View Full Version : Sudan, Darfur e operazioni contro LRA; Uganda minaccia invasione del Congo
UGANDA 15/7/2006 10.35
APERTI IN SUD SUDAN COLLOQUI DI PACE TRA GOVERNO E RIBELLI LRA
“Noi, popolo del Sudan, sappiamo tutti molto bene il dolore causato dalla guerra. So che c’è molta amarezza accumulata negli anni. In questo dialogo vi si richiedere di mantenere sempre la mente rivolta all’inenarrabile dolore e la sofferenza della popolazione dell’Uganda”: lo ha detto il presidente del Sud Sudan Salva Kiir aprendo a Juba i colloqui di pace tra il governo di Kampala e i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra).
“Il governo è seriamente impegnato in questo negoziato. Il conflitto è stato lungo e le sofferenze orribili. Gli ugandesi meritano una soluzione e una fine pacifica di questa guerra” ha detto a sua volta il ministro degli Interni di Kampala, Rugunda Ruhakana, auspicando una “rapida e positiva conclusione dei colloqui”.
Obonyo Olweny, portavoce dello Lra a Juba ha riferito che il movimento ribelle “farà tutto il possibile per raggiungere una pace giusta” e ha chiesto “un trattamento corretto e ragionevole delle popolazioni del Nord Uganda” – di fatto per 20 anni prese brutalmente di mira proprio dai ribelli di Joseph Kony con un bilancio di almeno 100.000 morti e un milione e mezzo di sfollati – e “un’uguale divisione della ‘torta’ ”.
Ma, ha anche avvertito Olweny, “se il governo pensa di sconfiggere lo Lra sul piano militare avrà una grossa delusione”.
Il presidente Yoweri Museveni ha offerto un’amnistia a Kony e ai suoi comandanti in caso di accordo di pace entro la metà settembre, ma secondo la Corte dell’Aja i governo di Uganda, Sudan e Congo hanno l’obbligo di eseguire i mandati di cattura internazionali.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 15/7/2006 12.23
ITURI: PRONTI A DEPORRE ARMI RIBELLI CHE SEQUESTRARONO ‘CASCHI BLU’
Peter Karim Udaga, capo dei guerriglieri del ‘Fronte nazionalista integrazionalista’ (Fni) – che lo scorso 28 maggio avevano rapito a nordest di Bunia, capitale dell’Ituri, 7 ‘caschi blu’ nepalesi, e li aveva rilasciati tra la fine di giugno e l’inizio di luglio – ha acconsentito a deporre le armi e a partecipare al processo di pace in corso nel paese in vista delle elezioni del prossimo 30 luglio. Lo ha riferito il vice-portavoce della Missione dell’Onu nel paese (Monuc), Jean Tobie Okala, aggiungendo che il governo, sotto gli auspici dell’Onu, sta negoziando un trattato con i guerriglieri dell’Fni, prevalentemente di etnia Lendu, per risolvere il conflitto nel distretto nordorientale dell’Ituri che dal 1998 a oggi ha provocato 60.000 morti e costretto 600.000 persone a sfollare.
Nell’ambito del programma di smobilitazione e riabilitazione in vista delle elezioni, sono già stati reintegrati nella società 16.000 ex-combattenti, ma sarebbero ancora secondo l’Onu almeno 1.200 i militanti attivi nella regione. Okala ha infine ribadito che non è stato pagato il riscatto di 110.500 euro per il rilascio dei sette ostaggi, come invece riportato da varie fonti.
CIAD 15/7/2006 12.47
PETROLIO, RISOLTA CRISI TRA N’DJAMENA E BANCA MONDIALE
Il governo di N’Djamena e la Banca Mondiale (Bm) hanno risolto la controversia relativa alla gestione dei profitti del petrolio ciadiano con un accordo di cui beneficeranno le fasce più povere della popolazione: lo ha annunciato in una nota emessa da Washington il capo della Bm, l’ex-‘falco’ dell’amministrazione statunitense Paul Wolfowitz, precisando che “le autorità ciadiane si sono impegnate a garantire che tutti i proventi del greggio, non solo le ‘royalties’, saranno spesi per la sanità e l’istruzione e altre necessità di base dei settori meno abbienti”.
L’accordo prevede, tra l’altro, che N’Djamena crei un fondo ‘ad hoc’ per finanziare programmi per l’agricoltura, il rafforzamento delle infrastrutture, la bonifica delle zone minate e il ‘buon governo’; l’intesa stabilisce inoltre che almeno il 5% dei profitti sia destinato in particolare alla regione meridionale di Doba, dove si concentra la maggior parte degli impianti di estrazione.
Già ad aprile le parti avevano trovato un’intesa preliminare per lo ‘scongelamento’ dei depositi bancari di Londra dove il Ciad convoglia parte dei ricavi dalle esportazioni di greggio, rese possibili da un oleodotto di circa mille chilometri fino al Camerun, finanziato dalla stessa Bm.
Il blocco dei conti era stato deciso dall’organismo finanziario lo scorso gennaio, dopo la decisione del Parlamento di N’Djamena di dirottare parte degli introiti del greggio alla difesa, sottraendoli dal ‘fondo per le generazioni future’ a cui dovevano affluire secondo gli impegni pregressi del governo con la Bm.
SUDAN 15/7/2006 15.45
DARFUR: MORTI E SFOLLATI PER SCONTRI TRA ETNIE RIVALI NEL SUD
Sarebbero in totale circa un centinaio le vittime provocate negli ultimi giorni nella regione occidentale del Darfur da scontri tra due etnie arabe rivali, quelle degli Habaniya e dei Rizigat: lo ha riferito Ata Manan, governatore del Darfur meridionale, citato dall’agenzia ufficiale sudanese ‘Suna’, precisando che ci sarebbero inoltre almeno 120 feriti e un numero imprecisato di sfollati.
I combattimenti sono avvenuti in cinque località della zona tra cui Abu Senbedra e Fardus, ma non sono note le cause che hanno spinto le due etnie alla battaglia. “Le forze di sicurezza hanno riportato sotto controllo la situazione e impediranno qualsiasi altro tentativo di destabilizzare la regione” ha detto Manan.
Sempre nell’ultima settimana in Darfur sono stati segnalati anche gravi scontri tra fazioni ribelli in lotta per il controllo del territorio, i più gravi segnalati dopo l’accordo di pace firmato all’inizio di maggio in Nigeria da uno solo dei tre gruppi armati locali, l’ala dell’Esercito per la liberazione del Sudan (Sla) che fa capo a Minni Minnawi. Fonti della missione di ‘peacekeeping’ dell’Unione Africana (Ua) hanno riferito che la battaglia tra i dissidenti dello Sla comandati da Abdul Wahid al-Nur e gli uomini di Minnawi hanno causato almeno 80 morti e 4.000 sfollati, soprattutto nella zona attorno a Korma, nel nord della regione.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 15/7/2006 16.23
ELEZIONI: SCHEDE SENZA NOME PER OLTRE UN MILIONE DI AVENTI DIRITTO
A causa di errori tecnici e problemi nella trasmissione dei dati, la Commissione elettorale indipendente (Cei) avrebbe “perso” i nominativi di 1 milione e 200.000 aventi diritto al voto sui circa 25 milioni e mezzo già registrati per l’appuntamento con le urne del 30 luglio. Lo riferiscono oggi fonti di stampa internazionali, secondo cui in circa un migliaio dei 9.200 centri di iscrizione allestiti in tutto il paese le liste degli elettori sarebbero state compilate in modo difettoso o copiate in Cd-rom danneggiatisi durante il trasporto alla sede centrale della Cei nella capitale Kinshasa; i cittadini avrebbero comunque ricevuto le schede per votare contrassegnate da un numero, ma senza il nominativo. Per Jean-Michel Dumont, esperto dell’Unione Europea a Kinshasa, l’incidente non ostacolerà comunque il processo elettorale: “Complicherà le cose ma non mette in dubbio il voto. Conosciamo il numero dei documenti consegnati alla popolazione e quello globale degli iscritti negli elenchi. L’importante è che tutti agiscano in buona fede, tenendo anche conto delle molte difficoltà che la Cei ha dovuto affrontare finora” ha detto Dumont.
UGANDA 17/7/2006 11.37
GOVERNO PONE CONDIZIONI PER ACCORDO DI PACE CON RIBELLI LRA
Abbandonare il terrorismo e cessare le ostilità; sciogliere il movimento e consegnare le armi; radunarsi in zone concordate per la smobilitazione: sono queste le tre condizioni che i negoziatori del governo hanno posto alla delegazione dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) nel corso dei colloqui di pace iniziati venerdì a Juba, capitale del Sud Sudan, sotto l’egida delle autorità locali. In cambio, Kampala ha offerto allo Lra l’amnistia generale, l’impegno a reintegrare gli ex-combattenti nella vita civile e ad addestrare e arruolare nell’esercito (Updf) i ribelli che lo vorranno.
Le proposte sono emerse nell’incontro tra le parti tenuto ieri a Juba, iniziato in un clima di incertezza per il ritardo con cui la delegazione dei ribelli si è seduta al tavolo del negoziato. Non è chiaro quale sia stata la replica da parte dello Lra: fonti diplomatiche hanno riferito al quotidiano ‘Daily Monitor’ che gli uomini di Joseph Kony avrebbero chiesto al governo di implementare un ‘cessate-il-fuoco’ come primo passo verso un accordo di pace; il portavoce dei negoziatori di Kampala, Paddy Ankunda, ha invece dichiarato che la discussione si sarebbe limitata alla sola presentazione delle richieste del governo.
Il presidente Yoweri Museveni aveva già reso nota nei giorni scorsi l’offerta di un’amnistia a Kony e a quattro suoi comandanti, su cui pesano altrettanti ordini di cattura internazionali emessi dalla Corte penale internazionale (Cpi), nel caso in cui si arrivi alla firma di un’intesa di pace entro il prossimo 12 settembre; il tribunale dell’Aja ha invece insistito sulla necessità che i mandati di arresto siano eseguiti.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 17/7/2006 13.54
ELEZIONI: “SARANNO LIBERE E REGOLARI” SECONDO INVIATI SUDAFRICANI
“Nonostante qualche difficoltà persistente...riteniamo che esistano le condizioni per avere elezioni libere e regolari”: lo ha detto il vice-ministro degli Esteri sudafricano, Aziz Pahad, al termine di una missione della Comunità sudafricana per lo sviluppo (Sadc) a Kinshasa dedicata al monitoraggio delle procedure per l’atteso appuntamento con le urne del 30 luglio. “Qualche irregolarità è normale nelle giovani democrazie. Noi tutti abbiamo avuto le nostre prime elezioni e nessuna è stata perfetta al 100%” ha aggiunto Pahad, dopo due giorni di incontri tra una delegazione della Sadc e gli organizzatori dello scrutinio. Il diplomatico sudafricano ha quindi invitato i candidati ad accettare il verdetto elettorale, sottolineando “la necessità che i vincitori cerchino e trovino il modo di riunire intorno a loro tutte le forze politiche, per garantire la stabilità del paese”.
La Commissione elettorale indipendente (Cei) aveva riferito sabato di aver “perso”, a causa di errori tecnici e problemi di trasmissione, i nomi di 1 milione e 200.000 aventi diritto al voto sui circa 25 milioni e mezzo già registrati. “Alcuni agenti della Cei per impazienza legata ai ritardi nei pagamenti dei loro salari e per inciviltà hanno distrutto o danneggiato alcuni Cd-rom dove erano contenuti i dati; altri supporti sono stati rovinati dalle intemperie o si sono deteriorati durante il trasporto” hanno spiegato fonti dell’organismo, precisando che i cittadini interessati avrebbero comunque ricevuto le schede per votare contrassegnate da un numero, sebbene senza il nominativo corrispondente. “Per poter votare – hanno aggiunto - a queste persone basterà presentarsi ai seggi con il documento in loro possesso”.
UGANDA 17/7/2006 19.25
“Abbiamo due possibilità: combattere militarmente l’Esercito di resistenza del Signore (Lra) , che richiederebbe tempo, o discutere con loro, che è più facile”: lo ha detto il vicepresidente del Sudan Salva Kiir, incontrando oggi i giornalisti a Nairobi, in Kenya, a proposito dei colloqui di pace tra il governo dell’Uganda e i ribelli dello Lra iniziati venerdì scorso nella capitale sud-sudanese Juba. “Abbiamo parlato alle due parti, che si sono impegnate a negoziare in buona fede” ha aggiunto Kiir, che è il capo del governo autonomo del Sud Sudan, impegnato in una mediazione tra le autorità di Kampala e la formazione armata guidata dal Joseph Kony, da 20 anni protagonista di attacchi contro i civili del Nord Uganda.
Secondo Kiir, una “fine pacifica del conflitto può essere raggiunta entro il periodo” dei colloqui di pace. Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha promesso l’amnistia ai ribelli se verrà raggiunta un’intesa entro il 12 settembre. Kony e i 4 principali comandanti sono ricercati dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) per le atrocità commesse contro la popolazione ugandese; la procura della Corte ha ribadito più volte che l’Uganda deve arrestare i capi ribelli. Intanto nella prima fase del negoziato, i delegati del governo hanno posto alcune condizioni – tra cui il disarmo e la consegna delle armi. I “mediatori” dello Lra chiederebbero invece lo scioglimento dell’esercito ugandese, ma non si sono ancora pronunciati sulle condizioni poste dal governo.
SUDAN 18/7/2006 10.56
KHARTOUM E "FRONTE ORIENTALE" TORNANO AL TAVOLO DEL DIALOGO
Ripartizione dei poteri politici, sicurezza e difesa, spartizione dei proventi delle risorse naturali e l’adempimento degli accordi raggiunti in precedenza: sono stati questi i quattro punti in agenda del secondo round di colloqui tra il governo centrale sudanese e il ‘Fronte orientale’ svoltisi ieri ad Asmara sotto gli auspici del governo eritreo. Le due parti hanno compiuto significativi passi avanti verso una soluzione definitiva e duratura della loro contesa, ha detto il rappresentante eritreo Al-Amin Muhammad Said – segretario del Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj), partito al potere in Eritrea. Dal canto loro, il capo della delegazione Sudanese e consigliere presidenziale, Mustafa Osman Ismail, e il presidente del ‘Fronte orientale’, Mussa Mohammed Ahmed, hanno cercato di limare i loro motivi di divergenza. Il ‘Fronte orientale’ è stato costituito l’anno scorso dalle comunità etniche dei Beja e dei Rashaida e, come le sue controparti nel Darfur occidentale e in passato nel Sud, accusa il governo centrale di Khartoum di discriminare la periferia, pur sfruttandone le risorse naturali. L’Est infatti presenta uno dei più alti tassi di malnutrizione del paese, pur ospitando la più grande miniera d’oro, il principale porto e il maggiore oleodotto del paese più esteso dell’Africa. Lo scorso 20 giugno, dopo una serie di colloqui iniziati il 14 grazie alla mediazione eritrea, il governo e il Fronte hanno siglato due accordi: la ‘Dichiarazione dei principi per la risoluzione del conflitto sull’Est Sudan’ e un’intesa sull’agenda dei colloqui di pace.
UGANDA 18/7/2006 11.28
COLLOQUI GOVERNO-LRA, RIBELLI CHIEDONO SCIOGLIMENTO ESERCITO E RISARCIMENTI
Smantellamento delle forze armate (Updf), perché considerate “di parte” e composte su base etnica e risarcimento per le perdite subite: è la controproposta avanzata al governo dai negoziatori dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) nell’ambito dei colloqui di pace bilaterali che si svolgono a Juba, capitale del Sud Sudan, sotto l’egida delle autorità locali. Lo riferisce oggi il quotidiano di Kampala Daily Monitor citando un documento ufficiale dello Lra in cui si legge: “Chiediamo compensazioni adeguate per i danni causati dalla guerra civile e dalle operazioni dello Stato. In particolare chiediamo che il governo si assuma la piena responsabilità per i furti di bestiame che hanno cancellato tutte le riserve e la distruzione di case e altre proprietà nel nord e nell’est dell’Uganda”.
Nella stessa nota, consegnata al vice-presidente sud sudanese Riek Machar, lo Lra chiede che la comunità internazionale sia “pienamente coinvolta” nel “progetto per alleviare la povertà causata dagli effetti della guerra”. In quanto alle forze armate, di cui pretendono lo scioglimento, i ribelli le definiscono “etniche, partigiane e fedeli al solo presidente Yoweri Museveni e non alla nazione”.
Lo Lra vorrebbe anche l’eliminazione dei cosiddetti ‘villaggi protetti’ allestiti dal governo nei distretti settentrionali per ospitare oltre un milione e mezzo di sfollati interni, peraltro a lungo bersaglio degli stessi ribelli.
Il governo, da parte sua, ha posto tre condizioni per la firma di un accordo di pace che negli auspici di Museveni non dovrebbe arrivare più tardi del prossimo 12 settembre: i ribelli dovranno abbandonare il terrorismo e cessare le ostilità, sciogliere il movimento e consegnare le armi, oltre a radunarsi in zone concordate per la smobilitazione; in cambio Kampala ha offerto un’amnistia generale, l’impegno a reintegrare gli ex-combattenti nella vita civile e ad addestrare e arruolare nelle forze armate i ribelli che lo vorranno.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 18/7/2006 13.16
ELEZIONI: SCIOPERO DELLA STAMPA PER PROTESTARE CONTRO L’INSICUREZZA
Una “giornata senza l’informazione di alcun media” è stata indetta oggi dalle organizzazioni professionali dei giornalisti del paese per protestare contro l’insicurezza di cui sono vittime. Insicurezza culminata dieci giorni fa nell’assassinio di Bapuwa Mwamba, giornalista congolese indipendente ucciso nella sua abitazione a Kinshasa da tre uomini armati non identificati, i cui funerali si terranno oggi.
“È il secondo assassinio di un giornalista in otto mesi” dice alla MISNA Kabeya Pindi Pasi, presidente dell’Unione nazionale della stampa del Congo (Unpc), ricordando l’omicidio del giornalista Franck Ngyke e della moglie Hélène Paka nel novembre scorso, poco prima del referendum costituzionale. “Questi crimini macchiano di sangue il processo elettorale. Protestiamo perché queste violenze e queste intimidazioni cessino” prosegue Pindi Pasi da Kinshasa; il giornalista è rientrato da poco nella capitale congolese dopo un mese di esilio forzato in seguito alle minacce di morte subite dopo aver condotto un’inchiesta a Bangui, nella Repubblica centrafricana, sui massacri perpetrati dagli allora ribelli del Movimento di liberazione del Congo (Mlc) guidato dall’attuale vice-capo di Stato e candidato alla presidenza Jean-Pierre Bemba.
“Ieri sera, dopo una manifestazione che ha coinvolto molti professionisti dei media, abbiamo inviato un memorandum al segretario generale dell’Onu Kofi Annan: la comunità internazionale impegnata nel processo elettorale dovrà garantire la sicurezza di tutti durante le elezioni” aggiunge alla MISNA il presidente dell’Unpc, osservando poi il paradosso del paesaggio mediatico congolese.
“Il panorama congolese – spiega – è uno dei più diversificati e dei più pluralisti in Africa, con circa 250 radio, 200 pubblicazioni, 70 canali televisivi di cui una quarantina nella sola capitale: il che testimonia un’apparente libertà e gran voglia di esprimersi, mentre sul terreno, i giornalisti fanno fatica a lavorare serenamente”.
SUDAN 18/7/2006 13.53
DARFUR: CONFERENZA DONATORI A BRUXELLES, SI INSISTE SU MISSIONE ONU
“Spero che potremo ottenere la collaborazione e il sostegno delle autorità sudanesi alla forza di pace (dell’Onu), perché andremo in Darfur per aiutare il governo a proteggere la sua stessa popolazione”: lo ha detto il segretario generale dell’Onu Kofi Annan oggi a Bruxelles, intervenendo alla Conferenza dei donatori. Il principale obiettivo dell’incontro – al quale partecipa anche l’Unione Europea - è di convincere il Sudan ad accettare una forza di pace dell’Onu in Darfur, in sostituzione della missione dell’Unione Africana (Ua), composta da circa 7.000 soldati, incapace finora di fermare le violenze.
L’incontro – ha detto ancora Annan – è importante “non solo per analizzare la situazione in Darfur, ma anche per cercare sostegno finanziario per rinforzare la missione dell’Ua sul terreno”. Nei mesi scorsi l’organismo pan-africano ha ammesso di non avere fondi per il mantenimento del contingente, il cui mandato è stato prorogato fino a dicembre. L’eventuale avvicendamento con truppe dell’Onu è però sempre stato respinto dal governo del Sudan, come probabilmente ribadirà anche oggi il ministro degli Esteri Lam Akol.
Secondo stime internazionali, il conflitto in Darfur – dall’inizio del 2003 - ha provocato finora oltre 2,5 milioni tra sfollati e rifugiati nel vicino Ciad e oltre 200.000 vittime; malgrado una pace parziale firmata in Nigeria all’inizio di maggio tra il governo e la fazione di uno dei due principali gruppi ribelli, le violenze sono proseguite.
UGANDA 18/7/2006 17.43
RIBELLI LRA, COMANDANTE KONY IMPEGNATO IN NEGOZIATO “PARALLELO”
“Stiamo organizzando colloqui diretti tra il comandante dei ribelli Joesph Kony e un gruppo di capi della comunità locale Acholi, e presto ci sarà un incontro per pianificare il periodo post-bellico”: lo ha detto oggi alla MISNA il colonnello Walter Ochora, commissario di distretto di Gulu, nel nord Uganda, raggiunto al telefono. L’iniziativa è condotta parallelamente al negoziato di Juba, in Sud Sudan, dove venerdì scorso si sono aperti colloqui di pace tra una delegazione del governo ugandese ed emissari dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra).
“Sono in contatto telefonico con Vincent Otty, il numero 2 dello Lra” ha aggiunto Ochora. “Io stesso farò parte della delegazione di Gulu che incontrerà Kony nei prossimi giorni. Non abbiamo ancora una data, ma si tratta di un segno molto positivo che fa ben sperare” ha detto ancora alla MISNA, confermando alcune dichiarazioni analoghe pubblicate oggi dalla stampa locale.
Gulu è uno dei distretti settentrionali maggiormente colpiti dai miliziani dello Lra, attivi da 20 anni contro la popolazione civile nel nord Uganda, abitati in prevalenza dalla comunità acholi. Il governo autonomo del Sud Sudan, su iniziativa del vicepresidente Riek Machar, sta promuovendo le trattative tra governo e ribelli; ; oggi dovrebbero iniziare le discussioni relative al disarmo dei miliziani, che chiederebbero in cambio lo scioglimento dell’esercito ugandese. Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni ha promesso un’amnistia ai ribelli se entro il 12 settembre verrà raggiunto un accordo di pace, ma la Corte penale internazionale (Cpi) – che contro Kony e 4 comandanti ha spiccato mandati d’arresto internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità – ne chiede l’arresto.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 19/7/2006 21.03
ELEZIONI: SANZIONI PER SEI EMITTENTI TELEVISIVE, CLIMA SEMPRE TESO
L’Alta autorità dei media congolese (Ham) ha sanzionato sei canali televisivi per aver violato la regolamentazione sui mezzi di comunicazione “nonostante ripetuti avvertimenti”: per 72 ore, si legge in una nota dell’organismo, le emittenti non potranno dare copertura alla campagna elettorale in vista del voto presidenziale e legislativo del prossimo 30 luglio. Le tv interessate dal provvedimento sono l’ufficiale Rtnc1, Canal Congo télévision (Cctv), Canal Kin télévision (Cktv, di proprietà del vice-presidente e candidato Jean-Pierre Bemba), Digital Congo (vicina al presidente uscente Joseph Kabila), Global Télévision e Afrika Télévision (privati). A una decina di giorni del voto, riferiscono fonti della MISNA a Kinshasa, il clima politico è sempre più teso nel paese, dove crescono l’ostilità tra i candidati, le minacce ricevute da attivisti politici e giornalisti e le critiche dell’opposizione alla comunità internazionale. Oggi la Monuc (Missione Onu in ex-Zaïre) ha “condannato” atti di violenza e di vandalismo avvenuti negli ultimi giorni a Goma (Nord-Kivu), Mbuji Mayi (Kasai orientale), Kananga (Kasai occidentale) e nella provincia dell’Equatore. Ieri il Comitato internazionale di accompagnamento della transizione (Ciat) aveva invitato le autorità a confinare nelle caserme i militari delle forze armate congolesi (Fardc), inclusa la Guardia presidenziale, “prima, durante e dopo” le operazioni di voto per dimostrare l’atteggiamento apolitico dell’esercito. Il Ciat ha chiesto inoltre con insistenza un incontro con l’entourage del presidente Kabila per definire le modalità di gestione del governo durante il periodo di transizione che partirà il 1° agosto fino all’insediamento delle nuove istituzioni elette.
SUDAN 20/7/2006 16.55
SUD SUDAN: COMBATTIMENTI TRA ESERCITO E SPLA, I PRIMI DALLA FINE DELLA GUERRA
Sarebbero almeno 28 le persone morte nei violenti combattimenti in corso da lunedì scorso tra militari sudanesi ed elementi dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla), l’autorità amministrativa autonoma per il Sud Sudan, nella città di Rubkona, nella provincia di Unity State, nel Sudan meridionale. La MISNA lo ha appreso da fonti umanitarie, le quali hanno precisato che i combattimenti – i primi dalla firma nel gennaio del 2005 dell’accordo di pace che ha messo fine al ventennale conflitto tra Khartoum e lo Spla - sarebbero iniziati lunedì scorso con una piccola disputa locale degenerata poi nei giorni successivi. Tra le 28 vittime accertate finora, ma si teme che il bilancio sia molto più alto, vi sarebbero almeno 17 civili. L’organizzazione non governativa (ong) tedesca, Deutsche Welthungerhilfe, confermando le notizie degli scontri ha fatto sapere di aver allontanato dalla zona di Rubkona gran parte del proprio personale, dopo che nei giorni scorsi anche l’ufficio locale dell’ong era stato preso di mira da un serie di bombardamenti. Non sono ancora chiari i motivi che hanno portato all’esplosione dei combattimenti, ma alcuni ritengono che l’episodio possa essere da ricollegare ai disaccordi sui confini tra le zone d’influenza del governo centrale sudanese e l’amministrazione del Spla nella provincia dell’Unity State, una delle aree con le maggiori riserve petrolifere dell’intero Sudan.
UGANDA 20/7/2006 19.51
COLLOQUI GOVERNO-LRA: SI CERCANO CONTATTI DIRETTI CON KONY
Nessuna novità di rilievo è emersa dal sesto giorno di colloqui in corso a Juba, in Sud Sudan, tra il governo ugandese e una delegazione dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), anche se la stampa locale e internazionale riporta qualche piccolo passo in avanti. Secondo il quotidiano indipendente ugandese Monitor, infatti, il governo di Kampala starebbe cercando di stabilire un contatto diretto col fondatore e capo indiscusso del Lra, Joseph Kony, che, secondo le informazioni a disposizione dell’intelligence ugandese si troverebbe nel parco della Garamba, al confine tra la Repubblica democratica del Congo e il Sud Sudan. Kampala infatti giudicherebbe la delegazione inviata in Sud Sudan come un interlocutore minore, anche se il governo continua ad essere in contatto col numero due del movimento ribelle, Vincent Otti, che, come Kony, ha deciso di non recarsi ai colloqui di Juba, nel timore di essere arrestato come richiesto dalla Corte penale internazionale (Cpi) che nei mesi scorsi ha spiccato nei confronti dei vertici del Lra cinque mandati di cattura internazionale. Intanto un portavoce dell’esercito ugandese oggi ha fatto sapere che il governo sta tentando di organizzare un incontro tra Joseph Kony e un gruppo di suoi familiari, tra cui la madre del fondatore del movimento, e alcuni anziani e leader religiosi delle province del nord Uganda, le regioni che negli ultimi 20 anni hanno subito maggiormente le violenze del Lra. E proprio una delegazione di ‘anziani’ delle regioni settentrionali ugandesi e di quelle meridionali sudanesi è stata la protagonista della giornata di negoziati tenutasi oggi a Juba, dove i ‘notabili’ locali hanno incontrato i ribelli del Lra per esprimere il loro sostegno al processo di pace e compiere i rituali di riconciliazione tradizionali dell’area.
CIAD – Il ministro per il decentramento amministrativo e quello per l’allevamento sono stati rimossi dal presidente Idriss Deby perché sospettati di appropriamento indebito di fondi pubblici; lo ha riferito la radio nazionale citando un decreto presidenziale.
SUDAN/NIGERIA – L’applicazione dell’accordo di pace in Darfur, firmato all’inizio di maggio da governo e un gruppo ribelle, è stato al centro di un colloquio tra il presidente sudanese Omar el-Bashir e quello nigeriano Olusegun Obasanjo ad Abuja, a margine di un convegno internazionale.
SUDAN 21/7/2006 15.13
DARFUR: ONU INTERROMPE OPERAZIONI UMANITARIE PER INSICUREZZA
L’uccisione di tre uomini avvenuta ieri nei pressi del campo di Zalinge, in Darfur occidentale (uno dei 3 stati che compone l’omonima regione nell’ovest del Sudan), ha portato alla sospensione di tutte le attività umanitarie delle agenzie della Nazioni Unite nella zona a ridosso del confine con il Ciad. Lo ha riferito l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr), precisando che l’uccisione dei tre dipendenti di una società idrica - che sembrerebbero essere stati linciati da una folla inferocita all’intero del campo profughi di Zalinge - è solo l’ultimo di una serie di episodi violenti avvenuti negli ultimi giorni e che dimostra la grande insicurezza che ancora si registra nell’area. Negli ultimi due giorni, fanno sapere fonti Onu, due organizzazioni non governative (ong) sono state attaccate da uomini armati nell’area del Djebel Mara, a nord di Zalinge. Mercoledì alcuni dipendenti di una ong sono stati rapiti e rimasti per molte ore nelle mani di alcuni miliziani che li hanno rilasciati solo in tarda serata. La scorsa settimana l’autista di un’organizzazione umanitaria è stato ucciso a El Geneina (capoluogo del Darfur Occidentale) da banditi armati, mentre dieci giorni fa un operatore umanitario è stato freddato da ignoti in Darfur settentrionale.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 22/7/2006 9.21
ELEZIONI : TRAFFICO D’ARMI ED ESERCITO, DUE INCOGNITE PER LA PACE
Il traffico illegale di armi e di munizioni, in palese violazione dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite, rappresenta un’ “autentica minaccia” per la pace nella Repubblica democratica del Congo, in particolare con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e legislative del 30 luglio prossimo: è questa la conclusione a cui è giunto un gruppo di esperti dell’Onu nel rapporto presentato giovedì al segretario generale della Kofi Annan. Gli esperti hanno sottolineato che la “porosità” delle frontiere, l’assenza di controllo dello spazio aereo (attraversato dalle rotte dei trafficanti), dei movimenti finanziari, dello sfruttamento delle risorse naturali sono tutti elementi che favoriscono la violazione dell’embargo. Secondo gli autori del rapporti di 57 pagine il traffico d’armi e delle ricchezze minerarie sono due fenomeni collegati che “vanno combattuti insieme”. Gli esperti suggeriscono di registrare e marcare tutte le armi importate o presenti nella Rdc, comprese le armi dell’esercito regolare (Fardc). L’esercito congolese - di cui fanno parte anche ex combattenti dei gruppi guerriglieri integrati in seguito ai piani di pace dopo le guerre succedutesi nel paese tra il 1996 e il 2003 - è infatti accusato di violenze e abusi contro la popolazione civile, che spesso guarda ai soldati non come a una forza di protezione ma come a una minaccia (a volte la principale) alla loro sicurezza. A questo proposito, il Comitato internazionale di accompagnamento della transizione (Ciat) ha suggerito alle autorità congolesi di trattenere nelle caserme le forze armate prima, durante e nei giorni immediatamente dopo le elezioni. “Credo che sia un pessimo modo per affrontare i problemi” ha detto il portavoce del governo, Henri Moya Sakanyi, esprimendo il dissenso delle autorità di Kinshasa alla proposta. “Le forze armate del Congo non possono essere all’origine di qualunque impedimento al processo elettorale” ha continuato. Favorevole al suggerimento della Ciat si è detto invece il vice-presidente Azarias Ruberwa, capo della Commissione per la Difesa e la Sicurezza, lui stesso candidato alla presidenza. Potrebbe essere un buon modo - ha dichiarato Ruberwa a radio Okapi (emittente della Missione delle Nazioni Unite in Congo, Monuc) - per evitare che “uno qualunque dei candidati” insoddisfatto dell’esito del voto possa usare le Fardc per “confiscare i risultati elettorali”. Anche il presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei) Apollinare Malu Malu, ha detto di vedere positivamente il ritiro in caserma delle forze armate il giorno del voto, con l’eccezione dei soldati in servizio presso i seggi elettorali.
SUDAN 22/7/2006 10.46
DARFUR: MEDIATORE SLOVENO FERMATO, RISCHIA ESPULSIONE
Fermato perché non in possesso di un visto valido per entrare in Sudan, Tomo Kriznar, l’inviato speciale del presidente sloveno in Darfur per mediare nella crisi della regione, è comparso ieri nell’aula di un tribunale di El Fasher (capoluogo del Darfur settentrionale uno dei 3 stati che compone l’omonima regione nell’ovest del Sudan) dove sono cominciati i procedimenti a suo carico. La notizia, riportata nelle ultime ore da alcuni media sudanesi, è stata diffusa dall’ufficio della presidenza slovena, che ha precisato che Kriznar viene trattato correttamente e resta in attesa di essere ascoltato. L’ufficio della presidenza slovena fa sapere di aver chiesto l’intervento delle autorità sudanesi e dell’Unione Africana e di altre istituzioni internazionali per ottenere il rilascio del proprio inviato. Secondo indiscrezioni, le autorità sudanesi dovrebbero presto rispedire in Slovenia l’inviato del presidente attraverso un’espulsione da effettuarsi il prima possibile. Dall’inizio del 2006 la presidenza slovena è intervenuta in qualità di mediatore nella crisi del Darfur, presentando anche un piano in 16 punti per mettere fine alle violenze tra i gruppi ribelli e le autorità di Khartoum. A fine maggio una delegazione dei movimenti combattenti del Darfur si era recata a Lubiana per incontrare i mediatori dell’Unione Africana (Ua) impegnati a convincerli a siglare l’accordo raggiunto ai primi di maggio tra Khartoum e il principale gruppo ribelle attivo nel conflitto esploso all’inizio del 2003 nella vasta regione occidentale sudanese al confine col Ciad.
UGANDA 24/7/2006 12.08
SOSPESI PER CONSULTAZIONI COLLOQUI GOVERNO-LRA
Sono stati sospesi e rinviati alla settimana prossima i colloqui di pace tra il governo ugandese e una delegazione dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) iniziati il 14 luglio scorso a in corso a Juba, in Sud Sudan; lo hanno reso noto oggi i mediatori sudanesi coinvolti nel negoziato. “Sono stati fatti sostanziali progressi. Abbiamo deciso di aggiornare le sedute per permettere alle delegazioni di consultarsi con i loro vertici” ha detto il vice presidente del Sud Sudan Reiek Machar, nel comunicare che i colloqui riprenderanno lunedì 31 luglio. Machar ha accennato a possibili soluzioni discusse dalle parte riguardo a questioni centrali nel negoziato, ma non ha fornito dettagli. Ciò che finora è emerso con certezza dai colloqui è soltanto una proposta di Kampala per un’amnistia ai ribelli e la richiesta dell’Lra di “compensazioni adeguate” per le perdite economiche e lo smantellamento delle forze armate ugandesi “etniche e partigiane”, mentre si attende di discutere ancora di cessate-il-fuoco, disarmo e reintegrazione degli ex combattenti. Segnali di insofferenza sull’andamento dei colloqui sono giunti ieri dal viceministro della Difesa ugandese Ruth Nankabirwa, la quale ha dichiarato che il processo di pace “non può paralizzare altri tentavi di disarmare i ribelli”, che si nascondono con i loro capi, Joseph Kony e Vincent Otti, nel parco della Garamba, nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Nankabirwa ha nuovamente sollecitato la Rdc ad assolvere ai suoi “obblighi di legge” per disarmare l’Lra. “E se questi colloqui falliscono? Cosa ci resta da fare? L’Uganda dovrà entrare in Rdc?” è la domanda retorica che si è posta. Più volte Kampala ha chiesto l’autorizzazione a Kinshasa e alle Nazione Unite di dare la caccia agli uomini dell’Lra, senza mai ottenerla.
