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View Full Version : Sudan, Darfur e operazioni contro LRA; Uganda minaccia invasione del Congo


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Adric
07-09-2005, 18:23
Operazioni contro LRA tra Sudan e Uganda: 40 miliziani uccisi

Inviato da Ottavio Pirelli
martedì, 06 settembre 2005 17:28

Nuova operazione dell'esercito ugandese tra il nord del paese e il sud del Sudan: 40 combattenti del Lord's Resistance Army (LRA) sono stati uccisi, mentre cinque bambini ostaggio dei ribelli (e futuri baby-combattenti) sono stati liberati.

Gli interventi militari degli ultimi giorni, secondo le informazioni rese dall'agenzia Misna, hanno impegnato i militari sia sul terreno, sia per aria con incursioni dei mezzi dell'aviazione. Le zone interessate dagli scontri sono state quelle in prossimita della frontiera: Atiki e Kadomera, oltre ai distretti di Pader e Acholibur.


I risultati della controffensiva del governo di Kampala contro i ribelli arrivano in un momento di forte impegno anche del Sudan nel tentativo di contrastare le milizie di Joseph Kony. Secondo quanto riferito dalla Xinhua, domenica scorsa il governo sudanese ha rinnovato ufficialmente il proprio impegno al fianco del Sudan People's Liberation Movement e delle autorità ugandesi per porre fine una volta per tutte alla presenza dei combattenti del LRA lungo il confine tra i due stati.

(O.P.) (WarNews.it)

Adric
25-09-2005, 03:51
Sudan, varato il Governo

Inviato da Beatrice Giunta
mercoledì, 21 settembre 2005 23:11

Il Presidente del Sudan Omar al-Bashir ha annunciato la formazione di un nuovo Governo di unità nazionale come parte di un processo di pace firmato con gli ex ribelli meridionali, in accordo con i termini del CPA (Comprehensive Peace Agreement) siglato fra il Governo e l’SPLM/A.

C’è stato un ritardo iniziale per un litigio su chi avrebbe diretto il portafoglio dell’energia, soprattutto per il controllo della vitale industria del petrolio, rimasta nelle mani del partito del Presidente.

Il più grande disappunto per i sud Sudanesi, secondo la BBC, è proprio che non sia stato loro assegnato il ministero per l’energia e l’industria mineraria, che include appunto il settore del petrolio. Secondo i termini dell’accordo, il reddito del petrolio sarà diviso al 50% con il nord, ma la maggior parte delle riserve sono al sud.

Dei 29 Ministeri, 16 rimangono nelle fila del settentrionale National Congress Party al potere, 9 vanno all’SPLM ed i gruppi più piccoli hanno il resto.

Il Ministro degli Esteri, Lam Akol, proviene dall’SPLM. La nuova National Assembly temporanea del Sudan ha tenuto la sua prima sessione il 31 Agosto.

L’accordo, che è cominciato con un periodo di transito di sei anni, mette in dettaglio, secondo quanto riferito dall’IRIN, i protocolli sul potere legislativo condiviso e le risorse naturali. Il sud Sudan voterà per decidere se rimanere politicamente unito al nord o separarsi da esso dopo il periodo di transizione.

Secondo gli osservatori, la formazione di un’unità di Governo è un’altra pietra miliare nell’implementazione del CPA che ha terminato 21 anni di conflitti fra nord e sud del Paese.

Il sesto round dei colloqui di pace di Abuja tra il Governo ed i due principali gruppi ribelli – l’SLM/A ed il JEM (Justice and Equality Movement) del 15 settembre sono ripresi tra reciproche recriminazioni.

Lunedì scorso darfournews ha riportato la notizia del colloquio tra il Segretario generale dell’ONU Kofi Annan con il Ministro degli Esteri Sudanese Mustafa Osman Ismail, nel quale hanno discusso della crisi in Darfur e del processo di pace nel sud Sudan.

Il CPA non ha effetto sull’LRA

Il CPA non ha avuto gli effetti sperati riguardo le insurrezioni dei ribelli nel vicino nord Uganda, ha riferito l’HRW (Human Rights Watch) secondo l’angolapress. Jemera Rone, ricercatrice dell’est Africa dell’HWR, ha riferito che i recenti attacchi da parte dell’LRA che combattono per rovesciare il Presidente ugandese Yoweri Museveni e dominano il Paese “secondo i dieci comandamenti”, dimostrano che le milizie sono ancora molto attive.

Il gruppo ribelle ha ucciso sabato scorso 14 persone, soprattutto donne e bambini, in un’imboscata ad uno scuolabus nel sud Sudan, secondo quanto riportato dall’AFP; l'attacco è avvenuto a Loka, una piccola città fra Juba e Yei.

Il Vice Presidente del Sudan Salva Kiir, che è a capo dell’ SPLM, ha avvertito lo scorso mese di volere che le forze dell’LRA non attacchino il sud Sudan.



Proseguono i combattimenti

Intanto, in Darfur sia i ribelli sia le milizie pro-governative hanno lanciato attacchi negli ultimi giorni dopo mesi di relativa calma.

Un vasto attacco di ritorsione da parte delle tribù nomadi armate contro l’SLM/A, secondo l’IRIN, nella roccaforte dei ribelli nelle montagne di Marra nello stato del sud Darfur è stato sferrato per l’apparente ritorsione dopo il furto di 3000 cammelli ed ha provocato più di 40 morti nel Darfur, hanno detto fonti locali. Secondo una fonte all’interno della comunità nomade, i combattimenti sono andati avanti per circa quattro o cinque ore.

L’attacco è stato una risposta al raid del 25 agosto al villaggio di Malam, a 50 km dalla capitale del sud Darfur Nyala, durante la quale i ribelli rapirono bambini appartenenti ai nomadi arabi che vivono nell’area. Secondo l’AMIS (African Union Mission in Sudan) i ribelli avrebbero rubato più di 2000 cammelli ed ucciso 3 civili e 3 soldati del Governo. I ribelli dichiarano di essersi impadroniti dei cammelli poiché avevano invaso i loro campi ed i nomadi si rifiutarono di portarli via.

La missione ONU in Sudan ha raccomandato una limitazione da tutte le parti, dopo un incremento nei combattimenti a seguito della ripresa dei colloqui di pace la scorsa settimana. Persino le agenzie di aiuto ed i convogli umanitari sono dei bersagli: quest’anno, secondo l’UN News Service, sono stati uccisi quattro conducenti del WFP (UN World Food Program).

Il Governo sudanese ha incolpato i ribelli di aver interrotto il cessate il fuoco e dice che le milizie sono solo dei banditi non controllati da loro.

Gli osservatori sul campo hanno avvertito ripetutamente che il Darfur è a rischio di piombare in un perenne stato di illegalità.

Civili in attesa di aiuti minacciati e donne vittime di incubi

I recenti combattimenti nel Darfur stanno minacciando circa 33.000 civili che stanno ricevendo assistenza umanitaria da tre Organizzazioni non governative Internazionali, il cui staff è stato ritirato, secondo quanto riportato dall ‘UN News Service. La situazione è ancora più seria nella città di Shareya secondo l’UNMIS (UN Mission in Sudan); qui più di 50 combattenti del Sudan Liberation Army hanno lanciato un attacco a sorpresa lunedì scorso.

Il WFP avrebbe bisogno di 40 milioni di dollari per poter continuare le distribuzioni di cibo nella Regione.

La missione ha anche riportato che la situazione di sicurezza nel campo di Kalma, che ospita gli sfollati interni, si sta deteriorando sempre di più, soprattutto per gli attacchi contro le donne sole.

L’UNICEF ha dichiarato in un rapporto all’inizio di settembre che gli assalti sessuali da parte delle milizie arabe Janjaweed sulla gente del Darfur non solo procurano ferite fisiche, ma soprattutto traumi psicologici, compresi impulsi suicidi ed incubi da parte delle donne e giovanissime ragazze, con conseguenze anche su mariti e padri. Secondo le testimonianze le violenze avvengono soprattutto fuori dai campi degli sfollati, mentre sono in cerca di cibo e legna. Per queste donne ovviamente le conseguenze psicologiche sono vergogna e depressione, in conseguenza delle gravidanze e delle malattie trasmesse sessualmente.

I mariti si prendono cura dei figli delle loro mogli dopo la violenza da parte delle milizie, ma sono sempre bambini Janjaweed, un grosso problema in futuro nelle loro comunità.

Beatrice Giunta (WarNews.it)

Adric
05-10-2005, 23:00
LRA in Congo: l’Uganda minaccia l’invasione

Inviato da Ottavio Pirelli
mercoledì, 05 ottobre 2005 20:29

Si complica con il passare dei giorni la vicenda dei 400 ribelli ugandesi nascosti tra le foreste del Congo orientale dalla metà di settembre. L'esercito di Kampala ammassa truppe lungo la frontiera, minacciando apertamente di intervenire, mentre da Kinshasa le autorità fanno sapere di non voler tollerare alcuna invasione straniera. E intanto nel Nord Kivu la scoperta di alcune fosse comuni riporta alla luce un passato di violenze ed orrori.

La paura di una nuova invasione

Erano fuggiti dal sud del Sudan circa due settimane fa, i miliziani del LRA che ora rischiano di far salire la tensione tra Uganda e Congo. Capeggiati dal vice-comandante Vincent Otti, si sono stabiliti nei territori del Garamba National Park, da dove, per ora, fanno sapere di non voler andar via. Neppure la scadenza di un ultimatum lanciato dal governo ad inizio novembre e indirizzato a tutti i ribelli presenti in Congo ha convinto gli uomini di Joseph Kony a fare marcia indietro.

D'altra parte, le richieste delle autorità ugandesi in merito ai propri nemici giurati sono quanto mani chiare: disarmare e neutralizzare i miliziani. Kampala punta determinata al risultato, e rincara la dose denunciando l'incapacità di Congo e Onu nel mettere fine alla presenza di gruppi armati nell'est del paese. "Sponsors of terrorism", li definisce il Presidente Museveni, in base a quanto riportato nei giorni scorsi dalla Reuters, aggiungendo che la situazione attuale non è più accettabile e che le foreste congolesi si sono trasformate ormai in altrettante basi per terroristi.

Il Capo dello Stato ugandese ha anche minacciato apertamente un intervento diretto dei propri soldati contro i ribelli presenti nel paese confinante, se neppure il MONUC (Missione Onu in Congo) sarà in grado di spingerli alla resa. Sono due i mesi di tempo che Museveni si è detto disposto ad aspettare per la realizzazione del piano di disarmo che la scorsa settimana il vicepresidente congolese Azarias Ruberwa ha dichiarato all'Irin di aver messo a punto insieme con i propri capi militari.

A ciò si aggiunga che diverse fonti riferiscono delle attività militari dell'esercito di Kampala lungo il confine. Soldati, attrezzature e mezzi corazzati sarebbero stati già posizionati lungo il confine. Venerdì scorso, intanto, è giunta la risposta altrettanto decisa, anche se apparentemente indiretta, del governo di Kinshasa alle parole del Presidente ugandese: nessuna invasione straniera verrà tollerata. Un avvertimento rivolto a tutti gli stati confinanti, ma che ha come destinatario principale, in questo difficile frangente diplomatico, proprio l'Uganda.

Un'ulteriore prova di ciò è giunta nella giornata di ieri, quando l'ambasciatore presso le Nazioni Unite Ileka Atoki ha chiesto - riferisce l'agenzia Misna - alla Presidenza del Consiglio di Sicurezza di attuare una serie di azioni contro il governo ugandese in risposta alle minacce espresse da Museveni durante la scorsa settimana. In particolare, Atoki ha chiesto un embargo sulle armi, che Sam Kutesa, Ministro degli esteri ugandese, si è affrettato a definire "ridicolo".

Polemiche a parte, le autorità congolesi vogliono anche dimostrare di potersi occupare direttamente della questione LRA. E le notizie delle ultime ore sembrano confermare queste intenzioni. Circa 300 soldati, secondo i resoconti del network BBC, sono stati trasportati con elicotteri delle Nazioni unite nella zona di Aba. Altri 200 sono arrivati via terra, andando ad aggiungersi a quelli già presenti e in attesa di almeno altri 500 uomini che saranno dislocati prima della fine della settimana.

Fosse comuni in Nord Kivu

Mentre tra Congo e Uganda si gioca una partita politica e diplomatica dall'esito incerto, un passato, neppure tanto lontano, di orrore e violenza riemerge dalle profondità della terra. Tre fosse comuni sono state scoperte a Rutshuru, località a 50 km da Goma nel Nord Kivu.

Un enorme mucchio di ossa e di teschi è tutto ciò che rimane di un numero imprecisato di Hutu, congolesi e ruandesi, che - riferisce la BBC - l'esercito del Ruanda ha massacrato nelle operazioni lanciate sul territorio del vicino Congo dopo il genocidio del 1994.

Ad accusare il paese confinante sono non solo le parole di ufficiali dell'esercito congolese, ma anche quelle di un portavoce delle Nazioni Unite che ha definito credibile quella che è l'unica ipotesi avanzata finora. A questo sospetto, da più parti quindi ritenuto fondato, si unisce ora il timore che molte altre fosse possano essere scoperte nella zona.

Ottavio Pirelli
(WarNews.it)

gpc
06-10-2005, 10:14
Comunque è impressionante come ogni conflitto in Africa sia cancellato dai mezzi d'informazione...

Adric
10-10-2005, 03:34
Mandato di cattura per i leader dell’LRA

Inviato da Beatrice Giunta
domenica, 09 ottobre 2005 21:51

L’ICC (International Criminal Court) ha emesso mandati di cattura per cinque dei membri più alti in grado dell’ LRA (Lord’s Resistance Army), incluso il leader del gruppo, Joseph Kony.

La dichiarazione dei mandati è stata data dal Ministro della Difesa Ugandese Amama Mbabazi - riferisce l’IRIN - il quale ha dicharato alla stampa che l’indagine dell’ICC è completa, e che, oltre a Kony, c’è un mandato anche per Vincent Otti, numero due dell’ LRA.

Mbabazi, ha riportato l’International on line, ha detto che il mondo intero ricercherà Kony e che ora il Sudan, che ovviamente sa dove si trova, dovrebbe arrestarlo, secondo quanto riportato.

La notizia dei mandati è stata rivelata per primo da William Swing, un inviato ONU nella DRC (Democratic Republic of Congo) giovedì scorso e, secondo quanto riferito dalla BBC, non c’è stata alcuna parola dall’ICC stessa. Sempre giovedì, secondo il Daily Monitor, il Ministro degli Esteri Sam Kutesa ed il Ministro di Stato per la Giustizia e gli Affari Costituzionali Adolph Mwesige hanno confermato questi sviluppi.

I mandati sono i primi ad essere stati emessi dalla nuova corte all’AIA, il primo tribunale globale permanente istituito per giudicare individui per genocidio, crimini di guerra e abusi sistematici contro i diritti umani.


Questi mandati sono arrivati proprio nel momento in cui il Presidente Museveni ha minacciato di mandare militari nell’est del Congo per un inseguimento dei ribelli dell’LRA.

I mandati sono stati accolti dall’ HRW (Human Right Watch) come uno sviluppo storico e Richard Dicker, Direttore del Programma di Giustizia Internazionale, ha detto che ciò bolla gli accusati come criminali di guerra da una corte internazionale.

Dicker ha anche aggiunto che spera che la corte indaghi sull’esercito ugandese, anch’esso accusato di abusi contro civili durante la guerra con i ribelli.

Mbabazi ha detto ai reporter che i Governi del Sudan e del DRC hanno agito separatamente per i mandati di arresto dei cinque uomini.

La decisione dell’ICC ha attirato critiche da alcuni leader nel nord dell’Uganda, che hanno sostenuto a lungo che l’implicazione della Corte nel conflitto stava impedendo gli sforzi di pace in corso guidati dall’ex Ministro dell’Uganda Betty Bigombe.





La Corte Criminale Internazionale

L’ICC ha indagato dal 2004 sui crimini di guerra commessi nei 19 anni di conflitto tra l’LRA ed il Governo nel nord dell’Uganda. L’indagine riguarda i crimini commessi dal luglio 2002, quando la corte è stata istituita, ed ha come obiettivo coloro che avevano le responsabilità più pesanti per i crimini commessi nel conflitto.

Questa indagine è partita su richiesta del Presidente Museveni nel dicembre 2003. Nel dicembre del 2004 fu raggiunto un accordo tra l’ICC e l’Interpol (International Criminal Police) per arrestare coloro che erano sospettati di crimini di guerra.

Mbabazi ha dichiarato di voler cooperare con la corte e di voler richiamare il pubblico per cooperare anch’esso nell’arresto di qualsiasi di questi individui nominati.

L’ICC non ha proprie forze militari o di polizia per applicare i mandati di cattura e deve quindi contare sull’esercito ugandese e sull’aiuto degli stati vicini.

Mbabazi ha detto che uno degli accusati è stato ucciso dalle truppe ugandesi il 30 settembre scorso durante un’incursione dell’LRA nella regione orientale di Teso.



Attacco dei ribelli nella DRC

Vincent Otti è ancora nella DRC a 90 Km da Aba, nel nord est del Paese, e, secondo il Daily Monitor, avrebbe guidato 400 ribelli fino al Parco Nazionale Garamba nella DRC; questi ribelli sono stati respinti attraverso il confine secondo la dichiarazione di un portavoce dell’esercito congolese a Kinshasa riportata venerdì scorso dall’IRIN. L’esercito congolese ha detto di aver dispiegato 3.000 militari nell’area negli ultimi giorni.

L’arcivescovo John Odama ha detto all’IRIN la scorsa settimana dalla città di Gulu, a 380 Km a nord di Kampala, di aver effettuato un tour nei campi intorno al distretto di Kitgum e la gente gli ha riferito che l’LRA è lì, ma i ribelli sono calmi.

Lunedì della settimana scorsa un gruppo dell’LRA ha effettuato un’imboscata ad un pick-up nel distretto di Kitgum a 450 Km da Kampala, uccidendo cinque persone e ferendone almeno altre due.

Un consulente umanitario dell’ONU ha detto che i ribelli hanno bruciato circa 30/40 rifugi di paglia e foglie prima di fuggire e muoversi a nord verso il confine con il Sudan.

Secondo l’IRIN un leader locale nel distretto orientale di Katakwi ha detto che gli occupanti del campo di Angica, che ospita circa 600 persone, sono fuggite per paura che i ribelli potessero sferrare altri attacchi.



Amnistia e processo di pace
Alcuni ugandesi temevano che con una mossa del genere si potessero creare rallentamenti al processo di pace, ma il Ministro Ugandese degli Affari Interni Ruhakana Rugunda li ha tranquillizzati dichiarando che gli sforzi per una risoluzione pacifica proseguiranno a prescindere dall’emissione di questi mandati di cattura. Negli ultimi cinque anni l'amnistia ha permesso ai combattenti ribelli di arrendersi senza paura delle conseguenze.

Justice Onega, capo della commissione di amnistia, ha dichiarato che con questi mandati sarà più difficoltoso convincerli ad uscire allo scoperto, in quanto potrebbero pensare che questa è solo una propaganda per stanarli ed emettere mandati di cattura in seguito.

Mbabazi ha detto che il Governo è rimasto impegnato nel processo di pace e nell’amnistia data dal Governo a qualsiasi ribelle che denunci le ribellioni. Comunque, ha aggiunto, coloro che sono stati accusati dall’ICC “non saranno trattati come prima dell’accusa. Il Governo tratterà gli altri (ribelli che non sono stati accusati) come persone con cui possiamo avere conversazioni e che possono trarre beneficio dall’amnistia. Possiamo continuare ad incoraggiare Bigombe nei suoi sforzi per parlare di pace con l’LRA” ha detto Mbabazi, e se Kony tornasse in Uganda dal sud Sudan – dove si pensa che sia - l’esercito ugandese lo arresterebbe nel proprio territorio.

Analisti hanno accusato degli elementi nell’esercito sudanese di approvvigionare Kony ed i suoi combattenti, ma Khartoum nega il suo sostegno all’LRA.

Comunque, se il Governo ugandese desse il permesso dal Sudan, potrebbero inseguirlo attraverso la frontiera. Il Comandante dell’Esercito ugandese, il Ten. Gen. Aronda Nyakairima, si trovava recentemente in Sudan per richiedere il permesso per i militari ugandesi di attraversare la “linea rossa”, oltre la quale non è possibile inseguire i ribelli.



Ritorno rifugiati rwandesi dall’Uganda
Intanto, la scorsa settimana, circa 171 rifugiati rwandesi, la maggior parte dei quali donne e bambini fuggiti dal loro Paese durante il genocidio del 1994 e solo una parte dei 15.000 che hanno vissuto lì negli ultimi undici anni, sono rientrati dalla vicina Uganda secondo quanto dichiarato all’IRIN mercoledì scorso da un ufficiale dell’ UNHCR, l’ agenzia ONU per i Rifugiati.

I rimanenti si trovano principalmente nei tre villaggi di Nakivale, Oruchinga and Kyaka.

Questo è il primo rimpatrio volontario dall’Uganda da marzo, grazie ad un accordo tripartito tra Rwanda, Uganda ed UNHCR.

Beatrice Giunta (warnews.it)

Adric
10-10-2005, 15:07
Un fine settimana di sangue e paura in Darfur
Sudan

Inviato da Ottavio Pirelli
lunedì, 10 ottobre 2005 00:46

Fine settimana di sangue e paura per le forze di peacekeeping dell'Unione Africana (AU). Sabato, l'uccisione di tre soldati nigeriani e di due contractors della forza di pace. Ieri, il rapimento di un numero ancora imprecisato di uomini da parte di miliziani dissidenti del Justice and Equality Movement (JEM). Questo il terribile bilancio che preoccupa i vertici della missione in Sudan.


Domenica, il rapimento

E' stato un portavoce dell'AU a diffondere nella serata di domenica la notizia - ripresa tra gli altri anche dal network BBC - del rapimento di almeno 18 uomini tra osservatori militari e forze di sicurezza della missione di pace in Darfur, cui c'è da aggiungere un inviato americano e una rappresentanza del Jem. Cifra imprecisa, visto che la stessa AU è stata, dopo qualche ora, costretta a rettificare le informazioni rese: in base ad un nuovo conteggio, sarebbero almeno 40 i rapiti.

Gli autori dell'azione sono, con ogni probabilità, i membri di una fazione minoritaria dello stesso Jem, uno dei due gruppi ribelli attivi nella zona. I vertici ufficiali del Movimento, in Nigeria per i colloqui di pace di Abuja, si sono affrettati a dichiarare che la presunta mente del rapimento, Mohammed Saleh, sarebbe stato messo alla porta dal gruppo da più di sei mesi. In ogni modo, molti degli prigionieri sono stati già liberati nelle vicinanze della città di Tina, lungo il confine con il Chad. Rimane, però, imprecisato il numero di persone ancora nelle mani dei rapitori.

L'agenzia Reuters riferisce che, secondo Noureddine Mezni, portavoce dell'Unione, i rilasciati sarebbero 16. Un numero che non viene però ancora dato per certo neppure dall'ambasciata americana, che non è stata in grado di fornire ulteriori particolari sulla vicenda. L'ipotesi che i rapitori siano dissidenti del Jem, invece, sembra avvalorarsi con il passare delle ore.


Sabato, l'uccisione di cinque uomini

Una vera e propria imboscata nella giornata di sabato ha causato le prime vittime tra le fila delle forze di pace da quando ha avuto inizio la missione di pace in Sudan. Il primo atto di violenza contro il personale dell'Unione Africana ha avuto luogo nello stato del South Darfur, dove tre soldati e due contractors sono morti sul colpo, altri due colpiti in maniera più o meno grave, in seguito ad un attacco da parte di sconosciuti.

Non sono ancora chiari tutti i dettagli dell'imboscata. Il governo di Khartoum - riferisce la Reuters - ha fatto immediatamente sapere di non poter indicare i colpevoli, ma di poter confermare l'intenzione di proteggere le truppe dell'Unione presenti in Sudan.

Un richiamo alle responsabilità del governo sono giunte da Xavier Solanas, commissario agli esteri dell'Unione europea, il quale ha invitato le autorità a sostenere e proteggere la forza di pace. Parole che hanno uno strano sapore, soprattutto se si pensa alle accuse - di cui riferisce la BBC - che la scorsa settimana l'AU ha rivolto a Khartoum, accusando il governo di continuare a sostenere i guerriglieri Janjaweed in Darfur. Nonostante ciò, in alcune dichiarazioni, riprese dalla Reuters, l'AU avrebbe affermato che tra gli aggressori sarebbero stati riconosciuti guerriglieri del Sudan Liberation Army (SLA). Anche in questo caso, però, non è stato possibile confermare con certezza l'identità degli assalitori.



La preoccupazione per l'escalation di violenza

I vertici della missione di pace in Sudan hanno riferito alla stampa della loro preoccupazione per il moltiplicarsi dei casi di violenza negli stati che compongono la regione del Darfur. Il fatto che i peacekeepers possano essere visti non come forza di pace, ma sempre di più come nemico da combattere e uccidere, rappresenta una grave involuzione della situazione, già grave, in cui versa la regione.

Inoltre, gli stessi colloqui di Abuja stanno risentendo dei fatti di sangue che sempre più di frequente si ripetono nelle ultime settimane, frenando il già difficile percorso diplomatico intrapreso da tutte le parti in causa per porre fine al conflitto.

Ottavio Pirelli (warnews.it)

Adric
28-10-2005, 11:29
Gli affari dei trafficanti israeliani in Darfur e Uganda

Amos Golan è un “falco” israeliano. È stato vicecomandante della Duvdevan (“ciliegia”), un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito di Tel Aviv, i cui membri agiscono, in incognito, per arrestare o uccidere gli appartenenti alle organizzazioni terroristiche palestinesi. Oggi è conosciuto per aver fondato e presieduto una ditta israelo-statunitense, la Corner Shot Technology, che progetta e costruisce armi.

Nel dicembre 2004, Golan è salito alla ribalta delle cronache per una vicenda legata a un presunto traffico di armi. Tutto ha inizio quando le autorità giordane arrestano due (secondo alcune fonti, tre) cittadini israeliani, con l’accusa di avere venduto armi e munizioni a gruppi ribelli del Darfur. Fonti giordane affermano che a capo del gruppo, cui appartengono gli arrestati, vi sarebbero Golan e un altro trafficante israeliano, Shimon Naor, ma non viene spiccato alcun mandato di cattura nei confronti dei due. Le persone detenute in Giordania, comunque, confessano di essere in contatto con importanti personalità israeliane, tra cui il figlio di Danny Yatom, ex capo del Mossad. Avrebbero aggiunto, poi, che un gruppo di ribelli del Darfur si sarebbe addestrato in Israele.

La faccenda viene presto dimenticata dai media, anche perché le autorità israeliane e giordane si rifiutano perfino di confermare i pochi dettagli emersi. Del resto, i servizi di intelligence di Tel Aviv e Amman hanno avviato da anni uno stretto rapporto, e i panni sporchi preferiscono lavarseli in casa.

C’è, però, un aspetto singolare nell’intera vicenda: la notizia sul presunto traffico di armi da Israele verso il Darfur è apparsa proprio quando nella regione sudanese stavano giungendo aiuti umanitari israeliani per i profughi. Qualcuno ha così ipotizzato che quelle “voci” sarebbero state fatte circolare per inquinare e disinformare, gettando una luce sinistra sull’azione umanitaria.

Mig per Museveni

L’episodio accaduto in Giordania, comunque, ha tolto il velo di mistero che copre, normalmente, le attività di alcuni trafficanti di armi in Africa. Golan, per esempio, oltre alla Corner Shot Technology, presiede la Silver Shadow Advanced Security System, una compagnia che offre addestramento alle forze di sicurezza di tutto il mondo, ed è descritto, dal quotidiano Ha’aretz, come “molto attivo nel vendere armi in Africa”, specie in Uganda. In questo paese, Golan e la Silver Shadow che è legata al fratello del presidente Museveni, Salim Saleh hanno importato armi provenienti dall’Europa orientale: dai carri armati T55 ai caccia Mig21. Una parte di questi armamenti era, però, in cattive condizioni e, dunque, inutilizzabile. Ma i Mig21 sono stati rimessi in sesto e aggiornati in Israele. Un’ironia della storia, se si pensa che gli israeliani avevano distrutto al suolo proprio i Mig di Idi Amin nel raid di Entebbe del luglio 1976.

Alcune fonti di intelligence hanno confermato a Nigrizia che una quindicina di esperti di sicurezza israeliani stanno attualmente operando in Uganda. Fanno da supervisori a un corso di sei mesi frequentato da un centinaio di agenti dei servizi segreti ugandesi. L’addestramento è cominciato il 13 febbraio al campo militare di Kaweweta, nel centro del paese. Questi esperti sono stati assunti da Golan, attraverso la Silver Shadow.

Non è la prima volta che l’Uganda si serve dei servizi del “falco” israeliano. Già lo scorso anno, elementi della Silver Shadow addestrarono, per tre mesi, agenti delle squadre speciali di polizia e dei servizi interni di sicurezza. Golan continua a vantare ottimi collegamenti con l’establishment di Tel Aviv, al punto che l’attuale capo del Mossad, Meir Dagan, ha lavorato per la sua società.

Interessi

Shimon Naor, l’altro “uomo d’affari” coinvolto nel traffico d’armi verso il Darfur, è un ex ufficiale, di origine rumena, della marina israeliana, diventato mediatore internazionale di armi, con tanto di autorizzazione del ministero della difesa israeliano. Nel 1999, le autorità rumene lo arrestarono: l’accusa era di aver venduto armi non autorizzate a Nigeria, Eritrea e all’Unita angolana, violando l’embargo delle Nazioni Unite. Naor ottenne la libertà su cauzione, riuscendo, poi, a riparare in Israele. In Romania fu condannato a 7 anni di carcere. Tecnicamente, quindi, è un ricercato internazionale, anche se continua, come niente fosse, i suoi commerci di armi, destando lo stupore della stessa stampa israeliana.

Questa vicenda è interessante per vari motivi. Primo: il ministero della difesa israeliano si è rifiutato di collaborare con l’Onu nel fornire documentazione sulle società controllate da Naor. Secondo: per i suoi traffici, Naor si serviva di falsi end-user certificates rilasciati dal Togo. Terzo: il vecchio presidente togolese, Gnassingbé Eyadéma, buon amico del capo dell’Unita, Jonas Savimbi, è morto sull’aereo che lo stava portando non a Parigi, come si è detto in un primo momento, ma in Israele, nel tentativo di curare la sua grave malattia. Fonti di Nigrizia confermano che trafficanti israeliani sono presenti in Togo e che Eyadéma preferiva curarsi nella terra di David.

Da quanto detto s’intuisce come gli affari dei trafficanti di armi siano, almeno in parte, inseriti in un disegno strategico, volto a fare dell’Africa un retrovia del conflitto mediorientale. Il rapporto tra Uganda e Israele, ad esempio, risale agli anni ’60. Gli attuali piloti ugandesi di aerei ed elicotteri da combattimento sono stati addestrati in Israele, mentre, alla fine degli anni ’90, 120 istruttori israeliani hanno addestrato l’unità di protezione presidenziale di Museveni nell’uso dell’artiglieria e dei mezzi corazzati.

In effetti, Etiopia, Eritrea, Uganda e Kenya sono i principali paesi oggetto dell’attenzione di Israele in Africa orientale. A questa lista, di recente, si sono aggiunti Gibuti e, probabilmente, Somaliland. Se si pensa che questi paesi, tra l’altro, controllano direttamente o indirettamente le sorgenti del Nilo e la riva africana del Mar Rosso, si capisce il loro valore strategico agli occhi di Israele. Infine, non è un mistero che, in un passato anche recente, i servizi israeliani hanno appoggiato i ribelli sudanesi dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla).

Danny Yatom, ex capo delle spie israeliane, il cui figlio è stato coinvolto in una vicenda non chiarita di traffico d’armi. Sotto: il primo ministro israeliano Ariel Sharon con il capo del Mossad, Meir Dagan.

Luca Mainoldi
Fonte: Nigrizia

Ripreso da: Criticamente.it (www.canisciolti.info)

Ewigen
05-11-2005, 22:31
UGANDA 5/11/2005 10.49
CAPO RIBELLI LRA IN FUGA NELL’EX-ZAIRE?

Il fondatore e comandante dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) Joseph Kony avrebbe attraversato il confine con la Repubblica democratica del Congo proveniente dalla regione sudanese del West Nile. Lo scrive oggi il ‘New Vision’, quotidiano filogovernativo di Kampala, citando fonti militari e di intelligence nel nord Uganda. Le notizie sulla presenza di Kony – che da 18 anni guida una ribellione accusata di crimini e violenze contro i civili nel nord Uganda ma che ha le sue basi nel Sud Sudan – sarebbero tuttavia ancora da confermare. Un portavoce militare ugandese ha detto che Kony ha cercato di raggiungere l’ex-Zaire per sfuggire a un’operazione lanciata dall’esercito di Kampala, che è autorizzato a entrare in Sudan. Alla fine di settembre era stata segnalata la presenza in Congo del suo vice, Vincent Otti, insieme a circa 3-400 ribelli; il gruppo è però sparito quando i caschi blu della locale missione dell’Onu (Monuc) e le forze governative hanno cercato di disarmarli. Nei giorni scorsi, circa 150 soldati della Monuc sono stati inviati nella zona di Aru, nell’estremo nord-est, per individuare i ribelli dello Lra che potrebbero ancora trovarsi in quella zona.

Ewigen
05-11-2005, 22:41
AFRICA 5/11/2005 7.43
CONSIGLIO SICUREZZA ONU IN MISSIONE NEI GRANDI LAGHI PER RIBADIRE LA PACE

Inizia oggi da Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, la ‘trasferta’ di sei giorni di una delegazione del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite nella regione dei Grandi Laghi. “Con questa missione vogliamo sottolineare l’importanza che per l’Onu rivestono i processi di pace in corso in Congo e Burundi e ribadire questo nostro impegno di fronte a tutti i protagonisti dei singoli paesi e dell’intera regione” ha detto il Consiglio in una nota diffusa prima del viaggio. Dopo Kinshasa, la delegazione del massimo organo decisionale Onu nei Grandi Laghi si recherà a Mbuji Mayi (nel sud est del Congo) e poi in Burundi, Uganda, Rwanda e Tanzania. “La pace nei grandi Laghi non è mai stata così vicina, grazie agli sforzi fatti dai paesi della regione per risolvere le differenze attraverso il dialogo pacifico e le consultazioni” scrivono ancora i 15 paesi del Consiglio. Descrivendo la transizione politica del Burundi “un segnale incoraggiante per l’intera regione”, il Consiglio ricorda che i risultati positivi ottenuti finora “rischiano di essere minacciati se la transizione in Congo non verrà completata entro il termine del 30 giugno prossimo” la data in cui si dovranno tenere le prime elezioni democratiche della storia della Repubblica democratica del Congo. “Andremo in Congo con un solo messaggio: le elezioni dovranno seguire il calendario di transizione fissato” ha detto l’ambasciatore francese Jean Marc de La Sabliere, che guida la delegazione del Consiglio. I Grandi Laghi costituiscono una delle aree più instabili del continente a causa delle guerre dell’ultimo decennio; una svolta decisiva nei rapporti tra le nazioni di questa zona dell’Africa è attesa dal grande vertice della regione previsto nei prossimi giorni e durante il quale dovrebbero essere sottoscritti importanti accordi su pace, sicurezza e difesa tra 11 governi della regione.

Ewigen
06-11-2005, 10:11
Operazione antiguerriglia in Congo: 34 miliziani uccisi
Congo R.D.
Inviato da Ottavio Pirelli
5 novembre 2005 18:34

Un'operazione antiguerriglia è stata condotta durante la notte di lunedì dalle truppe dell'esercito congolese nel villaggio di Burondo nello stato del Nord Kivu. Obiettivo del raid la liberazione di quattro funzionari elettorali trattenuti con la forza dalle milizie di etnia Mayi-Mayi. Nel corso dei combattimenti ingaggiati dai soldati governativi, 34 ribelli hanno perso la vita, mentre i rapiti sono stati tratti tutti in salvo.

I quattro funzionari, tra i quali anche una donna, erano stati rapiti - riferisce l' IRIN - il 23 ottobre scorso, mentre erano impegnati nelle fasi di registrazione dei votanti della regione. Insieme al personale, in quell'occasione, i guerriglieri avevano portato via con sé documenti e attrezzature che non sono stati ritrovati. Un fatto che non pregiudica il lavoro già svolto, visto che giornalmente i dati raccolti venivano trasmessi ad un vicino centro elettorale.

Verso le elezioni tra mille difficoltà

Episodi di violenza come questo, soprattutto nel Nord-est del paese, sono ormai la regola per il Congo. I passi da effettuare necessariamente per poter giungere all'appuntamento elettorale sono resi ancora più difficili da un territorio vasto e poco controllabile. Nelle foreste delle zone orientali del paese vivono migliaia di ribelli appartenenti a gruppi e gruppuscoli, che di tanto in tanto fanno sentire la loro presenza.

Una denuncia sottoscritta dalla società civile di Bukavu, fatta pervenire oggi all'agenzia Misna, getta nuove ombre sul precario equilibrio di tutta la regione. Le notizie sulla situazione da guerra permanente si aggiungono a quelle, non confermate dalle autorità, sulle diserzioni di militari regolari, passati sempre più numerosi negli ultimi mesi agli ordini del generale dissidente Mutebusi.


Il quartier generale della missione ONU a Bunia

La caccia ai guerriglieri all'interno di questa costellazione di sigle non è affare semplice da affrontare, eppure la sicurezza di vaste regioni del Congo dipende dal rapido debellamento della guerriglia da parte di esercito e Missione ONU in Congo (MONUC). Non meraviglia quindi la recente intensificazione delle operazioni militari congiunte contro i miliziani, che nei giorni scorsi, secondo fonti di stampa internazionali, hanno portato all'individuazione e distruzione di cinque campi militari allestiti nel Parco Nazionale di Virunga. L'attacco, cui hanno partecipato in tutto 2500 uomini tra peacekeepers e soldati congolesi, è stato la diretta conseguenza della fine di un ultimatum lanciato nelle scorse settimane ai ribelli delle Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda (FDLR) e di varie altre formazioni Mayi-Mayi. Tra le fila di questi ultimi in pochi giorni l'operazione ha portato alla resa di almeno 120 uomini, messi alle strette dalle perlustrazioni minuziose dei soldati.

Si tratta per il MONUC anche di un successo nella lotta per il ripristino della sicurezza in Congo, che arriva in coincidenza con la votazione all'unanimità della risoluzione delle Nazioni Unite che estende il mandato della missione fino al 30 settembre 2006, periodo entro il quale si spera che avranno luogo le tanto attese elezioni.

Il problema LRA

Alla permanenza di gruppi armati nel paese, si aggiunge la vicenda dello sconfinamento di alcune migliaia di ribelli del Lord's Resistance Army (LRA) nel Parco Nazionale di Garamba. Una presenza che ha deteriorato di molto i rapporti del paese africano con il vicino Uganda, che da anni combatte Kony e i suoi miliziani.

A tal proposito, mercoledì i vertici del Monuc hanno fatto sapere - riferisce sempre l'IRIN - della ferma volontà delle forze di pace di respingere gli intrusi fuori dai confini dello stato. Un primo contingente di 150 soldati, appunto, dovrebbe essere presto dispiegato nel villaggio di Aba, nelle vicinanze del parco.

Questa mossa del MONUC, oltre al suo rilievo militare, è un'esplicita risposta alla proposta dell'Uganda di far intervenire i propri soldati sul territorio dello stato confinante. Una richiesta subito respinta dalle autorità di Kinshasa, che da mesi temono che la presenza del LRA possa fornire una scusa agli ugandesi per un' occupazione miltare nell'est del paese.

Ottavio Pirelli
(Ultimo aggiornamento domenica, 06 novembre 2005 08:40 )

Ewigen
12-11-2005, 11:32
SUDAN 12/11/2005 5.20
MONITO DEL VICE-PRESIDENTE SUD SUDAN A RIBELLI LRA

(Misna)“Non vogliamo tornare in guerra; ne abbiamo vista abbastanza e vogliamo che i ribelli ugandesi lascino il Sud Sudan e accettino il processo di pace; o li spingeremo fuori noi”: parlando a Juba, lo ha detto Riak Machar, vice-presidente del sud Sudan e ‘numero due' dell’Esercito/Movimento di liberazione del Sudan (Spla-m). Secondo Machar, un gruppo di ribelli del sedicente Esercito di resistenza del signore (Lord Resistance army, Lra) si troverebbe attualmente a Nimule, alla frontiera con l’Uganda, dove domenica scorsa avrebbe sferrato un attacco a un convoglio umanitario costato la vita a due sminatori dell’organizzazione non governativa svizzera ‘Swiss Foundation for Mine Action’ (Fsd). “Abbiamo dislocato le nostre unità della zona e auspichiamo che (i ribelli) prestino attenzione al nostro monito, altrimenti agiremo” ha concluso Machar. Anche l'Onu e gli operatori umanitari attivi in sud Sudan vedono nello Lra la “principale minaccia” al processo di pace e alla rinascita dei territori meridionali sudanesi.

Ewigen
13-11-2005, 01:03
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 12/11/2005 11.42
MISSIONE ONU, “NESSUNA TRACCIA DI RIBELLI UGANDESI”

“Per il momento non ci sono prove tangibili che confermino la presenza di ribelli ugandesi in territorio congolese”: così il colonnello Thierry Provendier, portavoce militare della Missione delle Nazioni Unite in Repubblica democratica del Congo (Monuc) ha sintetizzato l’esito della missione di verifica speciale inviata nei giorni scorsi nel nord est della Repubblica congolese per verificare se nella zona di Aba (vicino al Parco nazionale Garamba, nella Provincia Orientale) vi fossero ancora gli elementi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) che avevano fatto la loro comparsa a settembre. La missione, composta da 150 ‘caschi blu’, era stata inviata ad Aba per chiarire una volta per tutte se i ribelli del Lra fossero ancora in Congo (come continua a sostenere il governo ugandese) o se avessero già lasciato il paese per fare ritorno in Sud Sudan (come sostiene invece Kinshasa). Nei giorni scorsi il governo uagndese ha addirittura rilanciato, sostenendo che in territorio congolese si troverebbe nientedimeno che il fondatore e capo indiscusso del Lra, Joseph Kony. Un’ipotesi seccamente smentita dal portavoce del presidente, che ha definito la notizia diffusa da Kampala un “pretesto” adottato dall’Uganda per far deragliare il processo di transizione in ex-Zaire e attirare l’attenzione della comunità internazionale. (Misna)

Ewigen
13-11-2005, 01:22
doppio

Ewigen
13-11-2005, 23:28
SUDAN - Sarà completato entro il gennaio 2006 il dispiegamento dei 10.000 caschi blu che comporranno la missione Onu in Sudan (unmic) che avrà lo scopo principale di aiutare le autorità nazionali nella ricostruzione del Sud Sudan, devastato da un conflitto durato oltre vent’anni. Attualmente, l’Unmis può contare su 3822 uomini (il 40% dell’intera forza), incluso un piccolo contingente italiano incaricato della sicurezza del quartier generale della missione a Khartoum.
REP.DEM. DEL CONGO - Un uomo e sua moglie sono stati uccisi durante la notte a Kinshasa nel quartiere di Limete; secondo le prime informazioni, l’episodio sembra rientrare nel crescente clima di criminalità e insicurezza che attanaglia la capitale.(misna)

Ewigen
14-11-2005, 18:56
KAMPALA: ARRESTATO CAPO OPPOSIZIONE


(Misna)È stato accusato di essere un esponente di primo piano dell’Esercito di redenzione del popolo (People’s redemption army), il nuovo gruppo ribelle ugandese che avrebbe le sue basi nell’est del confinante Congo, Kiiza Besigye, il capo dell’opposizione arrestato oggi poco dopo le 14:00 (le 12:00 in Italia) a Kampala dove era rientrato solo 3 settimane fa, dopo un esilio durato 4 anni. Fonti della MISNA nella capitale ugandese, riferiscono che le tensioni e i disordini intorno al commissariato centrale di Kampala, dove Besigye è stato trasportato, non accennano a diminuire. La polizia sta utilizzando i gas lacrimogeni per allontanare la folla di sostenitori del Forum per il cambiamento democratico (Fdc), il partito d’opposizione guidato proprio da Besigye, radunata all’esterno della struttura per chiedere il rilascio del proprio beniamino. Secondo le informazioni raccolte, i tentativi degli agenti di sicurezza di allontanare i manifestanti vengono annullati dalle centinaia di persone che continuano ad affluire nella zona del commissariato man mano che la notizia si diffonde in città. Tensioni sarebbero in corso anche a Rukungiri, la provincia di origine di Besigye che si trova ne sud-ovest del paese a ridosso del confine tra Rwanda e la Repubblica democratica del Congo. “La situazione è molto tesa e c’è il serio rischio che finisca fuori controllo, anche a causa dei proclami che influenti esponenti dell’opposizione stanno lanciando alle radio locali, gettando solo benzina sul fuoco” prosegue l’intervistato. Secondo la legge ugandese, Besigye può essere trattenuto in stato di fermo per un massimo di 48 ore, scaduto questo termine le accuse devono essere formalizzate di fronte un giudice. Besigye, che ha trascorso gli ultimi 4 anni in Sudafrica, dove è fuggito temendo per la sua vita dopo avere perso le elezioni del 2001 (vinte dall’attuale capo di Stato Yoweri Museveni), è rientrato in patria per partecipare alla prossima competizione presidenziale. Appena atterrato in Uganda l’oppositore (che fu anche medico personale di Museveni) smentì fermamente le voci di suoi presunti legami con l’‘Esercito di redenzione del popolo’. Pur avendo sostenuto a lungo che Besigye era libero di rimpatriare, il governo di Kampala da tempo lo accusa di coinvolgimento in attività criminali e ne ha prospettava l’arresto.

Ewigen
14-11-2005, 21:13
UGANDA 14/11/2005 19.47
KAMPALA: ARRESTATO CAPO OPPOSIZIONE, FORMALIZZATE ACCUSE / 2


Un’incriminazione per tradimento e per uno stupro risalente al 1997 è stata formalizzata oggi nel tribunale di Buganda, a Kampala, contro Kiiza Besigye, il capo dell’opposizione arrestato stamani a tre settimane dal suo rientro in patria dopo quattro anni d’esilio. Lo riferiscono fonti della MISNA nella capitale ugandese, aggiungendo che ora il leader del Forum per il cambiamento democratico (Fdc) rischierebbe la pena di morte e non avrebbe possibilità di essere rilasciato su cauzione. La notizia del suo arresto ha scatenato immediate e violente proteste a Kampala, dove la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere i sostenitori di Besigye. Secondo fonti locali, le autorità giudiziarie potrebbero trattenerlo in carcere in attesa di giudizio per un anno; il leader dell’opposizione, già sconfitto dall’attuale capo di Stato Yoweri Museveni alle presidenziali del 2001, aveva dichiarato l’intenzione di sfidarlo alle prossime elezioni del 2006. Morris Latigo, vicepresidente del Fdc, ha detto oggi alla radio ‘Kfm’ che il partito di Besigye non intende cambiare candidato e che il leader arrestato oggi va considerato innocente fino ad un'eventuale condanna definitiva. Suleiman Kiggundu, presidente del Fdc, ha definito “un atto barbarico” il provvedimento contro Besigye, che verrà trattenuto nel carcere di massima sicurezza di Luzira e domani dovrebbe apparire di nuovo in tribunale. Già medico personale di Museveni, nel 2001 si era auto-esiliato in Sudafrica dopo aver perso le presidenziali, nel timore di essere perseguitato; Besigye è anche accusato di essere un esponente di primo piano dell’Esercito di redenzione del popolo (People’s redemption army), il nuovo gruppo ribelle ugandese che avrebbe le sue basi nell’est del confinante Congo. Pur avendo sempre respinto le accuse e smentito suoi legami con i ribelli, Besyge – secondo quanto scrive oggi il sito della ‘Bbc’ on line - in alcune interviste in passato avrebbe fatto riferimento a un possibile “ritorno nella foresta” per rovesciare il presidente Museveni.
[EB]

Ewigen
15-11-2005, 19:24
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 15/11/2005 4.47
KINSHASA: ARRESTI PER OMICIDIO GIORNALISTA


Otto persone sospettate di aver preso parte all’omicidio del giornalista Fanck Kangundu, ucciso insieme alla moglie lo scorso 3 novembre, sono state arrestate dalla polizia nella capitale Kinshasa. Lo si è appreso da fonti di stampa locale. La polizia ha detto che le loro identità – si tratta di quattro civili e quattro militari – verranno rese note quando il caso sarà affidato alla magistratura. Gli arresti sarebbero avvenuti nei giorni scorsi, probabilmente tra mercoledì e venerdì. Kangundu, capo della redazione di politica interna del quotidiano di Kinshasa ‘La Reference Plus’, è stato assassinato insieme alla moglie da alcuni uomini armati; organizzazioni locali per la libertà di stampa e per i diritti umani tendono ad escludere il movente della rapina e hanno chiesto al governo di istituire una commissione di inchiesta indipendente, anche perché il giornalista era anche uno stretto collaboratore di Marie-Anne Lukinana, segretario generale del Partito del popolo per la ricostruzione e la democrazia (Pprd)

Ewigen
15-11-2005, 20:56
SUDAN 15/11/2005 20.27
SUD SUDAN: VITTIME PER SCONTRI, EVACUATI UFFICI AGENZIA ONU


Un numero imprecisato di persone sarebbe rimasto ucciso a causa di scontri a sfondo etnico nella città di Yambio, nella regione dell’Equatoria occidentale, non lontano dal confine con la Repubblica democratica del Congo. Lo hanno riferito operatori dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Gli incidenti erano iniziati ieri pomeriggio, ma sono poi degenerati in violenti combattimenti tra i componenti della comunità Zambe, dominanti nella zona, e i Dinka, la più ampia componente etnica del Sud Sudan. Stando alle testimonianze di alcuni operatori dell’agenzia dell’Onu riferite dall’‘Associated press’, sarebbero state bruciate alcune abitazioni e almeno un ufficio dell’Oms. Negli scontri è stato ucciso anche il responsabile locale di un centro di formazione agricola collegato al ‘Catholic relief service’, l’organismo di assistenza umanitaria della chiesa cattolica negli Stati Uniti. Il Sud Sudan è appena uscito da un conflitto con il governo di Khartoum durato 21 anni e sta attraversando la difficile fase dell’immediato dopo-guerra. La firma della pace a gennaio scorso ha aperto le porte al complesso lavoro di riconciliazione anche tra le diverse componenti etniche del Sud, in particolare i Dinka e i Nuer, secondo gruppo della regione.

Ewigen
15-11-2005, 21:06
Comunque è impressionante come ogni conflitto in Africa sia cancellato dai mezzi d'informazione...

Africa?Asia (esclusi i soliti Medioriente e Cina tanto cari)?;ma cosa sono?Dove si trovano?

gpc
15-11-2005, 23:38
Africa?Asia (esclusi i soliti Medioriente e Cina tanto cari)?;ma cosa sono?Dove si trovano?

Comunque noto l'impegno che tu ed Adric ci state mettendo nel pubblicare certe notizie.
Certo che poi mi viene da sorridere quando si criticano i nostri telegiornali perchè non riportano certe notizie ma solo gli "scoop" locali. Beh, vedendo le visite che hanno questi thread non è che gli si possa dare molto torto, direi. Oddio, mi ci metto dentro anche io, ma nella maggior parte dei casi non saprei che dire...

Amu_rg550
16-11-2005, 00:41
Comunque noto l'impegno che tu ed Adric ci state mettendo nel pubblicare certe notizie.
Certo che poi mi viene da sorridere quando si criticano i nostri telegiornali perchè non riportano certe notizie ma solo gli "scoop" locali. Beh, vedendo le visite che hanno questi thread non è che gli si possa dare molto torto, direi. Oddio, mi ci metto dentro anche io, ma nella maggior parte dei casi non saprei che dire...

io la vedo al contrario: è difficile comunque per una persona andare oltre i soliti argomenti se quel che passa l'informazione italiana non è granchè: se una notizia non fa più "notizia" (esempio, gli attentati in iraq) non viene resa pubblica o sono in maniera veloce ed approssimativa.
quante persone sanno cos'è successo nel darfur? se non si sa cosa dire spesso è colpa di chi dovrebbe e non te le dice.

gpc
16-11-2005, 01:45
io la vedo al contrario: è difficile comunque per una persona andare oltre i soliti argomenti se quel che passa l'informazione italiana non è granchè: se una notizia non fa più "notizia" (esempio, gli attentati in iraq) non viene resa pubblica o sono in maniera veloce ed approssimativa.
quante persone sanno cos'è successo nel darfur? se non si sa cosa dire spesso è colpa di chi dovrebbe e non te le dice.

Boh, sì, può anche essere come dici tu...

Ewigen
16-11-2005, 12:27
UGANDA 16/11/2005 11.00
KAMPALA: CAPO OPPOSIZIONE COMPARIRÀ DI FRONTE AD ALTA CORTE


È calma questa mattina la situazione a Kampala, scossa negli ultimi due giorni dalle proteste dei sostenitori del principale partito d’opposizione, scesi in piazza dopo l’arresto del loro leader Kiiza Besigye, e dagli scontri con le forze di sicurezza che hanno causato la morte di 5 persone e il ferimento di almeno una decina. Lo riferiscono fonti della MISNA sul posto, precisando che il capo del Forum per il cambiamento democratico (Fdc) dovrà comparire oggi pomeriggio verso le 15:00 di fronte all’Alta Corte di Kampala dove gli verrà formalmente contestata l’accusa di tradimento che, insieme a quella di stupro depositata ieri, è alla base del arresto effettuato lunedì mattina dalla polizia ugandese. La squadra i nove avvocati che cura la difesa del politico ugandese ha fatto sapere che oggi chiederà il rilascio su cauzione per il proprio assistito. Inizialmente era stato detto che un accusa come quella di tradimento non prevede il rilascio su cauzione, ma nelle ultime ore i costituzionalisti ugandesi hanno sottolineato che a livello formale niente impedisce il rilascio di Besigye, evidenziando che la decisione è ad esclusivo appannaggio del giudice. Intanto migliaia di sostenitori del capo del Fdc si sono dati appuntamento di fronte all’Alta Corte in attesa che inizi l’udienza, mentre continua il dispiegamento della polizia per le strade del centro della capitale. Dopo i blocchi stradali posti ieri alle porte di Kampala per impedire l’accesso di manifestanti provenienti da altre zone del paese, nelle vie della capitale ugandese sono comparsi i ‘Mamba’: i veicoli corazzati utilizzati dall’esercito nel nord Uganda per dare la caccia ai ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra). Fonti della MISNA fanno sapere che disordini sono avvenuti ieri anche nell’est del paese a Mbale.

Ewigen
16-11-2005, 19:20
UGANDA 16/11/2005 14.53
KAMPALA: CAPO OPPOSIZIONE RIFIUTA ACQUA E CIBO, IN ATTESA UDIENZA ALTA CORTE

Da oltre 48 ore rifiuterebbe acqua e cibo Kiiza Besigye, il leader dell’opposizione arrestato lunedì scorso con l’accusa di tradimento e stupro, e sarebbe tenuto in cella di isolamento. Lo MISNA lo ha appreso da fonti locali, secondo le quali il suo gesto è motivato dal timore di essere avvelenato. Nel pomeriggio Besigye dovrebbe comparire davanti all’Alta Corte di Kampala, dove gli verrà formalizzata l’accusa di tradimento. La polizia intanto a chiuso la strada della capitale che conduce a questo tribunale, dove si stanno dirigendo migliaia di sostenitori del Forum per il cambiamento democratico (Fdc), il partito che sostiene la candidatura di Besigye alle presidenziali del marzo 2006 contro l’attuale capo di Stato Yoweri Museveni, che già nel 2001 vinse contro lo stesso avversario. I suoi nove avvocati – tra cui uno dei tre vicepresidenti del Fdc, Sam Njuba – dovrebbero richiedere il suo rilascio su cauzione. In un messaggio diffuso ieri, Museveni aveva minacciato di arresto due donne del Fdc, che a suo dire inciterebbero alla violenza; in effetti discorsi, alcuni esponenti dell’opposizione hanno usato toni molto duri in alcuni interventi pubblici e lo stesso Besigye – che si dichiara estraneo alle accuse di sostenere un gruppo ribelle nella vicina Repubblica democratica del Congo – non aveva tuttavia escluso la possibilità di ritornare “nella foresta” per combattere contro Museveni.

Ewigen
19-11-2005, 19:14
UGANDA 19/11/2005 10.23
KAMPALA: ACCUSA DI TERRORISMO CONTRO CO-IMPUTATI LEADER DELL’OPPOSIZIONE

Un’accusa di terrorismo è stata formulata dalla Corte marziale di Kampala contro 18 co-imputati del leader dell’opposizione Kiiza Besigye, il cui arresto lunedì scorso per “tradimento” insieme ad altre 22 persone ha suscitato disordini e proteste nella capitale. Lo riferiscono fonti della MISNA da Kampala, aggiungendo che Besigye – leader del Forum per il cambiamento democratico (Fdc) - non è stato portato davanti ai giudici militari ma comparirà giovedì prossimo all’Alta Corte, che deve decidere se concedergli o meno la libertà su cauzione. Il ‘Principal Judge’ dell'Alta Corte, James Ogoola, ha dichiarato alla televisione locale che sta personalmente esaminando il fascicolo del capo dell’opposizione, considerato il vero sfidante del presidente Yoweri Museveni alle prossime elezioni di marzo 2006. Intanto i 18 co-imputati – accusati di far parte del gruppo ribelle Esercito popolare di redenzione (Pra) nella confinante Repubblica democratica del Congo - si sono rifiutati di rispondere alla Corte marziale; secondo il loro avvocato, questo silenzio è motivato dal non riconoscimento della competenza di questo tribunale, in quanto civili e non militari. Per l’accusa, invece, devono essere giudicati dalla Corte marziale perché trovati in possesso di armi da guerra. Il caso Besigye ha creato forti tensioni politiche nel Paese anche per l’irruzione armata di un gruppo paramilitare dell’esercito nel tribunale dove si svolgeva un’udienza. “È stato un ignobile atto contro la magistratura, una "dissacrazione" del potere giudiziario, ha deplorato il capo dell’Alta Corte Ogoola, condannando “nel modo più duro” l’incredibile episodio. Mercoledì scorso l'incursione di una trentina di uomini armati – che secondo la stampa locale apparterrebbero a una nuova unità dei servizi segreti militari denominata ‘Black Mambas Urban Hit Squad’ – ha provocato sorpresa e indignazione. Intanto un giudice ha chiesto di essere rimosso dal caso di ‘tradimento’ che riguarda Besigye, ex-colonnello dell’esercito che nel 2001 sfidò Museveni alle presidenziali e dopo la sconfitta preferì l’auto-esilio nel timore di ritorsioni. Il suo arresto, avvenuto a tre settimane dal rientro in patria dopo 4 anni di assenza, è stato criticato anche dal vescovo di Masaka, John Baptist Kaggwa. Oggi, intanto, sono previste manifestazioni di solidarietà a Besigye – accusato anche di stupro, per un caso che risalirebbe al 1997 – sono state organizzate da parte della diaspora, soprattutto negli Stati Uniti.

Ewigen
21-11-2005, 23:50
SUDAN 21/11/2005 11.51
DARFUR: FINE SETTIMANA DI COMBATTIMENTI…’MISTERIOSI’


Intensi scontri si sono svolti nel fine settimana nella regione occidentale sudanese del Darfur a ridosso del confine col Ciad. Le notizie di combattimenti, riportate da varie fonti e confermate dagli osservatori dell’Unione Africana (Ua), sono però circondate da una grande incertezza. Nelle ultime 72 ore, infatti, ribelli sudanesi, governo di Khartoum e anche l’esecutivo del confinante Ciad hanno fornito versioni completamente differenti sulle violenze cominciate venerdì e che avrebbero provocato numerose vittime, per quanto il numero resti ancora imprecisato. Secondo la ricostruzione dei fatti fornita dal governo sudanese, sabato l’esercito si è scontrato con un gruppo di 120 militari ciadiani che nelle ultime settimane hanno disertato, costituendo un gruppo che intende spodestare il presidente Idriss Deby e prendere il potere a N’djamena. I combattimenti avrebbero avuto luogo nella zona di Jabel Moun – a nord est di El Geneina, la capitale del Darfur Occidentale (uno dei tre stati che compone l’omonima regione sudanese) - e sarebbero costati la vita a 14 civili e a 8 militari ciadiani. La versione dei fatti fornita da Khartoum viene però contestata dai ribelli del Sla-m (Esercito di liberazione del Sudan; il principale dei due gruppi armati attivi dal febbraio 2003 in Darfur), secondo cui l’esercito sudanese ha in realtà lanciato un attacco contro alcune basi del movimento e dato alle fiamme almeno tre villaggi accusati di sostenere la ribellione. Un’ennesima violazione del cessate il fuoco, secondo i vertici del movimento ribelle, che arriva a una settimana esatta dalla ripresa dei negoziati di pace con cui la comunità internazionale e l’Unione Africana stanno cercando di trovare una soluzione alla crisi del Darfur. Un’altra ricostruzione dei combattimenti del fine settimana appena trascorso arriva invece da N’Djamena: una nota del governo del Ciad, infatti, accusa l’esercito sudanese di essersi unito ai militari ciadiani e di aver lanciato un attacco congiunto contro i ribelli del Darfur nella zona di Jabel Moun.

Ewigen
21-11-2005, 23:51
UGANDA 21/11/2005 12.07
SUDAN PROLUNGA PERMESSO A TRUPPE UGANDESI DI INSEGUIRE RIBELLI DI KONY

Il Sudan ha deciso di estendere fino all’anno prossimo l’accordo che consente alle truppe ugandesi di sconfinare in territorio sudanese per inseguire i ribelli dell’Lra (Esercito di resistenza del signore); inoltre le forze dell’ordine di entrambi i paesi hanno concordato per la prima volta operazioni congiunte per catturare il capo della ribellione, Joseph Kony. Lo hanno riferito fonti militari, spiegando che queste decisioni sono state prese durante una riunione nel fine-settimana a Entebbe, circa 40 chilometri a sud di Kampala, capitale dell’Uganda, tra i comandanti della ‘Forza di difesa del popolo ugandese’ (Updf), delle ‘Forze armate sudanesi’ (Saf) e dell’‘Esercito di liberazione del popolo del Sudan’ (Spla). In particolare è stato concesso all’esercito ugandese di prolungare le operazioni in Sudan fino al 19 gennaio 2006 (l’accordo era scaduto lo scorso 7 novembre) e utilizzare, se necessario, gli aeroporti sudanesi meridionali di Yei e Juba. Inoltre i partecipanti alla riunione hanno firmato un protocollo comune per presentare un mandato di arresto alla Corte criminale internazionale contro Kony, fondatore del movimento che per circa 18 anni ha devastato i distretti dell’Uganda settentrionale e alcune aree di confine nel Sud Sudan, uccidendo decine di migliaia di persone, causando la fuga di oltre 1,6 milioni di individui e sequestrando in tutto almeno 20.000 minori. Da tempo il governo ugandese ritiene che Kony e i suoi – ormai ridotti a un piccolo gruppo di disperati – si nascondano nella boscaglia (‘bush’) sudanese. Alcuni però sono ancora attivi nel nord Uganda: solo venerdì scorso 5 persone sono state uccise e 4 ferite dai ribelli dell’Lra in un’imboscata contro un convoglio di civili nel distretto orientale di Pader.

Ewigen
23-11-2005, 20:30
SUDAN 23/11/2005 10.11
DARFUR: UNIONE AFRICANA MINACCIA SANZIONI A RIBELLI

“Apposite misure, incluso sanzioni, saranno adottate contro le parti che indeboliranno il processo di pace in Darfur o creeranno ostacoli”: lo ha deciso il ‘Consiglio per la pace e la sicurezza’ dell’Unione Africana (Ua), che ha anche esortato all’immediata ripresa del settimo round di negoziati ad Abuja, in Nigeria, dove i colloqui tra governo e ribelli avrebbero dovuto riprendere lunedì scorso ma sono stati nuovamente rinviati di una settimana. Il monito è rivolto in particolare al Movimento per la liberazione del Sudan (Sml), la principale formazione ribelle del Darfur, la cui spaccatura interna sta rallentando il già difficile e finora sterile processo di pace. L’organismo dell’Ua – che ha il coordinamento dei circa 5.000 soldati della missione di osservazione panafricana in Darfur – ha richiamato i veritici dello Sml “alla loro grave responsabilità di non prolungare le sofferenze della propria gente”, chiedendo di superare “le differenze e le ambizioni personali, concentrandosi sulla risoluzione del conflitto”. Da alcuni mesi i contrasti tra il segretario politico e fondatore dello Slm Abdel Wahed Nur e il capo dell’ala militare Mani Arkwo Minawi hanno rallentato le trattative di pace. Anche il rappresentate del segretario dell’Onu Kofi Annan in Sudan, Jan Pronk, ha avvertito i ribelli che se non prenderanno parte ai colloqui fissati per lunedì prossimo insieme al governo del Sudan e all’altro gruppo ribelle del Darfur “potranno scordarsi qualsiasi appoggio politico o morale” dalla comunità internazionale. Domenica scorsa l’ennesima tornata di negoziati era stata rinviata per non meglio specificate “questioni logistiche”. Intanto sul terreno la situazione resta grave: ieri il segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha avvertito sul rischio di “anarchia” in Darfur, trascinato in una spirale di violenza. Anche nei giorni scorsi sono proseguiti scontri tra ribelli e governativi, che dall’inizio del 2003 hanno già provocato due milioni di profughi e decine di migliaia di vittime (fino a 180.000 secondo fonti Onu).

Ewigen
23-11-2005, 22:28
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 23/11/2005 18.24
KATANGA: DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE IN FUGA PER VASTA OPERAZIONE MILITARE

Sono migliaia le persone fuggite da alcuni villaggi della zona nota come “triangolo della morte” nella provincia del Katanga, sud est della Repubblica democratica del Congo, dove dal 12 novembre è in corso un’intensa offensiva dell’esercito congolese contro un gruppo di Mayi Mayi (partigiani congolesi utilizzati da Kinshasa negli anni del conflitto per affrontare i ribelli filoruandesi che controllavano la zona) agli ordini di tale comandante ‘Gedeon’. Secondo le informazioni diffuse dall’esercito di Kinshasa, un centinaio di mayi mayi sarebbero già morti negli scontri, la cui intensità sembra essere confermata indirettamente dall’alto numero di persone fuggite dalla zona nell’ultima settimana e arrivate nella città di Dubie, principale località dell’omonima zona situata 450 chilometri a nord di Lubumbashi, capoluogo del Katanga. Secondo il vescovo di Kilwa, monsignor Fulgence Muteba, e fonti di Medici senza frontiere (Msf) contattate dalla MISNA a Bruxelles sono già tra le 50.000 e le 60.000 le persone accampate a Dubie e nei suoi dintorni, ma il flusso sembra destinato a continuare. “Sono arrivati a pezzi e molti completamente nudi – ha detto monsignor Muteba - con evidenti segni di traumi psicologici e denutrizione”. La maggior parte di questi sfollati si è accampata per le strade, per i campi, nelle scuole e nei cortili delle chiese. Secondo il vescovo finora solo alcuni missionari francescani e il personale di Msf presente in città si sono attivati per tentare di assistere i profughi soprattutto fornendo loro del cibo, ma dato l’alto numero è necessario l’arrivo di aiuti maggiori. L’offensiva governativa, che dovrebbe durare fino a metà dicembre, intende riprendere il controllo di un’area del Katanga di fatto controllata dai mayi mayi, che, oltre a compiere continue vessazioni, avrebbero recentemente impedito i procedimenti elettorali in vista del referendum costituzionale del prossimo dicembre e delle elezioni del prossimo anno.

Ewigen
25-11-2005, 20:58
UGANDA 25/11/2005 15.52
KAMPALA: RILASCIATO, A SORPRESA, CAPO OPPOSIZIONE

È stato rilasciato poco fa il capo dell’opposizione ugandese, Kiiza Besigye. Lo riferiscono fonti della MISNA a Kampala, precisando che in questo momento il capo del Forum per il cambiamento democratico (Fdc) si trova nel cortile del massimo tribunale ugandese. A sorpresa, l’Alta Corte che ha accolto la richiesta di scarcerazione su cauzione presentata dagli avvocati di Besigye e ha così ribaltato quanto stabilito in precedenza da un tribunale militare ugandese.

Ewigen
25-11-2005, 20:59
AFRICA 25/11/2005 10.37
CIAD RESPINGE ACCUSE SUDAN, “IMPEGNATI PER PACE IN DARFUR”

“Queste serie accuse sono ben poco amichevoli perché il Ciad ha contribuito senza risparmiarsi a una soluzione pacifica del conflitto in Darfur attraverso la mediazione dell’Unione Africana”: così il governo di N’Djamena replica alle dichiarazioni di Khartoum su un presunto appoggio del Ciad ai ribelli anti-governativi che dal 2003 combattono contro le truppe regolari nella regione occidentale del Darfur, al confine tra i due Paesi. “Questo tipo di accusa crea un clima di sfiducia tra due governi che dovrebbero sforzarsi di mantenere amicizia e fratellanza” si legge in una dichiarazione del ministero degli Esteri di N’Djamena. Ieri il Sudan aveva accusato il Ciad di violazione dei confini territoriali durante operazioni contro un gruppo di ammutinati nell’est e di sostenere i ribelli del Darfur. Secondo fonti locali, proprio oggi in Ciad iniziano i colloqui per ricomporre la frattura tra le due fazioni del Movimento per la liberazione del Sudan (Slm) - il principale gruppo ribelle del Darfur - che sta ostacolando il processo di pace promosso dall’Unione Africana ad Abuja, in Nigeria.

