficante di stupefacenti, ed espone quanto è a sua
conoscenza e quanto ritiene di rivelare sui rapporti
tra Mangano, Dell'Utri e Berlusconi. Nel corso
dell'intervista il dr. Borsellino, pur mantenendosi
cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da
segreto o riservate, consultando alcuni appunti in suo
possesso, forniva indicazioni sulla conoscenza di
Mangano con il Dell'Utri e sulla possibilità che il
Mangano avesse operato, come testa di ponte della
mafia a Milano in quel medesimo ambiente (...).
«Ma, se così è, non è detto che i contenuti di
quell'intervista non siano circolati tra i diversi
interessati, che qualcuno non ne abbia informato
Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto
autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come
abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene,
come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa
aver tenuto presente nel decidere la strage gli
interessi di persone che intendeva "garantire per ora
e per il futuro", senza per questo eseguire un loro
ordine o prendere formali accordi o intese o dover
mantenere promesse. Alla fine di maggio del 1992, dopo
la strage di Capaci, Cosa nostra era in condizione di
sapere che Paolo Borsellino aveva rilasciato una
clamorosa intervista televisiva a dei giornalisti
stranieri, nella quale faceva clamorose rivelazioni su
possibili rapporti di Vittorio Mangano con Dell'Utri e
Berlusconi, rapporti che avrebbero potuto nuocere
fortemente sul piano dell'immagine, sul piano
giudiziario e sul piano politico a quelle forze
imprenditoriali e politiche alle quali fanno esplicito
riferimento le dichiarazioni di Angelo Siino, sulle
quali i capi di Cosa nostra decisamente puntavano per
ottenere quelle riforme amministrative e legislative
che conducessero in ultima istanza ad un
alleggerimento della pressione dello Stato sulla mafia
e alla revisione della condanna nel maxi processo.
«Con quell'intervista Borsellino mostrava di conoscere
determinate vicende; mostrava soprattutto di non avere
alcuna ritrosia a parlare dei rapporti tra mafia e
grande imprenditoria del nord, a considerare normale
che le indagini dovessero volgere in quella direzione;
non manifestava alcuna sudditanza psicologica ma anzi
una chiara propensione ad agire con gli strumenti
dell'investigazione penale senza rispetto per alcun
santuario e senza timore del livello al quale
potessero attingere le sue indagini, confermando la
tesi degli intervistatori che la mafia era non solo
crimine organizzato ma anche connessione e
collegamenti con ambienti insospettabili dell'economia
e della finanza. Riina aveva tutte le ragioni di
essere preoccupato per quell'intervento che poteva
rovesciare i suoi progetti di lungo periodo, ai quali
stava lavorando dal momento in cui aveva chiesto a
Mangano di mettersi da parte perché intendeva gestire
personalmente i rapporti con il gruppo milanese. È
questo il primo argomento che spiega la fretta,
l'urgenza e l'apparente intempestività della strage.
Agire prima che in base agli enunciati e ai propositi
impliciti di quell'intervista potesse prodursi un
qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario».
2. La trattativa in corso tra Cosa nostra e uomini
dello Stato: «Per Brusca, Borsellino muore il 19
luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata
fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il
magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e
si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto.
Nel giro di pochi giorni dall'avvio della trattativa
Borsellino viene massacrato».
3. L'annuncio pubblico, fatto circolare dopo la morte
di Falcone, che Borsellino sarebbe diventato
procuratore nazionale antimafia.
L'ombra dei servizi segreti. C'è, dunque, una
trattativa in corso tra pezzi dello Stato e Cosa
nostra, sullo sfondo delle stragi del 1992-93. Ma c'è
anche l'ombra dei servizi segreti. Secondo un
consulente tecnico molto valorizzato nella sentenza,
il mago delle analisi dei traffici telefonici
Gioacchino Genchi, personaggi misteriosi (ma non
mafiosi) hanno tenuto sotto controllo i telefoni di
Borsellino e forse hanno controllato dall'alto - dal
monte Pellegrino - la zona della strage.
Sul monte Pellegrino sorge il Castello Utveggio,
bizzarra costruzione in cui ha sede il Cerisde, un
misterioso centro studi che, secondo Genchi, copriva
un centro del Sisde, il servizio segreto civile in
quegli anni controllato a Palermo da Bruno Contrada.