SUDAN 24/7/2006 16.48
DARFUR, NUOVA ALLEANZA ANTI-GOVERNATIVA RIVENDICA CONTROLLO DEL NORD
“La missione è ora compiuta: il Fronte di salvezza nazionale (Nrf) ha il pieno controllo dell’intero stato del Nord Darfur”: lo riferisce un comunicato della nuova alleanza contro il governo centrale sudanese costituita lo scorso mese da tre gruppi ribelli della regione occidentale del Darfur contrari alla proposta di pace dell’Unione africana (Ua) siglata il 5 maggio ad Abuja, in Nigeria, da Khartoum e dalla fazione del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Minni Arcua Minnawi. “Le forze di Minnawi – si legge ancora nella nota – sono state cacciate via… Duecento combattenti hanno abbandonato Minnawi e si sono arruolati nell’Nrf mentre altri 84 sono stati fatti prigionieri”. Secondo il comunicato, inoltre, sarebbero stati sequestrati numerosi mezzi, armamenti militari e documenti sulle armi che Minnawi avrebbe ricevuto dal governo centrale. L’Nrf ha invitato infine l’inviato dell’Onu in Sudan Jan Pronk e rappresentati dell’Ua a visitare la regione per verificarne il controllo e rivedere l’accordo di pace “in conformità con queste nuove realtà”.
Khalil Ibrahim – presidente del Movimento di giustizia e eguaglianza (Jem), una delle tre formazioni confluite nell’Nrf – ha precisato inoltre che il “peso di Minnawi in Darfur ora equivale a zero”, ma che l’Nrf deve comunque continuamente respingere gli “attacchi delle forze di Minnawi e dei suoi alleati, Janjaweed e forze governative”. Minnawi invece ha smentito di aver perso il controllo del Nord Darfur. Intanto gli scontri tra le due fazioni dello Slm – quella guidata da Minnawi e quella capeggiata da Abdel Wahed Mohamed al-Nur e sostenuta dai ‘Fur’, gruppo etnico maggioritario in Darfur – hanno costretto 8000 civili ad abbandonare le proprie abitazioni nei soli ultimi 10 giorni. Questa situazione – ha commentato oggi Sadeq el-Mahdi, leader dell’Umma, il più importante partito d’opposizione – è “più grave” di quella precedente “l’inutile” accordo del 5 maggio. “Per eliminare le lacune dell’accordo e elaborare un programma per raggiungere uno sviluppo democratico, controllare la situazione senza l’ingerenza di truppe internazionali e eleggere un governo nazionale capace di risolvere i problemi del paese”, l’opposizione – ha annunciato el-Mahdi – convocherà al più presto “una conferenza globale”.
REP. DEM. CONGO – La polizia ha disperso una folla di manifestanti nella città meridionale di Mbuji Mayi durante una visita del presidente Joseph Kabila in vista delle elezioni del 30 luglio. Mbuji Mayi – che produce milioni di euro in diamanti l’anno ma è priva di elettricità e di acqua corrente – è una roccaforte del principale partito d’opposizione Udp che ha boicottato il processo elettorale.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 25/7/2006 10.18
ELEZIONI: OLTRE 1200 GLI OSSERVATORI INTERNAZIONALI
Sono più di 1200 gli osservatori elettorali internazionali accreditati per controllare il corretto andamento delle elezioni generali in Repubblica democratica del Congo. Lo ha fatto sapere il Comitato di accompagnamento alla transizione, Ciat, l’organismo che raccoglie i principali mediatori interni e internazionali nei colloqui con cui tre anni si chiuse (almeno formalmente) la guerra e si arrivò alla creazione del governo di transizione che concluderà il proprio mandato con queste elezioni. Tra gli organismi che hanno inviato osservatori figurano l’Unione Europea, l’Unione Africana, la Comunità di sviluppo per l’Africa australe (Sadc), il Centro Carter, l’Associazione dei parlamentari europei per l’Africa. Nella nota il Ciat invita poi i cittadini, i gruppi della società civile e gli schieramenti politici a registrare attraverso la Commissione elettorale indipendente (Cei) i propri osservatori nazionali. Facendo riferimento alle recenti polemiche su presunte irregolarità nel processo di registrazione dei votanti, che hanno portato diverse critiche alla Cei, i mediatori internazionali definisce “importante” il lavoro condotto dalla Commissione, ma sottolinea la necessità che questa risponda in maniera rapida alle critiche che le vengono avanzate. “La trasparenza deve contribuire a creare le migliori condizioni possibili per lo svolgimento del voto” si legge nella nota, di cui la MISNA ha ricevuto una copia.
SUDAN 25/7/2006 12.05
DARFUR: INSICUREZZA LIMITA OPERAZIONI UMANITARIE
Oltre il 20% dei quasi due milioni di sfollati che vivono in Darfur non ricevono aiuti umanitari a causa della grave insicurezza che si registra in alcune zone della regione occidentale sudanese, teatro dal febbraio 2003 di una guerra che ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie in corso. Lo ha fatto sapere la missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis), precisando che si tratta della peggiore percentuale registrata negli ultimi due anni. A impedire il lavoro delle agenzie dell’Onu, si legge nella nota dell’Unmis, sono gli attacchi diretti contro gli operatori umanitari, atti di banditismo e i combattimenti tra i gruppi ribelli in corso in varie zone della regione. L’Unmis si dice poi “preoccupata” per le condizioni di sicurezza interne ai campi per sfollati, sempre più teatro di episodi violenti o utilizzati da gruppi ribelli per nascondere armi o propri sostenitori. Proprio nei giorni scorsi - dopo l’uccisione di alcuni uomini nei pressi del campo di Zalinge, in Darfur occidentale (uno dei 3 stati che compone l’omonima regione nell’ovest del Sudan) – l’Onu aveva deciso di sospendere le attività umanitarie delle sue agenzie nella zona a ridosso del confine con il Ciad.
UGANDA 25/7/2006 13.11
COLLOQUI GOVERNO-LRA: NESSUNA ‘POLTRONA’ PER KONY
Una divisione del potere politico con Joseph Kony e i suoi comandanti è fuori questione; lo ha ribadito il presidente ugandese, Yoweri Museveni, parlando il giorno dopo che colloqui di pace tra governo e ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) in corso a Juba, Sud Sudan, sono stati sospesi per consultazioni. Il negoziato ha solo lo scopo di offrire un “atterraggio morbido” a Kony e ai ribelli, ha detto Museveni durante un incontro con l’Alto Commissario britannico, Francois Gordon, cui la stampa locale da ampio risalto. Nell’elenco delle richieste presentato dai ribelli il 21 luglio scorso c'è anche “un proporzionato meccanismo di divisione del potere che tenga conto degli equilibri regionali e demografici del paese” riferendosi ai contesti del nord e dell’est dove lo Lra è stato attivo per 20 anni, seminando panico e lutti tra la popolazione civile. La richiesta, come molte altre della lista, è stata già definita “irrealistica” dalla ministro della Difesa, Ruth Nankabirwa. Piuttosto ai ribelli è stata offerta la possibilità, per una parte di loro, di essere integrati nelle forze armate ugandesi; i colloqui a Juba - ha fatto sapere Museveni - prevedono anche “un meccanismo per riconciliare lo Lra con le vittime” del conflitto. Molte critiche dalla comunità internazionale ha sollevato la presunta offerta di Kampala di un’amnistia per Kony e altri quattro comandanti ribelli ricercati dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità; secondo il quotidiano filogovernativo 'New Vision', Museveni ha spiegato che l’Uganda “ha optato per i colloqui di pace perché non è riuscita ad ottenere l'appoggio del governo della Repubblica democratica del Congo e dell'Onu per combattere lo Lra (che si nasconde) nel parco nazionale della Garamba, nel nordest del Congo”. Intanto una delegazione di parenti di Kony, tra cui la madre e quattro delle sue numerose "mogli" (molte delle quali sono donne rapite durante le operazioni militari) sono dirette a Juba per incontrare il capo del Lra e convincerlo ad accettare le condizioni poste a Kampala.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 25/7/2006 14.49
ELEZIONI: TRIBUNALE ONU PER RWANDA CHIEDE COLLABORAZIONE PROSSIMO GOVERNO
L’auspicio che il nuovo governo eletto nel voto di domenica prossima in Repubblica democratica del Congo possa contribuire alla cattura dei 18 ricercati per i crimini commessi in Rwanda durante il genocidio del 1994 è stato espresso da Hassan Boubacar Jallow, procuratore capo del Tribunale speciale con sede ad Arusha, in Tanzania. “La maggior parte dei sospettati che stiamo ricercando si trova nella Repubblica democratica del Congo” ha detto parlando a Kigali, in Rwanda. Jallow ha invocato anche una maggiore cooperazione tra le autorità congolesi e il Tribunale, con l’obiettivo di catturare gli ultimi latitanti. I presunti responsabili delle stragi di civili ruandesi si trovano soprattutto nell’est dell’ex-Zaire, nelle foreste degli altipiani del Nord e Sud Kivu, dove dal 1999 la Monuc – la missione di pace dell’Onu istituita alla fine del 1999 con l’obiettivo tra l’altro di disarmare i miliziani ruandesi – non è riuscita a garantire pace e sicurezza. A pochi giorni dal voto, la situazione nell’est è tenuta comunque sotto controllo dalle forze di pace: l’inviato del segretario generale dell’Onu, William Sing, ha detto che la Monuc pur mantenendosi vigilante non è “in ansia” per la sicurezza in vista del voto di domenica. Alle urne sono attesi circa 25,5 milioni di elettori per le prime elezioni multipartitiche dal 1961, con oltre 9.000 candidati per i 500 seggi della Camera e 33 aspiranti alla presidenza.
RD CONGO – Almeno 16 persone sono rimaste ferite per l’esplosione accidentale di una granata nel mercato di Kinshasa; in città si sono registrati anche disordini tra le forze dell’ordine e alcune centinaia di dimostranti dell’opposizione.
SUDAN – È ripreso ad Asmara, in Etiopia, il secondo round dei negoziati tra il governo centrale e il Fronte orientale iniziato il 17 luglio: i ribelli dell’est hanno chiesto che un loro esponente sia vicepresidente e che il 60% del governo regionale, il 40% del governo d’unità nazionale e il 20% dell’Assemblea nazionale sia costituito da loro rappresentanti.
UGANDA 27/7/2006 1.09
AMPIA DELEGAZIONE DAL NORD UGANDA PER INCONTRARE CAPO RIBELLE KONY
Convincere Joseph Kony, capo dei ribelli ugandesi del sedicente Esercito di resistenza del Signore (Lra), a deporre le armi e ad accettare il trattato di pace che rappresentanti dell’Lra e il governo ugandese stanno negoziando in questi giorni a Juba, in Sud Sudan: è l’obiettivo della delegazione di circa 180 persone giunta oggi dal nord dell’Uganda a Maridi, piccolo centro urbano dell’Equatoria occidentale (Sud Sudan) vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo, nei pressi del presunto nascondiglio di Kony. Della delegazione fanno parte oltre 30 parenti dei dirigenti dell’Lra, tra cui due ex-mogli e uno zio di Kony; 15 delegati dell’Lra; 10 anziani; leader religiosi del Nord Uganda guidati dall’arcivescovo di Gulu, John Baptista Odama; 20 delegati del governo del Sud Sudan; esponenti politici capeggiati dal colonnello Walter Ochora, commissario di distretto di Gulu nel nord Uganda. A loro dovrebbero presto aggiungersi il vice-presidente sudanese Riek Machar – che ha finora guidato la mediazione con il governo ugandese - e la madre di Kony, Nora Oting. L’incontro con Kony probabilmente potrebbe avvenire oggi a Nabanga, al confine tra Repubblica democratica del Congo e Sud Sudan. “Queste persone incontreranno Kony per assicurargli che il governo ugandese è davvero pronto per la pace” ha detto Ochora. Secondo Norbert Mao, avvocato e presidente del distretto di Gulu, la delegazione giunta a Maridi sarebbero solo una frazione di una ben più folta: al quotidiano indipendente ugandese ‘Monitor’, Mao ha detto di aver ricevuto una telefonata dello stesso Kony che chiedeva di incontrare esponenti delle diverse comunità.
SUDAN 27/7/2006 4.39
DARFUR: ONG DENUNCIANO INSICUREZZA NEI CAMPI PER SFOLLATI
“Siamo venuti qui per essere protetti, ma non ci sentiamo al sicuro. Gruppi di banditi e di uomini armati si trovano sia dentro che fuori i campi”: a parlare è un gruppo di anziani notabili di uno dei principali campi profughi che sorge nei pressi di Nyala, capoluogo del Darfur meridionale. A raccogliere la denuncia degli sfollati interni e a confermare la presenza crescente di armi e gruppi armati all’interno dei campi disseminati in tutta la regione del Darfur e in cui ormai vivono quasi 2 milioni di persone, sono alcune organizzazioni non governative che operano nell’area. “Gli uomini non lasciano i campi per paura di essere uccisi e le donne hanno paura a uscire perché temono di finire preda di uomini armati” si legge in una nota diffusa da ‘Action by Churches together (Act)/Caritas, una rete che riunisce le principali organizzazioni non governative (ong) della Chiesa cattolica, protestante e ortodossa. Le testimonianze raccolte concordano nel sottolineare la paura in cui sono costretti a vivere gli sfollati all’interno dei campi. La gravità dell’insicurezza in Darfur e il pericolo della sempre maggiore presenza di armi e gruppi armati nei campi sono stati sottolineati la scorsa settimana sia dalla Missione Onu nel paese (Unmis) sia dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr), che coordina molte delle operazioni nelle strutture in cui sono ospitati gli sfollati. In una nota dei giorni scorsi, l’Unmis si era detta “estremamente preoccupata” per le condizioni di sicurezza interne ai campi per sfollati, sempre più teatro di episodi violenti o utilizzati da gruppi ribelli per nascondere armi o propri sostenitori. Qualche giorno prima l’Onu aveva annunciato la sospensione delle attività umanitarie in alcune zone del Darfur a causa dell’insicurezza interna ai campi.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 27/7/2006 10.27
ITURI: ACCORDO CON ULTIMO GRUPPO ARMATO IN VISTA DI ELEZIONI
Un accordo è stato raggiunto dal governo congolese anche con l’ultimo gruppo armato attivo in Ituri, la turbolenta provincia nel nord est della Repubblica democratica del Congo teatro di combattimenti e violenze anche dopo la fine ‘ufficiale’ della guerra, perché gli elettori della regione possano recarsi alle urne domenica per le elezioni generali. La MISNA lo ha appreso da fonti locali le quali precisano che l’accordo con il ‘Movimento rivoluzionario congolese’ (Mrc) – una sorta di coalizione in cui erano confluiti tutti gli elementi armati che non avevano partecipato al programma di disarmo e reintegro avviato dall’Onu e da Kinshasa lo scorso anno – prevede un’amnistia per i reati di crimini contro lo Stato in cambio di una tregua per tutto il periodo delle elezioni che consenta alla gente di recarsi al voto. Non sono ancora completamente chiari i contenuti dell’intesa che, secondo alcune fonti, dovrebbe anche prevedere l’avvio del processo di integrazione del Mrc nel nuovo esercito nazionale congolese e la cessazione definitiva delle ostilità. Fonti diplomatiche occidentali contattate a Kinshasa dalla MISNA, sottolineano però che l’accordo con l’Mrc sarebbe stato raggiunto non dal governo nel suo complesso, ma dai servizi di sicurezza del presidente Joseph Kabila, che è anche uno dei candidati (il favorito) alla massima carica dello Stato. Teatro di violenze e scontri anche dopo la fine ‘ufficiale’ della guerra nella Repubblica democratica del Congo (1998-2003), l’Ituri è a tutt’oggi una delle zone più instabili dell’intero Congo. Se 15.578 ex-combattenti hanno partecipato al programma di disarmo, tra i 3.000 e i 4.000 uomini armati sono ancora presenti sul territorio. Miliziani che hanno accantonato le vecchie (nonchè strumentali) rivalità etniche per unirsi e continuare a gestire i lucrativi affari legati ai settori minerari in cui sono coinvolte anche aziende internazionali (molte europee) e i governi dei paesi confinanti.
CIAD 27/7/2006 10.58
N’DJAMENA E KHARTOUM RICUCIONO RELAZIONI DIPLOMATICHE
I governi di Ciad e Sudan hanno siglato ieri un accordo in cui si impegnano a non dare più ospitalità ai rispettivi movimenti ribelli e a creare una commissione militare congiunta incaricata di controllare la lunga frontiera (1000 chilometri) che divide i due paesi. Lo hanno annunciato fonti dei due governi in una nota in cui si precisa che l’intesa è stata siglata ieri a N’djamena durante un incontro tra i vertici militari sudanesi e ciadiani. Il Ciad aveva unilateralmente rotto le relazioni diplomatiche col Sudan il 14 aprile scorso, il giorno dopo che le forze militari governative avevano respinto un attacco ribelle contro la capitale N’djamena. Il governo ciadiano aveva accusato quello sudanese di aver sostenuto i ribelli. Accuse che Khartoum ha sempre smentito e rinviato al mittente, ricordando i rapporti tra N’djamena e le ribellioni attive in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto che ha fatto quasi 2 milioni di profughi e sfollati, 200.000 dei quali ospitati in territorio ciadiano. Chiudendo l’incontro che ha portato alla firma dell’accordo, i partecipanti hanno sottolineato che l’intesa “consente di superare tutte le differenze e di aprire una nuova pagina nelle relazioni bilaterali”. L’incontro di ieri apre la strada al vertice, fissato in agosto a Dakar in Senegal, tra il presidente ciadiano Idriss Deby e il sudanese Omar Hassan el Beshir, in cui dovrebbe essere dichiarata la restaurazione delle normali relazioni diplomatiche tra i due paesi.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 27/7/2006 14.13
ELEZIONI: MONUC ACCUSA FORZE ARMATE DI ABUSI
Arresti arbitrari, detenzioni illegali e ricorso alla violenza per reprimere le manifestazioni politiche: sono tra le violazioni dei diritti umani a carattere politico a carico dell’esercito e della polizia congolese denunciate dalla Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc). In un rapporto di 24 pagine pubblicato ieri, la Monuc riferisce di un “aumento significativo” di questi episodi nei mesi precedenti le elezioni, che si terranno domenica prossima. Nel dossier si segnalano inoltre attentati alla libertà di stampa con giornalisti della carta stampata e radiofonici “imbavagliati” a causa di una legge restrittiva risalente all’epoca della dittatura di Mobutu. La Monuc deplora inoltre “una mancata capacità e volontà” del governo di “indagare e perseguire” gli autori di gravi violazioni, sebbene segnali comunque “sviluppi positivi” in tale senso. La Missione Onu è presente in Congo dal 2000 e da allora - come si dice nel rapporto - non sono smesse le “esecuzioni sommarie” , i “ferimenti” e gli “stupri” commessi dalle Forze armate congolesi contro i civili accusati di complicità i gruppi armati ancora attivi o durante le operazioni militari contro di essi. Tali abusi sarebbero di fatto favoriti dalle “ingerenze” delle autorità politiche e militari sulla magistratura militare che determino la “paralisi di questa istituzione” giudiziaria. Nel dossier si invitano le parti politiche di includere nei loro programmi “azioni chiare e realizzabili” per migliorare la situazione dei diritti umani nel paese.
UGANDA 27/7/2006 18.47
DELEGAZIONE A CONFINE TRA SUDAN E CONGO PER INCONTRARE CAPO RIBELLE KONY
Prosegue il viaggio della delegazione di circa 180 persone del nord Uganda che nei prossimi giorni dovrebbe incontrare Joseph Kony, capo dei ribelli ugandesi del sedicente Esercito di resistenza del Signore (Lra), per convincerlo a deporre le armi. Dopo aver lasciato nottetempo Maridi, piccolo centro urbano dell’Equatoria occidentale (Sud Sudan) vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo, un primo gruppo di 30 persone sono giunte oggi in un remoto anteposto di confine costituito da una decina di capanne di fango. Della delegazione fanno parte, tra gli altri, alcuni leader religiosi del Nord Uganda guidati dall’arcivescovo di Gulu, John Baptista Odama ed esponenti politici locali della stessa zona. Secondo un giornalista della Reuters, nella stessa località dovrebbe arrivare anche il vice-presidente sudanese Riek Machar – che ha finora guidato la mediazione con il governo ugandese – e insieme incontreranno il leader dell’Lra. L’obiettivo è convincere Kony ad accettare il trattato di pace che rappresentanti dell’Lra e il governo ugandese stanno negoziando in questi giorni a Juba, in Sud Sudan. In tal caso le autorità di Kampala gli hanno garantito l’immunità dai 33 capi d’imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità emessi dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja. Con i negoziati di Juba – che riprenderanno il prossimo lunedì dopo consultazioni – si spera di porre fine alla ribellione del movimento responsabile di decine di migliaia di morti e oltre 1,4 milioni di sfollati ugandesi nel nord del paese.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 27/7/2006 23.09
KINSHASA: DISORDINI DURANTE MANIFESTAZIONE SOSTENITORI DI BEMBA
Migliaia di persone hanno accolto oggi nella capitale Kinshasa il candidato Jean Pierre Bemba, attualmente uno dei quattro vicepresidenti della Repubblica democratica del Congo, in una manifestazione caratterizzata da disordini. I suoi sostenitori del Movimento per la liberazione del Congo – Mlc, l’ex-gruppo ribelle oggi partito politico - si sono scontrati con la polizia e hanno assaltato i locali dell’Alta autorità per i mass-media; altri – come ha visto l’inviata della MISNA a Kinshasa – hanno saccheggiato la stazione di polizia all’altezza del Pont Matete, sull’ampio ‘Boulevard Lumumba’. Secondo l’agenzia ‘France Presse’, almeno una persona è stata uccisa da colpi di arma da fuoco, apparentemente da uomini del servizio di sicurezza di Bemba durante scontri con la polizia. Il candidato del Mlc ha percorso a piedi una parte dei circa 15 chilometri che separano l’aeroporto di N’Djili dallo stadio ‘Tata Raphaël’ nel quartiere Limete. Mentre Bemba si rivolgeva ai sostenitori, è scoppiato un incendio nella sua residenza; due bambini sarebbero rimasti carbonizzati e un’altra dozzina di persone ferite. Secondo le televisioni locali, potrebbe trattarsi di un attacco da parte di militanti politici rivali al deposito di munizioni collocato accanto alla casa dell’ex-capo ribelle, protagonista con le sue milizie della guerra del 1998-2003. “Kabila non ha fatto niente per il Congo e nemmeno per Kinshasa: è stato messo lì dalla comunità internazionale e sotto il suo governo non c’è stato alcun progresso” ha detto all’inviata della MISNA un simpatizzante di Bemba, mentre centinaia di giovani ballavano e danzavano sopra i tetti di alcuni autobus, con t-shirt e volantini del loro candidato. Molti abitanti della capitale hanno assistito con curiosità dal ciglio della strada alla massiccia mobilitazione di Bemba che – secondo alcune informazioni in circolazione ma prive di conferme – disporrebbe di un numero imprecisato di uomini armati all’esterno della capitale o addirittura in città pronti ad attaccare Kinshasa in caso di sconfitta alle elezioni presidenziali di domenica prossima. “Non dimentichiamoci che il Congo non è solo Kinshasa” ha detto alla MISNA un medico del Katanga, di passaggio nella capitale, mentre osservava la manifestazione pur restandone al di fuori. La distanza tra i candidati principali in città si misura anche sui muri: i più facoltosi – Kabila e Bemba tra questi – hanno affisso ovunque manifesti anche di grandi dimensioni – gli altri (in totale sono 33 gli sfidanti) si devono accontentare di più modesti striscioni di plastica. Di cui – comunque – gran parte delle strade di Kinshasa sono ormai tappezzate.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 28/7/2006 18.21
ELEZIONI, IN MIGLIAIA PARTITI DAL BURUNDI PER VOTARE
Autobus, taxi, persino biciclette: stanno partendo a bordo di qualsiasi mezzo disponibile le migliaia di congolesi residenti in Burundi pur di non mancare domenica alle prime elezioni multi-partitiche della Repubblica democratica del Congo dall’indipendenza del 1960. Dopo aver chiesto il visto in uno dei quindici uffici aperti dall’ambasciata congolese in Burundi – nella capitale Bujumbura, nella provincia centrale di Gitega e a Rumonge nella provincia meridionale di Bururi – si stanno affrettando ad attraversare le polverose strade al confine col nordovest del loro paese natio, prima della chiusura della frontiera fissata per domani. Sino a ieri sera erano stati accordati 18.000 visti, ma anche stamani alle porte dell’ambasciata vi era una fila di congolesi desiderosi di tornare nell’ex-Zaire per votare: secondo Makonga Monga – l’incaricato d’affari presso l’ambasciata congolese a Bujumbura – tra ieri e oggi in 25.000 avranno attraversato il confine. Per farlo occorre presentare sia la carta elettorale che il ‘foglio bianco’ rilasciato dall’ambasciata e riceverne uno rosa recante il timbro dell’immigrazione. Per facilitare le operazioni, circa 20 stazioni di lavoro sono state allestite lungo il confine tra Burundi e Repubblica democratica del Congo, a circa 3 chilometri dall’ufficio di frontiera di Gatumba. Tanta burocrazia non ha affievolito l’entusiasmo per lo storico appuntamento: “Malgrado risiedano in Burundi da diversi anni, quanti hanno la nazionalità congolese da giorni non parlano che di elezioni e fremono per votare” dice alla MISNA una fonte missionaria contattata a Bujumbura, aggiungendo: “In molti hanno anche organizzato delle collette per noleggiare mezzi di trasporto collettivi. L’aspettativa è alta”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 2.11
ELEZIONI: SPARATORIA TRA CORTEI DI CANDIDATI (UNA VITTIMA), CADE UN “DRONE”, ULTIMO COMIZIO
Un morto nella scorta del vice-presidente Azarias Ruberwa e due altri feriti mentre transitava il presidente Joseph Kabila, insieme alla caduta di un “drone” - un piccolo velivolo europeo senza pilota destinato alla sorveglianza di sicurezza per le lezioni – hanno caratterizzato un’antivigilia di elezioni che per altri versi, come la maggior parte dei mezzi d’informazione aveva scritto fino a tarda sera, era in gran parte trascorso se non altro nella calma e perfino con tratti da grande festa popolare. All’agenzia di stampa francese Afp, Kemal Saiki, , portavoce della MOnuc, la missione dell’Onu in Congo, ha detto di non conoscere con esattezza le circostanze dell’incidente in cui sono stati coinvolti i militari di scorta a Ruberwa, aggiungendo però che si era verificato quando si erano incrociati i cortei di Kabila, diretto al suo comizio conclusivo in città, e quello del vice-presidente, entrambi candidati per le elezioni di domani. Qualcosa probabilmente non ha funzionato nel massiccio dispositivo militare impiegato per garantire la sicurezza, anche se il portavoce di Ruberwa, Pascal Masireka, nella tarda serata di ieri ha accusato la scorta presidenziale di “aver aperto il fuoco sulla scorta del vice-presidente”, una versione non confermata da alcuna fonte militare o di polizia. L’episodio, rimasto ignoto a quanto pare per ore alla maggior parte degli abitanti di Kinshasa, non sembra aver avuto effetti particolari sul clima pre-elettorale percorso comunque da tensioni; e qualunque ricostruzione è destinata a rimanere probabilmente confusa mentre le responsabilità, tra colpi sparati in aria forse per accelerare uno dei cortei o semplicemente per timore di ingorghi e possibile reazione eccessiva, appaiono almeno per ora poco decifrabili. Non ha fortunatamente avuto conseguenze per l’incolumità delle persone la caduta del velivolo senza pilota sul quartiere di Kingabwa, vicno al fiume Congo e a circa due chilometri dalla base aerea di Ndolo da cui era partito o a cui, telecomandato, stava tornando; attrezzato con telecamere, il drone belga della “European force” (Eufor) doveva essere utilizzato per sorveglianza aerea delle elezioni. A Ndolo ha sede il comando locasle di Eufor. Per il resto, evento centrale della giornata di ieri è stato il comizio con cui Kabila ha chiuso la campagna elettorale alla Fiera internazionale di Kinskasa (Finkin); il candidato “Numero 7” – che ha parlato in francese con un traduttore in lingala – si è presentato come ‘pacificatore’ e ‘riunificatore’ del Congo; distribuzione di magliette, berretti e bandiere progandistici ed esibizioni musicali di diversi artisti congolesi hanno colmato per alcune ore l’attesa del presidente e hanno poi accompagnato l’evento, trasmesso in diretta sulla televisione nazionale Rtnc. “Appuntamento al 30 luglio per voltare pagina” ha salutato tutti Kabila, dopo aver percorso il tappeto rosso scrupolosamente steso qualche minuto prima del suo arrivo. Imponenti misure di sicurezza, centinaia di guardie presidenziali speciali, forse alcune delle stesse coinvolte nell’incidente con il corteo di Ruiberwa, ben armate e temute dalla popolazione per le loro note maniere forti, erano state dispiegate dentro e fuori la Fiera. Un trattamento complessivamente molto speciale, sottolineano in tanti a Kinshasa, ben diverso da quello che ha contraddistinto la campagna degli altri candidati. Fonti diverse indicano fino a questo momento, un totale di sei vittime di violenze a quanto pare connesse alle elezioni: tre agenti di polizia e un civile giovedì tra le 40.000 persone presenti a un comizio di Jean-Pierre Bemba, ex-capo ribelle e avversario di primo piano del presidente in carica; altre due in un’imboscata tesa a un corteo automobilistico di un ministro e candidato alle elezioni parlamentari nell’irrequieto Nord Kivu , nell’est del paese. (con contributi di Celine Camoin da Kinshasa)
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 3.03
ELEZIONI: DAI 61 OSSERVATORI ELETTORALI ITALIANI IN SUD KIVU
[Da comunicati dell'Associazione nazionale di volontariato-onlus 'Beati i costruttori di pace' giunti alla MISNA e liberamente editati, sono tratti i passaggi che seguono.]
"C’è un clima di grande attesa a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu...le strade sono invase da gente che indossa berretti e magliette col volto dei candidati, si susseguono i comizi e le manifestazioni, tra canti e balli. Così accade anche quando per la strada si incrociano due cortei a sostegno di candidati diversi, che proseguono danzando senza incidenti. Anche i manifesti elettorali restano tutti appesi ai muri e agli alberi, uno aggiunto all’altro, nessuno strappato: tutti segni di grande coscienza civica. In questa parte del Congo il consenso si coagula in altissima percentuale attorno al presidente uscente Joseph Kabila, che è ben consapevole di avere nel Kivu il suo bacino elettorale più convinto. “L’artisan de la paix” è il motto che si è scelto per quest’ultimo scampolo di campagna elettorale. E la gente lo vede proprio così, come il firmatario della pace e colui che ha restituito un po’ di tranquillità alla zona del paese che più è stata martoriata dagli anni della guerra. «Non voteremo per coloro che hanno violentato le nostre mogli» dicono a mo’ di slogan. Qui le attese sono tutte protese al voto di domenica, a cui probabilmente si registrerà un’affluenza altissima. Non c’è la sfiducia che si registra all’ovest, nella capitale; la gente crede e attende le elezioni come una svolta decisiva per il paese e un’uscita dall’empasse della formula 1+4, un presidente e quattro vicepresidenti, che di fatto blocca qualunque decisione. La presenza di osservatori internazionali è molto ben accolta dalla popolazione, che li vede come un’ulteriore garanzia di legittimità per il voto. In questo quadro, si inserisce l’attività dei 61 osservatori italiani, coordinati da ‘Beati i costruttori di pace’ e ‘Chiama l’Africa’. Ormai tutte le coppie di osservatori sono dislocate sul territorio del Nord e Sud Kivu, nelle città più importanti (Bukavu, Goma, Beni, Butembo, Uvira) e nei centri dove la tensione è più alta (da Matanda a Minemwe, da Luvungi a Walungu, da Rutshuru a Masisi)... Il clima generalmente positivo e di grande attesa che si respira nel Kivu è in contrasto con le notizie che giungono da altre parti del paese. In particolare, la Chiesa Cattolica in queste zone è da mesi protagonista di un intenso lavoro di formazione della popolazione, a cui viene spiegato come votare e con quale criterio scegliere i candidati. Folti gruppi di volontari hanno girato per tutta la provincia, fino nei villaggi più remoti, per fare incontri di educazione civica". Rispetto ad alcuni vescovi che nei giorni scorsi avrebbero assunto una posizione critica verso il processo elettorale, Lisa Clark e Albino Bizzotto, responsabili di ‘Beati i Costruttori di Pace’, nel comunicato affermano: «Viene dato molto credito a dichiarazioni fatte a titolo personale da due vescovi, diffuse come notizia principale se non unica. Tutte queste informazioni, prontamente e sistematicamente smentite”, finiscono con il produrre “un’informazione distorta”. “Andrebbero invece maggiormente pubblicizzate - si sottolinea nella nota - le dichiarazioni collettive dei vescovi: lo sforzo della Chiesa, a tutti i livelli, nella formazione e nell’educazione civica, è stato enorme e continua senza interruzione”. Un'altro comunicato della stessa fonte riferisce di due incontri tra Emilio Lonati, rappresentante sindacale della FIM-Cisl in questi giorni a Bukavu con gli osservatori elettorali, e i rappresentanti sindacali locali per "uno scambio informale ma fecondo tra esperienze sindacali molto diverse, un’organizzazione occidentale con decenni di esperienza da un lato e dall’altro un sindacato nascente in un paese che esce da decenni di dittatura e guerre".
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 7.07
ELEZIONI: A ISIRO, DOPO LA MARCIA DELL'ANNO SCORSO, IL VOTO DEI PIGMEI
“I PIGMEI hanno diritto al censimento, ad avere la loro carta d’identità e a votare come tutti gli altri congolesi” era la prima richiesta - alla voce ‘Giustizia’ - tra quelle pubblicamente lette l'anno scorso da un bambino pigmeo di otto anni alla prima ‘Marcia dei pigmei’ a Isiro. “La consapevolezza dei propri diritti e della propria dignità di essere umani sono stati i frutti più importanti di quell’evento che ora, in occasione delle elezioni, vediamo maturare” racconta alla MISNA padre Franco Laudani, missionario comboniano da 16 anni accanto a questa negletta minoranza africana nella diocesi di Wamba, nel nordest del paese, una delle zone su cui la guerra ha infierito. Il 18 aprile del 2005, più di 2500 pigmei lasciarono per la prima volta i loro villaggi e percorsero 250 chilometri per raggiungere Isiro dove, alla presenza delle autorità locali e dei rappresentanti di Kinshasa, reclamarono i propri diritti al grido 'Anche noi esistiamo'. “Il censimento necessario alla creazione delle liste dei votanti è stato per tutti i congolesi, ma in particolare per i pigmei, un sorta di ‘entrata solenne’ nella cittadinanza” continua il missionario. Nei molti mesi che hanno preparato il percorso alle elezioni di domani, decine di migliaia di pigmei hanno fatto la fila davanti ai centri di registrazione, dopo molti chilometri a piedi per raggiungerli e ricevere i documenti necessari: una scheda plastificata con la foto e il nome e il messaggio che qualifica ufficialmente ognuno ‘cittadino della Repubblica democratica del Congo’. “Come tutti gli altri”, aggiunge padre Laudani. La partecipazione in massa al referendum sulla Costituzione del 18 dicembre scorso è stata la prima prova da cittadini data dai pigmei. “Possiamo stare certi che nessuno degli aventi diritto mancherà all’appuntamento di domenica” aggiunge l’intervistato che negli ultimi sette anni ha diretto la creazione di 21 scuole nella diocesi per i bambini pigmei, ma frequentate anche dalla maggioranza bantu, dove il curriculum scolastico prevede lezioni di educazione civica due volte alla settimana.
NELLA DIOCESI di Wamba, i pigmei, uno dei popoli più antichi del cuore dell’Africa, sono 40.000 su 600.000 abitanti, 200.000 in tutto il Congo su una popolazione di 50 milioni. La loro piccola statura, in media meno di un metro e mezzo, l’abitudine di vestirsi, soprattutto in passato, soltanto con un perizoma, la povertà estrema determinata da una cultura basata sulla semplice sussistenza quotidiana, sono tutti elementi che li hanno esposti a una pesante e ingiustificabile discriminazione. “Tra le loro paure ancestrali c’è quella di essere mangiati dai bantu, come quando erano considerati una sorta di piccole scimmie” racconta ancora padre Laudani. Oggi, l’eredità più grave di anni di cultura discriminatoria è il permanere del ‘padronato’, una sorta di rapporto servile, tramandato da padre in figlio, che tradizionalmente lega un pigmeo a un bantu, spesso un capo locale, per il quale lavora in cambio di pochi spiccioli e qualche bene di prima necessità. “Purtroppo ora si è diffusa la pratica di pagarli in droga o alcol, brutta faccenda che deve finire!” aggiunge l’intervistato. Preoccupanti anche altri fattori demografici: la comunità è decimata da una mortalità infantile del 45% entro i primi cinque anni di vita e solo un ragazzo su 10 arriva ai 15 anni; la grandissima maggioranza non sa né leggere né scrivere.