Ewigen
25-11-2005, 22:42
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 25/11/2005 17.39
KATANGA: OPERAZIONE MILITARE, SFOLLATI HANNO URGENTE BISOGNO D’AIUTI

“Fonti dirette mi hanno appena confermato che violenti combattimenti sono in corso da questa mattina nel villaggio di Konga dove continuano ad affrontarsi l’esercito congolese e i mayi mayi”: lo ha detto alla MISNA monsignor Fulgence Matuba, vescovo della diocesi di Kilwa-Kasenga, nella provincia del Katanga, sud-est della Repubblica democratica del Congo. In una zona di questa provincia nota come “triangolo della morte” (circa 500 chilometri a nord del capoluogo Lubumbashi) dal 12 novembre è in corso un’intensa offensiva dell’esercito congolese per riportare il controllo della zona nelle mani dello Stato sottraendolo a un gruppo di Mayi Mayi: i partigiani congolesi utilizzati da Kinshasa negli anni del conflitto per affrontare i ribelli filoruandesi che controllavano la zona. Migliaia di persone sarebbero fuggite dai piccoli villaggi che si trovano nell’area, ma sulle cifre ci sono pareri discordi. “Non possiamo dare cifre precise, l’unico dato certo che abbiamo a disposizione sono i circa 2000 sfollati arrivati negli ultimi giorni a Dubie e Mutabie. Piccoli gruppi di persone continuano a raggiungere anche i villaggi circostanti e sappiamo che molti degli abitanti dei centri abitati che si trovano nella zona interessata dai combattimenti hanno trovato riparo nel ‘bush’ (nella foresta). Ma non abbiamo dati certi, anche perché quella è sempre stata una zona ‘off-limit’ per chiunque a causa della presenza dei Mayi Mayi” ha detto alla MISNA Severine Courtiol Eguiluz Blanco, capo missione dell’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) in Katanga. Non ha dubbi, invece, il vescovo di Kilwa-Kasinga, nella cui diocesi rientrano i territori teatro da oltre dieci giorni di intensi combattimenti: “ribadisco il bilancio di 50.000-60.000 sfollati che avevo diffuso nei giorni scorsi” ha detto il presule alla MISNA. “Il flusso di questi disperati non si è ancora interrotto: ai circa 4000 arrivati negli ultimi giorni a Dubie vanno aggiunte le 16.000 persone che erano fuggite già lo scorso anno dalle zone in cui oggi si combatte” sottolinea monsignor Matuba. “Quasi 40.000 persone poi hanno raggiunto le località di Kasuete, Kabangu e Luokana fuggendo nella direzione opposta al movimento dei miliziani” spiega alla MISNA il vescovo di Kilwa. Tutte le fonti contattate dalla MISNA in Katanga concordano, però, nel sostenere che gli sfollati hanno urgente bisogno di aiuti. “Abbiamo bisogno di cibo. La gente è in pessime condizioni; gli abbiamo fornito abiti e tende con cui ripararsi ma abbiamo bisogno di aiuti alimentari per nutrirli” ha detto alla MISNA la responsabile di Msf, l’organizzazione che insieme ad alcuni missionari si sta occupando di assistere gli sfollati arrivati a Dubie. “Servono urgentemente viveri. Questa gente ha camminato per giorni attraverso la foresta cibandosi di quel poco che ha potuto trovare. Ma servono anche tende, medicinali e psicologi, perché molti di questi sfollati insieme ai segni della malnutrizione portano addosso anche quelli di evidenti traumi psicologici” gli ha fatto eco monsignor Matuba. Secondo le informazioni raccolte dalla MISNA, a complicare la situazione contribuisce anche il fatto che nel flusso di sfollati si starebbero inflitrando anche alcuni miliziani Mayi Mayi in fuga dalla zona dei combattimenti. Dal punto di vista bellico-militare, infatti, i soldati dell’esercito congolese starebbero avendo la meglio. In base alle ultime segnalazioni, i miliziani si troverebbero ormai quasi circondati dalle forze militari di Kinshasa e starebbero cercando di recarsi nel parco di Lutemba da dove sarebbe più facile riuscire a fuggire.

Ewigen
26-11-2005, 19:58
CIAD 26/11/2005 15.24
DEBY ACCUSA KHARTOUM: “MINACCIA LA STABILITÀ DEL PAESE”

“Il Sudan minaccia la sicurezza del Ciad e vuole contribuire alla sua destabilizzazione”: lo ha detto il presidente Idriss Deby incontrando a Parigi il suo omologo francese Jacques Chirac. Deby ha smentito che l’esercito ciadiano abbia effettuato recentemente incursioni in territorio sudanese, come sostiene il governo di Khartoum secondo cui N’Djamena avrebbe violato il suo spazio aereo e terrestre per perseguire un nuovo gruppo ribelle dell’est, sconfinato in territorio sudanese. “Il Sudan ha mentito” ha detto Deby, precisando che il Ciad “non possiede velivoli da guerra”. Già alla metà di novembre il Ciad aveva accusato Khartoum di volerlo destabilizzare utilizzando al fianco delle sue truppe regolari il nuovo schieramento anti-governativo denominato ‘Scud’ per combattere la ribellione nella regione occidentale sudanese del Darfur, al confine tra i due Paesi. Il Sudan aveva ribattuto affermando che N’Djamena sosterrebbe i due principali gruppi anti-governativi che dal febbraio 2003 combattono proprio in Darfur.

Ewigen
26-11-2005, 20:00
SUDAN 26/11/2005 11.12
DARFUR: CONFERMATA RIPRESA COLLOQUI DI PACE IN NIGERIA

Riapriranno o domenica o lunedì i negoziati di pace per il Darfur in corso da mesi ad Abuja, in Nigeria. Lo hanno fatto sapere fonti dell’Unione Africana (Ua), confermando la nuova data dei colloqui fissata dopo il rinvio di una settimana fa a causa di non meglio precisati problemi logistici. Secondo le informazioni raccolte, i delegati dei due movimenti ribelli antigovernativi attivi in Darfur - Esercito di liberazione del Sudan (Sla-m) e Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) – sarebbero già in viaggio e dopo una tappa oggi a N’djamena (Ciad) domani dovrebbero arrivare ad Abuja. Non sono molte le speranze legate a questa nuova sessione negoziale, tanto che nei giorni scorsi l’Ua ha dovuto diffondere una nota in cui ha minacciato misure e sanzioni “contro le parti che indeboliranno il processo di pace in Darfur o creeranno ostacoli”. D’altronde anche l’ultima tornata negoziale, sospesa a metà ottobre per una pausa, aveva dato pochi frutti. Alle polemiche iniziali legate alla possibilità che alcuni paesi partecipassero o meno al tavolo del negoziato, si sono sostituite quelle più preoccupanti riguardo alle continue e documentate violazioni al cessate il fuoco compiute sia dal governo sudanese e dalla milizie arabe sue alleate che da entrambi i movimenti ribelli impegnati sul terreno. A far deragliare definitivamente i colloqui del mese scorso poi hanno contribuito le fratture interne al movimento ribelle. Dal punto di vista della sicurezza, gli ultimi tre mesi hanno fatto registrare un’impennata di scontri, attacchi a villaggi e campi profughi, imboscate e rapimenti di soldati dell’Unione Africana od operatori umanitari con una frequenza che non si era mai registrata finora. Secondo le informazioni raccolte dalla MISNA tra gli operatori umanitari attivi in Darfur, vaste zone della regione sono ormai territorio ‘off-limit’ a causa di possibili combattimenti o di atti di banditismo.

Ewigen
28-11-2005, 19:16
UGANDA 28/11/2005 15.39
AVVOCATI IN SCIOPERO CONTRO IRRUZIONE DI ‘PARAMILITARI’ IN ALTA CORTE

Da questa mattina un numero non precisato di avvocati sono scesi in sciopero e si sono riuniti davanti alla sede dell’Alta Corte a Kampala, capitale dell’Uganda, per protestare contro “il deterioramento del ruolo della legge nel paese” e in particolare contro la recente invasione dell’alto tribunale da parte di armati in abiti militari. Su richiesta dell’Associazione nazionale avvocati (Uganda Law Society, Uls), alla quale sono iscritte circa 800 persone, i legali hanno indossato la toga e manifestato contro l’assedio dell’Alta Corte messo in atto lo scorso 16 novembre da parte di un gruppo soprannominato ‘Black Mambas Urban Hit Squad’, che secondo alcuni sarebbe una nuova unità dei servizi segreti militari. Gli armati avevano circondato l’edificio proprio quando l’Alta corte di Kampala aveva deciso di concedere la libertà provvisoria a 14 incriminati per tradimento insieme con il capo dell’opposizione Kiiza Besigye, che in quel momento però non era presente; in conseguenza dell’improvvisa irruzione dei ‘paramilitari’, gli avvocati degli imputati avevano ritirato la domanda di scarcerazione, costringendo il magistrato a rinviare in carcere i loro assistiti. Nonostante lo sciopero, secondo fonti della MISNA da Kampala, Besigye – capo del ‘Forum per il cambiamento democratico’ (Fdc) rimpatriato il mese scorso dopo quattro anni di auto-esilio in Sudafrica, ma poi arrestato il 14 novembre per tradimento e per uno stupro risalente al 1997 - dovrebbe comparire oggi davanti all’Alta Corte per chiedere il rilascio su cauzione; in teoria a quel punto potrebbe riacquistare la libertà, ma su questa ipotesi le nostre fonti restano scettiche.

Ewigen
28-11-2005, 19:16
SUDAN 28/11/2005 11.51
DARFUR: ENNESIMO RINVIO, COLLOQUI DI PACE APRONO DOMANI

A differenza di quanto annunciato, non inizierà oggi il 7° round di colloqui di pace tra il governo di Khartoum e i ribelli del Darfur per porre fine al conflitto che dal 2003 insanguina la regione occidentale del Sudan. L’Unione Africana (Ua) – che coordina gli sforzi di mediazione - ha fatto sapere stamani che il negoziato riprenderà domani ad Abuja, capitale della Nigeria, dove nei mesi scorsi le due parti hanno compiuto ben pochi passi avanti. Il ritardo di quest’ultima fase è stato provocato dalla spaccatura all’interno del Movimento per la liberazione del Sudan (Slm), il principale gruppo ribelle del Darfur. Inizialmente previsti per il 21 novembre, i colloqui sono stati rinviati per non meglio precisate “questioni logistiche”. Intanto lo Slm ha fatto sapere che le sue due fazioni parteciperanno all’incontro di domani “con una piattaforma unitaria”, dopo aver varato una sorta di comitato interno per la “pacificazione del movimento”. Al tavolo delle trattative saranno presenti anche delegati dell’altra formazione ribelle del Darfur, il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), rappresentanti del governo sudanese e del Ciad, questi ultimi nel ruolo di co-mediatori insieme all’Ua.

Ewigen
28-11-2005, 19:17
AFRICA 28/11/2005 17.07
SI ALLONTANANO ‘VENTI DI GUERRA’ TRA SUDAN E CIAD?

I governi del Sudan e del Ciad hanno deciso di risolvere le loro divergenze pacificamente attraverso il dialogo: lo hanno riferito oggi fonti ufficiali di N’Djamena, diffondendo un comunicato congiunto degli schieramenti politici al potere a Khartoum e N’Djamena, rispettivamente il ‘National Congress Party’ e il ‘Mouvement patriotique du Salut’. “L’auto-controllo e i meccanismi del dialogo e della cooperazione devono essere usati per regolare ogni incomprensione” riporta la nota ufficiale. Il riferimento è alle accuse reciproche di ‘destabilizzazione’ e ‘violazione della sovranità nazionale’ che i due Paesi si sono scambiate negli ultimi giorni, facendo salire la tensione e i timori di azioni armate. L’ultimo a parlare, in ordine di tempo, era stato nel fine-settimana il presidente del Ciad Idriss Deby che in visita al suo omologo francese Jacques Chirac non aveva esitato a definire il Sudan “una minaccia per la sicurezza del Ciad”. N’Djamena ha accusato Khartoum di utilizzare un nuovo gruppo ribelle nato nell’est del Ciad, denominato ‘Scud’, al fianco delle sue truppe regolari nel conflitto in corso il Darfur, al confine tra le due nazioni. Secondo Khartoum, che ha denunciato ripetute violazioni del suo spazio aereo e terrestre da parte dei militari ciadiani, N’Djamena sosterrebbe attivamente i due movimenti anti-governativi, ‘Sla-m’ e ‘Jem’, attivi dal febbraio 2003 in Darfur.

Ewigen
28-11-2005, 19:20
28/11/2005 14.20
[INGERENZA]PAPA AD ARCIVESCOVO KHARTOUM, “CHIESA CONTRIBUISCA A RICONCILIAZIONE”

“La fine della guerra civile e la promulgazione di una nuova Costituzione hanno portato la speranza al popolo del Sudan, lungamente provato. Sebbene ci siano stati ostacoli lungo il cammino della riconciliazione, non ultimo la tragica morte di John Garang, esiste ora un’opportunità senza precedenti e un indubbio dovere per la Chiesa di contribuire significativamente al processo di perdono e ricostruzione nazionale”: lo ha detto oggi Benedetto XVI ricevendo in udienza il cardinale Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo di Khartoum. “Sebbene siano una minoranza i cattolici hanno molto da offrire attraverso il dialogo interreligioso così come nell’offerta dei servizi sociali più necessari” ha proseguito il Papa. “L’orrore degli eventi manifestatisi in Darfur, a cui il mio beneamato predecessore Giovanni Paolo II fece riferimento in molte occasioni, indicano la necessità di una determinazione più forte a livello internazionale per garantire la sicurezza e i diritti umani fondamentali. Oggi aggiungo la mia voce al grido di sofferenza e assicuro che la Santa Sede, insieme al nunzio apostolico a Khartoum, continuerà a fare tutto il possibile per porre fine al ciclo di violenza e miseria” ha concluso il Pontefice.

Ewigen
03-12-2005, 19:56
UGANDA 2/12/2005 19.53
RIBELLI, NUOVA “TELEFONATA” DI PACE

Per la seconda volta in tre giorni, i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore avrebbero avanzato proposte di dialogo con il governo di Kampala, telefonando a uno dei più ascoltati programmi radiofonici del Paese. Secondo fonti della MISNA a Kampala, circa un’ora fa una persona che si è qualificata come “Vincent Otti”, il vice-comandante dei ribelli del Lord’s resistance army (Lra), ha confermato al giornalista Andrei Mwenda dell’emittente ‘Radio Kfm’ di Kampala la disponibilità dei ribelli a un negoziato con le autorità. Mercoledì, la stessa proposta era stata comunicata per telefono a un giornalista della ‘Bbc’. Stando alle prime informazioni, il ‘numero due’ dei ribelli – ammesso che la voce sia la sua, come hanno confermato alcuni giornalisti al dibattito negli studi di ‘Radio Kfm’ - avrebbe vincolato la disponibilità alla trattativa con la garanzia di impunità. Il 14 ottobre scorso la Corte penale internazionale – che ha mandato universale sui reati di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità commessi dopo il 2002 – aveva emesso cinque mandati d’arresto contro il fondatore dello Lra Joseph Kony e altri 4 comandanti, tra cui lo stesso Otti. Fonti locali fanno osservare che in passato i ribelli non avevano mai comunicato pubblicamente l’intenzione di mettere fine al conflitto; la loro proposta di due giorni fa è stata accolta dal governo di Kampala con un misto di disponibilità e scetticismo.


UGANDA 3/12/2005 6.41
SOSPESO PROCESSO CONTRO CAPO DELL'OPPOSIZIONE

L’Alta corte ha ordinato ieri al tribunale militare di sospendere il processo contro il capo dell’opposizione Kiiza Besigye fino a quando il tribunale civile non avrà stabilito se le procedure sono legali; il giudice Remmy Kasule si è però rifiutato di concedere all’imputato il rilascio su cauzione perché il procuratore generale e il capo della corte militare non erano rappresentati nell’udienza di ieri. Alla guida del ‘Forum per il cambiamento democratico’ (Fdc), Besigye era rimpatriato il mese scorso dopo quattro anni di auto-esilio in Sudafrica, ma dopo solo tre settimane era stato arrestato nella capitale Kampala e incriminato da un tribunale civile per tradimento e per uno stupro risalente ad alcuni anni fa. In seguito era stato accusato di terrorismo e possesso illegale di armi da fuoco da un tribunale militare ritenuto vicino al governo. La reclusione del capo dell’opposizione, sconfitto da Museveni alle presidenziali del 2001 ma intenzionato a ri-candidarsi a quelle del prossimo anno, ha suscitato proteste e scontri che hanno fatto anche una vittima.

Ewigen
03-12-2005, 19:57
DARFUR: RESPINTA PRIMA PROPOSTA DELL’UNIONE AFRICANA

I due gruppi ribelli della regione occidentale del Darfur hanno respinto - definendola “totalmente inaccettabile” - una bozza di accordo sulla divisione di poteri con il governo centrale di Khartoum presentata dall’Unione Africana al 7° colloquio di pace ad Abuja, in Nigeria. “Non siamo disposti a compromessi su questi argomenti” hanno detto i delegati del Movimento per la liberazione del Darufr (Slm) e del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), le due principali fazioni armate in lotta contro l’esercito governativo. I punti di disaccordo sarebbero due: la mancata riorganizzazione del Darfur in un’unica provincia invece delle tre attuali e l’assenza di un divieto che impedisce sia il capo di Stato che al vicepresidente del Sudan di essere entrambi del nord del Paese. Il rifiuto dei ribelli arriva nel giorno in cui invece l’inviato di Kofi Annan per il Sudan, Jan Pronk, ha espresso ottimismo sulla possibilità di raggiungere un accordo di pace entro la fine dell’anno. “Le parti sono ancora distanti, ma almeno sono venute al negoziato e questa è già una vittoria” ha detto Pronk, aggiungendo che non esclude la firma di un’intesa negli ultimi giorni del 2005, proprio come l’anno scorso. Il 31 dicembre 2004 i ribelli indipendentisti del Sud Sudan e il governo di Khartoum raggiunsero un accordo per porre fine al conflitto durato 21 anni; la guerra in Darfur è invece iniziata nei primi mesi del 2003. Da allora ha provocato decine di migliaia di vittime (180.000 secondo l’Onu) e oltre due milioni di sfollati; finora né la comunità internazionale né l’Unione Africana sono riuscite a ottenere una sospensione degli attacchi da parte dei ribelli – in lotta perché il Darfur ottenga più diritti e risorse – né delle truppe di predoni ‘Janjaweed’ appoggiati dall’esercito regolare.

Ewigen
03-12-2005, 19:58
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – Un campo profughi vicino a Mitwaba, nell'est dell’ex-Zaire, già teatro di ricorrenti violenze, è stato attaccato da gruppi armati, costringendo circa 3.000 persone che vivevano al suo interno a fuggire; lo si apprende da fonti dell’organizzazione non governativa Medici senza frontiere.

Ewigen
05-12-2005, 22:48
UGANDA 5/12/2005 11.39
KAMPALA: PER ESERCITO, CAPO OPPOSIZIONE VA GIUDICATO DA CORTE MARZIALE

L’esercito ha smentito che il processo davanti a un tribunale militare del capo dell’opposizione, l’ex-colonnello Kiiza Bsigye, sia illegale. Lo scrive oggi il quotidiano indipendente ‘The Monitor’, riportando le dichiarazioni del capo del servizio legale delle forze armate ugandesi, Ramadhan Kyamulesire, che ieri ha incontrato i giornalisti al ‘Media Centre’ della capitale Kampala. “Besigye era in possesso di armi da fuoco: abbiamo prove che le ha procurate e fatte avere a una terza parte” ha spiegato Kyamulesire; la Corte marziale aveva in precedenza incriminato di terrorismo e possesso di armi Besigye, capo del Forum per il cambiamento democratico, principale sfidante del presidente Yoweri Museveni per la massima carica del Paese alle elezioni di marzo 2006. Venerdì scorso l’Alta corte ha ordinato al tribunale militare di sospendere il processo contro Besigye fino a quando il tribunale civile non avrà stabilito se le procedure sono legali, rifiutando tuttavia di concedergli il rilascio su cauzione perché il procuratore generale e il capo della corte militare non erano rappresentati nell’udienza. Il capo dell’opposizione si trova al momento nel carcere di Luzira, a Kampala, a causa dell’imputazione del tribunale militare; l’Alta corte gli ha invece concesso la libertà provvisoria per i reati di tradimento e stupro; era rimpatriato il mese scorso dopo quattro anni di auto-esilio in Sudafrica, ma dopo solo tre settimane era stato arrestato nella capitale Kampala e incriminato da un tribunale civile. La reclusione di Besigye, sconfitto da Museveni alle presidenziali del 2001, ha suscitato proteste e scontri che hanno provocato alcune vittime.
[EB]

Ewigen
06-12-2005, 22:07
SUD SUDAN: FIRMATA COSTITUZIONE, LA PACE PASSA ANCHE DALL’ETERE

Dopo aver reso omaggio alla tomba del protagonista della lotta per l’indipendenza dei territori meridionali John Garang – scomparso in un incidente di elicottero alla fine di luglio – il primo vicepresidente sudanese Salva Kiir ha firmato ieri la Costituzione del Sud Sudan nella nuova capitale Juba. L’agenzia di stampa ufficiale ‘Suna’ riferisce che Kiir ha parlato di una “nuova fase costituzionale”, esprimendo soddisfazione per aver raggiunto la “pietra miliare” dell’autonomia del Sud; il conflitto contro il governo centrale di Khartoum, durato 21 anni al prezzo di e oltre 2 milioni di morti (in gran parte per fame e malattie), è finita a gennaio di quest’anno, confermata poi da un governo di transizione. L'accordo prevede un periodo di transizione di sei anni, al termine del quale il Sud potrà decidere per la propria indipendenza. Garang, morto poche settimane dopo aver assunto l’incarico di vicepresidente assunto poi Kiir, era stato per due decenni il comandante dei ribelli dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla), diventato oggi il primo partito al potere nel Sud. Il faticoso cammino del dopoguerra porta anche piccoli ma significativi progressi: ieri a Juba, alla presenza del sindaco, è stata inaugurata ‘Liberty 89’ FM, prima radio indipendente del Sud Sudan, per dar voce a un popolo che aspetta solo la pace.

Ewigen
06-12-2005, 22:08
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 6/12/2005 21.15
ITURI: ARRESTATO PRESUNTO RESPONSABILE STRAGE DI CASCHI BLU

Le autorità congolesi hanno fatto sapere oggi di aver arrestato un capo ribelle attivo nella provincia nord orientale dell’Ituri e ritenuto il principale responsabile dell’uccisione di oltre un centinaio di civili nell’attacco di gennaio al villaggio di Gobu nonché il mandante dell’imboscata contro i caschi blu dell’Onu avvenuta a febbraio e in cui persero la vita 9 peacekeeper del Bangladesh. Il portavoce della Monuc, la missione Onu in Congo, ha precisato che Justin Ngole Dalo, meglio note come Koliba, è stato arrestato il 2 dicembre scorso e che ieri è stato trasferito in una prigione di Kinshasa. Dallo scorso maggio nei confronti di Koliba pesava un mandato d’arresto spiccato da un tribunale di Bunia, il capoluogo del turbolento distretto nord orientale congolese. Teatro di violenze e scontri anche dopo la fine ‘ufficiale’ della guerra nella Repubblica democratica del Congo (1998-2003), l’Ituri è ancora una delle zone più instabili dell’intero Congo. Più di 15.000 ex-combattenti hanno partecipato al programma di disarmo, ma si stima che tre o quattromila uomini armati siano ancora presenti sul territorio. Gruppi che, come avevano riferito nei mesi scorsi fonti della MISNA sul posto, hanno ormai accantonato le vecchie rivalità etniche per unirsi e continuare a gestire i lucrativi affari legati ai settori minerari in cui sono coinvolte anche aziende internazionali (molte europee) e i governi dei paesi confinanti.

Ewigen
10-12-2005, 14:05
AFRICA 9/12/2005 3.17
SUDAN-ERITREA: DISGELO TRA ASMARA E KHARTOUM

I governi di Sudan ed Eritrea si sono accordati ieri per trasformare le proprie rappresentanze diplomatiche in vere e proprie ambasciate: lo ha annunciato l’agenzia ufficiale di stampa sudanese, Suna, precisando che i due paesi si sono anche accordati per organizzare in tempi rapidi un vertice tra i rispettivi presidenti da tenere a Khartoum o all’Asmara. Sono questi i primi frutti della politica di disgelo affidata alla neonata Commissione congiunta eritreo-sudanese, che ieri ha terminato la sua prima riunione. Nelle ultime settimane, entrambi i paesi hanno dimostrato la volontà di voler procedere a una normalizzazione delle proprie relazioni, viziate dalle continue accuse mosse da Khartoum nei confronti dell’Asmara. Il Sudan, infatti, negli ultimi anni ha ripetutamente accusato il governo eritreo di appoggiare tutti i movimenti ribelli attivi sul proprio territorio: dagli indipendentisti meridionali dello Spla, ai più recenti ribelli del Darfur per concludere con la ribellione Beja nell’est del Sudan, altro delicato focolaio di conflittualità presente nel più grande paese africano. L’apice dell’astio tra i due paesi si è toccato nel 2002, quando Khartoum decise di chiudere il confine con l’Eritrea.

giannola
10-12-2005, 18:17
Comunque è impressionante come ogni conflitto in Africa sia cancellato dai mezzi d'informazione...
concordo in fondo è anche colpa nostra che votiamo politici pigri in tal senso.
Pensate per l'ennesimo natale a ciò che non facciamo per aiutare il prossimo.
Chiediamo ai nostri politici (qualunque schieramento non è imprtante) di mettere nei loro programmi non parcondicio,primarie, modifiche costituzionali, ma che l'italia si impegni in virtù del suo costituzionale ripudio per la guerra a lottare in tutte le sedi per impedire la vendita di armi in cambio di diamanti e altri preziosi.

easyand
12-12-2005, 20:20
Sudan: rientra il contingente italiano

10 dicembre si è tenuta la cerimonia di saluto al contingente italiano in Sudan. In tale ambito si è svolta anche la consegna delle medaglie Onu al personale italiano e norvegese della task force Leone. La cerimonia militare ha assunto un particolare significato per la presenza del Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, Jan Pronk che, nel suo discorso di saluto, ha elogiato il comportamento dei militari italiani con particolare riferimento ai difficili momenti dell’agosto scorso successivi alla morte del primo vice presidente, genenerale John Garang.
Il generale, leader indiscusso del Spla-M (Sudanese People Liberation Army-Movement), aveva guidato la popolazione del sud attraverso la lunga guerra civile durata piú di 20 anni e conclusasi nel gennaio scorso con la firma del ‘Comprehensive peace agreement’ a Nairobi. Vigilare sul rispetto di tale accordo è alla base della missione Unmis (United Nations Mission in Sudan).

Jan Pronk ha invitato, a conclusione del suo discorso, il contingente ruandese a proseguire “la strada che gli italiani hanno tracciato”. Alla cerimonia, oltre al comandante della forza, maggior generale Fazle Elahi Akbar, ha partecipato anche l’ambasciatore d’Italia in Sudan, Lorenzo Angeloni, con una rappresentanza del comando Onu e dell’ambasciata d’Italia.

Il contingente italiano, in Sudan dal 18 giugno scorso, inizierá le operazioni di rientro in patria a partire dalla prossima settimana, dopo il Toa (Transfer of authority) con il contingente Ruandese. Il contingente ha avuto il compito di fornire una forza di protezione delle infrastrutture e del quartier generale del comando a Khartoum e nelle vicinanze della capitale. I militari italiani si occupano della protezione delle strutture di comando politiche e delle singole personalità.

Fonte: Italfor Sudan

Ewigen
16-12-2005, 12:39
SUDAN 15/12/2005 11.15
DARFUR: APERTI CORRIDOI PROTETTI, OPERATORI UMANITARI NON PIÙ ISOLATI

Due corridoi umanitari protetti sono stati aperti dalla missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unamis) in accordo con le autorità locali per permettere la mobilità degli operatori umanitari che operano in Darfur occidentale e che di fatto erano ormai isolati da settimane a causa dell’insicurezza delle principali piste che collegano la capitale dello Stato, El Geneina, col resto della regione del Darfur. Lo hanno fatto sapere fonti Onu, precisando che grazie a un accordo con i capi di 45 comunità locali, l’Unamis ha riaperto le due principali vie di comunicazione che da Geneina si dirigono verso est, collegando la regione col resto del paese. Sono mesi ormai che responsabili delle agenzie Onu e delle organizzazioni non governative umanitarie attive in Darfur denunciano l’impossibilità di lavorare a causa della grave insicurezza sul terreno. Recentemente sono state le stesse Nazioni Unite ad ammettere che vaste aree del Darfur sono ormai da mesi “aree off-limits” a causa degli scontri tra ribelli e governo sudanese, degli attacchi delle milizie filogovernative o delle continue imboscate tese contro organizzazioni umanitarie e osservatori militari dell’Unione Africana (Ua). Nel Darfur occidentale, il personale umanitario per settimane non ha potuto lasciare la ‘capitale’ El Geneina per paura di attacchi ed è stato costretto a muoversi con aerei ed elicotteri. Secondo uno dei responsabili delle questioni umanitarie dell’Onu, questo clima di totale e costante insicurezza sta lasciando praticamente isolati circa 300.000 rifugiati alloggiati nei campi del Darfur Occidentale e 350.000 nel Darfur meridionale.

Ewigen
17-12-2005, 19:47
SUDAN 17/12/2005 14.33
DARFUR: CRIMINI, PER ONU NON BASTANO TRIBUNALI LOCALI

Il consulente speciale del segretariato generale delle Nazioni Unite sulla prevenzione del genocidio, Juan Mendez, ha espresso la propria contrarietà all’intenzione del governo sudanese di indagare per proprio conto sui crimini commessi in Darfur, regione occidentale teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze. Parlando con i giornalisti Mendez ha criticato la recente uscita del governo di Khartoum, che aveva dichiarato la propria indisponibilità a collaborare con la Corte penale internazionale (Cpi), primo tribunale mondiale con giurisdizione sui crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità. L’inviato dell’Onu ha sottolineato che la collaborazione non è una scelta ma un obbligo legale e che, se le autorità del paese africano non accetteranno le regole, “il Consiglio di sicurezza adotterà i necessari provvedimenti”. Secondo Mendez il tribunale speciale governativo sudanese ha prodotto “risultati scoraggianti”: “Hanno affrontato alcuni casi – ha detto – che appaiono marginali rispetto ai gravi eventi accaduti nel 2003 e 2004”.

Ewigen
19-12-2005, 22:31
UGANDA 19/12/2005 10.25
RIBELLI LRA PRONTI AD ACCETTARE MEDIAZIONE SUD SUDAN?

I capi dei ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra), ricercati dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, avrebbero accettato la mediazione del governo del Sud Sudan. Lo ha detto Walid Hamid, portavoce del Movimento popolare per la liberazione del Sudan (Splm), l’ex-formazione armata indipendentista che ora governa il Sud Sudan dopo gli accordi di pace di quest’anno con le autorità di Khartoum. I guerriglieri dello Lra – responsabili da oltre 18 anni di continui attacchi contro la popolazione civile del nord Uganda – avrebbero risposto via e-mail a un’offerta di mediazione del Sud Sudan. Secondo il portavoce la notizia sarebbe stata confermata dal vicepresidente sud-sudanese Riek Machar, ma non si conoscono per ora altri dettagli. Da anni la ribellione ugandese ha le sue basi nelle zone montagnose del Sud Sudan al confine con l’Uganda. A ottobre la Corte penale internazionale ha emesso cinque mandati di cattura contro il fondatore dello Lra, Joseph Kony, e altri quattro comandanti. L’ultimo attacco è di venerdì scorso: 10 civili sono stati uccisi mentre andavano al mercato su una strada vicino al confine tra i due Paesi.


CIAD 19/12/2005 18.31
ATTACCO A FRONTIERA CON SUDAN: POLEMICHE E INFORMAZIONI DIFFICILI DA VERIFICARE

Sia il governo sudanese che il suo esercito hanno ripetutamente smentito le accuse mosse nelle ultime ore dall’esecutivo ciadiano riguardo ai combattimenti avvenuti nel fine settimana ad Adre, città nell’est del Ciad a ridosso del confine col Sudan. Varie fonti governative sudanesi (alle prime dichiarazioni del ministero degli Esteri si sono aggiunte quelle del dicastero dell’Informazione) nonché militari (almeno una nota dello Stato Maggiore) hanno negato con forza qualsiasi coinvolgimento negli scontri, sottolineando di non aver mai offerto sostegno ai presunti ribelli. Intanto fonti militari ciadiane riferiscono di aver ripreso il controllo di Adre, mentre dall’altra parte del confine in Darfur, i ribelli del Movimento nazionale per le riforme e lo sviluppo (Nmrd; gruppo minoritario nato da una costola del principale movimento armato attivo in Darfur, lo Sla-m) hanno fatto sapere di aver visto ripiegare i responsabili dell’attacco di Adre in territorio sudanese verso El-Geneina, la capitale del Darfur occidentale. Come molte altre informazioni provenienti dalla vasta e remota zona al confine tra Ciad e Sudan è molto difficile verificare le notizie in circolazione in breve tempo. Resta il fatto che almeno sulla stampa vicina all’opposizione ciadiana viene dato grande spazio ai combattimenti di Adre e oggi sono stati pubblicati alcuni comunicati a firma di differenti sigle dell’opposizione in cui i responsabili dell’attacco di Adre vengono definiti “liberatori”. Il quotidiano dell’opposizione Alwihda, nella sua edizione on-line, ha pubblicato poco fa le dichiarazioni di un non meglio precisato comandante delle Rdl (il gruppo che avrebbe sferrato l’attacco ad Adre), secondo cui il bilancio dei combattimenti, che pare siano proseguiti anche oggi, conta “4 perdite” tra le file degli anti-governativi, “circa 100 soldati governativi” uccisi e almeno “2 elicotteri abbattuti”. L’ufficiale della Rdl, raggiunto telefonicamente da Alwihda, fa sapere di aver preso posizione intorno alla città di Adre. Dalla fine dell’estate il governo del presidente ciadiano Idriss Deby si è trovato di fronte all’ammutinamento di un alto numero di militari. A differenza di altri gruppi anti-Deby presenti in Ciad da anni, questa nuova formazione è formata e guidata da influenti esponenti governativi (della stessa tribù del presidente) che ricoprivano incarichi importanti all’interno delle forze armate e del partito di governo.


SUDAN 19/12/2005 20.53
DARFUR: ATTACCO CONTRO VILLAGGIO, NUOVE VIOLENZE AL CONFINE CON CIAD

Sarebbero 12 i civili uccisi questa mattina nel corso di un attacco lanciato dalle milizie arabe filo-governative attive in Darfur, i famigerati Janjaweed, contro il villaggio di Abu Surooj, non lontano da El Geneina, la capitale del Darfur occidentale, uno dei 3 stati che compone l’omonima regione occidentale sudanese al confine col Ciad. La notizia è stata riportata per ora solo dall’agenzia Reuters sulla base delle dichiarazioni rilasciate da un comandante del Movimento nazionale per le riforme e lo sviluppo (nuovo gruppo armato nato da una costola del più importante Sla-m) e le conferme ottenute da una fonte governativa sudanese che ha chiesto di restare anonima. Fonti umanitarie contattate dalla MISNA a El Geneina per il momento non hanno potuto confermare le notizie, pur ribadendo che nelle ultime settimane la tensione nel Darfur occidentale è cresciuta in maniera esponenziale. Nella stessa zona a ridosso del confine col Ciad nelle ultime 48 ore si sarebbero svolti scontri tra l’esercito di N’djamena e ribelli ciadiani. I vertici delle forze armate ciadiane nel pomeriggio hanno fatto anche sapere di aver distrutto anche alcuni accampamenti che i movimenti anti-governativi avevano in territorio sudanese. Nei giorni scorsi, poi, fonti umanitarie contattate dalla MISNA a Khartoum avevano riferito del riaccendersi delle ostilità tra due gruppi di pastori nei pressi di Zalingei. Lo stato del Darfur Occidentale è diventato negli ultimi mesi una delle zone più insicure dell’intera regione e vaste aree del suo territorio sono ormai considerate ‘off-limit’ dagli operatori umanitari.

Ewigen
19-12-2005, 22:32
AFRICA 19/12/2005 14.29
CORTE ONU: UGANDA DOVRÀ RISARCIRE CONGO

Riconoscendo che l’Uganda ha violato la sovranità territoriale della Repubblica Democratica del Congo, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che il governo di Kampala deve pagare una compensazione per aver compiuto saccheggi e violato diritti umani in ex-Zaire durante la guerra del 1998-2003. “Siamo molto felici che la legge internazionale ha finalmente accolto il nostro caso” ha commentato un portavoce del governo di Kinshasa, Henri Mova Sakanyi, aggiungendo che le autorità dell’ex-Zaire intendono chiedere a Kampala un risarcimento compreso tra 6 e 10 miliardi di dollari. Shi Jiuyong, presidente della Corte di giustizia – l’organismo dell’Onu per le controversie tra gli Stati, che ha sede all’Aja, nei Paesi Bassi – ha detto che “i soldati ugandesi hanno creato un clima di terrore che ha pervaso la vita dei civili congolesi”. Il verdetto del Tribunale dell’Onu è decisivo e inappellabile. Le truppe dell’Uganda, insieme a quelle del Rwanda, si sono formalmente ritirate dall’est del Congo nel 2003; il governo di Kinshasa sostiene che gli ugandesi continuano a garantire armi alle milizie loro alleate, malgrado un embargo dell’Onu sulla vendita di armi al Congo. Recenti inchieste giornalistiche hanno confermato – se ancora ce ne fosse bisogno – quanto già denunciato da una commissione di esperti dell’Onu più di un anno fa: il saccheggio del tesoro naturale del Congo prosegue. Un esempio? L’oro estratto nel bacino aurifero di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri, controllato militarmente dai ribelli filo-ugandesi, che ne hanno sottratto il controllo a milizie filo-ruandesi, viene esportato illegalmente in Uganda. Lì poi è lavorato e rivenduto in Svizzera. Gli scontri tra formazioni ribelli rivali – spesso falsamente rubricati come “guerre etniche” – sono stati in realtà combattimenti per il controllo delle immense naturali del Congo e hanno colpito in modo diretto soprattutto la popolazione civile, prima vittima di un conflitto che tra il 1998 e il 2003 ha provocato non meno di 2,5 milioni di morti.
[EB]

Ewigen
19-12-2005, 22:38
UGANDA – Il comandante della 505° brigata militare, George Magezi, è rimasto ferito in un’imboscata dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) nel distretto settentrionali di Gulu, nel quale due militari sono morti e un altro ferito. L’incidente , di cui si apprende oggi, è avvenuto venerdì scorso, nel giorno in cui i ribelli hanno ucciso anche dieci civili.

Ewigen
23-12-2005, 20:05
CIAD 23/12/2005 19.03
CRISI CON KHARTOUM, CONVOCATO AMBASCIATORE SUDANESE

Il ministro degli esteri ciadiano, Ahmat Allam-Mi, ha convocato oggi l’ambasciatore sudanese a N’Djamena al quale ha consegnato un memorandum contenente la lista “delle aggressioni del Sudan contro il Ciad” non ultima quella di domenica contro il villaggio di Adré, a ridosso della frontiera col Darfur. Secondo i resoconti di alcune grandi agenzie internazionali di stampa, la tensione politica-diplomatica tra i due paesi confinanti starebbe continuando a crescere nelle ultime ore. Citando un documento diffuso oggi dal governo ciadiano, sia l’agenzia britannica Reuters che l’emittente inglese ‘Bbc’ riportano dell’esistenza di “uno stato di belligeranza” o “di guerra” tra i due paesi. “Il Ciad è in uno stato di belligeranza col Sudan” dice Reuters citando un passaggio del documento in cui il presidente sudanese, Omar Hassan el Beshir viene definito “un nemico del Ciad”. Non è chiaro se il documento citato dagli organi di informazioni d’oltre manica sia lo stesso riportato qualche ora prima dalla stampa francese e in cui il passaggio relativo allo “stato di belligeranza” o “guerra” non era rintracciabile. La stampa francese, e più precisamente l’emittente radiofonica nazionale Rfi, sottolinea che proprio oggi a N’Djamena si è tenuto un incontro tra il capo di Stato maggiore delle forze armate francesi e il presidente ciadiano Idriss Deby. La Francia, che ha col Ciad importanti accordi commerciali, è presente nella capitale e ad Abaché (nell’est) col personale dell’”Operazione Sparviero” che può contare su almeno 1100 soldati e 6 aerei da combattimento Mirage F1. Secondo fonti di informazione francesi - da Le Monde all’inviato speciale di Liberation ad Adré - i militari francesi avrebbero rinforzato negli ultimi giorni le loro posizioni e sarebbero proprio loro a controllare la strada che da Adré porta ad Abeché (dopo 6 ore di marcia), ultima tappa prima della capitale N’djamena.

Ewigen
25-12-2005, 15:50
SUDAN 25/12/2005 15.09
DARFUR: LE PAROLE DEL PAPA E LA TESTIMONIANZA DI UN MISSIONARIO

Benedetto XVI, prima della benedizione "Urbi et orbi" ,ha fatto oggi esplicito riferimento all'Africa e al Darfur:
"Il Dio che si è fatto uomo - ha detto il papa - sostenga quanti operano in Africa a favore della pace e dello sviluppo integrale, opponendosi alle lotte fratricide, perché si consolidino le attuali transizioni politiche ancora fragili e siano salvaguardati i più elementari diritti di quanti versano in tragiche situazioni umanitarie, come nel Darfur e in altre regioni dell'Africa centrale".
“È bene metterlo in chiaro subito: la situazione peggiore in Darfur la stanno vivendo i musulmani, cacciati dalle proprie terre. Per i cristiani, invece, c’è il paradosso di una seconda fuga: anni fa per scappare dalla guerra degli indipendentisti nel Sud Sudan, ora per l’insicurezza che regna in tutta la regione”: lo monsignor Antonio Menegazzo vescovo amministratore apostolico di El Obeid, la città a circa 500 chilometri dalla capitale Khartoum, da cui dipendono le tre parrocchie del Darfur. Sarà un Natale davvero difficile per le centinaia di migliaia di famiglie che da mesi – alcune dall’inizio del 2003 – hanno abbandonato case e villaggi nei tre stati sudanesi che compongono la regione del Darfur: occidentale, centrale e meridionale. Nonostante i suoi 73 anni (di cui 47 spesi in Sudan), monsignor Menegazzo è appena rientrato da una visita di venti giorni tra Nyala, el-Fasher ed el-Daein, disseminate “su un territorio grande quasi il doppio dell’Italia” spiega. In questa regione, secondo l’Onu, è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta, con un numero tra profughi e sfollati che oscillerebbe intorno al milione e mezzo. “Ciò che colpisce – dice monsignor Menegazzo – è che appena ti vede la gente chiede aiuto e assistenza. Nei campi per sfollati ho visto distese sterminate di tende, che ha volte sono l’unica ‘proprietà’ di nuclei famigliari di otto o dieci persone”. Le organizzazioni internazionali “sono molte ma non riescono a contenere i disagi”: malattie, malnutrizione, mancanza di medicinali. “Come Chiesa locale – prosegue il missionario – stiamo cercando di aiutare gli sfollati che non hanno accettato di ammassarsi nei grandi campi profughi: non essendo registrati, non ricevono l’assistenza umanitaria delle organizzazioni, ma vivono da parenti e amici nei principali centri abitati. Le nostre comunità stanno cercando di offrire un minimo di aiuto". Ma c'è una necessità che padre Menegazzo ha rilevato parlando con gli sfollati: “L'istruzione: i genitori sono consapevoli che i propri figli stanno perdendo anni scolastici e questo potrebbe provocare un danno ancora più grave alla società anche in futuro”. Un piccolo gesto di speranza – quasi simbolico nel mare delle urgenze del Darfur – l’hanno fatto i salesiani di El Obeid: il ‘Don Bosco Training Centre’ ha accolto 60 ragazzi di varie tribù del Darfur ai quali verrà garantita la formazione tecnica. Diventeranno elettricisti, carpentieri, fabbri, muratori, “per costruire il proprio futuro” aggiunge il missionario, originario di Cittadella (Padova). “Difficile pensare a un Natale di speranza per il Darfur – prosegue – perché anche durante la mia permanenza sono proseguiti i bombardamenti sia del governo, anche con aerei ed elicotteri, che dei ribelli locali”.

The_EclipseZ
26-12-2005, 16:04
SUDAN 25/12/2005 15.09
DARFUR: LE PAROLE DEL PAPA E LA TESTIMONIANZA DI UN MISSIONARIO

Benedetto XVI, prima della benedizione "Urbi et orbi" ,ha fatto oggi esplicito riferimento all'Africa e al Darfur:
"Il Dio che si è fatto uomo - ha detto il papa - sostenga quanti operano in Africa a favore della pace e dello sviluppo integrale, opponendosi alle lotte fratricide, perché si consolidino le attuali transizioni politiche ancora fragili e siano salvaguardati i più elementari diritti di quanti versano in tragiche situazioni umanitarie, come nel Darfur e in altre regioni dell'Africa centrale".
“È bene metterlo in chiaro subito: la situazione peggiore in Darfur la stanno vivendo i musulmani, cacciati dalle proprie terre. Per i cristiani, invece, c’è il paradosso di una seconda fuga: anni fa per scappare dalla guerra degli indipendentisti nel Sud Sudan, ora per l’insicurezza che regna in tutta la regione”: lo monsignor Antonio Menegazzo vescovo amministratore apostolico di El Obeid, la città a circa 500 chilometri dalla capitale Khartoum, da cui dipendono le tre parrocchie del Darfur. Sarà un Natale davvero difficile per le centinaia di migliaia di famiglie che da mesi – alcune dall’inizio del 2003 – hanno abbandonato case e villaggi nei tre stati sudanesi che compongono la regione del Darfur: occidentale, centrale e meridionale. Nonostante i suoi 73 anni (di cui 47 spesi in Sudan), monsignor Menegazzo è appena rientrato da una visita di venti giorni tra Nyala, el-Fasher ed el-Daein, disseminate “su un territorio grande quasi il doppio dell’Italia” spiega. In questa regione, secondo l’Onu, è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta, con un numero tra profughi e sfollati che oscillerebbe intorno al milione e mezzo. “Ciò che colpisce – dice monsignor Menegazzo – è che appena ti vede la gente chiede aiuto e assistenza. Nei campi per sfollati ho visto distese sterminate di tende, che ha volte sono l’unica ‘proprietà’ di nuclei famigliari di otto o dieci persone”. Le organizzazioni internazionali “sono molte ma non riescono a contenere i disagi”: malattie, malnutrizione, mancanza di medicinali. “Come Chiesa locale – prosegue il missionario – stiamo cercando di aiutare gli sfollati che non hanno accettato di ammassarsi nei grandi campi profughi: non essendo registrati, non ricevono l’assistenza umanitaria delle organizzazioni, ma vivono da parenti e amici nei principali centri abitati. Le nostre comunità stanno cercando di offrire un minimo di aiuto". Ma c'è una necessità che padre Menegazzo ha rilevato parlando con gli sfollati: “L'istruzione: i genitori sono consapevoli che i propri figli stanno perdendo anni scolastici e questo potrebbe provocare un danno ancora più grave alla società anche in futuro”. Un piccolo gesto di speranza – quasi simbolico nel mare delle urgenze del Darfur – l’hanno fatto i salesiani di El Obeid: il ‘Don Bosco Training Centre’ ha accolto 60 ragazzi di varie tribù del Darfur ai quali verrà garantita la formazione tecnica. Diventeranno elettricisti, carpentieri, fabbri, muratori, “per costruire il proprio futuro” aggiunge il missionario, originario di Cittadella (Padova). “Difficile pensare a un Natale di speranza per il Darfur – prosegue – perché anche durante la mia permanenza sono proseguiti i bombardamenti sia del governo, anche con aerei ed elicotteri, che dei ribelli locali”.
spero che tu abbia una connessione flat, altrimenti sai quanti soldi spesi per il copia/incolla ?
vi lamentate dell'informazione che non diffonde certe notizie, che parla solo di cina, guerra in iraq... bhè, secondo me hanno la precedenza notizie che forse ci permettono di toglierci dalla merda fino al collo, poi viene il resto.

Ewigen
27-12-2005, 21:54
27 dicembre 2005 18.47
KAMAPALA
UGANDA: ESERCITO SPARA SU CIVILI, 7 MORTI E 16 FERITI

(Avvenire) Sette morti e 16 feriti, molti dei quali in gravi condizioni. Questo il bilancio di una strage compiuta ieri da un gruppo di soldati ugandesi che hanno aperto il fuoco contro una manifestazioni di civili che protestavano per l'uccisione, a loro dire ingiustificata, di un adolescente avvenuta nella notte di Natale, sempre ad opera di militari.

Il dramma -confermato oggi da fonti ufficiali militari ugandesi- è avvenuto nel campo profughi di Lalogi, ad una trentina di km. da Gulu, nel nord del Paese, l'area dove imperversa sanguinosa da 20 anni la rivolta dell'Esercito di Resistenza del Signore (Lra). Un campo in cui sono raccolti in condizioni disperate, come del resto negli altri, circa 30.000 civili. L'esercito dovrebbe vegliare sulla loro sicurezza, impedendo gli attacchi dei ribelli. Ma, secondo fonti concordi, spesso compie violenze ed abusi contro i civili.

Ewigen
27-12-2005, 21:57
spero che tu abbia una connessione flat, altrimenti sai quanti soldi spesi per il copia/incolla ?
vi lamentate dell'informazione che non diffonde certe notizie, che parla solo di cina, guerra in iraq... bhè, secondo me hanno la precedenza notizie che forse ci permettono di toglierci dalla merda fino al collo, poi viene il resto.

Ci sono persone per cui va di più la pena sapere chi fa le corna,i gossip del politici,attaccare e fschiare i credenti e i loro simboli,interessarsi solo delll'Irak ignorando del resto del mondo,... ma ci sono persone che invece mettono al primo posto il valore della vita umana (bianca,nera,gialla,pigmea,.... africana,americana,irakena,indios,... non fa differenza) come base dell'0essitenza umana.E fortunatamente io sono uno di questi.

Ewigen
27-12-2005, 22:26
Reportage / A un anno dalla firma degli accordi di pace tra Nord e Sud

L'alba di un nuovo Sudan

Viaggio tra le speranze della gente, i giochi di potere dei politici, gli interessi economici. Un paese profondamente diviso che cerca a fatica di diventare uno Stato

di Irene Panozzo da Khartoum e Juba

«Spero sia la volta buona. Ci sono ancora tante difficoltà da superare e fino all’ultimo non si può dire, ma le cose per noi stanno lentamente cambiando. Deve essere la volta buona!» La speranza di molti sudanesi si riassume così, nelle poche parole di George. Sudsudanese, guardiano in una casa di khawaja, come gli occidentali vengono chiamati a Khartoum, vive ormai da molti anni nella capitale. Non si illude che il sentiero ancora da percorrere sia in discesa, anzi. Ma, a distanza di un anno dal trattato di pace, spera.
Un anno dopo, e ancora tanta strada da fare. Ma con alcuni importanti passi già dietro le spalle. Il che non è poco per un Paese come il Sudan, dove tutti i tentativi precedenti di porre termine alla guerra che per più di vent’anni ha messo le popolazioni del Nord contro quelle del Sud - ma anche, non va dimenticato, sudsudanesi di diverse fazioni gli uni contro gli altri - sono falliti miseramente. Qualcosa allora è davvero cambiato. Dalla firma del trattato di pace, il 9 gennaio 2005 a Nairobi, a oggi un accordo deciso solo sulla carta ha iniziato a diventare realtà. Shweir shweir, piano piano. Con alcune battute d’arresto, che però sono state superate. E si è ripreso il cammino.
Di primo acchito, l’arrivo a Khartoum non riserva grandi sorprese, quantomeno se non si è assenti dalla città da troppo tempo. Ma girando per le vie del centro, osservando e parlando con la gente, il clima diverso si nota. Non foss’altro che per la presenza di soldati che vestono la divisa del Sudan’s People Liberation Army (l’Esercito di liberazione popolare del Sudan, Spla), il braccio armato del movimento ribelle meridionale (Splm), guidato sino a fine luglio dal suo storico leader, John Garang. Una presenza che, facendo molta attenzione, si può intravedere già in città, ma che diventa inequivocabile nei pressi del palazzo presidenziale. È lì, nell’edificio affacciato sul Nilo Azzurro che fu di Gordon Pasha e dei governatori del Sudan anglo-egiziano, che Salva Kiir, colui che è succeduto a Garang sia come vice presidente del Sudan che come presidente del governo autonomo del Sud, ha il suo ufficio nella capitale. Se lui è in città, lo sono anche i suoi uomini. Che nei corridoi del palazzo presidenziale non si mescolano con quelli dell’esercito settentrionale, che prestano servizio di guardia e fanno da scorta all’altro vicepresidente, Ali Osman Taha. Si tratta di una divisione tangibile, che la dice lunga su quanto lavoro ci sia ancora da fare per creare una fiducia reciproca che non è mai, di fatto, esistita, dall’indipendenza in poi.
Fuori, per le strade, Khartoum rimane la stessa, non molto diversa da come poteva apparire immediatamente dopo il trattato di pace o anche nei mesi precedenti. Lo stesso caos di sempre regna nel suq al-’arabi, il mercato del centro città, che fa anche da capolinea per i bus cittadini, chiuso tra una delle principali moschee di Khartoum, il Comboni College e le vie dei ministeri e del palazzo presidenziale. Come sempre, ci sono donne meridionali a vendere biscotti di sesamo e sacchetti di arachidi per pochi centesimi, mentre gli uomini cercano di piazzare cianfrusaglie varie o frutta, tra i minibus che tentano di farsi strada tra la folla e la polvere.

I khawaja sono aumentati molto nell’ultimo anno e le loro facce chiare si notano facilmente. Ma l’arrivo in massa degli occidentali è effetto della guerra in Darfur più che della pace nel Sud. E poi ci sono i cinesi, che però per le strade si vedono poco. Khartoum è da qualche anno una città in ebolizione, dove i cantieri spuntano a ogni angolo e dove ormai trovare casa è diventato un problema. Una città che si sta trasformando a grande velocità, forte degli investimenti di capitale cinese, libico o del Golfo. Strade, come quella che corre di lato all’aeroporto, che fino a pochi anni fa erano asfaltate a tratti e piene di buche, nell’arco di poco tempo sono diventate lisce come tavole da biliardo, a più corsie, quasi delle autostrade per gli standard locali. Ai lati delle strade nuove o rinnovate, palazzi tutti vetri e metallo, tirati su nel giro di poco tempo, sedi di banche, compagnie petrolifere straniere o agenzie nazionali. Facciate luccicanti che non riescono però a nascondere la povertà: non è raro, soprattutto nelle aree meno centrali, vedere accanto al cantiere di qualche nuovo palazzo in costruzione misere baracche, rottami e sacchetti di plastica, segni della povertà più estrema che non riesce a dialogare con il benessere circostante.

Passare da Khartoum a Juba, la capitale del Sud, è quindi uno shock. Non solo cambiano il clima e il paesaggio: non sono il verde e gli alberi di mango o il cielo coperto di nuvole a lasciare di stucco. Juba, nonostante i suoi 300 mila abitanti, rimane un grosso villaggio. Lo sviluppo di Khartoum è qui un miraggio ancora lontano. Tanto che il governo autonomo meridionale, nato lo scorso autunno un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ha sede in un prefabbricato mezzo diroccato, con un cortile interno pieno di macerie. I ministri, invece, risiedono in tende, senza acqua corrente e senza energia elettrica, perché la capitale non offre sistemazioni più adeguate.

Le macerie materiali di Juba diventano così un facile simbolo di una società interamente da ricostruire. Non sono solo le infrastrutture a mancare totalmente nel Sud, anche se, senza di esse, è difficile controllare un territorio vasto due volte l’Italia e creare pressoché dal niente un’amministrazione civile. Ciò che spaventa di più è la mancanza di una cultura di convivenza pacifica. Il che è comprensibile per una società che è in guerra da quasi sessant’anni, con un’unica parentesi di pace durante gli anni Settanta, durata un decennio. E le divisioni tra le molte popolazioni meridionali, che negli ultimi quindici anni hanno alimentato una guerra fratricida all’interno del più ampio conflitto Nord-Sud, sono ancora molto sentite. «Prima di essere un sudanese, sono un meridionale. E prima di essere un meridionale, sono un nuer», ci dice un funzionario del nuovo governo del Sud, che preferisce rimanere anonimo. «Lo stesso vale per gli altri che si sentono innanzitutto dinka o shilluk, bari o zande. Sono entrato nella guerriglia che avevo dieci anni e da allora ho fatto solo quello. Ma quando ho iniziato, non sapevo bene cosa fosse il Sud. Io ero nuer e appartenevo alla mia tribù. Una volta arruolato nell’Spla ho iniziato a sentir parlare di Sud. Ma poi nel 1991, dopo la scissione interna al movimento, le solidarietà e le appartenenze tribali sono tornate ad avere il sopravvento».
Colmare queste divisioni non sarà un compito facile. E Salva Kiir, come Garang prima di lui, ne è ben consapevole. Non a caso, una volta arrivato al potere, ha confermato le scelte del suo predecessore, cercando di accontentare tutte le principali componenti etniche della regione. Ha così nominato Riek Machar, un nuer, come vicepresidente del governo autonomo del Sud e ha fatto dare l’incarico di ministro degli Esteri del governo di unità nazionale a Lam Akol, uno shilluk, nonostante i due siano stati all’origine della scissione del 1991 e abbiano poi combattuto per molti anni una guerra per procura per conto di Khartoum contro l’Spla.

L’inevitabile fragilità degli equilibri politici meridionali ha però un nemico più sfuggente. E quindi più pericoloso. È il Lord’s Resistance Army (l’Esercito di liberazione del Signore, Lra), un gruppo ribelle nord-ugandese, che da quasi vent’anni semina morte nei tre distretti settentrionali dell’Uganda partendo dalle sue basi in Sud Sudan. Se l’atmosfera a Juba non è cambiata nonostante la firma della pace e la presa del potere da parte del governo guidato dall’Splm, la responsabilità è proprio dei ribelli di Joseph Kony. «Sono qui dall’83 - raccon* ta Antonietta Bertani, volontaria dell’ong Ovci-La nostra fami* glia -. * Ho vissuto tutta la guerra: ho visto peggiorare la situazione di Juba, ho visto arrivare in città migliaia di rifugiati e l’ho vista passare sotto il controllo del governo di Khartoum, diventando così oggetto del constante assedio dell’Spla. Quando, raramente, vado a Khartoum, mi sembra di arrivare in un altro mondo. Nonostante la pace, nulla è ancora cambiato qui. E non è solo colpa dei disordini seguiti alla morte di Garang, in agosto. Le condizioni di sicurezza non migliorano soprattutto per la presenza di Kony e dei suoi, appena fuori dalla città».
Una presenza ingombrante, che rende impraticabili le strade che collegano Juba all’Uganda o al resto del Paese. Tagliando così, in una sola volta, sia le vie di comunicazione e di approviggionamento con l’estero, sia quelle necessarie a rendere effettivo il controllo del territorio e l’amministrazione da parte del nuovo governo meridionale.

Le azioni dell’Lra mettono anche a rischio la presenza delle organizzazioni impegnate nella ricostruzione della regione, soprattutto dopo che, a fine ottobre, due sminatori svizzeri sono stati uccisi sulla strada che porta in Nord Uganda. Dove, come raccontano fonti locali, il terrore è tornato ad alti livelli, si contano i morti nelle imboscate e, per la prima volta, sono state attaccate anche alcune organizzazioni umanitarie, che in risposta hanno limitato fortemente i loro spostamenti.
La presenza delle forze di Kony, secondo molti ancora sostenute da Khartoum, non è l’unica ipoteca sulla pace sudanese, anche se forse si tratta di quella meno controllabile. Le sfide aperte che si dovranno affrontare sia a Juba che a Khartoum - in vista delle elezioni presidenziali tra quattro anni e, soprattutto, in vista del referendum per l’autodeterminazione del Sud tra sei - sono molte. E ognuna potrebbe tramutarsi in un passo falso. Dalla smobilitazione dell’esercito settentrionale ancora presente nel Sud alla creazione delle forze integrate Nord-Sud da impiegare nelle zone «sensibili» del Paese (Khartoum, Sud Sudan, Monti Nuba e Nilo Azzurro meridionale), dalle difficoltà già emerse sulla spartizione dei proventi del petrolio e sui contratti di concessione alle compagnie straniere alla decisione su «chi paga cosa», la strada è ancora lunga e accidentata.
Questo primo anno, tuttavia, dimostra che si può andare avanti e dare davvero un futuro diverso al Paese. La gente è questo che vuole. Lo vogliono i sudsudanesi rimasti nel Sud come quelli che vivono ormai da decenni nel Nord e che spesso non hanno intenzione di tornare ai villaggi di origine. Ma lo vogliono anche le popolazioni nordiste, che iniziano a lamentarsi del fatto che la firma di Nairobi ha permesso il mantenimento al potere di un regime poco amato e che sembra non avere intenzione di cambiare veramente.

Per i responsabili di governo, quindi, l’obiettivo da raggiungere, oltre alla tenuta della pace in sé, dovrebbe essere quello di trasformare delle aride clausole negoziali in un cambiamento politico e sociale reale, che tutti possano apprezzare. Al Nord come al Sud, nel Darfur come nell’Est. Per la regione meridionale c’è uno scoglio in più: cercare di rendere appetibile agli occhi della gente l’opzione unitaria. Un’impresa che, ora come ora, appare quasi un’utopia, visto che la stragrande maggioranza dei sudsudanesi sembra essere decisamente orientata verso la scelta della secessione.

L’Splm ha infine un’altra sfida «personale» di fronte: diventare un vero partito di ispirazione nazionale. L’essere arrivati a Khartoum, a far parte del governo di unità nazionale, è stato un passo importante anche da questo punto di vista. Il prossimo potrebbe essere quello di avere un ruolo rilevante e realmente pacificatore nella crisi del Darfur. Che, come ha fatto notare il sottosegretario agli Esteri italiano, Alfredo Mantica, durante una visita ufficiale nel Paese a metà novembre, deve trovare una soluzione politica ed essere ricondotto all’interno dei rapporti Nord-Sud. O meglio, all’interno del quadro di spartizione del potere e delle ricchezze del Paese sottoscritte da governo e Splm a Nairobi, un anno fa.

Ewigen
28-12-2005, 13:21
AFRICA 28/12/2005 11.42
CIAD-SUDAN: UNIONE AFRICANA ANNUNCIA INCHIESTA SU ATTACCO ADRE

È affidata a un’inchiesta dell’Unione Africana (Ua) la possibilità di ricucire lo strappo creatosi tra il governo del Ciad e quello del Sudan. La proposta è stata avanzata ieri dal presidente di turno dell’Ua, il capo di Stato nigeriano Olusegun Obasanjo, al termine dell’incontro separato e a porte chiuse avuto con il presidente ciadiano Idriss Deby e con l’inviato speciale del governo sudanese Moustapha Osman Ismail, già ministro e uno dei più stretti collaboratori del presidente Omar Hassan el Beshir. Deby, parlando con alcuni giornalisti dopo il faccia a faccia con Obasanjo, si è detto “soddisfatto” dell’idea di un ‘inchiesta africana sui combattimenti avvenuti il 18 dicembre scorso ad Adré, piccolo e polveroso centro abitato nell’estremo est del Ciad a ridosso della frontiera col Darfur. Il presidente ciadiano ha poi chiesto all’Ua di condannare il comportamento del Sudan e di impedire che il prossimo vertice dell’organismo panafricano (23 e 24 gennaio) si tenga a Khartoum, a cui nel 2006 dovrebbe spettare la presidenza di turno dell’Ua. Il governo di N’djamena e Deby in persona hanno accusato apertamente il Sudan di aver organizzato e finanziato l’attacco condotto dalla nuova ribellione ciadiana contro Adre, parlando nei giorni scorsi dell’esistenza di “uno stato di belligeranza” tra i due paesi. Nelle ultime ore è stato poi lo stesso Deby a rilanciare, alla presenza del presidente centrafricano Francois Bozize, le accuse, facendo sapere che “non si può escludere che Khartoum stia preparando una nuova aggressione”.

Ewigen
28-12-2005, 13:22
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 28/12/2005 11.41
OPERAZIONE MILITARE NELL’EST, ESERCITO E CASCHI BLU IMPEGNATI SU TRE FRONTI

Continua l’imponente operazione militare in corso dalla vigilia di Natale nella zona nord orientale della Repubblica democratica del Congo, dove circa 4000 soldati dell’esercito congolese e 1000 caschi blu della locale Missione delle Nazioni Unite (Monuc) sono impegnati su tre differenti fronti. I combattimenti più intensi sono quelli in corso ormai da tre giorni nella provincia del Nord Kivu e più precisamente nella zona compresa tra Eringeti e Rwenzori, circa 250 chilometri a nord di Goma, capolugo della regione. Secondo gli ultimi bilanci diffusi dalla Monuc, almeno 35 ribelli ugandesi delle Forze democratiche alleate (Adf) avrebbero perso la vita negli scontri, mentre le forze governative e quelle dell’Onu hanno registrato 5 perdite, rispettivamente 4 e 1. Ma i bilanci di queste battaglie, che nelle ultime ore hanno portato alla presa del villaggio di Mwalika (considerata l’ultima roccaforte dei ribelli), riportati sulla stampa parlano di almeno 54 ribelli uccisi, inclusi alcuni importanti capi del movimento. Gli altri due fronti aperti in cui soldati congolesi e quelli delle Nazioni Unite sono impegnati fianco a fianco sono alcune centinaia di chilometri più a nord, nella turbolenta provincia dell’Ituri, dove nonostante un programma di disarmo a cui hanno partecipato quasi 15.000 ribelli, almeno 2-3000 miliziani sarebbero ancora in attività. Secondo i resoconti forniti dalla Missione Onu, in Ituri oltre 2000 soldati congolesi e 400 caschi blu sono impegnati sia a nord che a sud di Bunia (capoluogo della regione) nel tentativo di liberare definitivamente la zona a ridosso del confine con l’Uganda dalla presenza delle milizie armate che finora ne hanno controllato il territorio. Negli scontri “numerosi miliziani sono stati uccisi”, si legge in un’informativa della Monuc, mentre il resto sarebbe in rotta verso il confine ugandese dietro la pressione delle forze governative, che avrebbero già preso il controllo di Fataki, uno dei principali centri abitati dell’area. In vista delle elezioni del prossimo anno, il primo appuntamento democratico con le urne nella storia della Repubblica democratica del Congo dalla sua indipendenza, operazioni come quelle di questi giorni non potranno che continuare, vista la necessità del governo di Kinsasa (e della comunità internazionale che sostiene il processo di pace) di rientrare in possesso di gran parte del suo territorio orientale, un’area che per le sue immense ricchezze minerarie, è stata la causa stessa del devastante conflitto che in meno di 6 anni ha causato la morte di oltre 3 milioni e 500.000 persone. Nonostante gli accordi di pace, infatti, buona parte dei territori non urbani dell’est del Congo è ancora controllato dai gruppi armati che continuano a garantire gli interessi di tutti quei governi circostanti e di tutte quelle aziende internazionali che hanno prosperato nel caos congolese degli ultimi anni.

Ewigen
28-12-2005, 18:47
UGANDA 28/12/2005 16.21
OPERAZIONE DELL'ESERCITO NEL NORD, UCCISI RIBELLI LRA

Almeno 20 ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) sarebbero stati uccisi dall’esercito nelle ultime ore a Laprin, nel distretto settentrionale di Pader, circa 350 chilometri a nord della capitale Kampala. Lo ha riferito Chris Magezi, un portavoce delle forze armate, aggiungendo che altri tre miliziani sono stati fermati; non vi sono tuttavia riscontri indipendenti. Secondo fonti della MISNA contattate nel nord Uganda, in questi ultimi mesi i ribelli dello Lra – che da 19 anni attaccano i civili in questa regione e sequestrano minori per trasformarli in bambini-soldato – sono soprattutto alla ricerca di cibo; stando a chi vive nelle zone più colpite dalle incursioni armate, il loro numero sarebbe in costante diminuzione. Ieri uno sparuto gruppo di ribelli – 2 o 3 – si sarebbe arreso all’esercito nella zona di Palabek, nel distretto di Kitgum. Intanto si è aggravato il bilancio dei civili uccisi nei giorni scorsi dall’esercito per reprimere una manifestazione di protesta a Lagoli, in uno dei numerosissimi campi per sfollati dove da anni vivono 1,5 milioni di ugandesi per sottrarsi agli attacchi dei combattenti dello Lra. La MISNA ha appreso che stamani è morto uno dei 16 feriti ricoverati nell’ospedale di Lachor, presso Gulu, portando a 8 il numero delle vittime. L’esercito – spesso accusato di violenze contro la popolazione civile – ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per far luce sulle responsabilità.



REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 28/12/2005 13.43
OPERAZIONI MILITARI NELL’EST… -

Almeno 11.000 civili starebbero abbandonando le zone del Nord Kivu in cui da alcuni giorni è in corso una vasta operazione militare lanciata dall’esercito congolese e dai caschi blu della Missione Onu (Monuc) contro i ribelli delle Forze democratiche alleate (Adf), uno schieramento anti-governativo ugandese che ha nelle foreste dell’est del Congo i propri campi base. Lo ha detto Michel Bernardo, dell’Ufficio per il coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), in un’intervista al programma radiofonico della ‘Bbc’ ‘Focus on Africa’, precisando che le migliaia di sfollati sono al momento irraggiungibili a causa dei combattimenti. “Per il momento non abbiamo ancora informazioni precise, ma da quello che so le aree in cui è in corso l’operazione sono isolate e scarsamente abitate e mi risulta strano che vi sia un così elevato numero di sfollati” ha detto alla MISNA Rachel Eklou una delle portavoce della Monuc, contattata a Kinshasa per una verifica, aggiungendo che comunque nei giorni scorsi è stato messo a punto un piano per l’assistenza di 15.000 civili in previsioni di eventuali spostamenti di popolazione. La funzionaria della missione Onu ha poi confermato alla MISNA che l’operazione nella provincia del Nord Kivu, e più precisamente nell’area compresa tra Goma e Beni, è “ancora in corso” e i combattimenti tra i soldati governativi congolesi, i caschi blu e i ribelli ugandesi proseguono. È per il momento conclusa, invece, l’operazione lanciata il 24 dicembre scorso nell’area a nord di Bunia (capoluogo della turbolenta provincia nord orientale dell’Ituri) mentre quella in corso nella zona di Boga (un’ottantina di chilometri a sud di Bunia) è in fase di completamento, anche se i combattimenti sono ormai cessati e da ieri esercito e personale dell’Onu sono impegnati nel pattugliamento delle frontiere con l’Uganda dove alcuni dei miliziani sarebbero fuggiti.