L'analisi dei tabulati delle telefonate di un
indagato, Gaetano Scotto, ha evidenziato una chiamata,
avvenuta qualche mese prima della strage, tra Scotto e
l'utenza del Castello Utveggio. Sul luogo della
strage, poi, scompare misteriosamente l'agenda di
Borsellino, da cui il magistrato non si separava mai.
Un'utenza telefonica clonata, in possesso di boss
mafiosi, chiama uno dei villini che si trovano lungo
il tragitto che l'auto di Borsellino ha percorso la
domenica della strage, ma anche alcune utenze del
Sisde. Pochi secondi dopo l'esplosione, dalla sede del
Sisde (sempre vuota la domenica, tranne quella
domenica) parte una telefonata che raggiunge il
cellulare di Contrada. Ma mentre erano in corso queste
delicatissime indagini, aveva spiegato Genchi in aula,
la pista dei possibili «aiuti esterni» viene bruciata
dall'intempestivo fermo di Pietro Scotto e lo stesso
Genchi è costretto a farsi da parte.
In conclusione, la sentenza afferma che «non vi è
ragione di ricorrere a mandanti occulti o a un terzo
livello per ammettere che nei grandi delitti di mafia
esistono complicità e connivenze che il sistema non
riesce a individuare e a portare alla luce». I
giudici, richiamando il contributo portato nel
processo da Genchi, sottolineano i «condizionamenti e
i veri e propri divieti opposti a quanti all'interno
degli apparati pubblici agivano con l'esclusivo
intento di ricerca della verità, e nel caso di specie
all'indagine su tracce e dati che riconducevano a un
sostegno logistico ed informativo al commando mafioso
di non identificati soggetti appartenenti ad apparati
pubblici».
I giudici così concludono: «Questo processo concerne
esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che
hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone
del telecomando. Ma questo stesso processo è
impregnato di riferimenti, allusioni, elementi
concreti che rimandano altrove, ad altri centri di
interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si
chiamano i [B]"mandanti occulti", categoria rilevante non
solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello
politico e morale. E quindi qui finisce il processo
agli esecutori della strage di via D'Amelio, ma non
certamente la storia di questa strage annunciata che
deve essere ancora in parte scritta».
La storia di Berlusconi e Marcello Dell'Utri
http://it.youtube.com/watch?v=iXJin-dYraY
http://it.youtube.com/watch?v=eoue61XDw6k
Ancora l'Agenda Rossa
E' ormai da mesi che continuo in ogni occasione a parlare di questa Agenda Rossa.
Ad essa e alla sua sottrazione da parte dei Servizi è legato secondo me se non il motivo principale sicuramente il motivo immediato dell'eliminazione di Paolo Borsellino.
Qualcuno sapeva o forse aveva addirittura visto Paolo prendere su quell'agenda degli appunti che dovevano sparire e qualcuno ha fatto in modo che quegli appunti sparissero.
Non importa se per questo hanno dovuto preparare in fretta un'attentato che ha fatto saltare in aria un intero quartiere e stroncato sei vite.
Non importava quella che sarebbe sicuramente stata la reazione dello Stato e della società civile di fronte a questa strage così riavvicinata a quella di Capaci, la cui preparazione era stata invece estremamente meticolosa perché non ci fossero rischi di fallimento.
Importava solo che quell' agenda sparisse o meglio che venisse sottratta e conservata in luogo sicuro perché potesse essere usata, anche a distanza di anni, per potere gestire quei ricatti che potrebbero arrivare a livelli inimmaginabili all'interno delle Istituzioni e condizionare l'allora futura, ma oggi attuale, vita politica del paese.
Importava anche che insieme all'agenda sparisse ogni possibile traccia scritta o registrata che Paolo potesse avere lasciata a casa sua o nel suo ufficio sotto forma di appunti o di annotazioni relative alle sue indagini, ai suoi colloqui e ai suoi incontri di quei frenetici giorni di lavoro tra il 23 Maggio e il 19 Luglio nei quali Paolo continuava a dire "Ho fretta, ho fretta, devo fare in fretta" ed anche "Sto vivendo la mafia in diretta".