UNA PRIMA DIFFERENZA cominciano a farla gli alunni nelle scuole create dai missionari comboniani e dalla diocesi (5000 tra pigmei e bantu). “La televisione è venuta a intervistare gli alunni pigmei sulle elezioni; uno dei ragazzi che parla francese - racconta padre Laudani - ha detto ciò che pensava sull’importanza di questo momento per i congolesi e per la sua comunità. Per i pigmei del posto è stata un’emozione vedere uno dei loro giovani esprimere la sua opinione alla tv, vista da tutta la nazione”. Secondo il missionario l’esercizio del voto è un elemento basilare in un processo più ampio di autocoscienza di questa minoranza, nonostante qualche problema pratico: “La scheda per la scelta del nuovo presidente è una sorta di ‘lenzuolo’ con 33 simboli e corrispondenti nomi dei candidati; per non parlare delle numerose schede che raccolgono tutti candidati al parlamento” dice padre Laudani. “Non sarà facile per loro orientarsi e trovare il nome prescelto. Nei seggi potrebbero trovare chi, vedendoli insicuri, cercherà di condizionarli o indirizzarli nella scelta, su questo dovranno ben vigilare gli osservatori”. Come da sempre il missionario ha vigilato sulla grande crescita civica e sociale di questi antichi, non più piccoli, veri africani.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 8.11
ELEZIONI: MISSIONARI E ALTRE VOCI DALL’EST, DOVE "FREMONO PER ANDARE ALLE URNE"
Nonostante i problemi e le irregolarità registrate durante il processo elettorale, nell’est della Repubblica democratica del Congo - la zona maggiormente segnata dalla guerra, terreno di battaglia e violenze anche dopo la fine ufficiale del conflitto – le popolazioni del Sud e Nord Kivu o dell’Ituri “fremono per andare alle urne”: è un coro unanime quello che la MISNA ha raccolto telefonando a fonti missionarie e umanitarie tra Goma, Bukavu, Uvira e Bunia, per capire il ‘clima’ con cui l’est dell’ex-Zaire si appresta a vivere l’appuntamento di domani. “La gente sa che non saranno le migliori elezioni del pianeta, ma nonostante questo ha una voglia incontenibile di andare a votare” dice un missionario dei Padri Bianchi contatto a Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri. “In città non si parla d’altro da 15 giorni e in queste ultime ore, al bar, in ufficio o per strada si sente parlare soltanto di elezioni” riferisce da Goma Edoardo Tagliani dell' organizzazione non governativa Avsi. “C’è un’aria molto positiva; la gente non vede l’ora di andare a votare...manifesti elettorali, striscioni, comizi e volantini riempiono le città” aggiunge padre Jean Paul da Bukavu, capoluogo del Sud Kivu. Nonostante la soddisfazione per un voto lungamente atteso - con cui scegliere nuovi rappresentanti politici dopo quelli ‘imposti’ dalla pace del 2003 (ma che molto avevano a che fare con il conflitto) - a nessuno sfuggono i problemi, strettamente legati al voto o più generali, in un paese che è uscito da un devastante conflitto: secondo stime correnti, oltre tre milioni di vittime dirette o indirette di quella che è stata definita la 'prima guerra mondiale africana' quasi del tutto conclusa solo tre anni fa. “Si sono verificati diversi problemi logistici e organizzativi - dice il missionario di Bunia - perché il paese è grande, i soldi a disposizione mai abbastanza e in molti casi si è dovuto improvvisare; da un punto di vista logistico un grande aiuto questa volta è venuto dalla Monuc, la missione dell'Onu”. Per Tagliani “il voto non sarà semplice; gli elettori si troveranno davanti schede con 80-100 nominativi di candidati e dovranno apporre la loro impronta digitale in una speciale casella posta di fianco. Eventuali sbavature portano all’annullamento della scheda”.
L'ATTESA DEL VOTO sembra aver fatto svanire anche i timori relativi alle possibili azioni dei gruppi armati che ancora si aggirano nei territori dell’est su cui il governo centrale di Kinshasa non riesce a esercitare controllo. In Ituri, vasta regione nell’estremo nord-est a ridosso del confine con l’Uganda, dove la guerra in pratica non si è mai fermata - e dove i gruppi armati che contendono alle autorità lo sfruttamento delle risorse o dei traffici illeciti avviati in fase bellica sono stati attivi fino a qualche settimana fa - nelle ultime 24 ore è arrivata la notizia che tutti aspettavano: l’ultimo gruppo armato in attività ha annunciato una tregua per tutto il periodo elettorale, lasciando intravedere anche la possibilità di un prossimo disarmo. “La gente ha tirato un sospiro di sollievo; ci sono zone ancora sotto il controllo degli armati, ma è stato trovato un accordo che consentirà anche alle popolazioni delle aree più remote di raggiungere i seggi” aggiunge il missionario dei Padri Bianchi da Bunia. Una cosa simile è successa nel Kivu, dove il generale Nkunda, protagonista insieme ai suoi uomini di svariate azioni violente sia in Nord che in Sud Kivu - e in particolare a Bukavu - ha deciso una sorta di tregua unilaterale per il voto, dicendosi pronto a un dialogo col governo. Tutti gli interlocutori della MISNA concordano nel sostenere che, tutto sommato, nell’est del paese le elezioni si svolgeranno in un clima meno drammatico di quanto era stato previsto nei mesi scorsi e che l’incognita principale resta semmai quel che accadrà uquando verranno resi noti i risultati.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 10.29
ELEZIONI: KASAÏ ORIENTALE, “AL VOTO MALGRADO DIFFICOLTÀ, È DOVERE CIVICO”
“Le elezioni di domani rappresentano un dovere civico che va esercitato. La politica di assenteismo non ha mai pagato, ragion per cui la nostra organizzazione ha tentato di persuadere i cittadini a partecipare alla consultazione. Leggendo bene i profili dei candidati, è possibile trovare alcuni corrispondenti alle nostre attese”: lo dice alla MISNA, alla vigilia delle presidenziali e delle legislative, Charles Mfwamba Mukendi, responsabile del Centro di studi e di formazione popolare per i diritti dell’uomo (Cefopdh) di Mbuji-Mayi, capitale della provincia centro-meridionale del Kasaï Orientale. Nella principale città di questa regione ricca di risorse minerarie (soprattutto diamanti) – con una superficie di quasi 170.000 chilometri quadrati e circa 3,9 milioni di abitanti - si sono verificati incidenti durante la campagna elettorale: aggressioni di cittadini che indossavano t-shirt con l’effigie di candidati alla presidenza, rimozione di manifesti elettorali, arresti qualificati ‘preventivi’ eseguiti dalle forze di sicurezza locale e lanci di pietre durante le presentazioni pubbliche dei candidati. “Non si può dire che ci sia un grande entusiasmo elettorale: pochi manifesti, qualche comizio senza successo di un numero limitato di candidati, un clima d’insicurezza diffusa, di sospetto e incertezza” prosegue l’attivista dei diritti umani. “In città sono stati distribuiti volantini che minacciavano quanti andranno a votare che perderanno case e beni. Uomini in uniforme approfittano di questo clima per fomentare la violenza. Il fenomeno dei bambini di strada è ritornato in superficie, rappresentando un’altra incognita in termini d’insicurezza. Tutti questi fattori hanno di fatto limitato la campagna, che si è concentrata attorno alle zone del municipio, in pieno centro. I candidati che sono passati da Mbuji-Mayi non hanno osato avventurarsi nei quartieri più periferici” spiega Mfwamba Mukendi. Gli unici “volti” visti dagli abitanti del Kasaï durante la campagna – aggiunge - sono stati quelli dei “candidati più noti, con maggiori mezzi economici e mediatici: il presidente uscente Joseph Kabila, e due vicepresidenti ed ex-capi ribelli Jean-Pierre Bemba e Azarias Ruberwa”. La principale conseguenza di un tale clima è che “la gente si rinchiude in casa a partire da una certa ora del giorno, attendendo con angoscia la data del 30 luglio. Che avverrà quel giorno?” è la domanda che si pone il presidente del Cefopdh e con lui un gran numero di suoi compatrioti. Il secondo sentimento prevalente in questa regione del Congo è l’indifferenza per l’appuntamento elettorale, causata da più fattori. “C’è un dislivello tra quello che viene ricavato dal sottosuolo del Kasaï e quello che ne ricava il popolo del Kasaï” afferma Mfwamba Mukendi, con un gioco di parole che riflette bene la quotidianità d’una maggioranza della popolazione che vive nella miseria, senza acqua né elettricità, isolata a causa di infrastrutture inesistenti, e soffre di una carenza di strutture sanitarie e scolastiche. Un rappresentante locale della società civile, dietro anonimato, dice alla MISNA: “Noi siamo veramente scoraggiati e non crediamo che queste elezioni cambieranno il nostro futuro. Abbiamo conosciuto il regno di Mobutu, quello di Kabila, la transizione cosiddetta 1+4 (un presidente e quattro vicepresidenti, ndr) e nulla è cambiato, nulla di concreto è stato fatto. Mai scuole o infrastrutture, ma sempre e ancora violazioni dei diritti umani. La transizione ha completamente spento la speranza accesa dall’accordo di Sun City”, siglato il 19 aprile 2002 nell’Africa del Sud per la gestione della transizione in Congo. Un altro motivo all’origine dell’indifferenza degli abitanti del Kasaï per l’appuntamento elettorale è la convinzione diffusa che “i giochi siano già fatti” e che sia quindi inutile andare a votare domenica. “Molte persone pensano che in ogni caso il voto sarà contrassegnato da gravi irregolarità e che il nome del vincitore sia già deciso, sostenuto com’è dalla comunità internazionale” spiega ancora il presidente dell’organizzazione non governativa (ong) contattato dalla MISNA a Mbuji-Mayi. Concretamente, quest’indifferenza si è tradotta nel rifiuto di una gran parte della popolazione della provincia congolese d’iscriversi alle liste: non avendo ottenuto la scheda elettorale e non essendo iscritto nei registri elettorali, non avrà modo di recarsi alle urne. La comunità internazionale non è meno esente da critiche: “È venuta da noi a garantire una situazione che non sarebbe tollerata in Europa o negli Stati Uniti”, secondo l’attivista dei diritti umani che esprime perplessità riguardo anche sulla presenza del contingente militare europeo (Eufor) guidato dalla Germania, che affiancherà la missione di pace dell’Onu (Monuc) per garantire sicurezza durante il periodo elettorale. “Il comando del contingente ha apertamente dichiarato qualche giorno fa di essere venuto con un arsenale dissuasivo, minacciando d’intervenire con la forza contro coloro che ostacoleranno il diritto di voto” esclama Mfwamba Mukendi. Malgrado tutto, la gente del Kasaï che si è iscritta alle liste elettorali – compreso il presidente del Cefopdh - domenica andrà comunque a votare.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 10.45
ELEZIONI: MESSAGGIO DI AUGURIO DAL SUDAFRICA ALLA “NAZIONE SORELLA”
Le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo “sono d’importanza storica per il futuro dell’Africa”: lo ha scritto il presidente del Sudafrica Thabo Mbeki, nel suo messaggio settimanale pubblicato dal sito del suo partito e rilanciato stamani dalla stampa sudafricana. Mbeki si è detto fiducioso che le elezioni riporteranno il Congo sulla giusta direzione verso la riconciliazione nazionale e lo sviluppo. “In questo momento cruciale - si legge nella nota - il Sudafrica vuole augurare alla nazione sorella della Repubblica democratica del Congo il successo del voto del 30 luglio. Chiediamo ai congolesi di lavorare insieme per assicurare che le elezioni si svolgano in modo pacifico in tutto il paese, così che il popolo possa esercitare il suo diritto assoluto di scegliere il suo governo”. Mbeki ha aggiunto di essere certo che i politici congolesi “non deluderanno le masse” e che “dalle elezioni emergerà il fermo messaggio al popolo congolese che sono nuovamente sulla strada giusta per guarire dalle loro ferite”.
SUDAN 29/7/2006 11.39
DARFUR, ANCORA SCONTRI TRA FORZE GOVERNATIVE E RIBELLI
Le forze sudanesi e le milizie arabe filo-governative janjaweed hanno attaccato nel Darfur le basi del ‘Fronte di salvezza nazionale’ (Nrf), la nuova alleanza antigovernativa di tre gruppi ribelli della regione occidentale contrari alla proposta di pace dell’Unione africana (Ua) siglata il 5 maggio scorso: lo hanno riferito osservatori dell’Ua. L’episodio è stato condannato da Jan Pronk, inviato speciale del Segretario generale dell’Onu in Sudan, e dall’ambasciatore Baba Gana Kinbige, delegato per il Sudan del presidente della Commissione dell’Ua. “Siamo profondamente preoccupati – si legge in un comunicato congiunto – riguardo al destino della popolazione civile nella zona. Invitiamo le parti coinvolte nei combattimenti a mantenere gli impegni assunti e a garantire la sicurezza dei civili”. Gli scontri sono avvenuti a Jabel Moun, un’area montuosa al confine tra il Sudan e il Ciad, e a Kulkul, 35 chilometri a nord dalla principale città del Nord Darfur, el-Fasher. Secondo un comandante ribelle – le cui dichiarazioni sono prive di riscontri indipendenti - aeroplani Antonov e tre elicotteri militari avrebbero bombardato la zona, costringendo centinaia di civili ad abbandonare le proprie abitazioni e a cercare rifugio a el-Fasher. L’esercito ha invece negato l’uso di qualsiasi velivolo militare o il coinvolgimento di milizie janjaweed. “Abbiamo mosso una forza amministrativa da el-Fasher che è stata assalita dall’Nrf nei pressi di Kulkul” ha detto un portavoce dell’esercito sudanese, aggiungendo: “A Jabel Moun abbiamo forze di sicurezza nei punti di ingresso e di entrata per fermare le forze dei ribelli che saccheggiano i civili e questi scontri avvengono quotidianamente”.
Siglando l’accordo di pace ad Abuja, in Nigeria, il governo di Khartoum si era impegnato al disarmo dei janjaweed, accusati dal 2003 di violenze contro la popolazione nera nella regione occidentale del Darfur. I due diplomatici hanno perciò richiamato le parti a rispettare gli impegni assunti, ricordando che è difficile determinare i responsabili di questi episodi: “Questo è tipico di incidenti che dovrebbero essere indagati da una commissione su il cessate-il-fuoco”, ma i firmatari dell’accordo di maggio hanno rifiutato una commissione indipendente sulla violazione della tregua e ciò “rende difficile indagini veloci e complete”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 13.00
ELEZIONI: PRESIDENTE PARLAMENTO AFRICANO, “SOSTEGNO DA TUTTO CONTINENTE”
“Elezioni libere e trasparenti nella Repubblica democratica del Congo sono l’unico metodo per riportare democrazia in questo paese: è necessario però un impegno forte per evitare che chi ha destabilizzato a lungo l’ex-Zaire ci rimetta le mani un’altra volta”: lo ha detto alla MISNA Gertrude Mongella, presidente del parlamento panafricano, incontrata a Roma a margine di un convegno internazionale. Sulle elezioni presidenziali e legislative di domani in Congo - che dovrebbero porre fine a un periodo di lunga instabilità nella regione dei Grandi Laghi e in tutta l’Africa Centrale – aggiunge: “Non dovremmo dimenticare che il Congo è stato destabilizzato per troppi anni e quindi una sola tornata elettorale potrebbe non essere sufficiente. Per questo è necessario lasciare che i congolesi possano lavorare per la democrazia e riprendere il cammino della ricostruzione”. Per il quale, precisa, “è necessario il pieno sostegno di tutta l’Africa e della comunità internazionale. Ed è indispensabile che lo sfruttamento delle sue enormi risorse naturali possa trasformarsi finalmente in un beneficio per i suoi abitanti”. Finora, invece, il “tesoro naturale” del Congo – oro, diamanti, cobalto, rame e potenziali giacimenti di petrolio e di gas nell’est – è stato il ‘bottino di guerra’ di ribelli e gruppi armati sostenuti dai governi di almeno 6 paesi della regione che si sono affrontati militarmente tra il 1996 e il 2003. “Proviamo a spostare la prospettiva: perché i paesi africani ricchi di risorse soffrono di queste ferite? Perché viene permesso da ‘qualcuno’ che nel nostro continente si lavori per lo sviluppo e non per i conflitti?” si interroga la presidente del primo parlamento africano, eletto nel 2004 e con sede provvisoria in Sudafrica. “È un interrogativo che riguarda tutti noi, a partire dai deputati del parlamento che presiedo, fino ai vertici dell’Unione Africana. Ma riguarda anche chi vive in altri paesi più rispettati e persino le persone che sanno di essere parte del problema”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 15.41
ELEZIONI: COMITATO DI “SAGGI” AFRICANI PER ACCOMPAGNARE TRANSIZIONE
Un ‘Comitato di saggi’ – che comprende tra gli altri gli ex-presidenti di Mozambico, Joaquim Chissano, e Benin, Micéphore Soglo - è stato costituito per “creare un’atmosfera di fiducia e di pace in vista dell’esito positivo del processo elettorale”. Lo si è appreso stamani nella capitale Kinshasa da fonti della Monuc, la missione di pace dell’Onu nel paese, alla vigilia delle elezioni che domani coinvolgeranno quasi 25 milioni di cittadini per la scelta del nuovo presidente e di 500 deputati. L’iniziativa è stata voluta dalle cinque istituzioni locali di appoggio alla transizione democratica del Congo: Commissione elettorale indipendente (Cei), Alta autorità per i mass-media, Commissione verità e riconciliazione, Osservatorio nazionale dei diritti dell’uomo e Commissione per l’etica e la lotta alla corruzione. I “saggi” – l’elenco non è ancora completo ma comprende anche l’ex-primo ministro del Senegal Mame Boye e l’ex-presidente della Commissione elettorale della Tanzania, Lewis Makame – dovranno svolgere un’attività di sostegno sulla base della loro “autorità morale” alle istituzioni impegnate nella transizione democratica; in particolare, sono chiamati a garantire il loro aiuto “per aiutare la risoluzione pacifica di conflitti in qualità di mediatori” e “fornire consigli”. La ‘transizione’ in ex-Zaire è iniziata con gli accordi di Sun City del 2002 che hanno posto fine alla guerra iniziata nel 1998 permettendo l’anno successivo il varo del governo guidato da Joseph Kabila, giunto ora al termine del suo mandato.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 16.15
ELEZIONI: MATHILDE MUHINDO E LA SOCIETÀ CIVILE DEL SUD KIVU
“Fin dall'inizio, la popolazione e i candidati di Bukavu hanno scelto di andare alle elezioni del 30 luglio in pace. In questo spirito si è svolta la campagna elettorale che, contrariamente a quanto accaduto a Kinshasa, non ha conosciuto grandi tensioni né contestazioni": lo dice alla MISNA Mathilde Muhindo, esponente di spicco della società civile del Sud Kivu, nell'est del paese, alla frontiera col Rwanda. “Abbiamo invitato la gente a intraprendere un vero dialogo con i candidati, cercando anche di metterla in guardia di fronte a certi atteggiamenti opportunisti. Abbiamo visto candidati offrire soldi, biciclette e altro per farsi pubblicità. Alcuni hanno anche approfittato dei recenti Campionati mondiali di calcio per installare maxi-schermi e consentire ai cittadini di vedere le partite ma anche di concentrare lo sguardo su manifesti e locandine elettorali” prosegue. “Bisogna fare attenzione e scegliere coloro che dimostrano di avere davvero la volontà di mettersi al servizio del paese. Per arrivare a una vera democrazia il cammino è ancora lungo ma è una questione di comportamento; la democrazia nasce dalla base". Già deputata del Parlamento di transizione di Kinshasa, dimessasi nel 2005 in segno di protesta per le violenze contro i civili nella sua regione, Muhindo non si è candidata perché ha preferito, come dice lei, " lavorare dalla base". L'attivista è certa che queste elezioni rappresentino un “evento storico” per l'ex-Zaire, in cui “sono in gioco interessi molto alti che superano largamente le nostre frontiere, interessi economici rispetto alla comunità internazionale. Ci sono molte cose che ancora ignoriamo ma sappiamo bene che mentre il territorio congolese è ricco di risorse naturali, sfruttate dalle grandi imprese straniere, la popolazione del Sud Kivu vive in miseria”. Muhindo è preoccupata soprattutto per i giovani della sua regione: “Si concentrano negli studi ma poi non trovano lavoro; c'è anche il problema di ex-militari e miliziani ribelli smobilitati a cui è stata offerta una formazione, 50 e 100 dollari e poi più niente. Molti hanno preferito rientrare nei loro villaggi che hanno trovato deserti perché la gente era scappata in fuga dalla violenza. Se non verranno creati posti di lavoro, gente che per anni ha tenuto un'arma in mano può diventare pericolosa". Bukavu affronta al momento un'altra serie di difficoltà che potrebbero pesare il giorno delle elezioni: "Dall'inizio dell'anno il livello delle acque del Lago Kivu si è molto abbassato con conseguenze sulle centrali idroelettriche; risultato, in città abbiamo elettricità solo tre volte a settimana, in alcuni quartieri manca da molto più tempo" aggiunge l'attivista, responsabile del 'centre Olame'. Altri problemi logistici in vista del voto sono connessi all'alto tasso di analfabetismo che riguarda la maggior parte della popolazione: "Si chiede alla gente di scegliere tra 33 candidati alla presidenza e tra centinaia di candidati alla Camera dei deputati; non è facile per nessuno, tanto più che molti sono conosciuti solo a Kinshasa. Riguardo alle donne, quelle che si presentano sono appena il 10%, ma è importante che tutte vadano a votare e che si sentano coinvolte". Proprio a questo scopo, Muhindo ha lavorato insieme ad altre organizzazioni femminili per creare il programma 'Caucus' destinato alla formazione di osservatrici elettorali: i risultati si vedranno domani perché anche le "mamme del Kivu" saranno presenti ai seggi, con il loro sguardo vigile.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 17.13
ELEZIONI: KINSHASA, SCHIANTO “DRONE” DELLA FORZA EUROPEA PROVOCA FERITI
Sarebbero almeno 5 i feriti provocati dallo schianto di un ‘drone’, un piccolo aereo belga senza pilota della forza europea (EUfor) presente in Congo per garantire la sicurezza del voto di domani; lo si apprende da fonti locali. Secondo testimonianze raccolte dalla MISNA, il piccolo velivolo sarebbe caduto nel cortile di un’abitazione nel quartiere Kingabwa della capitale Kinshasa, provocando danni alla. I residenti della zona hanno parlato anche di una o due vittime, ma per ora non ci sono conferme da parte della polizia né della stessa Eufor. Chi ha visto i rottami del ‘drone’ lo ha descritto come “un aereo molto piccolo”, simile a un piccolo biposto. L’apparecchio radiocomandato stava compiendo il suo primo volo tecnico, con l’obiettivo di raccogliere foto. In un comunicato, l’Eufor fa sapere che il drone “non era armato”. L’esordio della missione di pace inviata dall’Unione Europea sotto il comando della Germania – conta in totale 2.000 uomini, di cui oltre la metà stanziati nel vicino Gabon e pronti a intervenire in caso di necessità – non è iniziato sotto i migliori auspici. Giovedì due aerei ‘Mirage’ hanno sorvolato la capitale a bassa quota, provocando spavento e proteste tra i congolesi. Tanto che un portavoce è stato costretto a rivolgersi ai cittadini in un messaggio televisivo, per spiegare che “si tratta di voli di ricognizione dei piloti che hanno base a Libreville, in Gabon. È necessario che si abituino al terreno”. Non è chiaro se anche il ‘drone’ aveva il medesimo obiettivo di “abituarsi al terreno”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 17.41
ELEZIONI: MADRE GRECA E PADRE PORTOGHESE PER L’ASPIRANTE DEPUTATO “BIANCO”
Lo chiamano il ‘Jospin congolese’: chioma imbiancata, occhialetti tondi ma soprattutto un tratto inconfondibile tra i 9707 candidati in lizza domani per ottenere un seggio: Pierre-Jacques Chalupa è l’unico bianco che aspira a diventare uno dei 500 deputati del prossimo parlamento. Titolare di un’agenzia pubblicitaria, annovera tra i suoi clienti anche il presidente uscente Joseph Kabila: “È uno dei tanti, con lui non ho alcun contatto” mette in chiaro Chalupa. Sfruttando la sua attività, ha affisso manifesti in tutta la città, soprattutto nella circoscrizione cittadina di Lukunga, dove si presenta come “indipendente”. In una campagna dove la “congolesità” è stata oggetto di polemica – che riguarda anche lo stesso Kabila, di cui molti dubitano le vere origini – Chalupa ha dimostrato di avere le carte in regola: è nato a Uvira, nell’est del Congo, da madre greca e padre portoghese. Cresciuto a Kinshasa, dopo un soggiorno in Belgio per frequentare la facoltà di architettura è rientrato in Congo e nel 1999 ha ottenuto la naturalizzazione. Tra i suoi obiettivi – forse non a caso – anche una riorganizzazione delle normative sull’immigrazione.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 17.57
ELEZIONI: KISANGANI, CON LUMUMBA VIGILIA SOSPESA TRA PASSATO E FUTURO
Nel mercato di Kisangani alla vigilia dello storico appuntamento elettorale è tutto un riecheggiare di voci e musica: ieri al ciarlare dei clienti si è sovrapposta la propaganda dei candidati diffusa dagli altoparlanti, mentre dall’ufficio postale giungevano le note di una banda. È in questa città che Patrice Lumumba sognava di emancipare il suo paese negli anni Cinquanta, mentre gli veniva conferito lo statuto di ‘evolué’, ‘evoluto’, dall’amministrazione coloniale belga ed è dal vicino comune di Mangobo che nell’ottobre 1958 rivendicò l’indipendenza dinanzi a oltre 10.000 persone. Ed è sempre a Kisangani che ieri, un altro Lumumba, il figlio François nato nel 1951, ha arringato la folla in lingua ‘lingala’ nell’ultimo giorno di campagna elettorale. Mentre il fratello Guy Patrice è uno dei 33 candidati alla presidenza, François è tra i 157 che si contendono i cinque seggi parlamentari della terza città del paese, un tempo il principale scalo commerciale del nord dell’ex-Zaire sul fiume Congo. Gli anziani avrebbero voluto mostrargli foto ingiallite di vecchi album e raccontargli i loro ricordi del padre, ma non è del passato che François ha parlato, quanto delle difficoltà della nuova classe politica a imporsi “dal momento che gli accordi di pace hanno dato un premio, ma anche una lunghezza di vantaggio ai belligeranti”. Del resto anche tra i locali, se il ricordo di Lumumba, dei mercenari e dei ribelli Simba si sta affievolendo, è vivo invece quello dei ruandesi e degli ugandesi - che per tre volte si contesero il controllo della città dalla valenza strategica e simbolica - e dei loro complici locali. “Chi ha collaborato con i belligeranti non potrà aspettarsi nulla da questo voto” commenta Raymond Mokeni, uomo d’affari che ha istituito un comitato di sostegno per le vittime delle guerre ruandesi-ugandesi del 1996, citato in una corrispondenza di Colette Braeckmann per il quotidiano belga ‘Le soir’. Oggi è un clima di vigilia: la musica inonda le ‘nganda’, i piccoli bar osteria, dove avventori e conducenti dei mototaxi, i ‘tolekas’, tra una birra e uno spiedino si scambiano previsioni sull’esito delle consultazioni.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 18.22
ELEZIONI: MBUJI MAYI, BRUCIATO CAMION CON SCHEDE E MATERIALI PER VOTO
Un camion che trasportava 134 kit elettorali per 64 seggi dove domani si vota – contenenti tra l’altro un numero imprecisato di schede – è stato bruciato oggi da un gruppo di giovani a Mbuji Mayi, capitale del Kasai, considerato un ‘feudo’ dell’opposizione. “Tutto il materiale è stato bruciato e domani gli elettori di questa circoscrizione elettorale non potranno votare perché non sappiamo come rimpiazzare le schede” ha detto all’agenzia ‘France Presse’ Hubert Tissuaka, coordinatore provinciale della Commissione elettorale indipendente (Cei). Quando il veicolo è stato preso d’assalto - nel quartiere di Muya, nella zona nord-orientale della città - l’autista, due poliziotti incaricati della sicurezza del materiale elettorale e due funzionari della Cei hanno abbandonato l’automezzo e sono fuggiti. Mbuji Mayi è uno dei ‘bastioni’ dell’Udps (Union pour la démocratie et le progrès social), il partito di Etienne Tshishekedi, che ha boicottato il voto giudicano “truccate” a favore del presidente uscente Joseph Kabila.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 19.12
ELEZIONI: VINCERE L’ANALFABETISMO, UNA SFIDA NON SOLO CON LE URNE APERTE
Apporre la preferenza sulla scheda elettorale e raccapezzarsi tra nomi e simboli dei 33 candidati alla presidenza e le decine di aspiranti deputati rischia di ostacolare il voto in un paese dove il 44% delle donne e il 19% degli uomini è analfabeta. “Noi abbiamo insegnato alle nostre allieve come esprimere il voto sulle schede, il percorso da seguire, come orientarsi” racconta alla MISNA Marie-Anne Lumu, vicedirettrice del Centro di formazione e promozione femminile ‘Bokolisi’ (‘Far crescere’) di Lemba, uno dei 24 municipi della ‘grande capitale’ Kinshasa che conta quasi 8 milioni di abitanti. “Il livello – aggiunge – è catastrofico: l’analfabetismo non si limita solamente al fatto di non sapere leggere o scrivere. Pochi sanno dire dove abitano o che età anno”. Per facilitare il voto di tutti gli elettori, in ogni seggio elettorale sono stati esposti appositi cartelloni che illustrano passo dopo passo il meccanismo del voto: dall’attesa del proprio turno a cinque metri dall’ingresso del seggio fino al marchio che segnala che si è già votato per evitare irregolarità. “Abbiamo anche promosso corsi di sensibilizzazione e formazione civica” racconta Marie-Anne, che domani sarà anche osservatrice in un seggio elettorale. Nonostante la scarsa istruzione di base delle circa 120 alunne tra i 12 e i 20 anni – aggiunge Marie-Anne, un viso gioviale e un panno colorato che l’avvolge – “abbiamo però notato una cosa curiosa e interessante: le giovani donne e ‘maman’ sanno che tra i candidati vi è gente che ha commesso crimini nell’est del paese e altrove. E hanno un desiderio immenso di andare a votare ‘per cambiare la loro vita’”. Il Centro – che oggi opera sotto la responsabilità dell’arcidiocesi di Kinshasa – è stato creato nel 1971 su iniziativa dell’istituto pedagogico nazionale (pubblico), con l’aiuto di suor Cristiane Van Hengerborg, assistente sociale e missionaria del Cuore immacolato di Maria. Diversamente dalle scuole pubbliche, che non hanno alcun materiale, né tavoli né sedie, a volte neppure un tetto, il Centro offre in cambio di qualche dollaro all’anno delle vere aule e sale da cucito in un complesso di cinque piani. “Rafforzare il settore dell’educazione deve essere una priorità dei nuovi dirigenti che verranno eletti. Il lassismo, la corruzione, la mancanza di controllo nella gestione del settore dell’educazione dopo tanti anni ha portato a uno stato di degradazione inaccettabile delle scuole. Senza contare che gli insegnanti sono mal pagati (poco più di 10 euro al mese), se non addirittura non pagati” conclude Marie-Anne con voce posata ma risoluta. (Da Kinshasa, Céline Camoin)
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 21.23
ELEZIONI, STAMPA: PREPARATIVI PER GOLPE CON COINVOLGIMENTO SUDAFRICANO
Un non meglio precisato “colpo di stato” per rovesciare il presidente Joseph Kabila sarebbe stato programmato per il prossimo mese di dicembre da un controverso uomo d’affari sudafricano e da un piccolo partito congolese che ha boicottato le elezioni di domani. Secondo due registrazioni video di cui afferma di essere in possesso il quotidiano sudafricano ‘Beeld’ – pubblicato in inglese e in afrikaans nella provincia del Guateng, che ha per capoluogo Johannesburg – sarebbero avvenuti almeno 11 incontri preparatori del golpe tra maggio 2005 e lo stesse mese di quest’anno. Il presunto piano di destabilizzazione vedrebbe coinvolto Jemadari Vi-Bee-Kil Kilele, segretario generale del Partito nazionale del Congo (Pnc) e l’uomo d’affari Jan Johannes Smith, al quale Kilele nel video si rivolge chiamandolo ‘Jannie’. Secondo fonti del quotidiano, Smith avrebbe legami con Johan Niemoller, ex-componente del Civil Cooperation Bureau (Ccb), la formazione accusata di avere giustiziato un elevato numero di combattenti dell’African National Congress (Anc) di Nelson Mandela durante l’apartheid; la Ccb venne guidata – tra gli altri – da quel Eeben Barlow che ha fu poi tra i fondatori della ‘Executives Outcomes’ (Eo), una delle principali agenzie di sicurezza attive in Africa che ha ingaggiato mercenari per la protezione di impianti minerari e per l’addestramento di militari, tra l’altro, anche in Sierra Leone e in Angola.
Nel video – dove sia l’uomo d’affari sudafricano che il congolese sono affiancati da un paio di “collaboratori” – Kilele affermerebbe che l’obiettivo del putsch sarebbe “sbarazzarsi dell’attuale governo”, senza tuttavia considerare che a dicembre – la data del golpe indicata dal quotidiano - dovrebbe essere in carica già il nuovo esecutivo che uscirà dal voto di domani. Secondo fonti citate dal giornale, il piano sarebbe finanziato con fondi europei e “i suoi preparativi proseguono”, con la prevista partecipazione di circa 250 mercenari. Esperti contattati dallo stesso ‘Beeld’ affermano che il partito di Kilele ha il suo quartier generale a Johannesburg ma anche alcune attività in Congo, in particolare a Bukavu, capoluogo della provincia orientale del Sud-Kivu, una delle zone più instabili dell’ex-Zaire.
UGANDA 29/7/2006 21.54
DELEGAZIONE DI PACE INCONTRA "NUMERO 2" RIBELLI LRA A CONFINE SUDAN-CONGO
Il vice-comandante dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra) Vincent Otti – ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità – ha incontrato oggi in una radura al confine tra Repubblica democratica del Congo e Sudan una delegazione ugandese che sta cercando di convincere i ribelli a deporre le armi. Guidata dal vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar – che da alcuni mesi guida la mediazione con lo Lra – la delegazione era composta da alcuni funzionari governativi, leader religiosi locali e capi tradizionali del nord Uganda, la regione dove i ribelli hanno commesso violenze contro i civili per quasi vent’anni. Alla presenza di una quarantina di miliziani armati, alcuni adolescenti – come si legge nella corrispondenza di un giornalista dell’agenzia ‘Reuters’ al seguito – Otti ha stretto le mani e persino scherzato sia con il vicepresidente del Sud Sudan che con gli altri delegati. All’incontro non ha però partecipato Joseph Kony, il comandante dello Lra, che secondo i mediatori potrebbe “uscire” dalla fitta boscaglia domani, per incontrare la delegazione ugandese. L’obiettivo dell’incontro sarebbe quello di convincere Kony ad accettare il piano di pace di cui in questi giorni stanno discutendo in colloqui ufficiali a Juba, in Sud Sudan, inviati del governo di Kampala ed delegati degli stessi ribelli. Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha promesso a Kony l’immunità se accetta il piano di pace entro la metà di settembre, mentre la Corte penale internazionale chiede che sia eseguito il mandato di cattura internazionale contro il capo ribelle e altri 4 comandanti, tra cui lo stesso Otti.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 22.13
ELEZIONI: “STANOTTE, SCRUTATORI, SEGRETARI, PRESIDENTI DORMIRANNO NEI SEGGI”
VIGILIA DEL VOTO: il clima che si respira è di grande attesa, qui nel Kivu, regione a est di questo stato grande otto volte l’Italia. Il silenzio elettorale è stato rispettato in maniera lodevole: non solo nessun comizio e nessuno slogan per le strade, ma addirittura nella notte sono stati tolti tutti i manifesti elettorali che invadevano la città. La gente, che fino a ieri indossava orgogliosa la maglietta o il cappellino del proprio candidato, oggi ha lasciato nell’armadio tutto quello che poteva alludere al voto. Anche nei quartieri popolari e periferici, fatti di baracche, questa attenzione è stata scrupolosa, segno di una partecipazione e di una educazione civica notevoli. Tutto è pronto per domani. Alla pre-apertura dei seggi, gli osservatori nazionali e internazionali verificano che tutto sia in regola: i 'centres de vote' (ognuno dei quali ha circa 6000 votanti) stanno ultimando i preparativi e l’allestimento delle cabine elettorali; i materiali elettorali sono arrivati già da qualche giorno, senza intoppi. Ad esempio a Cahi, quartiere popolare della periferia di Bukavu, è stato allestito anche un 'bureau de vote' all’interno dell’ospedale, per consentire anche ai malati di votare.