AFRICA 28/12/2005 15.14
CIAD-SUDAN: VOCI E PAURE DI UN’ESCALATION MILITARE

Il rischio di un escalation militare tra Ciad e Sudan è concreto: lo ha detto il presidente della Commissione dell’Unione Africana (Ua), Alpha Oumar Konaré, in un’intervista rilasciata oggi a Radio France Internationale (Rfi). “Abbiamo già una situazione estremamente difficile nella regione occidentale sudanese del Darfur – ha detto l’ex presidente del Mali – se dovessero sorgere ulteriori complicazioni tra Ciad e Sudan, sarebbe un vero disastro”. Intanto, secondo informazioni raccolte da fonti vicine ai ribelli che intendono spodestare il presidente ciadiano Idriss Deby e che quest’ultimo accusa di agire con l’appoggio del governo sudanese, l’esecutivo di N’djamena starebbe progettando un’offensiva in territorio sudanese e più precisamente contro alcuni villaggi intorno a El Geneina, capitale del Darfur occidentale, dove si troverebbero i campi base della ribellione ciadiana. Il quotidiano Alwihda sostiene che “una riunione per mettere a punto i dettagli dell’attacco si è tenuta nei giorni scorsi ad Abeche (principale città dell’est del Ciad, distante circa 6 ore di macchina da Adre, ndr) tra lo stato maggiore militare di N’Djamena e i ribelli sudanesi attivi contro Khartoum in Darfur”. Si tratta, è bene ribadirlo, di informazioni ancora senza conferma, ma che da almeno un paio di giorni ormai circolano con insistenza in Ciad. Altre indiscrezioni, sempre provenienti da ambienti vicini all’opposizione a Deby, accusano il presidente ciadiano di tentare di reclutare “migliaia di mercenari” e di aver inviato propri rappresentanti in vari paesi africani per chiedere l’invio di truppe in Ciad. Tra questi si troverebbe l’Angola, dove ieri è arrivato Abakar Manani, emissario di Deby, che dopo aver incontrato il ministro degli Esteri dovrebbe consegnare oggi al capo di Stato angolano José Eduardo dos Santos un rapporto in cui si documentano “le aggressioni sudanesi” e che conterrebbe le prove (incluse alcune foto) del coinvolgimento del paese confinante nell’attacco ad Adre. Per ora pare che il governo di Luanda abbia invitato il Ciad a riallacciare un dialogo diretto col Sudan e risolvere così le proprie differenze. In base alle informazioni trapelate, il ‘cuore’ delle presunte prove che dovrebbero inchiodare Khartoum alle proprie responsabilità, è rappresentato da alcune foto e da documenti che proverebbero lo stretto legame esistente tra il presidente sudanese Omar Hassan el Beshir e Mahamat Nour, capo della Coalizione per la democrazia e libertà (Rdl), il gruppo ribelle ciadiano responsabile dell’attacco di Adre del 18 dicembre scorso. Nonostante le roventi dichiarazioni ciadiane, il governo sudanese continua con forza a smentire di aver mai dato alcun sostegno alla ribellione ciadiana. Le accuse ciadiane sono state definite “dichiarazioni senza senso” dal ministro degli Esteri sudanese, al-Samani Wasiylah, secondo cui N’djamena “sta solo cercando di sviare l’attenzione dai gravi problemi interni che è costretta ad affrontare”. “È in corso un vasto ammutinamento nell’esercito, lo sanno tutti, e non abbiamo nessuna intenzione di essere coinvolti in questa faccenda” ha aggiunto Wasiylah alla Reuters.

Ewigen
29-12-2005, 11:58
UGANDA 29/12/2005 7.41
KAMPALA E KINSHASA COLLABORANO CONTRO RIBELLI LRA

I governi di Uganda e Repubblica democratica del Congo hanno raggiunto un accordo su una strategia comune per combattere i ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), il movimento armato che da vent’anni sconvolge i distretti settentrionali ugandesi e che nei mesi scorsi, per la prima volta ha fatto, la sua comparsa anche in territorio congolese, non lontano dalla frontiera con l’Uganda e il Sud Sudan. Lo riferisce l’agenzia di stampa cinese Xinhua, citando un portavoce dell’esercito ugandese il quale ha precisato che l’accordo è stato raggiunto durante la visita del capo di Stato maggior ugandese a Kinshasa. Secondo l’intesa, le autorità congolesi hanno autorizzato l’esercito di Kampala a condurre operazioni congiunte con le forze armate di Kinshasa nella zona del parco di Garamba, dove recentemente era apparso un gruppo di alcune centinaia di ribelli guidati da Vincent Otti, numero due del Lra sulla cui testa pesa anche un mandato di cattura internazionale spiccato dalla Corte penale internazionale (Cpi).

Ewigen
29-12-2005, 14:49
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/12/2005 13.29
OPERAZIONI MILITARI NELL’EST, NUOVO BILANCIO

È di 86 ribelli ugandesi uccisi e sei morti tra le file dell’esercito governativo congolese, a cui si aggiunge l’uccisione di un ‘casco blu’ di nazionalità indiana, l’ultimo bilancio ufficiale sull’operazione militare in corso nel nord Kivu rilasciato da un portavoce della missione Onu in Congo (Monuc). Da alcuni giorni l’esercito congolese con l’appoggio degli uomini della Missione Onu stanno conducendo un’offensiva contro i ribelli delle Forze democratiche alleate (Adf), uno schieramento anti-governativo ugandese che ha nelle foreste dell’est del Congo i propri campi base. Analoghe operazioni sono in corso nella provincia nord-orientale dell’Ituri e più precisamente nell’area a nord di Bunia (capoluogo della turbolenta provincia) e nella zona di Boga (un’ottantina di chilometri a sud di Bunia).


CIAD 29/12/2005 13.12
RIBELLI DELL’EST CREANO UN “FRONTE UNITO”

I principali gruppi ribelli nati negli ultimi mesi in Ciad e composti prevalentemente da influenti figure del mondo militare e politico della stessa etnia del presidente Idriss Deby si sono sciolti per unirsi in un unico schieramento: il Fronte unico per il cambiamento democratico (Fuc). Nella copia del documento costitutivo, di cui la MISNA ha preso visione oggi, il nuovo schieramento politico militare sottolinea che il fine principale della nuova formazione è quello di “liberare il Ciad dalla dittatura di Idriss Deby”. All’interno del Fuc si trovano sia i ribelli delle Rdl, responsabili dell’attacco della scorsa settimana contro il villaggio orientale di Adre, che quelli dello Scud (la formazione creata dai disertori dell’esercito nazionale ciadiano) e del Cnt, insieme alle sigle di almeno altri 4 schieramenti radicali anti-Deby che fanno esplicito riferimento alla lotta armata per ottenere un cambio di governo nel paese. La presidenza del neonato schieramento politico-militare ciadiano è stata affidata a Mahamat Nour Abdelkerim, il capo delle Rdl che N’djamena accusa di essere vicino al presidente sudanese Omar Hassan el Beshir con cui avrebbe organizzato l’attacco di Adre. Alla vice-presidenza invece figurano Hassan Salleh al Gadam (capo del Cnt) e Abakar Tollimi (esponente di primo piano dello Scud, nonché ex funzionario del governo di Deby incaricato delle questioni petrolifere). Dopo aver annunciato la sua costituzione, il Fronte Unito per il cambiamento democratico lancia un “pressante appello alla mobilitazione e all’unità delle forze politiche nazionali per mettere fine alla dittatura di Deby”, chiedendo anche “la solidarietà dei nostri partner internazionali” invitati “a non seguire i piani di Deby, disperatamente alla ricerca di distrarre l’attenzione dalla grave crisi politica interna che sta affrontando”. Seppur in toni differenti, un messaggio simile è stato lanciato nelle stesse ore dalla principale coalizione che raccoglie l’opposizione politica ciadiana, il Coordinamento dei partiti politici per la difesa della Costituzionae (Cpdc), che ieri in una conferenza stampa ha denunciato “la fuga in avanti” del presidente Deby, invitandolo nuovamente al dialogo nazionale. Secondo il Cpdc, le recenti dichiarazioni contro il Sudan da parte del governo di N’djamena sono strumentali al mantenimento del potere da parte del presidente e dei suoi collaboratori. “tentare di attizzare deliberatamente tensioni regionali e internazionali per restare al potere non potrà far altro che dare il colpo di grazia alla nostra democrazia” si legge nel documento del Cpdc, in cui i circa venti partiti che lo compongono prendono anche “le distanze dalla possibili conseguenze di una politica così azzardata”. In conclusione i partiti moderati dell’opposizione ciadiana chiedono alla comunità internazionale di fare pressione nei confronti di N’djamena affinché “scelga la via pacifica della riconciliazione e del dialogo” nei suoi rapporti col Sudan, “visto che finora niente prova che il paese confinante sia coinvolto nella contestazione contro il potere ciadiano”.

Ewigen
29-12-2005, 22:07
UGANDA 29/12/2005 21.55
ARRESTATI DUE MILITARI PER UCCISIONE CIVILI PRESSO CAMPO PROFUGHI

Due soldati sono stati arrestati per l’uccisione di otto persone e il ferimento di altre 15 avvenuta lunedì scorso durante la repressione di una manifestazione davanti a caserme dell’esercito vicino al campo profughi di Lalogi, dove alloggiano ugandesi in cerca di riparo dagli attacchi dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra). Un portavoce militare ha riferito che gli arrestati dovranno spiegare a due commissioni d’inchiesta indipendenti le circostanze dei delitti, verificatisi quando i militari hanno aperto il fuoco contro una folla armata di machete, bastoni e pietre, riunita in protesta contro l’uccisione di un ragazzino nel giorno di Natale. L’esercito ugandese è spesso accusato di violenze contro la popolazione civile, così come i guerriglieri dell’Lra, in lotta da 19 anni nei distretti settentrionali, in un conflitto che ha causato oltre 100.000 vittime. Si calcola inoltre che siano circa 25.000 i bambini che hanno subito violenza o sono stati arruolati con la forza dai ribelli, mentre circa 1,5 milioni di ugandesi sono costretti a vivere nei numerosi campi per sfollati pur di sfuggire agli attacchi dello Lra.

Ewigen
30-12-2005, 11:16
CIAD 30/12/2005 7.33
NUOVO GIACIMENTO PETROLIFERO NEL SUD, ALTRI PROBLEMI?

La scoperta di un nuovo giacimento di greggio nel sud del Ciad è stata annunciata nelle ultime ore dal ministro del petrolio di N’djamena, Mahamat Nasser. Secondo le informazioni diffuse, il nuovo giacimento - scoperto dal consorzio statunitense/malese - si trova circa 600 chilometri a sud della capitale ciadiana, non lontano da quelli di Miandoum, Bolobo e Komé, sfruttati dall’ottobre del 2003 dalle compagnie statunitensi Exxon-Mobil, Chevron Texaco e dalla indonesiana Petronas. L’annuncio del nuovo giacimento, denominato ‘Timbré’ dalla vicina località, arriva in uno dei momenti più delicati della storia recente ciadiana, che vede una crescente opposizione (sia armata che politica) al governo del presidente Idriss Deby. Sulla questione petrolifera poi, l’esecutivo di N’djamena è criticato anche da parte della comunità internazionale che contesta la volontà del governo di modificare la legge sul petrolio esistente (e contenuta nell’accordo internazionale siglato per la costruzione del grande oleodotto di 1000 chilometri finanziato dalla Banca Mondiale che collega il Ciad con le coste atlantiche del Camerun) considerata un “esempio unico al mondo di trasparenza nella gestione dei proventi derivati dalla vendita di petrolio”. Le modifiche su cui il parlamento ciadiano sarà chiamato a esprimersi nelle prossime settimane vanno a intaccare proprio quegli aspetti che rendevano la legge ‘unica’. L’esecutivo vorrebbe infatti eliminare il fondo per le generazioni future (in cui finisce il 10% dei ricavi del petrolio) e aggiungere settori quali giustizia e sicurezza in quelli che, in base all’accordo, hanno priorità nell’utilizzo dei guadagni derivanti dal greggio e che finora erano limitati a progetti sociali nei campi della sanità e dell’educazione.

Ewigen
30-12-2005, 14:29
UGANDA 30/12/2005 13.19
KAMPALA PRECISA: "NESSUNA COOPERAZIONE MILITARE CON KINSHASA CONTRO LRA"

La strategia comune tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo annunciata pochi giorni fa per combattere il gruppo ribelle ugandese Esercito di Liberazione del signore (Lra) non comprende nessun accordo militare ma solo la cooperazione tra servizi segreti sui movimenti nelle zone di frontiera; lo ha precisato il portavoce dell’esercito ugandese in una nota diffusa dall’emittente Radio Uganda e rilanciata dall’agenzia cinese Xinhua. Il capo dell’esercito di Kampala, Arounda Nyakairima, sarebbe stato frainteso durante un colloquio con la stampa; piuttosto egli intendeva dire che "le truppe della missione delle Nazioni Unite in Congo, l’esercito congolese e quello dell’Uganda stanno conducendo operazioni di verifica sulla presenza di Vincent Otti (‘numero due’ del Lra, ndr) nel parco nazionale di Garama. Si tratta di azioni di routine tra buoni vicini per condividere informazioni”. Queste operazioni – si precisa nel comunicato – servono per rintracciare i ribelli, ma le forze sul campo rispondono direttamente ai rispettivi governi.


EGITTO 30/12/2005 13.19
RIFUGIATI SUDANESI SFOLLATI: ONU NEGA DI AVER CHIESTO LO SGOMBERO

“Continuano a negarci l’accesso ai centri di detenzione della polizia e dell’esercito in cui si trovano gli oltre 2000 mila profughi sudanesi che sono stati portati via stamani dopo lo sgombero del parco Mostafa Mahmoud del Cairo. Forse però nel pomeriggio, grazie alla collaborazione dell’Onu, riusciremo a incontrarli e a farli visitare da alcuni medici. Tra loro vi sarebbero anche dei feriti che finora non hanno ricevuto alcuna assistenza medica”: dice alla MISNA una fonte umanitaria occidentale che si sta occupando della vicenda e che da questa mattina è sulle tracce dei sudanesi costretti con la forza a sfollare. Intanto fonti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite (Acnur) in Italia hanno smentito di aver mai chiesto al governo egiziano di sgomberare il giardino in cui da tre mesi i profughi sudanesi avevano improvvisato un campo per chiedere il trasferimento in paesi terzi e soprattutto negli Usa, in Canada e in Europa. “Recentemente abbiamo chiesto più volte alle autorità egiziane di porre fine al sit-in dei sudanesi nei pressi della nostra sede del Cairo, soprattutto dopo che ai primi di dicembre due persone, una bambina e un vecchio, erano morti all’interno del campo. Ma abbiamo sempre chiesto di arrivare a una soluzione condivisa e pacifica con i sudanesi” spiega alla MISNA Laura Boldrini, responsabile dell’Acnur in Italia, la quale precisa anche che le l’ufficio Onu al Cairo non era stato informato dell’azione di questa notte. In una nota ufficiale diffusa in mattinata l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati Antonio Guterres si è detto “sconvolto e rattristato per i tragici avvenimenti di questa mattina al Cairo". Precisando di “non avere ancora un quadro completo della situazione”, Guterres sottolinea che “non c'è giustificazione per una simile violenza e per la perdita di vite umane. Si tratta di una tragedia terribile ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime". Dallo scorso 29 settembre, circa 2.500 cittadini sudanesi manifestavano nel Parco Mostafa Mahmoud del Cairo, per protestare soprattutto contro le difficili condizioni di vita e per chiedere il reinsediamento - il trasferimento permanente di rifugiati in un paese terzo – in altri paesi.

Ewigen
30-12-2005, 14:59
EGITTO 30/12/2005 11.36
PROFUGHI SUDANESI SFOLLATI: ISOLATI IN STRUTTURE POLIZIA

Si trovano rinchiusi in almeno 4 differenti strutture della polizia al Cairo, gli oltre 2000 rifugiati sudanesi che questa notte si trovavano all’interno del campo improvvisato nei pressi della sede locale dell’Acnur e che sono rimasti coinvolti nei disordini seguiti all’intervento della polizia. Lo hanno fatto sapere alla MISNA fonti umanitarie che si stanno occupando della vicenda, precisando che la polizia ha impedito finora l’ingresso nei centri di detenzione agli operatori sanitari e al personale delle organizzazioni non governative internazionali che fino a ieri lavorava con i profughi. Secondo le informazioni che alcuni dei rifugiati sudanesi hanno fornito via telefono a fonti della MISNA, almeno una persona sarebbe morta stamani all’interno di una delle strutture della polizia per le ferite riportate in seguito all’intervento delle forze di sicurezza. In un bilancio diffuso stamani il ministero degli Interni egiziano, riferisce di almeno 10 persone morte, tra cui 2 bambini, in seguito all’intervento degli agenti in tenuta anti-sommossa e alla calca che ne sarebbe seguita. “Il giardino in cui 3 mesi fa i profughi si erano trasferiti per protestare contro la politica dell’Acnur non supera i 100 metri quadri” spiega alla MISNA padre Simon, attuale parroco di Sakakini, la “parrocchia dei sudanesi” al Cairo. “Oltre 2000 persone in uno spazio così piccolo non potevano che accalcarsi quando la polizia ha cominciato a sparare con i cannoni d’acqua e a trasferire con la forza la gente sugli autobus” aggiunge il missionario comboniano. Secondo la nota diffusa dal ministero degli Interni egiziano, i profughi avrebbero resistito alla polizia armati di bottiglie e mattoni, trasformando l'accampamento in un “campo di battaglia”che oltre alle 10 vittime avrebbe causato anche almeno 20 feriti tra i sudanesi e 23 tra gli agenti. Il ministero egiziano sostiene di essere intervenuto su richiesta dell’Acnur.

Ewigen
30-12-2005, 17:46
EGITTO 30/12/2005 16.54
RIFUGIATI SUDANESI: AUMENTA BILANCIO VITTIME, CLIMA DI PAURA TRA I PROFUGHI
Diritti Umani, Brief

Potrebbero essere 26, tra cui 7 bambini, i sudanesi morti nell’attacco della polizia avvenuto nelle prime ore di questa mattina nel campo profughi improvvisato in un giardino pubblico del Cairo, che secondo un bilancio aggiornato della polizia ha provocato 20 vittime e una cinquantina di feriti, tra cui 23 agenti: lo ha detto ad alcuni media uno dei responsabili dei sudanesi. Fonti della MISNA intanto riferiscono di una comunità terrorizzata. “I sudanesi al Cairo sono tutti chiusi in casa e stanno vivendo ore di paura e di angoscia, anche perché ancora non si conosce ancora né l’identità né il numero esatto dei morti nell’attacco della polizia” dice alla MISNA suor Fiorangela Morlacchi, missionaria canossiana che nella capitale egiziana gestisce un centro con scuola materna, elementare e corsi professionali per i rifugiati sudanesi e i loro figli, oltre che per gli egiziani meno abbienti. “Anch’io sto provando pena e angoscia – prosegue la canossiana nata a Corbetta (Milano) 45 anni fa – perché nei giorni passati, tra i sudanesi che in quel giardino protestavano per chiedere il trasferimento all’estero, c’erano anche alcuni dei bambini che frequentano la nostra scuola…”. Suor Fiorangela aggiunge che in realtà era nell’aria da tempo un possibile intervento della polizia, dato che al Cairo le manifestazioni pubbliche sono proibite, mentre questa andava avanti ormai da mesi: “Si pensava che le forze dell’ordine avrebbero provveduto a sgombrare la zona già in occasione del Ramadan, mese sacro ai musulmani, ma nessuno arrivava a ipotizzare una violenza di tale portata”. La religiosa è amareggiata anche perché “nessuno finora aveva scritto o parlato di questa protesta e, come troppo spesso succede in questi casi, se ne è dato notizia solo quando è successo qualcosa di molto grave”. I sudanesi, ricorda infine suor Fiorangela, “hanno sempre sofferto e tuttora soffrono, e adesso, con quest’ultimo atto di violenza, non fanno che sprofondare nel dolore quotidiano”.

Ewigen
30-12-2005, 19:14
AFRICA 30/12/2005 17.55
RISARCIMENTO UGANDA A EX-ZAIRE DOPO INVASIONE, INIZIATA TRATTATIVA

Sono cominciati i negoziati per il risarcimento che l’Uganda dovrà versare alla Repubblica democratica del Congo in conseguenza dell’invasione dell’ex Zaire nella guerra del 1998-2003: lo ha riferito il ministro per gli affari internazionali ugandese Okello Oryem, ricordando che la compensazione è stata stabilita da una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Onu, secondo la quale Kampala aveva violato la sovranità del paese confinante. Oryem ha detto che tra le due nazioni sono in corso colloqui sull’entità del risarcimento, che secondo Kinshasa dovrebbe ammontare a 18 trilioni di scellini, circa 10 miliardi di dollari. Il ministro dell’informazione ugandese Nsaba Buturo ha precisato che il suo paese vorrebbe una riduzione della cifra, ma soprattutto preferirebbe puntare sul rafforzamento delle relazioni tra i vicini: “Il futuro di questa regione vale più di 10 miliardi di dollari” ha detto. Uganda e Rwanda invasero la Repubblica democratica del Congo dopo che alcuni gruppi ribelli da essi sostenuti si sollevarono in armi nel 1998 contro l’allora presidente congolese Laurent Desiré Kabila, a sua volta appoggiato da Namibia, Angola e Zimbabwe. Oltre a garantire la sicurezza dei propri confini, la presenza in Congo degli ugandesi e degli altri belligeranti era motivata soprattutto dal desiderio di sfruttare le ricche risorse naturali del territorio. Nel corso di quella che è stata definita la ‘prima guerra mondiale’ africana morirono, secondo le stime, dai 2,5 ai 3,5 milioni di persone, in gran parte per mancanza di aiuti alimentari e di cure sanitarie.

Ewigen
30-12-2005, 19:35
EGITTO 30/12/2005 19.21
RIFUGIATI SUDANESI, VITTIME ANCHE ALL’INTERNO DEI CENTRI DI RACCOLTA?

Alcuni sudanesi rimasti feriti durante lo sgombero di stamani sarebbero morti perché privi di assistenza dopo essere stati trasferiti dalla polizia in diversi centri di raccolta del Cairo: la MISNA lo ha appreso da testimonianze dirette di profughi sudanesi raggiunti al telefono cellulare all’interno di queste strutture. I decessi si sarebbero verificati in almeno due centri di detenzione, dopo che vi sono stati portati gli oltre 2.000 profughi sgombrati con la forza dal parco Mostafa Mahmoud della capitale egiziana, accampati da quasi tre mesi di fronte agli uffici dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Acnur). Secondo l’ultimo bilancio della polizia le vittime sono in totale 20, cui si aggiungono una cinquantina di feriti. “In realtà i morti potrebbero essere forse più di 30, stando a quanto ci hanno raccontato i sudanesi con cui siamo rimasti in contatto per telefono anche all’interno dei centri di raccolta” ha detto poco fa alla MISNA padre Simon Mbuthia, missionario comboniano, responsabile della chiesa di Sakakini, la “parrocchia dei sudanesi” al Cairo. “Fino a qualche ora fa abbiamo avuto contatti diretti con i rifugiati sudanesi all’interno dei centri di raccolta, poi le comunicazioni si sono interrotte. Sembra che la polizia abbia vietato loro di comunicare con l’esterno usando il telefono cellulare” aggiunge il missionario. Impossibile entrare nei centri di detenzione: “La polizia - ha detto alla MISNA un operatore umanitario - ci ha impedito di entrare nel campo di raccolta di Tura, dove mi sono recato insieme a un medico dopo aver ricevuto telefonate dai sudanesi all’interno che chiedevano assistenza per alcuni feriti”. “La polizia ci ha impedito l’ingresso: dall’esterno si vede solo un enorme recinto, non è chiaro se stanotte i sudanesi potranno dormire in un edificio o saranno lasciati all’addiaccio”, ha aggiunto, precisando di non sapere il numero esatto dei rifugiati rinchiusi in questa struttura, che potrebbero essere 500 o 600.

anonimizzato
31-12-2005, 11:17
Ewingen apprezzo lo sforzo e l'impegno nella ricerca delle notizie ma non si potrebbe avere un minimo di tregua?

La gente più che invogliata a seguire e scrivere mi pare spaventata.

Proviamo a mettere, per la maggior parte, dei link alle notizie invece che riportarle in toto.

Se andiamo avanti così Corsini dovrà comprare altri HD :stordita:

Ewigen
31-12-2005, 11:50
Se invece di fare i Grandi Fratelli solo con il medioriente,al legno incrociato sui muri e con il politico e religioso di turno lo facessero anche con il resto del mondo (non è neseccario spremersi per forza con il mouse, basta anche leggere i vari thread e loro aggiornamenti.Naturalmente uscendo dal pregiudizio "Piove,occidente criminale"(questo senza natualmente assolvere nessuno)) certi spaventi non li avrebbero.

Ewigen
31-12-2005, 13:07
Alle origini del dramma dei profughi sudanesi

La tragedia di un popolo che non può «rientrare»

Gerolamo Fazzini

La tragedia del Cairo – l’irruzione, ieri mattina all’alba, di duemila poliziotti egiziani in un campo profughi di sudanesi, che ha lasciato sul terreno almeno 26 vittime – ripropone drammaticamente la situazione dei tanti che nel mondo sono costretti a vivere fuori dalla loro patria. Un esercito di disperati condannati a una condizione di provvisorietà e marginalità per anni. Basterebbe ricordare i tanti profughi ruandesi e burundesi, "effetti collaterali" dei tremendi conflitti che hanno sconvolto i Grandi Laghi negli anni Novanta. Molti di loro ancora sono accampati in qualche modo in Paesi limitrofi: micro-comunità di naufraghi senza certezze, che si laureano sul campo nell’arte di arrangiarsi.
Sono milioni i profughi che ogni anno varcano i confini della terra d’origine per mettersi in salvo da qualcosa. Talvolta si tratta di un cataclisma naturale (è il caso dello tsunami o del recente terremoto in Pakistan); in altri casi è un’opera ciclopica, come la diga delle Tre Gole in Cina, la cui realizzazione ha prodotto migliaia di "profughi ambientali". Ma la maggior parte di costoro ha fatto i bagagli a causa di conflitti. Scorrendo l’elenco dei Paesi più toccati dal fenomeno, dall’Afghanistan alla Somalia, se ne ha immediata riprova. Se è vero che nel 2004 il numero dei rifugiati nel mondo è diminuito, seppur di poco, scendendo a quota 9,2 milioni, è altrettanto vero che, sommando ad essi il numero di coloro che vagano all’interno del loro Paese come sfollati, le cifre salgono. Ma non è solo questione di numeri. Come ha detto presentando l’ultimo Rapporto Acnur l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, António Guterres, "dietro ogni numero c’è un essere umano". Nel caso dei profughi sud sudanesi del Cairo si tratta di esseri umani che, nella morsa di un sentimento umanissimo come la paura, chiedono all’Acnur di essere reinsediati in un Paese terzo. Non l’Egitto, ma nemmeno il "loro" Sudan. Troppo pericoloso. Il 9 gennaio scorso è stato firmato, dopo oltre vent’ann i di guerra civile, il sospirato accordo di pace tra il governo musulmano di Khartoum e il sud Sudan animista e cristiano. Ma a un anno di distanza il tasso di insicurezza è ancora tale che molti giudicano assolutamente imprudente ritornare, come l’Acnur, invece, invoglia a fare.
Difficile non parteggiare per questa massa di diseredati che, privati di una casa e di un futuro a causa della guerra, oggi vorrebbero certezze e una terra in cui finalmente mettere radici. Quello dei profughi sudanesi (nel solo Egitto ce ne sarebbero quasi 5 milioni) è un nodo che va sciolto al più presto prima che si ripetano scene come quella di ieri. In caso contrario, festeggiare la pace in Sudan il prossimo 9 gennaio equivarrà a sancire un’ingiustizia.

Ewigen
31-12-2005, 13:38
UGANDA 31/12/2005 12.41
INCENDIO DEVASTA CAMPO SFOLLATI A LIRA, MIGLIAIA I SENZA-TETTO

Un incendio ha distrutto almeno 200 capanne provocando 5.000 senza-tetto nel campo per sfollati di Aromo, nel distretto di Lira, nel nord Uganda. Il responsabile dell’accampamento, David Elic, citato dalla stampa locale, ha riferito che le fiamme hanno devastato anche un carico di derrate alimentari distribuito dal Programma alimentare mondiale causando danni stimati in 10 milioni di sterline ugandesi (circa 5.500 euro); sono andati perduti sacchi di sesamo e sale, biscotti e scorte di sapone. Si tratta del secondo incendio scoppiato questo mese nel campo di Aromo, che ospita circa 42.00 civili: all’inizio di dicember altre 64 capanne sono andate in fumo, lasciando senza una casa altre 140 persone. Elic ha chiesto immediata assistenza al Ministero per la prevenzione dei disastri chiedendo soprattutto generi alimentari e tende per i civili costretti a dormire all’addiaccio. La stagione secca – da novembre a marzo - sta facilitando nelle ultime settimane lo scoppio di incendi spontanei nei distretti settentrionali, dove da 19 anni la popolazione civile è esposta agli attacchi dei ribelli del sedicente Esercito di liberazione del signore (Lra) che, secondo le stime più accreditate, hanno provocato un bilancio di 100.000 morti, più di un milione di sfollati e 25.000 minori sequestrati.

Ewigen
02-01-2006, 20:18
SUDAN 2/1/2006 15.19
GOVERNO SUD SUDAN CONDANNA UCCISIONE PROFUGHI IN EGITTO

Il governo del sud Sudan ha condannato con fermezza gli incidenti avvenuti all’alba del 30 dicembre quando la polizia ha sgomberato migliaia di profughi e rifugiati sudanesi accampati per protesta nei pressi della sede dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur) al Cairo (Egitto). In un comunicato Riek Machar Teny, vice presidente del governo del sud Sudan (Goss), si è detto scioccato e incredulo per il tragico incidente avvenuto in un “paese amico” e ha sostenuto che, oltre ad essere profondamente ingiusto, infrange tutte le leggi internazionali. A questo proposito le autorità del neo-nato governo del Sud-Sudan – stabilito dagli accordi di pace che nel 2005 hanno posto fine alla guerra con le autorità di Khartoum - hanno chiesto spiegazioni sia al governo egiziano sia all’Acnur, chiedendo al segretario generale dell’Onu Kofi Annan di indagare sulle circostanze che hanno condotto alla strage costata la vita a non meno di 26 sudanesi, oltre a invocare la prevenzione di ogni altra violenza contro i sudanesi in Egitto. Intanto un centinaio di sudanesi, tra coloro che avevano inscenato la protesta terminata in tragedia, dovrebbero rientrare in patria stasera a bordo di un aereo fornito dal governo egiziano. Il ministero degli esteri di Khartoum ha detto che il paese è pronto ad accogliere tutti i profughi che desiderano tornare a casa.



UGANDA 2/1/2006 13.22
KAMPALA: SCARCERATO CAPO OPPOSIZIONE

Il capo dell’opposizione Kiiza Besigye ha ottenuto la libertà provvisoria ed è stato scarcerato poco fa su decisione dell’Alta Corte di Kampala. “L’imputato è stato illegalmente tenuto in carcere dallo scorso 2 dicembre. La sua ulteriore detenzione è perciò illegale” ha detto il giudice John Katusti. Besigye, arrestato a metà novembre al rientro in patria dopo 4 anni di auto-imposto esilio, è accusato di tradimento e stupro da un tribunale civile, e deve rispondere di terrorismo e offese militari davanti a una corte marziale. Il dirigente del Forum per il cambiamento democratico (Fdc), ha partecipato stamani all’attesa udienza, durata 4 ore. Fonti della MISNA a Kampala segnalano che migliaia di sostenitori dell’opposizione si sono radunati intorno alla sede giudiziaria: la polizia li ha dispersi facendo uso di gas lacrimogeni; si sono sentiti anche alcuni spari ma per il momento non si hanno notizie di vittime o feriti. Besigye è il principale sfidante del capo di Stato Yoweri Museveni alle presidenziali del prossimo 23 febbraio, per partecipare alle quali lo stesso Museveni ha modificato la Costituzione che prevedeva invece un limite di due mandati. I donatori internazionali hanno di recente sospeso o tagliato gli aiuti economici all'Uganda a causa dei provvedimenti giudiziari contro Besigye.

Ewigen
02-01-2006, 23:43
EGITTO 2/1/2006 21.42
PROFUGHI SUDANESI: 27 LE VITTIME. A CENTINAIA RIMANDATI A KHARTOUM

Sono salite a 27 - dodici bambini, otto donne e sette uomini - le vittime della dura operazione di sfollamento dell' accampamento di profughi sudanesi compiuto il 30 dicembre scorso al centro del Cairo dalla polizia egiziana. Si è intanto appreso che alcune centinaia di profughi, le cui richieste d'asilo non sono state accolte dall' alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr), verranno rimandati a Khartoum con aerei egiziani. I primi sarebbero già in partenza. Alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno chiesto al governo egiziano una sollecita inchiesta sugli scontri; Ahmed Nazif, primo ministro egiziano, ha sostenuto che contro i profughi "non è stato sparato un solo proiettile".




AFRICA 2/1/2006 20.23
CONSIGLIO DI SICUREZZA STABILISCE SANZIONI CONTRO MILIZIE ARMATE IN CONGO

Il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato una risoluzione, la numero 1.649 del 2005, che fissa al 15 gennaio prossimo un ultimatum per tutti i gruppi armati attivi nella regione dei Grandi Laghi affinché depongano le armi o subiranno sanzioni. In aggiunta all’embargo sulle armi, sono stati estesi il bando per i viaggi e il congelamento dei beni all’estero per i capi politici e militari dei gruppi armati stranieri attivi nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). L’Uganda ha più volte accusato le Nazioni Unite di non fare nulla per impedire che le milizie ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) e delle Forze democratiche alleate (Adf) continuino a trovare appoggio nell’ex Zaire. Nelle scorse settimane soldati dell’esercito congolese e ‘caschi blu’ della missione Onu in Congo (Monuc) hanno condotto operazioni sul campo nella regione dell’Ituri contro i ribelli del Adf , che rifiutano di arrendersi a dispetto di una proposta di amnistia. Nella risoluzione si chiede inoltre alle nazioni confinanti con il Congo – Uganda, Ruanda e Burundi - e al governo di transizione di Kinshasa di “impedire ogni tipo di appoggio a chi sfrutta illegalmente le risorse naturali congolesi; in particolare si chiede di prevenire il traffico di tali risorse attraverso i rispettivi territori”.

Ileana
03-01-2006, 10:44
Comunque è impressionante come ogni conflitto in Africa sia cancellato dai mezzi d'informazione...
e ti stupisci?
il più garnde responsabile di queste situazioni è proprio Annan...
voi che faccia pubblicità alle sue porcherie?
(stranamente :rolleyes: è stato assolto dalle imputazioni più gravi)

Ewigen
03-01-2006, 11:18
AFRICA 3/1/2006 11.17
CRESCE TENSIONE TRA N’DJAMENA E KHARTOUM, NUOVE ACCUSE AL SUDAN

È stato rinviato a data da stabilirsi il mini-vertice previsto domani a Tripoli per valutare la crisi del Darfur e le tensioni crescenti tra Ciad e Sudan: lo hanno riferito fonti diplomatiche nella capitale libica, spiegando che la decisione sarebbe dovuta al rifiuto di N’djamena di partecipare all’incontro. Secondo le stesse fonti è probabile che il summit tra il colonnello Muhammar Gheddafi e i suoi ospiti Omar el-Bashir (Sudan), Idriss Deby (Ciad) François Bozizé (Centrafrica) Olusegun Obasanjo (Nigeria, che è anche presidente di turno dell’Unione Africana) si terrà dopo la festa musulmana di al-Adha che ricorre il 10 gennaio. Intanto N’djamena ha lanciato nuove accuse all’indirizzo di Khartoum: in un comunicato ufficiale diffuso ieri sera si legge che “nella sua logica di infiammare la sotto-regione, a partire dal Ciad, il governo sudanese continua a reclutare mercenari, riorganizzare avventurieri messi in fuga dalle forze armate nazionali ciadiane e mettere a loro disposizione aiuti finanziari e materiali per attaccare il nostro Paese”. Secondo N’Djamena, inoltre, “malgrado la volontà del governo, ribadita in più occasioni, di privilegiare le relazioni secolari di fraternità e buona vicinanza con la Repubblica sorella del Sudan, il regime di Khartoum si ostina nella sua logica di distruzione del Ciad”. L’esecutivo di N’Djamena ha quindi rivolto un appello all’Unione Africana (Ua) e alla comunità internazionale, “affinché si prendano le loro responsabilità per evitare alla sotto-regione problemi dalle conseguenze incalcolabili”. Il Ciad si è dichiarato la settimana scorsa in “stato di belligeranza” con Sudan, dopo l’attacco dei ribelli anti-Deby della sedicente ‘Coalizione per la democrazia e la libertà’ (Rdl) avvenuto il 18 dicembre contro la località di Adre, nell’estremo est del paese a ridosso della frontiera col Darfur, attribuito a Khartoum.

Ewigen
03-01-2006, 11:36
SUDAN 3/1/2006 6.39
DARFUR: ANNAN, CIVILI PAGANO “INTOLLERABILE PREZZO” DEL CONFLITTO

Il conflitto nella regione occidentale sudanese del Darfur ha assunto negli ultimi mesi un andamento “profondamente disturbante” con “effetti devastanti sulla popolazione civile”: lo scrive il segretario generale dell’Onu Kofi Annan nel suo ultimo rapporto. “I civili continuano a pagare un prezzo intollerabilmente alto, come risultato di continui combattimenti tra le parti e per il ripetersi della tattica di ‘terra bruciata’ dei miliziani e per le massicce azioni militari delle truppe governative”. Rapporti dal terreno confermano il deterioramento della situazione: nel mese di novembre 2005 il numero di civili uccisi (120) ha quasi raddoppiato il dato di ottobre (70). Secondo Annan, “continuano attacchi su larga scala contro i civili, donne e ragazze vengono violentate da bande armate, villaggi sono continuamente bruciati e migliaia di civili vengono ancora allontanati con la forza dalle proprie case”. Il segretario generale denuncia che “la maggior parte dei combattenti ribelli non è stata disarmata e nessun passo avanti significativo è stato compiuto per assicurare alla giustizia o nemmeno per identificare i responsabili delle forze ribelli o gli autori degli attacchi, contribuendo così a garantire un clima di impunità”. Secondo l’Onu, dall’inizio del conflitto nel primi mesi del 2003, in Darfur sono morte circa 180.000 persone; oltre due milioni sono fuggite dai propri villaggi, di cui circa 200.000 profughi nel confinante Ciad.

Ewigen
03-01-2006, 23:49
AFRICA- Il summit dell’Unione Africa previsto domani a Tripoli per discutere la crisi in Darfur è stato rinviato; lo ha reso noto il portavoce dell’organismo regionale senza dare ulteriori dettagli. La riunione doveva anche essere l’occasione per discutere delle tensioni recentemente apertisi tra Sudan e Ciad, riguardo alle quali era attesa la presentazione di un rapporto. Sebbene invitato, il presidente ciadiano Idriss Deby aveva detto di non potersi recare a Tripoli perché impegnato in patria in un incontro della Cemac (Comunità monetaria dei paesi centrafricani). Due settimane fa Deby ha accusato direttamente i vertici di Khartoum di sostenere la ribellione ciadiana per destabilizzare il suo paese.

Ewigen
05-01-2006, 19:36
CIAD 5/1/2006 14.35
DEBY CHIEDE PROTETTORATO ONU IN DARFUR PER EVITARE ALLARGAMENTO CONFLITTO

Il presidente del Ciad Idriss Deby ha auspicato che l’Onu assuma il controllo della regione sudanese del Darfur per evitare che il conflitto “venga esportato” nel Paese confinante e destabilizzi l’intera regione. Durante il vertice dei capi di Stato e di governo dei sei Paesi della Comunità economica e monetaria dell’Africa Orientale (Cemac) nella capitale N’Djamena per discutere della recente grave crisi diplomatica tra Ciad e Sudan, Deby ha ribadito le accuse contro Khartoum. Il Sudan – a suo dire – sosterrebbe i ribelli anti-governativi del Ciad che lo scorso 18 dicembre hanno attaccato la città di Adre, al confine col Darfur. Deby - 53 anni, ex-colonnello dell’esercito al potere con un golpe nel 1990 – deve anche fronteggiare una ribellione armata interna che nei giorni scorsi si è riunificata in un nuovo schieramento, il “Fronte unico per il cambiamento democratico”, che raggruppa anche militari e politici legati alla stessa comunità etnica del presidente. Secondo alcune fonti, il Sudan appoggerebbe i movimenti armati anti-governativi nell’est del Ciad che sarebbero in parte composti anche dai Janjaweed e da gruppi nomadi di origine araba, già responsabili di crimini e atti di violenza contro i civili in Darfur, dove il conflitto dal 2003 ha provocato decine di migliaia di vittime (180.000 secondo l’Onu) e oltre due milioni di profughi, di cui circa 200.000 in Ciad. Da alcune settimane le accuse reciproche tra Ciad e Sudan hanno fatto crescere le preoccupazioni dell’Unione Africana (Ua), anche in vista del prossimo vertice dell’Ua che si dovrebbe svolgere proprio a Khartoum alla fine di gennaio. Deby ha chiesto ai Paesi della Cemac – Repubblica del Congo, Camerun, Centrafrica, Gabon e Guinea Equatoriale – di impedire che il Sudan assuma la presidenza di turno dell’Ua.

Ewigen
07-01-2006, 23:01
«In Congo 1.200 morti al giorno»

Nuovo rapporto della rivista «Lancet» sulla crisi: sono sterminati dalla fame e malattie facilmente curabili

Di Daniele Zappalà

Resta drammatica la situazione umanitaria delle popolazioni della Repubblica democratica del Congo (Rdc) reduci dal più sanguinoso dei conflitti africani. A confermare e denunciare i tassi spaventosi di mortalità dovuti alle condizioni di vita estremamente precarie dopo le immani distruzioni, è una serie di nuovi dati e rapporti. Secondo uno studio appena pubblicato dall'autorevole rivista medica anglosassone Lancet, sono ancora ben 38mila ogni mese i morti legati indirettamente ai conflitti passati e ai focolai ancor oggi accesi: cioè, più di 1.200 al giorno. Dal 1998, il clima di violenze ha provocato la morte diretta e indiretta di circa 4 milioni di persone.
Un quadro apocalittico che ha reso la crisi congolese «la più sanguinosa nel mondo» dalla fine della Seconda guerra mondiale, come ha appena ricordato l'ong americana Rescue Committee. L'organizzazione sottolinea che nonostante il quotidiano dramma vissuto dalle popolazioni vittime di una crisi lontana dall'essere conclusa, «l'ignoranza riguardo alla sua portata e al suo impatto è quasi generale e l'impegno internazionale resta del tutto insufficiente rispetto alla proporzione dei bisogni». Sono state quasi 20mila le abitazioni visitate dagli autori dello studio pubblicato su Lancet e l'indagine ha potuto constatare un ritmo di mortalità ben aldilà delle abituali curve demografiche, con punte in alcune regioni del 200% rispetto ai livelli del periodo prebellico.
Particolarmente difficile resta la situazione dei rifugiati, come gli oltre 46mila che dalla metà di novembre sono fuggiti dagli scontri fra esercito congolese e miliziani Mai Mai, secondo un dato appena pubblicato dall'Onu. Nel corso del 2005, sarebbero state almeno 121 mila le persone che hanno cercato riparo contro il persistere della tensione nell'Est, nonostante i recenti progressi a livello politico interno.(Avvenire)

Ewigen
07-01-2006, 23:33
SUDAN 7/1/2006 11.49
DARFUR, IMBOSCATA DEI RIBELLI CONTRO SOLDATI SENEGALESI

Sarebbe di almeno un morto e di 9 feriti il bilancio di un’imboscata perpetrata da un gruppo ribelle ai danni di una pattuglia di militari senegalesi appartenenti al contingente dell’Unione Africana (Ua) in Darfur, la regione sconvolta dal febbraio 2003 da una guerra civile che, secondo le Nazioni Unite, avrebbe provocato finora almeno 300.000 morti e due milioni di profughi. Lo ha reso noto un portavoce del contingente senegalese, il tenente-colonnello Antoine Wardini, spiegando all’agenzia di stampa ‘France Press’ che l’attacco si sarebbe consumato ieri intorno alle 12:30 ora locale tra le località di Tiné e Kulbus ai danni di una pattuglia di ritorno all’accampamento base da un’operazione di scorta logistica. Secondo Wardini, quello del giorno dell’Epifania è stato il secondo attacco negli ultimi due mesi contro elementi del contingente di 540 uomini inviato da Dakar in Darfur nel gennaio 2005 per sostenere il difficile processo di pace promosso dall’Unione Africana. Nell’ultimo mese e mezzo ad Abuja, in Nigeria, sotto l’egida dell’Ua si sono svolti serrati ma per ora inconcludenti colloqui (il 7° round negoziale) tra i ribelli attivi nella regione e i delegati del governo di Khartoum. L’Ua è presente da un anno nella vasta e desertica regione sudanese con 6.848 tra militari, poliziotti e civili inviati da più Paesi del continente. Lo stallo dei negoziati di pace e l’accresciuta insicurezza, come dimostrato dall’attacco di ieri contro la pattuglia senegalese, oltre al pericolo reale di un conflitto tra Sudan e Ciad, hanno intanto spinto le Nazioni Unite ad annunciare la prossima significativa riduzione del personale dell’Onu presente nel Darfur occidentale. Jan Pronk, capo della missione Onu in Darfur, ha spiegato che non si tratterà di un’evacuazione ma della semplice riduzione del personale presente e che quest’ultima non inficerà le operazioni di assistenza umanitaria – in modo particolare la distribuzione di acqua e cibo e la fornitura di aiuto in campo sanitario – nella tormentata regione.
[LL]


CIAD 7/1/2006 14.09
PETROLIO, BANCA MONDIALE “PUNISCE” GOVERNO N’DJAMENA?
Economia e Politica, Standard

Il presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz – il ‘falco’ di Washington considerato l’architetto dell’invasione Usa in Iraq – ha annunciato la sospensione di un prestito di 124 milioni di dollari al Ciad, dopo la decisione del governo di N’Djamena di cambiare le regole sull’uso dei proventi petroliferi. Pochi giorni fa il parlamento del Ciad aveva emendato alcuni articoli della legge sul petrolio, sancita da un accordo internazionale firmato nel 1999 per finanziare l’oleodotto Ciad-Camerun, cancellando il cosiddetto ‘fondo per le generazioni future’ in cui confluisce il 10% dei proventi del greggio; nello stesso provvedimento, si aumenta al 30% la parte degli introiti petroliferi che spettano all’erario pubblico, spostandoli dai finanziamenti destinati alla lotta alla povertà. Il presidente della Banca Mondiale ha giustificato la sua dura presa di posizione – una delle più rigide che possano essere adottate contro un governo – affermando che il Ciad ha agito “unilateralmente”. “Questa decisione della Banca, inaspettata al momento attuale, giunge in una fase complessa e difficile per il nostro Paese e ci sorprende per la sua brutalità” ha commentato il ministro delle Finanze di N’Djamena Mahamat Ali Hassan. Le modifiche alla normativa, dopo la ratifica dal presidente Idriss Deby, dovrebbero garantire l’immediato dirottamento di circa 30 milioni di dollari stanziati per le “generazioni future” alle casse dello stato. Il parlamento ha inoltre disposto che a beneficiare dei ricavi del petrolio sia principalmente il settore della “sicurezza nazionale”, in un momento in cui il paese – al quinto posto nella lista Onu dei più poveri del pianeta - è scosso da una crescente opposizione, sia politica che armata, al governo. Oltre alle critiche della Banca Mondiale, l’iniziativa è stata duramente contestata anche da parte della minoranza politica del Ciad. Secondo un sito dell’opposizione, con questa manovra il presidente Idriss Deby – sempre più indebolito a livello politico e militare – avrebbe “messo le mani sui petrodollari”. Per Gilbert Maoundonodji, capo di una coalizione della società civile, “questi cambiamenti comporteranno un aumento della corruzione”. La presa di posizione della Banca Mondiale avviene in un momento di particolare complessità in Ciad: da una parte il presidente deve fronteggiare la pericolosa ribellione armata nell’Est, dall’altra crescono gli appetiti stranieri sul petrolio del Ciad – in parte già sfruttato - anche per la scoperta di un nuovo giacimento di greggio circa 600 chilometri a sud della capitale, in un’area assegnata a un consorzio tra Usa e Malesia. Il greggio – sia quello già ‘pompato’ all’estero per la vendita che quello di più recente scoperta - deve raggiungere il Camerun attraverso il grande oleodotto finanziato dalla Banca Mondiale.

Ewigen
09-01-2006, 23:37
AFRICA 9/1/2006 18.09
DAL CIAD QUATTRO CONDIZIONI PER RISOLVERE CRISI CON SUDAN

Il governo del Ciad ha formulato una proposta per l’avvio di colloqui bilaterali con il Sudan per porre fine alla crescente tensione tra N’djamena e Khartoum. Il portavoce dell’esecutivo ciadiano, Hourmadji Moussa Doumgor, ha riferito che al termine di un incontro avvenuto nel fine-settimana a Tripoli tra il presidente Idriss Deby e il colonnello libico Muammar Gheddafi sono state individuate quattro condizioni per normalizzare le relazioni col Sudan. A Khartoum viene richiesto di disarmare i ribelli ciadiani presenti nella regione occidentale sudanese del Darfur e consegnarli all’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr), di fermare i raid delle milizie sudanesi in Ciad e corrispondere un indennizzo alle vittime delle loro incursioni. “Se le quattro richieste saranno accolte, il Ciad non vedrà alcun ostacolo nel riprendere i contatti diretti col Sudan e rinnovare i legami preesistenti, basati sulla non ingerenza reciproca negli affari interni dei due paesi” ha detto Doumgor. Da settimane N’djamena accusa Khartoum – che nega ogni coinvolgimento - di voler destabilizzare il Ciad appoggiando la ribellione armata costituitasi recentemente nell’est del paese con l’obiettivo dichiarato di rovesciare Deby. La situazione si è aggravata dopo l’attacco del 18 dicembre contro la località di Adre, nell’estremo est del Ciad a ridosso della frontiera col Darfur, attribuito da Deby al Sudan.

Ewigen
10-01-2006, 19:09
CIAD 10/1/2006 13.12
KHARTOUM DENUNCIA VIOLAZIONE SPAZIO AEREO

“Aerei militari ciadiani hanno sorvolato lo spazio aereo sudanese”: lo afferma un comunicato delle forze armate di Khartoum diffuso ieri dall’agenzia di stampa ufficiale Suna e riportato oggi anche dalla stampa ciadiana. Secondo le informazioni dello Stato maggiore sudanese almeno due velivoli da combattimento – un Mirage di fabbricazione francese e un Antonov russo – avrebbero oltrepassato, tra giovedì e venerdì scorso, lo spazio aereo del Ciad sorvolando le città sudanesi di El Fasher (capitale del Darfur settentrionale), El Geneina (capitale del Darfur occidentale), Tiné (principale città di confine) e Koulbous. Le informazioni diffuse dall’agenzia sudanese non hanno avuto finora alcuna conferma indipendente e anzi, in base alle informazioni ufficiali, l’esercito ciadiano non dovrebbe avere in dotazione alcun aereo da guerra. Le relazioni tra Ciad e Sudan sono andate deteriorandosi rapidamente nelle ultime settimane, dopo che i due governi si sono accusati a vicenda di sostenere le rispettive ribellioni interne. L’esecutivo di N’djamena è arrivato a sostenere che con Khartoum esiste uno “stato di belligeranza” in seguito ai ripetuti attacchi portati in territorio ciadiano da forze ribelli appoggiate (economicamente e militarmente) dal governo sudanese.


UGANDA 10/1/2006 11.52
PRESUNTI RIBELLI LRA ATTACCANO DISCOTECA, UCCISI CINQUE CIVILI

Cinque giovani sono stati uccisi da un gruppo di 15 presunti ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) che hanno fatto irruzione in una discoteca sparando sulla gente; altre 12 persone sono rimaste ferite. L’attacco risale a sabato scorso, ma la stampa ugandese ne ha dato notizia solo oggi, precisando che l’aggressione è avvenuta in una discoteca di Opit, nei pressi di Gulu. Le vittime sono quattro ragazzi e una ragazza della stessa famiglia. L’esercito ha riferito di aver inseguito gli aggressori uccidendone uno, poi identificato come un ufficiale dell’Lra. Le forze militari fanno inoltre sapere di aver ucciso negli ultimi giorni nove ribelli in scontri con Lra avvenuti a Omoro, Bolo e Kitgum.

Ewigen
11-01-2006, 19:20
CIAD 10/1/2006 22.09
LEGGE SU PETROLIO: PER OMCT NON VA PROMULGATA

Il segretariato internazionale dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) ha chiesto al presidente Idriss Deby di non promulgare la nuova legge sul petrolio approvata recentemente dal Parlamento di N’djamena – che ridistribuisce i proventi del greggio - per garantire “lo sviluppo duraturo del paese”. In una lettera aperta al capo di Stato, l’Omct osserva che la riforma della normativa - sancita da un accordo internazionale firmato nel 1999 per finanziare l’oleodotto Ciad-Camerun - “avrà delle ripercussioni serie e negative sulle condizioni economiche e sociali delle persone più vulnerabili”. Il riferimento è soprattutto alla prevista cancellazione del cosiddetto “fondo per le generazioni future” in cui finora è confluito il 10% degli introiti del petrolio e che saranno invece destinati all’erario pubblico insieme a un altro 30% di proventi distratti dal programma nazionale di lotta alla povertà. La Banca Mondiale, con una misura inedita, ha immediatamente sospeso l’erogazione di fondi per 124 milioni di dollari, mentre il Ciad ha chiesto che riveda questo provvedimento. L’Omct invita il governo di N’Djamena a non “sacrificare i diritti economici, sociali e culturali della popolazione né danneggiare i programmi di sviluppo economico e umano, né rimettere in causa l’obiettivo di sradicare la povertà”, ricordando che “un vasto numero di violazioni, tra cui la tortura e i trattamenti disumani, sono strutturalmente legati alla povertà e alle disuguaglianze socio-economiche”.



SUDAN 11/1/2006 16.25
DARFUR, ESPERTI ONU: VIOLATO EMBARGO, TROPPE ARMI IN CONTINUO ARRIVO

“È evidente che le armi, soprattutto quelle leggere, e le munizioni, continuano ad entrare in Darfur da alcuni paesi e da zone del Sudan”: lo afferma un rapporto di un gruppo di esperti dell’Onu, che accusa il governo sudanese e i movimenti ribelli di ostacolare il processo di pace nella regione occidentale del Darfur, raccomandando al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni contro i responsabili. Stando a un documento in circolazione in queste ore, l’embargo sulle armi imposto a tutte le forze non governative dal luglio 2004 sarebbe stato ampiamente violato con rifornimenti di materiale bellico provenienti dal confinante Ciad, da Eritrea e Libia. Nel inoltre rapporto si attribuisce a tutte le parti coinvolte nel conflitto la responsabilità di commettere continue violazioni dei diritti umani, inclusa la tortura, “mostrando sempre meno rispetto per il benessere dei civili”. La discussione sulle eventuali sanzioni era prevista al Palazzo di Vetro lunedì, ma secondo fonti diplomatiche il Qatar e la Cina avrebbero bloccato l’invio del rapporto al Consiglio di sicurezza chiedendo prima un’analisi più approfondita del testo. Intanto, durante una visita a Nyala, capitale del Sud Darfur, il ministro di Giustizia Mohamed al-Mardi ha dichiarato che sarà la magistratura sudanese ad occuparsi dei responsabili di crimini di guerra nella regione. “Siamo soddisfatti della competenza del nostro sistema giudiziario e, di conseguenza, non permetteremo ad alcuna corte internazionale di fare questo lavoro” lo ha detto al-Mardi. Nel 2005, la Corte penale internazionale con sede all’Aja, su richiesta del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha aperto un’inchiesta per violazione del diritto umanitario in Darfur, alla quale il governo di Khartoum si oppone.

Adric
14-01-2006, 02:21
Darfur: L'Onu vuole rafforzare il contingente dei caschi blu
Venerdì, 13 gennaio
Appunti
Il dispiegamento di un nuovo e più robusto contingente di pace è necessario per fermare gli attacchi contro i civili e disarmare le milizie attive nella regione del Darfur: lo ha detto oggi al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’inviato di Kofi Annan in Sudan, Jan Pronk. “Se guardiamo indietro ai tre anni di massacri e omicidi, dobbiamo ammettere che la nostra strategia di pace finora ha fallito” ha spiegato Pronk, consegnando un rapporto al massimo organismo decisione di Palazzo di vetro.

In Darfur è presente una forza di peacekeeping di circa 7.000 soldati mandati dall’Unione Africana, che ha appena denunciato la carenza di fondi per proseguire la missione. Per l’inviato di Annan il contingente africano non ha ricevuto adeguate risorse e dovrebbe essere sostituito da una missione più ampia, capace di difendersi ma anche di prevenire attacchi contro la popolazione e “disarmare le milizie Janjaweed, che avrebbero dovuto essere smantellate dal governo di Khartoum”. Ma non si tratta solo di inviare “soldati di pace”: per Pronk è necessario un “approccio integrato verso il Darfur, con adeguati strumenti sul piano umanitario, politico, legale, dei diritti umani, dello sviluppo economico e della ricostruzione”.

Poche ore prima il governo di Khartoum, per voce del ministro degli Esteri Lam Akol, aveva respinto il suggerimento avanzato da Kofi Annan di sostituire la missione dell’Unione Africana (Ua) con un contingente Onu. “Pensiamo che l’Ua stia lavorando bene e finora non hanno detto di non essere in grado di svolgere il loro mandato” ha detto Akol. Secondo le stime delle agenzie internazionali, il conflitto in Darfur – iniziato nei primi mesi del 2003 con le accuse di emarginazione rivolte al governo centrale da gruppi ribelli locali – ha provocato finora oltre 180.000 vittime (300.000 secondo altre fonti) e non meno di due milioni di profughi interni e nel vicino Ciad.
(canisciolti.info)

Ewigen
16-01-2006, 20:34
SUDAN 16/1/2006 19.28
‘ONG’ AFRICANE CRITICANO KHARTOUM: NON PUÒ GUIDARE L’UA

In una lettera inviata a tutti i capi di Stato africani, una quarantina di organizzazioni per la difesa dei diritti umani e associazioni della società civile di tutto il continente hanno fortemente criticato la scelta di affidare la presidenza di turno dell’Unione Africana (Ua) per il 2006 al Sudan e più precisamente al presidente sudanese Omar Hassan el Beshir. “Vogliamo esprimere la nostra più viva preoccupazione per i piani dei capi di stato e di governo del continente che intendono conferire la presidenza 2006-2007 al Sudan e in particolare al suo capo di Stato” si legge nella lettera, firmata tra gli altri dalla Rete delle Organizzazioni non governative (ong) sudafricane, dal Parlamento dei giovani africani e dalla Fondazione africa per lo sviluppo. “Crediamo seriamente che questa azione possa minare ed erodere la credibilità dell’Ua e, allo stesso tempo, compromettere l’autorità delle sue istituzioni” si legge ancora nella nota, elaborata al termine di una riunione tenuta nel fine settimana a Nairobi e a cui hanno partecipato i rappresentanti di ong provenienti da tutto il continente. Nel documento, le organizzazioni evidenziano la “disastrosa crisi umanitaria in corso in Darfur” la regione occidentale del Sudan teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze che hanno per protagonisti movimenti ribelli e lo stesso governo. Seppur dettate da motivazioni completamente diverse, critiche alla leadership sudanese dell’Ua erano state mosse nelle settimane scorse dai ribelli attivi in Darfur e dal governo del confinante Ciad impegnato in un braccio di ferro diplomatico con Khartoum. Proprio oggi, però, il ministero degli Esteri sudanese ha diffuso una nota, che sembra rispondere indirettamente sia alle ong africane sia agli oppositori interni e regionali, in cui si informa che la riunione preparatoria dell’ottavo vertice dell’Unione Africana dei ministri degli Esteri africani si terrà regolarmente il 20-21 gennaio prossimi a Khartoum, alla presenza – sottolinea il documento – del presidente sudafricano Thabo Mbeki.

Ewigen
17-01-2006, 21:27
ETIOPIA 17/1/2006 16.05
RIBELLI OROMO DENUNCIANO ATTACCO CONGIUNTO DI ESERCITO E SUDANESI

I ribelli etiopi dell’Esercito di liberazione dell’Oromo (Ola), braccio armato dell’omonimo fronte (Olf), hanno fatto sapere di aver subito nei giorni scorsi un attacco contro alcune postazioni condotto dall’esercito etiope e dagli ex-ribelli sudanesi dell’Esercito popolare di liberazione sudanese (Splm). Lo riferiscono oggi media sudanesi, citando un comunicato in lingua Oromo letto sull’emittente Voce per la liberazione Oromo e tradotto in inglese anche dal servizio ‘Monitoring’ della Bbc. Secondo il comunicato i combattimenti sono avvenuti il 9 gennaio scorso nella zona occidentale della regione dell’Oromia a ridosso del confine col Sudan. L’Ola sostiene di aver respinto la pesante offensiva lanciata dalle truppe etiopi e sudanesi e di aver ucciso in combattimento almeno 30 soldati di Addis Abeba e 5 componenti dell’Splm. Secondo la ricostruzione contenuta nel comunicato dei ribelli, l’attacco sarebbe arrivato proprio dal territorio sudanese, dopo che truppe etiopi e una gran quantità di materiale bellico (inclusi 3 elicotteri e un caccia) erano stati trasferiti nei giorni precedenti via aerea nell’aeroporto di Kigile. Nello stesso giorno forze etiopi avrebbero lanciato un attacco contro l’esercito di liberazione popolare di Gambella. Per il momento non è stato possibile ottenere alcuna conferma ufficiale o indipendente alle informazioni diffuse dall'Ola. I ribelli dell’Olf combattono da oltre dieci anni contro il governo di Addis Abeba, accusato di discriminare gli Oromo, il più grande gruppo etnico del composito mosaico di tribù e comunità dell’Etiopia.

Ewigen
20-01-2006, 22:58
CIAD 20/1/2006 14.42
SUDAN ARRESTA RIBELLI DELL’EST, TRA LORO SEGRETARIO DEL "FRONTE UNITO"

Almeno una trentina di persone considerate collegate al Fronte unito per il cambiamento democratico (Fuc) - la formazione nata recentemente in cui sono confluiti tutti i gruppi ribelli ciadiani sorti negli ultimi mesi dopo una serie di defezioni dalle file dell’esercito governativo - sono state arrestate nelle ultime 48 ore dalle autorità sudanesi. La MISNA lo ha appreso da fonti ciadiane, secondo cui tra gli arrestati figurerebbero anche importanti esponenti della dirigenza del movimento incluso il segretario generale Abdelawhit Aboud Makaye. Gli arresti sono scattati a meno di 24 ore di distanza dall’intervista che proprio Aboud Makaye aveva rilasciato a Rfi (Radio France Internatinale) e in cui il segretario del Fuc parlava di “rapporti di amicizia” tra il gruppo ribelle del Ciad che minaccia di rovesciare il presidente Idriss Deby e il governo sudanese, aggiungendo che gli incontri per la formazione del Fuc avevano avuto luogo “a fine dicembre in Sudan e più precisamente a El Geneina, capitale del Darfur occidentale”. In dichiarazioni rilasciate al quotidiano ciadiano (antigovernativo e radicale) vicino ai movimenti ribelli, Alwihda, lo stesso Aboud Makaye ha detto di non aver mai pronunciato quelle parole al giornalista francese di Rfi. In una nota diffusa oggi, il Fronte unito per il cambiamento democratico ha “condannato con forza gli arresti” chiedendo la “liberazione immediata del segretario generale” che si era recato in Sudan “per motivi di salute”. Da mesi Ciad e Sudan si accusano reciprocamente di sconfinamenti e di appoggiare l’uno i gruppi armati ribelli nel territorio dell’altro; in particolare il presidente ciadiano Deby e il suo governo hanno accusato i vertici di Khartoum di guidare un piano per destabilizzare il suo paese, arrivando a parlare di uno “stato di belligeranza” col Sudan.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 20/1/2006 9.55
ITURI: VITTIME VIOLENZE AVRANNO “VOCE” DAVANTI A CORTE PENALE INTERNAZIONALE

Per la prima volta le vittime della violenza nella regione nord-orientale dell’Ituri avranno un ruolo attivo nell’inchiesta per gravi violazioni dei diritti umani aperta nel 2004 dalla Corte penale internazionale (Cpi). Accogliendo una domanda della Federazione internazionale dei diritti dell’uomo, i giudici hanno autorizzato un gruppo di sei civili – due donne e quattro uomini, tutelati dall’anonimato – a prendere parte alla procedura relativa a massacri e saccheggi avvenuti in quella zona della Repubblica democratica del Congo. Le vittime non saranno a disposizione della Procura, ma manterranno un ruolo “indipendente” davanti ai giudici; potranno “presentare i loro punti di vista e le loro preoccupazioni”, “deporre testimonianze” o “chiedere al tribunale di adottare misure specifiche”. I sei hanno perso i famigliari duranti gli attacchi delle milizie armate attive in Ituri durante il conflitto del 1998-2003, le loro case vennero saccheggiate; uno di loro è stato sequestrato, un altro torturato. La Cpi, istituita dal Trattato di Roma del 2002, è competente per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio commessi a partire da quell’anno. L’inchiesta sull’ex-Zaire è stata aperta dalla Corte – che ha sede all’Aja – su richiesta del presidente congolese Joseph Kabila nel giugno 2004, ma non ha portato finora ad alcun arresto. La Procura è chiamata a individuare e processare gli “alti responsabili” delle gravi violazioni, tra i quali i capi ribelli dei numerosi gruppi armati protagonisti del conflitto. Alcuni di loro sono entrati nel governo di transizione, come l’attuale vicepresidente Jean Pierre Bemba, ex-capo ribelle del Movimento per la liberazione del Congo

Ewigen
21-01-2006, 23:57
AFRICA 21/1/2006 11.44
UNIONE AFRICANA: MBEKI DIFENDE LA SCELTA DEL SUDAN

Con un messaggio pubblicato oggi sul sito internet del suo partito, l’African national Congress (Anc), il presidente sudafricano Thabo Mebki risponde alle critiche africane e internazionali emerse negli ultimi giorni sulla decisione di tenere il prossimo vertice dell’Unione Africana in Sudan e, con tutta probabilità, affidare la presidenza di turno dell’organismo per il 2006 al suo capo di Stato, Omar Hassan el Beshir. La scelta di tenere il vertice in Sudan, spiega Mbeki nella sua lettera, intende da un lato “festeggiare il 50esimo anniversario dell’indipendenza del paese” dall’altro “fornire ai capi di Stato di tutto il continente l’opportunità di riflettere e affrontare gli sviluppi positivi e negativi del Sudan”. “I presidenti si riuniranno a Khartoum per assicurarsi che entro la fine dell’anno si concluda il conflitto in Darfur, l’unica guerra ‘a bassa intensità’ in corso in Africa” spiega Mbeki riferendosi alle ombre che gravano sul Sudan. “È fondamentale che la ‘road map’ per la soluzione del conflitto sudanese ritorni a concentrarsi sui temi centrali della gestione democratica di una società fortemente differenziata al suo interno”, aggiunge Mbeki, il quale evidenzia come la mancata soluzione del caso Darfur stia adesso portando a tensioni tra il Sudan e il Ciad. Tra gli aspetti positivi che hanno portato alla conferma di Khartoum come sede del prossimo vertice (23 e 24 gennaio) dell’Ua, il presidente sudafricano individua senza alcun dubbio il primo ‘compleanno’ dell’accordo di pace raggiunto dal governo sudanese con gli indipendentisti del Sud Sudan e con cui si è messo fine a un conflitto ventennale. “L’esperienza sudanese può fornire a tutta l’Africa un esempio importante di come costruire società stabili, nonostante le immense differenze che caratterizzano molti paesi africani al proprio interno” sottolinea Mbeki. “Il fallimento nella corretta gestione di queste diversità, assicurando la genuina eguaglianza di tutti i cittadini, è stata una delle principali cause dell’instabilità e dei conflitti che hanno segnato molti dei nostri paesi negli anni seguiti all’indipendenza” conclude Mbeki, prima di citare “La rigenerazione dell’Africa” di Pixley ka Seme, padre fondatore dell’Anc, di cui quest’anno ricorre il centenario.

Adric
26-01-2006, 18:34
Onu: Nel Darfur si va verso una catastrofe umanitaria
Martedì, 24 gennaio

''La comunita' internazionale potrebbe trovarsi davanti ad una catastrofe nel Darfur''. Non usa giri di parole l'Alto commissario per i rifugiati dell'Onu, Antonio Guterres, per descrivere la situazione nella regione sudanese, teatro da oltre due anni di scontri interetnici che hanno provocato circa 2 milioni di sfollati. ''Evitarla - ha spiegato l'ex primo ministro portoghese al Consiglio di sicurezza - richiedera' misure piu' efficaci e il pieno coinvolgimento dell'Unione africana e dell'Onu''.