E' per questo che come Via D'Amelio era piena di uomini dei Servizi subito dopo, e probabilmente anche prima, dello scoppio della macchina piena di tritolo, così anche lo studio di Paolo in Via Cilea si riempì, mentre i resti di Paolo non erano ancora messi nella bara, di uomini non in divisa e non identificabili che misero a soqquadro tutto e portarono via tutto quanto era possibile.
Questo è quanto mi hanno raccontato i miei nipoti Lucia e Manfredi.
Avevo pensato fino a qualche tempo fa che quanto contenuto nell'Agenda Rossa riguardasse soltanto la scellerata trattativa avviata tra Stato e Mafia e comunicata a Paolo il giorno 1 di Luglio nell'ufficio di Mancino, il quale si trincera dietro improbabili e impossibili amnesie per fingere di non ricordare.
Mi sto a poco a poco rendendo conto che lo scenario è in effetti molto più ampio.
Che riguarda anche le indagini che Giovanni Falcone non aveva potuto portare avanti su Gladio, le logge massoniche del Trapanese e quegli stessi traffici di armi per cui sarà uccisa Ilaria Alpi, indagini di cui Paolo era certamente al corrente e le cui tracce sono state fatte sparire insieme ai computers di Giovanni Falcone.
Che riguarda anche le indagini relative alle collusioni tra imprenditoria del Nord e organizzazioni criminali di cui Paolo parla in quell'intervista a due giornalisti francesi che pressioni di ogni tipo hanno sempre cercato di evitare che venisse portata all'attenzione dell'opinione pubblica..
Che riguarda anche le trattative dirette tra la mafia e quei nuovi referenti politici che la mafia stessa stava cercando dato che i precedenti non venivano più considerati affidabili come era dimostrato dall'omicidio di Salvo Lima, il referente in Sicilia di Giulio Andreotti.
Forse la trattativa tra Mafia e Stato per cui e' stato ucciso Paolo Borsellino era più ampia di quanto io abbia sempre creduto e riguardava non solo il "papello", di Toto' Riina ma anche questi punti, che forse ne costituivano la parte principale.
Oggi, dopo 16 anni, grazie al coraggio di un Giudice, Ottavio Sferlazza, che per ben due volte si è rifiutato di archiviare le indagini sulla sparizione dell' Agenda Rossa, furto che stava per andare in prescrizione dato che era stata rubricata finora come il semplice furto di una qualsiasi agenda, di Agenda Rossa si ricomincia a parlare.
Il Colonnello Arcangioli, allora Capitano e Comandante del Nucleo Operativo palermitano dell'Arma, viene finalmente indagato per furto aggravato con l'ulteriore contestazione di avere favorito l'associazione mafiosa.
Giovanni Arcangioli è l'uomo che è stato filmato mentre si allontana dalla macchina di Paolo ancora in fiamme con in mano la borsa di cuoio che sicuramente conteneva l'agenda, fotogrammi che sono saltati fuori quasi per caso e senza i quali forse di Agenda Rossa non si sarebbe mai parlato.
Giovanni Arcangioli dichiara ora, per difendersi, che non sono stati svolti accertamenti sui funzionari dei Servizi in Via D'Amelio e dice che occorre guardare in tutte le direzioni perché dalle stesse indagini della Procura di Caltanissetta emerge che altri, non lui, erano interessati all' Agenda.
Ma chi ci dice che lui non fosse interessato per conto di altri, ci ci dice che lui stesso non fosse in rapporto con quei Servizi che oggi accusa ma senza fare nomi ed indicare persone che sicuramente conosce.
Chi ci dice che non si tratti della solita tattica di disinformazione, in cui i Servizi stessi sono tanto versati, di accusare tutti in modo che si crei confusione e che alla fine non si arrivi da nessuna parte.
Se ha dei nomi da fare li faccia e chiarisca una volta per tutte quelle innumerevoli contraddizioni e cambi di versione in cui è caduto o di cui si è servito fino ad oggi.
E le stesse contraddizioni chiariscano anche quelle altre persone, anche magistrati o ex Magistrati, che fino ad ora sono stati interessati in questa vicenda piena di "non so", "forse" e non "ricordo".
A meno che tutti non siano stati colpiti da quella stessa epidemia la cui prima vittima è stata e continua ad essere lo smemorato di Montefalcione.
http://www.19luglio1992.com/index.php?view=article&id=130%3Aancora-lagenda-rossa&option=com_content&Itemid=28
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