STANOTTE, scrutatori, segretari, presidenti dormiranno nei seggi, così da essere pronti per domattina alle 5 per le prime operazioni. I seggi si apriranno infatti alle 6 ( le 7 in Italia) e resteranno aperti fino alle 17, dal sorgere del sole al tramonto. Poi, quando tutti gli elettori avranno votato, si procederà subito allo spoglio e alla conta dei voti: la lunga notte del Congo al suo passaggio storico. Anche i 61 osservatori della Società Civile italiana, sparsi sul territorio del Nord e Sud Kivu, hanno compiuto oggi verifiche e ispezioni ai 'centres de vote' loro assegnati. Dalla maggior parte delle 23 équipes giungono segnalazioni sulla regolarità dei preparativi. Da una zona soltanto, segnalato il numero non sufficiente di tamponi di inchiostro che serviranno agli analfabeti per contrassegnare il candidato prescelto. L’attesa febbrile del voto pare aver placato anche le tensioni esistenti in questa parte di Congo al confine con il Rwanda, in una sorta di tregua. Solo da due o tre di questi luoghi sono giunte notizie di tensioni, rientrate però nell’arco della giornata.
LA SOCIETA’ CIVILE è dall’inizio dell’anno che si sta muovendo affinché le elezioni risultino davvero libere e democratiche e vedano la partecipazione più ampia possibile degli aventi diritto al voto. In particolare nel Sud Kivu ha organizzato e promosso incontri, dibattiti, sessioni di approfondimento, iniziative di conoscenza con i diversi candidati locali al parlamento. Ma anche partite di calcio in cui si affrontavano squadre composte da ordinari avversari (pigmei del Nord Kivu contro pigmei del Sud Kivu in alcune località; autorità civili contro militari in altre) che, alla fine, vincitori o vinti, si abbracciavano comunque, fornendo una simbolica testimonianza di concordia. «Come società civile organizzata noi intendiamo l’insieme di associazioni civili e organizzazioni non governative(ong) locali che si mettono insieme e lavorano in rete – hanno spiegato gli addetti al coordinamento incontrando gli osservatori internazionali della società civile italiana – un movimento che comprende più di 1500 organismi: ong per lo sviluppo; organizzazioni per la tutela dei diritti dell’uomo; organizzazioni di donne; organizzazioni di giovani; confessioni religiose; sindacati e corporazioni; intellettuali; associazioni che si occupano di sport, cultura e tempo libero; associazioni a interesse economico; associazioni caritative e umanitarie». Fondamentale la sua presenza durante la guerra per porre un limite, con strumenti nonviolenti, alla violenza dei banditi e dei ribelli che ha profondamente segnato questa parte del paese. Frutto della società civile congolese è anche Renosec, la rete degli osservatori nazionali del Congo, che si è organizzata in vista delle elezioni formando un gruppo di osservatori elettorali nazionali, che saranno dislocati anche nella provincia.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 29/7/2006 23.15
ELEZIONI: KINSHASA, SARÀ UNA GIORNATA MOLTO LUNGA AL SEGGIO 1277
La notte cala su Kinshasa e gli scrutatori del centro elettorale numero 1277 nel quartiere di Lemba, nella periferia est della capitale, finiscono gli ultimi preparativi per il voto di domani al buio. Non c’è corrente, ma qui è normale e tutti ci sono abituati. Con cortesia, il responsabile di uno dei 18 seggi installati in questa scuola permette di visitare il suo, alla luce di una candela; una piccola stanza di circa 25 metri quadrati, con tre piccoli tavoli di legno, un banco, due o tre sedie e quattro cabine elettorali di cartone. “Guardate, abbiamo le urne, due bianche per le legislative e una arancione per le presidenziali. Come vedete, è tutto organizzato” dice con voce calma ma un po’ sospettosa. “Domani dovremo essere qui alle 5 del mattino, poi tutta la giornata durante le operazioni di voto e in seguito ancora per lo spoglio delle schede. Sarà una lunga giornata, ma noi siamo stati adeguatamente preparati per questo”, assicura. Uno scrutatore s’avvicina e vedendo la cronista che pone delle domande, racconta che il personale non ha ancora ricevuto parte del materiale per lavorare (foglie, penne) e che per ora c’è solo un tampone ad inchiostro per ogni seggio, ma non bastano. Il responsabile del centro elettorale lo guarda di sottecchi e qualcuno gli dice in lingua locale ‘lingala’ che sta parlando a una giornalista: lo scrutatore s’allontana. “Ci porteranno tutto stasera o domattina” assicura il presidente del seggio. Domani sono attesi circa tremila elettori in questa sezione all’interno del complesso scolastico ‘Dibasana’. La lista dei loro nomi non è ancora affissa all’esterno, ma il responsabile afferma che saranno portate ai seggi domattina. Pazienza.
“Credo che mi dovrò alzare alle 4.30 per andare a votare: per la registrazione degli elettori ci sono voluti tre giorni e non erano bastati. Mi chiedo allora come potremo votare tutti domani dalle 6 del mattino alle 17” s’interroga Bibiche, 30 anni, una ragazza del quartiere. “E mi domando come farà la gente ad andare ai seggi nelle zone interne del paese”. “Io non ho capito nulla di tutta questa storia” gli fa eco suo fratello Constantin, 20 anni, studenti, che mostra evidenti problemi di comprensione del meccanismo elettorale. La loro sorella Virginie – sono in otto figli in famiglia – prosegue: “Oggi abbiamo partecipato a un’iniziativa di educazione civica in parrocchia, ci hanno detto che bisogna mettere un segno, una croce diritta o diagonale. Oppure l’impronta, prestando attenzione a non uscire dal riquadro dove si trova il nome del candidato” spiega con un po’ d’esitazione. “In realtà non siamo tanto convinti, ci sono un sacco di cose che non sembrano chiare in queste elezioni, non abbiamo l’impressione che sia davvero tutto pronto. In giro si sente parlare di furti di certificati elettorali, di frodi… tutto è un po’ confuso nella preparazione del voto” continua Virginie, 27 anni, che dopo una formazione in informatica è entrata nel “business” come definiscono qui a Kinshasa le piccole attività commerciali. Tre poliziotti fanno la guardia davanti al centro, due donne e un uomo. Resteranno tutta la notte, poi domani per tutta la giornata – affiancati da altri sei colleghi – e ancora la sera, per controllare che non ci siano problemi. Sembra che sia stato promesso un ‘bonus’ per il servizio prestato dagli agenti durante le operazioni di voto – alle quali non partecipano, così come sono esclusi dal voto i militari e la guardia presidenziale – in aggiunta ai circa 40 euro al mese di stipendio. Domattina alle 5 tutto il personale dovrà essere sul posto. Per una giornata lunga. Molto lunga.
Darfur: esercito attacca ribelli
Raid aerei contro alleanza che non ha firmato tregua
Forze armate sudanesi hanno attaccato nel Darfur alcune basi di un'alleanza che, nel maggio scorso, non aveva sottoscritto una tregua.Patrocinata dall'Unione africana (Ua), la tregua era stata firmata da due gruppi ribelli e il governo. Bakr Hamid al-Nur, del Fronte per la redenzione nazionale, ha detto che l'offensiva del governo sudanese ha costretto ad abbandonare le proprie case centinaia di persone a Jabel Moun e Kulkul. Preoccupazione dell'Onu e dell'Ua per la sicurezza dei civili.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 10.49
ELEZIONI: PRESIDENTE PARLAMENTO AFRICANO, “SOSTEGNO DA TUTTO CONTINENTE”
“Elezioni libere e trasparenti nella Repubblica democratica del Congo sono l’unico metodo per riportare democrazia in questo paese: è necessario però un impegno forte per evitare che chi ha destabilizzato a lungo l’ex-Zaire ci rimetta le mani un’altra volta”: lo ha detto alla MISNA Gertrude Mongella, presidente del parlamento panafricano, incontrata a Roma a margine di un convegno internazionale. Sulle elezioni presidenziali e legislative di oggi in Congo - che dovrebbero porre fine a un periodo di lunga instabilità nella regione dei Grandi Laghi e in tutta l’Africa Centrale – aggiunge: “Non dovremmo dimenticare che il Congo è stato destabilizzato per troppi anni e quindi una sola tornata elettorale potrebbe non essere sufficiente. Per questo è necessario lasciare che i congolesi possano lavorare per la democrazia e riprendere il cammino della ricostruzione”. Per il quale, precisa, “è necessario il pieno sostegno di tutta l’Africa e della comunità internazionale. Ed è indispensabile che lo sfruttamento delle sue enormi risorse naturali possa trasformarsi finalmente in un beneficio per i suoi abitanti”. Finora, invece, il “tesoro naturale” del Congo – oro, diamanti, cobalto, rame e potenziali giacimenti di petrolio e di gas nell’est – è stato il ‘bottino di guerra’ di ribelli e gruppi armati sostenuti dai governi di almeno 6 paesi della regione che si sono affrontati militarmente tra il 1996 e il 2003. “Proviamo a spostare la prospettiva: perché i paesi africani ricchi di risorse soffrono di queste ferite? Perché viene permesso da ‘qualcuno’ che nel nostro continente si lavori per lo sviluppo e non per i conflitti?” si interroga la presidente del primo parlamento africano, eletto nel 2004 e con sede provvisoria in Sudafrica. “È un interrogativo che riguarda tutti noi, a partire dai deputati del parlamento che presiedo, fino ai vertici dell’Unione Africana. Ma riguarda anche chi vive in altri paesi più rispettati e persino le persone che sanno di essere parte del problema”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 9.53
ELEZIONI: KINSHASA, IN CODA CON PAZIENZA AL SEGGIO DELLA SCUOLA ‘DIBASANA’
Emmanuel Libatu, 20 anni, studente, attende in una fila ordinata insieme a una cinquantina di persone. È impaziente di esercitare il suo diritto di voto: “L’attesa è un po’ stancante” dice alla cronista della MISNA al piccolo cancello d’ingresso della scuola ‘Dibasana’, che ospita due sezioni elettorali e una ventina di seggi lungo boulevard Kahoha, nel quartiere di Lemba-Terminus della capitale Kinshasa. Un poliziotto, con modi gentili, aiuta gli elettori un po’ in difficoltà: all’esterno dei ‘bureau de vote’ non ci sono gli elenchi nominativi degli aventi diritto, ma i numeri delle tessere elettorali. “Questo meccanismo è un po’ complicato” aggiunge Olelo, una ragazza che stamani alle 7 era già davanti al seggio numero 1277. “Mi sono sbrigata, è stato veloce e soprattutto sono contenta di aver votato. Per chi? Non ve lo dico, ma spero che il mio candidato vinca”, allude riferendosi evidentemente a qualcuno dei 32 in lizza per la presidenza. Il complesso scolastico ospita due ‘centri di voto’: il primo ha aperto regolarmente, l’altro – nell’antistante edificio a un piano – invece ha ritardato di quasi un’ora e mezza, provocando qualche protesta. Tra gli elettori che aspettano il proprio turno c’è anche una donna col figlio “annodato” con un panno sulla schiena nel modo tradizionale. Dorme sereno, mentre il Congo oggi sceglie il futuro che sarà anche di questo bambino. Dentro il piccolo seggio, intanto, i cosiddetti “testimoni” dei partiti – cioè i rappresentanti di lista – fanno a turno per verificare la regolarità del voto. Le formazioni politiche sono una pletora, altrettanti i loro delegati che perciò devono alternarsi nell’angusta saletta dove si vota. Procedura non semplicissima, illustrata da appositi disegni affissi alle pareti: prima la scelta del presidente, si compila la scheda nella cabina elettorale, la si depone nell’urna arancione, poi si prende l’altra scheda-formato-lenzuolo per i 500 deputati del Parlamento (sfiora il metro quadrato di dimensioni!), si esprime ancora la preferenza e di nuovo nell’urna, questa volta di colore bianco. Anche stamani la televisione di Stato ha mandato in onda filmati e simulazioni per spiegare ai cittadini le modalità di un voto atteso oltre 40 anni. “Stanotte intorno alle 3:00 – racconta un missionario italiano impegnato da oltre 15 anni a Kinshasa – qualcuno mi ha mandato un ‘messaggino’ sul cellulare per dirmi che si stava già recando al seggio: è un buon segno”, sorride il religioso. Poco distante dalla scuola ‘Dibasana’, a casa di Olelo, 30 anni, vive una famiglia composta da 12 persone; i maggiorenni, che hanno diritto al voto, sono 8: mentre dal telefono dell’inviata della MISNA si sente un gallo che canta nel cortile, si aspetta il caffé e ci si prepara ad andare alle urne.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 9.04
ELEZIONI, IN MIGLIAIA DAL BURUNDI PER VOTARE
Autobus, taxi, persino biciclette: sono partiti nei giorni scorsi a bordo di qualsiasi mezzo disponibile le migliaia di congolesi residenti in Burundi, pur di non mancare oggi alle prime elezioni multi-partitiche della Repubblica democratica del Congo dall’indipendenza del 1960. Dopo aver chiesto il visto in uno dei 15 uffici aperti dall’ambasciata congolese in Burundi – nella capitale Bujumbura, nella provincia centrale di Gitega e a Rumonge nella provincia meridionale di Bururi – si sono affrettati ad attraversare le polverose strade al confine col nordovest del loro paese, prima della chiusura della frontiera. Al 27 luglio erano stati accordati 18.000 visti, ma alle porte dell’ambasciata sono continuate anche dopo le file di congolesi desiderosi di tornare nell’ex-Zaire per votare: secondo Makonga Monga – l’incaricato d’affari presso l’ambasciata congolese a Bujumbura – almeno 25.000 hanno attraversato il confine. Per farlo occorreva presentare sia la carta elettorale che il ‘foglio bianco’ rilasciato dall’ambasciata e riceverne uno rosa recante il timbro dell’immigrazione. Per facilitare le operazioni, circa 20 stazioni di lavoro erano state allestite lungo il confine tra Burundi e Repubblica democratica del Congo, a circa 3 chilometri dall’ufficio di frontiera di Gatumba. Tanta burocrazia non ha affievolito l’entusiasmo per lo storico appuntamento: “Malgrado risiedano in Burundi da diversi anni, i congolesi da giorni non parlavano che di elezioni e fremevano per votare” ha detto alla MISNA una fonte missionaria contattata a Bujumbura, aggiungendo: “In molti hanno anche organizzato collette per noleggiare mezzi di trasporto collettivi”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 11.27
ELEZIONI: DA EST A OVEST, PER ORA VOTO TRANQUILLO
“Gli elettori sono in coda per votare, le operazioni procedono spedite e ordinate… anche perché qui piove e c'è qualcuno che non vuole stare sotto l’acqua in attesa”: lo dice alla MISNA fratel Raphael Naranjo, comboniano, spagnolo, raggiunto per telefono nella città nord-orientale di Isiro, dove proseguono con regolarità le operazioni di voto. Da est a ovest, per ora, le attese e storiche elezioni di oggi si stanno svolgendo in un clima di serenità anche se non mancano problemi logistici e organizzativi. “Qualcuno si è presentato ai seggi senza tessera elettorale chiedendo comunque di poter esercitare il proprio diritto, questo rallenta le operazioni anche se non vi sono stati particolare problemi” racconta alla MISNA padre Louis Iyeli, raggiunto per telefono a Mbandaka, nella provincia dell’Equatore, a nord della capitale Kinshasa. Qui - dove il sole per davvero a mezzogiorno non fa ombra perché cade in verticale - “Ia situazione è serena – aggiunge il religioso – e stamattina nei seggi allestiti presso il Centro universitario ho visto centinaia di persone in coda: qui tutti hanno voglia di partecipare al voto, nessuno si vuole perdere questa opportunità”. Notizie positive giungono anche da Uvira, località sul lago Tanganyika nell'estremità orientale del paese, dove tutto sta "filando liscio", come conferma un osservatore internazionale raggiunto per telefono all'interno di un seggio.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 13.31
ELEZIONI: ALLA CLINICA ‘BOYELE’, SPERANZE NEGLI OCCHI DI MEDICI E PAZIENTI
“Dopo anni di guerra importata, chiediamo la pace. E soprattutto vorremmo che chiunque vinca queste elezioni dimostri volontà di migliorare i servizi sociali e in particolare la sanità” dice il dottor Dedetemo Kpalawele, mostrando il pollice macchiato d’inchiostro usato poco prima nel seggio elettorale 1306 per imprimere la propria scelta sulla scheda. Conosce da vicino lo sfacelo della sanità pubblica della capitale: è caposervizio alla clinica universitaria di Kinshasa ma – come altri colleghi – ha voluto avviare una piccola attività “privata” per garantire cure a chi ne ha bisogno e sostegno alla sua famiglia. “Pago 280 dollari d’affitto e ho avviato questo piccolo centro sanitario con l’aiuto dei miei parenti”, spiega alla cronista della MISNA. Il ‘Centre de santé et maternité Boyele’ – una scritta rossa sul muro d’ingresso - è una struttura semplice. “Modesta”, precisa il dottore con sguardo schietto. Un edificio a un piano color verde acqua, un piccolo cortile in cemento e due panchine all’esterno; dentro, stanze semplici con materassi di gomma piuma adagiati su letti rosicchiati dalla ruggine. “Le strutture pubbliche non sono in grado di assicurare assistenza: qui applichiamo tariffe sociali minime, anche di 2 dollari” aggiunge. Quattro medici e otto infermieri, che oggi stanno facendo a turno per andare a votare. Magdeleine Okosso, capo infermiera, si è già recata al seggio. Richard, un paziente a cui ieri hanno asportato una piccola ernia, stamani ha chiesto a un fratello di portarlo al suo ‘bureau de vote’ nella zona orientale di Kinshasa. “Lo stipendio medio di un medico qualificato è di circa 18.000 franchi congolesi, 40 dollari al mese” prosegue il dottor Kpalawele. “Ecco perché, come altri colleghi, ho dovuto organizzarmi in modo diverso e autonomo. Questo governo non ha fatto assolutamente nulla per la gente e per la sanità, il prossimo non potrà continuare così”, aggiunge. Anche perché, come molte altre volte, anche stamattina dalle 5:00 alle 8:00 è mancata la corrente. “Ci siamo abituati”, scrolla le spalle la caposala. E la piccola sala-parto, per alcune ore è rimasta ancora più buia del solito, illuminata solo da una finestrella. Qui martedì scorso è nata la piccola Josianne, che ora la mamma Jeanine mostra con orgoglio alla giornalista in visita al ‘Centro Boyele’. “Vorrei andare a votare, è un’occasione da non perdere. Ma non so sei i miei parenti potranno portarmi. Ma il governo non ha previsto nulla per gli ammalati?” s’interroga la neo-mamma. Difficile darle una risposta. Un sorriso e un augurio per la piccola sono il congedo da questa semplice oasi di umanità. Fuori, lungo i soliti affollati marciapiedi si vende il ‘Chikwange’, involtini di manioca bolliti avvolti in foglie di banano. Due bambini giocano scalzi con un pallone accanto alla parrocchia ‘Saint Benoît’. Dal pulpito, padre Eudes Le Vilain parla dell’odierno appuntamento con la storia: “Una scelta sbagliata sarà come firmare un patto con la sofferenza; una scelta giusta porterà pane e pace”. I due bambini fuori non sentono, ma sorridono incuriositi alla cronista francese della MISNA: “Mundelé”, “bianca” le dicono. E scappano via.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 14.43
ELEZIONI: MBUJI-MAYI, NEL FEUDO DELL’OPPOSIZIONE ISOLATI INCIDENTI
“Da un paio d’ore la situazione di è normalizzata, ma stamani molti elettori in alcuni quartieri di Mbuji Mayi hanno preferito restare a casa nel timore di essere aggrediti da bande di giovani. Adesso, invece, nei seggi elettorali si lavora a pieno ritmo”: lo dice alla MISNA Gilé Manza, giornalista, direttore della radio diocesana ‘Franternité’ nella capitale del Kasai, considerato il capoluogo dell’opposizione e, in particolare, dell’Udps. Ieri era stato bruciato un camion che trasportava materiale elettorale, stamani sono stati assaltati e bruciati due seggi mentre due funzionari della Commissione elettorale indipendente (Cei) sono rimasti feriti. “In alcune zone della città abbiamo avuto notizia di persone aggredite mentre andavano a votare; ad alcuni è stata strappata la tessera elettorale per impedire di esercitare il proprio diritto di voto” aggiunge Manza. “I seggi hanno aperto regolarmente intorno alle sei ma in qualche quartiere gli elettori sono usciti di casa solo dopo le 11:00. Ora, da quello che ho visto, tutto sta procedendo nella calma”. L’Udsp – l’Union Pour la Démocratie et le Progrès Social guidata dallo storico oppositore Etienne Tshisekedi – ha ripetutamente invitato a boicottare il voto che, a suo parere, non sarebbe stato organizzato in modo corretto. “Per ostacolare ulteriormente il voto – dice ancora alla MISNA Manza – oggi è stata convocata la cosiddetta ‘ville morte’, una sorta di sciopero generale: il mercato era deserto e gran parte delle botteghe sono rimaste chiuse. Siamo andati a votare a piedi perchè non c’erano taxi per le strade”. Non tanto per l’adesione alla protesta organizzata dall’opposizione, ma per il timore “di venir coinvolti in incidenti provocati da isolati gruppi di violenti, che sono stati comunque prontamente messi sotto controllo da parte della polizia”. A controllare l’andamento delle operazioni di voto di Mbuji Mayi, come nel resto del paese, sono presenti anche osservatori locali e internazionali; per lo ‘storico’ appuntamento con le urne di oggi, in Congo ne sono presenti 47.000 locali e oltre 2.000 dall’estero, in aggiunta a circa 193.000 rappresentanti di lista discolpati nei 49.746 seggi.
Congo: in corso storico voto
Le prime elezioni libere da 40 anni in qua
I cittadini della Repubblica democratica del Congo (Rdc) votano per eleggere presidente e parlamento, nelle prime elezioni libere da 40 anni. I seggi hanno aperto alle 6 del mattino nell'est, e un'ora piu' tardi nella parte ovest. Cinquantamila seggi elettorali, opportunamente protetti, sono allestiti in tutto il Paese. 'Siamo pronti per le elezioni di domenica', ha annunciato fiducioso Ross Mountain, rappresentante speciale dell'Onu in Congo .
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 15.48
ELEZIONI: BREVI DAI SEGGI
CONGO – Da tutto il paese giungono numerose segnalazioni riguardo al fatto che le urne di molti seggi sono ormai già stracolme (anche a causa delle dimensioni delle schede elettorali) e non sono più in grado di contenere altri voti. In alcuni seggi sarebbero già state utilizzate tutte le 4 urne in plastica trasparenti consegnate dalla Commissione elettorale indipendente (Cei)
IDIOFA – Quasi un migliaio di persone ha fatto irruzione in un seggio elettorale per protestare dopo che gli era stato impedito di votare in questa città della provincia occidentale di Bandundu. In alcuni casi i nomi dei manifestanti non comparivano nella lista degli elettori, mentre in altri i votanti erano stati registrati in circoscrizioni differenti da quella in cui si erano recati. La folla ha occupato l’ufficio tenendo in ostaggio i funzionari elettorali e alcuni caschi blu presenti, finchè non è intervenuta la polizia che ha disperso i dimostranti.
MBANDAKA – Sono almeno 1500 le persone che stamani hanno manifestato per le vie di Mbandaka per rivendicare il loro diritto al voto. Secondo le informazioni raccolte, si tratta di commercianti ambulanti o di persone in viaggio attraverso la provincia che non vengono lasciati votare in città perché registrati in altre circoscrizioni.
MATADI – Anche a Matadi un numero imprecisato di persone è sceso in strada per protestare contro il mancato voto. Secondo le prime informazioni, il corteo sarebbe degenerato e si sono verificati alcuni scontri. Per ora si hanno notizie solo di alcuni feriti
KINSHASA: Un agente elettorale è stato arrestato nel quartiere di Bumbu per aver introdotto nel seggio di suo competenza un gruppo di elettori non autorizzati, mentre un militare è stato fermato dopo essere stato trovato in possesso di varie schede elettorali.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 17.48
PRESIDENTE COMMISSIONE ELETTORALE FA UN BILANCIO DEL LAVORO SVOLTO
“Di fronte alle enormi sfide che ci attendevamo, abbiamo fatto tutto il possibile e le condizione sono secondo me le migliori in cui potessimo sperare. Il voto di oggi è un’occasione da cogliere” questo il bilancio di due anni di lavoro tracciato alla MISNA da padre Apollinaire Malu-Malu, presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei), contattato nella capitale Kinshasa ieri alla vigilia delle elezioni presidenziali e legislative. “Non vi è mai un momento propizio al cento per cento. Ma oggi abbiamo in mano le carte giuste perché il processo riesca. Non siamo mai stati così pronti e le condizioni sono le migliori” aggiunge Malu Malu, che, quasi per rispondere alle numerose critiche indirizzategli negli ultimi mesi, puntualizza: “se si ricerca la perfezione, non la si otterrà mai”. In altre parole il momento del voto si sarebbe potuto posticipare, come molte forze politiche e sociali avevano chiesto nei mesi scorsi, ma col rischio, secondo il presidente Cei, di non andare mai alle urne. “L’essenziale è stato fatto” prosegue il sacerdote che pure riconosce alcuni dei problemi incontrati nella lunga marcia che ha portato al voto di oggi. Durante la campagna elettorale vi è stata, spiega, “un’evidente disuguaglianza di possibilità tra i candidati, che non hanno avuto tutti le stesse risorse” e “qualche manifestazione pubblica è stata contrassegnata da abusi delle forze di polizia”, ma, sottolinea, “non si possono cambiare le cose in un giorno: restano ancora dei progressi da fare”. In risposta alle polemiche sollevate dalle presunte irregolarità e dalle denunce espresse nelle scorse settimane da alcuni candidati e forze politiche, il presidente della Commissione elettorale indipendente sottolinea “che si tratta solo di parole, visto che ad oggi nessun candidato ha presentato una denuncia formale o un dossier. Tutte cose necessarie per l’apertura di un’inchiesta”. La Cei ha istituito 169 circoscrizioni a livello nazionale, per un totale di 49746 seggi. Lo spoglio dei voti comincerà immediatamente, mentre non è stata fissata alcuna data per la proclamazione dei risultati. Queste elezioni, definite “storiche” dalla comunità internazionale, si stanno svolgendo in presenza di 47.000 osservatori nazionali, 1500 internazionali, 193.000 rappresentanti di lista dei partiti politici e dei candidati indipendenti. Circa 75.000 poliziotti congolesi, i caschi blu della Missione di pace dell’Onu in Congo (Monuc) e un migliaio di soldati europei (il contingente Eurofor) stanno sorvegliando le operazioni di voto. Sono circa 24.440.000 gli elettori chiamati oggi a scegliere tra 32 candidati al primo turno delle presidenziali e 9707 pretendenti ai 500 seggi dei deputati per porre definitivamente fine al periodo di transizione dell’ex-Zaire.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 18.39
ELEZIONI: KISANGANI, VOTO TRANQUILLO SULLA ‘PERLA’ DEL FIUME CONGO
Biciclette, sacchi di manioca e galline: a bordo, nei tronchi concavi di queste imbarcazioni d’altri tempi, c’è posto per tutti. Tra le centinaia di passeggeri saliti oggi sulle piroghe c’erano anche molti elettori, che si sono spostati da un lato all’altro del fiume Congo per recarsi alle urne. In questi minuti – secondo l’orario indicato dalla Commissione elettorale indipendente – i seggi dovrebbero avere ormai chiuso, 60 minuti d’anticipo rispetto alla capitale Kinshasa, che dista oltre duemila chilometri sul fiume e un’ora di fuso orario. “I seggi erano affollati fin dall’alba” racconta alla MISNA padre Joesph Ngumba-Lelo, missionario comboniano. Lungo i cento metri di argine che separano l’imbarcadero delle canoe di legno dai giganti arrugginiti del vecchio porto fluviale - gli scheletri d’acciaio delle gru d’epoca coloniale incombono con il loro profilo metallico sulle acque torbide del Grande Fiume – c’era meno movimento del solito stamani. “Ho visto molta serenità, la gente è andata al voto in modo massiccio ma ordinato” dice ancora il missionario comboniano. Tra i candidati di oggi alla presidenza c’è anche chi – come Azarias Ruberwa, oggi vicepresidente – con i miliziani del ‘Rassemblement congolais pour la Démocratie’ (Rcd-Goma) tenne in scacco la città per lungo tempo. La navigazione fluviale – un tempo simbolo di relativa prosperità - non esiste quasi più, fagocitata dalla guerra che tra il 1998 e il 2003 ha divorato il Paese e la sua gente: gli eserciti invasori di Rwanda e Uganda, qui, nel nord della Repubblica democratica del Congo, si sono duramente scontrati almeno tre volte provocando la morte di migliaia di civili. Oggi, nelle urne, i congolesi cercano di chiudere i conti con questo passato. “Siamo stanchi di essere perennemente sfruttati da altri: abbiamo le risorse, lasciateci costruire da soli il nostro futuro” dice Anderson Nbenga, studente di giurisprudenza, camicia blu e ciabatte infradito. Per campare conduce un taxi-vélo, bici con sellino di stoffa colorata per trasporto promiscuo di persone e cose. Ne è piena questa Pechino dei Grandi Laghi, dove sull’unica carreggiata asfaltata s’incontrano centinaia di due ruote a pagamento. Dal sellino posteriore si scorgono le vestigia dell’invasione del sovrano belga Leopoldo II, chiamato il ‘re con dieci milioni di assassinii sulla coscienza’ per aver sterminato la popolazione locale. La facciata del palazzo della ‘Piccola e media impresa’, due piani in mattoni rossi del 1925 in stile quasi liberty, è aggredita da erbacce d’ogni tipo; le pareti sforacchiate dalle pallottole delle ultime battaglie. Ovunque ti giri, sugli edifici in muratura del centro, l’inconfondibile simbolo romboidale: i diamanti, simbolo delle ricchezze naturali troppo a lungo sfruttate dall’ingordigia di colonizzatori, dittatori, ribelli e – oggi – multinazionali straniere.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 30/7/2006 19.09
ELEZIONI: VERSO LA CHIUSURA DEI SEGGI, COMINCIA LO SPOGLIO
“Per fortuna che la Commissione elettorale ci ha dato queste lampade, qui tra un po’ comincia a fare scuro e adesso inizia la parte più delicata: lo spoglio dei voti”: ore 17:32 (le 18:32 ora italiana), quartiere di Barumbu, est di Kinshasa, a parlare è uno degli scrutatori del seggio numero 1014. Le lunghe code che per l’intera giornata hanno caratterizzato molti centri di voto nella capitale stanno scomparendo, nei seggi e nelle circoscrizioni ormai ci sono solo gli addetti ai lavori, le forze dell’ordine, qualche osservatore internazionale e pochi giornalisti. Uno degli uomini della Cei, chiaramente identificabili da corpetti arancioni, tira fuori le lampade che serviranno a illuminare i lavori di scrutinio, visto che in molte parti del paese la corrente elettrica è ancora un miraggio. I voti verranno tolti dalle urne in plastica trasparente e dopo essere stati convalidati inseriti in grandi buste di plastica. Sono seduta in uno dei tanti banchetti di legno accatastati nel cortile della scuola che ospita questo seggio in attesa che lo scrutinio cominci. Uno splendido sole rosso sta calando sui tetti di lamiera dei 5 edifici che compongono il complesso scolastico. A poca distanza da qui, il fiume Congo scorre lento. Mi sto godendo lo spettacolo, cercando contemporaneamente di togliermi di dosso un po’ di polvere quando si avvicinano due giovani. Uno di loro, quello con indosso una maglietta della nazionale italiana, mi chiede gentilmente: “Di dove sei?”. La mia carnagione pallida suscita molta curiosità in un quartiere popolare come questo dove i turisti non vengono spesso. Italiana, dico, mentendo, e provocando nei miei due interlocutori un gesto di sorpresa, che lascia immediatamente spazio a una serie di complimenti per la vittoria dei mondiali, per le prestazioni dei giocatori e per la sconfitta inflitta alla Francia in finale. Fortunatamente la parentesi calcistica non dura molto e i due giovani studenti mi raccontano di aver votato senza problemi e di aver incontrato solo qualche difficoltà nel ripiegare i 6 grandi fogli in cui erano contenuti i nomi dei candidati al parlamento. Se ne vanno mi salutano e mi chiedono di portare i loro omaggi a una serie di calciatori italiani che conosco a malapena, non solo perché in realtà sono francese, ma anche perché di calcio non mi importa poi molto. Torno a pensare alle elezioni: alcuni seggi hanno già chiuso, almeno qui nella capitale, altri lo faranno tra poco. Prima di venire qui sono passata nel quartiere di Limete, uno dei più importanti e popolosi di tutta Kinshasa, nonché roccaforte dell’Udps, il partito dell’opposizione che ha boicottato il voto. Mi ero fermata alla gigantesca circoscrizione 1357 (più di venti i seggi al suo interno) allestita nei locali del collegio Saint Raphael. Poco prima di chiudere le operazioni di voto, il presidente di uno degli oltre 20 seggi interni alla circoscrizione mi aveva detto che da lui avevano votato 240 persone su 346 aventi diritto. Una bella percentuale in una zona dove avrebbe dovuto prevalere l’astensionismo.
R.D. Congo/Il dramma delle donne
CONGO. Il coraggio di dire basta
Vittime innocenti delle violenze più efferate, le donne dell’est del Congo continuano a sopportare gli abusi peggiori. Ma cominciano anche a far sentire la loro voce
«Quella notte cinque uomini armati di fucili hanno fatto irruzione nella mia casa. Mio marito era partito la sera prima, quindi ero sola. Dormivo con il mio bambino di diciotto mesi ed ero incinta di sei. Loro erano in cinque, armati. Hanno costretto me, i miei suoceri, le mie cognate con i nostri bambini a seguirli. Eravamo in undici. Ci hanno portato in foresta. A un certo punto, ci hanno fatto fermare e hanno cominciato a violentare le donne. Sono stata violentata da cinque uomini. Altre donne sono state stuprate da uno o due uomini. La ragazza di diciassette anni da tre uomini. Soltanto la mia anziana suocera è stata risparmiata».
Sono moltissime le testimonianze come questa che vengono raccolte presso il Centro Olame di Bukavu nell’est della Repubblica Democratica del Condo. Negli ultimi mesi, la situazione si è gravemente deteriorata, specialmente a Walungu e Kaniola. E sono sempre più numerose le vittime di stupri che si rivolgono a questo centro, accompagnate dai responsabili delle parrocchie. «Normalmente - racconta una delle operatrici, Bibiane Cattin - non possono venire più di dieci persone al mese per parrocchia. Da Walungu e Kaniola, però, abbiamo deciso che possono venire a due riprese, visto il numero elevato di persone segnalate. Ma non sempre è possibile, a causa dei combattimenti che ci sono stati nella zona. Le donne arrivano provate, distrutte, raccontando storie agghiaccianti».
Come Faida, rapita con la sua famiglia e con i figli dai miliziani che infestano la foresta e che perseguitano la popolazione civile, saccheggiano le case, violentano le donne, rapiscono chiunque in cerca di un riscatto.
«Abbiamo camminato a lungo in foresta - continua Faida -. Giunti in cima a una collina, abbiamo raggiunto un luogo dove si trovavano altri uomini. Alcuni parlavano il kitembo, altri il mashi e il resto il kinyarwanda. Tutti avevano fucili e coltelli. Sono stata violentata da altri due uomini. Poi uno mi ha scelto come “moglie”: era il loro comandate e si chiamava Shetani, demonio. Il secondo giorno mi ha fatto violenza per tre ore. Peggio, ha ingiunto a mio suocero di tenermi una gamba e a mia suocera di tenere l’altra. Mio suocero si è rifiutato. Allora hanno cominciato a picchiarlo duramente e stavano per ucciderlo, così gli ho detto di tenere la mia gamba. L’ho supplicato. Finalmente, ha acconsentito. Ancora adesso provo una vergogna grandissima».