''Se falliremo, se non garantiremo la sicurezza per coloro che hanno bisogno di aiuti - ha aggiunto - il rischio e' assistere alla piu' grande calamita' che si sia mai vista finora''.
(canisciolti.info)

Ewigen
28-01-2006, 13:34
KENIA 27/1/2006 8.19
NAIROBI DÀ LEZIONI DI “PUBBLICA AMMINISTRAZIONE” AL SUD SUDAN

Nell’ambito dei progetti di cooperazione internazionale per la ricostruzione del Sud Sudan, il governo del Kenya ha annunciato attraverso il vice ministro Danson Mungatana che Nairobi formerà a sue spese 250.000 dipendenti pubblici. Costituiranno l’ossatura dell’amministrazione dell’ampia regione del Sudan meridionale appena uscita da una drammatica guerra civile lunga 21 anni, che ora gode di ampia autonomia in vista di un referendum per la possibile indipendenza entro 5 anni. “Il Kenya onorerà i suoi impegni per la ricostruzione del Sudan” ha detto Mungatana durante una conferenza stampa tenuta a Juba, dove si trovava in visita ufficiale. Oltre alla formazione dei pubblici dipendenti, Nairobi si è impegnata ad addestrare 5.000 futuri poliziotti sud sudanesi. Il Kenya è uno degli otto Paesi membri dell’Unione Africana (Ua) a cooperare in progetti di ricostruzione del Sud Sudan

Ewigen
01-02-2006, 22:54
CIAD 31/1/2006 17.52
IL “FRONTE UNITO” DEI RIBELLI DELL’EST PERDE PEZZI

Sembra già destinato a sfaldarsi il “Fronte unito” (Fuc) creato solo un mese fa dai movimenti ribelli contrari al presidente Idriss Deby. In una comunicazione diffusa oggi, lo ‘Scud’, uno dei principali gruppi armati che il 29 dicembre aveva contribuito alla creazione del Fronte unico per il cambiamento democratico (Fuc), fa sapere di essere uscito dalla coalizione. Creato da un gruppo di disertori dell’esercito ciadiano (inclusi alcuni alti ufficiali e importanti esponenti del partito del presidente), lo Scud precisa che “i tentativi di unificare le diverse tendenze politico-militari che operano nell’est del Ciad si sono dimostrati un fiasco”. Oltre allo Scud, del “Fronte unito”, il cui fine dichiarato è quello di “liberare il Ciad dalla dittatura di Idriss Deby”, si trovano almeno altri 6 movimenti ribelli incluse le Rdl di Mahamat Nour Abdelkerim, che il governo ciadiano accusa di agire in collaborazione col Sudan. Da alcuni mesi il presidente Deby si trova a fronteggiare una fortissima pressione interna, armata e politica, iniziata dopo che il capo di stato ha apportato modifiche alla costituzione per garantirsi un altro mandato. La nascita di una nuova ribellione armata (formata da molti suoi stretti collaboratori) che si è stabilita nell’est del Ciad (a ridosso cioè con la regione occidentale sudanese del Darfur) ha anche esacerbato i rapporti col vicino Sudan, accusato di sostenere le nuove formazioni armate. Il Sudan da parte sua accusa il Ciad di sostenere i ribelli attivi in Darfur.


UGANDA 1/2/2006 2.20
MONITO DEL PRESIDENTE A PAESI VICINI: "NON SOSTENERE FORZE DESTABILIZZATRICI”

Minacce contro i paesi confinanti sono state lanciate dal presidente Yoweri Museveni che ha accusato non meglio precisati Stati vicini di “spiarlo” e di voler destabilizzare l'Uganda. Dalle colonne dell’edizione odierna del 'New Vision', quotidiano filo-governativo di Kampala, Museveni assicura che “nessuna nazione sarà immune da future rappresaglie se parteciperà ad azioni in grado di minacciare la stabilità ugandese. Dico questo a tutti gli agenti e le spie di paesi stranieri perché lo ascoltino bene”. Nel suo messaggio, tanto criptico quanto duro, il presidente ugandese ha parlato poi dell’uccisione nei giorni scorsi di 8 caschi blu guatemaltechi nel nord della Repubblica democratica del Congo per mano di presunti ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), ricordando che nelle scorse settimane l’Uganda aveva riferito più volte della presenza di Vincent Otti (numero due dell’Lra) in territorio congolese, segnalazioni a cui però il governo di Kinshasa aveva preferito non dare seguito. “L’uccisione dei caschi blu è un loro problema. Ma il punto centrale della questione è che noi abbiamo la capacità di sconfiggere ogni paese che oserà attaccarsi. Nessun paese può pensare di sostenere la destabilizzazione dell’Uganda e restare immune dalla nostra rappresaglia” scrive il 'New Vision', riportando le parole del discorso fatto da Museveni a Soroti durante un comizio elettorale in vista delle prossime elezioni presidenziali che vedono l’attuale capo di Stato ugandese concorrere per il terzo mandato consecutivo a succedere.



REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/2/2006 14.11
SFRUTTAMENTO RISORSE E ARMI, ONU RINNOVA MANDATO A GRUPPO D’ESPERTI

È stato prolungato il mandato del gruppo di esperti incaricati dall’Onu di verificare l’applicazione dell’embargo sulle armi, imposto nel 2003 contro la Repubblica Democratica del Congo, e indagarne eventuali violazioni: lo ha deciso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che in una risoluzione approvata all’unanimità ha chiesto che il gruppo continui a lavorare almeno fino al prossimo 31 luglio. Agli esperti è stata inoltre data facoltà di stilare una lista delle persone che violano l’embargo da trasmettere a una commissione speciale appositamente creata all’interno del Consiglio di Sicurezza. Il massimo organo decisionale nella sua risoluzione riafferma inoltre “l’esigenza che tutte le parti e tutti gli Stati cooperino pienamente ai lavori del gruppo garantendo la sicurezza dei suoi membri e il libero e immediato accesso a luoghi e documenti”. Come ricordato solo qualche giorno fa dagli stessi esperti nel loro ultimo resoconto al Consiglio di Sicurezza, il rapporto tra il commercio di armi e lo sfruttamento delle infinite risorse minerarie congolesi è strettissimo. Nei giorni scorsi gli esperti hanno ribadito le proprie “preoccupazioni” per il sostegno finanziario e militare che continua a essere garantito ai vari gruppi armati presenti nella zona orientale del Paese. Milizie che a loro volta assicurano gli interessi di chi (oltre ai governi confinanti, gli stessi esperti hanno apertamente e ripetutamente accusato numerose multinazionali straniere) continua a sfruttare l’insicurezza di parti del territorio congolese per appropriarsi delle ingenti risorse presenti in quell’area: oro, diamanti, stagno, rame, coltan, cobalto, solo per citarne alcuni. Gli esperti hanno evidenziato che finché il governo congolese non avrà uno stretto controllo del settore industriale, minerario e della rete di trasporti nazionali “sarà impossibile assicurare la pace e la sicurezza nel paese”.


SUDAN 1/2/2006 18.49
DARFUR: ATTACCHI E TENSIONI A SUD DI NYALA, IN MIGLIAIA COSTRETTI A FUGGIRE

Almeno 15.000 persone sono fuggite nei giorni scorsi da Shairia, nell’area di Jebel Marra a Sud di Nyala, capitale dello stato del Darfur meridionale. Lo riferiscono fonti umanitarie, precisando che il nuovo esodo è stato provocato dai ripetuti scontri avvenuti negli ultimi giorni ad est del centro abitato. Secondo fonti di stampa internazionali si tratterebbe di confronti armati tra Janjaweed, sostenuti dalle forze governative, e i ribelli dell’esercito di liberazione del Sudan (Sla). Gran parte della popolazione avrebbe cercato rifugio nelle colline a sud di Shairia. Lunedì fonti ufficiali sudanesi avevano riferito di almeno 20 persone - 2 poliziotti e 18 ribelli, secondo il bilancio fornito dal commissario locale - rimaste uccisi negli scontri, ma soprattutto avevano lanciato l’allarme di grandi ammassamenti di truppe ribelli nei pressi dell’area di Tawali, una cinquantina di chilometri a sud di Nyala, capitale del Darfur meridionale. Fonti umanitarie hanno confermato alla MISNA lo stato di tensione che si registra in tutta l’area a sud della capitale, dove molte ong avrebbero preferito sospendere temporaneamente le operazioni.


EGITTO 31/1/2006 16.17
SUD SUDAN CHIEDE INCHIESTA SU MORTE RIFIUGIATI SUDANESI

Una delegazione del governo del Sud Sudan (l'autorità amministrativa autonoma nata dall'accordo di pace sottoscritto tra Khartoum e gli indipendentisti del Sud) si recherà nei prossimi giorni in Egitto per chiedere alle autorità del Cairo di aprire un’inchiesta sulla morte di 27 rifugiati sudanesi, deceduti durante lo sgombero del 29 dicembre scorso: lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale sudanese ‘Suna’. I rappresentanti sud sudanesi consegneranno al presidente egiziano Hosni Mubarak un messaggio del primo vicepresidente e capo del Sud Sudan, Salva Kiir, in cui si chiede, riferisce la Suna, “di fare luce su quanto accaduto e si sottolinea la necessità di consegnare alla giustizia e di punire i responsabili, che siano essi membri delle forze di sicurezza o funzionari dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati”. Nell’episodio in questione, la polizia disperse con la forza 3000 sudanesi che da settimane stazionavano in un piccolo giardino davanti alla sede dell’Unhcr, chiedendo documenti per l’espatrio o il riconoscimento del diritto d’asilo. Nella ressa causata dalla carica della polizia morirono 27 persone, in maggioranza bambini. L’Egitto ha già aperto un’inchiesta per valutare l’operato della polizia, fortemente criticato in patria e all’estero. Per quanto riguarda i rifugiati, ieri fonti del governo egiziano hanno detto che nessuno di quelli fermati per accertamenti in seguito all’incidente sarà deportato.

Ewigen
08-02-2006, 23:33
SUDAN 7/2/2006 18.54
RINVIATI COLLOQUI TRA RIBELLI DELL’EST E KHARTOUM PREVISTI IN LIBIA

I colloqui in programma oggi in Libia tra i ribelli sudanesi del ‘Fronte Unito’ e le autorità di Khartoum sono stati rinviati a data da stabilirsi: lo hanno riferito gli insorti da Asmara, dove il movimento ha un ufficio, accusando il governo di stare preparando un nuovo attacco contro le loro postazioni nell’est del paese, alla frontiera con l’Eritrea. Secondo il ‘Fronte Unito’, Khartoum starebbe reclutando le milizie arabe Janjawid, già attive nella regione occidentale del Darfur, per lanciare una massiccia offensiva. Fonti governative sudanesi hanno confermato il posticipo dei colloqui, precisando che una richiesta in tal senso sarebbe stata avanzata dal paese ospitante: “La Libia ha chiesto un rinvio di due o tre giorni per preparare al meglio l’incontro e garantire il successo del negoziato” ha detto dal Cairo, dove si trova in visita, il ministro di Stato per gli Affari esteri sudanese, Al-Sammani al-Wasila. I ribelli del ‘Fronte Unito’ dell’est, che hanno combattuto al fianco degli ormai ex-ribelli indipendentisti del Sud Sudan (Esercito di liberazione popolare del Sudan, Splm) durante il ventennale conflitto finito nel gennaio 2005, denuncia di essere discriminato dal potere centrale.




REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 8/2/2006 22.10
KATANGA: MIGLIAIA DI CIVILI CACCIATI DAI LORO VILLAGGI, “NON HANNO AIUTI”

“Assistiamo a una grave crisi umanitaria in Katanga: almeno 92.000 civili vivono in condizioni disastrose da diversi mesi e finora hanno ricevuto solo un’assistenza sporadica”: lo dice alla MISNA Andrea Pontiroli, di ‘Medici senza frontiere’ (Msf), contattato telefonicamente a Dubie, nella zona di Pewo, a nord della provincia meridionale congolese del Katanga, dove la popolazione è costretta a subire con scadenza regolare gli attacchi delle milizie Mayi-Mayi. “Il villaggio di Dubie, che conta normalmente 10.000 abitanti, accoglie oggi 18.000 sfollati divisi in tre campi; gli ultimi sono arrivati proprio negli ultimi giorni. Questa gente, esausta dopo settimane o anche mesi percorsi nella foresta, ha un bisogno urgente di cibo che al momento non è disponibile” prosegue Pontiroli. Il Programma alimentare mondiale doveva intervenire nel novembre scorso ma gli aiuti, destinati a 13.000 civili, sarebbero arrivati solo nelle ultime tre settimane. “Grazie al processo di transizione politica in corso erano stati stanziati fondi per progetti a lungo termine, ma qui l’urgenza è ora, bisogna intervenire prima possibile” spiega il rappresentante di Msf, sottolineando che l’area interessata dall’emergenza “è difficile da raggiungere ma non è inaccessibile”. Oltre ai 18.000 di Dubie, sono stati contati altri 35.000 sfollati nella zona di Upembe e 9.000 a Pweto e Kabalo, dove non sono ancora stati allestiti campi; 21.000, inoltre, sono i profughi interni recensiti a Mitwaba. “Le testimonianze degli abitanti sono drammatiche: i Mayi-Mayi, nati come forze di autodifesa alleate al governo di Kinshasa (durante la guerra del 1998-2003) oggi agiscono come bande criminali. Sono passati dal ruolo di ‘protettori’ a quello di aguzzini. Attaccano i villaggi col volto dipinto di bianco, arruolano i più giovani per combattere nelle loro file, saccheggiano e bruciano le case. Senza contare le violenze contro i civili” prosegue Pontiroli; “La gente è terrorizzata. Dal novembre scorso l’esercito ha lanciato un’offensiva ma testimoni oculari hanno visto dall’elicottero interi villaggi in fumo solo qualche giorno fa”. Il processo di Disarmo, smobilitazione e reintegrazione (Ddr) delle milizie, che sta dando risultati positivi in altre regioni congolesi - soprattutto nell’est, come in Ituri – è stato solo parzialmente applicato in Katanga. “Come sempre sono i civili a subire la legge dei gruppi armati. È urgente che la comunità internazionale apra gli occhi su questo popolo dimenticato” conclude Pontiroli.

Ewigen
09-02-2006, 23:34
UGANDA 9/2/2006 13.53
ELEZIONI: SI REGISTRANO AL VOTO OLTRE 10 MILIONI DI UGANDESI
Economia e Politica, Brief

Sono 10 milioni e 450.000 gli ugandesi che si sono registrati per votare nelle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 23 febbraio: lo ha annunciato la Commissione elettorale nazionale, che ha diffuso il numero finale degli aventi diritto dopo aver rimaneggiato più volte le liste elettorali. “La Commissione ha appena completato le modifiche necessarie, sulla base delle segnalazioni inviate dai vari tribunali del paese” si legge in una nota dell’organismo elettorale riportata oggi dal giornale filo-governativo ‘New Vision’. Nelle scorse settimane si sono susseguite le denunce di numerose persone che non sono state in grado di registrarsi per il voto e, secondo il principale giornale dell’opposizione, ‘The Monitor’, almeno 2 milioni di ugandesi saranno costretti a recarsi alle urne privi di scheda elettorale. Per il referendum dello scorso anno, gli aventi diritto individuati dalla commissione elettorale erano stati 8 milioni, mentre nelle elezioni generali del 2001 più di 11 milioni di ugandesi poterono recarsi alle urne. Intanto, secondo l’ultimo sondaggio commissionato dal ‘Monitor’, il presidente uscente Yoweri Museveni è ancora in testa alle preferenze con il 50% delle intenzioni di voto. Il suo rivale, l’ex-colonnello Kizza Besigye del Forum per il cambiamento democratico (Fdc, opposizione), è accreditato del 37% dei suffragi. Rispetto alle ultime inchieste dello scorso dicembre, Museveni avrebbe incrementato il suo vantaggio di 3 punti percentuali e Besigye soltanto di 1.

Ewigen
03-03-2006, 23:20
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 3/3/2006 11.47
“DUE PESI DUE MISURE” DELLA BANCA MONDIALE SU SACCHEGGIO RISORSE NATURALI?

La “duplicità” dell’atteggiamento della Banca Mondiale sul saccheggio sistematico delle risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo è stata criticata da alcune organizzazioni internazionali, citate oggi da un quotidiano di Kinshasa. “Perché la Banca Mondiale si rifiuta di rendere pubblici i risultati dell’inchiesta che essa stessa ha avviato sui saccheggi del settore minerario” nell’ex-Zaire, si chiede oggi Le Potentiel. Il giornale fa riferimento anche a un rapporto, curato dai legali di uno studio internazionale per conto di tre organismi europei, nel quale si denuncia che più della metà dei contratti per lo sfruttamento dei giacimenti di rame del Katanga è fortemente “squilibrato” e a svantaggio del Congo. Le conclusioni di questa indagine – secondo i committenti – sarebbero identiche a quella di un’analoga verifica compiuta dalla Banca Mondiale tre anni fa, che però non sono mai state rese pubbliche. Intanto il Parlamento di Kinshasa ha già ricevuto un rapporto sul settore minerario presentato nel luglio 2005 dal deputato Christophe Lutundula, ma non è ancora stato discusso. La sottrazione sistematica delle enormi ricchezze naturali del Congo – da parte del governo, di svariati gruppi ribelli, di multinazionali, di Paesi confinanti come Uganda e Rwanda – è ampiamente documentata in alcuni dettagliati rapporti di una commissione di esperti dell’Onu. Lo scontro per il controllo di queste risorse – tra gli altri, diamanti, coltan, oro, cassiterite, rame e cobalto – è stato uno dei motivi della guerra del 1998-2003 e prima ancora dell’invasione del 1996-97 che portò Laurent Desiré Kabila (padre dell'attuale capo di Stato Joseph Kabila) al posto del dittatore Mobutu Sese Seko.

Ewigen
12-03-2006, 10:15
SUDAN 11/3/2006 13.53
UNIONE AFRICANA ACCETTA "IN PRINCIPIO" TRASFERIMENTO MISSIONE IN DARFUR A ONU

“Il Consiglio ha deciso di sostenere in linea di principio il trasferimento della Missione dell’Unione Africana in Sudan (Amis) sotto l’egida di una missione delle Nazioni Unite, per promuovere la pace e la sicurezza” così si legge nel documento diffuso ieri dal Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana (Ua)in conclusione della riunione ad Addis Abeba in cui l’organismo ha deciso di estendere fino al 30 settembre prossimo il mandato dell’Amis in Darfur, rimandando di fatto il ‘passaggio del testimone’ all’Onu. Il presidente della Commissione dell’Ua, Alpha Oumar Konare ha detto che in questo modo si è anche guadagnato tempo per cercare di convincere il Sudan ad accettare la presenza in Darfur dei ‘caschi blu’, cosa a cui è decisamente ostile preferendo invece che sia potenziata con fondi internazionali la missione africana. Il passaggio di consegne era stato ventilato dopo che l’Ua ha dichiarato di non avere risorse sufficienti in termini di uomini e mezzi per monitorare efficacemente il rispetto del cessate-il-fuoco in Darfur, che di fatto è stato più volte violato. “Mi aspetto di collaborare presto con il Sudan per il dispiegamento delle truppe” ha detto all’agenzia Reuters il Segretario generale dell’Onu Kofi Annan, ricordando quanto già accaduto con il Sud Sudan dove l’Onu, con il consenso di Khartoum, ha inviato 7000 uomini. “Le Nazioni Unite sta andando a dare aiuto in una situazione che dura da troppo tempo. Costruiremo sulle fondamenta lasciate l’Ua” ha aggiunto. Nel documento dell’organismo regionale africano si sottolinea che il governo sudanese ha detto di essere pronto ad accettare la presenza di truppe Onu “in seguito e come parte di un accordo di pace” per il conflitto interno nella regione occidentale del Darfur iniziato tre anni fa. A questo riguardo l’Ua ha proposto la creazione di un comitato di capi di Stato africani che faccia pressione sul governo sudanese e sui ribelli per arrivare a sottoscrivere la pace entro il 30 Aprile. Secondo il diritto internazionale, qualunque forza Onu potrà essere inviata solo dopo una risoluzione in questo senso del Consiglio di Sicurezza e solo previo consenso di Khartoum.

Ewigen
18-03-2006, 11:59
SUDAN 17/3/2006 12.33
ESERCITO UGANDESE E SPLA CONTRO RIBELLI LRA NELLA ZONA DI YEI

Combattimenti tra i ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) e soldati ugandesi sono avvenuti nei giorni scorsi nello Stato del Bahr al-Jabal, nel Sud Sudan. Lo riferiscono fonti locali, precisando che negli scontri i militari regolari ugandesi sono stati appoggiati anche da elementi dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla, il braccio armato del movimento indipendentista che dallo scorso anno amministra i territori meridionali sudanesi). Per il momento nessun bilancio dei combattimenti è stato diffuso. Si sa solo che un gruppo di ribelli del Lra ha fatto irruzione nei giorni scorsi nella zona di Mukaya Payam dove erano presenti truppe dell’esercito regolare ugandese dell’operazione ‘Iron Fist’, l’accordo militare che consente ai soldati di Kampala di operare in territorio sudanese dove l’Lra ha i suoi campi base. Secondo il Juba Post, uno dei più diffusi quotidiani della capitale del Sud Sudan, l’esercito ugandese starebbe utilizzando sia forze di terra che elicotteri da combattimento in questa operazione. L’amministratore della Contesa di Yei, la principale città dell’area in cui sono in corso i combattimenti, Aggrey Cyrus, ha detto al giornale che i ribelli ugandesi si troverebbero ormai circondati dall’esercito di Kampala e dagli uomini dello Spla. Gli abitanti di alcuni villaggi della zona (Mukaya e Soka), intanto, sarebbero fuggiti nel timore di restare coinvolti negli scontri: alcuni hanno trovato riparo nella foresta, mentre altri hanno preferito recarsi nella città di Yei. Fonti umanitarie fanno sapere che le organizzazioni non governative che operano nella contea di Lainya hanno sospeso temporaneamente le operazioni.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 17/3/2006 12.04
CAPO RIBELLE DELL’ITURI TRASFERITO ALL’AJA PER PRIMO PROCESSO CPI
Altro, Standard

È stato imbarcato questa mattina a Kinshasa, su un aereo militare francese diretto all’Aja, Thomas Lubanga, il capo di una delle principali milizie attive in Ituri (la turbolenta provincia nord orientale della Repubblica Democratica del Congo) arrestato lo scorso anno su richiesta della Corte penale internazionale (Cpi), di fronte alla quale dovrà ora rispondere dei crimini di guerra che gli vengono imputati per una serie di azioni compiute coi suoi uomini tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Secondo fonti giornalistiche internazionali, Lubanga è stato condotto all’aeroporto di Kinshasa da un ingente cordone di poliziotti alla presenza di una delegazione della procura del Cpi. Fonti della MISNA a Kinshasa fanno sapere che Lubanga aveva ricevuto soltanto ieri sera la notifica dell’apertura di un processo nei suoi confronti da parte della Cpi. Fonti dell’organizzazione per la tutela dei diritti umani congolese, Voix de Sans Voix, contattate dalla MISNA, hanno confermato che ieri sera Lubanga aveva lasciato il carcere in cui si trovava detenuto dal marzo dello scorso anno. Capo dell’Unione patrioti congolesi (Upc), uno dei principali gruppi armati attivi nella provincia nord orientale congolese dell’Ituri, Lubanga era stato arrestato a Kinshasa il 20 marzo 2005, a neanche un mese di distanza dall’uccisione in Ituri di nove caschi blu bengalesi. L’Upc ha sempre smentito di essere coinvolto in quell’incidente e nel corso dell’anno trascorso in carcere Lubanga si è sempre definito “un prigioniero della Monuc (l’acronimo con cui viene indicata la Missione Onu in Congo) e della Comunità internazionale”. L’Ituri è ricco di risorse minerarie, in particolare di oro e di possibili giacimenti petroliferi; da anni le bande armate ribelli (e i loro sponsor locali o internazionali) se ne contendono il controllo. Secondo l’Onu, durante la guerra del 1998-2003, gli scontri tra gruppi armati in questa provincia hanno provocato 50.000 vittime e mezzo milione di sfollati. Se confermato, quello di Lubanga potrebbe essere il primo processo della storia della Cpi, il tribunale permanente istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini di genocidio, di guerra e contro l'umanità, e che ancora non ha celebrato alcun processo.

Ewigen
19-03-2006, 13:13
AFRICA 18/3/2006 5.51
ORGANISMO REGIONALE IGAD DISCUTE DI SOMALIA E SUDAN

La sicurezza in Somalia e lo stato del processo di pace in Sudan sono i principali argomenti dell’incontro fra i ministri dei sette stati membri dell’Igad (Autorità inter-governativa sullo sviluppo) che si sta svolgendo a Nairobi (Kenya). I rappresentanti dell’organismo - che raggruppa Uganda, Etiopia, Sudan, Eritrea, Gibuti, Somalia e Kenya - stanno discutendo dell’impegno, preso un anno fa, a dispiegare una forza di pace africana in territorio somalo per garantire il ritorno e l’attività delle nuove istituzioni attualmente in esilio in Kenya a causa dell’endemica mancanza di sicurezza nel paese. I delegati hanno poi deciso di prendere in esame lo stato di attuazione dell’accordo di pace tra governo di Khartoum e indipendentisti dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla). Entrambe le questioni sono sempre state a cuore all’organismo regionale, che ha promosso l’instaurazione di un governo federale di transizione in Somalia e la firma degli accordi di pace in Sudan. Inoltre il Consiglio dei ministri dell’Igad ha intenzione di deliberare in materia di economia regionale, in vista del vertice dell’Unione africana previsto a Banjul (Gambia) nel luglio 2006. All’incontro che si concluderà stasera seguirà, il prossimo lunedì, un vertice dei capi di stato e di governo dell’Igad, sempre nella capitale keniana.

Ewigen
20-03-2006, 12:40
UGANDA 20/3/2006 9.02
PRESIDENTE MUSEVENI MINACCIA INTERVENTO NELL’EST CONTRO RIBELLI LRA

“Se loro (i ribelli dell’Lra) attaccano una qualsiasi parte dell’Uganda, li inseguiremo in Congo con o senza autorizzazione”: così il presidente ugandese Yoweri Museveni, in un’intervista rilasciata al Sunday Vision (l’edizione domenicale del quotidiano filo-governativo New Vision), è tornato ieri a minacciare un intervento armato nell’est del Congo, abbandonato nel 2003 dalle truppe ugandesi dispiegate nella ‘prima guerra mondiale africana’. “In base alla legge internazionale, noi abbiamo il diritto di difenderci da soli. Questo è quello che abbiamo detto ed è molto semplice” ha aggiunto Museveni. L’esercito ugandese è in stato d’allerta dalla settimana scorsa dopo aver ottenuto informazioni secondo cui il capo e fondatore dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra), Joseph Kony, avrebbe lasciato il suo rifugio segreto in Sud Sudan martedì scorso per raggiungere il suo vice nell’estremo nord est del Congo e più precisamente nel parco del Garamba, dove si troverebbe anche il numero due del movimento, Vincent Otti. Sono alcuni mesi, a partire dalla prima apparizione nell’est congolese del Lra nel settembre 2005, che Kampala ciclicamente torna a minacciare un intervento o chiede di poter inseguire i ribelli di Kony oltre frontiera. Finora sia il governo di Kinshasa sia la Missione Onu in Congo (Monuc) si sono sempre opposti alla possibilità di un intervento ugandese nell’est dell’ex-Zaire.[MZ]

Ewigen
20-03-2006, 23:38
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 20/3/2006 21.24
LUBANGA IN AULA, CORTE PENALE INTERNAZIONALE APRE PRIMO PROCESSO

Si è svolta oggi presso la Camera numero 1 della Corte Penale internazionale (Cpi) dell’Aja la prima udienza del processo contro Thomas Lubanga Dylo, il capo del gruppo armato Unione dei patrioti congolesi (Upc), attivo per anni in Ituri, la turbolenta provincia nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo. L’udienza pubblica di oggi - precisa in una nota il tribunale permanente istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini di genocidio, di guerra e contro l'umanità - è servita a verificare l’identità di Lubanga e contestargli formalmente le accuse mosse nei suoi confronti. "Io sono Thomas Lubanga Dyilo nato il 29 dicembre 1960. Sono politico di professione. Siamo stati informati dei nostri diritti", ha risposto Lubanga, rivolgendosi in francese al presidente del tribunale. L’avvocato di Lubanga, il belga Jean Flamme, ha depositato una richiesta di proroga della possibilità di ricorrere in appello contro il mandato d’arresto internazionale spiccato contro il congolese il 10 febbraio scorso e ha chiesto inoltre di conoscere le ragioni dell’arresto del suo assistito nel marzo del 2003 da parte delle autorità congolesi che lo hanno trattenuto per un anno senza mai contestargli formalmente alcun reato. Una nuova udienza, in cui verranno confermate le accuse mosse al capo ribelle congolese, è stata fissata per il 27 giugno prossimo. Nel primo processo della Cpi dalla sua creazione, Lubanga dovrà rispondere dei crimini di guerra, inclusi l’arruolamento di minori, che gli vengono imputati per una serie di azioni compiute coi suoi uomini tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Capo dell’Unione patrioti congolesi (Upc), uno dei principali gruppi armati attivi nella provincia nord orientale congolese dell’Ituri, Lubanga era stato arrestato a Kinshasa il 20 marzo 2005, a neanche un mese di distanza dall’uccisione in Ituri di nove caschi blu bengalesi. L’Upc ha sempre smentito di essere coinvolto in quell’incidente e nel corso dell’anno trascorso in carcere Lubanga si è sempre definito “un prigioniero della Monuc (l’acronimo con cui viene indicata la Missione Onu in Congo) e della Comunità internazionale”. L’Ituri è ricco di risorse minerarie, in particolare di oro e di possibili giacimenti petroliferi; da anni le bande armate ribelli (e i loro sponsor locali o internazionali) se ne contendono il controllo. Secondo l’Onu, durante la guerra del 1998-2003, gli scontri tra gruppi armati in questa provincia hanno provocato 50.000 vittime e mezzo milione di sfollati.

Ewigen
22-03-2006, 22:48
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 22/3/2006 16.17
ELEZIONI: CHIESTA PROROGA ISCRIZIONE CANDIDATI, MARCIA OPPOSIZIONE A KINSHASA

L’ex-capo ribelle Azarias Ruberwa, uno dei quattro vice-presidenti della Repubblica democratica del Congo, ha chiesto la proroga dei termini di iscrizione dei candidati alle elezioni del 18 giugno, dopo un incontro col segretario generale dell’Onu Kofi Annan, in visita in questi giorni a Kinshasa. “Il lasso di tempo di 13 o 14 giorni non è stato realista. Come possiamo andare alle urne con appena una cinquantina di candidati registrati alla vigilia della scadenza dei tempi previsti quando sono in palio 500 seggi parlamentari?” ha detto Ruberwa. L’ex-dirigente della Coalizione democratica congolese (Rdc-Goma, ribellione filoruandese già attiva nell’est) non ha tuttavia chiarito se parteciperà o meno alla consultazione, dopo averne minacciato il boicottaggio se non saranno riconosciuti come territori amministrativi le aree di Minenbwe, Bunyakiri e Kasha, abitati in prevalenza da Banyamulengue di origine ruandese. “Dipenderà dalle discussioni ancora in corso in seno al governo” ha precisato. Intanto nella mattinata migliaia di giovani sostenitori del principale partito di opposizione, l’Unione per la democrazia e il progresso sociale’ (Udps) di Etienne Tshisekedi, sono scesi in piazza nella capitale marciando verso la sede della missione Onu in ex-Zaire (Monuc) a cui hanno consegnato un dossier contenente le loro richieste per potere prendere parte alle elezioni: dopo avere boicottato fino al dicembre scorso il processo elettorale, l’Udps chiede la riapertura degli uffici preposti alla registrazione degli aventi diritto al voto – finora respinta - il ristabilimento di un clima politico favorevole al regolare svolgimento della chiamata al voto e la soppressione di una lista di partiti di una formazione dissidente che utilizza la stessa sigla del loro movimento. La Commissione elettorale indipendente (Cei) ha registrato finora una sessantina di candidature depositate in tutto il paese per le legislative e nove per le presidenziali.

CIAD 22/3/2006 13.41
GOVERNO ANNUNCIA DISTRUZIONE BASE 'GOLPISTI' NELL’EST, RIBELLI SMENTISCONO

La massiccia offensiva lanciata dall’esercito ciadiano contro i ribelli nell’est del paese avrebbe portato allo smantellamento di una base dove si sarebbero rifugiati alcuni degli autori del colpo di Stato che il governo ha dichiarato di avere sventato la scorsa settimana: in una nota ufficiale difusa da N’Djamena, l’esecutivo del presidente Idriss Deby ha riferito che dopo il fallito golpe del 14 marzo, alcuni responsabili dell’azione si sarebbero riuniti insieme ad altri ribelli nella località di Hadjar Marfain, alla frontiera col Sudan, “per riorganizzarsi e attaccare le forze governative”. La risposta del governo “ha consentito la distruzione totale della base di Hadjar Marfain e l’arresto di sette ufficiali ribelli”; un bilancio ufficiale dei combattimenti non è stato reso noto ma alcune fonti locali parlano di una quarantina di soldati feriti e due blindati messi fuori uso. Opposta la versione di uno dei gruppi anti-governativi presenti nell’est, la sedicente ‘Alleanza nazionale per la resistenza’ (Anr), secondo cui il governo avrebbe invece subito “una pesante sconfitta” che avrebbe comportato anche la cattura di oltre un centinaio di militari e la confisca di una ventina di veicoli. Il fallito golpe ha portato nei giorni scorsi all’arresto di diverse decine di ufficiali e soldati dell’esercito regolare accusati di avere partecipato al complotto per uccidere Deby.

Ewigen
25-03-2006, 12:17
SUDAN 25/3/2006 10.20
ONU ACCELERA PREPARATIVI PER INVIO ‘CASCHI BLU’ IN DARFUR

Il Consiglio di sicurezza Onu ha adottato all’unanimità la risoluzione 1663 per accelerare l’invio dei ‘caschi blu’ nella regione occidentale del Darfur, in sostituzione dei circa 7.000 soldati dell’Unione Africana (Ua), incapaci, finora, di fermare le violenze contro i civili. Nel documento i 15 danno tempo fino al 24 aprile al segretario generale, Kofi Annan, per "predisporre una gamma di opzioni relativa a un'operazione delle Nazioni Unite in Darfur". Per facilitare le procedure il Consiglio ha anche deciso di estendere per altri sei mesi, fino al 24 settembre, il mandato della missione Onu già presente in Sudan (Unmis) a cui è stato chiesto di “intensificare gli sforzi” e di “fare pieno uso del suo mandato attuale” contro i ribelli nordugandesi dello Lra, presenti in Sudan, e le altre milizie che minacciano la popolazione civile. All’inizio della settimana, il coordinatore delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite, Jan Egeland, aveva avvertito che la situazione in Darfur continua ad aggravarsi, reiterando al governo di Khartoum l’invito ad accettare la nuova forza di interposizione “perché la comunità internazionale non è in grado di equipaggiare le forze dell’Ua come dovrebbe”. Finora, tuttavia, il presidente Omar el-Beshir ha fermamente respinto questa possibilità accusando a più riprese gli Stati Uniti e i loro alleati di volere agire con il preciso obiettivo di appropriarsi delle risorse petrolifere sudanesi.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 24/3/2006 22.08
L’EX GRUPPO RIBELLE RCD SI PRESENTA ALLE ELEZIONI

La Coalizione democratica congolese (Rdc), l’ex gruppo ribelle filoruandese integrato nel governo di transizione, ha annunciato questa sera la sua partecipazione alle elezioni generali che inizieranno il prossimo 18 giugno. Azarias Ruberwa, leader del Rcd e uno dei quattro vicepresidenti congolesi, presenterà ufficialmente la sua candidatura alle elezioni presidenziali nei prossimi giorni. Nelle scorse settimane Ruberwa aveva minacciato di lasciare le istituzioni di transizione se non fossero stati riconosciuti come circoscrizioni elettorali i territori di Minenbwe, Bunyakiri e Kasha (situate nel Kivu sotto l’amministrazione del Rdc), zone a forte presenza banyamulenge (congolesi d’origine ruandese). L’Rcd aveva inoltre chiesto il prolungamento delle operazioni di registrazione dei candidati, istanza soddisfatta ieri concedendo ulteriori 10 ore di tempo agli aspiranti al Parlamento e alla carica di presidente. In vista delle elezioni congolesi, il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato ieri l’invio di “una forza di dissuasione” che, sotto il comando della Germania, darò supportò alle forze della missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc). Questo contingente sarà “molto ridotto” e sarà dispiegato pochi giorni prima le elezioni.

Ewigen
28-03-2006, 12:42
SUDAN 28/3/2006 11.05
SUD SUDAN: GOVERNO INVITA RIFUGIATI IN UGANDA A RIENTRARE, “NIENTE RISCHI”

Il Sud Sudan è ormai pacificato e i rifugiati possono rientrare senza temere per la propria sicurezza, nonostante due recenti attacchi contro uffici dell’Onu nella regione: lo ha detto il ministro degli Interni di Khartoum, Aleu Avieny Aleu, sostenendo che sui circa 200.000 sudanesi riparati in Uganda non peserebbe più la minaccia dei ribelli nordugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra). “Non causeranno problemi al vostro ritorno, non deve essere questa la ragione per non tornare alle vostre case. Sarete protetti” ha aggiunto Aleu. Il ministro ha firmato un accordo con le autorità di Kampala e l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr) per organizzare il primo rimpatrio volontario di profughi sudanesi riparati in Uganda. “Siamo pronti per l’operazione. I camion partiranno tra il 3 e il 4 aprile. Ma dobbiamo ancora assicurarci che le cose siano migliorate sul terreno” ha riferito il responsabile delle operazioni dell’Acnur/Unhcr per il Sudan, Jean-Marie Fakhouri. Secondo il funzionario l’attacco sferrato a metà mese contro l’ufficio Onu a Yei, in cui è rimasta uccisa una guardia, sarebbe opera di banditi; sembra invece più probabile che nell’altro assalto contro una base Onu a Yambio, il 19 marzo scorso, concluso con il ferimento di due ‘caschi blu’ originari del Bangladesh, possano essere coinvolti elementi dello Lra. Il rimpatrio dei profughi sudanesi fuggiti nella Repubblica Centrafricana è iniziato a febbraio, mentre è stato posticipato per ragioni di sicurezza quello dalla Repubblica democratica del Congo.

Ewigen
01-04-2006, 01:53
CIAD 31/3/2006 18.55
DENUNCIATO RECLUTAMENTO CIVILI SUDANESI IN CAMPI PROFUGHI

Uomini e adolescenti sudanesi nei campi profughi in Ciad vengono reclutati, anche con la forza, per essere coinvolti nei combattimenti che imperversano nell’area di confine: lo denuncia l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr), che ha condotto un’indagine nei campi di Treguine, Bredjing e Farchana, situati tra Areche e Adré, sul confine tra Ciad e Sudan. Tra il 17 e il 19 marzo scorso, approfittando dell’assenza di parte del personale, uomini armati avrebbero convinto o costretto a lasciare i campi alcune centinaia di uomini tra i 15 e 36 anni. “Ancora non siamo in grado di dire chi sia responsabile di questi arruolamenti, ma abbiamo la testimonianza di rifugiati tornati indietro che hanno detto di essere stati presi e portati in campi di addestrato al confine con il Darfur” ha detto il portavoce dell’Unhcr da Ginevra. Non è chiaro su quale fronte dovrebbero essere impegnati, nelle intenzioni dei loro ‘rapitori’, i profughi sudanesi: se nel conflitto in Darfur o dall’altra parte del confine, dove anche in queste ore sono stati segnalati violenti scontri tra ribelli del Ciad e soldati governativi. Già nelle settimane scorse erano stati denunciati dall’Unhcr simili episodi nel campo di Kounoungou, nei pressi di Guereda. L’Alto Commissariato ha duramente condannato il reclutamento di rifugiati sudanesi chiedendo a tutte la parti coinvolte di cessare immediatamente tali attività che violano le leggi internazionali.

Ewigen
04-04-2006, 23:35
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 4/4/2006 9.41
VIOLAZIONI DIRITTI UMANI, PROCURATORE CORTE AJA A KINSHASA

Con l’obiettivo di raccogliere prove e materiali utili all’inchiesta per crimini di guerra contro un ex-capo ribelle, il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, Luis Moreno Ocampo, è arrivato a Kinshasa. L’inchiesta per violazioni dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo – il Tribunale ha competenza per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio – riguarda “diversi crimini compiuti da numerosi gruppi armati nella regione dell’Ituri”, la provincia nord-orientale dove secondo stime Onu, tra il 1999 e il 2004, sono state uccise circa 50.000 persone e oltre mezzo milione sfollate. Uno degli obiettivi della visita del procuratore, si apprende da un comunicato, “è di prevenire ulteriori violazioni nella regione” e “porre fine all’impunità”. Finora è stato portato davanti alla corte soltanto Thomas Lubanga, capo dell’Unione patrioti congolesi (Upc), una milizia sostenuta prima dall’Uganda e poi dal Rwanda nelle battaglia per lo sfruttamento delle ricche risorse minerarie dell’Ituri, vero motivo degli scontri a sfondo etnico tra le comunità Hema e Lendu. Lo scorso 20 marzo, nella prima udienza della Cpi – unico tribunale penale mondiale, istituito con il Trattato di Roma del 2002 – Lubanga è stato incriminato per crimini di guerra, incluso l’arruolamento di minori, che gli vengono imputati per una serie di azioni compiute coi suoi uomini tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003; Ocampo aveva in precedenza dichiarato che intende ampliare i capi di imputazione contro di lui. Le altre due inchieste aperte finora dalla Corte riguardano il conflitto in nord Uganda e nella regione del Darfur in Sudan.


SUDAN 4/4/2006 17.24
NUOVA POLEMICA TRA SOTTOSEGRETARIO ONU E KHARTOUM

Il sottosegretario dell’Onu con delega agli affari umanitari, Jan Egeland, è tornato ad accusare il governo sudanese di ostruzionismo e oggi ha fatto sapere che le autorità di Khartoum non gli hanno concesso il permesso di sorvolare il Darfur (la regione occidentale del Sudan) per raggiungere l’est del Ciad, dove da oltre 3 anni vivono quasi 200.000 profughi sudanesi. “Abbiamo deciso di cancellare la visita in Ciad dopo che il ministero degli Esteri ci ha informato che il governo non ci avrebbe concesso i permessi per sorvolare il territorio sudanese” ha detto Egeland alla stampa internazionale da Rumbek, una della principali città del Sud Sudan dove si trovava oggi in visita. Parlando con alcuni giornalisti presenti a Rumbek, il sottosegretario dell’Onu ha poi sottolineato che il divieto di sorvolo è una conseguenza del deteriorarsi delle relazioni tra le Nazioni Unite e il governo di Khartoum causato dalla possibilità che il Palazzo di Vetro invii una missione di pace internazionale in Darfur. Nelle ultime 24 ore, Egeland e Khartoum sono già state protagoniste di un acceso botta e risposta: il funzionario dell’Onu ha accusato il governo di avergli impedito di recarsi in Darfur, mentre l’esecutivo sudanese ha negato di aver ostacolato la missione del sottosegretario.


UGANDA 4/4/2006 18.08
APERTO PROCESSO PER TRADIMENTO A CAPO OPPOSIZIONE

Il principale esponente dell’opposizione ugandese, Kizza Besigye, si è dichiarato oggi “non colpevole” nel processo per tradimento che si è aperto all’Alta Corte di Kampala. Anche i 22 co-imputati, tutti influenti esponenti del partito antigovernativo Forum per il cambiamento democratico (Fdc) hanno rigettato le accuse mosse e che li avrebbero visti, “tra il 2001 e il 2004”, impegnati a organizzare un “complotto per rovesciare il governo”. L’accusa ha depositato una lista con i nomi di una sessantina di testimoni che dovrebbero confermare e consegnare prove per suffragare i reati contestati agli imputati. Proprio la prima di queste testimonianze, però, ha bloccato oggi il processo che è stato aggiornato a domani. Il teste infatti, una donna Acholi (nord dell’Uganda), non parlava inglese e quindi il tribunale ha aggiornato la seduta per trovare un interprete. Besigye, sconfitto alle presidenziali dello scorso febbraio dal presidente in carica Yoweri Museveni, è stato arrestato a poche settimane dalle elezioni e chiamato a rispondere di almeno 4 procedimenti giudiziari avviati nei suoi confronti. Già assolto dall’accusa di stupro depositata come quella di tradimento di fronte alla giustizia civile, il capo dell’opposizione deve rispondere anche di “terrorismo” e “possesso di armi da fuoco” di fronte a una corte marziale. Secondo la Corte Suprema ugandese però i tribunali militari non hanno la giurisdizione necessaria a giudicare Besigye.

Ewigen
05-04-2006, 22:50
AFRICA 5/4/2006 6.32
ERITREA-SUDAN: MIGLIORANO LE RELAZIONI DIPLOMATICHE

I governi di Eritrea e Sudan hanno nominato gli ambasciatori che dovranno essere inviati nelle rispettive capitali, facendo segnare un nuovo passo avanti sulla strada della normalizzazione delle relazioni diplomatiche, dopo anni di accuse e sfiducia reciproca; lo ha reso noto il ministro dell’Informazione eritreo, Ali Abdu. Le relazioni tra i due paesi sono entrate in crisi a partire dal 1994, da quando cioè i due governi hanno cominciato ad accusarsi a vicenda di fornire appoggio alle rispettive ribellioni interne. Negli ultimi quattro anni le polemiche tra Khartoum ed Asmara avevano ripreso nuovo vigore, col governo sudanese che accusava l’Eritrea di fornire sostegno ai ribelli attivi in Darfur (la regione occidentale sudanese teatro di una guerra civile dal febbraio 2003) e ai movimenti dell’etnia Beja impegnati in azioni antigovernative nell’est del Sudan. Asmara ha sempre smentito qualsiasi appoggio militare alle ribellioni del paese confinante, pur riconoscendo il proprio sostegno politico alle rivendicazioni che le popolazioni nere sudanesi avanzano al governo di Khartoum.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 5/4/2006 11.42
CORTE PENALE INTERNAZIONALE, NUOVI MANDATI D’ARRESTO ALL’ORIZZONTE

Quello di Thomas Lubanga è “il nostro primo caso, ma non certo l’ultimo”: lo ha detto ieri sera, durante una conferenza stampa tenuta a Kinshasa, il procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno Ocampo, il quale ha poi annunciato nuovi mandati d’arresto nei confronti di altri responsabili di crimini contro l’umanità commessi nella Repubblica Democratica del Congo. “Nel corso del 2006, ci saranno altri casi. Probabilmente nei prossimi mesi, decideremo di perseguire legalmente un altro capo di un altro gruppo armato attivo in Ituri”, ha detto Ocampo ai giornalisti presenti alla conferenza stampa organizzata ieri nella capitale congolese prima della sua partenza per l’Europa. “Un terzo procedimento – ha aggiunto – sarà probabilmente avviato nel 2007 e dovrebbe riguardare coloro che hanno finanziato o rifornito di armi i gruppi attivi in Kivu (est del paese) o in Katanga (sud-est del Congo)”. L’inchiesta per violazioni dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo avviata dalla Cpi – il Tribunale ha competenza per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio – riguarda “diversi crimini compiuti da numerosi gruppi armati prevalentemente nella regione dell’Ituri”, la provincia nord-orientale dove secondo stime Onu, tra il 1999 e il 2004, sono state uccise circa 50.000 persone e oltre mezzo milione sono state costrette a sfollare. Finora è stato portato davanti alla Corte soltanto Thomas Lubanga, capo dell’Unione patrioti congolesi (Upc), una milizia sostenuta prima dall’Uganda e poi dal Rwanda nelle battaglia per lo sfruttamento delle ricche risorse minerarie dell’Ituri, vero motivo degli scontri a sfondo etnico tra le comunità Hema e Lendu. Lo scorso 20 marzo, nella prima udienza della Cpi – unico tribunale penale mondiale, istituito con il Trattato di Roma del 2002 – Lubanga è stato incriminato per crimini di guerra, incluso l’arruolamento di minori, che gli vengono imputati per una serie di azioni compiute coi suoi uomini tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003; Ocampo aveva in precedenza dichiarato che intende ampliare i capi di imputazione contro di lui. Le altre due inchieste aperte finora dalla Corte riguardano il conflitto in nord Uganda e nella regione del Darfur in Sudan

Ewigen
13-04-2006, 00:10
CIAD 12/4/2006 12.15
INCERTEZZA SU PRESUNTA “CONQUISTA” DEI RIBELLI

Malgrado la mancanza di conferme indipendenti, il governo del Ciad ha affermato oggi di aver ripreso il controllo della città di Mongo, circa 400 chilometri dalla capitale N’Djamena, attaccata ieri dai ribelli del ‘Fronte unito per il cambiamento democratico’ (Fuc) che hanno lanciato un’offensiva forse finale per rovesciare il presidente Idriss Deby a tre settimane dalle elezioni. La città sarebbe “sotto il controllo delle forze governative dalle 19:00 di ieri sera” ha detto il ministro della Difesa Bichara Issa Djadallah all’agenzia ‘Afp’. “È falso, una parte delle nostre forze si trova ancora a Mongo” ha ribattuto un portavoce dei ribelli. Secondo l’esponente governativo, “elicotteri dell’esercito hanno attaccato le posizioni dei ribelli nella zona di Bitikine”, circa 60 chilometri a ovest di Mongo. I ribelli sarebbero stati dispersi e l’esercito – sempre stando al ministro – “li sta inseguendo”. Secondo fonti locali, il Fuc – che riunisce formazione armate diverse determinate a estromettere dal potere il presidente Deby – starebbe avanzando verso nord in direzione di Ati, la principale città che si trova a metà strada tra N’Djamena e Abeché, città orientale a circa 700 chilometri dalla capitale. Tra domenica e ieri, le forze anti-governative hanno attaccato una postazione dell’esercito nel sud e occupato la località di Koukou nell’est del paese.

Ewigen
13-04-2006, 20:03
CIAD 13/4/2006 17.28

Le truppe governative avrebbero respinto l’attacco dei ribelli a N'djamena e la situazione in città sarebbe calma e completamente sotto controllo: dopo il presidente Deby, è stato il ministro dell’Amministrazione territoriale, Mahamat Ali Abdallah, a confermare la “vittoria” dell’esercito regolare. Parlando ai giornalisti davanti all’Assemblea nazionale - dove stamani erano arrivati i ribelli del Fronte per il cambiamento democratico (Fuc), dopo essere entrati all’alba dai sobborghi nell’est e del nord della capitale – il ministro ha detto: “Ci sono centinaia di morti tra ribelli uccisi e grandi quantità di materiali bellici sequestrati”; notizie difficilmente verificabili in modo indipendente. L’esponente governativo –secondo il racconto del corrispondente dell’agenzia ‘Afp’ – era circondato da ingenti misure di sicurezza mentre sull’asfalto “giacevano i corpi una decina di ribelli morti o feriti”. Abdallah ha apertamente accusato il governo del Sudan di avere orchestrato l’attacco dei ribelli del Fuc, che stanno cercando di rovesciare il presidente Deby. Stessa decisa accusa è giunta dal ministro degli Esteri di N’Djamena, Ahmat Allami, dal Cairo, dove si trova in visita diplomatica: “Come abbiamo più volte ripetuto – ha detto - è in corso un attacco pianificato di Khartoum contro il Ciad. Quello che abbiamo vissuto nelle ultime 72 ore è il risultato della politica di aggressione del Sudan contro il nostro paese”. Allami ha accusato il governo del presidente sudanese Omar Hassan el Beshir di servirsi dei ribelli ciadiani come di “carne da cannone”, in violazione degli accordi sottoscritti dai due paesi a Tripoli l’8 febbraio scorso, in cui si sono impegnati a non interferire l’uno degli affari interni dell’altro. Dalla presidenza di turno austriaca dell’Unione Europea, intanto, è arrivato una netta condanna degli attacchi e una richiesta ai dirigenti politici regionali di contribuire al ritorno alla calma “il più presto possibile”. Ad Addis Abeba, il consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, ha convocato una riunione d’urgenza per discutere della crisi in Ciad.

Ewigen
15-04-2006, 23:49
SUDAN 15/4/2006 9.21
KHARTOUM CONVOCA AMBASCIATORE CIAD

Il Ministero degli Esteri sudanese ha annunciato di aver convocato l’ambasciatore ciadiano in Sudan per chiedere “spiegazioni” delle dichiarazioni riguardo alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Ciad e Sudan fatte ieri dal presidente ciadiano Idriss Deby. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale, Suna, citando il portavoce del ministero degli Esteri sudanese, l’ambasciatore Jamal Mohamed Ibarhim. Secondo alcuni organi d’informazione internazionale, che citano la stessa agenzia Suna, il governo di Khartoum avrebbe già provveduto ad espellere l’ambasciatore ciadiano. Il portavoce del ministero degli Esteri ha comunque ribadito che il Sudan “intende rispettare pienamente i regolamenti regionali e internazionali per preservare relazioni di buon vicinato con i paesi confinanti” e ha sottolineato che Khartoum “non ha niente a che fare con i problemi interni ciadiani”. L’ambasciatore Ibarhim ha poi ricordato, a sostegno dell’estraneità sudanese nelle turbolenze ciadiane, i recenti rapporti dell’Unione Africana. Lo scorso febbraio, il capo della missione militare dell’Unione Africana (Ua) in Darfur, Baba Gana Kingibe, aveva precisato che le indagini compiute da un’apposita commissione di verifica sull’attacco lanciato dai ribelli anti-Deby contro la città di frontiera di Adré (lo scorso dicembre) “non hanno consentito di raccogliere prove del supporto delle autorità sudanesi ai ribelli ciadiani”. Proprio dall’attacco ad Adre, che il governo ciadiano considera organizzato e orchestrato dal Sudan, le relazioni tra Ciad e Sudan sono andate costantemente deteriorando.

CIAD 15/4/2006 11.25
TORNA LA NORMALITÀ DOPO “L’AVVENTURA SUICIDA” DEI RIBELLI

“N’djamena è definitivamente tornata a vivere i suoi ritmi normali. Oggi uffici e scuole hanno ripreso a funzionare normalmente e la presenza dei militari sembra addirittura minore rispetto a quella solita”: così una fonte della MISNA contattata in città descrive il clima che si respira nella capitale ciadiana, teatro giovedì scorso di scontri tra i soldati regolari e un gruppo di ribelli che intendeva rovesciare il presidente Idriss Deby. “La gente continua a discutere di quello che è successo e sa bene che la partita non è conclusa, anche perché tutti qui si sono accorti che tra i ribelli entrati in città nei giorni scorsi non c’erano i militari ciadiani della stessa etnia del presidente che gli hanno voltato le spalle e che per lui rappresentano la principale minaccia” aggiunge la fonte che ha chiesto di restare anonima per motivi di sicurezza. Secondo informazioni raccolte dalla MISNA, contattando varie fonti in punti diversi di N’djamena, quella dei ribelli sarebbe stata una ”avventura suicida”. “I cosiddetti ribelli erano tutti giovanissimi provenienti dalle zone rurali del paese. Sono entrati in città a piedi, armati solo di armi leggere” dice alla MISNA il signor Mawata responsabile della Caritas Ciad, confermando le informazioni raccolte ieri secondo cui gli assalitori entrati giovedì nella capitale non conoscevano la città, le sue strade e neanche gli obiettivi della loro operazione, al punto che hanno dato l’assalto al palazzo del parlamento, pensando di essere di fronte alla residenza del presidente. Anche altre fonti della MISNA hanno sottolineato la precarietà della forze ribelli entrate a N’djamena e la totale assenza, nell’attacco di giovedì, degli elementi dello Scud, il gruppo ribelle nato nei mesi scorsi e in cui sono confluiti esponenti di spicco dell’esercito ciadiano (numerosi generali e i responsabili della guardia personale del presidente Deby) e dello stesso partito di governo, tutti comunque figure di primo piano della etnia del capo di Stato. Ma oggi a N’djamena si discuter molto anche del ruolo giocato in questi giorni dai militari francesi, fortemente criticati per l’appoggio logistico e informativo fornito all’esercito regolare ciadiano. In una lettera aperta, una coalizione di organizzazioni non governative (ong) locali e associazioni della società civile (tra cui il Comitato cattolico contro la fame e per lo sviluppo, Ccfd) chiede alla Francia di cessare di appoggiare il governo Deby e di sostenere invece con urgenza una conferenza per il Dialogo nazionale, che coinvolga tutti i protagonisti della vita politica e sociale del paese in modo da trovare una soluzione comune “al degrado della situazione politica e di sicurezza” che da mesi si registra su tutto il territorio ciadiano. Sulla stampa locale invece si comincia ad accusare apertamente Parigi di “neo-colonialismo” e di intromissione in questioni interne ciadiane, sottolineando come il sostegno francese a Deby violi lo stesso accordo difensivo tra Francia e Ciad (risalente al 1972) che prevede un intervento dei militari d’oltralpe solo in caso di aggressione esterna. Tuttavia sembrano ormai prive di fondamento le informazioni (circolate su parte della stampa ciadiana nelle ultime 48 ore) riguardo a un intervento armato dell’aviazione francese a fianco dei militari governativi, con bombardamenti che avrebbero colpito anche alcuni civili. Il bilancio dei combattimenti per le strade di N’djamena di giovedì scorso resta ancora uno dei principali interrogativi da sciogliere. Per il momento continuano a circolare solo le cifre ufficiali fornite ieri dal governo ciadiano: oltre 550 vittime (una trentina di militari governativi e quasi 520 ribelli), facendo riferimento ai combattimenti avvenuti a N’djamena e ad Adrè, la principale cittadina dell’est del paese prima di arrivare al confine col Sudan. Nei bilanci ufficiali manca qualsiasi riferimento alle vittime civili degli scontri: “Vi assicuro che ce ne sono state. Ho visto con i miei occhi il cadavere di un nostro vicino, ucciso da un razzo che ha colpito la sua abitazione” dice alla MISNA una fonte contattata in uno dei quartieri periferici di N’djamena maggiormente interessato dai combattimenti. Altre fonti contattate dalla nostra agenzia ritengono invece che i civili morti nelle sparatorie tra ribelli e militari governativi non siano “più di due o tre”.

Ewigen
16-04-2006, 15:14
CIAD Preoccupazione internazionale per il divampare del conflitto
e per il pericolo di coinvolgimento del Sudan
Centinaia di morti nella battaglia a N'Djamena
I rifugiati del Darfur minacciati di espulsione

N'DIAMENA, 15.
C'è fortissima preoccupazione nella comunità internazionale per il pericolo che divampi ulteriormente la guerra civile in Ciad e che si possa innescare un nuovo conflitto africano con il coinvolgimento del Sudan. Il Governo di Khartoum è accusato dal Presidente ciadiano Idriss Deby di appoggiare i militari ribelli ciadiani del "Fronte unito per il cambiamento" (Fuc) che giovedì hanno sferrato un'offensiva, respinta dopo duri combattimenti, contro la capitale N'Djamena. Le conseguenze dei combattimenti sono state pesantissime soprattutto per i civili, come testimoniato dall'organizzazione umanitaria "Medici senza frontiere", il cui personale ha raggiunto l'ospedale generale di N'Djamena per portare aiuto ai medici locali impegnati a curare i feriti. Secondo uno dei chirurghi di "Msf", Pierre Gielis, "la maggior parte dei feriti è molto giovane, abbiamo curato molte ragazzine e persino un bimbo di tre anni".
Sempre giovedì, un'altra sanguinosa battaglia è stata ingaggiata nei pressi della città orientale di Acra, vicino al confine con la regione occidentale sudanese del Darfur, a sua volta teatro da tre anni di un conflitto civile che ha innescato una spaventosa crisi umanitaria, con oltre due milioni di profughi, compresi più di duecentomila rifugiati in territorio ciadiano. I ribelli hanno altresì sostenuto di aver circondato le città di Bardai e Zaouarkè, anch'esse a ridosso del confine sudanese.
Proprio la condizione dei rifugiati del Darfur in Ciad minaccia di peggiorare ulteriormente, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra N'Djanema e Khartoum e la chiusura della frontiera decisa da Deby e seguita da un analogo provvedimento preso dalla Repubblica Centroafricana che ieri ha a sua volta chiuso il confine con il Sudan. "Entro la fine di giugno - ha avvertito Deby - la comunità internazionale deve trovare un'altra soluzione per il Darfur, oppure trovare un altro Paese che ospiti i rifugiati", sottintendendo un provvedimento di espulsione dei profughi che avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti.
Dopo gli scontri di giovedì, che hanno provocato centinaia di morti, sia secondo i bilanci forniti dal Governo ciadiano sia stando alle notizie giunte dalle organizzazioni umanitarie che operano in Ciad, i movimenti militari sono continuati anche ieri. Secondo fonti citate dalla Misna, l'agenzia internazionale delle Congregazioni missionarie, truppe governative ed equipaggiamenti sono stati trasportati a bordo di un apparecchio dell'aviazione francese e di un aereo militare ciadiano, da N'Djamena all'aeroporto di Sarh, circa 500 chilometri a Sud-Est della capitale e distante un centinaio di chilometri dal confine con la Repubblica Centroafricana. In precedenza, fonti del Ministero della difesa francese avevano ammesso che nell'ambito del "sostegno logistico" della Francia al Ciad, una quarantina di militari ciadiani e un quantitativo di armi leggere sono stati trasportati tra giovedì e venerdì nel Sud-Est del Paese da mezzi aerei francesi. La Francia, ex Paese coloniale, mantiene in Ciad, dove vivono circa 1.500 civili francesi e 300 cittadini di altri Paesi europei, un sostanzioso dispositivo militare, con 1.200 soldati appoggiati da mezzi aerei.
Ufficialmente i militari ciadiani sono stati dispiegati a Djoli per prevenire possibili attacchi dei ribelli nella regione, ricca di risorse petrolifere. Il bacino del Doba è infatti il punto d'origine di un grande oleodotto gestito da un consorzio internazionale, in prevalenza statunitense, che dal 2003 trasporta il petrolio ciadiano fino al porto camerunese di Kribi. Il Governo di N'Djamena ha minacciato di fermare l'oleodotto, che trasporta circa 170.000 barili di petrolio al giorno, per ritorsione alle decisioni della Banca mondiale che ha sospeso i finanziamenti, accusando il Ciad di non rispettare gli accordi in base ai quali una parte delle rendite del petrolio va impiegata nella costruzione di infrastrutture sociali e sanitarie nel Paese.

(©L'Osservatore Romano - 16 Aprile 2006)

Ewigen
17-04-2006, 22:35
17 aprile 2006 14.32
AFRICA
CIAD: GOVERNO ACCUSA SUDAN
PREPARARE NUOVO ATTACCO RIBELLI

Il ministro degli Esteri del Ciad, Ahmat Allami, è tornato a puntare il dito contro il Sudan, accusandolo di essere impegnato nella creazione di una nuova milizia dei ribelli ciadiani del Fuc, il Fronte Unito per il Cambiamento deciso a rovesciare il presidente Idriss Deby Itno, per poi lanciarli ancora contro il Paese confinante in un ulteriore attacco, dopo il fallito assalto della settimana scorsa alla capitale, n'Djamena. "Dall'altra parte della Frontiera sono in corso preparativi", ha denunciato Allami. "I sudanesi stanno rifornmando un'altra volta un esercito insurrezionale. Si stanno preparando a un nuovo massacro", ha aggiunto. Sabato Deby aveva rotto le relazioni diplomatiche con Khartoum, e ieri era stata ritirata la delegazione dal tavolo delle trattative di pacificazione della regione occidentale sudanese del Darfur, in corso in Nigeria. Secondo le autorità di N'Djamena, gli avversari punterebbero in realtà a impadronirsi dei loro giacimenti d'idrocarburi, e per questo starebbero tra l'altro sfruttando la crisi nel Darfur per poter destabilizzare l'intera regione, e alimentare così le incursioni del Fuc.[Avvenire]

ivanao
17-04-2006, 23:22
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Ewigen
18-04-2006, 19:01
UGANDA 18/4/2006 18.27
NORD: ANNUNCIATO SGOMBERO PARZIALE CAMPI PER SFOLLATI

Non sembrerebbe ancora iniziato lo sgombero annunciato oggi dall’esercito di una parte dei campi per sfollati che da 20 anni ospitano oltre 1,5 milioni di civili nei distretti del nord Uganda, dove la popolazione è stata costretta a cercare riparo in grandi accampamenti per fuggire alle violenze del sedicente Esercito di liberazione del signore (Lord’s resistance army, Lra). Citato da un quotidiano locale, un portavoce delle forze ugandesi ha detto che l’esercito ritiene migliorate le condizioni tanto da poter smobilitare i campi di accoglienza e rimandare a casa circa 250.000 civili nelle regioni abitate dalle comunità Lango e Teso. “Al momento non risulta che la gente abbia iniziato a tornare nei propri villaggi” ha detto alla MISNA monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu – principale città del nord – uno dei promotori delle iniziative di pace e di dialogo tra governo e ribelli. “La popolazione di queste terre da due decenni chiede la fine della guerra e la possibilità di rientrare nelle proprie case, abbandonando una volta per tutte i campi per sfollati, dove i civili sono stati ‘disumanizzati’ dalle condizioni di vita abominevoli” dice ancora Odama. Che ammette però: “Qualcosa è cambiato, soprattutto nei distretti di Gulu e Kitgum, dove è possibile muoversi sulle principali strade senza temere un’imboscata dei ribelli, anche se non si può parlare ancora di diffusa sicurezza”. Altre fonti locali contattate dalla MISNA confermano che tra i Lango – nella zona di Lira – gran parte degli sfollati non è ancora pronta per il ritorno nei villaggi d’origine; tra i Teso, invece, restano forti timori per le aggressioni e i furti di bestiame dei karimojong, pastori armati conosciuti per le loro violente razzie di mandrie nell’est dell’Uganda. “Museveni è stato spesso accusato di non attivarsi abbastanza a favore degli sfollati del nord – aggiunge una fonte religiosa contattata nella capitale Kampala – e non appare ancora chiaro se a questo annuncio di mandare a casa gli sfollati seguiranno davvero anche i fatti”. L’esercito si sarebbe dichiarato pronto a consegnare sementi, strumenti agricoli e cibo per sei mesi a ogni famiglia. “Occorre dare ai civili una possibilità concreta: in Sudan i rientri dei profughi sono avvenuti dopo la firma dell’accordo di pace, speriamo che ciò possa accadere anche qui” conclude l’interlocutore. Finora il lungo negoziato con i ribelli dello Lra non ha dato esito: è comunque parere diffuso, in Uganda, che i miliziani si siano indeboliti e probabilmente frammentati in sottogruppi ancora attivi tra il nord del Paese e i confinanti Sudan e Repubblica Democratica del Congo; i comandanti dello Lra – ritenuti tra l’altro responsabili dal 1986 di arruolamenti forzati di bambini e ragazzi - sono ricercati dalla Corte penale internazionale dell’Aja per gravi violazioni dei diritti umani.


CIAD 18/4/2006 12.44
N’DJAMENA: TRA LA GENTE CRESCE RISENTIMENTO CONTRO FRANCESI
Altro, Standard

“La situazione in città è calma anche se sta cominciando a serpeggiare una forte intolleranza nei confronti dei francesi da parte della popolazione locale”: lo dice alla MISNA una fonte contattata a N’djamena che per ragioni di sicurezza ha chiesto di restare anonima, precisando che “gran parte della popolazione vede nei movimenti ribelli nati negli ultimi mesi l’unica possibilità di cambiamento reale nel paese. Alcuni li vedono addirittura come dei liberatori, ma quasi tutti sono infastiditi dall’intromissione dei francesi, giudicati i principali responsabili della respinta dei ribelli del Fronte unito per il cambiamento (Fuc)”. Fonti vicine al governo di N’djamena hanno confermato alla MISNA il ruolo determinante giocato dalle truppe francesi (presenti nel quadro dell’operazione ‘Sparviero’) nel respingere l’attacco lanciato la scorsa settimana contro la capitale, ma hanno anche smentito seccamente le voci (sempre più ricorrenti a N’djamena, contribuendo a scaldare i toni anti-francesi) che vedrebbero i militari di Parigi responsabili della morte di civili in seguito ad alcuni bombardamenti aerei. “Non c’è stato assolutamente nessun intervento armato che potrebbe aver causato la morte di civili” dice alla MISNA la fonte governativa che ha chiesto di restare anonima. “I francesi – continua – sono stati fondamentali per tre ragioni: hanno riparato i carri armati sabotati dai militari che nei mesi scorsi avevano disertato, hanno fornito preziose informazioni sui movimenti delle colonne ribelli con foto e ricognizioni aeree e soprattutto hanno riportato con la loro aviazione le truppe governative a N’djamena”. Altre fonti contattate dalla MISNA in città confermano l’importanza del ruolo giocato dai francesi nel difendere N’djamena, visto che mercoledì scorso, quando cominciarono a circolare le prime informazioni certe sulla presenza dei ribelli alle porte della capitale, il grosso dell’esercito ciadiano si trovava nell’est del paese, dove da mesi sono in corso scaramucce tra ribelli e militari regolari, lasciando la città sostanzialmente “sguarnita”. Secondo queste informazioni, i militari fedeli a Deby sono riusciti a rientrare in tempo nella capitale proprio grazie all’aiuto dei francesi, che hanno aviotrasportato le truppe dall’est e che hanno guidato i convogli via terra attraverso le strade non controllate dalla ribellione. Intanto sia fonti ribelli che governative confermano la diserzione, negli ultimi giorni, di altri importanti esponenti dell’esercito. Secondo le informazioni in circolazione, almeno una decina di alti ufficiali avrebbe lasciato da giovedì la capitale per unirsi ai colleghi (quasi tutti stretti collaboratori di Deby nonché importanti e influenti esponenti del partito di governo e dell’etnia del presidente) che nei mesi scorsi hanno dato vita alle ribellioni orientali. Lo scopo principale di questi gruppi è quello di rovesciare il capo di Stato, mentre quello più immediato è impedire lo svolgimento delle elezioni del prossimo 3 maggio. Fonti militari ciadiane, infine, hanno confermato l’avanzata degli ultimi giorni dei ribelli del Movimento per la democrazia e la giustizia del Ciad (Mdjt), lo storico gruppo ribelle del nord del paese che nell’estate del 2005 aveva firmato un accordo di pace col governo, ma che con la nascita delle nuove ribellioni è tornato in azione. Fonti militari hanno confermato la presa di alcune città da parte del Mdjt, che nei giorni scorsi aveva annunciato di aver circondato le città di Bardai e Zaouarkè. Intanto il governo ciadiano, per bocca del suo ministro degli Esteri Ahmat Allami, ha nuovamente accusato il Sudan (con cui la scorsa settimana ha rotto le relazioni diplomatiche perché avrebbe sostenuto l’attacco dei ribelli del Fuc su N’djamena) di star preparando altri attacchi in territorio ciadiano e di aver avviato la formazione di un nuovo gruppo anti-governativo. Il Sudan continua a smentire qualsiasi coinvolgimento nelle vicende ciadiane degli ultimi mesi.


SUDAN 18/4/2006 9.38
DARFUR: ONU, BLOCCATE SANZIONI CONTRO DIRIGENTI SUDANESI

Sono state bloccate al Consiglio di Sicurezza dal voto di Russia, Cina e Qatar, le sanzioni che avrebbero dovuto colpire 4 esponenti del governo sudanese ritenuti colpevoli di abusi in Darfur e di aver ostacolato i colloqui di pace in corso in Nigeria. Lo riferiscono fonti delle Nazioni Unite, precisando che i due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Russia e Cina) e l’unico paese arabo che siede nel massimo organo decisionale Onu hanno ritenuto che un’eventuale approvazione avrebbe potuto mettere in crisi i colloqui di pace in corso ad Abuja. Una lista contenente i nomi di 4 alte personalità sudanesi, giudicate passibili di sanzioni per i crimini commessi in Darfur, era stata depositata la settimana scorsa dagli ambasciatori di Stati Uniti e Inghilterra, sulla base delle segnalazioni presentate da un’apposita commissione. I nomi dei 4 sono ancora coperti dal più stretto riserbo. Le sanzioni, il congelamenti di fondi all’estero e l’interdizione ai viaggi all’estero, sono previste dalla risoluzione 1591 approvata lo scorso 29 marzo dal Consiglio di Sicurezza. Commentando il voto di questa notte, l’ambasciatore statunitense ha fatto sapere che è già in preparazione una risoluzione da mettere ai voti e che - salvo utilizzo del diritto di veto da parte di Cina e Russia - potrebbe essere approvata dal Consiglio nelle prossime settimane.

Ewigen
19-04-2006, 22:53
CIAD
Il presidente Deby: «Il Ciad rischia la guerra civile»

N'diamena Il presidente del Ciad Idriss Deby ha detto che il suo Paese rischia di scivolare nella guerra civile se non si terranno come previsto le elezioni presidenziali del 3 maggio, in cui lui stesso è candidato. Il presidente ha escluso che il suo governo possa giungere ad un compromesso nella sua disputa con la Banca mondiale che ha congelato le royalties del Ciad sul petrolio. Il Ciad ha minacciato di sospendere la sua produzione di greggio a meno che la Banca mondiale non sblocchi le royalties entro la fine del mese.


SUDAN 19/4/2006 16.51
DARFUR: PER UNIONE AFRICANA NECESSARI 60.000 MILITARI

Servono fino a 60.000 militari, invece degli attuali 7.000 dispiegati dall’Unione africana (Ua), per controllare efficacemente il Darfur, regione sudanese occidentale teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze costate la vita a decine di migliaia di persone: lo ha detto il generale Collins Ihikere, comandante della Missione dell’Unione Africana in Sudan (Amis). Parlando alla stampa da Abuja (Nigeria) - dove da mesi si stanno svolgendo colloqui di pace finora infruttuosi tra ribelli e governo del Sudan - Ihikere ha sottolineato che le truppe schierate in Darfur non sono in grado di coprire un territorio molto esteso, citando l’esempio dei circa 17.000 caschi blu dell’Onu presenti in Liberia, un paese di estensione molto più ridotta. Inviati dall’Ua con il compito di vigilare sul mantenimento degli accordi di cessate-il-fuoco (sistematicamente violato su entrambi i fronti) e proteggere sfollati interni e organismi non governativi (ong), i soldati del contingente africano sono stati più volte accusati di non essere in grado di fermare scontri e violenze contro i civili. Da gennaio scorso era stato concordato in linea di principio un ‘passaggio delle consegne’ dall’Ua all’Onu, per sostituire la missione attuale con un contingente di ‘peacekeepers’; finora però il governo sudanese si è opposto all’iniziativa e il mese scorso l’Unione Africana ha deciso di estendere almeno fino al prossimo 30 settembre l’attuale missione di osservazione militare.



REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 19/4/2006 21.13
PER CACCIA A RIBELLI LRA, KAMPALA CHIEDE PERMESSO DI SCONFINARE IN CONGO

Il governo di Kampala ha chiesto oggi al Consiglio di sicurezza dell’Onu la messa a punto di una strategia comune tra i paesi dei Grandi Laghi per eliminare definitivamente l’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra), i ribelli attivi da un ventennio nel nord del paese. “Occorre combinare gli sforzi, col sostegno della comunità internazionale, per disarmare, catturare i capi terroristi dello Lra su cui pesa un mandato di arresto e trasferirli alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja” ha detto il ministro della Difesa, Amama Mbabazi. Il rappresentante del governo ugandese ha chiesto che il “piano d’azione comune” includa “un protocollo d’intesa con la Repubblica democratica del Congo, simile a quello già esistente tra il Sudan e l’Uganda che autorizzi le forze ugandesi ad entrare in territorio congolese per perseguire lo Lra”. Questo tipo di operazioni, secondo Mbabazi, “saranno realizzate con la supervisione di organi internazionali come la Monuc”, la missione Onu in ex-Zaire. Non solo: anche la missione Onu in Sudan (Unmis) dovrà essere autorizzata “ad utilizzare ogni mezzo necessario” per fermare i ribelli. La richiesta di Kampala giunge elle stesso giorno in cui la MISNA ha appreso da fonti congolesi che i circa 100 ribelli nordugandesi rifugiatisi nel parco della Garamba, a ridosso del confine col Sudan, nel fine-settimana avrebbero abbandonato la zona, forse trasportati a bordo di alcuni elicotteri; tra loro ci potrebbe essere sarebbe anche Vincent Otti, il braccio destro del capo indiscusso e fondatore dell’Lra, Joseph Kony, ma la notizia non è stata ancora confermata. Nell’operazione sarebbero coinvolti soldati dell’Esercito di resistenza popolare del Sudan (Spla-m), l’ex-gruppo ribelle ora al potere nella regione meridionale del Sudan, e lo stesso governo ugandese, ma la dinamica dei fatti è ancora tutta da chiarire.

Ewigen
26-04-2006, 22:30
AFRICA 26/4/2006 20.40
CIAD-SUDAN: L'ONU INVITA A SOLUZIONE NEGOZIATA DELLA CRISI

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso la sua viva preoccupazione per mancanza di sicurezza e l’instabilità politica lungo i confini comuni tra Ciad e Sudan, che negli ultimi mesi si sono accusati a vicenda di sostenere le rispettive ribellioni interne. "Il Consiglio di sicurezza invita al dialogo politico e a una soluzione negoziata della crisi persistente in Ciad": si legge in una dichiarazione del presidente per il mese di aprile del Consiglio, l'ambasciatore cinese Wang Guangya, il quale auspica che i due paesi tengano fede all'accordo raggiunto a Tripoli (Libia) l'8 febbraio scorso grazie alla mediazione del colonnello Muhammar Gheddafi e "si astengano da ogni atto di violazione delle frontiere". Nel condannare l'attacco dei ribelli contro N'Djamena e la città orientale di Adre, il documento "ribadisce che ogni tentativo di ottenere potere con la forza, in conformità alla Dichiarazione algerina del 1999 dell'Organizzazione d'Unità Africana, verrà considerato inaccettabile". Ribadendo "la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale di Ciad e Sudan", il testo invita inoltre gli stati confinanti a "cooperare per assicurare la stabilità comune". Preoccupato poi per la situazione dei rifugiati provenienti dalla regione sudanese del Darfur e dalla Repubblica centrafricana e per le centinaia di migliaia di sfollati interni in Ciad, il Consiglio ha infine rivolto un appello "ai paesi donatori affinché stanzino ulteriori risorse per rispondere all'emergenza umanitaria in Sudan e Ciad".

SUDAN 26/4/2006 19.33
DARFUR: UNIONE AFRICANA PRESENTA BOZZA ACCORDO DI PACE

"È tempo di decidere. Basta con i rinvii, basta con le buffonerie, basta con le tattiche dilatorie. Gli occhi del mondo sono su di voi": lo ha detto Salim Ahmed Salim, inviato speciale dell'Unione Africana e capo negoziatore ai colloqui sul Darfur ad Abuja, in Nigeria, presentando alle parti la bozza dell'accordo di pace nella speranza che entrambe lo siglino entro la scadenza fissata al 30 aprile. Rivolgendosi ai delegati del governo di Khartoum e dei due gruppi ribelli del Darfur, la regione teatro di violenze dal 2003, ha aggiunto: "Questo accordo non soddisfa tutte le vostre richieste, ma è… equo per entrambe le parti". L'accordo proposto dall'Ua riguarda i tre temi-chiave della trattativa: sicurezza, distribuzione dei poteri e ripartizione delle risorse economiche. Anche Sam Ibok, capo del gruppo dei mediatori dell'Ua, ha ribadito che "l'accordo non soddisferà quanti vogliono che il 100% delle loro richieste sia esaudito o che sono interessati a ottenere vantaggi per se stessi… È stilato in modo che a un passo ne segua un altro. Innanzitutto Il governo dovrà disarmare i Janjaweed (predoni arabi, ndr), poi seguirà il disarmo delle forze dei ribelli". Se da un lato a frenare un consenso sulla proposta dell'Ua da parte del governo di Khartoum potrebbe essere la sua riluttanza ad ammettere il controllo sui Janjaweed, dall'altro lato – ammette Ibok – alcuni ribelli "potrebbero non vedere un loro futuro se firmassero l'accordo. Finora combattere è stato l'unico stile di vita per molti di loro". Il documento non esaudisce del tutto la richiesta dei ribelli affinché, ai due vicepresidenti attualmente previsti, ne venga affiancato uno in rappresentanza del Darfur; la proposta dell'Ua prevede comunque che venga designato un "assistente presidenziale superiore" proveniente dal Darfur che sarebbe la quarta carica. Finora non sono giunti commenti né da parte del governo sudanese, né da parte dei due gruppi combattenti attivi in Darfur: il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) e l'Esercito/Movimento di liberazione del Sudan (Sla/m), che in oltre due anni sono giunti al settimo round negoziale, l’ultimo secondo gli auspici dell’Onu e dell’Ua.
[CO]

Ewigen
28-04-2006, 00:14
SUDAN 27/4/2006 16.54
DARFUR: COLLOQUI FACCIA A FACCIA TRA GOVERNO E RIBELLI

Dopo un processo di pace di due anni per lo più mediato dall'Unione africana (Ua), i massimi responsabili delle delegazioni presenti al tavolo del negoziato (sia per il governo di Khartoum che per i due gruppi ribelli del Darfur, la regione teatro di violenze dal 2003) potrebbero presto incontrarsi, per la prima volta, faccia a faccia per discutere la bozza di accordo proposta dall'Unione africana (Ua). Lo riportano fonti giornalistiche sudanesi, anticipando che Ali Osman Mohamed Taha, vice presidente sudanese, dovrà incontrare nelle prossime ore Minni Arcua Minnawi, capo indiscusso dell'Esercito/Movimento di liberazione del Sudan (Sla/m). Per rispettare l’impegno preso nel raggiungere un cessate il fuoco entro la fine di aprile, l’Unione Africana recentemente ha presentato alle parti un nuovo accordo di pace realizzato seguendo i suggerimenti emersi nel corso dei negoziati. Un documento che"non soddisfa tutte le vostre richieste, ma è… equo per entrambe le parti" come ha detto Salim Ahmed Salim, inviato speciale dell'Unione Africana e capo negoziatore ai colloqui sul Darfur ad Abuja. “Questo nuovo documento costituisce una buona base per discutere con i ribelli” ha detto Amin Hassan Omar, portavoce ufficiale della delegazione governativa nella prima reazione ufficiale alla bozza. Altre fonti governative, che hanno chiesto di restare anonime, hanno confermato alla stampa locale e internazionale che la bozza di accordo presentata dall’Ua potrebbe garantire sufficienti margini d’intesa in un faccia a faccia tra il vicepresidente sudanese e il capo del principale gruppo armato attivo in Darfur.

DARFUR: ANCHE WASHINGTON EMETTE SANZIONI

Con un ordine esecutivo emesso in serata, il presidente statunitense ha disposto il congelamento dei beni di chiunque sia sospettato “di rappresentare una minaccia al processo di pace per il Darfur (la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze) o alla stabilità della regione”. Lo hanno fatto sapere fonti ufficiali della Casa Bianca, spiegando che nella motivazione del decreto, il presidente Usa ha indicato che “il procrastinarsi della violenza nel Darfur pone un’eccezionale e straordinaria”, ma non meglio precisata, “minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera statunitense”. Oltre a congelare i beni degli interessati, il decreto proibisce anche alle aziende statunitensi di fare affari con i destinatari delle misure restrittive. Di fatto le sanzioni finanziarie ordinate oggi da Bush sembrano andare a rinforzare quelle decise martedì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti di 4 sudanesi accusati di crimini di guerra. Nella risoluzione 1676 (approvata con 12 voti favorevoli e le astensioni di Cina, Russia e Qatar), il massimo organo decisionale ha preso provvedimenti (congelamento di beni finanziari all’estero e restrizioni di viaggio) contro il maggiore generale Gaffar Mohammed El Hassan, comandante della regione occidentale dell’aviazione sudanese, Adam Yacub Shant, comandante dell’ Esercito di liberazione del Sudan (Sla-m, uno dei due principali gruppi armati del Darfur), Gabril Abdul Kareem Badri, capo di un’altra formazione armata antigovernativa (il Movimento nazionale per le riforme) e contro Sheikh Musa Hilal, considerato uno dei capi dei ‘Janjaweed’, le milizie arabe accusate di violenze contro la popolazione nera del Darfur con il sostegno dell’esercito sudanese


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 27/4/2006 9.19
NORD KIVU: SMANTELLATA BASE RIBELLI RUANDESI

Un accampamento dei ribelli ruandesi attivi da oltre 12 anni nell’est della Repubblica democratica del Congo è stato smantellato in un’operazione militare condotta da un migliaio di soldati dell’esercito e della missione di pace dell’Onu nei pressi di Rive, circa 90 chilometri a nord di Goma, capoluogo del Nord Kivu. Lo si apprende da fonti del contingente internazionale (conosciuto come Monuc), secondo cui la base era controllata dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), composto in gran parte da ex-soldati ruandesi accusati della partecipazione al genocidio del 1994; alcuni miliziani sono stati catturati, insieme a una donna e due bambini mentre si ignora se vi siano state vittime o feriti durante l'operazione. Il presidente delle Fdlr, Ignace Murwanashyaka, è stato arrestato lo scorso 10 aprile a Mannheim, in Germania. L’est dell’ex-Zaire è una delle regioni più instabili del paese e dell’intera regione dei Grandi Laghi a causa della presenza di diversi gruppi armati. Malgrado le elezioni dei prossimi mesi – previste entro fine giugno ma non ancora convocate – in Congo la situazione dei diritti umani continua a essere particolarmente grave. Secondo un rapporto di 64 pagine presentato ieri a Kinshasa dall’organizzazione ‘Watchlist’ sui bambini nei conflitti armati, circa 30.000 ragazzi e ragazze sono rimasti vittime in vario modo di fazioni armate nel periodo tra il 2003 (data ufficiale della fine del conflitto iniziato nel 1998) e il gennaio 2006. “Malgrado segni esterni di miglioramento l’infanzia in Congo continua a patire il peggior trattamento possibile” si legge nel documento, che cita esempi di sfruttamento sessuale, mancato diritto all’istruzione, impossibilità di accesso alle strutture sanitarie e reclutamento di bambini-soldato.



CIAD 27/4/2006 18.41
UA AUSPICA RINVIO ELEZIONI, RIBELLI MINACCIANO NUOVI ATTACCHI

"Non è troppo tardi" per rinviare le elezioni presidenziali del prossimo 3 maggio e accogliere così le richieste dell'opposizione e della società civile che altrimenti boicotteranno il voto, di cui contestano la regolarità dopo le riforme apportate alla Costituzione per consentire al presidente uscente Idriss Deby di aspirare a un terzo mandato consecutivo. Lo ha affermato il consigliere politico della Commissione dell'Unione africana (Ua), Pierre Yéré, a conclusione degli incontri con i quattro ministri del governo, il coordinamento dei partiti d'opposizione e rappresentanti della società civile che hanno avuto luogo durante la missione in Ciad iniziata il 21 aprile. "Pensiamo che la consultazione popolare possa essere prorogata dal momento che ora come ora è un po' azzardato cercare di evitare il dialogo nazionale", ha detto Yéré in aperto riferimento a Deby che ha rifiutato il dialogo interno e lanciato la sua campagna presidenziale nonostante lo scenario di incertezza. Intanto i ribelli del Fronte unito per il cambiamento (Fuc), già autori dell'attacco a N'Djamena dello scorso 13 aprile conclusosi con un bilancio provvisorio di almeno 350 morti, minacciano nuove offensive in vista dell'appuntamento elettorale. Controlliamo l'80% del paese – ha affermato Loana Gong, rappresentante del Fuc – e disponiamo di uomini e armi sufficienti per rovesciare il presidente Deby.

Ewigen
29-04-2006, 02:05
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 28/4/2006 16.40
KINSHASA PROTESTA PER INCURSIONE MILITARI UGANDESI A CACCIA DI RIBELLI LRA

Il governo congolese ha protestato formalmente con quello ugandese per la presunta incursione che truppe di Kampala avrebbero compiuto nelle ultime 48 ore nella zona di Aba, nel nord est della Repubblica democratica del Congo a ridosso della frontiera col sud Sudan. Lo riferisce la stampa internazionale, citando un comunicato del ministero degli Esteri di Kinsasa, in cui si precisa che una compagnia di soldati ugandesi a bordo di due veicoli corazzati ha attraversato, mercoledì scorso, il confine con il Sud Sudan, dove i militari di Kampala conducono operazioni contro i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) in base a un accordo bilaterale. I soldati ugandesi, sempre secondo la nota del ministero congolese, sarebbero entrati in territorio congolese proprio per dare la caccia ad alcuni ribelli del Lra, ma si sarebbero invece scontrati con elementi dell’esercito regolare di Kinshasa; una sparatoria conclusasi con la morte di almeno un militare ugandese. Nella nota il ministero sottolinea come l’Lra rappresenti una minaccia per Uganda, Sudan e Congo, ribadendo però la necessità di condurre operazioni comuni per eliminare i ribelli attivi da vent’anni soprattutto nei distretti settentrionali ugandesi e in quelli meridionali sudanesi, dove si trovano i campi base del gruppo armato. Intanto la Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc) ha fatto sapere di aver avviato un’indagine per verificare il possibile sconfinamento in territorio congolese di truppe ugandesi.


SUDAN 28/4/2006 17.37
VIOLATO EMBARGO ARMI, ONU VALUTA NUOVE SANZIONI

Dopo aver constatato negli ultimi mesi le persistenti violazioni compiute in Darfur (la regione occidentale del paese teatro dal febbraio 2003 di una guerra interna) sia dal governo di Khartoum sia dai ribelli, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite potrebbe disporre nuove sanzioni. Lo sostiene l’ultimo rapporto di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare l’efficacia dell’embargo sulla vendita di armi deciso nel luglio 2004. Nonostante il divieto, paesi africani (tra questi Ciad e probabilmente Eritrea e Libia) e altre regioni del Sudan avrebbero continuato a fornire munizioni e armi alle milizie arabe filo-governative che continuano a perpetrare attacchi contro villaggi e contro i due gruppi dei ribelli, l'Esercito/Movimento di liberazione del Sudan (Sla/m) e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem). Lo Sla/M, dal canto suo, avrebbe violato il cessate-il-fuoco e cercato di espandere il territorio sotto il suo controllo. Da qui la proposta dei funzionari dell’Onu di estendere l’embargo sulle armi a tutto il Sudan e di imporre sanzioni che colpiscano non tanto i singoli, quanto il governo e i gruppi ribelli che si rendano colpevoli di azioni che ostacolano il processo di pace in corso da due anni. Dal momento, poi, che aerei governativi continuano offensive militari, il Consiglio – si legge nel rapporto – potrebbe imporre a tutti i velivoli governativi il divieto di sorvolare l’intera regione del Darfur.

Ewigen
29-04-2006, 02:05
SUDAN 28/4/2006 3.19
SI PREPARA IL RIENTRO DEI PROFUGHI DALL’UGANDA

“C’è pace ora in Sud Sudan e abbiamo bisogno dell’aiuto dei rifugiati per ricostruire il nostro paese” ha detto Mula Oliva rappresentate della piccola contea di Kajo Keji (Sud Sudan) parlando ai propri connazionali che per anni hanno vissuto nei campi profughi del nord Uganda e il cui rientro dovrebbe cominciare nei prossimi giorni. Finora sono oltre 12.000 i profughi sudanesi (solo nel distretto nord-ugandese di Moyo) che si sono registrati per far ritorno in patria, secondo le informazioni diffuse dagli uffici Onuche dovrebbero iniziare le operazioni di rimpatrio il 2 maggio prossimo. Nell’ultima settimana si sono intensificati i ‘viaggi di conoscenza’ per incoraggiare i profughi sudanesi a rientrare malgrado la situazione socioeconomica nei territori di origine sia ancora difficile. “La situazione è lontana dall’essere ideale ma se non c’è gente nei villaggi, non possiamo costruire pozzi, nuove scuole, centri medici o costruire strade - ha ribadito ai propri connazionali profughi in Uganda l’amministratore della contesa di Kajo – abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti e tutti sono i benvenuti”.

Ewigen
01-05-2006, 10:45
Prove di genocidio tra Ciad e Sudan

In Africa c’è un conflitto tra dittature che può sfociare in una crisi enorme...

Nei giorni scorsi formazioni di ribelli provenienti e appoggiati dal Sudan hanno cercato di impadronirsi della capitale del Ciad, Ndjamena, ma sono stati respinti grazie all’aiuto determinante dei militari francesi. L’obiettivo dei miliziani era quello di impedire la celebrazione, il 3 maggio prossimo, delle elezioni del Ciad, boicottate dalle opposizioni, che sanciranno l’ennesima conferma del presidente Idriss Derby. Quest’ultimo ha deciso di riarmare le sue milizie, denunciando un piano sudanese per destituirlo. Mentre il Sudan sostiene che il vicino Ciad appoggi le popolazioni del Darfur sudanese, aggredite da tre anni dalla guerriglia islamica di Khartoum.
Né la mediazione libica né l’intervento francese e men che meno le truppe di interposizione inviate sul confine dall’Unione africana sembrano in grado di fermare l’escalation, che potrebbe dar luogo a un conflitto incontrollabile. L’affermazione del presidente, secondo il quale “il Ciad è un ponte, se il ponte cede, si può dire addio a tutta la regione. Potrebbe essere una situazione ancora più grave del conflitto dei Grandi laghi”, purtroppo è realistica. In queste zone, dove è endemico il conflitto etnico e religioso, due regimi deboli e autoritari puntano a salvarsi combattendo un “nemico” esterno.La scintilla di uno scontro militare può accendere il falò delle tensioni etniche, col rischio concreto di genocidi come quelli che hanno insanguinato il Ruanda.Non è un caso che nella benedizione pasquale Benedetto XVI abbia citato, tra le aree che destano preoccupazione, per prima quella africana. La comunità internazionale ha già mostrato tutta la sua impotenza durante i conflitti dei Grandi laghi e ora sembra avviata sulla stessa strada per quel che riguarda il Darfur sudanese e il Ciad. L’estensione di questi conflitti, considerati minori perché non intaccano aree strategiche, rappresenta invece un pericolo gravissimo e non soltanto sul piano umanitario.[Il Foglio]

Ewigen
02-05-2006, 12:40
CIAD 2/5/2006 11.40
VIOLENZE NELL’EST MENTRE N’DJAMENA CHIUDE CAMPAGNA ELETTORALE

Almeno 4 persone sono morte e altre 6 sono rimaste ferite nell’ultimo attacco lanciato contro un villaggio nella zona orientale del Ciad, a ridosso della frontiera col Darfur, la regione occidentale del confinante Sudan. Lo riferiscono fonti delle Nazioni Unite, precisando che l’attacco, ai danni di tre piccoli villaggi, è avvenuto ieri mattina non lontano dal campo profughi di Goz Amer teatro nelle scorse settimane di una sanguinoso assalto. Secondo un funzionario dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr), Matthew Conway, l’attacco è stato condotto da uomini in uniforme e “Janjaweed”, le milizie di predoni armati sudanesi attive oltre frontiera in Sudan occidentale a fianco del governo centrale contro i ribelli del Darfur. E mentre dall’est del Ciad continuano a giungere notizie di insicurezza - oltre agli sconfinamenti delle forze attive in Darfur, nelle ultime 48 ore sono tornate a circolare voci (difficilmente verificabili) su nuovi attacchi della ribellione interna ciadiana - a N’djamena si è chiusa ieri la campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali di domani. Sia la stampa locale che quella internazionale ormai sottolineano apertamente come, nel voto di domani, il presidente Idriss Deby “correrà da solo”, nonostante l’opposizione politica (che ha scelto di boicottare le elezioni), la società civile, le comunità religiose e la comunità internazionale lo avessero invitato a rinviare l’appuntamento con le urne. Di fronte a migliaia di persone raccolte ieri allo stadio centrale di N’djamena, tra ingenti misure di sicurezza, Deby ha agitato lo spettro dell’insicurezza e dell’attacco dall’esterno (Sudan) per giustificare la necessità di andare alle urne.

SUDAN 2/5/2006 9.28
PRESSIONI INTERNAZIONALI SUI RIBELLI PER CONCLUSIONE NEGOZIATO DI PACE

Dovrebbe scadere alla fine della giornata la proroga di 48 ore concessa tra domenica e lunedì dal capo dei mediatori dell'Unione Africana, Salim Ahmed Salim, per il negoziato con i ribelli del Movimento/esercito di liberazione del Sudan (Slm/a) e il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) che il 23 aprile scorso non hanno ratificato l'accordo proposto dai mediatori dell'Unione Africana (Ua). Accettare "senza dilazioni" un accordo di pace con Khartoum è l’appello lanciato ieri dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan alle due fazioni. Annan ha anche raccomandato di "raddoppiare gli sforzi per raggiungere un accordo che metta fine alle sofferenze e alle distruzioni in Darfur". Secondo il portavoce dell’Onu Stephane Dujarric i ribelli “devono cogliere quest'occasione storica di giungere alla pace e avviare la ricostruzione; le Nazioni Unite sono pronte a offrire il loro aiuto su questa strada". Dal 2003, il conflitto in Darfur avrebbe causato la morte di decine di migliaia di persone (180.000 secondo alcune fonti, anche 300.000 secondo altre, tutte stime contestate da Khartoum) e più di due milioni di sfollati. Ieri, in diverse città statunitensi si sono svolte manifestazioni per il Darfur; Washington, che sembra nutrire particolare interesse per la questione – forse anche per le risorse petrolifere dell’area – ha annunciato che il sottosegretario del Dipartimento di stato Robert Zoellick tenterà di aiutare a “chiudere il gap” del negoziato in corso ad Abuja, in Nigeria.

Ewigen
03-05-2006, 23:44
SUDAN 3/5/2006 9.11
DARFUR, UNIONE AFRICANA ESTENDE COLLOQUI PACE DI 48 ORE

L’Unione Africana (Ua) ha annunciato nella notte di aver esteso di altre 48 ore i negoziati di pace in corso ad Abuja con i ribelli del Movimento/esercito di liberazione del Sudan (Slm/a) e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), le due formazioni armate che il 23 aprile scorso non hanno ratificato l’accordo proposto dai mediatori della Ua per mettere fine a tre anni di devastante guerra civile nella regione sudanese del Darfur. Si tratta della seconda proroga di 48 ore concessa dalla Ua ai ribelli; ieri fonti diplomatiche avevano ipotizzato un’estensione dei negoziati di sole 24 ore. La richiesta di proroga, secondo quanto riferito dal capo mediatore della Ua Salim Ahmed Salim, sarebbe stata avanzata intorno alla mezzanotte di ieri dal presidente nigeriano Olusegun Obasanjo “per esplorare che cosa sia ancora possibile fare” al fine di convincere i ribelli a firmare l’accordo di pace e mettere fine alle ostilità. Già oggi dovrebbero esserci nuovi incontri tra Obasanjo, il presidente della Repubblica del Congo (e della Ua) Denis Sassou-Nguessou, il presidente della Commissione della Ua Alpha Oumar Konare, altri rappresentanti di governi africani e i delegati delle due formazioni ribelli. “Se non ci sarà un accordo allo scadere delle 48 ore, allora dovremo rivedere la situazione” ha commentato Salim, aggiungendo nel ricordare l’ultimo tentativo fatto ieri sera in extremis dagli inviati di Stati Uniti e Regno Unito che fin qui “ogni passo è stato fatto in tandem con i partner internazionali”. Dal 2003, il conflitto in Darfur avrebbe causato la morte di decine di migliaia di persone (180.000 secondo alcune fonti, anche 300.000 secondo altre, tutte stime contestate da Khartoum) e più di due milioni di sfollati.

AD ABUJA SI NEGOZIA, MA SUL TERRENO SI CONTINUA A COMBATTERE

La città di Gereida, che offre rifugio a circa 90.000 sfollati dello stato del Darfur meridionale (uno dei 3 che compone l’omonima regione sudanese al confine col Ciad), rischia di diventare il prossimo obiettivo della vasta offensiva che le forze governative sudanesi hanno lanciato nelle ultime settimane nel sud del Darfur. L’allarme è stato lanciato nelle ultime ore da fonti locali delle Nazioni Unite e fatto successivamente circolare dal centro informazioni del Palazzo di Vetro a New York. Teatro di combattimenti tra governo e ribelli già dal novembre 2005, l’area di Gereida ha fatto registrare nelle ultime settimane un’escalation di combattimenti che ha causato lo spopolamento di almeno 300 piccoli e medi villaggi circostanti. Dalla metà di aprile alla fine dello stesso mese, le forze governative sudanesi, l’aviazione nazionale e le milizie arabe (note col nome di janjaweed), che si ritiene operino in connessione con l’esercito di Khartoum, hanno lanciato una serie di attacchi contro alcuni villaggi fino a quel momento controllati dai ribelli. In seguito alla recente offensiva (iniziata il 16 aprile scorso) almeno 3 importanti località sono tornate nelle mani del governo (Jirghana, Donkey Dreisa e Dito Town) causando non meno di 30.000 nuovi sfollati. “Abbiamo ricevuto rapporti non confermati di un attacco contro la città di Gereida”, ha detto il vice-coordinatore degli affari umanitari in Sudan, Gemmo Lodesani, in una conferenza stampa. “Gereida è stata sotto assedio per mesi e lo è ancora di più adesso. Se dovesse essere lanciato un attacco, il prezzo, che dovranno pagare i civili che hanno trovato protezione in città, sarà molto alto” ha aggiunto. E se nel Darfur meridionale le preoccupazioni maggiori provengono dalle forze governative e dai loro piani militari, nel Darfur settentrionale sono i ribelli dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla-m) a rappresentare la principale minaccia alla sicurezza delle popolazioni locali, ma anche degli operatori umanitari. Sempre secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, nella zona di Shangil Tobayi e di Tawilla nelle ultime tre settimane si sono susseguiti combattimenti tra due fazioni opposte del Sla-m, causando anche qui lo sfollamento di migliaia di civili. Ma il principale gruppo ribelle è anche il principale imputato dei numerosi attacchi (quasi sempre a scopo di rapina o di estorsione) registrati ai danni degli operatori umanitari internazionali che operano nel nord Darfur.

Ewigen
03-05-2006, 23:45
CIAD 3/5/2006 15.13
ELEZIONI: CALMA E BASSA AFFLUENZA ALLE URNE

Si sono aperte alle 07,00 ora locale (06,00 Gmt) e chiuderanno alle 18,00 (17,00 Gmt) le urne in Ciad, dove 5,8 milioni di aventi diritto sono chiamati oggi a eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Il capo di Stato in carica, Idriss Deby, la cui riconferma per un terzo mandato consecutivo è data per scontata, ha votato nella capitale N’Djamena circondato da un cordone delle forze dell’ordine. Per il governo uscente, l’essere riuscito a mantenere la data dello scrutinio, nonostante la ribellione armata che minaccia di rovesciarlo e il boicottaggio dell’opposizione, è già in qualche misura una vittoria: secondo fonti locali contattate dalla MISNA, l’atmosfera è calma, ma è bassa l’affluenza agli 11.800 seggi allestiti in tutto il paese. Le stesse fonti riferiscono che le minacce di nuove incursioni dei ribelli, dopo l’attacco sferrato il 13 aprile scorso dal ‘Fronte unito per il cambiamento’ (Fuc), hanno spinto molti residenti di N’Djamena ad attraversare il fiume Chari per trovare riparo nel confinante Camerun. Per il momento, gli schieramenti anti-governativi – oltre al Fuc anche lo Scud, composto da ex-militari un tempo vicini allo stesso Deby – non sembrano aver turbato le operazioni di voto; il Fuc, tuttavia, ha minacciato di lanciare a breve una nuova offensiva “su più fronti”, inclusa nuovamente la capitale. I risultati provvisori delle elezioni sono attesi a partire dal 14 maggio; un eventuale secondo turno, piuttosto improbabile visto lo scarso ‘peso politico’ degli avversari di Deby, è previsto per l’8 giugno. Il presidente uscente sfida un ex-primo ministro, due ministri in carica e un esponente di un piccolo partito, tutti giudicati candidati ‘di facciata’.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 3/5/2006 18.06
KATANGA: VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI PER MANO DI ESERCITO E MAYI-MAYI

“Violazioni sistematiche” dei diritti umani continuano ad essere commesse nella regione sudorientale del Katanga per mano dei militari della 63° brigata delle forze armate congolesi (Fardc) e dei gruppi Mayi-Mayi, i partigiani nazionalisti già schierati al fianco delle truppe regolari durante la guerra (1998-2003), oggi dediti al banditismo: lo afferma un’inchiesta condotta dalla sezione diritti umani della missione Onu in ex-Zaire (Monuc) nella zona di Mitwaba, nel nord Katanga, che sulla base di testimoni locali ha stabilità l’identità di 97 civili uccisi, feriti o vittime di trattamenti crudeli e disumani tra l’inizio del 2005 e il marzo 2006. Già dallo scorso autunno la MISNA aveva riportato l’attenzione sulla situazione dei diritti umani in Katanga raccogliendo denunce e segnalazioni della società civile e della chiesa locale; il rapporto Onu di fatto per la prima volta attesta la persistenza di violenze contro la popolazione civile, precisando che i soldati regolari sarebbero responsabili di 47 casi, tra cui 33 esecuzioni sommarie. Ai Mayi-Mayi di Gedeon e i loro alleati sono stati attribuiti altrettanti episodi. La Monuc ha anche constatato la “sparizione forzata” di almeno 15 persone accusate di appartenere ai Mayi-Mayi, uccise dalle Fardc dopo essere state arrestate e trasferite nella prigione di Mitwaba. Il numero delle vittime limitato a quelle a cui è stato possibile dare un nome nei cinque giorni della missione d’inchiesta effettuata da una delegazione dell’Onu in loco a metà febbraio; fonti concordanti hanno anche riferito che la 63° brigata delle Fardc sarebbe coinvolta nello sfruttamento illegale delle miniere di cassiterite vicino a Mitwaba.

Ewigen
05-05-2006, 00:20
UGANDA 4/5/2006 13.37
NUOVE CONSULTAZIONI CON KHARTOUM CONTRO RIBELLI LRA

“Nuove modalità di cooperazione” tra il Sudan e l’Uganda per combattere i ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra): questo lo scopo della visita compiuta ieri in Sudan dal ministro della Difesa ugandese, Amama Mbabazi, che ha incontrato il suo omologo Abd Al-Raheim Mohammed Hussein. Nel riportare la notizia dell’incontro, l’agenzia di stampa sudanese Suna ha precisato che il ministro Hussein ha evidenziato “l’interesse di Khartoum a cooperare con il vicino ugandese” per garantire la pace e la stabilità nella regione. Secondo fonti giornalistiche sudanesi, il ministro della Difesa ugandese si sarebbe intrattenuto anche col personale della missione delle Nazioni Unite in Sudan, sempre per discutere una strategia comune contro i ribelli del Lra. Nelle ultime settimane il governo di Kampala ha moltiplicato le attività diplomatiche con Sudan (sia le autorità di Khartoum che quelle amministrative del Sud), Repubblica Democratica del Congo e con la Comunità internazionale per trovare una linea comune che porti all’eliminazione del problema Lra. Secondo le autorità ugandesi un nucleo importante della ribellione - circa 150 uomini guidati dal fondatore del movimento armato Joseph Kony e dal suoi braccio destro Vincent Otti – si trova da mesi nel nord est del Congo, all’interno del Parco della Garamba. Fonti della MISNA hanno fatto sapere che il gruppo (le informazioni raccolte confermano solo la presenza di Otti e non quella di Kony) è stato prelevato alla fine di aprile e trasportato in Sud Sudan nell’ambito di quella che è stata definita “un’operazione congiunta compiuta da forze ugandesi e sudanesi”. Nei giorni successivi si sono poi susseguite voci sulla presenza di truppe ugandesi a caccia di ribelli del Lra in territorio congolese, confermate in settimana dalla Missione Onu in Congo.

Ewigen
05-05-2006, 20:10
UGANDA 5/5/2006 16.21
DOPO VENT’ANNI, A MIGLIAIA LASCIANO I CAMPI PROTETTI…FORSE

“Gli sfollati interni (Internally displaced persons, IDPs) stanno ritornando volontariamente alle loro case e stiamo parlando di 200.000 persone di etnia Teso e di 200.000 Lango”, ha detto Amongin Aporu, ministro per la Prevenzione dei disastri e per i Rifugiati, citato oggi dal ‘The Daily Monitor’, riferendosi allo sgombero di circa 400.000 sfollati dai campi profughi nei distretti del nord Uganda dove, per diciotto anni, milioni di civili hanno trovato riparo dalle violenze del sedicente Esercito di liberazione del signore (Lord’s resistance army, Lra). Le cifre fornite dal governo sarebbero però esagerate secondo fonti dello stesso quotidiano ugandese e della MISNA. “Molte persone vanno semplicemente a coltivare i loro orti di giorno e ritornano nei campi profughi la sera. Sono davvero molto poche le persone che stanno effettivamente ritornando”, dice Charles Angiro, parlamentare del distretto settentrionale di Erute contattato telefonicamente dal ‘Monitor’. “Le cifre riportate dai giornali risalgono a più di un anno e mezzo fa”, riferisce alla MISNA padre Carlos Rodriguez Soto, missionario comboniano e responsabile della Commissione ‘Giustizia e pace’ dell’arcidiocesi di Gulu, epicentro della guerriglia dell’Lra. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), precisa padre Soto, “un anno e mezzo fa riportava che erano oltre 1,8 milioni i civili ospitati negli accampamenti. Oggi parla di 1,6 milioni sfollati interni. Si tratta quindi di 200 milioni di sfollati rientrati nell’arco degli ultimi 18 mesi”. Tra l’altro, aggiunge padre Rodriguez, “è impensabile che lo sgombero cominci proprio in questo periodo dell’anno, perché il tetto delle capanne è fatto di foglie d’erba intrecciate e, poiché in questo periodo dell’anno l’erba è molto bassa, gli acholi non potrebbero costruirle”. Scetticismo suscita anche il Piano per l’intervento umanitario nel nord Uganda presentato in questi giorni dal presidente, Yoweri Museveni, che dovrebbe facilitare il ritorno a casa e l’integrazione nella società degli sfollati interni. Secondo Betty Amongin, parlamentare del distretto di Apac, i fondi stanziati dal governo sarebbero insufficienti a garantire la sicurezza dei milioni di sfollati che volessero fare ritorno nelle loro case. Perplessità condivisa anche da Angiro e da padre Rodriguez che aggiunge: “Il piano prevede che il rientro si concluda entro il luglio del prossimo anno, ma ci verrà molto più tempo”.



AFRICA 5/5/2006 8.29
DARFUR: JEM ALZA IL PREZZO. NEGOZIATO FALLITO O ULTERIORE STALLO?

“Abbiamo deciso di non firmare se non vengono fatti alcuni cambiamenti”, ha detto all’agenzia di stampa americana Associated Press (Ap), Ahmed Tugod, capo negoziatore del Jem (Justice and Equality Movement), il gruppo di ribelli minore che partecipa al negoziato di pace in corso ad Abuja in Nigeria. Le trattative nell’ultima settimana sono state prorogate due volte di 48 ore e la notte scorsa sono continuate per almeno quattro ore oltre la seconda scadenza. Mentre il governo sudanese ha dimostrato, secondo l’Ap, crescente flessibilità, il Jem starebbe chiedendo a tutti i costi una vice-presidenza nazionale , il governo regionale del Darfur, più grande rappresentatività nelle istituzioni nazionali, un risarcimento per le vittime della regione e la destinazione del 6,5% del reddito nazionale sudanese a un fondo di sviluppo regionale per il Darfur. Notizie confuse e incerte, ma tendenzialmente negative, sono circolate anche a proposito della posizione assunta da uno degli altri due gruppi in cui si è diviso lo Sla (Sudan Liberation Army), l'altro movimento ribelle. Anche se il portavoce dell’Unione Africana all’alba di oggi ha detto che era “tempo di decidere e il negoziato non poteva essere riaperto”, non è finora chiaro se la trattativa deve considerarsi fallita o solo in un ulteriore fase di stallo; secondo alcune fonti potrebbe riprendere stamani, forse da un momento all'altro. Oltre ai ribelli e al governo di Khartoum, partecipano al negoziato – in corso in una villa presidenziale – il capo negoziatore dell’Unione Africana Salim Ahmed Salim, un rappresentante di Washington, uno di Londra, altri diplomatici e rappresentanti. Dal principio del 2003 in Darfur si è sviluppato un conflitto che, secondo stime internazionali, avrebbe fatto almeno 180.000 vittime (smentite da Khartoum, ma da altre fonti aumentate fino a 300.000) e due milioni tra fuggiaschi interni e profughi in Ciad; schermaglie di confine hanno coinvolto col tempo anche il Ciad e la Repubblica Centrafricana. La conseguente crisi umanitaria è stata definita tra le più gravi del mondo. Una positiva conclusione del negoziato di Abuja appare ora più che mai decisiva per poter completare la semina di piante alimentari prima di giugno e della stagione delle piogge. Sullo sfondo delle difficoltà incontrate dall'interminabile negoziato, condotto sulla base di un documento dell'Unione Africana, resterebbe comunque, pur se mai ufficialmente citato, il controllo locale e internazionale di risorse petrolifere.

Ewigen
07-05-2006, 12:18
SUDAN 6/5/2006
DARFUR: NUOVI PARTICOLARI SUI CONTENUTI DELL’ACCORDO

Un calendario abbastanza preciso dei tempi di attuazione del disarmo delle forze combattenti attive sul terreno e la creazione di zone cuscinetto intorno ai campi per sfollati in cui vivono quasi 2 milioni di persone: sono queste le principali precisazioni contenute nell’accordo di pace, firmato ieri dal governo centrale sudanese e dall'Esercito per la liberazione del Sudan (Sla, il principale dei gruppi ribelli attivi in Darfur) e di cui non erano ancora stati resi noti i particolari. Secondo una sintesi del documento finale, firmato ieri dalle parti (la MISNA nella serata di ieri aveva pubblicato ampi stralci della proposta messa a punto dall’Unione Africana), pubblicata oggi sul sito internet del Dipartimento di Stato Usa, si “prevede il disarmo completo e verificato delle milizie Janjaweed (considerate le principali responsabili delle violenze ai danni di civili, ndr) al più tardi entro la metà di ottobre del 2006”. Sempre riguardo alle milizie armate considerate alleate di Khartoum nella guerra del Darfur, il documento fornisce poi indicazioni chiare “sull’accantonamento dei Janjaweed e di altre milizie armate in alcune zone delimitate e specificate, prima che il processo di disarmo abbia inizio”, predispone il ritiro “delle armi pesanti” di questi gruppi e “impone restrizioni ai movimenti delle Forze di difesa popolare (truppe paramilitari sudanesi, ndr), che dovranno essere ridotte numericamente”. “Un calendario dettagliato – si apprende ancora dagli stralci del documento – assicura che i Janjaweed dovranno essere disarmati prima che le forze ribelli preparino l’ammassamento delle loro truppe e il conseguente disarmo”. L’accordo stabilisce inoltre la creazione di “zone cuscinetto” intorno ai campi per sfollati e corridoi d’assistenza umanitaria in cui non sarà consentito l’accesso né alle forze armate sudanesi né a quelle ribelli. Riguardo alla politica, dai nuovi passaggi dell’accordo forniti alla stampa si apprende che “un referendum popolare, da tenersi al più tardi entro il luglio 2010, deciderà l’eventuale trasformazione del Darfur in un’unica entità amministrativa”. Attualmente la regione occidentale sudanese del Darfur è divisa i 3 stati: Darfur meridionale, settentrionale e occidentale. Ai ribelli, spiega un altro passaggio dell’accordo relativo alla “condivisione del potere”, è stata affidata la “quarta più importante carica del governo d’unità nazionale sudanese: l’assistente principale del presidente” e la “presidenza della neonata Autorità regionale di transizione per il Darfur”. Per quanto riguarda l’aspetto economico, il documento stabilisce la creazione di “un fondo per la ricostruzione e lo sviluppo”, di alcune commissione per “la compensazione delle vittime” e “l’aiuto ai rifugiati” e infine impegna la comunità internazionale a convocare “una conferenza dei donatori per raccogliere fondi supplementari da destinare al Darfur”.


CIAD 6/5/2006
OPERATRICE ONU FERITA NELL’EST

Un'operatrice umanitaria di nazionalità spagnola è rimasta ferita ieri ad Abeché, la principale città dell’est del Ciad. Lo hanno riferito oggi fonti umanitarie delle Nazioni Unite, precisando che l’operatrice lavorava per l’Unicef (il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) ed è stata ferita da un colpo di arma da fuoco ad un braccio, sparatogli da un uomo in uniforme militare che successivamente è fuggito con la macchina della donna, un grande fuoristrada. “Chiediamo alle autorità di garantire la nostra sicurezza”, ha detto Claire Bourgeois che dirige le operazioni dell’Onu ad Abeché. Anche se è la prima volta che un operatore umanitario rimane ferito in un attacco, come ha precisato la stessa Bourgeois, da mesi ormai il personale delle agenzie dell’Onu e delle organizzazioni non governative (ong) che operano nell’est del Ciad (soprattutto a fianco degli oltre 200.000 profughi sudanesi fuggiti negli ultimi 3 anni dal Darfur) hanno segnalato un aggravarsi costante dell’insicurezza. Proprio nell’est del paese, infatti, da alcuni mesi si sono installati i numerosi movimenti ribelli armati che intendono prendere il potere e rovesciare il governo del presidente Idriss Deby.

Ewigen
07-05-2006, 20:30
Darfur, Kofi Annan ora chiede a Khartum di dare il via libera ai caschi blu dell'Onu

New YorkKhartum acconsenta all'invio di una missione Onu di valutazione in preparazione del dispiegamento di un contingente di caschi blu nel Darfur. È l'appello lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, all'indomani della storica firma degli accordi di pace ad Abuja, cui però ha partecipato solo una delle fazioni ribelli coinvolte nei negoziati. La comunità internazionale si deve muovere con rapidità «per avere il giusto impatto sul terreno», ha sottolineato Annan, in particolare per rafforzare e fornire supporto logistico ai 7mila peacekeeper dell'Unione africana. Commentando la firma di venerdì, Annan ha poi invitato gli altri due gruppi che si sono rifiutati di sottoscrivere la bozza dell'Ua a «cogliere il momento storico e firmare un accordo che metterà fine a questo tragico capitolo della storia del Sudan». [Avvenire]

Ewigen
07-05-2006, 20:31
Necessario l'impegno del Sudan, dei ribelli, dell'Onu e dei Paesi donatori

Fermare la pulizia etnica in Darfur Non è bastata la lezione di Srebrenica?

Jan Egeland*

[Avvenire] Ho parlato per la prima volta del Darfur al Consiglio di Sicurezza due anni fa, definendolo un caso di pulizia etnica della peggiore specie. Oggi, non posso fare altro che rilanciare la mia denuncia. L'esito dello sforzo umanitario più ingente al mondo è incerto, sospeso a causa delle attuali insostenibili condizioni. Se si intende evitare la perdita imminente di un altissimo numero di vite umane, occorre che tutte le parti in causa - governo del Sudan, ribelli, membri del Consiglio di Sicurezza, donatori - agiscano ora. Il massacro in Darfur continua inarrestabile, e si propaga in Ciad. Solo negli ultimi quattro mesi altre 200mila persone sono fuggite per cercare scampo dalla carneficina. I profughi sono più di due milioni. Bande di miliziani appoggiati dal governo scorrazzano nelle campagne inaridite seminando terrore, distruggendo abitazioni e villaggi, uccidendo in totale impunità. Gli attacchi dei ribelli continuano sia contro i civili sia contro le attività umanitarie. Ci sono attualmente 14mila operatori non armati in Darfur, la maggior parte dei quali sudanesi, un numero doppio rispetto a quello delle truppe dell'Unione africana, che sul terreno cercano di imporre un fallimentare cessate il fuoco su un'area equivalente a quella del Texas. Come in Bosnia dieci anni fa, i soccorsi umanitari hanno rappresentato una delle pochissime risposte efficaci che la comunità internazionale è stata in grado di organizzare. Invece di sanare la ferita, il mondo ha preferito applicare bende su un'emorragia che non smette. Certo, il bendaggio umanitario è essenziale per salvare vite umane. Nel corso degli ultimi due anni, abbiamo compiuto enormi progressi su questo fronte. Nel 2004 c'erano solamente 230 operatori per assistere sul terreno 350mila persone. Oggi ce ne sono dieci volte tanti. Lavorando di concerto, le agenzie dell'Onu e le Ong hanno ridotto il tasso di mortalità tra i profughi in Darfur di due terzi rispetto ai livelli del 2004, contribuendo nel contempo a dimezzare il tasso di malnutrizione nel corso del 2005. Ma questi risultati sono oggi vanificati da un livello di violenza che è cresciuto da ogni parte, nonché dall'atteggiamento sempre più ostruzionistico del governo sudanese. Nel frattempo, il sostegno da parte dei Paesi donatori europei e nell'area del Golfo sta seriamente calando. Il nostro appello per ottenere risorse essenziali a garantire la sopravvivenza ha registrato una risposta inferiore al 20% di quanto sarebbe effettivamente necessario. La settimana scorsa abbiamo annunciato che saremo presto costretti a dimezzare le razioni giornaliere di cibo. Le truppe dell'Unione Africana, pur motivate, sono sfruttate al limite, e vanno potenziate immediatamente per garantire una migliore tutela della popolazione. Gli stessi operatori umanitari devono poter prestare la propria attività senza il timore di essere rapiti, attaccati, boicottati dalle autorità locali. Governo, milizie e ribelli sono tutti responsabili per le terribili condizioni di sicurezza che minacciano le vite della gente del Darfur e rendono gli sforzi umanitari sempre più ardui. In secondo luogo, è necessario poter arrivare a tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Anche in questo caso, purtroppo, si è invertita la positiva tendenza che avevamo marcato lo scorso anno. L'accesso dipende anche da una migliore cooperazione da parte del governo e dei gruppi armati. Purtroppo, è accaduto l'opposto. I dipendenti di agenzie Onu e Ong in Darfur sono alle prese con minacce e intimidazioni. Il mese scorso, ad esempio, una delle maggiori Ong, responsabile della gestione di un campo di 90mila rifugiati, è stata obbligata a lasciare. Sarà ora il governo ad occuparsi direttamente del campo. È appena il caso di dire che ci sono gravi ragioni di preoccupazione per la sicurezza dei profughi, visti i precedenti del governo in materia di protezione dei propri cittadini. Non ripetiamo il tragico errore delle zone protette, utilizzate in Bosnia prima di Srebrenica. L'approccio umanitario non dovrebbe mai essere utilizzato come una foglia di fico per giustificare l'inazione politica. Eppure, è proprio quello che sta accadendo oggi in Darfur. La popolazione ha urgente bisogno di aiuto, ma non solo. Cerca protezione sul territorio e pace, una pace che per essere vera, deve trovare pratica attuazione in ogni singolo villaggio. Infine, occorre che i Paesi membri delle Nazioni Unite dimostrino la loro autorità morale alla gente del Darfur, salvando oggi le vite e portando domani la pace.
*Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari e Coordinatore degli aiuti di emergenza

Ewigen
08-05-2006, 12:35
SUDAN 8/5/2006 10.31
DARFUR: DOPO FIRMA ACCORDO, RIBELLI ANNUNCIANO INIZIO DISARMO

“Abbiamo deposto le armi una volta per tutte avviando la realizzazione degli accordi di pace”: lo ha detto un portavoce della fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla), che venerdì scorso ha firmato in Nigeria un’intesa con il governo di Khartoum per porre fine al conflitto nella regione del Darfur, non sottoscritta però da un’ala dissidente del movimento e da un’altra formazione ribelle. Ieri, secondo la stampa sudanese, il governo ha espresso “gratitudine” all’Unione Africana (Ua) per gli sforzi compiuti nel favorire il processo di pace in Darfur fino al raggiungimento dell’accordo. Nelle stesse ore era giunta una prima apertura alla presenza di truppe dell’Onu in Darfur, in sostituzione dei circa 7.000 soldati dell’Ua, finora sempre respinta da Khartoum. “Il governo valuterà se ha bisogno oppure no di assistenza di militari stranieri e potrebbe decidere di chiedere il dispiegamento dell’Onu”, ha detto ieri un portavoce del ministero degli Esteri di Khartoum. Ribadendo però: “Di certo nessuna forza straniera sarà schierata senza il consenso del governo”. L’accordo di pace è stato respinto da una fazione dello Sla e dal Movimento per l’uguaglianza e la giustizia (Jem), ai quali il governo di Khartoum chiede di accettare le condizioni previste dal documento. Intanto ieri è arrivato in Darfur Jan Egeland, vicesegretario dell’Onu per gli affari umanitari, cui il governo sudanese il mese scorso aveva impedito di recarsi nella regione teatro di una guerra civile da tre anni. “Nell’accordo di pace di Abuja è garantito un accesso illimitato per tutte le organizzazioni umanitarie, ma questo non è ancora applicato”, ha affermato Egeland, che oggi dovrebbe incontrare esponenti del governo nella capitale Khartoum. “Sono necessarie – ha aggiunto – risorse umanitarie da tutto il mondo, compresi i paesi occidentali, islamici, arabi e asiatici”. Parlando all’emittente britannica ‘Bbc’, ha detto che “il Darfur viene lentamente soffocato, sta morendo davanti a noi”. Nelle ultime settimane, secondo il sottosegretario Onu, ai circa 2 milioni di profughi se ne sono aggiunti altri 200.000; finora – secondo stime internazionali – la ribellione dei due movimenti armati e i continui attacchi dei predoni arabi ‘Janjaweed’ sostenuti dall’esercito governativo avrebbero provocato circa 300.000 morti, per attacchi armati e mancanza di assistenza umanitaria.

Ewigen
08-05-2006, 21:47
CIAD - Il generale Mahmat Nouri, ambasciatore del Ciad in Arabia Saudita, si sarebbe aggregato alla ribellione che lo scorso 13 aprile ha cercato di rovesciare il presidente Idriss Deby attaccando la capitale N’Djamena; lo riferisce l’agenzia di stampa del Gabon, ricordando che Nouri è stato ministro dell’allevamento e della Difesa per più di 7 anni ed era considerato molto vicino al capo di Stato.

Ewigen
09-05-2006, 23:12
SUDAN 9/5/2006 13.42
DARFUR: RIBELLI RITRATTANO ACCORDO?

A cinque giorni dalla firma dell’accordo di pace con il governo di Khartoum sul Darfur, la principale fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) avrebbe chiesto al segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, di sospenderne l’applicazione e verificare le condizioni in cui il documento è stato firmato ai negoziati di Abuja, in Nigeria. Lo scrive oggi il quotidiano di Khartoum ‘Sudan Tribune’, citando una lettera in cui il consigliere politico dello Sla, Ibrahim Ahmed Ibrahim, afferma che l’intesa di pace è stata sottoscritta in “circostanze inusuali” dal leader del movimento ribelle, Minni Menawi, sottoposto a “pressioni anormali”e “isolato” dal resto della delegazione. Nella missiva si chiede inoltre la revisione del documento e la separazione degli aspetti umanitari da quelli politici. Per ora non ci sono reazioni ufficiali a questa presa di posizione, né appare chiaro se la lettera abbia effettive conseguenze o sia soltanto l’ennesima lotta interna allo Sla. Ibrahim, sempre secondo la stampa sudanese, avrebbe anche aggiunto che lo Sla leggerà in questi giorni le 85 pagine dell’accordo di pace e poi prenderà una decisione. Intanto Jan Pronk, rappresentante speciale di Annan in Sudan, è atteso oggi in Darfur, dove cercherà di convincere a firmare l’accordo di pace anche la fazione minoritaria dello Sla e il Movimento per l’uguaglianza e la giustizia (Jem), che hanno finora respinto il documento criticandone alcuni aspetti. In queste ore Europa e Unione Africana stanno intensificando le pressioni nei confronti degli ultimi due gruppi ribelli, per obbligarli a firmare “immediatamente e senza condizioni” – comunque entro il 15 maggio - l’accordo per porre fine al conflitto in Darfur. Da Abuja, in Nigeria, il ministro della cooperazione e lo sviluppo dei Paesi Bassi, Agnes van Ardenne, ha detto che il suo paese si sta preparando a organizzare una conferenza dei donatori per la ricostruzione del paese, che si terrà all’Aja entro la fine dell’anno.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 9/5/2006 13.52
KATANGA, GRUPPO COMBATTENTI MAYI-MAYI ABBANDONA LE ARMI

Centocinquanta Mayi-Mayi, ribelli dediti soprattutto al banditismo e a violenze contro i civili, si sono consegnati, nel Katanga, alla missione dell’Onu nella Repubblica Democratica del Congo (Monuc). L’operazione è avvenuta nei giorni scorsi a Mitwaba, 400 chilometri a nord di Lubumbashi, capitale del Katanga, ma l’esercito nazionale della Repubblica Democratica del Congo (Fardc) ne ha dato notizia solo ieri. “Tra loro vi sono 50 uomini e 100 tra donne e bambini-soldato” ha precisato Jean-Willy Mutombo, portavoce dell’esercito, aggiungendo che anche il capo del gruppo, Kyungu Kasongo meglio noto come Gedeon, avrebbe intenzione di arrendersi, ma vuole garanzie per la sua sicurezza prima di consegnarsi alle forze dell’Onu. “Sono rimasti solo circa altri 200 Mayi-Mayi e non possono resistere troppo a lungo”, ha affermato Mutombo. Ex-alleati del governo durante il conflitto 1998-2003 ma non nuovi a occasionali alleanze con altri gruppi armati, i Mayi-Mayi non sono stati coinvolti nel programma di disarmo del governo e da mesi attaccano civili e militari nel nord e centro Katanga. Da quando, nel novembre scorso, è stata lanciata un’offensiva delle forze governative contro il gruppo di Gedeon, 170.000 persone hanno abbandonato le proprie abitazioni nella regione.

Ewigen
10-05-2006, 12:43
CIAD 10/5/2006 9.39
PRIME DEFEZIONI TRA I RIBELLI DELL’EST?

Le autorità del Ciad hanno annunciato la resa di una trentina di ribelli del ‘Rassemblement pour le Progrès et la Justice’ (Rpj) che avrebbero lasciato il gruppo armato per rientrare nelle file dell’esercito. Gli ormai ex-ribelli sono apparsi a N’Djamena di fronte a un gruppo di giornalisti affermando di aver disertato dalle forze governative alla fine dello scorso anno su richiesta di Abakar Tolli, capo dello Rpj. “Una volta sul campo di battaglia, ci siamo resi conto che ci veniva chiesto di combattere al fianco di altri ribelli, per lo più sudanesi, per rovesciare il governo”, avrebbe detto a un'agenzia di stampa africana un ex-combattente presentatosi come il colonnello Kardaya, aggiungendo: “Quando abbiamo capito la confusione esistente tra le varie fazioni dell’est abbiamo espresso la volontà di rientrare nelle forze armate regolari”. Il governo ha accusato Tolli di aver collaborato a pianificare il tentato golpe del 14 marzo scorso insieme allo Scud ('Socle pour le changement, l’unité et la démocratie'), uno dei due principali movimenti ribelli asserragliati al confine col Sudan, guidato da due nipoti del presidente Idriss Deby. Lo Scud ha recentemente unito le sue forze al cosiddetto Fuc (‘Front uni pour le changement’), protagonista della fallita offensiva del 13 aprile scorso contro la capitale. Deby, al potere da 16 anni, attende una scontata riconferma alle elezioni del 3 maggio, boicottate dall’opposizione, i cui risultati saranno diffusi il 14 maggio.

Ewigen
15-05-2006, 12:44
CIAD 15/5/2006 8.44
IDRISS DEBY RIELETTO PRESIDENTE CON OLTRE IL 77%

Alla presidenza dal 1990 dopo un colpo di stato, presentatosi alle elezioni del 3 maggio per un terzo mandato dopo una revisione costituzionale molto criticata, Idriss Deby Itno è stato rieletto con il 77,53 % dei voti. Dopo il “golpe”, Deby, che ha 54 anni, era stato eletto già nel 1996 e nel 2001. Annunciando i risultati, la Commissione elettorale nazionale indipendente. (Ceni) ha anche comunicato che su un totale di 5.7 milioni di aventi diritto, ha partecipato alla consultazione il 61,49 %. Gli altri quattro candidati hanno ottenuto percentuali inferiori al 10 %;l' ex-primo ministro Kassiré Cumakoye ha raggiunto l' 8,81%; il ministro dell' agricoltura Albert Pahimi Padacké il 5,35 %. Sulla base di accuse di corruzione relative soprattutto al commercio del petrolio l’opposizione aveva deciso un boicottaggio che a quanto pare non ha raggiunto l’obiettivo. I mesi scorsi erano stati caratterizzati da ripetute scaramucce sulla frontiera con il Sudan e da un’intensa attività del Fronte unito per il cambiamento democratico (Fuc), un gruppo ribelle dell’est del paese che, secondo Deby, è sostenuto da Khartoum per scopi di destabilizzazione. Il governo sudanese, con cui Deby ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche, ha sempre smentito le accuse, anc Un mese fa, i ribelli, che almeno una parte della popolazione sembra vedere di buon occhio come oppositori di Deby, erano arrivati fini alla capitale N’djamena dove erano stati respinti anche grazie all’appoggio dei militari francesi dell’operazione “Sparviero” dopo duri scontri che avevano provocato decine di morti (alcune fonti ne indicavano anche 150) e forse anche 200 feriti. Sullo sfondo di queste vicende c’è ancora una volta una “questione petrolifera” collegata alla gestione dei giacimenti del Ciad, ai rapporti con la Banca Mondiale ( con cui N’djamena ha avuto un lungo braccio di ferro) e al mega-oleodotto Ciad-Camerun. E’ parere di molti osservatori che Parigi sostenga Deby anche in base a interessi petroliferi.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 15/5/2006 10.16
ITURI: FINE SETTIMANA DI SCONTRI TRA ESERCITO E RIBELLI

Nuovi combattimenti sono esplosi nel fine settimana in Ituri, la turbolenta provincia nord-orientale della Repubblica democratica del Congo, dove, nonostante alcune recenti campagne militari dell’esercito congolese e della missione delle nazioni unite in Congo (monuc), sono ancora presenti numerosi gruppi armatI. La notizia è riportata oggi dalla stampa locale e da quella internazionale, citando fonti dell’esercito congolese, le quali hanno precisato che le tensioni sono tornate ad esplodere sabato, quando un gruppo di alcune centinaia di uomini armati ha attaccato una base dell’esercito congolese a Nioka, a nord di Bunia, verso il confine con l’Uganda. L’intensa battaglia seguita all’attacco si sarebbe conclusa con la morte di 52 ribelli e almeno un soldato regolare congolese, almeno stando al bilancio fornito da un portavoce delle forze armate congolesi. Ieri poi scontri tra truppe dell’esercito e gruppi armati si sono verificati nei pressi della cittadina di Nioka. Il bilancio, provvisorio, di questo secondo episodio parla di due morti tra le fila dei ribelli. Secondo l’esercito, i miliziani vorrebbero riconquistare alcune postazioni strategiche nell’area di Nioka (strappategli dall’esercito in recenti operazioni) per continuare a gestire alcuni traffici illeciti con la confinante Uganda.

Ewigen
15-05-2006, 23:16
UGANDA 15/5/2006 14.02
STAMPA, CAPO RIBELLI LRA CHIEDE NEGOZIATI CON GOVERNO

Una richiesta per l’avvio di colloqui di pace sarebbe stata inoltrata da Joseph Kony, capo e fondatore del movimento ribelle del nord Uganda Esercito di resistenza del signore (Lra), al presidente ugandese Yoweri Museveni. Lo scrive oggi il principale quotidiano indipendente ugandese, The Monitor, precisando che la richiesta di Kony è stata consegnata al capo di Stato ugandese dal vice-presidente del Sudan, nonchè presidente dell’autorità nazionale del Sud Sudan, Salva Kiir, che il 12 maggio scorso si è recato a Kampala per partecipare alla cerimonia di insediamento di Museveni alla presidenza. Secondo la ricostruzione effettuata dal giornale ugandese, la scorsa settimana Kony avrebbe incontrato nelle foreste del Sud Sudan, Riek Machar, il vice presidente dell’autorità meridionale sudanese al quale avrebbe affidato la richiesta di mediazione e avrebbe chiesto ‘asilo’ in territorio sud sudanese fino al raggiungimento di un accordo col governo ugandese.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – Sono state represse con la forza dalla polizia due distinte manifestazioni avvenute oggi in altrettante zone dell’ex-Zaire: è di tre morti e un numero indeterminato di feriti il bilancio delle proteste popolari provocate nella regione del Kasai dai continui ed improvvisi tagli di energia elettrica. Nella capitale Kinshasa, invece, migliaia di persone sono scese in strada dopo l’arresto del pastore Ferdinando Kutino, della Chiesa del risveglio, chiedendone la liberazione.

SUDAN 15/5/2006 22.09
DARFUR, NUOVA PROROGA A RIBELLI PER FIRMA ACCORDO DI PACE

Una nuova proroga fino al prossimo 31 maggio è stata concessa oggi dall’Unione Africana ai due gruppi armati del Darfur che non hanno ancora firmato l’accordo di pace con il governo di Khartoum. Lo ha annunciato in serata il ministro degli Esteri della Nigeria, Olu Adeniji, al termine del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia, dove ha sede l’organismo continentale. Lo scorso 5 maggio l’intesa per porre fine alla guerra in Darfur era stata sottoscritta dal governo sudanese e da una parte dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla), ma non da una fazione dissidente dello stesso gruppo né dall’altra formazione ribelle (il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, Jem). La mancata firma entro la fine di maggio – ha aggiunto il ministro – “indicherà il non impegno nel processo di pace”. In questo caso, ha detto ancora, l’Unione Africana “prenderà tutte le misure necessarie”, chiedendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu di imporre “sanzioni mirate”. Invano nelle ultime ore erano aumentate le pressioni per spingere i due gruppi ad aderire all’accordo di pace che dovrebbe porre fine alla guerra in Darfur, dove finora – secondo stime diffuse – vi sarebbero stati oltre 180.000 morti (fino a 300.000 stando ad alcune fonti) e circa due milioni tra sfollati e profughi nel vicino Ciad.

Ewigen
16-05-2006, 23:33
CIAD 16/5/2006 10.05
NUOVE ACCUSE CONTRO KHARTOUM

Il governo sudanese ha creato “un nuovo gruppo” ribelle per aggredire il Ciad: è la sintesi del messaggio letto ieri notte sulle frequenze della radio e della televisione pubblica ciadiana dal ministro della Comunicazione del governo di N’djamena, Hourmadji Moussa Doumgor, il quale ha precisato che le autorità sudanesi avrebbero raccolto in una nuova formazione “gruppi armati ostili al presidente Idriss Deby Itno”. Alla guida di questa nuova forza si troverebbe Mahamat Nour Abdelkerim, già a capo del gruppo armato anti-governativo Fronte unito per il cambiamento (Fuc), responsabile dell’attacco alla capitale dello scorso aprile. "Questo nuovo gruppo – ha aggiunto Doumgor - è stato creato a Khartoum e rifornito di armi e altri equipaggiamenti militari prima di essere trasferito domenica nella città di el-Geneina”, capoluogo del Darfur occidentale uno dei 3 stati che compongono l’omonima regione al confine tra Ciad e Sudan e già teatro di un conflitto interno dal febbraio 2003. Il ministro, a nome del governo ciadiano, ha poi chiesto alla comunità internazionale di intervenire “prima che sia troppo tardi” e ha sottolineato che N’djamena “si riserva il diritto di fare tutto quello che è in suo potere per respingere eventuali attacchi, da ogni parte essi provengano”.


CIAD 16/5/2006 13.51
ONU: PROSEGUE ARRUOLAMENTO FORZATO NEI CAMPI PROFUGHI

Sono stati quasi 5000 i profughi sudanesi (uomini e adolescenti) arruolati nel mese di marzo da non meglio precisati gruppi ribelli sudanesi: lo ha detto oggi al Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra Ron Redmond, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr), tornando a lanciare l’allarme su un fenomeno che, “nonostante le precedenti segnalazioni, continua a verificarsi in maniera costante” in molti dei campi creati nell’est del Ciad per accogliere i profughi del confinante Darfur. Secondo i dati diffusi da Redmond, gli arruolamenti (forzati e volontari) di giovani hanno riguardato finora soprattutto i campi di Breidjing e Treguine, entrambi nell’est del Ciad, ma più recentemente anche il grande campo di Goz Amir. “Dalle testimonianze dei rifugiati temiamo che le operazioni di reclutamento possano estendersi ulteriormente anche ad altre strutture finora risparmiate da questo fenomeno” ha detto ancora Redmond. I giovani rifugiati che sono riusciti a tornare nei campi da cui erano stati costretti a partire hanno raccontato di essere stati portati in “aree di addestramento” a ridosso della frontiera tra Ciad e Sudan, dove è stato loro insegnato a maneggiare le armi, in attesa di essere trasferiti in zone di combattimento. L’Acnur ha chiesto con urgenza al governo del Ciad di fare tutto il possibile per assicurare il carattere civile dei campo profughi. Non è chiaro su quale fronte dovrebbero essere impegnati, nelle intenzioni dei loro ‘rapitori’, i profughi sudanesi: se nel conflitto in Darfur o dall’altra parte del confine negli scontri tra i ribelli ciadiani e il governo sudanese.