Suor Teresina Caffi, missionaria saveriana a Bukavu, ha assistito alcune di queste donne, le ha soccorse ed ha ascoltato i loro racconti agghiaccianti. «Il dramma di questi anni di guerra - dice - è la violenza dei soldati contro la popolazione, e in particolare contro le donne. Sono soprattutto uomini armati rwandesi che nei villaggi attorno alla città attaccano le case, rubano tutto il possibile, violentano le donne e ne conducono alcune in schiavitù nella foresta, a volte ne uccidono i mariti o li costringono a portare il loro bottino. Tutto questo viene fatto con terrificante disumanità, infrangendo tutto ciò che è sacro per questa gente. C’è l’umiliazione nel linguaggio: spesso si dice loro che sono delle bestie, nyama. E poi l’umiliazione nei gesti contrari al costume, come il suocero obbligato a tenere la gamba alla nuora mentre viene violentata. Nello stesso modo in cui le chiese sono state attaccate, l’Eucaristia profanata, così vengono profanate le donne, in modo da infrangere tutto ciò che è sacro anche nella morale: davanti al marito, ai figli o ai suoceri… Così sono stati uccisi anche i capi tradizionali e dissotterrati oggetti sacri inerenti alla loro dignità. È come se si volesse distruggere in ogni modo questo popolo. L’Aids, poi, che è molto diffuso tra miliziani violentatori fa la sua parte. Ma anche i soldati dell’esercito congolese, quasi per nulla pagati, non agiscono molto diversamente, e invece di proteggerla, saccheggiano la popolazione e violentano le donne».
Negli stessi giorni del rapimento di Faida, altre tredici persone d’Izege sono state condotte a forza in foresta da uomini armati. Tra di esse, sette bambini, cinque donne e un uomo. Una ragazza di quattordici anni che è riuscita a fuggire, è arrivata in condizioni penose al Centro Olame. «Mi racconta - ricorda Bigiane - che l’unico uomo, suo zio, è stato ucciso sotto i suoi occhi, perché il riscatto tardava ad arrivare. Le hanno dato il coltello insanguinato da lavare, per continuare il loro lavoro, dicevano… Lei stessa è stata violentata da quattro uomini ogni giorno della sua detenzione».
Non tutte hanno il coraggio di raccontare e denunciare come questa ragazza o come Faida. Anche se poi non esistono forze dell’ordine o tribunali che possano rendere giustizia di quanto loro e molte altre donne hanno subito.
«A un certo punto - continua Faida - un uomo mi ha trascinata in un punto dove c’erano i cadaveri di un uomo e di tre donne in decomposizione. C’era un forte odore. Mi ha detto di restare presso quei cadaveri, e che così saremmo finiti se il riscatto non fosse arrivato… Poi si è allontanato e mi ha chiamata. E di nuovo sono stata violentata. Il comandante mi faceva violenza continuamente. Non ne potevo più. Cercavo di dirgli che ero incinta e che tutto questo andava al di là di quel che potevo sopportare. Ma lui continuava a picchiarmi e a violentarmi. Sentivo di essere allo stremo delle forze».
Dopo diversi giorni di prigionia, Faida e la sua famiglia sono stati liberati. Con le ultime forze che le rimanevano è riuscita a tornare a casa. Ma poi è svenuta e si è ritrovata in ospedale. «Avevo una flebo al braccio - ricorda -. Svegliandomi, ho chiesto di essere slegata, perché credevo di essere ancora nelle mani dei rapitori. Invece, c’era un medico che mi ha detto che vegliava sulla mia salute. Ora abito a Walungu, presso un parente, con i miei due bambini».
Nel solo mese di febbraio, diciotto donne provenienti da Walungu si sono presentate al centro Olame: dieci erano sposate, tra i 25 e i 30 anni, ma c’erano anche una bambina di 10 anni, alcune adolescenti tra i 14 e i 16 anni e due ragazze attorno ai 20. Delle dieci donne, cinque erano vedove perché i loro mariti sono stati uccisi. «Parlano delle loro terribili esperienze - racconta Bibiane - e intanto le lacrime rigano il loro viso… Non sanno che cosa riserverà loro l’avvenire. Dato che i mariti sono stati uccisi, non riescono a far fronte ai bisogni della famiglia. I loro campi sono stati devastati dai miliziani che si nascondono in foresta, e poi anche dai militari delle Forze armate congolesi. Una donna mi ha raccontato che stava raccogliendo patate nel suo campo, quando sono giunti alcuni militari, che le hanno portato via il raccolto, mentre due di loro l’hanno violentata…».
Continuano a pagare un prezzo altissimo le donne di questa terra. La fine dell’era Mobutu non ha portato nulla di buono per loro in questa vasta regione dell’Est del Congo, dove la violenza la fa da padrona e dove le donne continuano ad essere vittime innocenti della guerra, della povertà, degli interessi, della disumanità degli uomini. Se qualcosa è cambiato è nella loro determinazione e in quella della gente comune ad andare avanti ad ogni costo, nella capacità d sopportazione, ma anche nel coraggio di parlare, di denunciare. Cosa impensabile sotto il regime di Mobutu. Oggi qualcosa è possibile. E sono ancora una volta loro, le donne, le più tenaci e le più coraggiose.
«Le celebrazioni per la festa della donna, l’8 marzo - racconta suor Teresina - non hanno nulla di convenzionale qui. Basti pensare che tra le corali che dalla tribuna hanno cantato la dignità e il dolore della donna, c’era anche quella composta dalle donne violentate. E tra il pubblico sono comparsi striscioni con scritte molto forti: “No alla violenza contro le donne”. “Soldato, non violentarmi”, “No allo stupro, sì alle elezioni”, “Uomo, proteggi la donna”. Questo popolo, queste donne hanno un coraggio immenso e sanno trovare il bandolo della vita anche nelle situazioni peggiori. Forse una ragione di speranza è proprio questa libertà nuova di parlare senza paura».
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 9.11
ELEZIONI, SECONDO TURNO PRESIDENZIALI FISSATO IL 29 OTTOBRE
L’eventuale secondo turno delle elezioni presidenziali – nel caso in cui nessun candidato ottenga il 50% dei voti più uno nel voto di ieri – è stato fissato per il prossimo 29 ottobre: lo ha annunciato nella capitale Kinshasa il presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei) Apollinaire Malu Malu, precisando inoltre che i risultati del primo turno saranno annunciati il 20 agosto e - dopo dieci giorni per eventuali ricorsi - proclamati ufficialmente il 31 agosto. Nella tornata del 29 ottobre, gli elettori saranno chiamati anche a votare i rappresentanti provinciali, i quali dovranno poi eleggere i governatori delle province e 120 senatori; questi ultimi, affiancando i 500 deputati eletti con il voto di ieri, formeranno il nuovo parlamento congolese. A parte pochi isolati incidenti minori, la giornata di ieri è stata considerata – nelle parole del vice rappresentante dell’Onu in Congo Ross Mountain – “un piccolo miracolo”: l’affluenza, non ancora ufficializzata, è stata comunque molto elevata. Malu Malu ha poi aggiunto che il nuovo presidente (erano 32 i candidati in lizza) entrerà in carica il 10 settembre se eletto al primo turno oppure il 10 dicembre se eletto al ballottaggio. L’articolato processo elettorale dovrebbe chiudere la lunga transizione avviata nel 2003 dopo il conflitto iniziato nel 1996 e poi ripreso nel 1998.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 9.50
ELEZIONI: DA KISANTU, LA SPERANZA E LA VOGLIA DI UN FUTURO DIVERSO
dopo le tante occasioni in cui leggiamo le tue notizie, siamo lieti questa volta di potere essere annoverati tra i tuoi “corrispondenti dal fronte “congolese. La nostra Congregazione, le Suore Somasche Figlie di San Girolamo Emiliani, dal 2001 è presente nei quartieri periferici di Kinshasa, e nella diocesi di Kisantu, nel Basso Congo, cercando di dare un po’ di aiuto ai bambini, ed alla gioventù nel bisogno. Vivendo a stretto contatto con la popolazione più misera, con loro abbiamo condiviso, giorno dopo giorno, questa estenuante attesa delle elezioni libere, democratiche, e trasparenti. E rinvio dopo rinvio, manifestazione dopo manifestazione, scontro dopo scontro, notti insonni, per i colpi di mitraglia o le camionette più o meno amiche, siamo finalmente arrivati ad una scadenza in cui, all’inizio, ben pochi credevano. Ancora fino all’ultimo giorno moltissimi sono stati i tentativi di destabilizzare la situazione, di fare saltare tutto, di rinviare ancora: ma la popolazione, ormai, era stremata. Ed il solo accenno ad un nuovo rinvio veniva interpretato epidermicamente come la volontà di ricacciare in un limbo infernale senza storia e senza speranza di futuro generazioni intere.
CON STANCHEZZA INFINITA, ma con un’incredibile forza d’animo, le mamans dei quartieri più degradati hanno continuato a montare banchetti sgangherati vicino a scoli d’acqua, ed altro, a cielo aperto. Anche questa mattina, seppure con qualche attenzione in più a rumori improvvisi, od a scoppi di grida da lontano, sono rispuntati alcuni piccoli commerci, seppure più radi. Ma da alcuni giorni, ormai, la paura aveva chiaramente lasciato il passo alla tensione inarrestabile del voto: finalmente si vota, tutti ne stavano prendendo coscienza, quasi con sorpresa. Era arrivato il giorno: e la gente da ieri sera già diceva dove sarebbe andata a votare, come a pregustare un momento storico per loro, e per questo enorme Paese. Moltissimi giovani ci rendevano compartecipi, in questi ultimi giorni, di questa esperienza che li attendeva, condividendo con noi l’attesa del voto, quasi a stemperarne la tensione.
PER NOI, È STATA UNA ESPERIENZA QUASI COMMOVENTE: vedevano rinascere, nei volti, e nelle parole, la fiducia nel futuro, in cui nessuno più osava credere. E questa mattina, quando abbiamo accompagnato le giovani ai seggi, con un po’ di titubanza mista a paura, con pochissime auto in circolazione sulla nostra pista, abbiamo visto file continue di persone che si recavano a votare, a piedi, ed ordinatamente attendevano il loro turno, inquadrati tra le corde apprestate prima dell’accesso ai seggi. Sappiamo che moltissimi della nostra zona, anche giovani, hanno avuto problemi con il loro analfabetismo. Ma quando sono rientrati, sembravano diversi. Adesso credono. E noi preghiamo, affinché la loro speranza, nella pace, e nella rinascita, possa realmente concretizzarsi. Adesso, incomincia il momento più difficile, e più delicato.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 10.47
ELEZIONI: SPOGLIO SCHEDE REGOLARE, AFFLUENZA OLTRE IL 70%
Superebbe in media il 70% - con punte di oltre l’80% - l’affluenza alle elezioni presidenziali e legislative di ieri nella Repubblica democratica del Congo, nel primo voto multipartitico dal 1960: è la stima indicata in queste ore dai responsabili elettorali a Kinshasa, mentre le spoglio sta procedendo in modo regolare in tutto il paese, confermando – almeno finora – l’esito positivo della lunga e “storica” giornata elettorale. Radio Okapi, emittente della missione di pace dell’Onu Monuc – ha fornito oggi aggiornamenti da tutto il paese: a Kisangani, seconda città del Congo e principale centro del nord, i seggi hanno chiuso in modo regolare e lo spoglio prosegue senza complicazioni mentre in molti seggi è già stato terminato; l’affluenza in questa città – un tempo principale porto commerciale sul fiume Congo – è stata del 70%. Atmosfera serena anche a Beni, nell’est – teatro di scontri durante il conflitto del 1998-2003 – dove in una dozzina di ‘bureau de vote’ visitati dal corrispondente di radio Okapi l’affluenza è stata tra il 60 e il 75%. Voto nella calma anche a Isiro, città del centro-nord non lontana dalla grande foresta pluviale che ricopre gran parte delle zone settentrionali dell’ex-Zaire; qui sono già stati affissi i risultati ufficiosi del voto all’esterno di alcuni seggi, anche se saranno ufficializzati a livello nazionale soltanto il 20 agosto; anche gli osservatori – erano oltre 47.000 quelli locali e circa 2.000 quelli internazionali – hanno espresso apprezzamento per il lavoro svolto dagli scrutatori. Tutto regolare anche a Goma, capitale del Nord Kivu, una delle aree più instabili del Congo, si registra per ora uno dei più alti tassi di affluenza alle urne con l’80-85%. Si sta svolgendo senza problemi lo spoglio delle schede anche in Suk Kivu; a Shabunda è stata segnalata la presenza di uomini armati ‘interahamwe’ – ex-ribelli hutu ruandesi accusati del genocidio del 1994, da 12 anni nascosti nelle foresti congolesi – avrebbe “garantito” sicurezza ai seggi, provocando le reazioni dei rappresentanti della “Rcd”, l’ex-gruppo ribelle oggi partito politico. Lo stesso presidente della Commissione elettorale, abbé Apollinaire Malu Malu, ha ammesso che in alcune località non è stato possibile inviare poliziotti ed è stato chiesto alla popolazione locale di garantire la sicurezza del voto.
SUDAN 31/7/2006 12.17
KHARTOUM: SLOGAN DI PACE PER 1° ANNIVERSARIO MORTE JOHN GARANG
Decine di migliaia di persone – addirittura 50.000 secondo la stampa locale – si sono radunate ieri sera a Khartoum, per celebrare il primo anniversario della morte dell’ex-capo ribelle indipendentista John Garang, morto in un incidente d’elicottero tre settimane dopo aver assunto la carica di vicepresidente in base all’accordo che pose fine a 21 anni di guerra civile tra il nord e il sud. Migliaia di candele sono state accese nello stadio al-Merikh di Omdurman (la città-gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo) per ricordare quello che un giornale sudanese del nord ha definito “profeta della pace”, mentre slogan sulla convivenza pacifica e sulla tolleranza venivano intonati dal pubblico. “Lavoreremo insieme per realizzare ciò per cui Garang si è battuto e ha vissuto (…). Un nuovo Sudan, giustizia, pace, tolleranza” ha scandito dal microfono il vicepresidente Ali Osma Taha, l’uomo che – in rappresentanza del governo islamico di Khartoum – ha raggiunto l’intesa con i ribelli separatisti del Sud guidati da Garang. Lo stesso Garang il 9 agosto di un anno fa divenne vicepresidente del Sudan accanto a Taha, per suggellare a livello istituzionale la partecipazione del Movimento di liberazione popolare del Sudan (Splm, l’ex-ribellione del Sud) al governo di unità nazionale.
Dopo una lotta armata ultraventennale, Garang è morto nel momento in cui le armi avevano iniziato a tacere: in veste di vicepresidente si era recato in Uganda, ma la sera del 30 luglio dell’anno scorso l’elicottero presidenziale ugandese che lo stava riportando in Sud Sudan si schiantò pochi minuti prima dall’atterraggio. L’episodio provocò immediate e violente proteste da parte degli abitanti del sud (a Khartoum ci sono oltre 2 milioni di sfollati per la guerra), provocando oltre 100 vittime. Una commissione internazionale di inchiesta, con la partecipazione dell’Onu, ha invece stabilito in via definitiva che si trattò di un tragico incidente. A Juba, la capitale del Sud dove Garang è sepolto, si è svolta una cerimonia di commemorazione alla presenza della vedova Rebecca e di Salva Kiir, l’ex-comandante dei ribelli chiamato a sostituire il leader politico scomparso. Entro cinque anni, in base all’accordo di pace, il Sud Sudan potrà decidere se dichiarare l’indipendenza da Khartoum.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 12.49
ELEZIONI: MBUJI MAYI, RIPRENDONO OPERAZIONI DI VOTO IN 170 SEGGI
Sono riprese oggi le operazioni elettorali in 170 seggi di Mbuji Mayi, la capitale del Kasai – roccaforte dell’opposizione - dove ieri si sono registrate tensioni e incidenti minori che hanno però ostacolato il normale svolgimento del voto: lo ha annunciato oggi il rappresentante locale della Commissione elettorale indipendente (Cei). “Le operazioni di voto sono state disturbate da alcuni giovani manifestanti che lanciavano pietre, mentre alcuni ‘bureau de vote’ sono stati incendiati” ha spigato all’agenzia ‘Afp’ Hubert Tissuaka, delegato della Cei, confermando che nel resto della provincia del Kasai “le operazioni si sono chiuse ieri sera”. Mbuji Mayi – dove sabato un camion che trasportava materiale elettorale era stato bruciato – è la città-feudo dell’Udps (Union pur la democrazie et le progrés social), guidata dallo storico oppositore Etienne Tshisekedi, che ha boicottato il voto affermando che queste elezioni sono truccate per garantire la vittoria del presidente uscente Joseph Kabila. Ieri – secondo testimonianze raccolte dalla MISNA sul posto – nelle prime ore del mattino gli elettori di alcuni quartieri della città si erano tenuti distanti dai seggi nel timore di violenze, ma poi con il trascorrere delle ore la situazione si era normalizzata.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 14.33
ELEZIONI: PRIMI “EXIT POLL” INFORMALI DA UN SEGGIO ALLA PERIFERIA DI KINSHASA…
Sulle pareti un po’ scalcinate del ‘Collége Saint Raphael’ nel popoloso quartiere di Limete, periferia orientale di Kinshasa, è affisso un foglio azzurrino che attira l’attenzione di qualche curioso: una copia-carbone del verbale del seggio ‘E’ del bureau de vote 1357. Ieri lì si sono recati alle urne 242 congolesi su 346 iscritti; alla fine dello spoglio si contano 21 schede nulle e 7 bianche. I voti validi sono stati così assegnati: “Jean-Pierre Bemba…” - è scritto sul modulo-prestampato….- “114”, ha aggiunto a penna lo scrutatore con grafia diligente. Kabila, presidente uscente e considerato favorito anche grazie all’appoggio internazionale, “51”. Terzo – in questo mini-exit poll appuntato sul taccuino dalla cronista della MISNA – Oscar Kashala, con 33 preferenze. Un voto a testa per Anatole Matusila, esponente della società civile, e per Eugene Diomi Ndongala, ex-ministro delle miniere e presidente della Democratie Chretienne. “Siamo davvero contenti ma anche un po’ stremati” si lascia sfuggire il presidente di uno dei 20 seggi ospitati dentro il complesso scolastico, non lontano dal fiume Congo. “È da sabato che siamo dentro qui: a questo punto la stanchezza si fa sentire perché praticamente non abbiamo mangiato né bevuto”, aggiunge. Poco distante, un suo ‘collega’ si è appena sentito male e gli stanno prestando le prime cure. Per regolamento agli scrutatori è stato impedito di allontanarsi dai seggi sino al termine dello spoglio. Ora che la maratona elettorale sta per finire, qualcuno tira i primi sospiri di sollievo: “le schede già scrutinate verranno messe in appositi sacchi e inviate alla Commissione elettorale indipendente di Kinshasa” spiega ancora il presidente del seggio. Da qui – da uno dei quartieri più popolosi della capitale – il tragitto è breve. Ma dai villaggi della regione orientale dell’Ituri sono oltre 2.000 chilometri. Il lungo viaggio della democrazia è già iniziato.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 15.27
ELEZIONI: IL PLAUSO UNANIME DELLA STAMPA LOCALE
“Gli elettori congolesi hanno offerto ieri una lezione di disciplina e di maturità al mondo intero” scrive – non senza una punta di legittimo orgoglio – il giornale ’La Reference Plus’ di Kinshasa all’indomani dello ‘storico’ e pacifico voto per il nuovo presidente e il Parlamento. “L’esito positivo delle operazioni elettorali – si legge inoltre – è merito innanzitutto dei congolesi che hanno saputo dar prova di pazienza”. Tutta la stampa nazionale oggi esprime unanime apprezzamento per le modalità con cui i 24 milioni di elettori si sono comportati ieri, anche se non sono mancati disagi e isolati problemi. ‘Le Potentiel’ sottolinea “la dignità con cui i congolesi si sono recati alle urne”, aggiungendo che l’affluenza massiccia ai seggi “costituisce un messaggio indirizzato a tutti coloro che ancora si ostinano a mantenere il Congo in ostaggio per perpetuare il vecchio potere”. Secondo ‘L’Observateur’i congolesi hanno preso parte alle elezioni “in un clima di comprensione e tolleranza patriottica, gli uni a fianco degli altri”. Altri, come L’Avenir’ azzardano previsioni: il presidente uscente Joseph Kabila avrebbe “raccolto la quasi totalità dei voti nell’est” (suo padre Laurent Desiré Kabila venne appoggiato dai banyamulenge dell’est e dal Rwanda per rovesciare Mobutu nel 1996, ndr), ma per ’La Tempête des Tropiques’, un altro quotidiano di Kinshasa, l’attuale capo di Stato “non otterrà il 50% dei voti al primo turno” e quindi sarà necessario il ballottaggio, già fissato per il 29 ottobre. Alcuni giornali riportano anche gli isolati episodi di violenza, in particolare nella città di Mbuj Mayi e le difficoltà di molti aventi diritto al voto per errori o in completezze sugli elenchi elettorali.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 31/7/2006 19.05
ELEZIONI: OLTRE IL 60% DEI VOTI SCRUTINATI, URNE APERTE ANCHE IN KASAI OCCIDENTALE
Prosegue abbastanza rapidamente lo spoglio delle schede delle elezioni generali tenute domenica in Repubblica democratica del Congo, cominciato già ieri sera poco dopo la chiusura dei seggi e in alcuni casi proseguito per tutta la notte. Il presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei), Apollinaire Malu Malu, parlando con la stampa ha precisato che oltre il 60% dei seggi sparsi per il paese ha terminato il computo e affisso pubblicamente i risultati all’esterno delle circoscrizioni. Le operazioni di scrutinio sono ferme solo in 226 seggi nelle due regioni del Kasai (centro del Congo). Sia a Mbuji Mayi (Kasai Orientale) che a Mweka ( 170 chilometri a nord est di Kananga, capitale del Kasai occidentale), infatti, sono tornati alle urne oggi gli elettori dei seggi le cui operazioni sono state disturbate ieri da sabotaggi o da ritardi logistici: un attacco ad alcuni seggi in un caso e la distruzione di un camion che conteneva oltre un centinaio di kit elettorali in un altro, ma anche ritardi nella consegna dei materiali elettorali. A Mbuji Mayi le operazioni di voto sono riprese in mattinata, mentre a Mweka solo nel primo pomeriggio. Informazioni ancora tutte da confermare, riferiscono che in una delle due località si sarebbero verificati incidenti anche oggi.
UGANDA – Al confine tra il Sudan e la Repubblica democratica del Congo, dove 40 rappresentanti della società civile del Nord Uganda – guidati dal vice-presidente sudanese e mediatore Riek Machar – ieri attendevano il capo dell’Esercito di liberazione del Signore (Lra), Joseph Kony, si è presentato invece il figlio quattordicenne, Salim Saleh Kony, accompagnato da 20 ribelli. L’incontro con Kony sarebbe stato rinviato, forse solo di ore, a causa della pioggia secondo un portavoce dell’Lra, per dare il tempo ai ribelli di formulare una posizione comune secondo Machar. L’obiettivo della delegazione è convincere Kony – ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità – ad accettare il piano di pace che rappresentanti dell’Lra e il governo ugandese stanno negoziando a Juba, in Sud Sudan.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/8/2006 0.27
ELEZIONI: REAZIONI INTERNAZIONALI E APPELLI AD ACCETTARE I RISULTATI
Dall’Unione Africana (Ua) a quella Europea (Ue), passando per i governi di Italia, Germania, Stati Uniti, è un coro unanime di congratulazioni espresse dalle cancellerie di mezzo mondo ai congolesi per l’andamento delle delicatissime elezioni di domenica. “ Mi congratulo con i congolesi per la loro pazienza, il coraggio e la fede nel futuro che hanno dimostrato durante i tanti anni di guerra che la Repubblica democratica del Congo ha dovuto vivere e anche durante questi 3 anni di transizione” ha detto il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Alpha Oumar Konare, il quale ha poi invitato i candidati (soprattutto alle presidenziali) a non rovinare questo clima e a riconoscere i risultati che verranno dalle urne. “Chiedo a tutti coloro che hanno partecipato alle elezioni di rispettare il verdetto delle urne e, qualora fosse necessario, di far valere le proprie ragioni solo attraverso le vie legali previste in caso di ricorso” ha sottolineato Konaré. Per l’Unione Europea hanno parlato sia Louis Michel, Commissario Ue per lo Sviluppo e gli aiuti umanitari, che l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue, Javier Solana. Se il primo si è congratulato "con il popolo congolese per la maturità e il desiderio di democrazia dimostrate" sottolineando che le operazioni di voto "si sono svolte senza grossi incidenti nell'insieme del paese", Solana ha assicurato che "l'Unione europea resta al fianco della popolazione in questo momento storico e testimonia, anche con la presenza della missione Eufor, il suo impegno perché le elezioni rappresentino un momento di riconciliazione nazionale". Soddisfazione è stata espressa anche dai rappresentanti di alcuni governi. Per l’Italia ha parlato la Vice Ministra degli Esteri con delega alla cooperazione, Patrizia Sentinelli, che ha definito le elezioni un indubbio successo. “La significativa affluenza alle urne – ha detto il sottosegretario agli Esteri - dimostra la voglia di democrazia che proviene dalla popolazione e rappresenta l' occasione per incoraggiare un processo di progressiva inclusività e partecipazione democratica di tutte le forze politiche e istanze della società civile del Paese". Leggermente più fredda la soddisfazione del governo tedesco. L'andamento pacifico del voto e l'alta affluenza alle urne sono la "conferma del corso seguito dalla comunità internazionale" ha detto ai giornalisti a Berlino il portavoce governativo Ulrich Wilhelm, il quale ha comunque precisato che le elezioni sono state solo "un passo fra i tanti". “La situazione è calma, ma non stabile” ha ribadito un portavoce del ministero della difesa, presente all’incontro coi giornalisti a causa del dispiegamento di militari tedeschi in Congo nell’ambito missione militare inviata dall’Unione Europea proprio in vista del voto di domenica. Il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha invece invitato “tutte le parti a mantenere la calma e ad accettare il risultato dello scrutinio". “Nonostante le enormi difficoltà logistiche, le minacce d’intimidazione in alcune zone del paese, i primi rapporti indicano che il voto si è svolto in maniera pacifica e senza incidenti di rilievo. La partecipazione è più alta di quella del referendum del 18 dicembre 2005. Tutto questo prova la volontà dei congolesi di sviluppare le proprie istituzioni democratiche” si legge in una nota con cui il ministero degli Estri Usa si complimenta per il voto congolese.
UGANDA 1/8/2006 1.14
RECLUTAMENTO DI POLIZIOTTI PER IL NORD
La polizia ugandese ha annunciato l’avvio di una campagna di reclutamento nel nord dell’Uganda, dove le operazioni di sicurezza sono affidate all’esercito; lo si apprende dalla testata ‘New Vision’, vicina al governo di Kampala. La polizia conta di arruolare 2000 nuovi agenti attraverso 20 stazioni di polizia nei distretti orientali dei Teso e dei Lango e in quelli settentrionali degli Acholi, tutti territori segnati dalle azioni dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra). La presenza della polizia si fa più necessaria mentre lentamente procede il rientro nei villaggi delle molte decine di migliaia di sfollati causati da 20 anni di conflitto. “Avevamo pianificato di arruolare 4.000 poliziotti, ma finora è stato possibile averne solo 1.600” ha detto il capo della polizia Kale Kayihura, spiegando che il ritardo è dovuto alla mancanza di fondi. Dei 20 miliardi di scellini (8 milioni di euro) richiesti, ne sono stati messi a disposizione soltanto 1; in mancanza di donatori, il capo della polizia ha detto che si rivolgerà all’esercito per cercare altri fondi. Per due decenni le popolazioni civili del nord Uganda sono state massacrate dai ribelli del Lra (con il quale il governo ha in corso negoziati in Sud Sudan); fonti missionarie e della società civile hanno più volte denunciato l’incapacità o la mancanza di volontà delle forze governative di proteggere i civili.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/8/2006 7.14
DOPO ELEZIONI, KIGALI E KINSHASA RIAPRIRANNO LE PROPRIE AMBASCIATE
Repubblica democratica del Congo e Rwanda riapriranno presto le rispettive ambasciate, riallacciando definitivamente le loro relazioni, interrottesi nel 1994 quando le truppe armate ruandesi entrarono nell’est del Congo a caccia di milizie Interhamwe, considerate tra le principali responsabili del genocidio ruandese. L’annuncio è stato fatto dal ministro degli Esteri di Kigali, Charles Murigande, la scorsa settimana di fronte alla camera bassa del parlamento ruandese, ma se ne è avuta notizia solo nelle ultime ore grazie al quotidiano ufficiale ruandese New Times. “Le nostre due ambasciate riapriranno subito dopo le elezioni presidenziali e parlamentari di domenica. Entrambi questi appuntamenti sono sviluppi positivi che dobbiamo sostenere” ha detto Murigande, il quale ha aggiunto che “le ferite tra i due paesi si stanno ormai risanando ed è giusto che i due paesi lavorino per arrivare a una pace totale”, come ha scritto il New Times. In precedenza, Kigali aveva già annunciato la nomina di un incaricato d’affari a Kinshasa, Munyakazi Juru, ma la decisione del Congo di non fare altrettanto aveva bloccato la creazione delle ambasciate. Iniziate nel ’94, le frizioni tra Congo e Ruanda non si sono in realtà mai interrotte a causa del controllo militare (prima diretto poi garantito attraverso una serie di milizie controllate da Kigali) che il piccolo - ma potente,sia da un punto di vista militare che diplomatico - vicino ha avuto su una parte cospicua dei territori orientali congolesi (soprattutto il Kivu), dove si trovano concentrate molte delle risorse minerarie del gigantesco ex-Zaire.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/8/2006 9.11
ESTESO DI UN ANNO EMBARGO ONU SU ARMI PER MILIZIE NELL’EST
È stato prolungato di un altro anno – fino a luglio 2007 – l’embargo dell’Onu sulle armi rivolto a milizie locali e straniere attive dell’est della Repubblica democratica del Congo: lo ha deciso all’unanimità il Consiglio di sicurezza. In una risoluzione adottata poche ore fa, si esprime condanna per il continuo flusso di materiale bellico, che permette a diversi gruppi armati lo sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie dell’ex-Zaire. Il bando sulle armi – introdotto solo nel 2003 al termine del conflitto iniziato nel 1998 - prevede il blocco dei beni economici e limitazioni di movimento per coloro che lo infrangono; la circolazione di armi riguarda soprattutto le province dell’Ituri, del Nord e Sud Kivu, le più instabili del paese. Nella risoluzione si chiede inoltre il prolungamento di un altro anno anche della missione di cinque esperti dell’Onu, incaricati di monitorare il rispetto dell’embargo. Nei loro precedenti rapporti – il prossimo è atteso per il 20 dicembre – hanno più volte indicato il diretto coinvolgimento di governi della regione (in particolare Uganda e Rwanda), ma anche di responsabili governativi e di società straniere, tutti impegnati da anni a saccheggiare in modo sistematico e illegale le risorse naturali del Congo. Proprio ieri, il Consiglio di sicurezza si era aggiunto al coro di voci che ha espresso apprezzamento per il modo con cui i congolesi sono andati alle urne domenica, per eleggere il nuovo presidente e 500 deputati, ma anche chiudere un decennio di conflitti e riappropriarsi delle proprie ricchezze ponendo fine a un ingiusto sfruttamento.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/8/2006 15.38
UNIVERSITÀ DI KINSHASA, SPERANZE E ATTESE DELLE NUOVE MENTI DEL PAESE
“VOTARE? CON IL BIGLIETTO D’AEREO CHE COSTA 300 DOLLARI, come avrei potuto andare a votare? Non ho tutti quei soldi”: Mukenghi Kapena, uno studente universitario originario del Kasai Orientale, è deluso di non aver potuto partecipare al grande appuntamento elettorale del 30 luglio scorso. Frequenta il primo anno di giurisprudenza e discute delle elezioni con una decina di compagni di studi nell’aula principale dell’Università di Kinshasa. Basta un breve scambio di parole per capire che la maggioranza dei ragazzi presenti non ha potuto votare per le stesse ragioni di Mukenghi. Nell’Università la vita degli studenti, ma anche quella degli insegnati e del personale amministrativo, è condizionata dalle difficoltà economiche. “La nostra biblioteca è insufficiente. Abbiamo bisogno di più testi, di computer e altro materiale didattico. Noi siamo gli intellettuali del paese, gli esperti obiettivi ed affidabili su cui lo Stato deve contare per migliorare i suoi programmi di azione, ma siamo del tutto abbandonati. I libri su cui lavoriamo sono fotocopie” dice mostrando delle dispense alla giornalista della MISNA, Hortense Shidi, una delle prime a frequentare la scuola di specializzazione post laurea in economia e gestione universitaria. La maggioranza dei circa 35.000 studenti dell’Unikin, come viene comunemente chiamato l’ateneo di Kinshasa, sono in realtà dei privilegiati, rispetto a molti coetanei, che hanno potuto continuare gli studi grazie ai risparmi delle famiglie.
L’ISCRIZIONE AL PRIMO ANNO COSTA CIRCA 150 DOLLARI (600 per la scuola di specializzazione) a cui si deve aggiungere, tra il mangiare e libri, una spesa di 60 dollari al mese. I più fortunati hanno un alloggio gratuito nei dormitori universitari, ma gli altri devono cercare una sistemazione altrove. Anche gli insegnanti hanno problemi simili: “Fino a due anni fa eravamo pagati 30 dollari al mese” dice il professore d’economia Laurent Mabiala Umba. “Poi abbiamo ottenuto il diritto a un aumento tra i 300 e i 500 dollari, secondo il grado. Ma anche così non basta e i professori devono trovare un secondo lavoro per mantenere le loro famiglie; il che si traduce in un forte tasso di assenteismo”. La Unikin fu costruita nel 1954 dalla Chiesa cattolica in cima a una collina nella zona sudorientale di Kinshasa. L’università - come anche quelle di Kisangani e di Lubumbashi- è passata sotto la gestione statale con la cosiddetta ‘Zairianisation’, come era chiamata la nazionalizzazione voluta dal governo di Mobutu Sese Seko.
In un’aula, attrezzata con una trentina di banchi, tavoli di legno e una lavagna verde con dei gessetti, tre studenti attendono l’inizio della lezione in scienze politiche. Tutti e tre hanno votato e sperano che la situazione del paese migliori nel prossimo futuro, ma non credono ai miracoli.
“STUDIAMO, CERTO, MA USCITI DA QUI NON TROVEREMO LAVORO. Ho molti amici che sono emigrati, alcuni clandestinamente, rischiando la loro vita. A chiunque vincerà queste elezioni, noi chiediamo come prima cosa di favorire la creazione di posti di lavoro” dice con voce calma e misurata Gabriel Ngoy, laureando in scienze politiche. Insieme ad altri studenti Gabriel ha fondato un’associazione giovanile, il “Collettivo Salute e Sport” con lo scopo di finanziare piccoli progetti sanitari attraverso le attività sportive. Finire gli studi in Congo può essere una vera maratona per gli studenti, sia giovani che meno giovani: il dottore di ricerca Mukende Mulumba ha 62 anni ed ha potuto discutere la sua tesi di dottorato solo il 24 giugno scorso. La sua ricerca in economia dello sviluppo è durata 15 anni. Sfortunatamente tre dei suoi relatori sono morti prima della sua dissertazione finale; più volte Mukende ha pensato di abbandonare ma ha resistito. Ora, dopo il giorno delle elezioni che definisce “memorabile” , spera di poter partecipare - malgrado il personale, sfortunato ritardo - alla formazione dell’elite culturale che accompagnerà la costruzione del nuovo Congo.