Ewigen
16-05-2006, 23:36
SUDAN 16/5/2006 19.21
DARFUR: NUOVA RISOLUZIONE ONU SU RISPETTO ACCORDI DI PACE E INVIO ‘CASCHI BLU’

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha varato una nuova risoluzione, la numero 1679, per chiedere una stretta osservanza dell’accordo di pace per il Darfur firmato il 5 giugno ad Abuja (Nigeria) dal governo di Khartoum e da una parte dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) e accelerare l’invio dei ‘caschi blu’ nella regione. Nel documento, presentato dagli Usa, il Consiglio “esprime l’intenzione di adottare misure ferme ed efficaci (...) contro tutte le persone o i gruppi che violeranno o tenteranno di ostacolare l’applicazione dell’intesa”. Sul dispiegamento dei soldati Onu, in sostituzione dei militari dell’Unione Africana giudicati finora incapaci di fermare le violenze contro la popolazione civile, la risoluzione dà al Sudan una settimana di tempo per consentire l’ingresso di esperti militari in Darfur; il passaggio delle consegne dovrebbe avvenire, secondo il Consiglio, entro la fine di settembre. Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, dovrà pronunciarsi dettagliatamente sulla dimensione della nuova forza di pace e sul suo mandato, al massimo entro una settimana dal rientro della missione esplorativa in Darfur. Già ieri, il Palazzo di Vetro aveva annunciato che dal 4 al 13 giugno una delegazione di osservatori sarà in Africa per verificare gli scenari considerati più ‘caldi’: La missione farà tappa a Khartoum, poi a Juba, capitale del Sud Sudan pacificato e a el-Facher, in Darfur; in seguito si recherà in Ciad, ad Addis Abeba, sede dell’Ua, e a Brazzaville nella Repubblica del Congo.

Ewigen
18-05-2006, 00:16
UGANDA 17/5/2006 18.19
AVVIATA MEDIAZIONE, RIBELLI LRA SOSPENDONO ATTACCHI IN SUD SUDAN

“Il comandante dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) Joseph Kony si è impegnato a sospendere le ostilità in Sud Sudan e il nostro governo faciliterà la mediazione con l’Uganda”: lo ha detto oggi alla MISNA John Garang Deng, viceministro dell’Informazione del sud Sudan, dopo le notizie pubblicate dalla stampa ugandese su un possibile trattativa tra i ribelli dello Lra (Lord’s resistance army), attivi soprattutto nel nord Uganda, e le autorità di Kampala. Garang Deng ha anche confermato alla MISNA che il vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar ha incontrato nei giorni scorsi il capo dei ribelli Kony – ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja insieme ad altri 4 comandanti - nella località di Maridi, a poche decine di chilometri dal confine con la Repubblica democratica del Congo. La proposta per avviare colloqui di pace è stata poi portata dal presidente del Sud Sudan Salva Kiir al suo omologo ugandese Yoweri Museveni due giorni fa, durante la cerimonia di insediamento di quest’ultimo, riconfermato alla presidenza per altri cinque anni. “L’Uganda ha accettato il ruolo di garanzia del governo del Sud Sudan, che ha già fissato una serie di incontri con i ribelli” ha detto ancora il vice-ministro. Da Kampala, intanto, il presidente Museveni ha fatto sapere che garantirà “la sicurezza” del capo ribelle se questi accetterà di deporre le armi entro il 31 luglio, altrimenti avvierà un’azione militare congiunta con l’esercito del Sud Sudan (di fatto composto dagli ex-ribelli dell’Esercito di liberazone popolare, Spla). Non è chiaro se il riferimento alla ‘sicurezza’ di Kony sia relativo ai mandati di cattura della Corte penale internazionale contro i vertici della ribellione. Secondo osservatori locali l’iniziativa della procura della Corte dell’Aja negli ultimi mesi avrebbe compromesso le precedenti trattative di pace avviate dal governo ugandese. Garang Deng ha anche confermato che alla metà di aprile – come la MISNA aveva scritto – un gruppo di ribelli è stato prelevato dai soldati sudanesi nella zona del Parco della Garamba, nel nord della confinante Repubblica democratica del Congo, e portato in territorio sudanese. In vent’anni i ribelli dello Lra hanno ucciso – secondo stime diffuse – circa 100.000 civili soprattutto in nord Uganda, arruolato a forza 25.000 bambini-soldato provocando oltre un milione e mezzo di sfollati.




SUDAN 17/5/2006 12.01
DARFUR: ONU E UA, “PROSEGUONO SCONTRI E VIOLAZIONI TREGUA”

Mentre la diplomazia è intenta a convincere i non firmatari a sottoscrivere l’accordo di pace siglato il 5 maggio scorso da due dei principali protagonisti della guerra del Darfur, nella regione occidentale del Sudan i combattimenti, gli scontri e le violenze continuano con cadenza quasi quotidiana. Lo riferiscono fonti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, secondo cui dal giorno della firma dell’accordo si sono registrati numerosi episodi di violenza in tutti e tre gli Stati, Darfur settentrionale, occidentale e meridionale, che compongono l’omonima regione, teatro di un conflitto interno dal febbraio 2003. Secondo i resoconti settimanali della Missione dell’Onu e di quella dell’Unione Africana (Ua) in Sudan, di cui la MISNA ha preso visione, una serie di attacchi (l’ultimo solo lunedì scorso) sarebbero stati lanciati dopo la firma dell’accordo dai cosiddetti Janjaweed (le milizie di predoni arabi vicine al governo sudanese) nei villaggi intorno a Kutum, nel Darfur settentrionale. Secondo le stime raccolte da fonti locali, almeno 15 persone sarebbero morte nelle violenze, che avrebbero interessato i villaggi di Kori, Karbi e Lari Kangra. “Sono informazioni difficili da verificare, ma sembra che gli attacchi siano avvenuti intorno al villaggio di Korgat” ha detto Abdourahman Ahmed, responsabile politico dell’Ua in Sudan, alla stampa internazionale. Non sono ancora stati identificati, invece, i responsabili di un altro attacco lanciato domenica contro alcune località nei pressi di El-Gereida, nel Darfur meridionale. Sempre nella stessa zona, “oltre 300 miliziani armati appoggiati dalle forze dell’esercito regolare sudanese hanno attaccato la base dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) a Labado (60 chilometri a est di Nyala, capoluogo del Darfur meridionale) l’8 maggio scorso” si apprende dal rapporto del Uncts, l’ufficio sudanese dell’Onu. La città tuttavia, prosegue la nota, è rimasta nelle mani dei ribelli e i bilanci in circolazione riferiscono che nei combattimenti sono morte almeno 42 persone: 17 elementi dello Sla e 25 miliziani. A questi andrebbero poi aggiunti un numero imprecisato di soldati governativi morti negli scontri. L’accordo di pace del 5 maggio scorso era stato firmato, seppur con riserva, proprio dai vertici dello Sla (il principale dei gruppi ribelli attivi nel conflitto del Darfur) e dal governo di Khartoum.



REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – Innocent Kaina, considerato il fondatore del gruppo ribelle Movimento rivoluzionario del Congo (Mrc) è stato arrestato nella regione nord-orientale dell’Ituri in un’operazione della Monuc, la missione di pace dell’Onu in ex-Zaire; è stato poi trasportato all’ospedale di Bunia per curare le ferite riportate durante gli scontri con i caschi blu che lo hanno catturato.



REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 17/5/2006 13.59
BERLINO APPROVA INVIO SOLDATI IN VISTA DI ELEZIONI

Il governo tedesco ha approvato oggi il dispiegamento di propri in soldati nella Repubblica democratica del Congo nell’ambito della forza militare che l’Unione Europea invierà nel paese in vista delle elezioni del 30 luglio prossimo. Lo ha annunciato oggi il ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, precisando che il contributo di Berlino alla missione dovrebbe aggirarsi intorno agli 800 uomini e che per l’avallo formale bisognerà aspettare l’approvazione della Bundestag, la camera bassa del Parlamento, che dovrà votare la decisione il 1 giugno prossimo. Quella di Berlino (il voto del Parlamento appare abbastanza scontato, vista la maggioranza di cui in godono i partiti dell’esecutivo) sarà la prima missione militare in Africa dai tempi della fine dell’epoca coloniale. Le truppe tedesche costituiscono, insieme a quelle francesi, il nucleo della forza europea da inviare in Congo.

Ewigen
21-05-2006, 21:08
SUDAN 20/5/2006 12.19
DARFUR: MALGRADO ACCORDO DI PACE, OPERAZIONI UMANITARIE A RISCHIO

“Le prossime settimane saranno assolutamente critiche per milioni di persone in questa regione. Malnutrizione e indici di mortalità potrebbero moltiplicarsi”: lo ha detto il sottosegretario Onu agli aiuti umanitari, Jan Egeland, parlando della situazione del Darfur, dove da oltre tre anni è in corso un conflitto che la comunità internazionale non è ancora riuscita a fermare. Secondo Egeland, il futuro immediato segnerà “una cesura: possiamo andare verso la riconciliazione e la ricostruzione, oppure assistere persino a ulteriori crolli dei nostri sforzi di garantire protezione e aiuto a milioni di persone”. Il diplomatico ha sottolineato che gli attacchi contro gli operatori umanitari sono continuati e la mancanza di accesso ad alcune zone limita l’assistenza alle vittime civili; per questo, ha insistito, è “assolutamente necessario” incrementare la presenza di soldati di pace a fianco dei circa 7.000 dell’Unione Africana, incapaci finora di limitare gli attacchi delle milizie filo-governative e dei ribelli. Intanto si apprende che il Consiglio di sicurezza – dopo l’invio di due emissari di Kofi Annan a Khartoum per preparare la missione di pace dell’Onu in Darfur – ha deciso di riunirsi nella capitale sudanese alla fine di giugno per una delle rare sedute che vengono effettuate all’esterno del Palazzo di vetro di New York. L’obiettivo – secondo il giornale arabao ‘Asharq al-Awsat’ edito a Londra – è una seduta dedicata all’accordo di pace firmato in Nigeria all’inizio di tra il governo di Khartoum e una fazione di uno dei due gruppi ribelli del Darfur.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 20/5/2006 9.47
DIRITTI UMANI, È L’ESERCITO GOVERNATIVO IL PRIMO A COMPIERE VIOLAZIONI

“Le Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) sono responsabili della maggioranza dei casi di violazioni dei diritti umani che sono state oggetto di un’inchiesta nel mese di aprile 2006”: lo scrive la sezione diritti umani della Missione dell’Onu in ex-Zaire (conosciuta come Monuc), in un dettagliato documento reso pubblico ieri. Esprimendo “preoccupazione per l’aumento di casi di violazioni delle libertà civiche”, gli esperti dell’Onu li hanno registrati soprattutto nelle province dell’Ituri (nord-est), del Nord e sud Kivu (est, la regione più instabile del Paese) e nell’Equatore (nord). Decine di casi di esecuzioni extra-giudiziali, stupri, saccheggi e abusi di potere sono stati commessi dai soldati del riunificato esercito congolese, che comprende alcuni degli ex-gruppi ribelli protagonisti del conflitto del 1998-2003, ma anche dalla polizia nazionale e dalla Guardia presidenziale del capo di Stato Joseph Kabila. Il rapporto indica anche numerosi casi di arresti di personalità politiche o di militanti di partiti, in relazione alle prossime elezioni presidenziali e legislative del 30 luglio. Rispetto ai 70 casi di violenze attribuite all’esercito, sembrano relativamente ridotti (“solo” 11) quelli di cui sono stati responsabili i gruppi armati ribelli, in particolare le ex-milizie filogovernative Mayi-Mayi e le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), gli estremisti hutu accusati di coinvolgimento nel genocidio ruandese del 1994; questi ultimi avrebbero dovuti essere disarmati già da anni: la loro smobilitazione era uno degli obiettivi principali della Monuc (la missione di pace più costosa del mondo, poco meno di un miliardo di euro all’anno), invece sono ancora attivi nell’est del Congo.

Ewigen
22-05-2006, 12:42
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 22/5/2006 9.51
ITURI: OPERAZIONE CONTRO UNO DEGLI ULTIMI GRUPPI RIBELLI

Un numero imprecisato di ribelli – 9 secondo alcune fonti, 32 stando ad altre – è stato ucciso in un’operazione militare condotta dall’esercito governativo con l’appoggio della missione dell’Onu nel tormentato distretto dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica democratica del Congo. Circa 3.000 soldati e 500 ‘caschi blu’ sabato scorso hanno cercato di riprendere il controllo della località di Tchey, roccaforte delle milizie del Movimento rivoluzionario congolese (Mrc), che avrebbero risposto con armi pesanti e colpi di mortaio. Stando a informazioni in circolazione stamani sulla stampa locale, ieri i ribelli - alcune centinaia, forse un milgliaio - avrebbero lanciato una controffensiva per poi comunque abbandonare la località. I militari dell’Onu – in particolare il contingente del Bangladesh – hanno appoggiato con mezzi blindati ed elicotteri i soldati congolesi, che in queste ore sono ancora impegnati per prendere il controllo della zona di Tchey. Secondo un portavoce delle Forze armate congolesi (Fardc), almeno quattro militari sarebbero stati uccisi. I ribelli di questo gruppo sono tra gli ultimi attivi in Ituri, dove la guerra del 1998-2003 ha provocato – secondo stime Onu – oltre 50.000 vittime e mezzo milione di sfollati. Altre formazioni armate, sostenute da Uganda e Rwanda per sfruttare illegalmente le enormi ricchezze naturali di questa parte dell’ex-Zaire, sono stati in parte disarmati e i loro comandanti arrestati; uno di loro è già stato trasferito alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, in Olanda, per rispondere di crimini di guerra. La missione Onu in Congo (conosciuta come Monuc) sta cercando di eliminare gli ultimi movimenti ribelli attivi soprattutto nell’est del paese alla vigilia delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 30 luglio, le prime multipartitiche dopo 41 anni. Per il voto, è previsto il dispiegamento – accanto ai circa 17.000 caschi blu dell’Onu, di altri 1.400 soldati europei, probabilmente francesi e tedeschi con l’obiettivo di garantire sicurezza.


SUDAN 22/5/2006 9.01
DARFUR: ANCORA VITTIME CIVILI, IN ARRIVO INVIATO ONU

Almeno sessanta civili sono stati uccisi in recenti attacchi compiuti in diverse località del Darfur malgrado l’accordo di pace firmato all’inizio di maggio in Nigeria da una parte dei ribelli attivi in questa regione del Sudan: lo hanno denunciato osservatori dell’Unione Africana (Ua) e dell’Onu. “Abbiamo assistito a un’impennata di attacchi nell’ultima settimana” ha detto Moussa Hamani, il responsabile dell’ufficio informazione del contingente panafricano schierato in Darfur con 7.300 soldati. La missione Onu presente a Khartoum – incaricata per ora di vigilare la tregua tra Nord e Sud Sudan ma che presto potrebbe dispiegare ‘caschi blu’ anche in Darfur – ha intanto affermato di aver ricevuto notizie di un attacco delle forze governative contro i cosiddetti ‘Janjaweed’ (letteralmente ‘diavoli a cavallo’), i predoni di origine araba accusati di aver compiuto gravi violazioni contro la popolazione nera con l’appoggio dell’esercito. L’accordo di pace prevede il loro disarmo, ma secondo l’Onu Nazir Tigani – un leader locale dei ‘Janjaweed’ - ha detto che il suo gruppo non cederà le armi. Le stesse fonti riferiscono anche di attacchi compiuti dai ribelli di una fazione dissidente dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla), che non hanno firmato il documento di pace ad Abuja. “Il problema – ha concluso il responsabile dell’Ua – è che ognuno vuole garantirsi il territorio più ampio possibile prima della tregua e dell’effettivo disarmo”. Domani dovrebbe arrivare nella capitale Khartoum l’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi, già impegnato in Afghanistan ed Iraq; il suo compito è di preparare la missione del contingente di pace dell’Onu in Darfur, che il governo del Sudan ha a lungo rifiutato ma che ora sembra disposto ad autorizzare.

Ewigen
23-05-2006, 12:41
SUDAN 23/5/2006 3.18
EST, RILASCIATI TRE ESPONENTI DELL’OPPOSIZIONE IN VISTA DI COLLOQUI

I tre membri del principale partito d’opposizione a matrice etnica dell’est del Sudan arrestati due mesi fa a Kassala, perché accusati di essersi recati in zone controllate dai gruppi armati dei Beja, sono stati rilasciati. Lo ha detto il segretario generale del ‘Partito del Congresso dei Beja’, Abdallah Moussa Abdallah, egli stesso arrestato e detenuto per alcuni mesi lo scorso anno dopo che la polizia aveva aperto il fuoco contro una marcia pacifica a Port Sudan, uccidendo almeno 14 persone. Il rilascio degli ultimi detenuti politici nell’est, richiesto dall’opposizione, dovrebbe aprire la strada ai colloqui di pace che si spera pongano fine a decenni di tensioni tra il governo centrale sudanese e i gruppi armati della comunità etnica dei Beja. Questi ultimi, come le loro controparti nel Darfur occidentale e nel Sud Sudan, accusano il governo di discriminare le periferie, pur sfruttandone le risorse naturali. L’est del paese colpito dalla recente siccità, presenta uno dei più alti tassi di malnutrizione del paese, pur ospitando la più grande miniera d’oro, il principale porto e il maggiore oleodotto del paese. I colloqui di pace si terranno ad Asmara, la capitale dell’Eritrea, accusata in passato dal governo di Khartoum di sostenere e armare i gruppi ribelli dell’est e del sud. L’avvio dei negoziati era previsto entro la fine di maggio, ma Abdullah non ha confermato la data.

Ewigen
25-05-2006, 12:39
SUDAN 25/5/2006 10.27

DARFUR: GOVERNO PER ORA CONTRARIO A INVIO MISSIONE DI PACE ONU
L’esecutivo di Khartoum ha espresso la sua contrarietà al dispiegamento dei ‘caschi blu’ in Darfur, quando è ormai scaduta la settimana di tempo fissata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per ottenere l’autorizzazione all’ingresso in Sudan di una ‘missione esplorativa’ incaricata di studiare tempi e modi per il passaggio di consegne tra i soldati dell’Unione Africana (Ua) e le forze Onu nella regione occidentale. “Il governo non accetta l’invio di forze straniere in base al capitolo VII” ha detto ai giornalisti il consigliere del presidente Omar el-Beshir, Majzoub al-Khalifa Ahmed, in riferimento alle disposizioni della Carta dell’Onu che prevedono l’uso della forza “per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. Khartoum “non si oppone all’aumento delle forze di pace dell’Ua in Darfur, se la misura è volta a stabilizzare la situazione” ha aggiunto Ahmed, ribadendo quanto manifestato a più riprese nei mesi scorsi dalle autorità sudanesi e giudicando “non necessaria la missione di valutazione Onu, perché esistono già elementi sufficienti portati dall’Ua su cosa sta succedendo in Darfur”. Anche il ministro degli Esteri, Lam Akol, ha confermato che Khartoum non consentirà all’Onu di entrare in Darfur, dopo un incontro con l’inviato speciale di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi: “Il ministro ha spiegato la posizione del Sudan sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza, rilevando che l’accordo di pace per il Darfur – firmato il 5 maggio ad Abuja (Nigeria) dal governo di Khartoum e una parte dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) – non prevede nei passaggi relativi alla sicurezza alcun ruolo per l’Onu né per alcuna altra parte, eccetto l’Ua” ha riferito il portavoce del dicastero Jamal Mohamed Ibrahim. Il tentativo dell’inviato di Annan, di ottenere l’avallo al dispiegamento dei ‘caschi blu’ sembrerebbe dunque sostanzialmente fallito, ma l’esito finale si conoscerà più tardi in giornata dopo un incontro in programma tra Brahimi e el-Beshir; Brahimi lascerà il Sudan domattina.

Ewigen
28-05-2006, 10:21
SUDAN 27/5/2006 9.06
KHARTOUM ANNUNCIA VISITA UFFICIALE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al completo si recherà in Sudan dal 5 al 10 giugno per una visita ufficiale. Lo ha detto oggi l’ambasciatore sudanese al Palazzo di Vetro, Omer Bashir, parlando con l’agenzia di stampa sudanese ‘Suna’, alla quale ha precisato che la visita dei 15 membri del Consiglio prevede una serie di incontri con i massimi responsabili del governo nazionale e delle amministrazioni locali della regione del Darfur, la zona occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze e in cui si fa sempre più probabile la possibilità di un dispiegamento di una missione Onu a difesa dei civili. La visita avverrà all’interno del viaggio che il Consiglio di Sicurezza farà in Africa in quello stesso periodo e che vedrà gli esponenti del massimo organo decisionale dell’Onu toccare vari paesi africani.

Ewigen
29-05-2006, 21:53
SUDAN 29/5/2006 10.50
DARFUR: IMBOSCATA CONTRO PATTUGLIA MISSIONE AFRICANA

Un soldato della Missione di verifica dell’Unione Africana (Ua) è stato ucciso e un altro è rimasto ferito nel corso di un’imboscata tesa a una pattuglia dell’Ua non lontano da un accampamento del contingente africano nel Darfur occidentale, uno dei 3 stati che compone l’omonima regione occidentale sudanese. Lo hanno fatto sapere fonti delle Nazioni Unite in una nota in cui si precisa che l’attacco è stato condotto da un “numero imprecisato di aggressori, compreso tra i 6 e i 12 (…) armati con lanciarazzi e mitragliatori”. Per il momento non si conosce ancora l’identità degli aggressori. Nonostante l’accordo di pace siglato il 5 maggio scorso dai due principali protagonisti del conflitto del Darfur – il governo di Khartoum e i ribelli dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla/m) – l’insicurezza sul terreno resta ancora estremamente alta.


REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/5/2006 13.15
ITURI: ATTACCO CONTRO CASCHI BLU, ALMENO UNA VITTIMA

Almeno un componente della missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc) è stato ucciso ieri nei pressi di Mahagi, a nord di Bunia, capoluogo della turbolenta provincia orientale congolese dell’Ituri. La MISNA lo ha appreso da fonti Onu, le quali precisano che nell’attacco lanciato da alcuni miliziani armati contro i caschi blu sarebbero rimasti feriti altri elementi della missione Onu. Secondo Radio Okapi, l’emittente radiofonica della Monuc, l’attacco contro i caschi blu sarebbe stato lanciato dai miliziani del Fni, uno dei gruppi armati che non hanno mai deposto le armi.

Ewigen
29-05-2006, 21:56
SUDAN 29/5/2006 17.24
DARFUR, MEDIAZIONE SLOVENA PER CONVINCERE GRUPPI ARMATI AD ACCORDO

“Non firmeremo quest’accordo finché non ci saranno cambiamenti radicali: un governo regionale reale per il Darfur e la ricostruzione della regione, risarcimenti per la nostra gente e un’onesta ripartizione delle riforme”: lo ha detto Khalil Ibrahim, presidente del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) che – insieme alla fazione dissidente del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Abdel Wahed Mohammed al-Nur – ha respinto l’accordo di pace per la regione occidentale del Darfur, firmato il 5 maggio scorso dal governo di Khartoum e dalla principale fazione dello Slm guidata da Minni Arcua Minnawi. Ibrahim ha aggiunto che domani si recherà a Lubiana, in Slovenia, dove – presente anche una delegazione della fazione dissidente dello Slm – si tenterà di trovare un terreno comune di dialogo tra i due gruppi ribelli e i mediatori dell’Unione Africana (Ua) che li hanno minacciati di sanzioni se non sottoscriveranno l’accordo entro il 31 maggio. “La Slovenia – ha precisato – sta cercando di trovare una via d’uscita. Noi presenteremo le nostre posizioni. Se potranno aggiungere emendamenti all’accordo, bene; se no, non penso ci possa essere una soluzione”. Intanto, riguardo all’imboscata tesa a una pattuglia della Missione di verifica dell’Ua in Darfur e all’uccisione di un soldato del contingente africano di cui è stata data notizia stamani, una fonte dell’Onu ha precisato che l’attacco è avvenuto venerdì scorso a circa 2 chilometri dalla base dell’Ua a Masteri, presso il confine sudoccidentale con il Ciad, e che la stessa base è stata attaccata durante la notte. Tra i molti soldati feriti, uno è in pericolo di vita. L’area al confine con il Ciad è stata più volte assaltata dai Janjaweed, le milizie di predoni arabi sostenuta dall’esercito sudanese.

Ewigen
30-05-2006, 12:38
CIAD 30/5/2006 6.33
DEBY CONFERMATO PRESIDENTE, MA CON MENO VOTI

Il Consiglio costituzionale del Ciad ha confermato la vittoria di Idriss Deby alle elezioni presidenziali del 3 maggio scorso, pur rivedendo al ribasso la percentuale di votanti che lo hanno scelto per il terzo mandato consecutivo. Secondo i dati definitivi diffusi dal Consiglio costituzionale, Deby ha vinto col 64,67% e non con il 77,53% inizialmente assegnatogli dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) il 14 maggio scorso. Il consiglio ha abbassato anche i dati relativi all’affluenza, passati dal 61,4% diffuso al 53,8% sancito definitivamente. Divenuto presidente nel 1990 dopo un colpo di stato,Deby era stato già eletto nel 1996 e nel 2001. L’opposizione aveva respinto i risultati elettorali diffusi dalla Ceni, definendo le elezioni del 3 maggio “una messa in scena grottesca". In seguito al boicottaggio dell'opposizione, il presidente in carica si era trovato ad affrontare quattro sfidanti tutti ritenuti vicini alla sua amministrazione. Da mesi Deby deve fare i conti con una forte opposizione politica ma anche in parte armata, acuitasi dopo le modifiche apportate alla Costituzione per consentirgli il terzo mandato.

Ewigen
30-05-2006, 12:39
UGANDA 29/5/2006 20.11
GOVERNO IRRITATO PER FONDI SUD SUDAN A CAPO RIBELLI

Forte risentimento è stato espresso dal governo ugandese per la consegna di circa 20.000 dollari in contanti al comandante dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), Joseph Kony, da parte del vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar durante un incontro avvenuto all’inizio di maggio con l’obiettivo di avviare una mediazione. Lo scrive la stampa sudanese, indicando che le autorità di Kampala temono che con quei denari il famigerato comandante possa acquistare armi per proseguire attacchi contro la popolazione civile del nord Uganda che durano ormai da 20 anni e che hanno finora provocato circa 1,5 milioni di sfollati. “Prima di consegnare i soldi avrebbero dovuto esserci delle discussioni e un chiaro impegno al dialogo” ha detto Henry Ocello Oryem, ministro del nuovo governo ugandese. La consegna del denaro è stata resa nota grazie alla videoregistrazione dell’incontro tra Kony e il vicepresidente del Sud Sudan, che ha avviato una trattativa per convincere al dialogo i ribelli dello Lra, i quali hanno basi nelle zone meridionali del territorio sudanese. Le autorità del Sud Sudan – cioè gli ex-ribelli indipendentisti saliti al potere nel 2005 dopo l’accordo di pace con Khartoum – hanno dichiarato di voler facilitare il negoziato tra i miliziani di Kony e il governo di Kampala, mettendo fine anche agli attacchi dei ribelli sul proprio territorio. Kony, nel filmato – il primo in tanti anni - afferma di essere pronto alla pace e al dialogo con le autorità di Kampala. Il presidente ugandese Yoweri Museveni, da parte sua, ha concetto a Kony fino alla fine di luglio per arrendersi e non consegnarlo alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, che ha incriminato il capo ribelle e altri 4 comandanti per crimini di guerra e contro l’impunità. Contattata dalla MISNA, la procura della Cpi non ha voluto commentare la scelta di consegnare denaro a Kony, limitandosi a richiamare – attraverso un portavoce – la dichiarazione con cui nei giorni scorsi il procuratore capo Luis Moreno Ocampo ribadiva a Uganda, Sudan e Repubblica democratica del Congo la necessità di arrestare i cinque ricercati.

Ewigen
30-05-2006, 12:44
UGANDA 30/5/2006 12.31
ANCHE CONTROVERSO FRATELLO PRESIDENTE TRA NUOVE NOMINE GOVERNATIVE

Il Parlamento di Kampala ha approvato l’elenco dei 65 ministri e viceministri del nuovo governo, tra cui il fratello del presidente Yoweri Museveni, il generale Salim Saleh, già accusato in un rapporto dell’Onu del 2003 di sfruttamento illegale delle risorse naturali durante l’occupazione ugandese nella confinante Repubblica democratica del Congo. Lo scrive stamani la stampa locale, precisando che l’approvazione dei nuovi componenti del governo – anche se in realtà mancano ancora 4 nomi – fa parte di una complessa procedura. La scorsa settimana l’apposito comitato parlamentare aveva parzialmente respinto una prima proposta del presidente Museveni, che in base la legge deve inviare ai deputati un elenco di nomi e soltanto dopo tale approvazione può assegnare i diversi ministeri. Secondo il quotidiano ’Monitor’ , la lista aggiornata – con 33 nuove nomine – ha ottenuto il necessario ‘via libera’ parlamentare. Assai contrastata, scrive il quotidiano, l’autorizzazione a far parte del nuovo governo per Salim Saleh, fratello del capo di Stato: oltre alle gravi accuse lanciate dagli esperti Onu incaricati di individuare i responsabili dello sfruttamento illegale di diamanti, oro, legname e coltan dell’ex-Zaire, il generale era stato al centro di uno scandalo per l’acquisto di due elicotteri dalla Bielorussia e lo stesso governo, nel novembre 2003, ne aveva chiesto il rinvio a giudizio. I giornali locali scrivono che il generale Saleh, il cui vero nome è Kaleb Akandwanaho, è considerato uno dei businessman più ricchi dell’Africa orientale; ha interessi diretti nel settore minerario, bancario, edile, della sicurezza e delle compagnie aeree locali. Nel 1998, dopo un’operazione poco trasparente di acquisto del 49 per cento della Banca commerciale ugandese, fu costretto a dimettersi dal ruolo di consigliere per la sicurezza militare di Museveni. In compenso venne rapidamente nominato alla guida dei riservisti dell’esercito.

Ewigen
30-05-2006, 22:04
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/5/2006 14.49
ITURI: ONU CHIEDE RILASCIO "CASCHI BLU" SEQUESTRATI DA RIBELLI

L’immediato e incondizionato rilascio dei sette caschi blu nepalesi catturati da un gruppo ribelle nel nord-est della Repubblica democratica del Congo è stato chiesto oggi dal portavoce della missione di pace dell’Onu (conosciuta come Monuc), Kemal Saiki. Ieri sera lo stesso portavoce aveva confermato il sequestro dei militari del contingente internazionale – che ne conta 17.000 in tutto l’ex-Zaire – da parte di miliziani legati probabilmente al Fronte nazionalista integrazionista (Fni), una delle ultime fazioni armate ancora attive nella provincia dell’Ituri. Parlando a ‘Radio Okapi’, emittente radiofonica della Monuc, Saiki ha detto oggi che “ritiene personalmente responsabile” della sorte dei caschi blu Peter ‘Karim’ Udaga, un ex-capo locale del Fni. I caschi blu sono stati sequestrati durante un’operazione militare condotta dall’esercito congolese a nord del capoluogo Bunia, nella quale un soldato nepalese è rimasto ucciso e altri tre feriti. La Monuc, intanto, si sarebbe messa in contatto con i ribelli che – secondo voci non controllate raccolte già ieri dalla MISNA a Bunia – avrebbero chiesto un riscatto per il rilascio dei caschi blu. Il gruppo comandato dallo stesso Karim – il suo nome compare anche in un’inchiesta dell’Onu sul traffico illegale di risorse minerarie nella zona - è accusato di attacchi contro altri caschi blu e dell’uccisione di un militare nepalese nel marzo 2005. Malgrado la presenza di migliaia di soldati della Monuc, l’Ituri continua a essere una delle regioni più instabili dell’ex-Zaire. Secondo l’Onu, circa 15.000 ribelli hanno deposto le armi, ma un numero impreciso di uomini armati – forse alcune migliaia - continuano a costituire una minaccia per la popolazione. Proprio in queste ore, alcuni operatori di agenzie umanitarie dell’Onu hanno trovato deserta la località di Aveba, una settantina di chilometri a sud di Bunia. Nei giorni scorsi era stata lanciata anche un’altra operazione militare in un’altra zona non lontano dal capoluogo, con l’obiettivo di eliminare i gruppi armati ancora operativi, impegnati soprattutto a difesa dello sfruttamento illegale delle risorse naturali, a vantaggi dei paesi confinanti e di società internazionali.

Ewigen
31-05-2006, 12:33
UGANDA 31/5/2006 9.03
SUD SUDAN DIFENDE AIUTO ECONOMICO A RIBELLI UGANDESI

Consegnare 20.000 dollari in contanti al capo dei ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) “era l’unico modo per fermare le uccisioni e le violenze contro i sud-sudanesi”: lo ha detto il vicepresidente sudan Salva Kiir, difendendo la scelta di avviare la mediazione con questo gesto, criticato duramente dalle autorità ugandesi. “Sono sicuro – ha aggiunto – che quando inizieremo i colloqui tra Joseph Kony e il governo dell’Uganda, in poco tempo porteremo la pace in nord Uganda e questo la porterà anche in Sud Sudan”. All’inizio di maggio il vicepresidente sud-sudanese Riek Machar aveva incontrato il famigerato capo dello Lra al confine con la Repubblica democratica del Congo per avviare una mediazione e porre fine agli attacchi dei ribelli sia nel Sud Sudan, dove da anni mantengono le loro basi, che in nord Uganda, dove le aggressioni armate hanno provocato 1,5 milioni di sfollati. Kony e altri 4 comandanti sono ricercati dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja per crimini contro l’umanità; per questo motivo – secondo alcuni osservatori – avrebbe abbandonato la sua base in Sud Sudan per cercare rifugio nelle foreste del nord dell’ex-Zaire. Il governo ugandese ha dato tempo fino al 31 luglio al capo ribelle per arrendersi, ma la Cpi – che non ha una sua forza di polizia – ne chiede l’arresto. Il Sudan, da parte sua, ha finora rifiutato la collaborazione con la Corte dell’Aja su un altro fascicolo riguardante gravi violazioni dei diritti umani avvenute in Darfur.

Ewigen
01-06-2006, 12:40
CIAD 31/5/2006 19.49
N’DJAMENA ACCUSA SUDAN DI “INGERENZA”, KHARTOUM NEGA E APRE A DIALOGO

Una richiesta di esercitare pressioni perché il Sudan “sospenda il suo sostegno ai ribelli che vogliono rovesciare il governo del Ciad” è stata rivolta oggi ai Paesi della Comunità degli stati del Sahel-Sahara (Cen-Sad) dal ministro degli esteri di N’Djamena, Ahmat Allami. “Il Sudan ha superato i limiti, ci aggredisce e noi siamo le vittime” ha detto il capo della diplomazia del Ciad a margine della riunione dei ministri degli esteri dell’organismo regionale a Tripoli, in Libia. Il suo omologo sudanese, Lam Akol, ha tuttavia negato ogni ingerenza, spiegando che le autorità di Khartoum “sono pronte a risolvere il contenzioso”. Dal 2003 la guerra nella confinante regione sudanese del Darfur ha esacerbato i rapporti tra i due paesi, anche perché oltre 200.000 rifugiati sono da tempo ospitati nell’est del Ciad. Khartoum e N’Djamena si accusano a vicenda di sostenere le relative ribellioni; nei mesi scorsi le tensioni hanno provocato la rottura delle relazioni diplomatiche. Il Ciad è stato a lungo mediatore nel conflitto del Darfur, ma ha poi abbandonato il tavolo della trattativa accusando il Sudan di sostenere i ribelli ciadiani attivi nell’est del paese, che a metà aprile tentarono di rovesciare il presidente Idriss Deby, da poco riconfermato al potere dopo una consultazione boicottata dall’opposizione.

Ewigen
01-06-2006, 23:32
SUDAN 1/6/2006 10.49
DARFUR, NESSUN ACCORDO DI PACE A SCADENZA ULTIMATUM

È scaduto senza alcuna novità l’ultimatum imposto dall’Unione Africana (Ua) ai due gruppi ribelli che non hanno ancora firmato l’accordo di pace per il Darfur: entro la mezzanotte di ieri avrebbero dovuto accettare il piano già sottoscritto dal governo del Sudan e da una fazione armata. È fallito anche il tentativo di mediazione avanzato negli ultimi giorni dalla Slovenia. “L’accordo è inaccettabile per la gente del Darfur e del Sudan, perché minaccia e ignora l’identità del Darfur” ha detto Khalil Ibrahim, capo del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), aggiungendo che il suo gruppo – considerato il meno organizzato sul terreno dal punto di vista militare – intende comunque continuare la trattativa chiedendo ulteriori concessioni. Secondo Khalil il documento firmato lo scorso 5 maggio in Nigeria dal governo del Sudan e da una fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (Slm) è stato appoggiato dalla comunità internazionale “non perché utile al Darfur”, ma perché la regione è diventata teatro di “contrapposti interessi economici e politici”. Intanto si è appreso che il vicepresidente sudanese Salva Kiir – capo del movimento ex-ribelle al potere nel Sud-Sudan dopo gli accordi di pace del 2005 – incontrerà entro tre giorni nella città di Yei i leader delle due fazioni rivali dello Slm con l’obiettivo di far accettare il piano di pace anche ai dissidenti guidati da Mohamed al-Nur, i quali hanno finora respinto l’accordo. Segnali di distensione, almeno a parole, arrivano anche da Khartoum, dove il capo di Stato maggiore dell’esercito ha detto che il disarmo delle milizie arabe janjaweed – accusate di gravi violazioni dei diritti umani contro la popolazione nera del Darfur – “è questione di giorni”. L’accordo di pace firmato ad Abuja all’inizio di maggio prevedeva la smobilitazione completa e verificabile di queste bande armate entro la metà di ottobre. Il disarmo, ha spiegato un portavoce delle forze armate, avverrà in due fasi: la prima volontaria, per la quale i Janjaweed riceveranno una compensazione economica, la seconda invece sarà obbligatoria. Si calcola che dall’inizio del 2003 decine di migliaia di civili siano stati uccisi da janjaweed, ribelli e soldati governativi (fino a 300.000 secondo alcune stime); oltre 2 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare case e villaggi, oltre 200.000 sono rifugiate in Ciad.

Ewigen
01-06-2006, 23:33
UGANDA 1/6/2006 11.11
RIBELLI LRA, SUD SUDAN PREPARA COLLOQUI CON GOVERNO KAMPALA

Entro un paio di settimane potrebbero iniziare i colloqui tra i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) e il governo dell’Uganda, con la mediazione del Sud Sudan: lo ha detto alla MISNA John Garang Deng, viceministro dell’informazione sud-sudanese. “Non abbiamo ancora fissato una data né un luogo, ma i contatti stanno procedendo in modo positivo” ha detto Garang Deng. Stamani il quotidiano ugandese ‘New Vision’ scrive che settimana prossima si potrebbe svolgere un primo incontro nella capitale sud-sudanese Juba. “Per ora confermiamo che ci sono trattative dirette con i ribelli e che il vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar è pronto a incontrarli di nuovo” ha detto ancora Garang Deng alla MISNA, parlando al telefono da Juba. Machar ha incontrato il capo dello Lra Joseph Kony all’inizio di maggio in una località al confine con la Repubblica democratica del Congo: il colloquio è stato videoregistrato ed ha avuto un’ampia eco sui mass-media perché il fantomatico comandante ribelle è apparso per la prima volta in pubblico e, tra l'altro, ha ricevuto 20.000 dollari in contanti dal vicepresidente del Sud Sudan. Da 20 anni i miliziani dello Lra compiono violenze nel nord Uganda e, più di recente, in Sud Sudan, dove lo Lra ha a lungo avuto le sue basi (secondo molti osservatori, con la protezione del governo di Khartoum). Da alcuni mesi i ribelli si trovano nella zona del Parco della Garamba, nell’estremo nord-est dell’ex-Zaire, dove la loro presenza era stata confermata anche da fonti della MISNA. Nell’incontro con il vicepresidente sud-sudanese, Kony si è impegnato a fermare gli attacchi contro la popolazione. “Da quel momento non si sono registrate aggressioni” ha confermato alla MISNA Garang Deng. Le autorità ugandesi hanno concesso a Kony fino alla fine di luglio per accettare un piano di pace e arrendersi, promettendo in cambio non meglio precisate “garanzie”. Kony, insieme a 4 comandanti ribelli, è ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi), con l'accusa di crimini di guerra e contro l’umanità: nei giorni scorsi la Procura della Cpi – che non dispone di una propria forza di polizia – ha ribadito a Uganda, Sudan e Congo la richiesta di arresto di Kony e degli altri capi ribelli.

Ewigen
01-06-2006, 23:34
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/6/2006 11.45
CRIMINI DI GUERRA, RINVIATA UDIENZA ALL'AJA PER TIMORI SICUREZZA TESTIMONI

La necessità di garantire ulteriori misure di sicurezza a vittime e testimoni di crimini di guerra nella Repubblica democratica del Congo ha provocato il rinvio della seconda apparizione dell’ex-capo ribelle Thomas Lubanga davanti ai giudici della Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi): lo ha detto il procuratore Luis Moreno Ocampo incontrando i giornalisti. La cosiddetta udienza di conferma – relativa alle accuse per le violenze contro i civili nella regione nord-orientale dell’Ituri - era stata fissata a fine giugno: “La Procura – ha spiegato Moreno Ocampo – ha chiesto un rinvio a causa della necessità di assicurare misure di sicurezza più adeguate per le vittime e i testimoni”. Lubanga, 45 anni, è il primo detenuto presso la Cpi, l’unico tribunale mondiale con competenze relative a violazioni dei diritti umani e genocidio, istituito nel luglio 2002. L’ex-capo ribelle, arrestato in Ituri nel 2005, è stato trasferito all’Aja lo scorso 20 marzo, dove tra l’altro gli sono state contestate accuse di reclutamento di bambini-soldato. Testimoni oculari della MISNA confermano di aver visto ragazzini e bambini tra le fila dei suoi miliziani, in particolare nel capoluogo Bunia nel giugno 2003, quando Lubanga – all’epoca capo dell’Unione patrioti congolesi (Upc), una formazione legata alla comunità Hema - prese il controllo del capoluogo dell’Ituri malgrado la presenza di circa 700 ‘caschi blu’ uruguayani della missione di pace dell’Onu. Il suo è uno dei numerosi gruppi armati attivi nel nord-est del Congo nel periodo della guerra 1998-2003, che in quell’area secondo fonti umanitarie ha provocato circa 50.000 vittime e mezzo milione di sfollati. Anche dopo l’accordo di pace, gruppi ribelli sostenuti da Uganda e Rwanda sono rimasti attivi soprattutto per difendere lo sfruttamento illegale delle ricche risorse minerarie. La missione Onu (Monuc) ha disarmato migliaia di ribelli, ma un numero impreciso è ancora attivo, come conferma il sequestro di questi giorni di sette soldati nepalesi del contingente internazionale.

Ewigen
01-06-2006, 23:56
RD CONGO – L’immediato rilascio dei sette ‘caschi blu’ nepalesi della missione di pace dell’Onu (Monuc) sequestrati dai ribelli nel nord-est del Congo è stato richiesto dal segretario generale Kofi Annan, che ha anche deplorato l’uccisione di un militare della Monuc durante un’operazione contro gruppi armati nella regione dell’Ituri.

Ewigen
01-06-2006, 23:57
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/6/2006 22.12
PARLAMENTO TEDESCO APPROVA INVIO SOLDATI IN VISTA ELEZIONI

L’invio di soldati tedeschi nell’ambito della forza militare che l’Unione europea dispiegherà nella Repubblica democratica del Congo in vista delle elezioni del 30 luglio ha avuto l’ultimo ‘imprimatur’: con 440 voti favore, 135 contrari e sei astensioni, anche il Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco, ha approvato la missione, nonostante lo scetticismo popolare. Verranno inviati 780 uomini: 500 soldati e 280 operatori logistici e sanitari. Appena ieri un sondaggio commissionato a ‘Forsa’ dalla rivista ‘Stern’ aveva rivelato che il 57% dei tedeschi è contrario alla missione, avversata tra l’altro dai politici dell’opposizione che denunciano difetti strategici. Ciononostante sarà proprio la Germania, insieme alla Francia, a guidare la missione ‘Eurofor R. D. Congo’ che per quattro mesi vedrà i contingenti di 16 paesi europei impegnati nello stato africano e lungo il confine con le nazioni vicine. La Germania la guiderà dal suo quartiere generale, Potsdam, nei pressi di Berlino, la Francia invece da un centro di controllo nella stessa Repubblica democratica del Congo. L’avallo formale europeo probabilmente arriverà il 12 giugno, quando i ministri degli Esteri europei si incontreranno in Lussemburgo, mentre già pochi giorni dopo verranno inviati i primi contingenti.

Ewigen
03-06-2006, 12:24
UGANDA 3/6/2006 11.49
NUOVO GOVERNO, FRATELLO PRESIDENTE MINISTRO DELLE FINANZE

Ha sollevato dure critiche la nomina a ministro delle finanze dell’ex-generale Salim Saleh, controverso fratello del presidente Yoweri Museveni: ha giurato ieri insieme ad altri 68 tra titolari di dicasteri e viceministri, malgrado il suo precedente coinvolgimento in scandali finanziari. Saleh è tra l’altro accusato in un rapporto dell’Onu del 2003 di sfruttamento illegale delle risorse naturali durante l’occupazione ugandese nella confinante Repubblica democratica del Congo. Per Wafula Oguttu, del principale partito di opposizione, Saleh “è conosciuto per la sua scorretta gestione di fondi pubblici e non è saggio assegnarli questo incarico perché potrebbe provocare delle perdite finanziarie”. Museveni, che a febbraio ottenne il terzo mandato presidenziale, ha detto che suo fratello ha le caratteristiche per guidare il ministero della finanza. Oltre alle gravi accuse lanciate dagli esperti Onu incaricati di individuare i responsabili dello sfruttamento illegale di diamanti, oro, legname e coltan dell’ex-Zaire, il generale era stato al centro di uno scandalo per l’acquisto di due elicotteri dalla Bielorussia e lo stesso governo, nel novembre 2003, ne aveva chiesto il rinvio a giudizio e venne successivamente prosciolto. I giornali locali scrivono che il generale Saleh, il cui vero nome è Kaleb Akandwanaho, è considerato uno dei businessman più ricchi dell’Africa orientale; ha interessi diretti nel settore minerario, bancario, edile, della sicurezza e delle compagnie aeree locali. Nel 1998, dopo un’operazione poco trasparente di acquisto del 49 per cento della Banca commerciale ugandese, fu costretto a dimettersi dal ruolo di consigliere per la sicurezza militare di Museveni. In compenso venne rapidamente nominato alla guida dei riservisti dell’esercito.

Ewigen
03-06-2006, 19:03
SUDAN 3/6/2006 13.45
DARFUR: ACCORDO DI PACE, MANCANO LE FIRME MA RESTANO LE SPERANZE

Malgrado la scadenza dell’ultimatum imposto dall’Unione Africana (Ua) ai ribelli che non hanno firmato l’accordo di pace sul Darfur all’inizio di maggio, stando alle dichiarazioni di esponenti di alcuni gruppi armati dissidenti ci sarebbero possibilità di sottoscrivere l’intesa. Rappresentanti delle due formazioni che finora hanno respinto il piano di pace dell’Ua – un’ala del Movimento per la liberazione del Sudan (Slm) e il Movimento per l’uguaglianza e la giustizia (Jem) – hanno detto che l’Unione Africana starebbe preparando ulteriori appositi documenti da firmare nei prossimi giorni. Nessuna conferma ufficiale, per ora, da parte dell’organismo panafricano, che per mesi ha promossi i colloqui di pace di Abuja, in Nigeria, con l’obiettivo di fermare il conflitto in Darfur che - secondo stime Onu - dal marzo 2003 ha provocato oltre 300.000 vittime e più di 200.000 tra sfollati e rifugiati nel vicino Ciad. Intanto il Sudan avrebbe chiesto un aumento dei circa 7.000 soldati di pace dell’Unione Africana, schierati da mesi in Darfur ma incapaci finora di arrestare le violenze contro la popolazione civile da parte sia dei ribelli che dei predoni d’origine araba Janjaweed, sostenuti dall’esercito di Khartoum. La richiesta è stata inoltrata in questi giorni durante il vertice dei Paesi del Sahel-Sahara a Tripoli, in Libia. In realtà, la missione di pace dell’Ua potrebbe essere sostituita da quella dell’Onu, anche se il Sudan non si è espresso ancora in modo chiaro e definitivo sulla questione e in precedenza aveva anzi respinto l’ipotesi di un contingente di peacekeeping inviato dal Palazzo di vetro. In un altalenante serie di dichiarazioni – tra aperture e rifiuti alla missione Onu – il ministero degli Esteri sudanese ha comunque definito una “buona opportunità” la visita dei rappresentanti del Consiglio di sicurezza, prevista a partire da lunedì.

Ewigen
04-06-2006, 22:49
UGANDA 3/6/2006 16.44
INTERPOL CHIEDE ARRESTO CAPO RIBELLE KONY E 4 COMANDANTI

Una richiesta di arresto e di detenzione nei confronti del capo dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) Joseph Kony e di altri 4 comandanti è stata diffusa dall’Interpol, facendo seguito ai mandati di cattura emessi dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja a ottobre dell’anno scorso. Lo ha reso noto la stessa Procura della Cpi, spiegando che l’organizzazione internazionale della polizia criminale (Interpol) ha diffuso a 184 uffici in altrettanti paesi le “red notice” (“avviso rosso”, letteralmente) per l’arresto dei vertici della ribellione attiva da 20 in Nord Uganda e Sud Sudan. La notizia arriva mentre da alcuni giorni sembra prendere forma l’ipotesi di mediazione avanzata dal governo sud-sudanese tra i ribelli e le autorità di Kampala. I cinque comandanti – si legge in un comunicato – “sono ricercati per rispondere davanti alla Cpi di numerosi capi d’accusa di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidi, sequestri e sfruttamento sessuale”. Si tratta dei primi mandati di cattura della Corte che ha sede all’Aja, unico tribunale permanente con giurisdizione per le gravi violazioni dei diritti umani (compreso il genocidio), varato con lo Statuto di Roma nel 2002. Nei giorni scorsi il procuratore Luis Moreno Ocampo ha ribadito a Uganda, Sudan e Repubblica democratica del Congo la richiesta di arresto di Kony e dei suoi luogotenenti, dopo che il governo di Kampala aveva promesso “garanzie” a Kony in caso di trattative entro la fine di luglio. Secondo fonti concordanti, i vertici dello Lra si troverebbero – insieme al grosso dei miliziani – nella zona del Parco della Garamba, nel nord dell’ex-Zaire. In quella zona, al confine con il Sudan, all’inizio di maggio Kony ha incontrato il vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar e ha ricevuto 20.000 dollari in contanti, dichiarandosi pronto a colloqui con il governo ugandese.

Ewigen
05-06-2006, 12:37
CIAD 5/6/2006 10.23
SCONTRI TRA RIBELLI E FORZE GOVERNATIVE AL CONFINE CON SUDAN

Nuovi scontri sono avvenuti tra ribelli e forze governative nella città di Tiné, al confine con il Sudan, i primi dall’attacco lanciato il 13 aprile scorso dal Fronte unito per il cambiamento democratico (Fuc) nella capitale N’Djamena. “Due ufficiali delle forze dell’esercito stavano cercando di unirsi a noi e hanno chiesto il nostro aiuto. Perciò abbiamo inviato combattenti per aiutare queste persone a disertare” ha spiegato Yaya Dillo Djerou dello ‘Scud’, uno dei due principali movimenti ribelli con base nell’est del paese, guidato da due nipoti del presidente Idriss Deby. I ribelli – ha precisato Djerou – avrebbero assaltato Tiné sabato notte e si sarebbero ritirati l’indomani dopo aver rapito attrezzature e distrutto alcuni veicoli. Secondo un comunicato governativo, ad attaccare la città sarebbe stato un convoglio di 67 veicoli di “mercenari al soldo di Khartoum”, che sono state “sconfitte dalle forze di difesa e di sicurezza”. I gruppi ribelli, formati in gran parte da dissidenti militari ed ex-ufficiali sostenuti – secondo Deby – dal governo sudanese, hanno annunciato un’alleanza militare per esautorare il presidente Deby che, al potere dal 1990, lo scorso mese è stato rieletto per il terzo mandato consecutivo, ma è continuamente minacciato da ammutinamenti e diserzioni anche di componenti della sua famiglia e del suo clan Zaghawa. Nei giorni scorsi, Brahim Deby - figlio maggiore del presidente e suo consigliere, è stato arrestato in una discoteca parigina per possesso di un’arma illegale e di droghe e condannato a sei mesi con il beneficio della sospensione condizionale.

Ewigen
05-06-2006, 12:38
RD CONGO – L’Unione Africana ha autorizzato l’invio di osservatori militari in Congo per le elezioni presidenziali e legislative del 30 luglio, per le quali arriverà dall’Europa anche un contingente di circa 1.400 soldati (in gran parte francesi e tedeschi) in appoggio ai circa 17.000 ‘caschi blu’ della missione di pace Onu presenti nel paese.

SUDAN – I ribelli del ‘Fronte orientale’ hanno respinto la presenza al prossimo negoziato in Eritrea – in programma tra due settimane – dell’Alleanza democratica nazionale (Nda), ex-coalizione di opposizione che da qualche mese fa parte del governo di unità nazionale.

Ewigen
05-06-2006, 19:18
SUDAN 5/6/2006 14.50
DARFUR, INIZIA MISSIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU

I 15 membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu si sono recati per la prima volta in Sudan per cercare di convincere il governo di Khartoum a consentire che l’Onu rilevi dal contingente dell’Unione Africana (Ua) il controllo della sicurezza nella regione occidentale del Darfur. Sinora il governo ha permesso, e con una certa riluttanza, che entro la fine di questa settimana una missione congiunta dell’Onu e dell’Ua si rechi nella regione per stimare le eventuali necessità di un futuro contingente di caschi blu. Dal momento che il governo non ha ancora deciso sulla questione, 4.000 soldati dell’Ua si aggiungeranno ai 7.000 già in campo, sebbene Collins Ihekire, capo militare della missione dell’Ua, ne avesse chiesti almeno altri 5.600. Durante la visita in Sudan, guidata dall’ambasciatore britannico all’Onu Emyr Jones Parry, i consiglieri vogliono dimostrare di voler “risolvere i problemi che affliggono il Sudan”, nonostante negli ultimi anni le relazioni tra il governo sudanese e il Consiglio di sicurezza siano state tese. Khartoum, infatti, è stata accusata di violazioni del cessate il fuoco, abusi dei diritti umani e di armare le milizie di predoni arabi dei Janjaweed responsabili di numerose atrocità nell’ovest del paese. I colloqui tra i consiglieri dell’Onu e i funzionari del governo sudanese si terranno domani. Mercoledì il Consiglio incontrerà i mediatori dell’Unione africana ad Addis Abeba, mentre giovedì visiterà Juba nel Sud Sudan, dove sono dislocati 10.000 caschi blu. Infine visiterà venerdì il Darfur e sabato il vicino Ciad, prima di recarsi domenica a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo e tappa finale della missione. Favorevole a un dispiegamento di forze dell’Onu si è detto Minni Arcua Minnawi, capo della principale fazione del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) che lo scorso 5 maggio ha siglato l’accordo di pace insieme al governo. “Un gruppo di miei delegati sarà a Khartoum la prossima settimana per concordare l’attuazione del trattato” ha detto Minnawi, appena tornato da Yei nel Sud Sudan, dove il vice presidente sudanese Salva Kiir ha cercato – senza successo – di riconciliare Minnawi e Abdel Wahed Mohamed al-Nur capo della fazione rivale dell’Slm. Quest’ultimo però non si è presentato all’incontro e, insieme al Movimento di giustizia e eguaglianza (Jem), continua a respingere la proposta di pace presentata dall’Ua, nonostante la minaccia di sanzioni da parte dell’Onu.

Ewigen
05-06-2006, 19:19
SUDAN 5/6/2006 16.39
KHARTOUM SARÀ PRESTO UN MEMBRO DELL’OPEC

Il Sudan diverrà presto un nuovo membro dell’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio: lo riferisce l’agenzia di stampa nazionale nigeriana (Nan), citando le parole di Edmund Daukoru, presidente di turno dell’Opec e ministro di Stato per le Risorse Petrolifere nell’esecutivo nigeriano. “Abbiamo avuto discussioni molto fruttuose con le autorità sudanesi a questo proposito, ma per evitare di essere fraintesi eviteremo per il momento di entrare nei dettagli” ha detto il ministro Daukuru all’agenzia nigeriana. Il presidente dell’Opec ha poi confermato che l’organizzazione aveva invitato nelle scorse settimane il Sudan a diventare un membro attivo dell’associazione. Da 5 anni Khartoum, che con i suoi 500.000 barili al giorno di greggio risulta ancora un produttore minore, partecipa in qualità di osservatore alle riunioni del cartello petrolifero. Daukuru ha poi evidenziato che l’Opec intende allargare il numero di paesi africani membri dell’Organizzazione –finora ne fa parte solo la Nigeria – e che nell’ottica di questa politica nelle prossime settimane anche l’Angola potrebbe vedersi recapitare un invito a unirsi all’Opec.

Ewigen
06-06-2006, 18:45
CIAD 6/6/2006 5.41
PRIMI BILANCI DI NUOVI COMBATTIMENTI CON RIBELLI

Sarebbero almeno 32 le persone morte e 50 quelle rimaste ferite nei combattimenti avvenuti nel fine settimana tra ribelli e l’esercito ciadiano nei pressi della città di Tiné, al confine con il Sudan. Lo riferiscono fonti dello stesso governo ciadiano, precisando che negli scontri - i primi su cui si è avuta conferma dal fallito attacco lanciato da alcuni ribelli contro la capitale N’djamena il 13 aprile scorso – sono rimasti uccisi 10 soldati governativi e 22 ribelli, che il governo, nella nota con cui ha reso noto il bilancio dei combattimenti, definisce “mercenari al soldo di Khartoum”. Questi ultimi episodi di violenza avrebbero coinvolto lo Scud ('Socle pour le changement, l’unité et la démocratie'), che, insieme al Fronte unito per il cambiamento (Fuc), è considerato uno dei principali movimenti ribelli nati nei mesi scorsi con lo scopo di cacciare il presidente Idriss Deby. Secondo molti osservatori, proprio questo movimento sarebbe quello più pericoloso per il futuro del presidente, dal momento che in esso sono raccolti importanti esponenti dell’esercito e del partito di Deby (nonché appartenenti al suo stesso clan familiare) che nei mesi scorsi gli hanno voltato le spalle. Si ritiene che lo Scud, così come il Fuc (il gruppo che guidò l’attacco sulla capitale lo scorso aprile), abbia le proprie roccaforti al confine col Sudan. Deby, che è riuscito a ottenere un terzo mandato consecutivo vincendo le ultime elezioni, deve fare i conti da mesi con una forte opposizione sia politica che armata.

Ewigen
06-06-2006, 19:59
SUDAN 6/6/2006 12.57
DARFUR: ATTESA PER INCONTRO GOVERNO E DELEGATI ONU

Potrebbero essere ore decisive per il dispiegamento di una missione di pace dell’Onu in Darfur: tra oggi e domani il governo di Khartoum dovrebbe incontrare sia i rappresentanti del Consiglio di sicurezza – in visita in Sudan in una delle non frequenti riunioni all’esterno del Palazzo di vetro – che la missione congiunta Onu-Unione Africana, guidata da Jean Marie Guehenno, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per le operazioni di mantenimento della pace. Quest’ultima è incaricata di valutare le eventuali necessità del contingente di caschi blu dell’Onu che presto potrebbe sostituire la missione di pace dei 7.000 soldati dell’Ua nella regione occidentale del Darfur. Secondo i giornali locali, in giornata intanto si terrà l’incontro tra esponenti del governo sudanese – tra cui il presidente Omar al-Bashir e il vicepresidente Ali Osman Mohammed Taha – e la delegazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu giunta ieri sera a Khartoum per discutere sul possibile avvicendamento nell’ovest del paese tra la missione dell’Ua e un contingente dell’Onu. Il consiglio – ha detto Emyr Jones Parry, capo della delegazione e ambasciatore britannico a Palazzo di vetro – vuole assicurare al governo che un’eventuale missione non comprometterebbe “il pieno rispetto dell’integrità territoriale del Sudan come paese” e raccomandare la messa in atto dell’accordo di pace tra il nord e il sud del paese e dell’intesa sul Darfur, siglata il 5 maggio dal governo sudanese e dalla fazione principale del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) ma respinta da un gruppo dissidente dell’Slm e dal Movimento di giustizia e eguaglianza (Jem). “I mediatori dell’Onu e internazionali devono essere pazienti, non devono avere fretta, non devono fare pressioni per una pace inaccettabile per la gente del Darfur” ha detto Khalil Ibrahim, leader del Jem, citato dal quotidiano ‘Sudan Daily Star’. Un editoriale sul quotidiano indipendente d’opposizione ‘Rae Al Shaab’ ha invece definito la missione del Consiglio “visita di un ospite indesiderato… un vero e proprio assedio internazionale, un peso sul cuore del popolo sudanese… un mezzo usato da alcune superpotenze per servire i propri interessi”. Secondo Mustafa Osman Ismail, ex-ministro degli Esteri e oggi consigliere particolare del Presidente, invece “la visita darà ai membri del Consiglio di sicurezza la possibilità di venire a conoscenza del clima generale e degli sviluppi positivi dei processi di pace nel paese”.

Ewigen
06-06-2006, 20:00
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 6/6/2006 8.49
BUKAVU, EVASIONE DAL CARCERE

Si sono perse le tracce di gran parte dei 192 detenuti che sono riusciti a evadere dal carcere di Bukavu, capoluogo della regione orientale del Sud Kivu: secondo testimoni citati da ‘Radio Okapi’, l’emittente della missione di pace dell’Onu in ex-Zaire, i fuggitivi avrebbero legato alcune guardie per poi aprirsi una via di fuga dal penitenziario. Solo una ventina sarebbero finora stati catturati, mentre gli altri si sono dispersi nelle foreste circostanti la città. Secondo il direttore Théophile Baizire, tra gli evasi vi sarebbero anche una cinquantina di ex-ammutinati, che avrebbero tra l’altro rubato le armi alle guardie. La struttura, dove sono detenuti in totale 338 prigionieri, di solito è vigilata da una quindicina di poliziotti e soldati, ma al momento dell’evasione in servizio erano solo cinque. Bukavu si trova in una delle aree più instabili del Congo, dove da anni sono attivi i ribelli hutu ruandesi fuggiti dal loro paese nel 1994 e accusati di aver preso parte al genocidio; i tentativi di disarmo condotti dalla missione Onu (Monuc) non hanno ancora permesso di riportare sicurezza alle popolazioni civili di questa regione. La città venne brevemente a giugno di due anni fa da militari dissidenti guidati da due ex-capi ribelli filoruandesi di questa zona; malgrado gli oltre 80 morti di quei giorni, i due sono ancora liberi e attivi nella zona.

Ewigen
06-06-2006, 20:02
SUDAN 6/6/2006 8.29
PACE, AMBIENTE, AIUTI UMANITARI: COMINCIA COSÌ UN ARCHIVIO DIGITALE

Documenti finora dimenticati in scatoloni e scaffali tra Khartoum, Juba (la capitale del Sud), Nairobi e Lokichokio – a lungo usata come base aerea per le operazioni umanitarie durante il ventennale conflitto – costituiscono da pochi giorni la prima parte di un importante archivio digitale appena presentato. “Il nostro obiettivo è raccogliere materiale sia storico sia recente di ogni tipo” ha spiegato John Ryle, del ‘Rift Valley Institute’ di Nairobi, che ha promosso l’iniziativa insieme all’Unicef. Per ora il ‘Sudan Open Archive’ – così è stato chiamato – contiene soprattutto circa 500 documenti digitali relativi all’operazione ‘Lifeline Sudan’, il coordinamento umanitario lanciato nel 1989 per far fronte alle emergenze del conflitto in corso all’epoca. In alcuni casi “i rapporti delle agenzie umanitarie - si precisa - sono gli unici documenti scritti sul Sudan in quel periodo” e per questo hanno comunque un valore storico. Nelle prossime settimane, entreranno nell’archivio digitale anche documenti relativi alla salvaguardia dell’ambiente, ai processi di pace in diverse regioni del Nord e del Sud, in aggiunta a grammatiche e vocabolari di alcuni idiomi sudanesi, documenti in arabo e mappe tematiche. La “collezione” contiene già quello che è considerato il testo più importante della recente storia del Sudan: il cosiddetto ‘Accordo di pace comprensivo’ che nel gennaio 2005 ha posto fine all’ultraventennale conflitto tra il governo di Khartoum e i ribelli dell’Esercito di liberazione popolare del Sud Sudan (Spla), oggi al potere nelle regioni meridionali.

Ewigen
08-06-2006, 00:49
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 7/6/2006 13.21
ELEZIONI, PER CENTRO CARTER DIFFICOLTÀ LOGISTICHE “NON IMPEDIRANNO VOTO”

L’enorme sfida logistica per garantire il voto in un paese grande come l’Europa Occidentale può essere superata, garantendo un regolare svolgimento delle elezioni: ne sono convinti gli osservatori del ‘Carter Center’ di Atlanta, negli Stati Uniti, che sono arrivati nella Repubblica democratica del Congo per seguire da vicino la preparazione del complesso processo elettorale. Secondo gli esperti del centro fondato dall’ex-presidente Jimmy Carter, già presenti nella capitale Kinshasa e in diverse zone del paese in vista del voto di fine luglio, la Commissione elettorale nazionale (Cei) sta svolgendo il suo lavoro nel paese “con serietà e impegno”. Con il pieno appoggio dell’Onu – che in ex-Zaire mantiene un contingente di pace di 18.000 uomini – e con il resto della comunità internazionale, “e alla luce dell’esperienza positiva del referendum costituzionale del dicembre 2005”, scrive ancora il Centro Carter, “siamo fiduciosi che l’agenda elettorale annunciata dalla Commissione possa essere rispettata”. Per la prima volta dopo oltre 40 anni, il prossimo 30 luglio 34 candidati si sfideranno per la presidenza e migliaia sono in corsa per i 500 seggi del Parlamento. Di fronte alla accuse di incapacità e parzialità mosse da alcuni partiti alla Commissione elettorale e ai suoi dirigenti, il Centro Carter suggerisce “una migliore comunicazione” tra le stesse forze politiche e l’organismo che sta organizzando la tornata elettorale. Per la sicurezza del voto arriveranno dall’Europa altri 1.400 soldati, mentre per la logistica sono coinvolti altri paesi a partire dal Sudafrica, che sta stampando in questi giorni circa 26 milioni di schede elettorali e metterà poi a disposizione numerosi aerei per il loro trasporto e per la distribuzione attraverso i 2,4 milioni di chilometri quadrati del Congo, in gran parte privo di infrastrutture.

Ewigen
08-06-2006, 01:16
UGANDA – Il governo è pronto per i colloqui di pace richiesti da Joseph Kony, capo dei ribelli del sedicente Esercito di resistenza del signore (Lra, Lord’s resistance army), con la mediazione di funzionari sudanesi. Lo ha Okello Oryem, ministro degli Affari internazionali, aggiungendo che la delegazione ugandese guidata da Ruhakana Ruguna, ministro degli Interni, attende solo una comunicazione del governo del Sud Sudan per recarsi nella capitale sud-sudanese Juba.

Ewigen
08-06-2006, 20:54
UGANDA 8/6/2006 1.37
I PROFUGHI SUDANESI INIZIANO A TORNARE A CASA…

Dall’inizio di maggio a oggi circa 2.600 rifugiati sudanesi rimasti per anni nel distretto settentrionale ugandese di Moyo hanno fatto ritorno nei loro villaggi a Kajo Keji, la regione più meridionale del Sud Sudan. Lo ha comunicato l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur/Uhncr), aggiungendo che dalla metà di questo mese anche circa 2000 sudanesi rifugiati nel distretto ugandese di Arua rimpatrieranno nel Sud Sudan, e più esattamente a Yei. I rimpatri sono resi possibili grazie all’Accordo tripartito di rimpatrio volontario siglato a fine marzo tra Sudan, Uganda e l’Acnur: circa 27.000 dei 216.000 rifugiati sudanesi in Uganda hanno già espresso la loro volontà di ritornare in patria e si sono registrati per il rimpatrio. Nonostante la pace che, il 9 gennaio dell’anno scorso, ha posto fine alla guerra civile sudanese durata 21 anni, 350.000 sudanesi vivono ancora in uno dei paesi confinanti e sono circa 4 milioni gli sfollati interni in Sudan. Dal 2005 a oggi, in Sudan sono rimpatriati 77.705 profughi, di cui 71.705 hanno fatto ritorno autonomamente e 7000 grazie all’assistenza dell’Acnur. L’Acnur e il Sudan hanno firmato accordi tripartiti anche con Kenya, Repubblica democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Etiopia.

Ewigen
08-06-2006, 20:55
UGANDA 8/6/2006 11.53
INIZIANO OGGI A JUBA COLLOQUI TRA RIBELLI LRA E GOVERNO UGANDESE

È atteso in giornata a Juba, capitale del Sud Sudan, l’arrivo di una delegazione dei ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) e di una del governo di Kampala per una serie di colloqui che dovrebbero portare a una soluzione negoziata della crisi. Fonti della MISNA contattate a Juba hanno fatto sapere che le due delegazioni non sarebbero ancora arrivate in città, come hanno riportato alcune agenzie di stampa internazionali, ma che il loro arrivo è atteso nelle prossime ore. Secondo le informazioni fornite alla MISNA, la delegazione dei ribelli sarà guidata da Vincent Otti, il braccio destro del capo e fondatore del Lra Joseph Kony, mentre quella del governo ugandese sarà capitanata dall’ambasciatore ugandese a Khartoum. La mediazione dei colloqui è affidata al Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm), l’autorità amministrativa del Sud del paese. A Juba oggi dovrebbero arrivare anche i membri della delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che in questi giorni stanno visitando alcuni paesi africani.

Ewigen
08-06-2006, 20:55
SUDAN 8/6/2006 10.12
DARFUR: PRESIDENTE COMMISSIONE AFRICANA, “PER LA PACE SERVE UNA FORZA ONU”

Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Alpha Oumar Konare, ha chiesto alle Nazioni Unite di rilevare la missione di osservazione africana dispiegata in Darfur, per potere così permettere di portare avanti gli accordi di pace raggiunti. Al termine dell’incontro avuto ieri con la delegazione del Consiglio di Sicurezza in visita in Africa in questi giorni, Konaré ha definito come “necessario” il passaggio di testimone in Darfur tra l’Ua e l’Onu. “Per arrivare alla pace e garantire il rispetto degli accordi serve una presenza militare più forte (…) noi oggi non abbiamo la capacità di affrontare un lungo conflitto o di avere una missione di mantenimento della pace per lunghi periodi. Abbiamo chiesto aiuto all’Onu, ma le condizioni sono molto chiare: bisogna rispettare la sovranità sudanese” ha detto Konare in una conferenza stampa tenuta al termine dell’incontro con i rappresentanti del massimo organo decisionale dell’Onu guidati dall’ambasciatore inglese Emyr Jones Parry. Proprio il diplomatico britannico ha precisato che la “transizione” dei compiti tra Ua e Onu potrebbe avvenire (una volta che Khartoum avrà acconsentito) entro l’inizio del prossimo anno. Martedi scorso la delegazione del Consiglio di Sicurezza ha incontrato i massimi vertici del governo sudanese per discutere del dispiegamento di una missione Onu in Darfur, ma il faccia a faccia non ha portato ad alcuna decisione pratica. “Abbiamo deciso di trattare questa questione un passo alla volta” ha detto alla stampa il ministro degli Esteri sudanesi Lam Akol, uscendo dall’incontro a cui ha partecipato anche il presidente sudanese Omar Hassan el Beshir. La prossima settimana il governo sudanese incontrerò i membri di una missione di verifica congiunta Unione Africana-Nazioni Unite che è stata autorizzata a recarsi in Darfur per valutare le necessità tecniche di un’eventuale missione internazionale.

Ewigen
08-06-2006, 21:03
CIAD 8/6/2006 19.43
PRESIDENTE DEBY OFFRE DIALOGO A OPPOSIZIONE

Il presidente della Repubblica del Ciad, Idriss Deby, ha dato istruzioni al governo di adoperarsi per “aprire un dialogo politico interno che dovrà dare ai ciadiani i mezzi e la volontà politica di costruire il loro Paese, così da rafforzare l’esperienza democratica”. La dichiarazione di Deby è stata resa pubblica dalla radio e dalla televisione nazionali, alle quali il capo dello Stato ha sottolineato che il dialogo serve per “evitare di mettere a rischio il processo democratico”. Si tratta della prima apertura della maggioranza in Ciad dopo che il deterioramento della situazione politico-sociale, in particolare negli ultimi mesi: in aprile sono state registrate importanti defezioni nelle forze armate, ci sono stati una serie di scioperi e un tentativo di colpo di stato; lo scorso maggio, inoltre, l’opposizione ha rigettato i risultati elettorali che hanno sancito la rielezione di Deby alla guida del Paese, denunciando “una messa in scena grottesca” per coprire i brogli che si sarebbero verificati. I partiti di opposizione del Ciad, per il momento, hanno deciso di non rispondere all’offerta di Deby e di prendere tempo: attraverso un portavoce, ha fatto sapere di non fidarsi dell’apertura del presidente e di proseguire il confronto interno sulle modalità da seguire prima di avviare un eventuale dialogo con il governo.

Ewigen
08-06-2006, 23:49
UGANDA 8/6/2006 23.11
JUBA, COLLOQUI TRA RIBELLI LRA E GOVERNO SUDAN

È arrivata a Juba, capitale del Sud Sudan, la delegazione dei ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) che dovrebbe partecipare ai colloqui promossi dalle autorità locali: la MISNA lo ha appreso in serata da fonti locali. Nel pomeriggio il sottosegretario all’informazione John Garang Deng, raggiunto per telefono a Juba, aveva detto che i ribelli sarebbero arrivati “da un momento all’altro”. Fonti locali hanno confermato alla MISNA che in città – anche per la contestuale presenza di una delegazioni di ambasciatori del Consiglio di sicurezza dell’Onu - sono scattate massicce misure di sicurezza organizzate dagli ex-ribelli indipendentisti del Movimento di liberazione popolare del Sudan (Splm), oggi al potere a Juba dopo gli accordi di pace del 2005 con il governo centrale di Khartoum. Non è chiaro come la delegazione dello Lra abbia raggiunto Juba dalla sua base provvisoria del Parco delle Garamba, nell’estremo nord della Repubblica democratica del Congo. Interrogato dalla MISNA, il sottosegretario all’informazione ha escluso che i ribelli siano stati trasportati dal governo sud-sudanese: “Sanno come muoversi in autonomia”. All’inizio di maggio il vicepresidente del governo autonomo del Sud Sudan Riek Machar aveva incontrato il capo dei ribelli Joseph Kony, ricercato – insieme ad altri quattro comandanti – dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) per crimini di guerra e contro l’umanità. Il governo di Juba sta cercando di promuovere un negoziato tra Lra e l’Uganda e finora ha ottenuto la sospensione degli attacchi dei ribelli in territorio sudanese, dove gli uomini di Kony hanno mantenuto per anni le loro basi. Secondo informazioni raccolte dalla MISNA in tarda serata, al momento a Juba non sono presenti delegati del governo di Kampala; fonti locali affermano che non è escluso l’arrivo dell’ambasciatore ugandese in Sudan. In città oggi è arrivata anche la delegazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, in visita in Sudan e altri paesi africani. Ai rappresentanti di Palazzo di vetro, Machar ha detto che “sono già iniziati” con un “un gruppo ristretto” di ribelli. “Speriamo – ha aggiunto - di portare presto la pace in Nord Uganda”, dove in 20 i ribelli hanno sequestrato migliaia di ragazzi e bambine, provocando un numero imprecisato di vittime civili (oltre 100.000 secondo alcune fonti) e circa 1,5 milioni di sfollati. “Presto o tardi – scrive in un editoriale il quotidiano ugandese ’New Vision’ - si conoscerà l’utilità dello Lra nella nuova guerra del petrolio. Può Khartoum permettere che il Sud Sudan (pacificato nel 2005 dopo 21 anni di guerra, ndr) ricostruisca le sue infrastrutture, faccia tornale la gente dall’esilio e abbia una florida economia?”. Secondo una fonte citata dal giornale, i ribelli di Kony, “dopo essere stati usati per fomentare la gente del nord Uganda contro il presidente Museveni, Khartoum li userà per aizzare la gente del sud Sudan contro il governo di Juba”, composto dagli ex-ribelli indipendentisti contro cui il governo di Khartoum ha combattuto una guerra durata 21 anni.

Ewigen
09-06-2006, 19:28
SUDAN 9/6/2006 13.50
DARFUR, FAVOREVOLI ALL’ACCORDO AUTOREVOLI ESPONENTI FAZIONI DISSIDENTI

Nuovi passi in avanti sono stati compiuti dai mediatori dell’Unione Africana per convincere i due gruppi che ancora non hanno firmato l’accordo di pace raggiunto il 5 maggio scorso – tra il governo di Khartoum e l’ala principale del Movimento per la liberazione del Sudan (Slm) – a sottoscrivere l’intesa per trovare una soluzione negoziata alla crisi del Darfur. Lo fa sapere in una nota l’Unione Africana (Ua), precisando che esponenti di primo piano dei due schieramenti che ancora non hanno sottoscritto l’accordo hanno firmato ieri di fronte ai mediatori dell’Ua una ‘Dichiarazione d’impegno” sull’Accordo di pace per il Darfur. “Seguiremo il testo e lo spirito dell’Accordo di pace del Darfur, ci faremo carico dei rilevanti obblighi e li attueremo… specialmente quelli correlati all’accordo globale di cessate-il-fuoco” si legge nella dichiarazione siglata anche “a nome dei propri seguaci” da alcune figure di primo piano dell’ala minoritaria dell’Slm (quella che fa capo a Abdu al-Wahid al-Nour) e da Ustaz Abdel Raheem Adam Abu Risha, segretario generale del Jem per il Sud Darfur. “Si tratta di “un’importante rappresentanza dei capi politici e militari dei movimenti del Darfur” ha spiegato il portavoce dell’Ua in Sudan, Noureddine Mezni, alla vigilia della cerimonia che si è svolta ieri ad Addis Abeba. “Questo – ha aggiunto – è un passo importante per la pace in Darfur”. Questi “autorevoli delegati” inoltre, si legge nel comunicato dell’Ua, faranno il loro meglio “per convincere i capi dei rispettivi movimenti a unirsi al processo di pace senza ulteriore ritardo”: Abdel Wahed Mohamed Al-Nour dell’Slm e Khahil Ibrahim del Jem, Per il momento, però, sia Al-Nour che Ibrahim continuano a mostrare grande scetticismo nei confronti dell‘accordo di pace raggiunto il 5 maggio dagli altri protagonisti del conflitto. Un’intesa che gli stessi firmatari considerano un primo passo sulla via del negoziato, più che il punto d’arrivo delle trattative.

Ewigen
09-06-2006, 19:28
CIAD 9/6/2006 17.33
OFFERTA DIALOGO, OPPOSIZIONE CHIEDE DI APRIRE ANCHE A RIBELLI

I principali esponenti dell’opposizione hanno chiesto al governo del presidente Idriss Deby di estendere l’invito a partecipare al dialogo nazionale - convocato ieri dall’esecutivo per dissolvere le tensioni interne al paese - anche alle forze ribelli che da mesi minacciano di rovesciare il governo con la forza. Lo riferiscono fonti giornalistiche locali e internazionali, riportando le dichiarazioni di vari esponenti e portavoce delle differenti formazioni politiche che si oppongono a Deby e che oggi hanno ribadito il rifiuto a qualsiasi “offerta di dialogo che non sia realmente inclusiva ed aperta a tutte le forze del paese”. In una nota diffusa pubblicamente sui media di stato, il presidente ieri ha dato istruzione al proprio governo di “aprire un dialogo politico interno che dovrà dare ai ciadiani i mezzi e la volontà politica di costruire il loro Paese, così da rafforzare l’esperienza democratica”. Il ministro della Comunicazione ha detto: “Ora che le elezioni sono concluse (vinte dal presidente Deby che ha così ottenuto il suo terzo mandato consecutivo, ndr) dobbiamo riallacciare il dialogo e ristabilire un clima sano e tranquillo”. L’offerta di dialogo è stata comunque rivolta solo alla coalizione dei partiti d’opposizione, che aveva boicottato le elezioni del 3 maggio scorso, e non ai gruppi ribelli nati alla fine del 2005 per volontà di ex-alti ufficiali dell’esercito o di esponenti dello stesso partito e della stessa etnia di Deby contrari alle modifiche costituzionali che hanno permesso all’attuale presidente di ripresentarsi alle ultime elezioni.

Ewigen
10-06-2006, 19:55
SUDAN 10/6/2006 11.28
DARFUR: MISSIONE VERIFICA UA-ONU AL LAVORO

È già al lavoro a Khartoum la missione di verifica composta da esperti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana (Ua) per valutare la possibilità di un contingente Onu che affianchi o rilevi del tutto i compiti della missione di osservazione dispiegata dall’Ua in Darfur, la regione occidentale del Sudan teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze. Secondo il programma presentato dall’agenzia ufficiale sudanese, Suna, il gruppo Onu-Ua continuerà anche oggi le discussioni avviate ieri coi funzionari del ministero degli Esteri sudanese e con altri esponenti governativi di Khartoum, prima di partire, domani, alla volta di Al Fasher, la capitale del Darfur settentrionale, uno dei 3 stati che compone l’omonima regione occidentale. Il portavoce dell’Unione Africana, Nourredin al Mezni ha precisato che la missione resterà in Sudan almeno un paio di settimane, durante le quali verranno valutate le attuali necessità del contingente di circa 7000 uomini dispiegato dall’Unione Africana - “che deve essere immediatamente rinforzato” ha detto Mezni - e le possibilità di un trasferimento della missione africana sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il portavoce dell’Ua ha precisato che la squdra di verifica arrivata ieri in Sudan è composta da due gruppi “uno politico e uno tecnico militare”. Da registrare anche il riferimento all’arrivo della missione di verifica contenuto nel discorso di Ayman Al-Zawahiri, considerato il numero due di Al-Qaeda, trasmesso ieri da un’emittente araba. “I crociati del Consiglio di Sicurezza hanno deciso di mandare esperti militari in Darfur per preparare l’occupazione e separare il paese. Lo sconfitto governo sudanese, pur di rimanere al potere, ha deciso di collaborare con i crociati americani per dividere il Sudan” ha detto Zawahiri nel suo messaggio, prima di proseguire col consueto e delirante corollario guerresco. In realtà il governo sudanese non ha ancora dato alcun avallo al dispiegamento in Sudan di una forza internazionale sotto le insegne dell’Onu e anzi ha più volte rigettato qualsiasi possibilità di un passaggio di testimone tra l’Ua e l’Onu. Khartoum ha però cominciato a rivedere la propria rigida posizione dopo la firma, il 5 maggio scorso, di un accordo di pace tra il governo e il principale gruppo ribelle attivo in Darfur.

Ewigen
12-06-2006, 12:36
CIAD 12/6/2006 8.53
ACCUSE A SUDAN DI FRONTE AL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

Il presidente ciadiano Idriss Deby Itno ha annunciato di voler portare il Sudan di fronte al consiglio di sicurezza dell’Onu per il sostegno che continua a dare ai ribelli che intendono rovesciarlo con la forza. L’annuncio è stato fatto dallo stesso Deby, ieri, durante l’incontro avuto con la delegazione del Consiglio di Sicurezza che proprio domenica si trovava in Ciad nell’ambito di una visita ufficiale nel continente. Il ministro degli Esteri del Ciad, Ahmat Allami, ha spiegato che il governo di N’djamena intende depositare un ricorso formale per le aggressioni sudanesi e che si è visto costretto a ricorrere all’Onu, data “l’impotenza dell’Unione Africana a mediare nella vicenda”. Il Ciad ha unilateralmente rotto le relazioni diplomatiche col Sudan lo scorso aprile, all’indomani di un attacco contro la capitale portato da uno dei numerosi gruppi ribelli nati negli ultimi mesi con l’intento di rovesciare Deby. Il governo accusa il Sudan di sostenere, economicamente e militarmente, alcuni di questi ribelli, spesso definiti nei comunicati ufficiali come “mercenari al soldo di Khartoum”. Il governo sudanese continua a rifiutare ogni coinvolgimento in una “vicenda interna ciadiana” e le indagini compiute finora dall’Ua sembrerebbero confare per ora le posizioni di Khartoum. Deby - al potere dal 1990 dopo un colpo di Stato sostenuto proprio da Khartoum e partito dal territorio sudanese - è stato rieletto lo scorso maggio per un terzo mandato in elezioni fortemente contestate. Da alcuni mesi, ormai, il presidente ciadiano è costretto a fronteggiare una forte opposizione interna, sia politica che armata.

Ewigen
13-06-2006, 12:20
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 13/6/2006 6.08
ELEZIONI: UNIONE EUROPEA CONFERMA INVIO MISSIONE

I ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno dato l’avallo formale al dispiegamento in Africa centrale di un contingente di circa 2000 uomini che avrà il compito di garantire la sicurezza e la correttezza delle elezioni generali che si terranno a fine luglio in Repubblica democratica del Congo. Lo hanno annunciato ieri fonti dell’Unione Europea da Bruxelles, precisando che, anche se avanguardie della missione erano già arrivate nei giorni scorsi in Congo, da oggi il comando tedesco della missione potrà avviare pienamente il dispiegamento della forza speciale in modo da poter essere operativi a una decina di giorni dall’appuntamento don le urne. La forza europea ha l’incarico di aiutare la polizia e i caschi blu della missione delle Nazioni Unite (Monuc) nel garantire la sicurezza e il regolare svolgimento delle prime elezioni multipartitiche dall’indipendenza del paese. Saranno 16 i paesi europei che contribuiranno alla missione, che conterà su 450 soldati sul terreno e un’unita di rinforzo di oltre mille uomini dispiegati nei paesi circostanti e pronti ad intervenire qualora l’Onu lo ritenesse necessario.

Ewigen
13-06-2006, 22:23
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 13/6/2006 13.49
ELEZIONI: ONU INVITA ALLA CALMA, OPPOSIZIONE AVANZA CONDIZIONI

Pur definendo “incoraggianti” i preparativi in corso per le elezioni generali nella Repubblica Democratica del Congo, il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha chiesto un abbassamento dei toni del confronto politico e soprattutto il rispetto della data del 30 luglio per lo svolgimento delle elezioni. È quanto ha fatto sapere l’ambasciatore francese nell’ex Zaire Jean-Marc dela Sablièr, che per due giorni ha accompagnato una delegazione dell’organo esecutivo dell’Onu in visita a Kinshasa. Durante il loro soggiorno nella capitale, i rappresentanti dell’Onu hanno incontrato i quattro vice-presidenti del paese mentre nelle vie della città si svolgeva un corteo di 4000 attivisti di diverse formazioni politiche che chiedevano la riapertura delle contrattazioni politiche prima delle elezioni. Nella manifestazione - preceduta ieri mattina da contestazioni analoghe a Mbuji-Mayi - ai militanti dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), il partito di Etienne Tshikedi che non partecipa alle elezioni, si sono unite altre formazioni politiche, come il Movimento lumumbista progressista (Mlp), le Forze innovatrici per l’unione e la solidarietà (Fonus), il Partito popolare per il progresso del Congo (Pppc). I manifestanti non hanno potuto raggiungere il Grand Hotel di Kinshasa dove risiedeva la delegazione del Consiglio di Sicurezza perché fermati prima dalle forze dell’ordine che sono intervenute sparando colpi di arma da fuoco in aria e usando gas lacrimogeni. Fonti locali vicine all’Udps hanno detto alla MISNA che alcuni dimostranti sono rimasti feriti mentre altri sono stati fermati e interrogati dalla polizia, ma la notizia non trova conferma nei resoconti della stampa congolese. “Il Consiglio di Sicurezza non può entrare nel gioco politico congolese” ha detto l’ambasciatore De la Sablière riferendosi alla richiesta di un dialogo pre-elettorale tra tutte le forze politiche. “Se tali consultazioni richieste da alcuni partiti avranno luogo, non devono però essere un pretesto per rimandare di nuovo le elezioni”.

Ewigen
13-06-2006, 22:23
SUDAN 13/6/2006 15.51
DARFUR: AMNISTIA PER RIBELLI FIRMATARI DELL’ACCORDO DI PACE

Un decreto di amnistia generale per i gruppi ribelli che hanno sottoscritto gli Accordi di pace di Abuja (Nigeria) sul Darfur è stato emanato dal presidente del Sudan Omar el-Bashir. Lo riferisce oggi la stampa di Khartoum, secondo cui il provvedimento sarebbe esteso anche ai gruppi armati disponibili a firmare il documento in una seconda fase. Finora l’intesa per porre fine al conflitto nella regione occidentale del Darfur – in corso dall’inizio 2003 – è stato accettato dal governo centrale di Khartoum e da una fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (Slm) ma respinto da un gruppo dissidente della stessa ribellione e dall’altra formazione armata del Darfur, il Movimento per l’uguaglianza e la giustizia (Jem). Esprimendo apprezzamento per la decisione del presidente, il governatore del Darfur settentrionale, Mohamed Yousif Kibir, ha detto che l’amnistia “rafforza” gli accordi di pace e contribuisce alla ricostruzione di un clima di fiducia reciproca. Kibir – citato dalla stampa locale – sostiene che 17 comandanti ribelli sono tornati nel capoluogo regionale al-Fasher e hanno ottenuto l’amnistia, come previsto dal documento firmato ad Abuja lo scorso 5 maggio, sotto l’egida dell’Unione Africana. Per porre fine al conflitto in Darfur l’Onu chiede l’invio di una missione di cosiddetto ‘peace-enforcing’ – imposizione della pace, prevista dalla Carta delle Nazioni Unite – in sostituzione al contingente dell’Unione Africana, ma anche ieri il governo di Khartoum ha ribadito la sua contrarietà.

Ewigen
13-06-2006, 22:24
RD CONGO – Il Sudafrica invierà 128 osservatori elettorali alle prossime presidenziali e legislative in Congo del prossimo 30 luglio; il governo di Pretoria, per favorire il processo elettorale, si è fatto carico anche di stampare le schede per 26 milioni di elettori.

Ewigen
13-06-2006, 22:25
SUDAN – Un ufficio dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr) è stato attaccato ad Habila, nel Darfur occidentale, da uomini armati; lo ha detto oggi un portavoce a Ginevra, aggiungendo che in questa zona finora non si erano registrate simili aggressioni contro sedi di agenzie umanitarie.

Ewigen
14-06-2006, 12:41
SUDAN 14/6/2006 5.21
EX-RIBELLI NDIPENDENTISTI DEL SUD COMPLETANO RITIRO DALL’EST

L’ultimo drappello dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla) – gli ex-ribelli indipendentisti del Sud oggi a capo del governo regionale dei territori meridionali – si è ritirato dall’est come previsto dall’accordo di pace comprensivo (Cpa) sottoscritto con il governo centrale di Khartoum il 9 gennaio 2005 dopo oltre 20 anni di guerra civile. Parate militari e discorsi di funzionari governativi e esponenti dello Spla alla popolazione radunatasi a Hamishkorieb hanno segnato il passaggio di consegne del controllo dell’area dagli indipendentisti all’amministrazione civile dello Stato di Kassala, alla presenza di rappresentanti della Missione dell’Onu in Sudan (Unmis). “È un’altra pietra miliare – ha commentato Jan Pronk, Rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu in Sudan – nel rendere il Cpa una realtà e siamo impazienti di vedere nuovi passi significativi simili verso la piena realizzazione di quel storico accordo di pace che assicureranno pace sostenibile, stabilità e sviluppo per il Sudan”. Erano 700 gli ex-ribelli dispiegati nell’est e ora dislocati a Kassala, da dove verranno trasferiti nel Sud. Il Cpa prevedeva che la dislocazione nel Sud venisse completata già lo scorso 9 gennaio, ma la scadenza è stata rinviata per mancanza di risorse logistiche.

Ewigen
14-06-2006, 21:13
SUDAN 14/6/2006 15.58
INIZIATI AD ASMARA COLLOQUI TRA KHARTOUM E RIBELLI DELL’EST

Nello stesso giorno in cui si sono conclusi i due giorni di colloqui a Khartoum tra il presidente dell’Eritrea Isayas Afeworki e il presidente sudanese Omar al-Beshir, ieri in tarda serata sono iniziati ad Asmara gli attesi negoziati mediati dall’Eritrea – che in precedenza sembravano essere stati rinviati a venerdì – tra il governo centrale sudanese e i gruppi armati anti-governativi del ‘Fronte orientale’. Secondo il capo della delegazione sudanese, l’ex-ministro degli Esteri Mustafa Osman Ismail, “il governo vuole raggiungere una soluzione giusta e pacifica del problema, che sia un consolidamento della pace in tutto il Sudan”, la più grande nazione africana teatro di conflitti civili sin dalla sua indipendenza nel 1956 e, in particolare, del ventennale conflitto tra nord e sud, archiviato l’anno scorso. “Speriamo che la controparte sia seria quanto noi. Se l’obiettivo è manovrare, prendere tempo, dividere e evitare i reali problemi, sarà certamente un atteggiamento controproducente” ha osservato dal canto suo il capo della delegazione dei ribelli dell’est, il presidente del ‘Fronte orientale’ Musa Mohamed Ahmed, auspicando che le richieste di pace, sviluppo e di un reale sistema federale della popolazione del Sudan orientale vengano soddisfatte. Khalil Ibrahim, capo del Movimento di giustizia e eguaglianza (Jem) – attivo in Darfur ma presente anche nel Sudan orientale – ha invece minacciato che la sua esclusione danneggerà i colloqui: “Khartoum non raggiungerà la pace se noi non parteciperemo… Il Fronte ha bisogno di esperienza e di consapevolezza politica”. I colloqui mediati dall’Eritrea seguono il fallimento di numerosi tentativi di negoziare una fine al conflitto nell’est mediati dalla Libia e segnano il recente riavvicinamento tra Eritrea e Sudan dopo che, negli scorsi cinque anni, Khartoum ha spesso accusato Asmara di dare sostegno ai gruppi ribelli locali. Il ‘Fronte orientale’ – costituito lo scorso anno dalla comunità etnica dei Beja e dei Rashaida – come le sue controparti nel Darfur occidentale e, in passato, nel Sud Sudan, accusa il governo di discriminare le periferie, pur sfruttandone le risorse naturali.

Ewigen
14-06-2006, 21:13
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 14/6/2006 18.29
KINSHASA: MANIFESTANTI “MOTORIZZATI” CHIEDONO DIALOGO PRIMA DI ELEZIONI

Una ‘carovana motorizzata’ si è snodata oggi per alcuni chilometri in diversi quartieri della capitale Kinshasa, su iniziativa di alcuni gruppi politici che chiedono la convocazione di un dialogo politico prima delle elezioni legislative e presidenziali del prossimo 30 luglio. Fonti della MISNA riferiscono che all’iniziativa hanno partecipato numerosi gruppi politici a partire dell’Udps di Etienne Tshisekedi, storico oppositore anti-Mobutu; erano presenti anche sostenitori delle formazioni legate a due degli attuali 4 vicepresidenti congolesi, Jean-Pier Bemba e Azarias Ruberwa, entrambi ex-capi di gruppi ribelli attivi durante la guerra del 1998-2003. Secondo informazioni raccolte dalla MISNA sul posto, si sono verificati momenti di tensione nel quartiere Limete, quando il governatore di Kinshasa Jean Kimbembe Mazunga sarebbe intervenuto per bloccare i manifestanti che seguivano a piedi la ‘carovana’ di motorini, affermando che l’iniziativa era stata autorizzata solo per i veicoli a motore. L’Udps fin dall’inizio ha criticato il processo elettorale giudicandolo poco credibile e ha perciò deciso di boicottare la consultazione di fine luglio per il rinnovo del Parlamento e la scelta del nuovo capo di Stato al posto di Joseph Kabila. Il passaggio di consegne col nuovo governo rischia di essere molto lungo: il prossimo 30 giugno – di fatto – scadono le istituzioni di transizione nate dopo gli accordi di pace di tre anni fa mentre l’esito finale del voto – che si sta organizzando tra enormi difficoltà logistiche in un paese grande come metà Europa occidentale – verrà annunciato solo dopo alcuni mesi. Malgrado la Commissione elettorale indipendente (Cei) non si sia ancora pronunciata, oggi da Bruxelles il rappresentante speciale europeo per la regione dei Grandi Laghi, Aldo Ajello, ha detto che la proclamazione dei risultati del primo turno avverrà il 14 settembre, mentre l’eventuale ballottaggio sarebbe previsto a metà ottobre e i risultati finali del voto (il primo dopo oltre 40 anni) sono attesi per il 30 novembre. Per tutta la durata del lungo processo elettorale, 800 soldati europei saranno di stanza al vecchio aeroporto di Ndolo, come hanno confermato due generali, il tedesco Karlheinz Viereck e il francese Christian Damay, che comanderanno il contingente ‘Eufor’. I soldati mandati dall’Unione Europea – di cui 1.500 nel vicino Gabon, pronti a intervenire – non saranno tuttavia inviati nelle regioni orientali dell’ex-Zaire, la cui sicurezza resta affidata all’esercito congolese e alla Monuc, la missione di pace dell’Onu, presente da 7 anni, che conta oltre 17.000 caschi blu.

Ewigen
15-06-2006, 18:59
SUDAN 15/6/2006 11.06
DARFUR: IL NUOVO RAPPORTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

“La continua insicurezza del Darfur impedisce di condurre indagini efficaci direttamente sul terreno, soprattutto a causa dell’assenza di un sistema funzionante che protegga vittime e testimoni”: inizia così l’ultimo rapporto sullo stato delle indagini che la Corte penale internazionale (Cpi) sta compiendo riguardo alle violenze e agli scontri che dal febbraio 2003 sono in corso nella regione occidentale sudanese del Darfur. Il terzo rapporto presentato ieri dal procuratore della Cpi, Luis Moreno Ocampo, ai membri del Consiglio di Sicurezza, comincia proprio evidenziando le difficoltà operative nel condurre le indagini sul posto a causa del perdurare degli scontri e della loro estensione in aree circostanti (ad esempio il confinante Ciad, dove la procura aveva aperto una base temporanea). Tuttavia, si legge nel rapporto, “l’ufficio finora ha documentato migliaia di presunti omicidi diretti di civili compiuti da tutte le parti coinvolte nel conflitto”, riferendosi alle forze governative di Khartoum, ai Janjaweed (le milizie di predoni arabe ritenute alleate del governo) e ai movimenti combattenti - Esercito di liberazione del Sudan (Sla/m) e Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) - che nel 2003 diedero vita alla ribellione per protestare contro il governo, accusato di marginalizzare la regione e i suoi abitanti (in maggioranza neri di gruppi etnici che vivono a cavallo delle frontiere), favorendo al contempo le popolazioni arabe locali. “Le informazioni disponibili indicano che questi omicidi includono un numero significativo di massacri su larga scala, con centinaia di vittime in ogni incidente” aggiunge nel suo rapporto Ocampo, precisando che la Corte ha selezionato alcuni di questi “incidenti” per “ulteriori indagini e analisi”. Dalle informazioni raccolte dagli investigatori del Tribunale emerge comunque con una certa chiarezza che “bersaglio deliberato” degli attacchi sono stati soprattutto “uomini percepiti come appartenenti” ad alcuni gruppi etnici locali (Fur, Massalit e Zaghawa). “Ma oltre agli omicidi, le informazioni indicano che migliaia di civili sono morti dal 2003 per le condizioni di vita conseguenti al conflitto e lo sfollamento a cui sono stati costretti. Questo tipo di ‘morte silenziosa’ ha interessato soprattutto i gruppi di vulnerabili di popolazione, inclusi bambini, anziani e malati” scrive ancora Ocampo nel rapporto. A oltre 3 anni dall’inizio del conflitto non sono ancora disponibili stime affidabili sul numero delle vittime. Il documento prosegue poi nell’elencare altri crimini emersi nelle indagini, come le “centinaia di casi di stupro” - una “pratica endemica in alcuni dei gruppi coinvolti nel conflitto (…) e che sembra essere stata sottostimata finora” - per poi dedicarsi al fenomeno degli sfollati: le stime più attendibili parlano di oltre 2 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie terre trasferendosi in altre località della regione o riparando nel confinante Ciad. “Ci sono informazioni e prove che suggeriscono che la popolazione civile è stata costretta con la forza ad abbandonare le proprie case per ragioni non collegate al conflitto e con modalità diffuse e sistematiche. A queste persone è stata poi negata la possibilità di tornare nelle proprie case” si legge nel documento in cui si precisa anche come “la distruzione e il saccheggio di proprietà sia uno degli aspetti prevalenti dei crimini commessi in Darfur”, con resoconti che parlano di almeno “2000 villaggi” coinvolti in tutti e 3 gli Stati che compongono la regione del Darfur. Questo passaggio sembra confermare la lettura del conflitto in chiave politico-etnica tra le due grandi anime della politica e della vita sudanese, quella ‘araba’ e quella ‘nera’, secondo cui nella regione sarebbe in corso un piano di ‘riequilibratura’ della composizione e della distribuzione etnica del paese, attuato favorendo l’insediamento di gruppi ‘arabi’ ai danni di quelli ‘neri’, soprattutto alla luce di una possibile indipendenza del Sud Sudan (prevista dal piano di pace che ha messo fine a un conflitto ventennale) altra zona ‘nera’ del paese. Riguardo all’identificazione dei responsabili dei crimini - “appartenenti a tutte le parti coinvolte” ribadisce il rapporto – vengono evidenziate le difficoltà oggettive incontrate sul campo. Le 18 pagine di documento presentate dal procuratore della Corte penale internazionale al Consiglio di Sicurezza dell’Onu si concludono poi con un’analisi delle attività giudiziarie avviate dal governo sudanese per individuare e giudicare i responsabili dei crimini commessi in Darfur. Citando difficoltà oggettive, incontrate anche dalla magistratura locale, e alcune inadempienze, Ocampo conclude evidenziando come “non sembra che nessuna autorità nazionale abbia finora indagato o perseguito, oppure stia indagando o perseguendo, i casi che sono o saranno oggetto dell’attenzione della Corte penale internazionale”. Una circostanza quest’ultima fondamentale perché la Corte penale internazionale possa avviare un procedimento giudiziario nei confronti di eventuali responsabili dei crimini su cui ha giurisdizione: contro l’umanità, di guerra e genocidio.

Ewigen
16-06-2006, 12:40
CIAD 16/6/2006 12.10
MIGLIAIA DI CIVILI FUGGONO IN DARFUR

Le violenze commesse da gruppi di banditi stanno spingendo migliaia di civili dal Ciad orientale oltre il confine con Darfur, regione occidentale del Sudan. Nell’ultimo mese sono arrivati più di 10.000 profughi a Um Dukur, piccola città nel sud-ovest del Darfur situata nel punto dove si incontrano i confini con il Ciad e con la Repubblica centrafricana: lo rende noto l’organizzazione non governativa internazionale Medici senza frontiere (Msf), che gestisce un ospedale per i rifugiati nei quattro campi profughi che circondano la cittadina. Msf sottolinea che “una minoranza significativa” dei nuovi arrivati sono sudanesi già fuggiti in precedenza in territorio ciadiano per scappare dalle violenze in Darfur. I fuggitivi hanno raccontato agli operatori umanitari degli attacchi subiti frequentemente nei loro villaggi in Ciad da bande di miliziani non identificati che uccidono e depredano averi e bestiame; una ventina di profughi, aggiunge Msf, sono stati curati per ferite da arma da fuoco e da taglio. Dieci giorni fa l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur/Unhcr) ha pubblicamente denunciato il ripetersi, negli ultimi tre mesi, di attacchi contro i civili nel Ciad orientale da parte delle milizie di Janjaweed, le bande di predoni arabi a cavallo considerate le principali responsabili delle violenze che da oltre 3 anni sconvolgono il Darfur. In base alle testimonianze raccolte dall’agenzia Onu, insieme ai Janjaweed, arrivati dal confinante Sudan, negli attacchi sarebbero coinvolti anche gruppi di ciadiani che avrebbero stretto accordi con i predoni sudanesi per evitare che i propri villaggi siano presi di mira. L’Acnur/Unhcr ha stimato in 50.000 i ciadiani che hanno cercato rifugio nei campi profughi in patria dove già vivono 200.000 sudanesi scappati dalla guerra in Darfur, ma non aveva segnalato movimenti di ciadiani oltre il confine sudanese.

Ewigen
17-06-2006, 13:19
UGANDA 17/6/2006 11.49
INCERTEZZA SU MEDIAZIONE DI PACE DEL SUD SUDAN CON LRA

Non è ancora chiaro se l’Uganda parteciperà ai colloqui diretti con i comandanti dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), la ribellione attiva da vent’anni nel nord del paese, organizzati dal governo autonomo del Sud Sudan a Juba. Notizie contrastanti sulla stampa locale riferiscono versioni diverse sull’effettiva presenza di una delegazione governativa in Sudan: mentre l’ambasciatore dell’Uganda a Khartoum, Mull Katende, ha detto che non parteciperà agli incontri, pur apprezzando l’iniziativa delle autorità sud-sudanesi. Il giornale indipendente ’Monitor’ oggi scrive invece che il governo ugandese “è ancora interessato” al dialogo con i ribelli. “Vogliamo prendervi parte in modo genuino” avrebbe detto il sottosegretario agli Affari internazionali Henry Oryem Okello, citato dallo stesso giornale. Nei giorni scorsi a Juba una delegazione di 14 esponenti dello Lra ha avuto colloqui con Riak Machar, il vicepresidente del governo autonomo del Sud Sudan che a maggio aveva incontrato vicino al confine con la Repubblica democratica del Congo Joseph Kony, il fantomatico comandante dei ribelli conosciuti per le loro sistematiche violenze contro i civili e il reclutamento forzato di non meno di 25.000 bambini-soldato. Il Sud Sudan sta svolgendo un ruolo di mediazione anche per mettere fine agli attacchi dei ribelli nel suo territorio, dove lo Lra per anni ha mantenuto le basi. Intanto il presidente ugandese Yoweri Museveni ha detto che il suo governo non può accettare l’idea di perdonare i veritici dello Lra, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani: per questo cinque comandanti – compreso Kony – sono ricercati dalla Corte penale internazionale dell’Aja, che ha emesso mandati internazionali di cattura contro di loro, chiedendo a Uganda, Sudan e Repubblica democratica del Congo il loro arresto.

Ewigen
19-06-2006, 22:06
SUDAN 19/6/2006 10.17
DARFUR: DELEGAZIONE RIBELLI A KHARTOUM

Per la prima volta da quando il 5 maggio scorso il governo centrale di Khartoum e la fazione del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Minni Arcua Minnawi, hanno siglato l’accordo di pace per il Darfur proposto dall’Unione africana (Ua), una delegazione dello Slm si è allontanata dalla regione occidentale per recarsi a Khartoum e accelerare l’attuazione del trattato. Il consigliere presidenziale per il Darfur non è stato nominato entro la scadenza prevista, infatti, né è stato formato il governo regionale di transizione.

“È importante – ha commentato il portavoce dell’Ua a Khartoum, Noureddine Mezni – che i firmatari dell’accordo di pace sul Darfur siano qui perché… la loro presenza sarà estremamente importante per la buona riuscita dell’attuazione dell’accordo”. La delegazione dello Slm formerà il governo di transizione del Darfur che dovrà osservare l’esecuzione dell’accordo e lo sviluppo della regione. Non si è tuttavia recato nella capitale Minnawi, nonostante un decreto presidenziale gli garantisca l’immunità. Il governo centrale, invece, entro giovedì dovrebbe presentare all’Ua un piano per il disarmo dei janjaweed, le milizie di predoni arabi suoi alleati responsabili di molte violenze negli oltre tre anni del conflitto che ha devastato la regione occidentale sudanese.

Intanto, la fazione dello Slm guidata da Abdel Wahed Mohamed al-Nur e il Movimento di giustizia e eguaglianza (Jem) continuano a respingere i tentativi di mediazione per convincerli a siglare la proposta di pace presentata dall’Ua.

Ewigen
19-06-2006, 22:07
REP.DEM.CONGO - Un primo gruppo di 31 agenti della polizia militare polacca è partito oggi da Varsavia per Kinshasa. I militari polacchi fanno parte della missione decisa dall’Unione Europea, denominata ‘Eufor’, che contribuirà a garantire la sicurezza durante lo svolgimento delle prossime cruciali elezioni in Congo. Il contingente polacco al completo conterà 131 uomini e sarà il terzo per grandezza dopo quello francese e tedesco.

Ewigen
19-06-2006, 22:25
UGANDA 19/6/2006 22.16
PRESENTATO IN FINANZIARIA PROGRAMMA A FAVORE DEGLI SFOLLATI NEL NORD

Il governo di Kampala ha incluso nella legge finanziaria 2006-2007 lo stanziamento di 10 milioni di dollari per finanziare un programma di re-insediamento a favore di circa due milioni di sfollati provocati dalla guerra che da un ventennio colpisce i distretti nordugandesi: “Il Nord Uganda continua a registrare il più alto tasso di povertà del paese a causa della persistente insicurezza prolungatasi per anni. Il ritorno della pace renderà necessario un piano di sviluppo della regione che è stato sempre una priorità per l’esecutivo” ha detto il ministro delle Finanze, Ezra Suruma, presentando l’iniziativa in Parlamento. Nei giorni scorsi il governo autonomo del Sud Sudan ha organizzato a Juba colloqui diretti con i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) a cui Kampala ha dato il suo assenso, senza tuttavia garantire la propria presenza al tavolo del negoziato. Intanto, secondo un recente studio dell’ufficio per il coordinamento umanitario delle Nazioni Unite (Ocha) nel nord il tasso di mortalità tra i bambini inferiori ai cinque anni ha raggiunto livelli sempre più allarmanti a causa, tra l’altro, della malaria, della malnutrizione e dell’incidenza del Sida/Aids. “Le condizioni di vita nei principali campi per sfollati restano estremamente precarie per il sovraffollamento, lo scoppio di epidemie, gli incendi spontanei provocati dalla stagione arida e gli abusi dei diritti umani commessi sia dallo Lra che dall’esercito regolare (Updf) contro i civili” si legge nel rapporto Onu.

Ewigen
20-06-2006, 23:21
SUDAN 20/6/2006 9.23
EST: ACCORDO PER FINE OSTILITÀ TRA GOVERNO E RIBELLI DEL ‘FRONTE ORIENTALE’

Un accordo per la cessazione delle ostilità e la definizione di un’agenda per futuri colloqui di pace è stato firmato ad Asmara dal governo di Khartoum e dai ribelli del Fronte unito - attivi da anni nell’est del Sudan – grazie alla mediazione dell’Eritrea.

I ribelli, alleati ad altre formazioni anti-governative sudanesi, per dieci anni hanno controllato una piccola regione al confine con l’Eritrea, strategica per l’intera economia del paese per la presenza del principale porto sul mar Rosso (Port Sudan). “È stata firmata una dichiarazione di principio per il successivo negoziato insieme a un accordo per creare le condizioni di pace, compresa la cessazione delle ostilità e la riduzione della presenza militare” ha detto Yemane Gebreab, responsabile politico del partito di governo eritreo.

La soluzione dell’annosa contesa tra Khartoum e i ribelli dell’Est è stata facilitata anche l’accordo di pace che a gennaio del 2005 pose fine al ventennale conflitto tra gli indipendentisti del Sud Sudan e le autorità del governo centrale; l’ex-movimento ribelle dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla), oggi al potere al governo autonomo del Sud, per anni ha sostenuto i movimenti armati nell’est. Anche il rinnovato ruolo di mediazione dell’Eritrea – in passato accusata da Khartoum di appoggiare la ribellione – è stato possibile grazie alla fine del conflitto tra Nord e Sud Sudan. Il ‘Fronte orientale’ – costituito lo scorso anno dalla comunità dei Beja e dei Rashaida – come le sue controparti nel Darfur occidentale e, in passato, nel Sud Sudan, accusa il governo di discriminare le periferie, pur sfruttandone le risorse naturali.

Malgrado la firma dell’accordo, tuttavia, l’Onu – per voce di uno dei responsabili umanitari in Sudan, Manuel Aranda da Silva, ha denunciato che è stato sospeso l’accesso ai campi rifugiati dell’est, dove si trovano circa 120.000 rifugiati etiopi ed eritrei, fuggiti durante la guerre tra i due Paesi del Corno d’Africa nel 1998-2000.

Ewigen
20-06-2006, 23:22
SUDAN 20/6/2006 16.11
DARFUR: RIBADITO RIFIUTO A MISSIONE ONU, MEDIATORI AFRICANI AL LAVORO

Continuano le consultazioni tra i principali esponenti dell’Unione Africana (Ua) e il presidente Sudanese Omar Hassan el Beshir in vista di un possibile passaggio del testimone tra la missione di osservazione dispiegata in Darfur dall’Unione Africana (Ua) e una nuova missione di pace sotto l’egida dell'Onu.

Oggi a Kahrtoum è arrivato, per una visita lampo, il presidente sudafricano, Thabo Mbeki, che incontrerà il suo omologo sudanese per discutere di sicurezza e successivamente avrà un faccia a faccia anche con Salva Kiir, vice presidente del Sudan e massima autorità amministrativa del Sud Sudan, dopo la firma nel gennaio 2005 dell’accordo di pace tra gli indipendentisti dello Splm e Khartoum. Domani, invece, nella capitale sudanese arriverà Alpha Oumar Konaré, presidente della Commissione dell’Unione Africana, che dovrà discutere con Beshir sempre della delicata questione della presenza di truppe Onu in Darfur.

L’Unione Africana, soprattutto a causa di mancanza di fondi, ormai ritiene ineluttabile un passaggio di consegne della missione alle Nazioni Unite. Intanto in dichiarazioni riportate oggi dalla stampa locale, Beshir ha ribadito la contrarietà del governo sudanese al dispiegamento di truppe occidentali in Darfur, la regione nell’ovest del paese (a ridosso del confine col Ciad) teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze, nonché di una ribellione contro il governo centrale. “Vi giuro che non ci sarà alcun intervento militare internazionale in Darfur finchè resterò al potere” ha detto ieri il presidente durante una riunione del suo partito, il National Congress. “Il Sudan, che è stato il primo paese a sud del Sahara a ottenere l’indipendenza, non sarà certo adesso il primo a essere ricolonizzato” ha aggiunto Beshir.

Ewigen
20-06-2006, 23:43
ZAMBIA 20/6/2006 12.51
GIORNATA DEL RIFUGIATO: CONGOLESI ATTENDONO ESITO PROSSIME ELEZIONI

“Tutti attendono l’esito delle elezioni presidenziali e legislative del 30 luglio nella Repubblica democratica del Congo. Se si svolgeranno senza incidenti e se non seguiranno scontri e combattimenti, allora forse si potrà stilare un piano di rimpatrio dei circa 60.000 rifugiati congolesi in Zambia”: lo ha detto alla MISNA Godwin Nsofu, dell’organizzazione non governativa (ong) ‘Hodi’ (che in lingua locale significa ‘Toc Toc’ o ‘Posso entrare?’), dal 2000 la prima ong locale a collaborare con il governo e con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr) per dare assistenza umanitaria ai circa 154.000 rifugiati in Zambia.

La maggior parte di essi sono angolani e tra questi circa 26.000 vivono in campi profughi, mentre 50.000 si sono insediati tra la popolazione. I congolesi – fuggiti dalla guerra del 1998-2003 - invece sono circa 60.000 e la maggior parte di loro vive negli accampamenti di Kala, nella provincia di Luapula, e di Mwange, nella provincia Settentrionale, entrambi vicino al confine con la Repubblica democratica del Congo per facilitare un eventuale rimpatrio. “Sarebbero 10.000 – precisa Nsofu – i congolesi ad essere rimpatriati inizialmente, se le elezioni dovessero andare bene”. È quello che si augurano i circa 20.000 ex-zairesi ospitati a Kala.

“È molto difficile per me e gli altri andare via immediatamente. Devo capire quale sarà la situazione dopo le elezioni” racconta il loro portavoce Majivino Urban. Il voto di fine luglio in ex-Zaire, il primo dopo oltre 40 anni, è considerato un punto di svolta decisivo del lungo processo di pace, per riportare un minimo di stabilità. Le perplessità sull’incertezza dell’esito elettorale sono condivise anche da altri congolesi: “Chi vincerà le elezioni, e quel che accadrà subito dopo, determinerà il nostro stato d’animo e la nostra volontà di tornare” dice Bernard Kapya, arrivato a Kala nel 2002 con sette figli.

Sono in ogni caso gli stessi funzionari dell’Acnur, che tengono costantemente informati i rifugiati sulla situazione in Congo, a escludere rimpatri prima del voto. Cautele ha espresso anche l’Alto commissario per i rifugiati ed ex-primo ministro del Portogallo, Antonio Guterres, parlando in occasione della Giornata mondiale del rifugiato nel campo di Matabila, in Tanzania, dove pure hanno trovato rifugio molti congolesi: “Qui – ha detto Guterres – nei campi in Tanzania e nella vicina Uganda, i rifugiati hanno riparo, cibo, acqua, cure mediche e scuole primarie. Tornati a casa, nella provincia dell’Equateur, il 90% non avrebbe accesso all’acqua potabile. Nel Sud Kivu, il 70% delle aree è accessibile solo camminando; l’80% delle scuole non esiste più e le infrastrutture sanitarie sono in uno stato rovinoso. Zone del Nord Katanga sono state abbandonate per anni”. Per questo, ha concluso Guterres, “il ritorno è probabile che diventi una lotta per la sopravvivenza molto più che la vita in esilio”.

Intanto anche nei campi profughi in Zambia si celebra l’odierna ricorrenza promossa dall’Onu: “Rappresentanti del governo, delle agenzie dell’Onu e delle ong locali visiteranno i campi” dice alla MISNA Nsofu, aggiungendo: “Si pranzerà insieme e vi saranno anche partite di calcio disputate dai rifugiati”.

Ewigen
21-06-2006, 12:35
SUDAN 21/6/2006 3.15
IL LUNGO DOPOGUERRA, SMOBILITATI ALTRI 200 EX-BAMBINI SOLDATO

Durante le scorse due settimane, 181 ex-bambini soldato – 174 bambini e sette bambine – sono stati smobilitati dagli ex-indipendentisti del Sud dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla), che guida il governo regionale dei territori meridionali dopo l’accordo di pace che nel gennaio 2005 ha posto fine al conflitto ventennale tra gli ex-ribeli e le autorità centrali di Khartoum. Secondo gli organizzatori del programma di smobilitazione, altri 30 bambini potranno presto ricongiungersi alle loro famiglie. Il processo di rilascio e registrazione degli ultimi 211 minori è iniziato a febbraio e ha interessato bambini con un un’età compresa tra i 10 e i 18 anni, che hanno vissuto gli ultimi anni nelle caserme militari dello Spla. Dal 2001 a oggi, grazie all’intervento dell’Unicef, sono stati disarmati e ricondotti alle proprie famiglie circa 20.000 bambini prima assoldati dagli ex-indipendentisti dello Spla. Sono tuttavia 2.000 i minori tuttora tra le file degli ex-ribelli, perlopiù in ruoli non militari e in aree difficilmente raggiungibili. Altri 80 bambini nell’area di Kauda, sui Monti Nuba, sono già stati registrati e presto torneranno a casa.

Ewigen
21-06-2006, 12:35
SUDAN 21/6/2006 9.53
DARFUR, ALL’AJA COLLOQUI TRA RIBELLI SLM E GOVERNO

L’attuazione dell’accordo di pace per il Darfur siglato lo scorso 5 maggio e la ricostruzione della regione occidentale sudanese devastata da oltre tre anni di violenze e scontri: sono questi i temi al centro dei due giorni di colloqui tra i delegati del governo centrale di Khartoum e quelli della fazione del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Minni Arcua Minnawi iniziati oggi all’Aja, nei Paesi Bassi. È la prima volta che le due controparti s’incontrano da quando hanno sottoscritto ad Abuja, in Nigeria, l’accordo proposto dall’Unione africana (Ua), respinto invece da altri due gruppi armati del Darfur, la fazione dello Slm guidata da Abdel Wahed Mohamed al-Nur e il Movimento di giustizia e eguaglianza (Jem). Nel corso dei colloqui verrà anche istituito il gruppo di lavoro per la ricostruzione del Darfur, che sarà coordinato dai Paesi Bassi. Oltre alla delegazione governativa guidata dal vice-ministro delle Finanze Lhual Deng e a quella dei ribelli capeggiata da Abduljabbar Mohamoud Dosa, braccio destro di Minnawi, agli incontri parteciperanno rappresentanti dell’Onu, della Banca mondiale, dell’Unione Africana, della Commissione Europea, degli Stati Uniti e di Gran Bretagna e Norvegia.

Ewigen
21-06-2006, 12:37
CIAD 21/6/2006 12.17
CHIESTO INTERVENTO ONU CONTRO “AGGRESSIONE” SUDAN

Nuovi attacchi di milizie sudanesi in Ciad costituirebbero la “prova irrefutabile” della volontà di Khartoum di minacciare il paese vicino e di “destabilizzare l’intera regione”: lo ha scritto in una lettera al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’ambasciatore di N’Djamena al palazzo di vetro, Mahamat Ali Adoum. Per questo le autorità del Ciad chiedono al massimo organismo dell’Onu di “prendere in considerazione questa situazione al fine di fermare la macabra avventura del Sudan”. Negli ultimi mesi il governo ha più volte richiamato alla comunità internazionale e all’Unione Africana la questione della “destabilizzazione” da parte del Sudan, senza però – scrive ancora l’ambasciatore – “ricevere adeguata risposta”. Incontrando la scorsa settimana a N’Djamena la delegazione del Consiglio di Sicurezza in visita in alcuni paesi africani, lo stesso presidente del Ciad Idriss Deby – sempre più indebolito da ribellione armata e opposizione politica – aveva annunciato l’intenzione di depositare un ricorso formale di denuncia contro le aggressioni sudanesi. In un incontro in Libia all’inizio di febbraio Deby e il presidente sudanese Omar el-Bashir si sono impegnati a normalizzare le relazioni diplomatiche e a prevenire la presenza di gruppi armati nei rispettivi territori. Le accuse reciproche sono però continuate; mentre nell’area di confine tra il Ciad e il Darfur, in Sudan, persistono attacchi contro i civili e grave instabilità.

Ewigen
21-06-2006, 19:04
RD CONGO – Dopo tre settimane si è concluso lo sciopero del settore dei trasporti che ha provocato gravi disagi soprattutto nel porto di Matadi, circa 360 chilometri dalla capitale Kinshasa, principale scalo marittimo dell’ex-Zaire; i lavoratori protestavano contro i vertici del sindacato di categoria, che è stato azzerato e rinnovato.

Ewigen
22-06-2006, 19:50
REP. DEM. CONGO – Quattordici casi di colera si sono verificati tra le forze governative di stanza a Goma, capitale della provincia orientale del Nord Kivu: lo si apprende dalla missione Onu nel paese (Monuc), secondo cui i soldati contagiati e le loro famiglie vivono in condizioni sanitarie raccapriccianti e privi di acqua potabile o medicine. A nord della città, nella regione di Rutshuru, sette soldati sono morti per il colera in passato, mentre ad agosto dell’anno scorso si verificarono 800 casi tra le forze governative di Goma, di cui 30 mortali.

Ewigen
22-06-2006, 22:35
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 22/6/2006 17.40
ITURI: MILIZIANI ATTACCANO ESERCITO, ALMENO DUE VITTIME

Sono almeno due le persone morte nella sparatoria seguita a un’imboscata tesa da un gruppo di uomini armati, ancora non identificati, contro una pattuglia dell’esercito congolese nella regione dell’Ituri, nord est della Repubblica democratica del Congo. Lo riferiscono fonti delle Nazioni Unite, precisando che l’attacco è avvenuto nella zona di Zubairi, vicino al villaggio di Marabo, 45 chilometri a sud di Bunia, il capoluogo dell’Ituri. Fonti sanitarie hanno confermato che sono almeno due le persone morte (un soldato governativo e un miliziano) nella violenta sparatoria che è seguita all’imboscata, ma un portavoce locale dell’esercito ha precisato che il bilancio potrebbe essere ben più alto. Quello avvenuto ieri è il terzo attacco condotto nelle ultime 3 settimane contro truppe dell’esercito congolese in Ituri. Solo lunedì scorso, ignoti avevano aperto il fuoco contro un veicolo non lontano da Butembo, uccidendo 1 passeggero e ferendone altri 4. Non è ancora nota l’identità degli aggressori, ma la zona è ritenuta una delle roccaforti del Fronte di resistenza patriottica in Ituri (Frpi), uno dei molti gruppi ribelli che affollavano l’Ituri fino a qualche tempo fa e che ormai sembrano aver accantonato le vecchie rivalità etniche per unirsi e continuare a gestire i lucrosi affari legati ai settori minerari in cui sono coinvolte anche aziende internazionali (molte europee) e i governi dei paesi confinanti. Teatro di violenze e scontri anche dopo la fine ‘ufficiale’ della guerra nella Repubblica democratica del Congo (1998-2003), l’Ituri è ancora una delle zone più instabili dell’intero Congo. Più di 15.000 ex-combattenti hanno partecipato al programma di disarmo, ma si stima che alcune migliaia di uomini armati siano ancora presenti sul territorio.

Ewigen
22-06-2006, 22:48
SUDAN 22/6/2006 19.39
DARFUR: ACCORDO DI PACE REGGE, MA INSICUREZZA RESTA

“Nonostante la generica diminuzione della violenza in Darfur, dopo la firma dell’accordo di pace raggiunto il mese scorso tra il governo sudanese e il principale movimento combattente attivo nel conflitto (l’Esercito di liberazione del Sudan, Sla-m), atti di banditismo, di violenza, furti di bestiame e attacchi mirati contro le strutture delle organizzazioni internazionali e i convogli delle Nazioni Unite, o dell’Unione Africana, continuano a rappresentare una minaccia alla pace nella regione”: inizia così l’ultimo rapporto settimanale stilato dalla Missione Onu in Sudan (Unmis), di cui la MISNA ha visionato una copia. Nel documento si sottolinea subito come l’accordo siglato il 5 giugno scorso ad Abuja tra Khartoum e l’ala maggioritaria (per numero e potenza politico militare ) dell Sla-m abbia effettivamente portato a una sospensione delle ostilità tra le due parti, anche se subito dopo si stila un elenco di avvenimenti che dimostrano la grave insicurezza che continua a persistere in gran parte della regione del Darfur, l’area al confine col Ciad estesa quanto la Francia e divisa amministrativamente in 3 stati: il Darfur meridionale, settentrionale e occidentale. Secondo il rapporto dell’Unmis, negli ultimi dieci giorni nuovi scontri tra le due fazioni dello Sla-m sono esplosi nella zona di Kulkul e Korma, nel Darfur Settentrionale; in quello Occidentale invece negli ultimi giorni si sono registrati una serie di attacchi contro personale Onu (due guardie sono state ferite da colpi di arma da fuoco a Geneina e Garsila), e operatori umanitari (l’auto di una ong è stata assaltata in pieno giorno nel cuore di El Geneina, il capoluogo dell’Ovest Darfur). Ma in questa zona le preoccupazioni maggiori sembrano arrivare dai campi - “diventati potenzialmente un terreno di coltura per le violenze” si legge nel rapporto - che ospitano i quasi 2 milioni di sfollati creati dal conflitto iniziato nel febbraio 2003. Nel Darfur meridionale, invece, sono stati riportati nuovi scontri tra alcune tribù della regione del Sud Kordofan che si contendono pascoli e punti di accesso all’acqua. Intanto, sul fronte politico-diplomatico, vanno registrate le parole del segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, secondo cui la regione del Darfur ha bisogno di una forza di pace delle Nazioni Unite, “che questo piaccia o meno”, pur ribadendo che il Palazzo di Vetro non può imporre niente a nessun paese. Due giorni fa il presidente del Sudan Omar el-Bashir aveva ribadito il suo rifiuto totale al dispiegamento di truppe Onu nel paese, visto come una sorta di “nuova colonizzazione” del Sudan.

Ewigen
23-06-2006, 19:08
SUDAN 23/6/2006 12.35
DARFUR, GOVERNO E RIBELLI CONCORDANO MISSIONE CONGIUNTA SU SICUREZZA

Una missione congiunta dovrà valutare entro metà settembre i fondi necessari allo sviluppo a breve e lungo termine del Darfur, anche in vista della conferenza dei donatori del mese successivo: lo hanno deciso all’Aja, nei Paesi Bassi, i delegati del governo centrale di Khartoum e quelli della fazione del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Minni Arcua Minnawi – l’unica formazione ribelle dell’ovest ad aver siglato l’accordo di pace per il Darfur lo scorso 5 maggio.
Le due parti - al termine dei due giorni di colloqui - si sono inoltre impegnate a garantire quanto prima la sicurezza nella regione sudanese occidentale, per iniziare il prima possibile la ricostruzione dell’area devastata da oltre tre anni di violenze e scontri. “I dividendi della pace devono essere mostrati alla gente del Darfur quanto prima” ha auspicato il ministro olandese dello Sviluppo, Agnes van Ardenn, notando che le donazioni che giungeranno in seguito all’accordo di pace finanzieranno rimpatrio dei rifugiati, sanità, educazione, riforma per la ridistribuzione delle terre.
Sull’invio di un contingente di pace che l’Onu vorrebbe inviare in Darfur al posto di quello dell’Unione africana (Ua) – al quale il governo di Khartoum continua a opporsi – è tornato a esprimersi il segretario generale Kofi Annan: “Sanno come operiamo e perciò è incomprensibile questa resistenza”. Rispondendo al presidente sudanese Omar Hassan el-Bashir che martedì aveva parlato di un’agenda ‘coloniale’ dietro all’offerta delle Nazioni Unite, Annan ha aggiunto: “Nessuno, e tanto meno l’Onu, è interessato a imporre qualcosa di simile a un regime coloniale… Provo un leggero disappunto nel sentire queste asserzioni pubbliche prima dell’ultimo round di colloqui in cui dovremmo presentare i dettagli della nostra proposta”.
Intanto dall’Aja il vice-ministro olandese della Finanza Lual Deng ha detto che il Sudan sta valutando la possibilità di inviare 10.000 soldati della forza congiunta sudanese – che comprende gli ex-ribelli del sud Sudan oggi a capo del governo regionale dei territori meridionali – che si aggiungano ai circa 7.000 soldati dell’Ua già dislocati in Darfur.

Ewigen
23-06-2006, 19:08
UGANDA 23/6/2006 12.51
DELEGAZIONE UGANDESE A NEGOZIATO CON LRA IN SUD SUDAN

L’Uganda manderà “presto” una delegazione ai colloqui di pace con i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) a Juba, in Sud Sudan, promossi dal locale governo: lo ha detto oggi l’ambasciatore ugandese a Khartoum Busho Ndinyenka, senza comunque precisare alcuna data. Finora l’Uganda non ha preso parte alla mediazione avviata nelle scorse settimane dal vicepresidente del governo autonomo del Sud Sudan Riak Machar con l’obiettivo di fermare lo Lra, attivo da 20 anni soprattutto in Nord Uganda. I ribelli, da parte loro, nei giorni scorsi hanno inviato 15 delegati a Juba, capitale dei territori meridionali sudanesi. Ai colloqui non partecipano i vertici dello Lra, perché il fondatore Joseph Kony e i suoi 4 comandanti sono ricercati dalla Corte penale internazionale, che li accusa di crimini di guerra e contro l’umanità.
Il ministro degli Esteri ugandese, Henry Oryem Ocello, citato dal quotidiano filo-governativo ’New Vision’ ha detto che il governo incoraggia la mediazione del Sud Sudan, ma che è disposta a parlare solo a una “genuina” delegazione di ribelli. Quella nominata ora, ha aggiunto il capo della diplomazia ugandese, comprende solo un paio di interlocutori considerati “accettabili” perché “provengono dalle file della ribellione nel bush”, nella foresta. Tra i rappresentanti scelti da Kony per il negoziato, ci sono anche un avvocato di Kampala e un cittadino ugandese con cittadinanza statunitense.

Ewigen
23-06-2006, 19:08
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 23/6/2006 13.47
ELEZIONI: ANNUNCIATE “CONSULTAZIONI” POLITICHE IN VISTA DEL VOTO

Per “preservare la credibilità e la serenità del processo elettorale” in vista delle prime consultazioni democratiche in oltre 40 anni, l’ufficio della presidenza della Repubblica congolese ha annunciato l’imminente avvio di non meglio precisate “consultazioni” che verteranno “sulla sicurezza dei candidati, il loro accesso ai media e l’accettazione dei risultati”. In un comunicato ufficiale, diffuso a seguito di una riunione tra il presidente Joseph Kabila, i suoi quattro vice, i capi di Camera e Senato e i rappresentanti della comunità internazionale, si legge che “tutte le istituzioni hanno espresso la loro adesione, senza riserve, al calendario elettorale per quanto concerne la tenuta delle elezioni presidenziali e legislative del 30 luglio 2006, irreversibile e non negoziabile”. Allo stesso tempo “è emersa una convergenza di opinioni sulla necessità di consultazioni...che si terranno, da una parte nel quadro dei meccanismi ufficiali, e dall’altra in un ambito più esteso ancora da definire”. È prevista, tra l’altro, l’adozione di “un codice di buona condotta che non mancherà di avere un effetto rassicurante sull’elettorato”. L’annuncio della presidenza giunge dopo le ripetute richieste di alcuni settori della società civile, tra cui anche la Chiesa locale, sulla necessità di un “consenso nazionale” per assicurare la regolare tenuta dello scrutinio e gestire il passaggio di consegne tra il governo di transizione – che scadrà il 30 giugno – e il successivo; una fase che potrebbe durare diversi mesi in attesa del verdetto definitivo delle votazioni anche nella possibilità di un ballottaggio.

Ewigen
24-06-2006, 10:49
CIAD 24/6/2006 10.44
NUOVE SPACCATURE NEL “FRONTE UNITO” DEI RIBELLI DELL’EST

Nuove e profonde spaccature sono emerse nelle ultime 24 ore all’interno del Fronte unito per il cambiamento democratico (Fucd), la coalizione creata alcuni mese fa per raccogliere al suo interno tutti i gruppi armati che, a cominciare dal settembre del 2005, sono venuti alla luce con lo scopo dichiarato di destituire con la forza il presidente Idriss Deby. In una serie di documenti ufficiali inviati all’emittente radiofonica Alwihda (particolarmente vicina a tutti i movimenti di opposizione a Deby) i vertici del Fucd hanno prima sciolto il movimento, poi convocato un congresso, costringendo il presidente del Fronte, Mahamat Nour, a smentire ogni cosa e a procedere a nuove nomine. La cronaca di una giornata politica ancora confusa comincia con la nota inviata ad Alwihda dal vice-presidente del Fucd, Hassane Saleh Aldjinedi, in cui si comunica “la dissoluzione del Fucd (…) date le contraddizioni nelle decisioni politiche e militari dei suoi vertici”. Poco più tardi sul sito dell’emittente compare, invece, un messaggio del portavoce ufficiale del Fucd, Albissaty Allazam, in cui si disconosce la “dissoluzione” e si convoca un congresso di tutti i componenti della coalizione “che si terrà dal 27 al 30 giugno prossimi”. A chiudere, almeno per il momento, la questione interviene direttamente Mahamt Nour, il presidente e uomo forte del Fucd - accusato da Deby di agire per conto del Sudan con cui il Ciad ha rotto le relazioni diplomatiche proprio perché ritenuto l’ispiratore, il finanziatore e il sostenitore dei movimenti ribelli nati negli ultimi mesi e nascosti nell’est del paese a ridosso del Darfur. Nella nota, Nour nomina due nuovi portavoce, evidenziando che i due (Laona Gong Raoul e Ali Ahmat Akbach) sono gli unici due abilitati a parlare ufficialmente a nome del Fronte. Nel comunicato che conclude la giornata, Nour “denuncia” infine “le manovre di Deby per dividere il coordinamento” dei movimenti di opposizione. In realtà è dal fallito attacco contro la capitale N’djamena, lanciato il 13 aprile scorso e costato la vita a centinaia di persone, che il Fucd è scosso da una profonda crisi interna. Creato nel dicembre 2005, il Fucd ha già visto uscire dalla coalizione alcune delle formazioni fondanti, incluso lo Scud, sicuramente il più importante dei gruppi armati costituiti nei mesi scorsi e asserragliati al confine col Sudan perché formato prevalentemente da ex-collaboratori, generali, compagni di partito, nonché parenti e membri dello stesso gruppo etnico del presidente ciadiano.

Ewigen
26-06-2006, 12:28
SUDAN 26/6/2006 10.30
DARFUR: RESTA IN VIGORE SOSPENSIONE VOLI ONU, KHARTOUM ATTENDE SPIEGAZIONI

Sono rimasti a terra anche oggi gli elicotteri delle Nazioni Unite dopo che ieri il governo sudanese ha deciso di sospendere i voli Onu in Darfur, in seguito alle informazioni relative a un passaggio in elicottero dato a un esponente della ribellione che dal 2003 combatte contro Khartoum. Lo hanno riferito fonti giornalistiche locali, precisando che della vicenda ieri hanno discusso a lungo il ministro degli Esteri sudanese, Jamal Mohamed Ibrahim, e l’inviato del Palazzo di Vetro in Sudan, Jan Pronk. Il governo ha precisato che il divieto di sorvolo del Darfur per i mezzi Onu resterà in vigore finché non sarà stata fornita una spiegazione ufficiale a quanto avvenuto, sottolineando, comunque, che dal bando sono esclusi i mezzi delle agenzie Unicef e Pam, che si occupano rispettivamente di assistenza all’infanzia e di aiuti alimentari. Indiscrezioni riferiscono di una possibile conferenza stampa di Pronk già oggi in giornata. Secondo la ricostruzione fornita alla stampa locale e internazionale dal governo sudanese, sabato un elicottero dell’Onu avrebbe fatto salire a bordo Suleiman Jamous, esponente di punta dell’Esercito-Movimento di liberazione del Sudan (Sla-m), ma appartenente all’ala che non ha riconosciuto l’accordo di pace siglato lo scorso 5 maggio ad Abuja, per trasportarlo da El Fasher (capitale del nord Darfur) nel Sud Sudan. “Si tratta di una flagrante violazione della sovranità nazionale e una violazione dell’accordo con cui l’Onu opera in Sudan” ha detto il ministro degli Esteri. La portavoce delle Nazioni Unite Radia Achouri ha detto di non essere in grado di confermare la ricostruzione e ha evitato di commentare le dichiarazioni del governo sudanese. Fonti umanitarie evidenziano che Jamous era una figura molto nota tra il personale delle Nazioni Unite e delle Organizzazioni non governative (Ong) internazionali, dal momento che ricopriva l’incarico di responsabile del coordinamento umanitario nelle aree del Darfur sotto il controllo ribelle. Jamous, definito da più fonti “competente e collaborativo”, era stato arrestato e torturato il 20 giugno scorso dai suoi stessi compagni del Slm per aver criticato l’accordo di pace sul Darfur. Intanto la vicenda rischia esacerbare ancora di più il confronto tra il Palazzo di vetro e il governo sudanese per l’invio di una missione di pace sotto l’egida dell’Onu in Darfur. Ieri una manifestazione contro l’Onu si è svolta a Khartoum, mentre il consiglio dei ministri, riunitosi alla presenza del presidente Omar hassan el Beshir, ha “ribadito il rifiuto a trasferire la missione dall’Unione Africana alle Nazioni Unite”.

Ewigen
26-06-2006, 19:35
CIAD 26/6/2006 12.47
NUOVI COMBATTIMENTI NELL’EST E NUOVE DISERZIONI A N’DJAMENA

Intensi movimenti di truppe e nuovi combattimenti tra ribelli ciadiani e reparti dell’esercito nazionale del Ciad sono stati segnalati nel fine settimana a cavallo della frontiera col Sudan, e più precisamente nell’area a ridosso del Darfur occidentale. La MISNA lo ha appreso da fonti delle Nazioni Unite in Sudan, secondo le quali già il 23 giugno scorso la popolazione locale aveva segnalato lo spostamento di una colonna di una cinquantina di mezzi di ribelli ciadiani armati, presumibilmente appartenenti al Gruppo di opposizione armata del Ciad (Caog), partiti dai dintorni di El Geneina, capitale del Darfur occidentale, e diretti verso il confine. Il giorno successivo, sempre fonti Onu, hanno confermato di scontri avvenuti tra ribelli e forze governative ciadiane nei pressi di Tandulti, Gellu e Adi Kong. Per il momento non è stato possibile ottenere in territorio ciadiano conferme indipendenti dei fatti. Ma oggi la stampa locale ciadiana, riporta la presa della località di Kalogne (estremo est del paese a ridosso della frontiera sudanese) da parte degli uomini di Hassane Saleh Aldjinedi, dopo brevi combattimenti su cui non sono disponibili bilanci. Difficile trovare conferme indipendenti anche alle notizie di nuove defezioni riportate dalla stampa contraria al presidente Idriss Deby, ma proprio per questo normalmente ben informata sui movimenti interni alla ribellione. Secondo l’emittente radiofonica Alwihda almeno un centinaio di militari avrebbero disertato nell’ultima settimana, raggiungendo i propri colleghi asserragliati nell’est del paese.