SUDAN 1/8/2006 17.11
DARFUR: PROSEGUONO SCONTRI NEL NORD
Intensi scontri tra forze sudanesi (appoggiate da milizie arabe filo-governative janjaweed) ed elementi del ‘Fronte di salvezza nazionale’ (Nrf), la nuova alleanza in cui si sono riunite le formazioni combattenti del Darfur che non hanno sottoscritto il piano di pace presentato dall’Unione Africana (Ua), stanno proseguendo nell’area di Kulkul, 35 chilometri a nord dalla principale città del Nord Darfur, el-Fasher. La MISNA lo ha appreso da fonti Onu, le quali hanno precisato che i combattimenti, iniziati venerdì scorso, sono proseguiti anche nei 3 giorni successivi, provocando una nuova ondata di sfollati interni verso El Fasher. Clima di insicurezza anche nel Darfur occidentale, dove un convoglio di circa 30 camion del Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam) è stato assalito nel fine settimana da un gruppo di non meglio precisati uomini armati, mentre era di ritorno da una distribuzione di cibo ad Habila. Intanto ieri il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha inviato un nuovo rapporto sul Darfur al Consiglio di Sicurezza. Secondo le anticipazioni pubblicate da alcuni organi di informazione internazionale, che sostengono di aver visionato il documento, Annan avrebbe chiesto il dispiegamento di una forza di almeno 24.000 uomini nella regione occidentale del Sudan per sostituire l’esigua forza di osservazione dispiegata sul territorio dall’Unione Africana. Il governo sudanese continua a essere contrario alla possibilità dell’invio di una forza internazionale nel suo territorio.
UGANDA 1/8/2006 17.50
CAPO RIBELLE KONY DICHIARA “CESSATE-IL-FUOCO” UNILATERALE
Il comandante dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra), Joseph Kony “ha dichiarato un cessate-il-fuoco unilaterale”: lo ha detto poco fa alla MISNA Walter Ochola, responsabile amministrativo del distretto di Gulu, appena rientrato nella città del nord Uganda dopo aver incontrato ieri il capo ribelle al confine tra Sudan e Repubblica democratica del Congo insieme a una delegazione ugandese. “Ho incontrato Kony – ha detto ancora Ochola – e ho dormito nel suo accampamento. Si è impegnato a una tregua unilaterale immediata nei confronti del governo ugandese”. Kony, insieme ad altri quattro comandanti della Lra, è ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale
UGANDA 1/8/2006 19.04
CAPO RIBELLI KONY DICHIARA CESSATE-IL-FUOCO, CONFERMA GOVERNO
“Confermo che Joseph Kony ha offerto una tregua unilaterale e immediata al governo durante l’incontro di ieri al confine tra Sudan e Uganda con una delegazione ugandese”: lo ha detto alla MISNA Henry Oryem Okello, viceministro degli Esteri dell’Uganda, contattato poco fa per telefono nella capitale Kampala. “Prima di essere accettata questa proposta deve essere inclusa nei colloqui di pace a Juba, in Sud Sudan, dove in questi giorni riprenderanno gli incontri tra una delegazione del governo e una dei ribelli” dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra).
UGANDA 1/8/2006 19.22
“L’offerta di tregua avanzata da Kony è un gesto importante ma non risolutivo: dovrà essere inclusa nell’accordo di pace complessivo che il governo sta discutendo con delegati dei ribelli” a Juba, in Sud Sudan, ha detto ancora alla MISNA Henry Oryem Okello, viceministro degli Esteri dell’Uganda. All’incontro con Kony, nella foresta al confine tra Repubblica democratica del Congo e Sudan per il governo di Kampala era presente l’ambasciatore Ndinyenka Busho: “Mi ha confermato l’offerta di tregua ma non mi ha riferito che Kony abbia chiesto perdono per le violenze commesse in tutti questi anni” ha aggiunto. Oryem Okello ha inoltre confermato che il governo ugandese intende per ora garantire l’immunità di Kony e degli altri 4 comandanti della ribellione ricercati dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja per crimini contro di guerra e contro l’umanità: “Non arresteremo né Kony né il suo vice, Vincent Otti, che potrebbe partecipare al negoziato a Juba. Il governo ugandese ha sospeso per il momento la questione dei mandati di cattura internazionali perché si vuole concentrare sulla questione più importante, quella della pace” ha detto ancora il viceministro degli Esteri alla MISNA. “Ribadisco che la proposta di amnistia vale al 100%. Vogliamo ora che la proposta di tregua sia discussa ai colloqui di pace.
Il cessate-il-fuoco proposto dai ribelli – che per 20 anni hanno seminato morte e distruzione nei distretti dell’Uganda del nord e dopo essersi ritirati in Sudan sono ora stabiliti nel Parco della Garamba, nell’estremità settentrionale del Congo – “è stato apprezzato anche dal presidente Yoweri Museveni, che si dice contento per come sta procedendo il processo di pace.”
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1/8/2006 20.07
ELEZIONI, OSSERVATORI SOCIETÀ CIVILE: “NO A RISULTATI PARZIALI, NESSUNA MANIPOLAZIONE”
Di fronte a ripetute dichiarazioni sui risultati parziali nel voto di domenica e alla rivendicazione di vittoria da parte di un candidato che afferma di essere in netto vantaggio nello spoglio per le presidenziali di domenica, la società civile congolese denuncia il rischio di “pericolose manipolazioni della volontà popolare”. “Qualsiasi risultato annunciato in questo momento è solo un maldestro tentativo di creare tensioni” ha detto alla MISNA un rappresentante del ‘Cadre de concertation de la société civile pour l’observation des elections’ (Cdce), il coordinamento di osservatori elettorali che riunisce 24 reti della società civile di tutto il Congo. “Stiamo assistendo a pericolose manipolazioni: in queste ore diffonderemo un comunicato per fare il punto della situazione, invitando tutti gli esponenti politici alla moderazione e a evitare dichiarazioni su presunti risultati parziali” dice ancora al telefono da Kinshasa l’interlocutore, che chiede l’anonimato. “Su che base qualcuno dichiara di essere in vantaggio? Come si fa a denunciare brogli se si stanno ancora raccogliendo le schede, che nelle zone rurali vengono trasportate in bicicletta verso le città?” si chiede l’esponente della società civile. Il presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei), padre Apollinaire Malu Malu, in questi giorni ha ripetutamente esortato ad attendere l’annuncio ufficiale dei risultati, previsto entro una ventina di giorni. Oggi intanto il candidato del Rdc Azarias Ruberwa - uno dei 4 attuali vicepresidenti – ha affermato oggi di non riconoscere il voto a causa di “brogli massicci” a vantaggio del presidente uscente Joseph Kabila. Inviti ad accettare il risultato delle urne sono stati rivolti ai politici congolesi da più parti, dal segretario generale dell’Onu Kofi Annan al ‘comitato di saggi’ africani per il Congo guidato dall’ex-presidente del Mozambico Joaquim Chissano.
SUDAN 2/8/2006 2.04
ANNIVERSARIO MORTE GARANG, VEDOVA CHIEDE NUOVE INDAGINI
Nuove indagini sull’incidente d’elicottero che un anno fa costò la vita all’ex-capo ribelle indipendentista John Garang, appena tre settimane dopo che egli aveva assunto la carica di vicepresidente: le ha chieste la vedova Rebecca nel corso delle celebrazioni del primo anniversario della morte dell’ultimo leader del Movimento di liberazione popolare del Sudan (Splm). Dopo lo schianto dell’elicottero presidenziale che la sera del 30 luglio stava riportando Garang in Sud Sudan, molti denunciarono una probabile cospirazione. Per stabilire le cause dell’incidente, fu perciò istituita una commissione d’inchiesta internazionale presieduta dall’ex-vicepresidente sudanese Abel Alier, mentre le scatole nere furono analizzate in Russia. Secondo il rapporto finale rilasciato lo scorso 18 aprile, si trattò solo di un incidente causato da un errore del pilota. “Ciononostante, in quanto famiglia del generale Garang, ciò che vogliamo è che siano necessarie indagini estese” ha detto Rebecca Garang, precisando di aver già chiesto ai governi di Uganda e Sud Sudan di sostenere la sua richiesta di ulteriori indagini sulla controversa morte del marito.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 2/8/2006 11.51
ELEZIONI: SI VA VERSO BALLOTTAGGIO TRA BEMBA E KABILA?
Malgrado ripetuti inviti a non diffondere alcun tipo di risultati parziali in attesa che la Commissione elettorale indipendente (Cei) termini il conteggio delle schede relative alle presidenziali e legislative di domenica scorsa, continuano a circolare risultati “infomrali”, diffusi in particolare da un partito. Il quartier generale di Jean-Pierre Bemba, il businessman ed ex-capo ribelle che negli ultimi tre anni ha ricoperto l’incarico di vicepresidente, ha reso noto un conteggio di tutte le 9 province dell’ex-Zaire e della circoscrizione della capitale Kinshasa: al ballottaggio – previsto per il 29 ottobre – arriverebbero lo stesso Bemba (auto-accreditato del 43%) e il presidente uscente Joseph Kabila, che avrebbe ottenuto circa il 34% dei suffragi a livello nazionale, mentre non vi è alcun accenno agli altri 30 candidati; si tratta comunque di cifre del tutto prive di qualsiasi conferma indipendente o di altri partiti. L’analisi geografica di questi risultati non ufficiali – che la MISNA non è in grado di confermare con altri riscontri - sembrerebbe indicare tendenze previste già prima del voto: Bemba si affermerebbe nella capitale e nell'ovest, mentre Kabila prevarrebbe nettamente nell’est del Paese. Ieri il Comitato internazionale di appoggio alle istituzioni di transizione (Ciat) aveva denunciato la “preoccupante questione della strumentalizzazione abusiva” di risultati parziali e incompleti delle elezioni del 30 luglio. I risultati dei 49.746 seggi, si legge in un comunicato, “stanno per essere inviati ai 62 centri locali di registrazione della Cei, dove si procederà alla raccolta dei dati prima della pubblicazione”. Parlando alla MISNA, un responsabile del ‘Cadre de concertation de la société civile pour l’observation des elections’ (Cdce) - il coordinamento di osservatori elettorali che riunisce 24 reti della società civile di tutto il Congo – ieri aveva deplorato le “pericolose manipolazioni della volontà popolare” dei candidati che diffondono risultati parziali.
CIAD 3/8/2006 9.49
‘DIALOGO POLITICO’ PROCEDE, MALGRADO BOICOTTAGGIO OPPOSIZIONE
La revisione delle liste elettorali e la modifica della composizione della Commissione elettorale sono tra le decisioni adottate dai 54 partiti del Ciad che partecipano al ‘Dialogo politico’, convocato dal presidente Idriss Deby ma boicottato dai due principali coalizioni dell’opposizione. È stata inoltre deliberata la sovvenzione di un contributo straordinario ai partiti legalmente riconosciuti alla data odierna e una sovvenzione annua sulla base dei voti ottenuti alle elezioni. I partecipanti al dialogo hanno anche adottato un ‘codice di condotta’ che prevede il rispetto dei risultati delle urne. L’iniziativa voluta dal governo, aperta nella capitale N’Djamena lo scorso 28 luglio, è stata criticata dal ‘Cordinamento dei partiti politici in difesa della Costituzione’ (Cpdc) e ‘Federazione azione per la Repubblica’ (Far), che avevano invece auspicato e ripetutamente chiesto un ‘grande dialogo nazionale’ con la partecipazione della società civile, dei gruppi ribelli dell’est e dei cittadini del Ciad della diaspora. Le coalizioni dell’opposizione – che riuniscono una ventina di partiti di minoranza in Parlamento – avevano invocato la presenza di testimoni della comunità internazionale (Unione Africana ed Europea, Onu) per garantire l’applicazione di eventuale accordi. La mancata convocazione del ‘grande dialogo nazionale’ aveva spinte l’opposizione a boicottare le presidenziali del 3 maggio, vinte da Deby.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 3/8/2006 10.53
ELEZIONI, RESPONSABILE OSSERVATORI SOCIETÀ CIVILE: “TRIONFALISMI PREMATURI”
“Nessun partito, nemmeno quelli più organizzati, è stato in grado di garantire il monitoraggio di tutti i 49.746 seggi elettorali del paese, perciò la diffusione di dati parziali è solo una strumentalizzazione”: lo ha detto oggi alla MISNA padre Rigobert Minani, gesuita, responsabile del ‘Cadre de concertation de la société civile pour l’observation des elections’ (Cdce), il coordinamento di osservatori elettorali che riunisce 18 reti della società civile di tutto il Congo. “Qualsiasi trionfalismo da parte di chiunque è prematuro: stiamo trasportando le schede nei 62 centri di voto nazionali per il conteggio e la verifica di tutti gli elementi” aggiunge il gesuita, una figura molto conosciuta della società civile congolese. Ieri gli osservatori internazionali – dall’Unione Europea a quella africana, dal Centro Carter ai sudafricani – si sono dichiarati “impressionati per la forte mobilitazione” di elettori congolesi e per “la partecipazione dei rappresentanti di lista dei partiti politici, ma anche degli osservatori nazionali” allo storico voto di domenica scorsa, che si è svolto in modo pacifico a parte pochi e isolati incidenti. “Senz’altro è stato compiuto un passo da gigante in direzione della democrazia” dice ancora padre Minani alla MISNA, al telefono dalla capitale Kinshasa. “Bastava osservare la grande partecipazione popolare per il voto, lo sforzo organizzativo e l’alto tasso di affluenza che ha superato il 60% e anche oltre” sottolinea il responsabile della Cdce. Gli osservatori europei, in un comunicato diffuso ieri sera, insistono sulla necessità che le procedure di scrutinio delle presidenziali e legislative del 30 luglio si svolgano “in modo decentralizzato e con la massima trasparenza”, cioè con la pubblicazione dei dati in ogni singolo seggio. “Adesso servono risultati consolidati – spiega il gesuita – perché occorre verificare se ci sono stati errori durante la trascrizione nei seggi: è necessario un lavoro accurato”, che potrebbe richiedere anche una ventina di giorni, per evitare così le accuse di brogli o dichiarazioni di presunta vittoria. “I partiti hanno potuto prendere visione delle trascrizioni dei verbali pubblicate all’esterno di ogni seggio – conclude il responsabile del coordinamento degli osservatori locali – ma non hanno avuto la capacità di raccogliere dati a livello nazionale, dai villaggi più sperduti alle zone isolate. La legge elettorale prevede che sia la Commissione elettorale indipendente (Cei) a indicare i risultati parziali. Non bisogna avere fretta”
UGANDA – Sei ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) sarebbero stati uccisi negli ultimi giorni dalle forze governative nel nord Uganda, malgrado i colloqui di pace in corso a Juba, in Sud Sudan, e l’offerta di una tregua avanzata dal loro comandante Joseph Kony: lo ha detto oggi un portavoce dell’esercito.
SUDAN 3/8/2006 14.41
DARFUR: INSICUREZZA, NUOVE DENUNCE DEGLI OPERATORI UMANITARI
Gli operatori umanitari attivi in Darfur, la regione occidentale del Sudan teatro dal febbraio del 2003 di scontri e violenze che hanno causato una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta, continuano a denunciare il grave clima di insicurezza che nelle ultime settimane si è tornato a respirare nella regione. Nelle ultime 24 ore due delle più grandi organizzazioni non governative (ong) impegnate nell’area - Oxfam e Medici senza frontiere (Msf) - hanno denunciato di aver subito attacchi e saccheggi. Con una nota diffusa ieri, la britannica Oxfam ha comunicato l’uccisione di un suo dipendente, il sudanese Nouraldeen Abdalla Nourein, avvenuta molto probabilmente venerdì scorso. Secondo le informazioni raccolte dalla ong, Nouraldeen sarebbe stato ucciso durante i combattimenti in corso nei giorni scorsi nei pressi del villaggio di Helelat, non lontano da Kulbus, nel Darfur occidentale. In una nota diffusa oggi, invece, Msf ha fatto sapere che in seguito a una serie di attacchi e incidenti è stato evacuato il personale dalla centro di Serif Oumra (Darfur occidentale, abbandonato nei mesi scorsi anche da Oxfam) e quello attivo in due progetti nel Jebel Marra. L’ong fa sapere di aver subito attacchi “in tutte le regioni del Darfur”. Incidenti che hanno portato alla “sospensione delle attività delle nostre cliniche mobili e la riduzione dell’attività trasferimento dei pazienti bisognosi di cure chirurgiche d’urgenza” si legge nella nota in cui si “chiede che in Darfur venga garantito e rispettato l’accesso alle cure per la popolazione”. La gravità dell’insicurezza in Darfur è stata sottolineata la scorsa settimana sia dalla Missione Onu nel paese (Unmis) sia dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr), che coordina molte delle operazioni nei campi per sfollati che da qualche mese sono diventati sempre più teatro di violenze. A Metà luglio, l’Onu aveva annunciato la sospensione delle attività umanitarie in alcune zone del Darfur a causa dell’insicurezza interna ai campi. Secondo recenti stime diffuse dall’Unmis oltre il 20% dei quasi due milioni di sfollati che vivono in Darfur non riceve più aiuti umanitari a causa della grave insicurezza. Si tratta della peggiore percentuale registrata negli ultimi due anni.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 3/8/2006 18.45
ELEZIONI: KINSHASA, “DRONE” ABBATTUTO DA ARMA DI PICCOLO CALIBRO
È stato abbattuto da un’arma di piccolo calibro, il “drone” - piccolo velivolo senza pilota destinato a ricognizioni del territorio - belga in dotazione all’Eufor, la forza europea dispiegata in Congo per il periodo delle elezioni, schiantatosi a terra il 28 luglio scorso alla periferia di Kinshasa, provocando il ferimento di 8 persone. Lo ha fatto sapere oggi il portavoce del ministero belga della Difesa, precisando che il mezzo presentava il foro di una pallottola di piccolo calibro che ha distrutto “i componenti fondamentali dell’apparecchio”. “Si tratta quindi di un atto deliberato” ha aggiunto il rappresentante del ministero escludendo presunte “cause tecniche o logistiche”. Il ministero della Difesa ha confermato che il piccolo velivolo è caduto (finendo nel cortile di un’abitazione nel quartiere Kingabwa, periferia nord est di Kinshasa) a meno di due chilometri dalla base aerea di Ndolo (dove ha sede il comando della Eufor). Una commissione d’inchiesta della procura belga arriverà sabato a Kinshasa per “determinare le responsabilità” dell’attacco al velivolo. Intanto oggi il capo delle operazioni della Eufor, David Pincet, ha fatto sapere che “i suoi uomini hanno la capacità di dissuadere chiunque tenterà di contestare i risultati con vie illegali”.
REP. DEM. DEL CONGO - Un aereo di una compagnia privata congolese è precipitato oggi nei pressi di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo. Secondo le prime informazioni, nell’impatto sarebbero morti tutti i 14 passeggeri e i 3 membri dell’equipaggio a bordo del velivolo. L’aereo, un Antonov 28 della compagnia Air Traset, è caduto una cinquantina di chilometri a nord di Bukavu mentre si preparava alla fase di atterraggio nell’aeroporto locale.
UGANDA 4/8/2006 10.03
‘NUMERO 2’ RIBELLI LRA NON ANDRÀ A COLLOQUI PACE IN SUD SUDAN
Vincent Otti, il ‘numero due’ dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra), non parteciperà ai colloqui di pace in Sud Sudan con il governo, come gli avevano invece chiesto i mediatori. Lo scrive stamani il ‘Monitor’, quotidiano indipendente di Kampala. Otti – che insieme al comandante Joseph Kony e ad altri tre capi ribelli è ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) - in una conversazione telefonica con il giornale ha detto di temere una “trappola”. “Se mi presento ai colloqui, verrò catturato a mandato all’Aja” ha detto Otti, che era stato invitato a prendere parte al negoziato tra ribelli e governo a Juba, con la mediazione del vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar, che nei giorni scorsi ha condotto una delegazione ugandese – insieme ad alcuni giornalisti – a un incontro con Kony nella foresta al confine tra Repubblica democratica del Congo e Sudan. I colloqui, interrotti nei giorni scorsi per consultazioni, dovrebbero riprendere lunedì. Kony ha avanzato l’offerta di un cessate-il-fuoco, che il governo apprezza ma ritiene necessario inserirla in un accordo complessivo di pace. Il presidente ugandese Yowei Museveni ha garantito ai vertici dello Lra un’amnistia in caso di un’intesa entro la metà di settembre; la Corte penale internazionale, invece, chiede che i 5 ricercati vengano arrestati.
ERITREA/SUDAN – Una delegazione militare dell’Eritrea è arrivata nella città di Kassala per monitorare la tregua tra l’esercito sudanese e i ribelli del Fronte orientale, che denunciano di essere emarginati da parte del governo centrale e chiedono maggiori risorse.
SENEGAL – Il presidente Abdulaye Wade ha iniziato oggi una visita di cinque giorni in Ciad e Sudan per proporre colloqui di pace diretti tra i due governi, dopo la recente firma di un accordo che ha posto fine a mesi di tensioni e accuse reciproche tra Khartoum e N'Djamena.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 4/8/2006 11.47
ELEZIONI: CONSIGLIO SICUREZZA ONU CHIEDE “SENSO CIVICO” IN ATTESA RISULTATI
Un invito ad accettare i risultati delle presidenziali e legislative di domenica scorsa con lo “stesso senso di responsabilità civica” mostrato al momento del voto è stato rivolto ai congolesi dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. In una dichiarazione letta dal presidente di turno dei Quindici – Nana Effah-Apeteng, del Ghana – viene “reso omaggio” ai cittadini della Repubblica democratica del Congo per aver preso parte “in gran numero, in modo libero e pacifico” alle elezioni del 30 luglio, “di importanza storica” per l’ex-Zaire. Le crescenti tensioni politiche dei giorni immediatamente successivi alla chiusura delle urne – con denunce di brogli da parte di un candidato e l’annuncio di vittoria da parte di un altro – hanno spinto il Consiglio di sicurezza a chiedere a tutti i leader politici “di evitare discorsi provocatori”, esortando le autorità e i dirigenti dei partiti a garantire un processo elettorale “libero, trasparente e pacifico. Pur apprezzando il generale svolgimento pacifico del voto, il massimo organo decisionale dell’Onu ha comunque deplorato gli isolati incidenti Mbuji Mayi e Mweka, nel Kasai Orientale ed occidentale, e nella capitale Kinshasa. La Commissione elettorale indipendente (Cei) ha fatto sapere che il conteggio delle schede – raccolte in 62 centri di voto per i circa 50.000 seggi – potrebbe richiedere fino a tre settimane.
UGANDA 4/8/2006 15.38
COLLOQUI PROSEGUIRANNO ANCHE SENZA ‘NUMERO 2’ RIBELLI -2
I delegati del governo ugandese ai colloqui di pace con l’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra) hanno fatto sapere oggi che si recheranno comunque in Sud Sudan per partecipare ai negoziati col movimento ribelle, anche se Vincent Otti, il numero due del gruppo armato non parteciperà all’incontro. “Il governo sta cercando la pace, non verremo distratti da argomenti che non sono centrali” ha detto il capo della delegazione governativa, il ministro degli Interni Ruhakana Rugunda, il quale ha precisato che la presenza di Otti avrebbe accorciato i tempi per la compilazione di un’agenda definitiva, ma che comunque i negoziati proseguiranno anche in sua assenza. Il ministro ha poi fatto sapere di attendere l’invito dal vice presidente dell’autorità amministrativa del Sud Sudan, Riek Machar, che sta mediando tra Kampala e Lra e che i negoziati dovrebbero riprendere lunedì prossimo sempre nella città di Juba.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 4/8/2006 16.53
ITURI, CONDANNTO A VENTI ANNI DI PRIGIONE CAPO MILIZIANO
Un tribunale militare del distretto dell’Ituri ha condannato a 20 anni di prigione per crimini contro l’umanità il leader di un movimento armato e il capo di una comunità locale. Yves Panga Mandro Khawa è stato riconosciuto colpevole di aver compromesso la sicurezza del distretto dell’Ituri attraverso il gruppo armato da lui fondato nel 2002 a Tchomia, 60 chilometri sudest di Bunia (capoluogo della provincia dell’Ituri), il ‘Partito per l’unità e la salvaguardia dell’integrità del Congo’ (Pusic). Khawa, che svolge anche funzioni di capo della comunità di Bahema Banywagi nel territorio di Djugu, è stato condannato per la morte di dieci persone, perite tra il 15 e il 16 ottobre 2002 in seguito all’ordine da lui dato di appiccare il fuoco a un centro sanitario, scuole e chiese nelle località di Zumbe e Bedu Ezekere, non lontano da Bunia; Khawa dovrà pagare anche risarcimenti tra i 2.500-75.000 dollari a 14 delle sue vittime. L’imputato, il cui processo è iniziato il 19 giugno scorso, è stato inoltre riconosciuto colpevole del sequestro nel 2002 dell’allora ministro per i diritti umani Ntuba Luaba. Del rapimento del ministro è accusato anche il capo ribelle Thomas Lubanga dell’Unione dei patrioti congolesei (Upc), di cui lo stesso Khawa aveva fatto parte con il grado di ‘maggiore. Lubanga è attualmente in custodia presso il Tribunale penale internazionale dell’Aja, dove attende l’apertura del processo a suo carico per crimini contro l’umanità. Khawa ha fatto sapere tramite i suoi avvocati che ricorrerà in appello.
UGANDA 4/8/2006 17.39
RIBELLI LRA RIBADISCONO “CESSATE-IL-FUOCO” UNILATERALE
I vertici dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) hanno ribadito oggi, in un documento letto dal numero due del movimento Vincent Otti, di aver dichiarato un “cessate il fuoco unilaterale”, come anticipato alla MISNA il 4 agosto scorso da uno dei mediatori del governo di Kampala, Walter Ochora. “Affermiamo il nostro impegno nei negoziati di pace e a nome del generale Joseph Kony, capo di tutti i comandi del Lra, dichiariamo una cessazione unilaterale delle ostilità” recita la nota del movimento protagonista di vent’anni di violenze nei distretti settentrionali ugandesi e, seppur in misura minore, in quelli meridionali del Sudan. “Con questo documento, con effetto immediato, ordiniamo ai nostri comandi di interrompere qualsiasi forma di ostilità contro le posizioni dell’esercito (ugandese, Updf, ndr)…speriamo che anche il governo dichiari una tregua così che le parti possano finalmente firmare un accordo bilaterale” si legge ancora nel documento diffuso oggi dai vertici del Lra. Già il 1 agosto scorso la MISNA aveva raccolto una conferma alla tregua unilaterale offerta da Kony direttamente da Henry Oryem Okello, viceministro degli Esteri dell’Uganda, contattato a Kampala. “Prima di essere accettata questa proposta deve essere inclusa nei colloqui di pace a Juba, in Sud Sudan, dove riprenderanno gli incontri tra una delegazione del governo e una dei ribelli” aveva detto alla MISNA il vice-ministro riferendosi ai negoziati che riprenderanno la prossima settimana nel Sudan meridionale. La posizione del governo ugandese - che pur esprimendo apprezzamento per la proposta di tregua avanzata afferma che può essere accettata solo all’interno di un negoziato più ampio - è stata ribadita oggi anche dal ministro degli Interni ugandese Ruhakana Rugunda, che guida la delegazione del governo di Kampala a Juba.
SUDAN 7/8/2006 10.59
DARFUR: CAPO RIBELLI A KHARTOUM PER NOMINA GOVERNATIVA
Con un decreto firmato ieri dal presidente sudanese Omar Hassan el Beshir, Minni Minnawi - il capo del principale movimento ribelle attivo in Darfur, l’Esercito di liberazione del Sudan (Sla/m) – è diventato ufficialmente “assistente del presidente”: ricoprendo quella “quarta carica dello Stato” (come recitava anche l’accordo di pace sottoscritto a maggio e rifiutato da altri due gruppi armati anti-governativi) che in realtà era stata creata appositamente per Minnawi, visto che le iniziali richieste dei ribelli per una vicepresidenza non erano state accolte. L’insediamento del ribelle ai vertici delle Istituzioni sudanesi non è avvenuta però come ci si aspettava: la prevista cerimonia di sabato non si è svolta e anzi per poco Khartoum e Sla-m non sono arrivati a un nuova rottura. La mattina di sabato, infatti, una nota dello Sla-m annunciava l’annullamento della visita di Minnawi a Khartoum, accusando il governo di ostacolare l’accordo di pace e di non voler procedere alla nomina. La situazione si è risolta solo qualche ora più tardi con la firma da parte di Beshir del decreto che nominava Minnawi suo assistente. Il capo dell’ala maggioritaria dello Sla-m è arrivato solo ieri nella capitale sudanese e nelle prossime ore, non è ancora chiaro quando, dovrebbe partecipare alla cerimonia per il suo insediamento. Intanto un appello a sottoscrivere l’accordo firmato a maggio da Minnawi è stato lanciato dal presidente Abdoulaye Wade ai due gruppi che ancora non lo hanno fatto: la corrente minoritaria dello Sla-m che fa capo ad Abdelawhid Mohamed al-Nur e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), il più piccolo dei movimenti armati che nel 2003 si sollevarono contro Khartoum denunciandone soprusi e discriminazioni. Entrambi questi gruppi ritengono “inaccettabile” l’accordo presentato dai mediatori, dal momento che non ha accolto alcuna delle richieste avanzate: maggiore rappresentanza politica e militare dei gruppi originari del Darfur.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 7/8/2006 17.22
ELEZIONI: DA OGGI AFFISSI I PRIMI DATI AGGREGATI
Verranno affissi oggi davanti ai centri dei compilazione, uffici in cui confluiscono i voti dei seggi, i primi dati relativi allo scrutinio delle elezioni presidenziali tenute in Repubblica democratica del Congo il 30 luglio scorso. Entro la fine della settimana, i vari centri di compilazione sparsi per il paese (e che hanno raccolto i conteggi di oltre 50.000 seggi) dovranno aver pubblicato i primi dati aggregati da quando si è votato. Il presidente della Commissione Elettorale (Cei), Apollinaire Malu Malu, ha spiegato che i risultati affissi conterranno la «totalità dei voti di ciascun candicato» e che « non dovranno essere confusi con risultati provvisori », invitando inoltre le parti a non fare annunci prematuri. Sono giorni ormai che la Commissione elettorale, alcune associazioni interne, ma soprattutto organismi e organi di controllo della comunità internazionale chiedono ai candidati, ai partiti, ma soprattutto ai media congolesi di non diffondere i dati raccolti dai rappresentanti delle varie formazioni politiche in lizza, nel timore che queste cifre possano accendere incidenti, disordini e polemiche. Seppur comprensibili, le preoccupazioni degli osservatori (in alcuni isolati casi espresse con toni eccessivi) hanno però causato malcontento in esponenti politici (i primi che si erano lanciati nel diffondere dati che ‘ovviamente’ li vedevano vincitori), ma soprattutto in molta gente comune. La MISNA in questi giorni ha ricevuto molte testimonianze di questa frustrazione. «Sono perplesso di fronte a questo fronte compatto di ingiunzioni nei confronti dei congolesi e dei loro media, privandoli del diritto di fare proiezioni su un’elezione che è stata definita democratica e trasparente » scrive un lettore. «I risultati degli scrutini sono stati affissi all’indomani del voto di fronte a ogni seggio del paese. Non abbiamo neanche il diritto di fare un semplice calcolo di addizione aritmetica. Qualcuno per caso pensa che tutti i congolesi siano analfabeti ?» gli fa eco un altro lettore di MISNA in Congo. «Per una volta rispettate la libertà dei congolesi» scrive un altro, riferendosi alla comunità internazionale, Europa in testa, che alcuni accusano di eccessiva intromissione. Non tutti però la pensano così : «Nessun partito, nemmeno quello più organizzato è stato in grado di garantire il monitoraggio di tutti i 49.746 seggi elettorali del paese, perciò la diffusione di dati parziali è solo una strumentalizzazione” ha detto alla MISNA padre Rigobert Minani, gesuita, responsabile del ‘Cadre de concertation de la société civile pour l’observation des elections’ (Cdce), il coordinamento di osservatori elettorali che riunisce 18 reti della società civile di tutto il Congo. “Qualsiasi trionfalismo da parte di chiunque è prematuro (…) I partiti hanno potuto prendere visione delle trascrizioni dei verbali pubblicate all’esterno di ogni seggio, ma non hanno avuto la capacità di raccogliere dati a livello nazionale, dai villaggi più sperduti alle zone isolate. La legge elettorale prevede che sia la Commissione elettorale indipendente (Cei) a indicare i risultati parziali. Non bisogna avere fretta” ha concluso Minani.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 8/8/2006 8.49
ELEZIONI: “ORDINATE E REGOLARI” NEL BAS-FLEUVE PER OSSERVATORI ITALIANI
Un clima generale di “ordine e regolarità, che ha soddisfatto nell’insieme i criteri di trasparenza del processo elettorale” ha caratterizzato il voto del 30 luglio – primo turno delle presidenziali e legislative parziali – nella regione del Bas-Fleuve, all’estremità occidentale dell’ex-Zaire, una zona non coperta dagli osservatori internazionali. Lo ha riferito in un documento inviato alla MISNA un piccolo gruppo di osservatori indipendenti italiani concludendo la loro missione, nata da un’iniziativa degli studenti dell’Università di Firenze col sostegno dell’organizzazione non governativa ‘Movimento Shalom’. Gli otto “osservatori di pace” hanno analizzato lo svolgimento dello scrutinio, lo spoglio delle schede, la compilazione dei dati e la loro trasmissione in 50 seggi dei comuni di Tshela e Lukula con un totale di 205.000 aventi diritto al voto iscritti. “Il tasso di affluenza può essere stimato tra il 60 e il 70%” ha detto alla MISNA il capo-missione Stefano d’Errico, sottolineando “il buon livello di preparazione e gli sforzi visibili degli addetti ai seggi elettorali nell’esercizio del loro lavoro”. L’alto tasso di analfabetismo degli abitanti non ha tuttavia sempre permesso il rispetto della segretezza del voto, mentre alcune insufficienze a livello amministrativo hanno provocato l’esclusione di osservatori nazionali privi di documenti di identificazione. Irregolarità comunque ritenute “minori”: “In tutte le fasi del processo elettorale le operazioni hanno dimostrato la determinazione del popolo congolese a costruire la pace” hanno scritto gli osservatori italiani nel loro rapporto trasmesso alla Commissione elettorale indipendente (Cei) e per conoscenza a una rappresentanza dell’Onu.
SUDAN 8/8/2006 13.25
DARFUR: INSICUREZZA OPERATORI UMANITARI SENZA PRECEDENTI
Sono otto gli operatori umanitari morti sul lavoro a luglio in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze che hanno causato una grave crisi umanitaria. Lo hanno fatto sapere fonti delle Nazioni Unite, le quali hanno denunciato che sono stati uccisi più operatori umanitari nelle ultime due settimane che negli ultimi due anni. “Il livello di violenza a cui sono costretti a far fronte gli umanitari in Darfur non ha precedenti. Molti degli attacchi avvengono proprio mentre i cooperanti stanno lavorando per aiutare la popolazione” ha detto Manuel da Silva, coordinatore degli affari umanitari e vice-rappresentante del segretario generale dell’Onu in Sudan. “È completamente inaccettabile – ha continuato – tutte le parti devono rispettare la neutralità degli operatori umanitari. Se questa situazione prosegue, rischiamo di perdere tutto quello che siamo riusciti a ottenere negli anni passati”. Ma a preoccupare funzionari Onu e esponenti delle molte organizzazioni non governative (ong) attive in Darfur sono anche i numerosi attacchi, le rapine a mano armata, imboscate, sequestri e saccheggi registrati in maniera crescente negli ultimi mesi e che hanno portato alcune agenzie Onu e ong a sospendere le proprie attività o a ritirare il personale da aree specifiche. “La situazione si fa ancora più seria per il fatto che la capacità di operare delle organizzazione umanitarie viene sempre più ristretta, proprio in un momento in cui la popolazione ha un crescente bisogno di assistenza” ha aggiunto da Silva, riferendosi al riacutizzarsi della violenza e dei combattimenti in corso in alcune zone della vasta regione occidentale sudanese.
SUDAN 8/8/2006 16.10
RIAPRONO I NEGOZIATI AD ASMARA PER LA PACE NELL’EST
É in corso ad Asmara, capitale eritrea, il secondo incontro negoziale tra i rappresentanti del governo sudanese e la delegazioni dei ribelli dell’est, riuniti nel ‘Fronte Orientale’. Iniziata ieri sera tardi, la riunione è cominciata con una ‘sessione aperta’ tenutasi nella notte, mentre l’agenda odierna prevede si discuta della distribuzione delle risorse nelle regioni del Sudan orientale. Fissati inizialmente per il 31 luglio, i colloqui erano stati rimandati per ampliare le consultazioni cui partecipa l’Eritrea nel ruolo di mediatore. Miniere d’oro e soprattutto la gestione del porto di Port Sudan, l’unico del paese attraverso il quale partono le esportazioni petrolifere, sono le principali ricchezze della regione, che resta per altro molto povera, da cui le minoranze locali dei Beja e dei Rashaida si sento escluse. Il 20 giugno scorso è stato firmato ad Asmara un accordo di cessate-il-fuoco che ha dato il via al processo di pace per porre fine alla ribellione che dura da circa dieci anni, con intensità alterna.
UGANDA 8/8/2006 16.41
RIPRESI A JUBA COLLOQUI GOVERNO-RIBELLI LRA
“I colloqui sono ripresi come da programma”: lo hanno detto poco fa alla MISNA fonti della Comunità di Sant’Egidio contattate a Juba, capitale del Sud Sudan, dove è stato riaperto il negoziato tra il governo di Kampala e i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra), sotto l’egida delle autorità locali. Alcune agenzie di stampa internazionali avevano invece pubblicato nel pomeriggio la notizia del rifiuto dei ribelli a proseguire il dialogo, citando il portavoce della delegazione dei negoziatori dello Lra, Obonyo Olweni. “Confermiamo che tutto procede come previsto; già ieri, nonostante alcuni problemi logistici le consultazioni erano state riavviate. L’intenzione è quella di affrontare domani l’argomento del cessate-il-fuoco tecnico” hanno aggiunto le stesse fonti della Comunità, coinvolta in qualità di mediatrice nei colloqui di Juba. Venerdì scorso i ribelli del nord Uganda avevano proclamato unilateralmente una sospensione delle ostilità, argomento al vaglio del governo che intende integrarlo in un accordo più ampio, “verificabile ed effettivo”, come aveva detto già ieri Robert Kabushenga, portavoce dell’esecutivo; Kabushenga si è anche detto ottimista sulla firma di un’intesa entro la data-limite del 12 settembre posta da Kampala.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 8/8/2006 17.21
ELEZIONI: PRIMI DATI AGGREGATI CONFERMANO PREVISIONI
Undici dei 62 centri locali di compilazione dei risultati elettorali delle presidenziali del 30 giugno hanno affisso i loro risultati sin da ieri, riporta oggi il quotidiano di Kinshasa ‘Le Potentel’. Si tratta di Boma, Songololo, Gbadolite, Beni, Kayilo (Maniema), Kindu, Kolwezi, Mutshatsha, Goma, Kalemie e Muanda. Il giornale non diffonde i dati relativi alle percentuali dei candidati, rispettando i numerosi appelli della Commissione elettorale indipendente (Cei) al silenzio perché le liste compilate non vengano confuse con i risultati provvisori. Questi saranno annunciati dalla stessa Cei una volta che avrà raccolto e esaminato i risultati di tutti i centri dell’immenso territorio congolese. Più agenzie di stampa internazionale hanno però già riportato che in tre di questi 11 centri - Goma, Beni e Kindu – situati nell’est del paese (la zona più travagliata dalle guerre del 1996-97 e del 1998-2003), il presidente uscente Joseph Kabila è in vantaggio con l’87,7% dei voti. Queste tendenze, seppure ancora parziali, sembrerebbero confermare le previsioni di voto che prefiguravano una ‘divisione’ dell’elettorato in due, con un forte sostegno a Kabila nell’Est e una preferenza per Jean-Pierre Bemba (ex-capo ribelle e ricco uomo d’affari) nell’Ovest del paese e in particolare nella capitale Kinshasa, dove si era già autoproclamato in testa poco dopo il voto. Le operazioni di compilazione dei risultati potranno richiedere più del termine previsto di una settimana, perché la mancanza di infrastrutture e di vie di comunicazione non ha ancora permesso a tutti i seggi (poco meno di 50.000) di inoltrare le schede verso i centri. La proclamazione ufficiale dei risultati è prevista il 20 agosto, mentre chi vorrà presentare eventuali ricorsi avrà 10 giorni di tempo. Il ballottaggio, se sarà necessario, si terrà il 29 ottobre.
CIAD 8/8/2006 17.42
DEBY SI INSEDIA PER LA TERZA VOLTA ALLA PRESIDENZA
Al potere dal 1990 con un colpo di Stato, dopo la vittoria scontata alle elezioni del 3 maggio - boicottate dall’opposizione - il presidente Idriss Deby ha inaugurato oggi a N’Djamena il suo terzo mandato alla presenza di diversi capi di Stato africani, incluso il suo omologo sudanese Omar el-Beshir, con cui nei mesi scorsi si era duramente confrontato dando vita a una grave crisi diplomatica. Come da prassi, dopo la lettura della sentenza della Corte Costituzionale che lo ha proclamato vincitore dello scrutinio con il 64% dei suffragi, Deby ha giurato di “preservare, rispettare, fare rispettare e difendere la Carta nazionale e le altre leggi”, nonché di adempiere “con lealtà” all’esercizio delle sue funzioni. Ha in seguito preso la parola promettendo di iniziare il suo nuovo mandato “sotto il segno del sociale”, per garantire “un’abitazione degna per tutti, l’accesso all’energia e all’acqua potabile, la riduzione della disoccupazione e una rivalorizzazione del salario minimo”, oltre che a gestire “nella trasparenza più totale” le risorse petrolifere del paese. Deby ha anche lanciato un appello “al patriottismo” rivolto all’opposizione, che ha disertato il “dialogo politico” iniziato il 28 luglio con la partecipazione di 54 partiti giudicandolo “incompleto” a causa dell’esclusione della società civile e dei gruppi ribelli dell’est, protagonisti della fallita offensiva del 13 aprile scorso contro N’Djamena.
AFRICA 8/8/2006 20.09
CIAD E SUDAN SI IMPEGNANO A RIAPRIRE AMBASCIATE E FRONTIERE
I presidenti ciadiano Idriss Deby e sudanese Omar el-Beshir hanno annunciato oggi da N’Djamena l’immediata riapertura delle loro ambasciate nei rispettivi paesi e della frontiera comune al termine di un mini-vertice con il colonnello libico Muhammar Gheddafi, il presidente di turno dell’Unione Africana (Ua), il capo di Stato congolese Dennis Sassou Nguesso e del presidente gabonese Omar Bongo. In una dichiarazione congiunta, letta alla conclusione dell’incontro, si legge che i governi di N’Djamena e Khartoum – da mesi opposti da una grave crisi diplomatica – “hanno preso l’impegno solenne di agire per il rafforzamento della pace tra i due Stati”; Deby, da parte sua, ha comunque sottolineato “la necessità di una forza neutra per sorvegliare i confini comuni”, teatro di frequenti incursioni dei movimenti ribelli ciadiani e sudanesi. Il riavvicinamento tra Ciad e Sudan, già sancito con un accordo a fine luglio, sarebbe dovuto culminare domani a Dakar, con un primo faccia-a-faccia tra Deby e Beshir sotto l’egida del presidente senegalese Abdoulaye Wade, indicato dalle due parti in causa come mediatore. Beshir ha invece anticipato i tempi partecipando all’inaugurazione del terzo mandato presidenziale di Deby, avvenuta oggi a N’Djamena, ma secondo Wade entrambi saranno comunque presenti domani in Senegal.
Scontro tra esercito e ribelli, sale la tensione in Congo
[Avvenire] Truppe fedeli al generale ribelle Laurent Nkunda si sono scontrate con l'esercito congolese in una città del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Almeno un soldato governativo è rimasto ferito. La sparatoria è avvenuta nella città di Sake, seminando il panico tra gli abitanti della regione che ora temono un'avanzata delle truppe di Nkunda verso la capitale della provincia, Goma, situata 20 km a est di Sake.
Con i combattenti di Nkunda e la Nona brigata dell'esercito appostati nella stessa città, la tensione rimane alta. «Le truppe delle Nazioni Unite pattugliano la città per prevenire scontri ulteriori - ha detto Jacqueline Chenard, portavoce Onu nel nord Kivu - tuttavia sparatorie isolate continuano sulle colline circostanti». Nella Repubblica Democratica del Congo domenica si sono tenute la prime elezioni libere dopo 40 anni, che si spera cementino la pace dopo la guerra del 1998-2003. Nkunda, che appartiene al gruppo etnico dei Tutsi presente in Ruanda, Burundi e Congo, è soggetto a un mandato di cattura internazionale emesso dal governo congolese per atrocità commesse contro la popolazione civile nel 2004.
UGANDA 9/8/2006 14.54
GOVERNO PONE TERMINI PER ‘CESSATE-IL-FUOCO’ CON RIBELLI LRA
L’esecutivo di Kampala ha posto alcuni termini per la cessazione delle ostilità con i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) che dovrebbero essere presentati oggi nel corso dei negoziati tra le parti a Juba, capitale del Sud Sudan. Lo riferisce il quotidiano filo-governativo ‘New Vision’, precisando che tra questi figura la creazione di una squadra di monitoraggio del ‘cessate-il-fuoco’, presieduta dal Sudan, che dovrebbe comprendere rappresentanti dello Lra, delle forze armate ugandesi (Updf) e del Movimento di liberazione popolare del Sudan (Splm, l’ex-ribellione sud sudanese), oltre ad esponenti della comunità internazionale. Sempre secondo la ‘bozza di agenda’, i combattenti dello Lra dovrebbero accettare di radunarsi e concentrarsi in luoghi designati dove saranno assistiti dal Programma alimentare mondiale dell’Onu, dimostrando così di avere ricevuto l’ordine di sospendere la lotta armata e le vessazioni sui civili. “Un cessate-il-fuoco’ deve avere regole precise, non possiamo accoglierne uno dato per radio. Il dialogo deve andare avanti fino al raggiungimento di un accordo più ampio” ha ribadito Robert Kabushenga, portavoce del governo, riferendosi all’annuncio unilaterale della sospensione delle ostilità giunto dallo Lra venerdì scorso. Il presidente Yoweri Museveni ha intanto inviato una lettera al suo omologo sud sudanese Salva Kiir chiedendogli un suo pronunciamento sui colloqui di Juba, ma non sono stati resi noti altri particolari.
AFRICA 10/8/2006 8.41
CIAD-SUDAN, RINVIATO VERTICE DI DAKAR
È stato rinviato ‘sine die’, e senza neanche troppe spiegazioni, l’incontro previsto a Dakar, in Senegal, tra il presidente del Ciad Idriss Deby e il suo omologo sudanese Omar el-Beshir. Il faccia-a-faccia era stato stabilito la scorsa settimana dal presidente senegalese Abdoulaye Wade, nominato ‘facilitatore’ dall’Unione africana (Ua). Lo riferiscono fonti giornalistiche internazionali citando fonti ben informate che sembrerebbero confermare le riserve sull’incontro emersa già ieri sera dopo che i due capi di stato avevano annunciato l’immediata ‘normalizzazione delle loro relazioni diplomatiche ed economiche’ al termine di un mini-vertice a N’Djamena organizzato dal colonnello libico Muhammar Gheddafi, presidente di turno dell’Ua. “Per quel che so, i due capi di stato non hanno rinviato l’incontro. Mi hanno detto ‘A domani’ alla mia partenza” aveva detto Wade, aggiungendo a commento dell’inatteso annuncio: “sapevo che c’erano alcune manovre”. Il governo del Ciad aveva rotto i rapporti diplomatici con Khartoum dopo il fallito attacco del ‘Fronte unito per il cambiamento democratico’ (Fucd) contro la capitale del 13 aprile scorso, ritenendo il Sudan responsabile di sostenere e finanziare i ribelli nell’est, a ridosso del Darfur. Khartoum a sua volta ha spesso accusato il Ciad d’appoggiare i movimenti armati attivi nella sua regione occidentale teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze
SUDAN 10/8/2006 13.18
DARFUR: "ACCORDO DI PACE NON HA FERMATO LE VIOLENZE"
Gli accordi di pace firmati lo scorso maggio, tra il governo sudanese e il principale movimento ribelle attivo in Darfur (Esercito di liberazione del Sudan, Sla), non hanno fermato le violenze, le razzie e gli omicidi contro i civili che si trovano nella regione occidentale del Sudan. La denuncia viene dall’Alto Commissario Onu per i diritti umani che ha redatto un rapporto di 20 pagine in cui si afferma che “attacchi di miliziani e di fazioni ribelli continuano con la stessa intensità, soprattutto nel Darfur settentrionale e in quello meridionale” due degli Stati che compongono l’omonima regione. L’Onu afferma che i ‘janjaweed’, i miliziani ritenuti vicini a Khartoum, continuano ad attaccare i villaggi con l’appoggio, almeno in un’occasione, delle forze governative: “Questi attacchi sfociano in torture, omicidi e stupri, e provocano nuovi flussi di sfollati”. Nel documento si segnalano anche scontri tra miliziani e ribelli e tra diverse fazioni ribelli, ma si riconosce anche che i combattimenti tra l’esercito di Khartoum e l’Sla (gli unici due firmatari dell’intesa) si sono effettivamente ridotti. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani ha chiesto al governo di sudanese di “disarmare le milizie (janjaweed) e di proteggere la sicurezza fisica di tutti gli abitanti del Darfur dispiegando forze di polizia e giudiziarie credibili, capaci e professionali”. Ha inoltre chiesto che le autorità investighino sul preoccupante aumento di violenze sessuali su donne e ragazzine. Oggi l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sudan, Jan Pronk si è rivolto a governo di Khartoum affinché accetti un piano di compromesso per il disarmo dei janjaweed. “Non chiediamo al governo di rinunciare al suo piano e di presentarne un altro - ha detto Pronk - ma solo che tenga in seria considerazione i nostri suggerimenti”. La proposta a cui si riferisce l’inviato e quella di un ‘piano unificato’, cioè che il disarmo sia condotto congiuntamente dall’Onu, dall’Unione Africana, dal governo di Khartoum e dall’Esercito di liberazione del Sudan.
SUDAN 11/8/2006 1.10
DARFUR: MANCANO I SOLDI PER FINANZIARE MISSIONE AFRICANA
“Abbiamo soldi sufficienti a pagare gli stipendi solo fino alla metà di ottobre”: lo ha detto il portavoce dell’Unione Africana (Ua) riferendosi allo stato delle finanze destinate a sostenere la missione di osservazione dispiegata dall’Ua in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze che hanno causato una grave crisi umanitaria. Il portavoce dell’Ua ha spiegato che i 160 milioni di euro messi a disposizione della missione africana in Darfur nel corso di una recente conferenza dei donatori servono per coprire le spese (40 milioni di euro al mese, prevalentemente in stipendi per i 7000 uomini che la compongono) fino a metà ottobre. Non è la prima volta che l’Ua denuncia una carenza di fondi per la missione in Darfur e in altri due casi l’Onu e i donors si sono mobilitati a sostegno dell’organismo panafricano. In realtà, le difficoltà economiche sono uno dei motivi che recentemente hanno spinto Ua e Onu ad adoperarsi perché la missione passi sotto l’egida del Palazzo di Vetro. Una possibilità che però vede la ferma opposizione del governo sudanese. “Se l’Unione Africana deve lasciare perché non ha fondi sufficienti e le Nazioni Unite non vengono autorizzate a intervenire…avremo un vuoto” ha detto l’inviato speciale di Kofi Annan in Sudan, Jan Pronk. Nonostante l’accordo siglato lo scorso maggio tra due dei principali protagonisti della guerra in Darfur, la situazione nella regione occidentale sudanese è tornata negli ultimi mesi a farsi estremamente instabile e preoccupante.
REPUBBLICA DEL CONGO 12/8/2006 7.43
ANCORA UN RINVIO PER PROCESSO CONTRO ATTIVISTI ANTI-CORRUZIONE
(MISNA)È stato nuovamente rinviato, per la seconda volta consecutiva, l’avvio del processo nei confronti di due attivisti anti-corruzione e per i diritti umani della Repubblica del Congo, arrestati e incarcerati dal 7 al 29 aprile scorso con l’accusa di appropriazione indebita di fondi. Lo hanno fatto sapere fonti locali, precisando che il procedimento contro Christian Mounzéo e Brice Mackosso (che doveva avere luogo la prima volta il 25 luglio scorso salvo essere rinviato al 29 agosto) è stato nuovamente spostato al 24 ottobre prossimo. Non sono state ancora spiegate le ragioni di questo nuovo rinvio, ma numerose organizzazioni non governative e associazioni della società civile accusano il governo di voler evitare che si dibatta pubblicamente dell’utilizzo che viene fatto dei fondi derivanti dalla vendita di petrolio, le vere cause dell’arresto e del processo contro Mounzéo e Mackosso; quest’ultimo è anche il segretario esecutivo della Commissione giustizia e pace dei vescovi congolesi. I due coordinatori della sezione congolese della coalizione internazionale ‘Publiez ce que vous payez’ – un gruppo di organizzazioni civili e religiose che conducono una campagna per una maggiore trasparenza nella gestione delle risorse dell’industria petrolifera – sono accusati di aver sottratto fondi dalle casse di un’organizzazione umanitaria locale di cui almeno Mounzéo faceva parte. Secondo alcune delle ong componenti la ‘Publiez ce que vous payez’, le autorità di Brazzaville starebbero usando il processo per ostacolare il lavoro degli attivisti nella promozione della lotta contro la corruzione e del buon governo.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 12/8/2006 16.24
ELEZIONI: CONFERENZA EPISCOPALE, “RISPETTARE LA VOLONTÀ DEL POPOLO”
(PIME) “Il popolo si è pronunciato; la sua volontà deve essere ascoltata! Nessun individuo o istituzione, nazionale o internazionale, può ignorare la volontà del popolo” : è quanto si legge in un nuovo messaggio della Conferenza episcopale congolese (Cenco) dal titolo “La pace nella verità delle urne” diffuso oggi. I vescovi chiedono che le operazioni di scrutinio del voto del 30 luglio “si svolgano in tutta trasparenza e senza omissioni, perché sia conosciuta la verità delle urne”. Rallegrandosi per la “maturità e lo spirito democratico” dimostrato dal popolo congolese in questa sua prima esperienza elettorale, la Cenco prende atto anche della “segnalazione di tentativi di manipolazione, trucchi e meccanismi di frode” e dice di stare esaminando attentamente i rapporti dei gruppi di osservatori elettorali. “La Cenco condanna qualunque tentativo di organizzare il potere politico in modo diverso dalla verità delle urne” si legge ancora nel messaggio firmato dal cardinale Frédéric Etsou, arcivescovo di Kinshasa, da monsignor Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kisangani e presidente della Cenco, e da monsignor Théodore Tshibangu Tshishiki, vescovo di Mbuji-Mayi e vice-presidente della Conferenza episcopale. I prelati invitano coloro che saranno eletti ad agire come “soggetti in grado di rappresentare tutto il paese, che abbiano a cuore il nuovo Stato del Congo e con il solo scopo di perseguire l’interesse superiore della nazione e il rafforzamento dell’unità nazionale”. Riguardo alle forze politiche che non si aggiudicheranno queste elezioni, esse sono chiamate a contribuire al governo del paese “con tutti i mezzi legali riconosciuti all’opposizione politica dalla Costituzione” al fine di preparare “l’alternanza politica per l’avvenire” e “consolidare la cultura democratica”. Infine, la Cenco chiede di “evitare, in qualunque circostanza, reazioni e atti violenti” e invita “tutte le parti a rispettare la legge e le procedure legali per la rivendicazione dei loro diritti”.
OPERAZIONI DI SOCCORSO SEMPRE PIÙ A RISCHIO
E nel silenzio il Darfur cammina verso la catastrofe
(Avvenire) La crisi in Medio Oriente e l'incombere del terrorismo hanno oscurato la tragedia in atto nel Darfur, la più grave emergenza umanitaria su scala mondiale. Stando a fonti delle Nazioni Unite, il numero delle persone coinvolte nel conflitto che insanguina le lande semidesertiche del Sudan Occidentale ha ormai superato i tre milioni e mezzo di unità, pari a metà dell'intera popolazione che abitava la regione prima dell'inizio delle ostilità, nel febbraio del 2003. E come se non bastasse, la situazione generale sta continuando a deteriorarsi. In particolare "lo scorso luglio è stato in assoluto il mese peggiore dall'inizio del conflitto in termini di attacchi agli operatori e svolgimento delle operazioni di soccorso. Otto operatori umanitari di nazionalità sudanese sono stati brutalmente uccisi": così si legge in un comunicato diramato da quattro organizzazioni non governative - Care International, Oxfam, World Vision e International Rescue Committee.
E in questo inferno di dolore la violenza è paradossalmente aumentata nei campi profughi che ospitano due milioni e mezzo di persone da quando un impopolare accordo di pace è stato firmato in maggio. Secondo autorevoli fonti indipendenti, un paio di settimane fa le truppe di Khartoum, appoggiate dai famigerati janjaweed (miliziani a cavallo), hanno attaccato gli uomini del Justice and Equality Movement (Jem) e altri gruppi ribelli nella zona di Jebel Moon. Sta di fatto che la vita di coloro che popolano questa remota periferia africana - vasta quanto la Francia - dipende strettamente dalle agenzie umanitarie, non solo nei campi ma anche nei villaggi più remoti. La sensazione, inutile nasconderselo, è che manchi la volontà politica di risolvere una crisi nella quale sono in gioco interessi che vanno ben al di là della tradizionale contrapposizione tra le forze ribelli e il governo centrale sudanese. C'è chi intravede dietro le quinte interessi legati al petrolio: nel sottosuolo del Darfur vi sarebbero infatti consistent i giacimenti petroliferi. A comunicarlo ufficialmente, nell'aprile del 2005, fu lo stesso ministro dell'energia sudanese Awad al-Jaz. Come se non bastasse, da ottobre l'Unione Africana non avrà più soldi per pagare stipendi ed equipaggiamenti ai 7mila soldati che vegliano - per modo di dire, visto il diffuso stato di anarchia - sulla tregua ormai violata. Lo ha riferito il portavoce della stessa Ua, Noureddine Mezni, alla conferenza plenaria di luglio con i donatori che si sono impegnati a versare 181 milioni di dollari per la missione. "Cifra sufficiente a coprire le spese fino a metà ottobre", ha spiegato Mezni, precisando che l'Unione Africana spera in un ulteriore finanziamento.
Nel frattempo il governo di Khartoum, con la complicità della Lega Araba e della Cina, continua a respingere decisamente ogni "interferenza" della comunità internazionale nella disastrosa crisi umanitaria. Il rifiuto di un eventuale intervento dei caschi blu dell'Onu al posto delle forze Ua, la dice lunga. Molto dipenderà dall'abilità di Kofi Annan che ha il difficile compito di creare consensi per un rafforzamento delle forze di pace previste nel piano d'intervento africano. Il rispetto dell'agenda dei diritti umani nel Darfur sembra essere l'ultima delle preoccupazioni per certe grandi potenze che valutano l'altrui sofferenza con spietato cinismo.
Khartoum is dishonoring the CPA
(ICC August 11, 2006) In his address to the jubilant mammoth crowd in Naivasha, Kenya following the signing of the security arrangement protocol in 2003 which separates the SPLA from the SAF during the six years interim period, the late SPLA leader Dr. John Garang said and I quote, "No gentlemen from Khartoum will come to Juba this time and say that the South Sudan parliament is dissolved because the SPLA as a guarantor will protect it."
In fact the late Dr. Garang was referring to the Addis Abba Agreement which president Nimeiri abrogated while the poor Southerners watched helplessly without doing anything because they did not have army of their own. The Any Nya forces were absorbed into the Sudan armed forces which made it impossible to react accordingly. Garang assured the Southerners that the SPLA will protect the interest of the Southerners in the CPA during the interim period.
This time round the gentlemen from Khartoum are not doing it the Nimeiri method but they are doing it in their own astute manner. In fact they graduated from the same Nimeiri School of Dishonoring agreements and in addition, have watched their former boss do it. Now they have perfected the art and any fools should not be forced into believing that the guys are not way above their boss in perfection.
The method this time round is not telling the Southerners that South Sudan parliament is dissolved but rather it is the refusal to implement key protocols in spirit and letter. For instant, the Abyei protocol has been refused being implemented - Abyei Boundaries Commission (ABC) has been rejected by the National Congress Party and Abyei Administration has not been formed. South-North boundary as of January 1956 is on the verge of being discarded.
The dishonoring of the CPA one by one began with the allocation of the ministries during the formation of the government of national unity. Under the power sharing protocol, the ministries are classified into three categories: there are 9 sovereignty ministries, 10 economy ministries and 11 service ministries. The SPLM was supposed to get 3 sovereign ministries, 3 economy ministries and 4 service ministries.
Instead of that, the SPLM ended up with less powerful ministries. In the sovereignty cluster, the SPLM was given the ministry of foreign affairs but went to a gentleman the majority of Southerners considered as not representing their interests as seen by sharp criticism in the way the minister handled the Darfur problem, Southern Sudanese Massacre in Egypt and many other incidents the minister has been seen as not speaking on their behalf.
On the economy dockets, the energy fiasco is the biggest of all that that showed a huge lack of faith on the side of the NCP to implement the CPA in spirit and letter. The SPLM claimed that they should take energy ministry because the NCP was taking the finance docket as the two departments are the backbones of the country’s economic power. The NCP did not listen to the words of the good SPLM negotiators. Feared about taking their constituents back to war or whatever might have been their reason of giving up, the SPLM negotiators finally relinquished their bid and the NCP scheme succeeded.
All the ministries given to the SPLM have either been tactfully split into two or three or are less powerful and useless. That was actually the shooting of salvo to test if their partners are strong enough to twist arms with or to see if they have the teeth of a crocodile but they instead (SPLM) showed the Nile Perch teeth and later on cried with crocodile tears.
What if the SPLM/SPLA had gone to war over the energy ministry? Did it deserve going back to war? Yes of course, it deserves going back to war because the energy ministry holds the keys to economic power. Economic power is everything. Political power can not work without economic power. In fact, even trying diplomacy such as going back to IGAD would have worked out. In fact, it is a spillage of milk but we should not forget where we went wrong - a grave mistake - the beginning of our fall that gave our opponents a chance to stage other schemes against us.
One of the other (NCP’s) schemes apart from refusing to implement key parts of the protocols is to run the corruption syndicates to implicate the best to do in the corruption and get the public to lose faith in them and force them to leave( The last issue of Sudan Today speaks volume). Another one is to deprive the GoSS ministries of funds as much as possible to paralyze the running of South Sudan so that the Southerners will appear incompetent to rule themselves --- resulting in no independence in 2011.Part of the scheme is bribing the ones trying to be active and make things work to sit back or if they do not heed that, you threaten them with death. By doing that no development will happen and the people will not get the fruits of the CPA which are construction of hospitals, roads, schools, airports, waterways, bridges, agriculture development - mechanization of farming methods to increase food production, both local and foreign investments and refugees return you name them.
The other part of the scheme is to make it impossible for the SPLA to be transformed into a formidable conventional and professional army that has every thing to make defense and offense more than the ability it has during the guerilla time. This is seen in the way the SPLA soldiers are not being given their regular salaries and some special treatment as their counterparts.
Further more, the old tactic of divide and rule plays its greatest role as ever. Southern ethnic based militias are being developed everywhere in Southern Sudan to give way to violence instead of peace and development. Southern ethnic groups are being instigated against each other so that they engage in conflict so that they do not get a common ground to decide their fate in 2011.
It does not need a rocket scientist to discover that the Sudan Islamist government accepted the agreement to give them time and space to prepare for big offensive or as a way to open a new front. For sure the new front now is discarding the agreement one by one. If the South - North border is not being implemented, how will the South decides her destiny in 2011? NCP does not want the areas that belonged to South Sudan as of January 1956 to be part of South Sudan because they contained oil. This is the reason of trying not to consider the issue of border in the Machakos protocol.
My question is how long will the SPLM/SPLA remain passive to take action against such serious violation of the Comprehensive Peace Agreement? Their diplomatic effort such as going to Washington and talking about the slow or rather stagnant stage the CPA has reached is appreciated. It can effectively help but while doing that we need the language which the NIF can understand. South Sudan must fight both on diplomacy, defense and on offense against such an attempt by the Islamic Arab Elite Club to dishonor the CPA
Darfur crisis forgotten
KHARTOUM (Worldnews) Is Darfur the world’s latest forgotten crisis? A May peace deal signed by only one of three negotiating rebel factions and rejected by tens of thousands of people in Sudan’s vast west has given the world an excuse to remove the conflict from top foreign policy priorities, analysts say.
“The signing of the peace agreement unfortunately took a lot of effort from large parts of the international community and very little after that in terms of monitoring, pushing for implementation and holding parties accountable,” said Dave Mozersky, Sudan analyst for the International Crisis Group.
But what the world has agreed to call peace, still looks very much like war.
In July Darfur saw the bloodiest month for the world’s largest aid operation since the conflict began 3-1/2 years ago with eight humanitarian workers killed. Access to the 3.6 million dependent on aid is at its lowest ever level.
Government planes are again bombing rebel factions who rejected the deal, UN officials say. Rebel leader Minni Arcua Minnawi, who signed the accord, is accused of torturing his opposition, and other rebels have factionalised. A new alliance has declared renewed war with the government.
UN emergency relief coordinator Jan Egeland said in Geneva on Thursday: “It is going from really bad to catastrophic in Darfur.”
Khartoum denies the security situation has deteriorated since the May accord and says implementation of the deal is going well, though key elements are yet to be decided.
A government plan to disarm militias blamed for atrocities in Darfur has not been made public. Sudan has not agreed to allow UN peacekeepers into the country to replace AU troops who have been unable to stem the violence and who have now become the targets of angry and frustrated Darfuris.
Washington usually focuses on Sudan as one of few issues to unite its far right and far left lobbies. Concerns from slavery to the persecution of Christians by Sudanese government all attract editorials in major US newspapers.
But the most active US policymaker on Sudan, US Deputy Secretary of State Robert Zoellick, resigned in June and Washington has not responded to demands to appoint a special envoy for Africa’s largest country.
“A special envoy to Darfur will be saddled with a diplomatic failure. I suspect there is a reluctance to appoint any such envoy,” said actress Mia Farrow, a goodwill ambassador for UNICEF, who has visited Darfur twice since the crisis began.—Reuters
UGANDA 14/8/2006 18.48
ANNUNCIATA RIPRESA COLLOQUI DOPO LUTTO PER UCCISIONE CAPO RIBELLE
(MISNA) Il “Lord resistance army” (Lra, Esercito di resistenza del Signore) avrebbe intenzione di riprendere anche in forma diretta i colloqui con il governo di Kàmpala ma anziché oggi, come previsto la settimana scorsa, soltanto dopo tre giorni di lutto per la morte del suo “numero 3” - Raska Lukwiya, uno dei cinque uomini dello Lra incriminati dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) – ucciso in uno scontro con la brigata 509 dell’esercito ugandese, in una località a nord di Kitgum. “ Abbiamo accettato di continuare – ha detto all’agenzia di stampa francese Afp il portavoce dei ribelli Obonyo Olweny – perché non vogliamo essere accusato di averli fatti fallire”. I colloqui si svolgono a Juba, in Sud Sudan, con medizione sudanese.
Congo: Kabila in testa elezioni
Ha ottenuto oltre 50% dei voti, scrutinati quasi meta' seggi
(ANSA) - KINSHASA, 14 AGO - Joseph Kabila e' in vantaggio nei risultati delle elezioni presidenziali del mese scorso con quasi la meta' dei seggi scrutinati. Il presidente congolese uscente ha ottenuto, infatti, oltre il 50 % dei voti. Jean Pierre Bemba, ex leader ribelle e ora vice presidente, e' al secondo posto con il 16,6 %, secondo i risultati preliminari di 78 dei 169 collegi. Nei conteggi non sono stati inclusi i voti della capitale Kinshasa dove Kabila e' largamente impopolare.
http://www.time.com/time/covers/1101041004/photoessay/
:rolleyes:
Sudan combattera' Onu in Darfur
Presidente el-Beshir, ci opporremo come Hezbollah a Israele (ANSA) - ROMA,15 AGO - Il presidente sudanese dichiara che se l'Onu dispieghera' una forza di pace nel Darfur, il Sudan la combattera' come Hezbollah contro Israele. 'Siamo determinati a vincere qualsiasi forza straniera che entrera' nel Paese - afferma Omar el-Beshir - come Hezbollah ha vinto le truppe israeliane'. Una forza Onu dovrebbe dispiegarsi entro la fine dell'anno nel Darfur, in preda a una sanguinosa guerra civile, sostituendosi a una missione dell'Unione africana, mal equipaggiata e scarsamente finanziata.
:Puke: :Puke: :Puke: :Puke: :Puke: :Puke: :Puke:
SUDAN 16/8/2006 8.59
PREVISTA PER VENERDI’ RIPRESA DEI COLLOQUI DI PACE NEL NORD UGANDA
(PIME) Indossando abiti listati a lutto per la morte del numero tre del “Lord resistance army” (Lra, Esercito di resistenza del Signore), i ribelli di Joseph Kony hanno annunciato che i colloqui di pace con il governo di Kàmpala potranno riprendere venerdì. “Abbiamo presentato la nostra proposta per la fine delle ostilità e ora ci ritiriamo per vegliare il nostro comandante, ma torneremo venerdì” ha detto Martin Ojul, portavoce dello Lra, ai giornalisti che lo attendevano sulla porta di un albergo di Juba, in Sudan, sede dei colloqui. I lavori delle due delegazioni, dopo una sospensione parziale della settimana scorsa, in cui avevano comunque avuto luogo contatti bilaterali, avrebbero dovuto riprendere lunedì, ma nel fine settimana, in uno scontro con l’esercito ugandese, è stato ucciso, in una località a Nord di Kitgum, Raska Lukwiya, uno dei cinque capi dei ribelli incriminati dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi). Secondo Steve Bloomfield, ‘Africa correspondent’ del quotidiano inglese “The Indipendent”, i colloqui potrebbero concludersi in modo positivo entro un mese; Bloomfield rileva che anche gli osservatori inizialmente più scettici sono ora ottimisti sulla possibilità che siano ormai vicini a concludersi i 19 anni di guerriglia dello Lra contro il governo di Kampala, durante i quali il nord Uganda è stato un tragico campo di continue razzie e violenze d’ogni genere.
CIAD
[PIME] Il presidente Idriss Deby Itno, investito per un terzo mandato lo scorso 8 agosto, ha operato un rimpasto di governo nominando 15 nuovi ministri tra cui Kassiré Coumakoye e Brahim Koulamallah, due candidati sconfitti alle presidenziali del 3 maggio. Riconfermati invece il primo ministro Pascal Yoadimnadji e altri 12 capi di dicasteri.