Ewigen
27-06-2006, 20:57
SUDAN 27/6/2006 3.04
KHARTOUM ELIMINA RECENTE BANDO CONTRO MISSIONE ONU IN DARFUR

Con la revoca del bando imposto domenica da Khartoum a una missione Onu nel Darfur sono stati allontanati, in circa 48 ore i timori di un inasprimento dei rapporti tra il Sudan e il Palazzo di vetro avanzati ieri da alcuni osservatori. Domenica il Sudan aveva sospeso alcune operazioni dell’Onu – non quelle del Programma alimentare mondiale (Wfp/Pam) e dell'Unicef - in seguito alle notizie relative a un passaggio concesso da un elicottero dell’Unmis (United nations mission in Sudan) al capo ribelle Suleiman Adam Jamous che continua a opporsi all’accordo di pace firmato di recente ad Abuja da una parte dei ribelli. "Il governo sudanese ha deciso con effetto da oggi di rivedere la sua decisione di sospendere la missione Onu in Darfur" ha detto ieri sera a New York il portavoce dell'Onu Stephane Dujarric. Nessun altro particolare è stato reso noto sulla vicenda Jamous e il portavoce ha declinato qualsiasi ulteriore commento. L’Unmis svolge in Darfur una delle più grandi operazioni umanitarie del mondo contro la malnutrizione, le epidemie e gli effetti dalle scorrerie dei predoni del deserto conosciuti come janjaweed.

Ewigen
27-06-2006, 20:59
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 27/6/2006 9.33
LIBERATI DUE DEI SETTE ‘CASCHI BLU’ RAPITI DA MILIZIANI NEL NORDEST

Sono stati rilasciati due dei sette ‘caschi blu’ nepalesi catturati il 28 maggio scorso da un gruppo ribelle nella regione nordorientale dell’Ituri: lo ha riferito Carmine Camerini, portavoce della missione Onu (Monuc) a Bunia, capoluogo dell’Ituri, precisando che i due soldati “sono in buone condizioni”. Camerini non ha fornito altri particolari, limitandosi ad aggiungere che la Monuc “sta facendo il possibile affinché anche gli altri tornino rapidamente in libertà”. I sette militari erano stati sequestrati durante un’operazione condotta dall’esercito congolese a nord di Bunia, in cui un altro ‘caso blu’ nepalese era rimasto ucciso e tre feriti. Responsabili del rapimento, i miliziani del Fronte nazionalista integrazionista (Fni), una delle ultime fazioni armate ancora attive nella provincia dell’Ituri, guidati dall’ex-capo ribelle Peter ‘Karim’ Udaga, il cui nome compare peraltro in un’inchiesta dell’Onu sul traffico illegale di risorse minerarie nella regione. Secondo la Monuc circa 15.000 combattenti hanno deposto le armi tra l’aprile e il giugno 2005 in Ituri, ma un numero imprecisato di altri – forse alcune migliaia - continuano a costituire una minaccia per la popolazione. In ex-Zaire la Monuc – presente dalla fine del 1999 – conta circa 17.000 soldati, che finora non sono riusciti a disarmare del tutto i miliziani ruandesi rifugiatisi nelle foreste dell’est del paese dopo il genocidio del 1994.

Ewigen
27-06-2006, 21:44
RD CONGO – La Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc) - organismo regionale guidato dal Sudafrica che raggruppa gli stati della zona meridionale del continente - dispiegherà osservatori elettorali nella Repubblica democratica del Congo in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 30 luglio; il voto sarà monitorato anche da altre migliaia di osservatori locali e internazionali.

Ewigen
27-06-2006, 23:48
UGANDA 27/6/2006 11.34
SCONTRI TRA MILITARI E RIBELLI NEL NORD, PER ESERCITO “OFFENSIVA PROSEGUE”

L’esercito ugandese ha ucciso otto ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) in due distinte operazioni nei distretti settentrionali di Gulu e Pader: “Li abbiamo fermati mentre tentavano di attaccare alcuni campi per sfollati. La nostra posizione è chiara, l’offensiva militare prosegue” ha detto il portavoce dei soldati governativi, Felix Kulayigye ricordando che al momento non vige alcun ‘cessate-il-fuoco’ con lo Lra, nonostante i colloqui di pace in corso a Juba (Sud Sudan) per iniziativa del governo locale. Finora Kampala ha mantenuto alcune riserve sul tentativo di negoziato avviato nelle scorse settimane dal vice-presidente del governo autonomo del Sud Sudan Riak Machar, pur incoraggiando la mediazione e annunciando che manderà presto una sua delegazione a seguire i colloqui. Ma nuovi dubbi sulle trattative sponsorizzate dalle autorità di Juba sono intanto stati espressi dal ministro del governo locale, generale Kahinda Otafire, citato dal quotidiano ugandese ‘The Monitor’: “Una volta ottenuta una sospensione delle ostilità, gli uomini di Joseph Kony (fondatore e massimo capo dello Lra, ndr) rimasti in Nord Uganda potranno raggiungerlo nella Repubblica democratica del Congo, cosa che al momento non possono fare” ha osservato Otafire. Kony e altri 4 comandanti dello Lra sono ricercati dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità.

Ewigen
28-06-2006, 22:46
SUDAN 28/6/2006 12.59
DARFUR: ONU PER INVIO 17.000 ‘CASCHI BLU’ ENTRO GENNAIO 2007

Il capo delle operazioni per il mantenimento della pace dell’Onu, Jean-Marie Guéhenno, ha auspicato il dispiegamento dei ‘caschi blu’ nella regione occidentale del Darfur entro il gennaio 2007, raccomandando che la forza multinazionale incaricata di rimpiazzare i soldati dell’Unione Africana (Ua) sia composta “da una divisione”, ovvero pari a 17.000 effettivi. Parlando al Consiglio di sicurezza, Guéhenno ha evidenziato che la missione Onu dovrà avere a disposizione “mezzi aerei considerevoli, ufficiali di collegamento e osservatori militari, oltre a importanti strumenti logistici, di comunicazione e trasporto. Naturalmente – ha sottolineato – questa forza di pace non potrà essere mobilitata sul terreno se non con il consenso del governo del Sudan e per il momento non lo abbiamo”. A questo proposito Guéhenno ha evidenziato “l’importanza di proseguire nelle prossime settimane i colloqui con il governo sudanese per convincerlo che andiamo là per portare aiuto”. In attesa del possibile passaggio di consegne con i militari dell’Ua in Darfur - circa 7.000 - “è necessario che le Nazioni Unite aiutino la missione africana. Su questo argomento non abbiamo riscontrato l’opposizione dell’esecutivo di Khartoum, quindi ci lavoreremo alacremente”. L’intervento di Guéhenno è giunto a seguito dell’annuncio che l’Ua ritirerà i suoi uomini alla fine del prossimo settembre: “Non disponiamo di fondi necessari per continuare oltre questa data a meno di novità che implichino un appoggio dell’Onu per poter estendere il nostro mandato” ha riferito il capo della diplomazia sudafricana Ncosazana Dhlamini-Zuma.

Ewigen
28-06-2006, 22:47
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 28/6/2006 16.43
ELEZIONI: INCONTRI IN GABON PER UN ‘CODICE DI BUONA CONDOTTA’

L’adozione di un ‘codice di buona condotta’ tra i protagonisti della campagna elettorale, che si aprirà domani in Repubblica democratica del Congo, è l’obiettivo di una serie di colloqui organizzati a Libreville tra il presidente del Gabon Omar Bongo Ondimba e alcuni esponenti politici e della società civile congolese.
Secondo il ministero degli esteri gabonese, sono stati gli stessi politici di Kinshasa a chiedere il patrocinio del decano del capi di Stato africani (al potere dal 1967), per aiutarli a creare un clima di serenità e sicurezza nel mese che precede le storiche elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo 30 luglio.
Fonti giornalistiche sottolineano che, oltre ai due vice-presidenti ed ex-capi ribelli Jean-Pierre Bemba e Azarias Ruberwa, è stato ricevuto da Bongo anche il presidente della Conferenza episcopale del Congo (Cenco), Monsignor Laurent Monsengwo Pasinya. Mentre proseguono, fino a domani, gli incontri iniziati ieri nel paese vicino (separato da Kinshasa dalla confinante Repubblica del Congo), fonti della MISNA segnalano lo svolgimento in queste ore di una manifestazione elettorale delle cosiddette ‘forze di opposizione’ capeggiate dall’Udps (Unione per la democrazia e il progresso sociale), che boicotta da mesi un processo elettorale giudicato troppo poco trasparente e non abbastanza democratico. La tensione è salita nelle principali città del Congo con l’avvicinarsi della data del 30 giugno, naturale scadenza del mandato delle istituzioni transitorie nominate con gli accordi di pace di Sun City (che misero fine sulla carta alla guerra del 1998-2003), e il vuoto di potere che si verrà a creare tra quella data e l’insediamento delle nuove istituzioni, previsto probabilmente alcuni mesi più tardi al termine del complesso processo elettorale.

Ewigen
28-06-2006, 22:52
UGANDA 28/6/2006 19.51
INTERVISTA QUOTIDIANO BRITANNICO A CAPO RIBELLE KONY, CHIEDE “COLLOQUI DI PACE”

Se il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni “fosse disponibile a parlare con me, sarebbe soltanto una cosa buona, che porterebbe pace al popolo ugandese”: lo ha detto Joseph Kony, capo dei ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra), in quella che il quotidiano ‘The Times’ di Londra presenta anche in prima pagina come “la prima intervista” con il “mosted wanted man” dell’Africa, l’uomo più ricercato del continente.
Kony - ricercato dalla Corte penale internazionale, insieme a 4 altri comandanti dello Lra, per le gravi violazioni dei diritti umani compiute dai suoi uomini nel nord Uganda negli ultimi vent’anni – respinge le accuse di aver commesso atrocità e si definisce persino “un combattente per la libertà del popolo ugandese”. Le sue dichiarazioni sono state definite “ridicole” – in un programma alla ‘Bbc’ - dal portavoce del governo ugandese Robert Kabushenga, secondo cui vi sono “un sacco di informazioni e di prove da parte di civili che sono stati rapiti dallo Lra”, che tra le sue pratiche violente ha anche l’arruolamento forzato di ragazzi; secondo stime in circolazione, oltre ventimila in questi anni sarebbero stati rapiti.
Il capo ribelle – scrive il giornalista Sam Farmar, che lo ha intervistato per il quotidiano londinese – “non spiega perché stia cercando proprio ora la pace”, ricordando che secondo i suoi avversari i ribelli sono stati di fatto sconfitti sul piano militare. L’intervista è avvenuta nelle foreste del nord della Repubblica democratica del Congo, dove Kony si nasconde da alcuni mesi. A maggio il vicepresidente del governo autonomo del Sud Sudan, Riak Machar, lo ha incontrato nel tentativo di avviare colloqui di pace con il governo di Kampala, che finora però non hanno ancora preso avvio.

Ewigen
29-06-2006, 12:34
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/6/2006 5.32
ELEZIONI : AL VIA LA CAMPAGNA ELETTORALE, TRA INCERTEZZE E VOGLIA DI PACE

I 33 candidati alla presidenza e i circa 10.000 aspiranti parlamentari iniziano ufficialmente oggi la loro campagna elettorale un vista del voto del 30 luglio. La vigilia dell’evento è stata però oscurata da un drammatico incidente: il tetto di un capannone è crollato ieri a Goma, capitale della regione orientale del Nord-Kivu, provocando almeno un morto e più di 80 feriti tra la folla radunata per sentire un comizio del presidente uscente Joseph Kabila. In un territorio di oltre 2,4 milioni di chilometri quadrati, popolato da circa 50 milioni di abitanti (tra cui 26 milioni di elettori registrati), il presidente Kabila, a capo di una nuova grande coalizione di partiti (l’Alleanza della maggioranza presidenziale, Amp) ha sicuramente qualche vantaggio in più rispetto ai suoi rivali: visibilità, sicurezza, spostamenti gli vengono di fatto garantiti dalla sua posizione a capo dello Stato, un mandato ‘ereditato’ dal padre Laurent Désiré Kabila ucciso nel gennaio del 2001, dopo un arrivo al potere nel 1997 alla caduta del presidente-padrone Mobutu Sese Seko. Tre suoi vice inizieranno anche loro oggi la propria campagna: Jean-Pierre Bemba, ex-capo ribelle del Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), le cui milizie sono accusate di gravi violazioni dei diritti umani durante la guerra del 1998-2003; l’altro ex-capo antigovernativo Azarias Ruberia, la cui ribellione Rdc (Coalizione democratica congolese) è diventata partito alla pari di altre formazioni, e Arthur Z’Ahidi Ngoma. Per la società civile, si presenta Pierre Matusila, mentre Eugène Diomi Ndongala rappresenta l’uno dei pochi partiti presente, coi sui candidati, in tutte le circoscrizioni del Paese. Tre figli di famosi politici si sono anche lanciati sulle orme dei loro padri: Nzanga Mobutu, figlio del defunto Mobutu (al potere dal 1965 al 1997), Guy-Patrice Lumumba, figlio di Patrice, primo capo di governo del paese dopo l’indipendenza dal Belgio, assassinato dopo pochi mesi, e Justine Mpoyo Kasa Vubu, figlia del primo presidente del Congo indipendente. La lunga - troppo lunga secondo la maggior parte degli osservatori e la società civile - lista di candidati conta anche l’ex-ministro delle Finanze di Mobutu e ex-governatoire della Banca centrale Pierre Pay-Pay wa Syakasighe, o ancora Oscar Kashala, un medico che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e considerato molto vicino alla diaspora statunitense. Nonostante numerosi appelli alla calma lanciati dalla comunità internazionale, il clima politico rimane teso e l’opposizione a queste elezioni - in particolare l’Udps (Unione per la democrazia e il progresso sociale) di Etienne Tshisekedi, grande assente tra i candidati - non intende abbandonare le proteste durante la campagna. Fonti della MISNA a Kinshasa hanno raccolto preoccupazioni di assistere ad una campagna dai toni ulteriormente accesi tra candidati, con il rischio di far passare in secondo piano i programmi politici, che dovrebbero aiutare il popolo uscire dalla miseria e vivere finalmente in pace, approfittando magari anche loro dei benefici delle immense risorse naturali sfruttate da tempo dall’estero.

Ewigen
30-06-2006, 19:16
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/6/2006 16.00
ELEZIONI : AVVIO CONFUSO DELLE “CONCERTAZIONI” POLITICHE

Le annunciate ma non meglio precisate “concertazioni politiche” tra le ‘forze vive’ della Repubblica democratica del Congo – candidati alle elezioni, rappresentanti delle istituzioni, della commissione elettorale e della società civile – sono iniziate oggi a Kinshasa, nel giorno del 46°anniversario dell’indipendenza e – soprattutto – della scadenza delle istituzioni di transizione create tre anni fa per porre fine al conflitto del 1998-2003. La MISNA lo ha appreso fonti locali. Richieste da diversi partiti e settori sociali insoddisfatti della gestione del processo pre-elettorale, le concertazioni dovrebbero includere tra l’altro questioni relative a sicurezza dei candidati e degli osservatori, trasparenza del voto e accesso ai media in vista delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 30 luglio.
Restano confusi, per ora, contenuti, durata e partecipanti ai colloqui politici; si sa che stamani mancavano all’appello, tra gli altri, gli esponenti del partito del presidente Joseph Kabila (Pprd), e quelli dell’Udps dell’oppositore Etienne Tshisekedi, che ha deciso di boicottare il voto. Secondo fonti giornalistiche internazionali, alle concertazioni non parteciperebbe circa la metà dei 33 candidati alla presidenza. “Il solo fatto di sedersi tutti intorno allo stesso tavolo contribuisce al miglioramento del clima finora troppo teso” ha detto alla MISNA Remy Massamba, segretario generale dell’Udps, che chiede da tempo lo svolgimento di tali concertazioni politiche. La capitale Kinshasa è oggi semi-deserta e presidiata dalle forze di sicurezza, intervenute qualche ora fa per disperdere un gruppo di manifestanti.

Ewigen
01-07-2006, 02:39
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/6/2006 20.51
ELEZIONI: DISORDINI A MATADI, MANIFESTANTI UCCISI IN SCONTRO CON POLIZIA

Almeno 10 persone, tra cui 9 civili, sono rimaste uccise oggi in scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Matadi, capoluogo del Bas Congo, nel sudovest della Republica democratica del Congo. Lo riferiscono fonti della Monuc (missione dell’Onu nel paese), il cui portavoce Jean-Tobie Okala ha precisato che i dimostranti uccisi nell’intervento della polizia appartenevano alla “setta” politica-religiosa 'Bundi dia Kongo'. Il dirigente di questa formazione, Ne Mansa Nsemi, ha però detto a radio Okapi - emittente della Monuc - che la manifestazione coinvolgeva elementi “dissidenti” del suo movimento. Il governatore della provincia aveva vietato per oggi ogni raduno pubblico, in coincidenza con la scadenza del mandato delle istituzioni transitorie, nominate tre anni fa per porre fine alla guerra del 1998-2003. Mentre entra nel vivo la campagna elettorale per le presidenziali e legislative del 30 luglio, la data di oggi è oggetto di polemiche tra le forze vicine all’attuale governo – che di fatto rimarranno al potere fino al termine del lungo e complesso processo elettorale per i prossimi mesi – e gli oppositori, che ritengono illegittima la proroga del mandato.

Ewigen
01-07-2006, 02:40
DOPPIO

Ewigen
01-07-2006, 10:39
CIAD 1/7/2006 10.07
GOVERNO SI DICE PRONTO A DIALOGO CON SUDAN

Il governo di N’Djamena è disponibile alla trattativa con il Sudan per risolvere le controverse tra i due Paesi e ristabilire pienamente rapporti bilaterali: lo ha detto il ministro degli Esteri Ahmat Allam-Mi, parlando da Parigi durante una visita ufficiale. “Siamo pronti al dialogo con la delegazione sudanese nell’ambito degli accordi di Tripoli. Manteniamo le stesse posizioni, ma siamo scoraggiati da ciò che sta accadendo e ci siamo rivolti al Consiglio di sicurezza dell’Onu” ha affermato. Lo scorso 8 febbraio, grazie alla mediazione della Libia, a Tripoli è stato firmato un accordo che prevede la riapertura dei rispettivi consolati, l’impegno a impedire reciprocamente l’uso del territorio per attività ostili e a non fornire sostegno a gruppi armati dei due paesi.
Il capo della diplomazia del Ciad ha ribadito che il suo governo finora avrebbe rispettato questi impegni: “È invece il Sudan ad averli violati, ma ora la questione andrebbe risolta usando strumenti pacifici” ha aggiunto Allam-Mi. Il governo di Nd’jamena lo scorso 14 aprile, all’indomani di un fallito golpe per rovesciare il presidente Idriss Deby, aveva interrotto le relazioni con Khartoum, accusando il Sudan di armare e sostenere i ribelli anti-governativi. A meta giugno il Sudan aveva chiesto la mediazione della Francia, mentre una settimana più tardi il Ciad si era rivolto al Consiglio di sicurezza dell’Onu chiedendo di fermare “le aggressioni e la destabilizzazione” da parte del paese confinante. Il Ciad ospita oltre 200.000 profughi del vicino Darfur, dove dall’inizio del 2003 è in corso un conflitto interno.

Ewigen
01-07-2006, 13:09
SUDAN – La commissione per il disarmo e il reinserimento dei combattenti del Nord Sudan ha raggiunto un’intesa con le comunità arabe Shura per l’adozione di un protocollo relativo alla consegna di armi, previsto dagli accordi di pace del Darfur firmati il 5 maggio ad Abuja, in Nigeria.

Ewigen
01-07-2006, 14:00
SUDAN 1/7/2006 13.53
NUOVA RADIO PER PROMUOVERE PACE, NEGATA DIFFUSIONE NEL NORD

Chiarire i termini del complesso accordo di pace che, nel gennaio 2005, ha posto fine al ventennale conflitto tra indipendentisti del Sud Sudan e autorità del governo centrale, spiegare l’intesa sulla regione settentrionale sul Darfur siglata lo scorso maggio ma anche offrire una informazione “completa e non di parte”: è questo il mandato della radio diretta dalla ‘Fondazione Hirondelle – Media per la pace e la dignità umana’ in collaborazione con la missione dell’Onu in Sudan (Unmis) che ieri ha iniziato le trasmissioni via etere dalla capitale meridionale Juba. Frequenza 101 megahertz, ‘Miraya Fm’, che vuol dire ‘Specchio Fm’, ha una programmazione con nove giornali radiofonici al giorno in arabo e in inglese. Khartoum tuttavia si è rifiutata di mantener fede all’impegno preso lo scorso dicembre e per ora blocca le trasmissioni nel nord del paese. “Da un punto di vista politico si tratta di un’opportunità mancata di compiere un altro passo sulla strada verso la democrazia” ha commentato il capo della Unmis, Jan Pronk, in una conferenza stampa congiunta con il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, all’inaugurazione della radio a Juba. “Spero veramente – ha aggiunto Pronk – che sentendo Radio Miraya, capiscano che non hanno niente da temere da questa radio”. Il governo regionale, dal canto suo, ha ben accolto la nuova emittente e il suo mandato: “Giocherà – ha detto Kiir – un ruolo cruciale per la democrazia, i diritti umani e la lotta contro la corruzione e altri vizi”. Secondo la stampa, la presa di posizione sudanese è conseguenza del braccio di ferro in corso tra l’Onu e il governo di Khartoum che, nonostante le pressioni dell’organismo internazionale e della stessa Unione africana (Ua), non vuole acconsentire al dispiegamento di ‘caschi blu’ in Darfur.

Ewigen
03-07-2006, 18:43
SENEGAL 3/7/2006 10.51
CORTE SPECIALE PROCESSERÀ EX-PRESIDENTE DEL CIAD HISSENE HABRÉ

L’ex-presidente del Ciad Hissene Habré sarà processato in Senegal, dove si trova in esilio da 16 anni, per le presunte violazioni dei diritti umani commesse durante gli otto anni del suo mandato (dal 1982 al 1990). Lo ha detto il presidente Abdoulaye Wade, intervenendo al VII vertice dell’Unione africana (Ua), che si è chiuso ieri a Banjul, in Gambia. In assenza di processi, il Belgio – in base a una legge di giurisdizione internazionale per le violazioni di diritti umani - aveva chiesto l’estradizione di Habré, ma “gli africani devono essere processati in Africa” ha detto Wade. “Pensiamo che il Senegal sia il paese più adatto per processare Habré e che non dobbiamo sottrarci alle nostre responsabilità”. Una corte speciale con una più ampia giurisdizione africana, ha aggiunto Wade, verrà probabilmente istituita in Senegal per seguire il caso in cooperazione con le attuali autorità del Ciad. “Il suo processo dovrà essere onesto, trasparente e giusto” ha detto Denis Sassou Nguesso, presidente della Repubblica del Congo e capo di turno dell’Ua. Secondo un’inchiesta governativa del Ciad, il regime di Habré è responsabile di 40.000 delitti politici e 200.000 atti di tortura. Accuse che Habré – che nel 1990, dopo essere stato deposto con un golpe dall’attuale presidente del Ciad, Idriss Deby, è riparato a Dakar, capitale del Senegal – nega e che i suoi avvocati considerano politicamente movitate.

Ewigen
04-07-2006, 19:22
SUDAN 4/7/2006 4.39
DARFUR, RIFIUTO TRUPPE ONU PROVOCA FRATTURE POLITICHE INTERNE

Sta provocando anche ripercussioni interne il rifiuto del presidente Omar el-Bashir di una missione di pace dell’Onu in Darfur, in sostituzione di quella dell’Unione Africana (Ua) , il cui mandato – in scadenza a settembre per mancanza di fondi - è appena stato esteso al prossimo 31 dicembre durante il vertice dell’Ua in Gambia. In particolare gli ex-ribelli del Sud Sudan – protagonisti di un conflitto ventennale con Khartoum terminato nel 2005 – hanno detto di essere favorevoli alla presenza di un contingente internazionale in Darfur. “Non abbiamo alcun problema con il dispiegamento di truppe straniere” ha detto Salva Kiir, vicepresidente del Sudan e capo del governo autonomo del Sud. Nelle zone meridionali del paese è già presente un’altra missione di pace dell’Onu, chiamata a monitorare la tregua tra il governo e i ribelli secessionisti dell’Esercito-movimento di liberazione del Sudan (Spla-m), che ora guida il governo del Sud. Secondo Salva Kiir, dal loro arrivo, i ‘caschi blu’ dell’Onu “non hanno commesso alcuna violazione e sono sempre stati fedeli al mandato”; per questo motivo, ha aggiunto, il suo partito – che fa parte del governo di unità nazionale – non vede alcun motivo per osteggiarne l’invio anche nella tormentata regione del Darfur, dove dall’inizio del 2003 un conflitto interno ha provocato oltre 200.000 morti e non meno di due milioni di sfollati. Malgrado un accordo di pace di Abuja all’inizio di maggio, firmato da uno solo dei tre gruppi armati della regione, l’insicurezza non è diminuita: ieri, per la prima volta, i gruppi armati contrari all’intesa sarebbero tornati ad attaccare civili.

Ewigen
04-07-2006, 19:23
UGANDA 4/7/2006 9.19
CONFERMATO AVVIO NEGOZIATO TRA GOVERNO E RIBELLI LRA IN SUD SUDAN

I colloqui di pace tra il governo e i ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra) – attivi da 20 anni nel nord Uganda – inizieranno nei prossimi giorni a Juba, in Sud Sudan, con la mediazione del governo locale: lo scrivono stamani con evidenza i due principali quotidiani del paese. “La nostra delegazione, guidata dal ministro degli Esteri Ruhakana Rugunda ha trovato un accordo con il governo del Sud Sudan e le trattative inizieranno settimana prossima” ha detto Roberto Kabushenga, direttore del ‘Centro per i mass-media’ del governo ugandese. Nessuna pre-condizione, ha aggiunto, è stata richiesta dalle autorità di Kampala ai ribelli. “Il governo seguirà un solo principio: raggiungere al più presto la pace in nord Uganda per porre fine alla guerra”.
La delegazione governativa ugandese era arrivata ieri a Juba, capitale del Sud Sudan, dove il vicepresidente del governo autonomo Riek Machar all’inizio di maggio ha avviato una mediazione incontrando Joseph Kony, il fondatore dello Lra che – insieme ad altri 4 comandanti – è ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini di guerra e contro l’umanità. Il vicepresidente del Sudan e capo del governo autonomo del Sud, Salva Kiir – a sua volta ex-ribelle della ventennale guerra tra gli indipendentisti e le autorità di Khartoum – ha espresso apprezzamento per la scelta dell’Uganda di accettare colloqui, malgrado lo Lra sia considerato un’organizzazione terroristica.

Ewigen
04-07-2006, 19:23
SUDAN 4/7/2006 9.47
DARFUR: 12 MORTI IN PRIMO ATTACCO DOPO FIRMA ACCORDO DI PACE

È di dodici vittime – tra cui due donne – il bilancio dell’attacco lanciato ieri dai ribelli del Darfur a Hamrat al-Sheikh, nel Sudan centrale a circa 200 chilometri dalla capitale Khartoum, rompendo una tregua in vigore dal 2004 ma già ripetutamente violata. Lo afferma oggi l’esercito sudanese in un comunicato, nel quale si attribuisce la responsabilità al Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), contrario all’accordo di pace sul Darfur. Si tratterebbe di uno dei primi attacchi all'esterno della regione.
Secondo la stessa fonte, le forze governative avrebbero risposto al fuoco, anche con raid aerei. Il governatore del Nord Kordofan, Fayssal Hassan Ibrahim, ha detto che i ribelli hanno ucciso otto poliziotti, due agenti di sicurezza e due donne, aggiungendo che i combattimenti sono proseguiti fino a tarda sera per “liberare la città”. Il Jem ha da poco dato vita a un nuovo gruppo ribelle (Fronte di salvezza nazionale, Nrf), che riunisce i tre gruppi contrari all’accordo di Abuja, firmato lo scorso 5 maggio in Nigeria dal governo di Khartoum e dalla principale fazione di un altro gruppo ribelle, l’Esercito per la liberazione del Sudan (Sla).

Ewigen
04-07-2006, 19:23
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 4/7/2006 10.51
KINSHASA, ESPULSA GIORNALISTA FRANCESE

Una giornalista francese, Ghislaine Dupont, è stata espulsa dalla Repubblica democratica del Congo su decisione delle autorità locali e rimpatriata in Europa via Belgio per mancanza di autorizzazioni. Secondo la stampa locale, il provvedimento le sarebbe stato comunicato verbalmente nella sede dei servizi di sicurezza nella capitale Kinshasa. Si trovava in ex-Zaire per l’emittente Radio France International (Rfi) dall’aprile scorso, in vista delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 30 luglio. Un ufficiale le avrebbe comunicato che i suoi documenti non erano in regola, mentre da Parigi Rfi sostiene che Dupont “aveva un visto come giornalista ed era stata accreditata presso la Monuc”, la missione di pace dell’Onu nel paese.
Il ministro dell’Informazione si era più volte lamentato dell’imparzialità della cronista francese ma dopo le proteste dell’emittente, di gruppi per la libertà di stampa e di politici locali, aveva autorizzato altri 4 reporter della stessa testata. Nei giorni scorsi due giornalisti ruandesi dell’agenzia britannica ‘Reuters’ erano stati respinti al loro arrivo a Kinshasa.
Per garantire la sicurezza del voto – in un clima di crescente tensione – ci saranno per 4 mesi anche 800 militari del contingente dell’Unione Europea (Eufor), provenienti da Germania, Francia, Belgio e Polonia, in aggiunta ai circa 17.000 soldati dell’Onu.

Ewigen
04-07-2006, 19:24
CIAD 4/7/2006 16.36
RESPINTO NUOVO ATTACCO RIBELLI DELL’EST CONTRO POSTAZIONI ESERCITO

Un gruppo di ribelli avrebbe ripreso stamattina l’offensiva lanciata ieri contro la località di Adé, nell’estremo est del paese alla frontiera col Sudan, ma sarebbe stato nuovamente respinto dall’esercito governativo: lo hanno riferito fonti militari di N’Djamena citate da ‘JeuneAfrique’, precisando che gli aggressori sarebbero uomini di Hassane Saleh al-Djinedi, capo di un’ala dissidente del ‘Fronte unito per il cambiamento democratico’ (Fucd), movimento nato nel dicembre 2005 con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il presidente Idriss Deby, che secondo il governo sarebbe sostenuto dal Sudan. Ieri intensi combattimenti erano stati segnalati sempre ad Adé: secondo N’Djamena i ribelli del Fuc avevano attaccato alcune postazioni militari ma erano stati sconfitti con un bilancio non meglio precisato di “numerosi morti”. Dopo il fallito attacco contro la capitale del 13 aprile scorso, il Fucd si è spaccato perdendo uno dei suoi più importanti elementi, lo Scud, formato prevalentemente da ex-collaboratori, generali, compagni di partito, nonché parenti e membri dello stesso gruppo etnico di Deby. Sempre a seguito dell’offensiva di aprile, N’Djamena ha rotto le relazioni diplomatiche con il governo di Khartoum, ritenuto l’ispiratore, il finanziatore e il sostenitore dei gruppi ribelli nati nell’est, a ridosso del Darfur.

Ewigen
05-07-2006, 12:31
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 5/7/2006 9.53
ITURI: RIBELLI RICONQUISTANO ROCCAFORTE, UCCISI SOLDATI GOVERNATIVI

I ribelli congolesi sconfitti nei mesi scorsi durante una massiccia operazione militare dell’esercito governativo e dei ‘caschi blu’ dell’Onu avrebbero ripreso da alcuni giorni il controllo della località di Tchei, nella tormentata regione nord-orientale dell’Ituri. Lo affermano – in assenza di conferme indipendenti - fonti della stessa missione Onu (conosciuta con l’acronimo francese di Monuc), secondo cui i gruppi armai avrebbero provocato un numero imprecisato di vittime tra i soldati governativi e almeno 18 feriti.
Alla fine di maggio, i ribelli erano stati estromessi dalla roccaforte di Tchei, una sessantina di chilometri a sud del capoluogo Bunia, con un’operazione militare condotta da circa 3.000 soldati del riunificato ma impreparato esercito governativo con l’appoggio di caschi blu della Monuc e di elicotteri militari.
Gli intensi scontri tra miliziani e governativi aveva provocato anche migliaia di sfollati nella zona del Lago Albert, confine naturale con l’Uganda. Secondo la Monuc, i ribelli coinvolti appartengono al ‘Movimento rivoluzionario congolese’ e del ‘Fronte di resistenza patriottica in Ituri’ (Frpi), che non hanno ancora deposto le armi a differenza di altre formazioni anti-governative. Da anni questi gruppi garantiscono lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie della regione, controllato in particolare da Uganda e Rwanda e più volte denunciato in rapporti dell’Onu.
La Monuc, presente in ex-Zaire dal 1999, mantiene schierati oltre 17.000 soldati, che dovranno garantire la sicurezza delle operazioni di voto delle legislative e presidenziali previste il prossimo 30 luglio, il primo storico appuntamento con le urne in oltre 40 anni.

Ewigen
05-07-2006, 12:32
UGANDA 5/7/2006 10.49
AMNISTIA A CAPO RIBELLE, CORTE PENALE INTERNAZIONALE INSISTE SU ARRESTO

“Non cambiamo la nostra posizione e manteniamo la linea adottata negli ultimi mesi: i governi di Uganda, Sudan e Repubblica democratica del Congo hanno l’obbligo di dare seguito ai mandati di arresto”: lo ha detto stamani alla MISNA Christian Palme, portavoce del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) Luis Moreno Ocampo, dopo che ieri il presidente ugandese Yoweri Museveni ha offerto un’“amnistia totale” in caso di un accordo di pace a Joseph Kony, capo dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resostance army, Lra), destinatario insieme ad altri 4 comandanti ribelli di mandati di cattura internazionale.
Sull’iniziativa del presidente Museveni “non abbiamo commenti” ha detto ancora alla MISNA Palme, raggiunto per telefono nella sede della Cpi all’Aja. “Siamo sicuri che questi governi, compresa l’Uganda, vorranno onorare l’impegno di arrestare i ricercati” ha aggiunto. Un comunicato della presidenza ugandese diffuso ieri afferma che Museveni “accorderà l’amnistia totale al capo dello Lra... malgrado i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale, se questi risponderà positivamente ai colloqui col governo a Juba, in Sud Sudan, e abbandonerà il terrorismo”. Lunedì una delegazione del governo di Kampala è arrivata in Sud Sudan per avviare colloqui di pace con i ribelli, attivi da oltre 20 anni nei distretti settentrionali ugandesi contro la popolazione civile. Secondo la Procura della Cpi, Kony e gli altri comandanti sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità. Nel suo comunicato, Museveni afferma inoltre che “trasferire Kony alla Cpi quando si sarà presentato spontaneamente è escluso”. La Cpi non dispone di proprio personale di polizia: per eseguire i mandati di cattura deve appoggiarsi agli Stati firmatari dello Statuto di Roma del 1998; la Corte è entrata in vigore nel 2002 e non può indagare su fatti commessi in precedenza

Ewigen
05-07-2006, 19:08
UGANDA 5/7/2006 18.41
AMNISTIA A CAPO RIBELLE: PER ARCIVESCOVO GULU, PUÒ SERVIRE A COLLOQUI DI PACE

“Il presidente Yoweri Museveni in passato ha sempre respinto l’amnistia per tutti i ribelli proposta dalla società civile e dalla chiesa del nord Uganda: ora ha cambiato idea e non so perché, ma credo che questo possa servire a sostenere il processo di pace”: lo ha detto alla MISNA monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, nel nord Uganda, dopo l’offerta di Museveni di “amnistia totale” a Joseph Kony, capo dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) in caso di un accordo di pace.

Kony, insieme ad altri 4 comandanti, è ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, che ne chiede l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità. Nel fine settimana dovrebbe iniziare le trattative di pace a Juba, in Sud Sudan, con la mediazione del governo locale.

“La Corte ha già fatto capire che non intende retrocedere dalle proprie posizioni” ha aggiunto l’arcivescovo di Gulu, da anni protagonista delle iniziative a favore della pace in Nord Uganda. Stamani un portavoce della Cpi aveva confermato alla MISNA che i governi di Uganda, Sudan e Repubblica democratica del Congo, firmatari dell’Accordo di Roma istitutivo della Cpi, “hanno l’obbligo di dare seguito ai mandati di arresto”.

“In questo momento – prosegue monsignor Odama - non ho risposte precise, ma osservo che la Corte e il presidente ugandese vanno in direzioni diametralmente opposte”. Ieri Museveni aveva escluso un trasferimento di Kony all’Aja in caso di consegna spontanea alle autorità ugandesi. “Prendiamo atto che per la prima volta in tanti anni si terrà un ‘faccia-a-faccia’ di alto livello tra due delegazioni ufficiali, con un negoziato fissato in un luogo preciso, il Sud Sudan, e la mediazione di alto profilo del vicepresidente Riek Machar” dice ancora alla MISNA monsignor Odama.

In attesa dei tempi lunghi della giustizia – la Cpi non è dotata di una sua polizia e deve fare affidamento sul personale degli Stati membri – le vittime di vent’anni di ribellione dello Lra chiedono giustizia. “Non è facile gestire in questa fase la questione della giustizia e dell’impunità: sarei contento se l’offerta di amnistia di Museveni servisse a motivare i negoziati di pace” osserva ancora l’arcivescovo. “La gente che da anni vive nei campi profughi per sfuggire ai ribelli – conclude - è stata troppo ‘disumanizzata’ e ora attende la fine della guerra. È vitale trovare al più presto una soluzione per smantellare questi accampamenti e riportare la pace in Uganda, Sud Sudan e nell’est della Repubblica democratica del Congo”, dove i ribelli di Kony sono acquartierati da alcuni mesi.

Ewigen
06-07-2006, 12:17
RD CONGO – Sono almeno 7.000 gli sfollati nel distretto nordorientale di Ituri giunti a Bunia in seguito ai recenti scontri tra le milizie ribelli e le forze governative. Alcuni “vivono presso altre famiglie, altri hanno cercato riparo in chiese e scuole” ha affermato una funzionaria dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha), Idrissa Conteh, aggiungendo: “Hanno urgente bisogno di rifugi, acqua e cure mediche”.

Ewigen
06-07-2006, 23:30
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 6/7/2006 19.27
ITURI: SPARI CONTRO ELICOTTERO ‘CASCHI BLU’

Il pilota di un elicottero della missione Onu (Monuc) è stato ferito oggi da colpi di arma da fuoco che hanno raggiunto il velivolo mentre sorvolava una zona vicino Bunia, capoluogo della regione nordorientale dell’Ituri: ne dà notizia la stessa Monuc citando un inviato dell’Afp che era a bordo del mezzo con un secondo pilota, un assistente, due ‘caschi blu’ e un portavoce della missione. Secondo le prime ricostruzioni, almeno un proiettile esploso da non meglio identificati miliziani ha perforato la fusoliera colpendo alla gamba il pilota, di nazionalità bangladese, mentre l’elicottero si avvicinava a Bunia; le condizioni del ferito non sarebbero gravi.
Intensi combattimenti hanno opposto negli ultimi giorni l’esercito governativo, appoggiato dalla Monuc, a due gruppi ribelli che hanno riconquistato la località di Tchei, 80 chilometri a sud di Bunia, dopo esserne stati allontanati nei mesi scorsi. La Monuc ha intanto esteso fino al 15 luglio – due settimane prima delle attese elezioni presidenziali e legislative - la data limite per il disarmo volontario delle milizie ancora presenti in Ituri: “Da quella data prevediamo di iniziare con le operazioni militari. Chiunque sarà trovato in possesso di armi sarà dichiarato fuorilegge” ha riferito Carmine Camerini, portavoce della missione Onu (Monuc) a Bunia. La scadenza per il disarmo volontario delle milizie era inizialmente prevista per il 30 giugno, ma un numero imprecisato di combattenti – forse alcune migliaia – continuano a rifiutare di arrendersi e a costituire una minaccia per la popolazione civile.

Ewigen
07-07-2006, 12:36
SUDAN 7/7/2006 7.29
SUD SUDAN, GOVERNO OFFRE CONTRIBUTO A ONU PER RICOSTRUZIONE STRADE

Dopo aver ricevuto per anni aiuti economici dalla comunità internazionale in tempo di guerra, questa volta il Sud Sudan – in tempo di pace – ha donato oltre 23 milioni di euro al Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam/Wpf) per interventi di riabilitazione stradale nella regione. È la prima significativa donazione del governo del Sud, creato in seguito agli accordi che a gennaio 2005 posero fine a oltre 20 anni di guerra tra gli indipendentisti dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla) e le autorità di Khartoum. “Ci sembra un gesto di fiducia nel duro lavoro svolto nei tre anni precedenti dal Pam per migliorare la rete viaria di questa zona” ha detto Kenro Oshidari, direttore del programma Onu in Sudan. Il progetto prevede interventi complessivi per la riabilitazione di oltre 3.000 chilometri di strade per oltre 140 milioni di euro, distrutti durante i combattimenti che – tra l’altro – in alcune zone hanno praticamente distrutto anche infrastrutture come scuole, ospedali e uffici pubblici, lasciando questa parte del paese isolata. Alcuni mesi fa il governo del Sud Sudan aveva donato 20.000 tonnellate di sorgo al Wfp per gli sfollati del Darfur, la regione occidentale del Sudan dove dal 2003 è in corso un conflitto.

Ewigen
07-07-2006, 12:37
SUDAN 7/7/2006 9.51
DARFUR: SITUAZIONE PEGGIORATA DOPO FIRMA PACE PARZIALE

Le violenze nella regione occidentale del Darfur, da tre anni teatro di scontri tra governativi e ribelli, sono aumentate dopo l’accordo di pace firmato all’inizio di maggio in Nigeria da uno solo dei tre gruppi armati locali: lo ha detto l’inviato dell’Onu per il Sudan, Jan Pronk.
I combattimenti sono proseguiti malgrado le scadenze previste dall’intesa, tra cui il piano per il disarmo delle milizie ‘Janjaweed’, accusate di attacchi contro la popolazione civile con il sostegno delle truppe di Khartoum. Secondo Pronk non si è fatto abbastanza di fronte alle violazioni dell’accordo di pace, sottoscritto soltanto da una fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) ma respinto da un’ala dissidente di questo gruppo e dal Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem).
La popolazione del Darfur ha più volte manifestato – anche in modo violento - contro il piano di pace, ritenuto incompleto rispetto alle rivendicazioni avanzate. “Un accordo di pace non appoggiato dalla maggioranza non è sostenibile” ha aggiunto l’inviato Onu, secondo il quale però questo primo documento potrebbe costituire la base per ulteriori accordi. Dal 2003, il conflitto in Darfur ha provocato oltre 200.000 vittime (fino a 300.000 secondo alcune stime Onu) e non meno di 2 milioni tra sfollati interni e rifugiati nel confinante Ciad.

Ewigen
10-07-2006, 12:33
UGANDA 10/7/2006 11.38
ESTESA FINO A SETTEMBRE SCADENZA PER ACCORDO GOVERNO-RIBELLI LRA

Il presidente Yoweri Museveni esteso di oltre un mese, fino al prossimo 12 settembre, la data-limite per il raggiungimento di un’intesa di pace con i ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra), attivi da 20 anni nel nord del paese: lo riporta oggi la stampa di Kampala ricordando che inizialmente Museveni aveva posto la scadenza del 31 luglio per la firma di un’intesa con il gruppo armato fondato da Joseph Kony nell’ambito dei colloqui bilaterali che dovrebbero iniziare mercoledì a Juba, capitale del Sud Sudan, sotto l’egida del governo locale. “Questi due mesi aggiuntivi consentiranno allo Lra di avere il tempo di consultarsi per decidere cosa hanno da dire al governo” ha riferito il capitano Paddy Ankunda, portavoce della delegazione di negoziatori dell’esecutivo. Ankunda ha aggiunto che entro settembre il Parlamento emenderà inoltre la legge di amnistia vigente per includere anche Kony e i suoi quattro comandanti nella lista dei ribelli che potranno beneficiarne, nonostante su di loro pesino altrettanti ordini di arresto emessi dalla Corte penale internazionale (Cpi). Già la scorsa settimana Museveni aveva offerto “l’amnistia totale” ai massimi capi dello Lra in caso di esito positivo delle trattative; il gruppo armati, tuttavia, aveva respinto la proposta, definendola “insignificante”. Da parte sua la Cpi ha più volte ribadito che “Uganda, Repubblica democratica del Congo e Sudan hanno l’obbligo di eseguire i mandati di cattura internazionali”.

Ewigen
10-07-2006, 23:12
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 10/7/2006 12.47
RILASCIATI ULTIMI CINQUE ‘CASCHI BLU’ RAPITI IN ITURI

“È venuto il tempio della pace in Ituri...questo recente episodio non influirà sulla determinazione della Monuc a proseguire sulla sua strada e a compiere il suo dovere”: lo ha detto il rappresentante speciale delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo, William Swing, a proposito della liberazione, sabato scorso, degli ultimi 5 ‘caschi blu’ nepalesi sequestrati con altri due commilitoni il 28 maggio scorso da un gruppo ribelle nella regione nordorientale dell’Ituri. Swing ha ringraziato i capi delle comunità locali per il loro contributo nel rilascio dei ‘caschi blu’ – i primi due erano tornati in libertà alla fine di giugno - sostenendo che “gli sforzi profusi dimostrano la solidità del loro appoggio e del loro impegno”. La Monuc non ha fornito dettagli precisi sulle circostanze del rilascio dei soldati, limitandosi a dire che “sono sani e salvi” e “hanno già raggiunto i loro compagni a Kwandroma” la base situata circa 80 chilometri a nordest di Bunia, vicino al confine con l’Uganda. Sempre secondo la Monuc i sequestratori sarebbero combattenti del Fronte nazionalista integrazionista (Fni), uno degli ultimi gruppi armati ancora attivi in Ituri, composto da circa 800 effettivi prevalentemente di etnia Lendu e guidati da Peter ‘Karim’ Udaga, il cui nome compare peraltro in un’inchiesta dell’Onu sul traffico illegale di risorse minerarie nella regione.

Ewigen
10-07-2006, 23:12
SUDAN 10/7/2006 13.16
DARFUR: ANCORA INSICUREZZA, PARZIALE SOSPENSIONE ASSISTENZA UMANITARIA

La crescente insicurezza e il sequestro di un dipendente locale hanno spinto l’organizzazione non governativa (ong) britannica Oxfam a chiudere temporaneamente due uffici nel nord Darfur. Lo si apprende da fonti della stesso organismo da Nairobi, in Kenya; le attività di assistenza – come “ultima opzione” di fronte a ripetuti attacchi armati, ha spiegato il coordinatore regionale Paul Smith-Lomas - sono state interrotte nelle località di Saraf Omra e Birka Seira, da dove il persone dell’ong garantiva acqua potabile e cibo a decine di migliaia di sfollati; due mesi fa è stato rapito un operatore ma i tentativi di ottenerne il rilascio sono finora falliti.
Due giorni fa l’inviato dell’Onu per il Sudan, Jan Pronk aveva detto che le violenze nella regione, da tre anni teatro di scontri tra governativi e ribelli, sono aumentate dopo l’accordo di pace firmato all’inizio di maggio in Nigeria da uno solo dei tre gruppi armati locali, l’ala dell’Esercito per la liberazione del Sudan (Sla) che fa capo a Minni Minawi. Secondo alcune testimonianze di sfollati raccolte dagli osservatori dell’Unione Africana (Ua), i ribelli di Minawi avrebbero commesso “omicidi e stupri” nella zona di Tawila, nel nord Darfur, da dove negli ultimi giorni circa 4.000 civili sarebbero fuggiti dagli scontri tra questa fazione dello Sla e il gruppo dissidente, comandato da Abdul Wahid al-Nur, che non ha sottoscritto l’accordo di pace. Si calcola che in tre anni il conflitto abbia provocato oltre 200.000 vittime e non meno di due milioni di sfollati.

Ewigen
10-07-2006, 23:17
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 10/7/2006 21.30
ORGANIZZAZIONE PER DIRITTI UMANI CHIEDE ARRESTO EX-UFFICIALE RIBELLE

L’arresto dell’ex-generale dissidente Laurent Nkunda – protagonista di un attacco contro la città orientale di Bukavu nel 2004 e ancora latitante – è stato chiesto dall’organizzazione per i diritti umani ‘Voce dei senza voce’ di Kinshasa, nel timore che l’ex-ufficiale possa provocare seri problemi alle elezioni presidenziali e legislative fissate per il 30 luglio. Secondo la denuncia di questa organizzazione, Nkunda possiederebbe armi sofisticate e materiali per le comunicazioni ottenute recentemente di contrabbando “attraverso il confine con il Rwanda”. Nkunda – un tutsi del Congo e fedele ai ruandesi durante la ribellione contro Laurent Kabila alla fine degli Anni novanta – è ricercato per “crimini di guerra” ma finora non è mai stato fermato né dalle forze governative né dal contingente dell’Onu (Monuc), che in ex-Zaire conta circa 17.000 ‘caschi blu’. Secondo il dossier di ‘Voce dei senza voce’, l’ex-generale guiderebbe una forza di circa 2.000 ribelli nelle foreste sul massiccio del Masisi, nella provincia orientale del Nord Kivu, dove da mesi starebbe “circolando liberamente”. Per la sicurezza delle elezioni – le prime dopo oltre 40 anni, incoraggiate dalla comunità internazionale e particolarmente attese dai congolesi – sarà schierato anche un contingente di circa 600 soldati europei a Kinshasa, con l’appoggio di altri 1.400 di stanza in Gabon, pronti a intervenire in caso di necessità.

Ewigen
11-07-2006, 18:33
SUDAN 11/7/2006 10.14
DARFUR: COMBATTIMENTI TRA FAZIONI RIBELLI, DECINE DI MORTI

Sarebbero oltre 80 i morti provocati negli ultimi giorni da scontri tra fazioni ribelli in lotta per il controllo del territorio, i più gravi segnalati dopo l’accordo di pace firmato all’inizio di maggio in Nigeria da uno solo dei tre gruppi armati locali, l’ala dell’Esercito per la liberazione del Sudan (Sla) che fa capo a Minni Minnawi. Fonti della missione di ‘peacekeeping’ dell’Unione Africana (Ua) hanno riferito che i dissidenti dello Sla comandati da Abdul Wahid al-Nur e gli uomini di Minnawi si stanno affrontando con estrema violenza e avrebbero costretto finora alla fuga migliaia di civili. L’ultima offensiva, iniziata una settimana fa dai combattenti di Minnawi, si concentra attorno a Korma, nel nord della regione, una località che da marzo è passata di mano già tre volte. Secondo l’Ua, 32 persone sono morte nella fase iniziale dell’operazione e altre 50 nei giorni seguenti mentre gli uomini di Minnawi consolidavano le loro posizioni; i ‘peacekeepers’ africani hanno riferito che finora i ribelli avrebbero negato loro l’accesso a Korma per verificare la situazione sul terreno. Minnawi ha intanto smentito le accuse di “omicidi e stupri” contro la popolazione civile raccolte tra gli sfollati e incluse in un rapporto della missione Onu in Sudan (Unmis).

Ewigen
12-07-2006, 20:03
SUDAN 12/7/2006 14.35
DARFUR, GOVERNO ACCUSATO DI APPOGGIARE UNO DEI MOVIMENTI RIBELLI

Le forze governative starebbero appoggiando la fazione dell’Esercito per la liberazione del Sudan (Sla) guidata da Minni Minnawi – il solo movimento del Darfur ad aver siglato con Khartoum l’accordo di pace del 5 maggio – impegnata in scontri con i dissidenti comandati da Abdul Wahid al-Nur. Lo riferisce Jan Egeland, sottosegretario generale dell’Onu per le emergenze umanitarie, precisando che “gli attacchi includono omicidi indiscriminati, violenze sessuali di massa, percosse, saccheggi e incendi di villaggi”. “È straziante – aggiunge Egeland – constatare che le fazioni dello Sla impegnate negli scontri a fuoco incrociato stanno infliggendo alla popolazione civile le stesse violenze che attribuivano agli janjaweed condannandole a ragione”. I Janjaweed (‘diavoli a cavallo’) sono le milizie arabe filo-governative accusate dal 2003 di violenze, stupri e uccisioni a sfondo etnico contro la popolazione nera nella regione occidentale del Darfur. “Nei soli ultimi 10 giorni – ha precisato Egeland – gli scontri hanno costretto 8.000 civili ad abbandonare le proprie abitazioni”. Gli operatori umanitari vengono attaccati quotidianamente, mentre “nuove linee di combattimento vengono aperte costantemente in nuove aree”. Le forze di sicurezza governative starebbero inoltre usando elicotteri dipinti di bianco, lo stesso colore usato per contrassegnare i mezzi “imparziali e neutrali” dell’Unione africana (Ua), delle Nazioni Unite e dei gruppi di soccorso umanitario. “Questa – ha commentato il sottosegretario – è una violazione dei principi internazionali e una diretta minaccia contro il personale dell’Onu e delle organizzazioni non governative che non possono essere attaccati”. Intanto il governo centrale sudanese – secondo fonti anonime riportate dal ‘Sudan Tribune’ – starebbe intrattenendo colloqui segreti ad Asmara e a Tripoli con delegati della fazione di al-Nur e accogliendo alcune rivendicazioni del gruppo pur di convincerlo a siglare l’accordo di pace proposto dall’Ua.

Ewigen
12-07-2006, 20:55
AFRICA 12/7/2006 10.39
SUDAN-CIAD, PASSI AVANTI VERSO RISOLUZIONE CRISI

I governi di Sudan e Ciad hanno accettato di lavorare congiuntamente per rafforzare il controllo della loro frontiera comune, in quello che si prospetta come un passo avanti in vista della ripresa delle relazioni diplomatiche bilaterali. “I due paesi si sono impegnati a ridurre l’insicurezza lungo il confine, nella prospettiva di raggiungere una rapida e pacifica soluzione della crisi” ha detto il ministro degli Esteri di N’Djamena, Ahmat Allami al rientro da una missione ufficiale a Khartoum, dove ha consegnato un messaggio del presidente ciadiano Idriss Deby al suo omologo Omar Hassan el-Bashir. “Il Ciad ha espresso la volontà di andare avanti su questa strada e il presidente el-Bashir ha fatto altrettanto” ha aggiunto Allami; il ministro non ha fornito dettagli sulle misure che saranno intraprese per vigilare la lunga frontiera, dove sono frequenti, da entrambe le parti, le incursioni di gruppi armati protagonisti di attacchi contro civili e rifugiati.
Dopo il fallito attacco del ‘Fronte unito per il cambiamento democratico’ (Fucd) contro N’Djamena del 13 aprile scorso, il governo ciadiano ha rotto i rapporti diplomatici con Khartoum, ritenuto l’ispiratore, il finanziatore e il sostenitore dei gruppi ribelli nati nell’est, a ridosso del Darfur.
Khartoum a sua volta ha accusato il Ciad di appoggiare i movimenti armati attivi in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze.

Ewigen
12-07-2006, 21:17
UGANDA 12/7/2006 12.07
COLLOQUI GOVERNO-LRA A JUBA, MINISTRO SICUREZZA ALL’AJA PER “CONVINCERE CPI”

Il ministro della Sicurezza Amama Mbabazi si trova da lunedì all’Aja “per chiedere alla Corte penale internazionale (Cpi) di dare un’opportunità ai colloqui di pace di Juba”: lo ha riferito al quotidiano ugandese ‘Daily Monitor’ il portavoce dei negoziatori del governo, il capitano Paddy Ankunda, riferendosi all’avvio del dialogo diretto con i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), previsto oggi nella capitale del Sud Sudan. “Dobbiamo convincere la Cpi (che ha emesso cinque mandati di cattura internazionali contro i massimi capi dello Lra, ndr) che la giustizia tradizionale non consentirà alcun tipo di impunità; i ribelli chiederanno perdono e ci sarà una cerimonia di riconciliazione come è avvenuto nel Sudafrica del dopo-apartheid o in Irlanda del Nord” ha aggiunto Ankunda, intervistato prima della sua partenza per Juba.
Il presidente Yoweri Museveni ha proposto “l’amnistia totale” per Joseph Kony, fondatore dello Lra, e i capi ribelli se entro il 12 settembre verrà raggiunto un accordo di pace; ma la Cpi ha ribadito finora la necessità che gli ordini di arresto emanati nei loro confronti vengano eseguiti.
Intanto, sempre secondo il ‘Monitor’, 20 uomini dello Lra avrebbero già raggiunto la località di Rajaf, 12 chilometri a est di Juba, per unirsi alla delegazione dei 15 negoziatori ribelli incaricata di condurre i colloqui. La scorsa settimana le autorità del Sud Sudan avevano chiesto espressamente al movimento armato di includere nella rappresentanza dei ribelli combattenti di rango più elevato, preferibilmente proprio quelli ricercati dalla Cpi.

Ewigen
12-07-2006, 21:56
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 12/7/2006 15.09
ITURI, CAPO MILIZIE LOCALI DISERTA PROCESSO

Si è aperto davanti a un tribunale militare di Bunia – malgrado l’assenza del principale imputato – il processo contro uno dei principali ex-capi delle milizie dell’Ituri, la regione nord-orientale della Repubblica democratica del Congo teatro di violenti scontri anche dopo la fine della guerra del 1998-2003. Yves Kahkwa Panga Mandro – fondatore del sedicente Partito per l’unità e la salvaguardia dell’integrità del Congo (Pusic) – si è però rifiutato di presentarsi in aula: in una lettera al giudice militare, si dice convinto “che la corte è sotto influenza della Monuc”, la missione dell’Onu in ex-Zaire. L’ex-comandante, che si era rifiutato già di comparire nell’udienza preliminare, è accusato di crimini contro l’umanità per un attacco nella località di Zumbe, a una decina di chilometri da Bunia, nel quale furono uccisi dieci civili. Il suo gruppo armato – uno dei numerosi dell’Ituri, sostenuti da Uganda e Rwanda per lo sfruttamento delle risorse minerarie di cui è ricca la regione – è accusato anche per i disordini nella zona di Tchomia, circa 60 chilometri a sud-est del capoluogo regionale. Secondo l’Onu in Ituri circa 15.000 miliziani sono stati disarmati nell’ultimo anno, ma alcune migliaia resistono ancora nel sud della provincia, dove tra il 1999 e il 2003 le violenze provocarono circa 50.000 vittime e oltre mezzo milione di sfollati.

Ewigen
12-07-2006, 21:57
UGANDA 12/7/2006 18.09
AMNISTIA: GOVERNO NON HA CHIESTO RITIRO MANDATO DI CATTURA PER RIBELLI

“Rimangono effettivi i mandati d’arresto” contro il comandante dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra) Joseph Kony e altri quattro dirigenti del movimento ribelle, ricercati per crimini di guerra e contro l’umanità: lo ha ribadito oggi - in una dichiarazione pervenuta alla MISNA - Luis Moreno-Ocampo, procuratore generale della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, Paesi Bassi, al termine dell’incontro con il ministro della Sicurezza ugandese Amama Mbabazi. “Il governo ugandese – ha precisato Moreno-Ocampo – non ha chiesto nessun ritiro dei mandati di cattura” come invece il portavoce dei negoziatori del governo, il capitano Paddy Ankunda, aveva riferito al quotidiano ugandese ‘Daily Monitor’. “È opinione dell’Ufficio del procuratore e del governo ugandese che giustizia e pace abbiano lavorato insieme sin qui e che possano continuare a farlo” ha concluso Moreno-Ocampo, dopo aver precisato che nell’incontro “è stato aggiornato sui colloqui di pace attualmente in corso nel Sud Sudan”.
A Juba, ai negoziati tra il governo ugandese e l’Lra – inizialmente previsti oggi e infine rinviati a venerdì – si presenteranno due “colonnelli” del movimento ribelle, Bwone Lobwa e Santo Alit, e non i cinque capi ricercati dalla Cpi. Lo ha reso noto Vincent Otti, numero due dell’Lra e anch’egli destinatario di un mandato di cattura internazionale, nel corso di un incontro con il vicepresidente del Sud Sudan e mediatore dei negoziati, Riek Machar, tenutosi oggi lungo il confine tra il Sudan e la Repubblica democratica del Congo. Da vent’anni i ribelli dello Lra commettono violenze contro i civili del nord Uganda: migliaia – fino a 25.000 secondo alcune fonti locali - sono stati uccisi e oltre 1,4 milioni sono stati costretti ad abbandonare abitazioni e villaggi.

Ewigen
12-07-2006, 21:57
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 12/7/2006 19.39
ELEZIONI: MONUC, PREOCCUPAZIONE PER INCIDENTI E IRREGOLARITÀ

“Dal momento che la manifestazione di ieri era stata annunciata, non doveva essere vietata né repressa”: lo ha affermato oggi la Missione dell’Onu (Monuc), all’indomani dei disordini a Kinshasa in un corteo di militanti politici e candidati alla presidenza, impedita e repressa violentemente dalla polizia. Le manifestazioni pubbliche oramai sono autorizzate “su semplice dichiarazione alle autorità”, ribadisce la Monuc in un comunicato pervenuto alla MISNA, anticipando che condurrà un’inchiesta per stabilire se l’impiego della forza da parte della polizia nazionale sia stato giustificato. Sempre oggi, nel corso di una conferenza stampa, il portavoce della Monuc Kemal Saïki ha denunciato “numerosi incidenti e irregolarità segnalati nel paese” dopo l’apertura della campagna elettorale il 29 giugno, in vista delle elezioni presidenziali e legislative del 30 luglio. Ha inoltre accennato al clima “d’intolleranza” tra i candidati e criticato il trattamento “un po’ discriminatorio” subito da alcuni, a cui viene “impedito” di fare campagna liberamente. “Tutti i candidati devono essere trattati sulla medesima base d’uguaglianza” ha aggiunto Saïki, invitando le autorità a non intralciare il lavoro dei giornalisti, condannando l’atteggiamento “passivo” del governo di fronte agli attentati alla libertà di stampa. L’8 luglio, a Kinshasa, è stato assassinato un giornalista congolese, Bapuwa Mwamba.

Ewigen
13-07-2006, 22:27
SUDAN 13/7/2006 15.03
DARFUR, UCCISO OPERATORE UMANITARIO

Un operatore dell’organizzazione umanitaria ‘Relief International’, che ha base negli Stati Uniti, è stato ucciso nello stato del Darfur settentrionale in un’aggressione di uomini armati contro il veicolo su cui viaggiava. Hassan Ahmad Idrsi, 23 anni, è morto sul colpo quando alcuni sconosciuti lo hanno colpito durante una rapina. Secondo la stessa organizzazione, uno degli assalitori è stato fermato dalla polizia. L’episodio conferma la crescente insicurezza nel Darfur, denunciata ripetutamente in questi giorni sia dall’inviato dell’Onu in Sudan, Jan Pronk, che dal sottosegretario del palazzo di vetro per le questioni umanitarie, Jan Egeland. Pronk, parlando oggi dalla capitale Khartoum, ha detto che i recenti attacchi dimostrano una crescita di tensioni tribali tra i Fur e gli Zaghawa, due delle principali comunità nere del Darfur, oggetto dal 2003 di una sistematica aggressione da parte dei cosiddetti ‘Janjaweed’, predoni arabi sostenuti dalla truppe di Khartoum. Lo scorso 5 maggio ad Abuja, in Nigeria, è stato firmato un accordo di pace tra il governo centrale e la fazione principale di uno dei due gruppi armati attivi nella regione occidentale del Sudan. Da giorni si segnalano scontri tra le due componenti dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla), nei quali sarebbero coinvolte anche truppe governative.

Ewigen
13-07-2006, 22:27
UGANDA 13/7/2006 17.27
COLLOQUI DI PACE, GOVERNO PARTECIPERÀ ANCHE IN ASSENZA CAPI RIBELLI

“È nostro interesse che il conflitto si concluda in fretta e che il nostro popolo viva in pace”: lo ha detto oggi incontrando i giornalisti nella capitale Kampala il ministro degli Interni Rugunda Ruhakana, annunciando che domani una delegazione del governo ugandese si recherà a Juba, in Sud Sudan, per i primi colloqui diretti con i ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra). Nelle ultime ore era circolata la notizia di un possibile rinvio dell’incontro a causa del rifiuto dei ribelli di inviare a Juba il capo e fondatore Joseph Kony e i veritici dello Lra, che sono ricercati per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja. “Parlare con Kony sarebbe stata una buona cosa, ma discutere con persone inviate dallo Lra è la seconda miglior soluzione” ha detto il ministro.
Kony e il suo vice, Vincent Otti, ieri avevano escluso la propria partecipazione al negoziato, promosso dal governo del Sud Sudan e in particolare dal vicepresidente Riek Machar, che in questi giorni ha incontrato i ribelli al confine con la Repubblica democratica del Congo; in quella zona si sono acquartierati nei mesi scorsi dopo aver condotto per vent’anni attacchi contro la popolazione civile del nord Uganda, provocando decine di migliaia di vittime – 100.000 secondo fonti locali – e non meno di 1,4 milioni di sfollati.
Il presidente Yoweri Museveni ha offerto un’amnistia a Kony e ai suoi in caso di accordo di pace entro la metà settembre, ma secondo la Corte dell’Aja i governo di Uganda, Sudan e Congo hanno l’obbligo di eseguire i mandati di cattura internazionali.

Ewigen
14-07-2006, 18:31
SUDAN 14/7/2006 6.37
FRONTE ORIENTALE, PASSI AVANTI NEGOZIATI TRA KHARTOUM E RIBELLI

“Sosteniamo lo sviluppo dell’est, non solo per sé stesso, ma per l’intero Sudan” ha detto il vicepresidente Ali Osman Mohamed Taha, al termine di uno dei primi incontri tra rappresentanti del governo di Khartoum e delegati della regione orientale dopo la firma il 20 giugno ad Asmara di una tregua e la definizione di un’agenda di colloqui di pace.
Sulla mediazione dell’Eritrea, Taha ha aggiunto: “Lodiamo tutti quelli che vi stanno prendendo parte… lodiamo i nostri fratelli in Eritrea”. Anche i rappresentanti dell’Est del paese hanno giudicato l’iniziativa odierna un segnale positivo di presa di coscienza dei problemi di sottosviluppo della regione. Per Mahmud Ghandur, esponente del ‘Partito del Congresso dei Beja’, principale partito d’opposizione a matrice etnica dell’est del Sudan, la trattativa ha avuto “un buon inizio”. “Vogliamo che il governo ci includa nella spartizione di poteri e risorse. Chiediamo sviluppo. Il governo dice che lo farà” ha detto inoltre Mohamed Khan, delegato dell’est, riferendosi ai ribelli del ‘Fronte orientale’ – costituito l’anno scorso dalle comunità etniche dei Beja e dei Rashaida – che, come accade anche con analoghe ribellioni nel Darfur occidentale e, in passato, nel Sud Sudan, accusa le autorità centrali di discriminare le periferie, pur sfruttandone le risorse naturali. Nella zona si registra uno dei più alti tassi di malnutrizione del Sudan, pur ospitando la più grande miniera d’oro, il principale porto e il maggiore oleodotto del paese più esteso dell’Africa.

Ewigen
14-07-2006, 21:23
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 14/7/2006 19.07
ELEZIONI: PREOCCUPAZIONE FONDAZIONE CARTER PER GRAVI CARENZE
Abusi di potere, restrizioni delle libertà politiche, arresti ingiustificati, uso sproporzionato della forza: la Fondazione Carter, che parteciperà al monitoraggio delle elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo 30 luglio, si dice "preoccupata” a due settimane dal voto. Una serie di fattori – indica la Fondazione in un comunicato – stanno oscurando la campagna elettorale: in particolare, “alcuni attori governativi hanno abusato del loro potere di Stato, violato le libertà di altri candidati e ostacolato la loro campagna”, mentre alcuni interventi delle autorità governative “limitano, direttamente o indirettamente, le libertà politiche”. L’organizzazione deplora gli “evidenti squilibri” tra le risorse dei vari partiti, che si traducono nella mancanza di equità e nell’impossibilità per l’elettorato di poter scegliere con chiarezza il proprio favorito. Per quanto riguarda il dibattito politico, la Fondazione Carter rileva anche una “tendenza a drammatizzare questioni marginali a discapito di quelle veramente importanti”. Un esempio? Le polemiche sul numero in eccesso di schede elettorali che, secondo più partiti ostili all’attuale gestione del processo elettorale, potrebbe favorire eventuali frode: “E’ tecnicamente necessario – si legge nella nota – e conforme alle norme elettorali internazionali fornire ad ogni seggio un numero di schede più elevato”, ribadendo una spiegazione già data dalla Commissione elettorale indipendente (Cei). Riconoscendo gli sforzi della Cei nell’organizzazione generale del voto e l’educazione civica, la Fondazione li trova però “tardivi”, sollevando peraltro il problema degli stipendi ancora non pagati agli agenti elettorali che hanno lavorato per il referendum costituzionale del dicembre scorso. In un paragrafo dedicato ai media, ricorda alle autorità di Kinshasa che sono tenute a garantire un clima sereno nel quale la stampa possa lavorare liberamente, considerando le violenze e le intimidazioni già subite da giornalisti.
La Fondazione Carter (‘Carter Center’), creata nel 1982 dall’ex-presidente degli Stati Uniti e Premio Nobel per la Pace Jimmy Carter, ha come obiettivo dichiarato la risoluzione pacifica dei conflitti, l’osservazione elettorale, la difesa e la promozione dei diritti umani, la protezione dell’ambiente e l’aiuto allo sviluppo.