SUDAN 16/8/2006 17.52
DARFUR: RICORRE IN APPELLO IL MEDIATORE SLOVENO CONDANNATO PER SPIONAGGIO
( MISNA )La difesa di Tomo Kriznar - l’inviato speciale del presidente sloveno in Darfur per mediare nella crisi della regione – ha depositato oggi di fronte al tribunale di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale (uno dei 3 stati che compongono l’omonima regione occidentale sudanese), il ricorso in appello contro la sentenza a due anni di prigione emessa lunedì scorso dalla Corte che lo ha giudicato colpevole di “spionaggio” e di “ingresso illegale nel paese”. La MISNA lo ha appreso da fonti locali, le quali hanno precisato che secondo l’avvocato difensore, Mohammed Madjub, vi sono buone probabilità che la condanna a Kriznar venga ampiamente ridotta in appello, visto che la procura non avrebbe presentato prove sufficienti a suffragare l’accusa di spionaggio. Intanto il ministero sloveno ha fatto sapere che nei prossimi giorni dovrebbe arrivare a El Fasher l’ambasciatore di Lubiana in Egitto che resterà in Darfur per tutta la durata del processo in appello. In una nota, diffusa poco dopo la sentenza di lunedì scorso, l’ufficio del presidente sloveno Janez Drnovsek ha detto di aspettarsi che Kriznar venga graziato. Arrestato il 19 luglio scorso perché in possesso di un visto non valido per entrare in Sudan, l’inviato speciale del presidente sloveno in Darfur era stato successivamente accusato anche di spionaggio e diffusione di informazioni false e tendenziose. Secondo l’accusa, Kriznar si trovava in Darfur sin dallo scorso aprile, dopo essere entrato ‘clandestinamente’ (ovvero senza alcun visto valido) passando dal Ciad e sarebbe rimasto a lungo in Darfur muovendosi per tutta la regione, scattando fotografie, registrando filmati e scrivendo articoli contrari al governo sudanese. Secondo l’agenzia di stampa sudanese ‘Suna’, l’accusa avrebbe sequestrato a Kriznar “quasi 5000 foto e alcuni articoli diffusi via internet nei quali avrebbe accusato Khartoum di attaccare regioni e villaggi utilizzando aerei da guerra”. Dall’inizio del 2006 la presidenza slovena è intervenuta in qualità di mediatore nella crisi del Darfur, presentando anche un piano in 16 punti per mettere fine alle violenze tra i gruppi ribelli e le autorità di Khartoum. A fine maggio una delegazione dei movimenti combattenti del Darfur si era recata a Lubiana per incontrare i mediatori dell’Unione Africana (Ua) impegnati a convincerli a siglare l’accordo raggiunto ai primi di maggio tra Khartoum e il principale gruppo ribelle attivo nel conflitto esploso all’inizio del 2003 nella vasta regione occidentale sudanese al confine col Ciad
UGANDA 16/8/2006 18.26
VERTICI RIBELLI LRA CONFERMANO RIPRESA NEGOZIATI
[PIME ]Ha ribadito l’impegno dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) a ottenere una pace col governo ugandese, Vincent Otti, il numero due del movimento che per 20 anni è stato protagonista di razzie e violenze nei distretti settentrionali ugandesi. In un’intervista all’emittente britannica ‘Bbc’ realizzata oggi, Otti ha assicurato che la delegazione del Lra riprenderà venerdì prossimo i negoziati in corso a Juba, in Sud Sudan, nonostante le notizie di nuovi scontri tra reparti dell’esercito ugandese ed elementi della ribellione. Dopo l’uccisione avvenuta sabato scorso di Raskia Lukwiya - uno dei cinque capi dei ribelli incriminati dalla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) – oggi un portavoce dell’esercito ugandese ha fatto sapere che in uno scontro avvenuto lunedì nel nord dell’Uganda sono stati uccisi un comandante minore del movimento, Reagan Akena, e tre ribelli che si trovavano con lui. Otti ha comunque ribadito ai microfoni del programma ‘Focus on Africa’ la tregua decretata dal Lra, avanzando al contempo la richiesta di un intervento del Sudafrica nella mediazione. “Sono riusciti a risolvere il conflitto in Burundi e se possibile potrebbero venire a risolvere anche il conflitto tra l’Lra e il governo ugandese” ha detto Otti alla radio, riferendosi all’esperienza sudafricana in materia di mediazione di conflitti africani. Il numero due del Lra, nonché fedele braccio destro del fondatore Jospeh Kony, ha poi ribadito le accuse di parzialità avanzate da giorni nei confronti di Riek Machar, il vice presidente del Sud Sudan (organizzatore dei colloqui in corso), considerato “non neutrale”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 17/8/2006 3.17
ONU: DOPO LE ELEZIONI, NON LASCIAMO IL PAESE SENZA AIUTI
[MISNA] La comunità internazionale ha finora stanziato solo un terzo dei fondi necessari per affrontare la crisi umanitaria in Congo; lo afferma l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari (Ocha) che a febbraio ha chiesto 668 milioni di dollari per assicurare cibo, acqua potabile, educazione e sanità a milioni di congolesi ma ne ha ricevuti 236 milioni. “Malgrado il ragguardevole sforzo fatto dalla comunità internazionale per sostenere economicamente il processo elettorale congolese, come affrontare le crisi unitarie resta un serio motivo di preoccupazione” si legge in una nota dell’Ocha, che teme di non ricevere entro l’anno neanche la metà del denaro necessario per assistere 10 milioni di persone. Oltre 450 milioni di dollari sono stati spesi dai donors per finanziare lo svolgimento delle prime elezioni democratiche politiche e presidenziali in Congo. L’Ocha sottolinea la necessità di continuare a sostenere il paese anche nella sua lotta contro l’insicurezza alimentare e le malattie, ricordando che il tasso di mortalità infantile in Congo è 34 volte maggiore che nei paesi industrializzati e che, nonostante la fine delle ostilità belliche, nel paese ci sono ancora 1,6 milioni di sfollati interni.
SUDAN 17/8/2006 10.55
DARFUR: TENSIONI TRA UA E RIBELLI CHE NON HANNO FIRMATO ACCORDO DI PACE
[MISNA] L’Unione Africana (Ua) ha ordinato alle fazioni ribelli che non hanno firmato nel maggio scorso l’accordo di pace in Darfur di lasciare le basi dell’organismo panafricano nella regione occidentale sudanese, teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze che hanno causato una grave crisi umanitaria. Lo ha riferito Sam Ibok, capo negoziatore dell’Ua in Sudan e lo ha confermato Hamad Hassan Hamad del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), il più piccolo dei gruppi anti-governativi presenti in Darfur. “I membri del Jem sono stati invitati ad andarsene perché non stanno appoggiando l’implementazione della pace. Non c’era altra alternativa. Questo non significa che abbiamo perso la speranza che il Jem si unirà eventualmente al processo di pace ma dimostra che non abbiamo fondi e non possiamo ospitare persone che non stanno facendo nulla” ha spiegato Ibok, reiterando peraltro l’allarme per la mancanza di risorse economiche a disposizione della missione dell’Ua in Darfur. Il Jem ha replicato per bocca di un altro delegato, Mohammad Abbasher Ahmad, il quale ha avvertito che la decisione dell’Ua potrebbe riaprire il conflitto. “La riteniamo una dichiarazione di guerra, un ritorno sul campo dei combattimenti” ha detto Ahmad in un’intervista al quotidiano Akhbar al-Yawm. I movimenti che non hanno firmato l’intesa di pace siglata il 5 maggio scorso ad Abuja, in Nigeria, hanno dato vita nelle scorse settimane a una nuova alleanza denominata “Fronte di salvezza nazionale” (Nrf) che ha rivendicato il controllo dell’intero stato del Nord Darfur.
ANGOLA/REP. DEM CONGO [MISNA ]– Le autorità di Luanda hanno rafforzato la presenza di truppe al confine con la Repubblica democratica del Congo per timore di disordini in attesa della divulgazione dei risultati delle elezioni presidenziali e legislative svolte nell’ex-Zaire il 30 luglio scorso. “Una normale precauzione difensiva” l’ha definita l’ambasciatore angolano a Kinshasa João Batista Mawete, senza aggiungere altri particolari; secondo fonti Onu sarebbero quattro i battaglioni dell’esercito angolano dispiegati alla frontiera.
Sudan: UN Warns of Food Cuts for 6 Million People in Darfur
UN News Service
August 16, 2006
With food stocks running short, rations for 6 million people in Darfur could be scaled back as early as October unless funds are raised, the United Nations food agency warned today, calling on the international community to help the region's beleaguered population.
"While the news cameras are focused on the conflict in Lebanon, the situation in Sudan has quietly grown more dangerous and desperate than ever," said World Food Programme (WFP) Sudan Representative Kenro Oshidari. "As we continue to press for peace in Darfur, we must ensure that food aid gets to millions of hungry people trapped by violence."
In May, WFP was forced to cut food rations by half due to funding shortages. This time, unless $350 million in funds are raised, the agency could be forced to put beneficiaries on a reduced-calorie diet. "The minimum standard food basket represents some 2,100 calories per person. With such a diet one person can survive. If you reduce the calories the implication will be a slow degradation of the nutritional status ending ultimately with starvation," WFP spokeswoman Ellen Gustafson told the UN News Service.
The escalating violence has been another hindrance in getting food to nearly half a million people living in camps as the deaths of 11 relief workers has prompted concern by humanitarian actors working in the region.
"The safety of staff is crucial and we take great precautions to avoid dangerous situations," Mr. Oshidari said. The organization says it can limit the risk on the ground by moving staff by air only, advocating for a political solution and raising awareness of the dire conditions on the ground through the media."
The three-year conflict in Darfur between Sudanese government forces, pro-government militias and rebels has seen many thousands killed and more than 2 million forced to flee to camps. There have been widespread charges of civilian massacre, rape and other atrocities.
SUDAN 17/8/2006 21.04
BULLDOZER ABBATTONO SOBBORGO DI SFOLLATI SUDSUDANESI
[MISNA] La polizia di Khartoum ha sgomberato con la forza 12.000 sfollati sud sudanesi residenti in un insediamento fuori la capitale, distruggendo le loro case; lo ha denunciato la missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis) che ha chiesto al governo di “cessare immediatamente il trasferimento forzato e la distruzione” del sobborgo. Ieri mattina presto “migliaia di poliziotti pesantemente armati e alcuni mezzi blindati hanno circondato Dar al Salam, un’area a circa 40 chilometri fuori da Khartoum, e alle ore 8:00 un bulldozer ha iniziato a demolire centinaia di abitazioni, dando con un preavviso di meno di cinque minuti alle famiglie che erano all’interno” si legge in una nota dell’Unmis, in cui si precisa che gli eventi sono stati accertati da un team della missione stessa recatosi sul posto al momento dei fatti. Durante lo sgombero si sono uditi alcuni colpi di pistola, ma agli ufficiali dell’Onu è stato impedito di avanzare ed è stato poi intimato loro di andarsene, continua la nota. Secondo le informazioni raccolte dall’Unmis durante l’operazione ci sarebbero stati morti e feriti, inclusa la morte di un bambino. Quello di Dar al Salam è uno dei numerosi insediamenti intorno alla capitale tutt’oggi abitati da due milioni di profughi provenienti dal Sud Sudan, da dove sono fuggiti durante venti anni di conflitto conclusosi solo lo scorso anno con la pace siglata tra governo e ribelli dell’esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla). “Le Nazioni Unite sono profondamente preoccupate da quest’incidente, avvenuto nonostante le autorità e i residenti di Dar al Salam avevano sottoscritto un memorandum d’intenti in cui si stabiliva che le persone non sarebbero state trasferite fino a quando non si fosse trovato un nuovo luogo ritenuto accettabile da entrambe le parti” si afferma nella nota dell’Unmis, che sottolinea anche come questo non sia il primo caso di trasferimenti forzati da quando il terreno intorno alla capitale è aumentato di valore per la speculazione edilizia.
SUDAN 18/8/2006 7.29
DARFUR: IN 500.000 SENZA AIUTI A CAUSA DELL'INSICUREZZA
[MISNA] Quasi mezzo milione di sfollati presenti in Darfur, la remota regione occidentale del Sudan teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno, è tagliato fuori dalla distribuzione di aiuti alimentari d’emergenza a causa della crescente insicurezza: lo sostengono fonti dell'Onu, precisando che si tratta di quasi il 30% dell’intera popolazione di sfollati interni (stimati in circa 1.800.000) prodotti dal conflitto sudanese. “La nostra preoccupazione principale è che ci troviamo nel mezzo della 'stagione della fame', quella cioè che precede il raccolto e in cui il tasso di malnutrizione cresce, così come le malattie facilitate dalle precipitazioni” ha detto un portavoce del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam). Una preoccupazione condivisa anche dal coordinamento umanitario dell’Onu (Ocha): in una nota ha ribadito che attualmente gli operatori umanitari “stanno registrando il più basso livello di accesso alla regione dall’inizio del conflitto”. Sono settimane ormai che agenzie dell’Onu e organizzazioni non governative (ong) nazionali e internazionali lanciano l’allarme e appelli sul grave livello di insicurezza che si registra nella regione dove alle notizie di nuovi attacchi, di scontri tra diverse correnti dei movimenti ribelli o di combattimenti tra forze anti-governative ed esercito regolare, si sono andate sommando rapine, aggressioni e saccheggi ai danni degli operatori umanitari Onu e non. Basta dare un’occhiata ai rapporti che la missione Onu in Sudan pubblica quotidianamente per comprendere la portata del problema. “A Nyala il 15 agosto scorso, due uomini hanno attaccato il dipendente di una ong, rubandogli soldi e attrezzature…lo stesso giorno a Otash, il magazzino di un organismo Onu è stato svuotato da ignoti” precisa un bollettino del 17 agosto, mentre in quello del giorno precedente si legge: “un veicolo è stato assaltato a Shangil Tobayi (70 chilometri a sud di El Fasher, capoluogo dello stato del Darfur settentrionale) da uomini armati non identificati…uomini armati hanno fatto irruzione nel campo per sfollati di Riyad (a El Geneina, capoluogo dello Stato del Darfur meridionale) attaccando e picchiando i residenti”. Una situazione che ha portato già molti organismi Onu e grandi ong a sospendere i propri programmi o a ritirare da questa o quell’area il proprio personale, privando la popolazione locale dell’unico sostegno organizzato disponibile. Una situazione che rischia di essere ulteriormente aggravata anche dagli sviluppi negativi su un altro fronte, quello delle donazioni. L’Onu ha infatti denunciato che mancano all’appello 350 milioni di dollari per acquistare cibo per gli sfollati. Se questi fondi non verranno messi a disposizione nei prossimi mesi, le razioni di cibo di sei milioni di persone verranno ulteriormente ridotte.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 19/8/2006 15.46
DOPO ELEZIONI, RISULTATI ATTESI PER DOMANI
(MISNA) “Annunceremo i risultati nella serata di domenica, secondo il calendario prestabilito”: lo ha detto il primo consigliere della Commissione elettorale indipendente (Cei), Dieudonne Mirimo, riferendosi all’atteso verdetto delle elezioni presidenziali del 30 luglio scorso. In un’intervista rilasciata alla missione dei ‘caschi blu’ nella Repubblica democratica del Congo (Monuc), Mirimo ha precisato che la Cei “ha già pubblicato i risultati parziali di 107 circoscrizioni su 169 e terminato lo spoglio del 98,32% delle schede. Per quantro riguarda le elezioni legislative – ha aggiunto - siamo al 46% dello spoglio, quindi il lavoro sta proseguendo. A partire dalla prossima setimana saremo in grado di fornire dati provvisori per le singole circostrizioni”. Mirimo si è mostrato convinto nell’escludere la possibilità di disordini: “Non crediamo che avverranno perché annunceremo l’esito della volontà popolare...Fino ad oggi tutti i candidati hanno mostrato un atteggiamento positivo; ci sono stati alcuni problemi ma sono rimasti isolati e finora è andato tutto bene”. Il rappresentante della Cei ha ricordato che “la popolazione congolese ha atteso 41 anni per avere elezioni libere, democratiche e trasparenti. Ha anche atteso pazientemente per 16 anni di transizione, la transizione più lunga della storia dell’Africa. Invitiamo tuti alla calma e soprattuto facciamo appello a tutti, principalmente i candidati, ad accettare i dati, perché queste elezioni potranno permetterci di porre fine, una volta per tutte, alla crisi di legittimità che il nostro paese ha conosciuto per molti anni. Qualsiasi sia il risultato deve essere riconosciuto, ne va del futuro del nostro paese. Potremo così aprire un’altra epoca, quella della ricostruzione e dello sviluppo”.
DARFUR (SUDAN)
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SUDAN 19/8/2006 16.07
DARFUR: UE CHIEDE RISPETTO CESSATE-IL-FUOCO
(MISNA) “Profondamente preoccupato” dalla situazione in Darfur, l'Alto rappresentante europeo per la politica estera, Javier Solana, ha dato incarico al rappresentante speciale per il Sudan, Pekka Haavisto, di recarsi la prossima settimana nel paese africano nel tentativo “di evitare una recrudescenza della violenza” nella regione occidentale sudanese, teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno ancora irrisolto. Solana ha chiesto a tutte le parti coinvolte “di rispettare l’accordo per il cessate il fuoco” siglato il 5 maggio scorso ad Abuja, in Nigeria e di “consentire che il meccanismo di monitoraggio prosegua”. Il capo della diplomazia europea ha sottolineato che “il governo del Sudan dovrebbe aprire i negoziati ai non firmatari dell'accordo di pace del Darfur e questi ultimi dovrebbero aderirvi”. Solana ha anche ricordato che “la Ue sostiene pienamente gli sforzi dell’Unione Africana (Ua) e delle Nazioni Unite per conseguire, in stretto coordinamento, una transizione positiva, senza la quale nessuna soluzione realista alla crisi del Darfur è possibile”. Giovedì scorso i rappresentanti di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu una nuova bozza di risoluzione in cui si chiede l’autorizzazione al dispiegamento in Darfur di una missione di pace composta da almeno 17.000 ‘caschi blu’; un provvedimento finora costantemente osteggiato dal presidente sudanese Omar Hassan el-Beshir.
E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?
(Bob Dylan)
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
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21/8/2006 8.29
ELEZIONI PRESIDENZIALI: ANNUNCIATO BALLOTTAGGIO, SPARATORIE A KINSHASA
[MISNA] Il presidente Joseph Kabila e il vice presidente Jean-Pierre Bemba, entrambi uscenti e candidati nelle presidenziali del 30 luglio scorso, saranno ancora di fronte nel ballottaggio previsto per il 29 ottobre; in base ai risultati resi noti ieri dalla Commissione elettorale indipendente (Cei) e che la Corte suprema di giustizia (Cpj) dovrà convalidare al più tardi entro il 31 agosto, Kabila ha ottenuto il 44,81% dei voti e Bemba il 20,03, seguiti da Antoine Gizenga (13,06%), Nzanga Mobutu (4,77%), Oscar Kashala (3,46%), e altre due dozzine e più di candidati con percentuali entro il 3 %. Alle elezioni, le prime in oltre 40 anni, allestite a conclusione del processo di transizione cominciato nel 2003 dopo cinque anni di guerra, ha votato il 70,54% dei circa 25 milioni di aventi diritto (quasi 17 milioni). Mentre venivano resi noti i risultati – secondo alcune fonti sia prima sia subito dopo l’annuncio dei risultati dato in televisione dal presidente della Cei, padre Apollinaire Malu Malu, – si diffondevano anche notizie di scontri a fuoco nella capitale Kinshasa, per motivi e con una dinamica tutta da chiarire. Vi sarebbero tre vittime, tra cui un uomo di Bemba, uno di Kabila e un giapponese, oltre a una dozzina di feriti inclusi alcuni agenti di polizia; la missione dell’Onu (Monuc) ha posizionato alcuni veicoli blindati nelle strade di Kinshasa mentre colpi d’arma da fuoco continuavano a udirsi in nottata. E’ tuttora in corso lo spoglio – sarebbe intorno alla metà delle schede – per i 500 seggi del parlamento per i quali i candidati erano 9700.
SUDAN
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21/8/2006 13.25
NEGOZIATI PACE NELL’EST, RAGGIUNTO ACCORDO SU ‘SVILUPPO ECONOMICO’
Economia e Politica, Brief
[MISNA] Il governo di Karthoum e i ribelli del ‘Fronte orientale’ “hanno raggiunto un accordo su un’estesa iniziativa di sviluppo per il Sudan dell’Est” lo si apprende da una nota diffusa dai mediatori eritrei impegnati nel processo di pace tra le due parti. L’accordo è stato annunciato ieri alla vigilia della ripresa, oggi ad Asmara, della quarta fase dell’incontro negoziale. Se questo nuovo incontro sarà focalizzato sulle questioni militari e di sicurezza, nei precedenti colloqui le parti hanno messo a punto intese sugli aspetti politici ed economici. Pochi i dettagli lasciati trapelare finora dai mediatori eritrei sull’accordo economico raggiunto nei giorni scorsi, poiché le parti intendono mantenere il massimo riserbo, ma sembra che - nonostante il raggiunto consenso - restino divergenze sull’ammontare del denaro che Khartoum intende investire nello sviluppo della regione orientale. Il 20 giugno scorso è stato firmato ad Asmara un accordo di cessate-il-fuoco che ha dato il via al processo di pace per porre fine alla ribellione che dura da circa dieci anni, con intensità alterna. Le minoranze dei Beja e dei Rashaida - le cui milizie lo scorso anno si sono unite della sigla del ‘Fronte Orientale’ - chiedono un maggior coinvolgimento nella ridistribuzione delle risorse locali e nella politica.
DARFUR (SUDAN)
21/8/2006 9.35
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ATTACCHI CONTRO OSSERVATORI AFRICANI E ONU
[PIME] Il governo ruandese ha confermato la morte di due suoi soldati e il ferimento di altri tre (impegnati nella missione di pace dell’Unione Africana, Ua, in Darfur) nel corso di un’imboscata avvenuta sabato scorso nella remota regione occidentale sudanese. Secondo la ricostruzione fornita dall’Ua, il convoglio di cui facevano parte anche i soldati di Kigali è stato attaccato da uomini armati ancora non identificati mentre viaggiava da Al Nahud, nello stato del Kordofan occidentale a El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, uno dei 3 stati che compongono l’omonima regione. In una nota, l’Ua, che ha condannato l’attacco definendolo un’aperta violazione dell’accordo di cessate il fuoco sottoscritto dalle parti, ha annunciato di aver aperto un’inchiesta per identificare gli assalitori. Intanto si è appreso solo nelle ultime ore che un’imboscata analoga era avvenuta il 17 agosto scorso contro una pattuglia della Commissione congiunta di monitoraggio, composta da 3 osservatori militari delle Nazioni Unite, due osservatori nazionali un interprete e una squadra di protezione dell’Onu. Nell’attacco sono rimasti feriti due caschi blu dell’Onu e un soldato governativo sudanese. Sono settimane che gli operatori umanitari e le agenzie dell’Onu lanciano allarmi sulla grave insicurezza che è tornata a registrarsi in varie zone della regione del Darfur.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
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21/8/2006 11.01
ELEZIONI: ANNUNCIATO BALLOTTAGGIO…CALMA TESA A KINSHASA
[PIME] “I negozi e gli uffici sono chiusi, i mercati vuoti e solo poco fa si è cominciato a vedere qualche macchina in circolazione” così una fonte della MISNA descrive il risveglio di Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo, dove ieri notte sono stati annunciati i risultati delle storiche elezioni generali tenute il mese scorso. “Anche se in realtà non vi sono reali motivi di preoccupazione, la gente ha preferito restare a casa oggi. Le voci allarmanti circolate per settimane sui possibili disordini che avrebbero seguito la dichiarazione dei risultati e la sparatoria di ieri sera hanno portato a un atteggiamento cauto da parte della popolazione” aggiunge la fonte, precisando che anche le principali ambasciate occidentali ed europee, inclusa quella italiana, hanno suggerito ai propri connazionali di restare in casa ed evitare di circolare in città. In realtà, secondo le informazioni raccolte in vari punti della città, la situazione a Kinshasa è sostanzialmente tranquilla, salvo alcuni gruppi di giovani che manifestano in qualche quartiere della città. La polizia congolese e i caschi blu della Missione Onu in Congo (Monuc) pattugliano gran parte della capitale. Tutta da chiarire, invece, la sparatoria esplosa ieri tra i responsabili della sicurezza dei due candidati (Joseph Kabila e Jean Pierre Bemba) che si dovranno sfidare al ballottaggio del prossimo 29 ottobre per la presidenza del Congo. Secondo le ultime informazioni sarebbe salito a 5 il numero delle persone morte nell’incidente, le cui dinamiche restano per ora oscure.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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21/8/2006 15.04
ELEZIONI: PER ANNAN “EVENTO STORICO”, TERZO ARRIVATO AMMETTE SCONFITTA
[PIME] “Queste elezioni sono un avvenimento storico e segnano una tappa importante nel lungo processo di consolidamento della pace di questo paese che implica ancora molte sfide”: così il segretario generale dell’Onu Kofi Annan si è felicitato con il popolo congolese dopo la diffusione dei risultati delle storiche elezioni del 30 luglio scorso. Annan, ha riferito un suo portavoce, “chiede a tute le parti congolesi e ai candidati di rispettare la legge elettorale nella risoluzione di tutti i contenziosi legati al processo. Li invita inoltre a rispettare l’esito finale dello scrutinio in uno spirito di pace e riconciliazione”. Le Nazioni Unite – ha aggiunto – “restano profondamente impegnate a sostenere il popolo congolese nei suoi sforzi per rafforzare la stabilità, la democrazia e lo sviluppo duraturo”. L’esponente dell’opposizione Antoine Gizenga, giunto terzo al primo turno dietro il presidente e il vice presidente uscenti Joseph Kabila e Jean-Pierre Bemba – che passano al ballottaggio del 29 ottobre – ha intanto ammesso la sconfitta e si è congratulato con i due vincitori. “È necessario ritrovarci insieme per costruire congiuntamente il futuro del paese” ha fatto sapere Gizenga attraverso il segretario del suo ‘Parti lumumbiste unifié’ (Palu) Adolphe Muzitu. “Potremo discutere con entrambi sulla base di un programma, degli errori passati e delle azioni che intendono intraprendere per il popolo congolese” ha aggiunto Muzitu, profilando una possibile alleanza ma precisando che “l’affinità ideologica con uno dei due candidati - senza citarne il nome – non sarà comunque sufficiente”.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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21/8/2006 19.02
ELEZIONI: DA BUNIA A BUKAVU A MBUJI-MAYI, SODDISFAZIONE PER I RISULTATI
[MISNA] “A Bunia i risultati sono stati accolti nella calma e oggi il clima che si respira in città è assolutamente tranquillo. La popolazione è già pronta per mobilitarsi numerosa per il secondo turno del 29 ottobre, un appuntamento che riguarda tutti perché in gioco c’è il futuro del nostro paese”: così padre Emmanuel Kodjo, esponente della Caritas locale, racconta alla MISNA la reazione della provincia nordorientale dell’Ituri, di cui Bunia è il capoluogo, ai risultati relativi alle elezioni presidenziali del 30 luglio divulgati dalla Commissione elettorale indipendente (Cei) che hanno decretato il ballottaggio tra il presidente uscente Joseph Kabila e uno dei suoi quattro vice, Jean-Pierre Bemba. Da Bukavu, capoluogo della provincia orientale del Sud Kivu, gli ha fatto eco il vescovo locale, monsignor François Xavier Maroy Rusengo: “La popolazione ha acettato in totale serenità l’esito del voto e oggi ha ripreso la sua vita normale. La società civile ha già iniziato a sensibilizzare gli abitanti sull’importanza del secondo turno” ha detto il presule alla MISNA, sottolineando l’importanza di “una risposta democratica alla sfida del ballottaggio. Come hanno fatto in occasione de primo turno, i cittadini sono chiamati a partecipare ancora una volta in modo massiccio. La situazione è tranquilla in tutta la nostra regione e questo ci fa ben sperare che tutto andrà per il meglio”. Monsignor Maroy Rusengo si è anche detto dispiaciuto per gli incidenti avvenuti a Kinshasa, costati la vita a 5 persone: “Dalla capitale ci aspettiamo un esempio di correttezza nel comportamento”. Soddisfazione è stata espressa da Mbuji-Mayi, capoluogo della provincia del Kasai Orientale, dove alla vigilia del primo turno la MISNA aveva raccolto testimonianze di disillusione e poco coinvolgimento della popolazione in vista del voto. “L’annuncio del ballottaggio ha destato gioia e anche sorpresa perché in molti erano convinti che tutto fosse stato in qualche modo già preordinato. Il fatto che nessuno abbia vinto subito al primo turno ha ridato fiducia nelle autorità elettorali” ha detto alla MISNA Willy Nuunka, redattore della radio diocesana locale, aggiungendo: “Nei mercati, per le strade, tutti parlano già del ballottaggio e la gente è pronta a fare il possibile per potere esprimere la propria preferenza, finanche a vegliare di fronte ai seggi, se sarà necessario”.
UGANDA
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Guerra in Nord Uganda: la fine è a portata di mano
[Avvenire] Per la prima volta in vent'anni le prospettive di porre fine al terribile conflitto nel Nord dell'Uganda sono reali e concrete. Il negoziato in corso a Juba, capitale del Sud Sudan, è tra i tanti tentativi messi in atto in questi anni, quello che ha, a detta di tutti gli osservatori, le maggiori possibilità di successo. Da quasi un mese le delegazioni del governo di Kampala e del Lord resistence army (Lra) si incontrano con una certa regolarità ed hanno accettato di discutere anche le questioni più spinose per trovare una via di uscita negoziale ad una delle guerre più lunghe e crudeli d'Africa.
L'Lra da anni terrorizza la popolazione del Nord del Paese ed è divenuto tristemente famoso per l'utilizzo massiccio di bambini soldato e per la crudeltà con la quale conduce i suoi attacchi. L'esercito ugandese risponde portando avanti una guerra senza risparmio di colpi (e di atrocità) che ha preso in ostaggio l'intera popolazione civile, costretta a vivere in campi profughi che raccolgono più di un milione e mezzo di persone.
La Comunità di Sant'Egidio, da vari anni sulle tracce di una seria possibilità di mediazione per fermare questa strage, già nel 1996 aveva condotto colloqui per favorire la liberazione delle ragazze del Saint Mary College di Gulu, capoluogo del Nord Uganda, rapite dall'Lra.
L'occasione propizia per una nuova fase negoziale si è presentata dopo la firma della pace tra Nord e Sud Sudan. Il nuovo governo del Sud Sudan si è dichiarato disposto ad ospitare serie trattative. I contatti di Sant'Egidio, tramite un estenuante lavoro preparatorio svolto tra Kampala, Londra, Nairobi e la foresta alla frontiera della Repubblica democratica del Congo, oltre ad altri approcci, hanno fatto il resto.
Da mesi l'alto comando dell'Lra, compreso il suo misterioso leader Joseph Kony, si è infatti rifugiato nel Nord-Est dell'Ituri, nella Repubblica democratica del Congo. Non sono mancati, durante tale trasferimento, raid devastanti nelle regioni frontaliere dello stesso Sud Sudan.
Si è però costituito un team di mediatori con il vice presidente del Goss, Riek Machar, la stessa Comunità di Sant'Egidio e alcune personalità africane. I colloqui sono iniziati il 13 luglio con una cerimonia introdotta dal successore di John Garang, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit. Subito dopo sono iniziati i lavori: da una parte la delegazione del governo di Kampala, diretta dal ministro dell'Interno Rugunda; dall'altra la composita rappresentanza dei ribelli, tra cui non figurano per ora i membri dell'alto comando, né lo stesso Kony. Messi da circa un anno sotto accusa dal Tribunale penale internazionale, i capi ribelli hanno preferito delegare alcuni membri civili della diaspora nord-ugandese, assieme a due ufficiali.
Nelle prime settimane di discussioni è stata approvata l'agenda dei lavori ed è stata affrontata una serie di temi cruciali, quali il ritorno dei rifugiati interni, il reinserimento dei combattenti nell'esercito, l'amnistia, la distribuzione della terra, la riconciliazione.
Non sono mancati momenti di tensione, in particolare quando sono state affrontate le cause del conflitto. Le due delegazioni hanno ascoltato anche la testimonianza dei leader religiosi e culturali del Paese, presenti a Juba in qualità di testimoni delle sofferenze della popolazione civile e delle atrocità degli anni passati. L'arcivescovo di Gulu, monsignor Odama, i capi tradizionali, il vescovo anglicano, l'imam e molti altri, hanno chiesto alle parti di impegnarsi a fare la pace rapidamente.
Alla fine della prima settimana la mediazione si è spostata da Juba nella foresta alla frontiera con il Congo, per incontrare l'alto comando dell'Lra. Kony ha confermato di essere impegnato seriamente e ha dichiarato una sua unilaterale cessazione delle ostilità: «Se anche l'esercito ci attacca, per ora non risponderemo». «Voglio la pace» ha aggiunto, chiedendo perdono per i crimini commessi in Sud Sudan in questi ultimi anni.
Certo, per ora l'uomo più ricercato d'Africa rifiuta di riconoscere una gran parte dei crimini che sono attribuiti al suo movimento; a suo giudizio le popolazioni del Nord-Est del suo paese sono vittime della discriminazione del governo di Kampala ed in loro nome dice di aver condotto questa lunga e sporca guerra. Tuttavia, dopo quasi un mese di incontri, anche se le posizioni delle parti sono spesso divergenti, è un fatto che la pace sembra finalmente più vicina.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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21/8/2006 21.03
ELEZIONI: SCONTRI E TENSIONI A KINSHASA
[MISNA] Scontri tra miliziani fedeli al vice-presidente Jean-Pierre Bemba e la guardia privata del presidente Joseph Kabila sarebbero in corso nella zona centrale di Kinshasa, dove si trova una delle residenze di Bemba: lo hanno riferito fonti locali contattate dalla MISNA precisando che i disordini sono concentrati nella zona della Gombé. Già questa mattina incidenti isolati erano stati segnalati nella zona di Matete dove la polizia aveva respinto gruppi di giovani dimostranti; una parrocchia sarebbe stata saccheggiata. Lo Stato maggiore dell’esercito ha diffuso un comunicato che mette in guardia tutti gli agenti di polizia e i militari dal girare armati senza un mandato particolare in città e ricordando che i militari sono apolitici e non devono prendere posizione in merito ai risultati elettorali delle presidenziali del 30 luglio che hanno decretato il ballottaggio tra Kabila e Bemba, previsto il 29 ottobre. È da ieri sera, quando sono stati diffusi i risultati ufficiali ma non definitivi delle elezioni, che in alcune aree della capitale continuano a verificarsi disordini e sparatorie sulla cui dinamica circolano le voci più disparate e difficilmente verificabili.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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22/8/2006 3.07
KINSHASA: TORNATA LA CALMA DOPO 24 ORE DI TENSIONE?
[PIME] Restano piuttosto confusi i resoconti di quel che ieri è accaduto a Kinshasa intorno alla residenza del vice-presidente uscente Jean-Pierre Bemba mentre vi si svolgeva una riunione dei 14 diplomatici che compongono il cosiddetto ‘Comitato internazionale di accompagnamento della transizione’ (Ciat). Impossibilitati a lasciare l’edificio in condizioni di sicurezza, a causa di ripetuti scambi di colpi d’armi da fuoco, a quanto pare anche pesanti, i quattordici sono stati poi scortati – incolumi, fino alla sede della Missione Onu (Monuc) nella capitale - da militari della Forza europea presente nel paese (Eufor) a scopi essenzialmente dissuasivi in caso di tensioni . Il trasferimento è avvenuto nella tarda serata dopo alcune ore in cui, sulla base di informazioni contrastanti, a tratti era sembrato che il clima di tensione manifestatosi già domenica dopo l’annuncio dei risultati elettorali si stesse trasformando in una serie di pericolosi scontri in alcune zone della capitale. Il presidente uscente Joseph Kabila e lo stesso Bemba, in base ai risultati delle elezioni svoltesi il 30 luglio – circa il 45 % di preferenze al primo e 20% al secondo – salvo sorprese dovrebbero partecipare a un ballottaggio previsto per il 29 ottobre. I risultati, per quanto ufficiali, devono essere confermati entro il 31 agosto dalla Corte Suprema. Nel frattempo è in corso anche lo spoglio dei voti per i 500 parlamentari. Da domenica, a quanto pare, sostenitori dell’uno e dell’altro candidato, inclusi militari delle loro guardie personali, hanno dato luogo a incidenti che sembrano aver raggiunto ieri, intorno alla residenza di Bemba, momenti di particolare tensione anche se – sembrerebbe - senza ulteriori vittime dopo le cinque persone uccise durante sparatorie svoltesi domenica. "Alcuni intendono sconvolgere la situazione ma non lo permetteremo; anche se sappiamo che ci saranno ancora giorni di tensione, non possiamo sprecare i progressi compiuti finora” ha detto alla stampa il ministro dell’Informazione Henri Mova Sakanyi
DARFUR (SUDAN)
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22/8/2006 7.11
LEGA ARABA CHIEDE ALL’ONU RINVIO DISCUSSIONE NUOVA RISOLUZIONE
[PIME] La Lega Araba ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rimandare l’incontro dedicato al Darfur, in programma la prossima settimana a New York, durante il quale dovrebbe essere discussa la nuova bozza di risoluzione depositata da Washington e Londra nei giorni scorsi. Lo fa sapere l’agenzia egiziana, Mena, precisando che al termine del vertice di domenica è stata diffusa una nota, firmata dal segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa e dagli 8 ministri degli Esteri dei paesi aderenti alla Lega, in cui si chiede di dare più tempo al governo sudanese per migliorare la situazione nella regione occidentale del Darfur. Nella nota si ribadisce, inoltre, che qualsiasi dispiegamento di una forza internazionale in Darfur deve essere subordinato all’approvazione del governo sudanese. “Nella risoluzione si discute dell’invio di un contingente internazionale ignorando completamente Khartoum, quasi come se il Sudan non avesse un governo” ha detto il ministro della Giustizia sudanese, Mohamed Ali al Marchi, ribadendo, a nome del suo esecutivo, la contrarietà alla nuova bozza di risoluzione proposta da americani e inglesi. Al Marchi ha definito il documento “fuorviante” e “viziato”. La bozza di risoluzione realizzata da Washington e Londra chiede l’autorizzazione al dispiegamento in Darfur di una missione di pace Onu composta da almeno 17.000 uomini. Secondo Washington la risoluzione può essere adottata anche senza il consenso di Khartoum, ma gli uomini non potranno essere dispiegati finchè il governo sudanese non darà il via libera. Recentemente il presidente sudanese Omar Hassan el-Beshir aveva detto di essere pronto a organizzare una strenua resistenza contro un’eventuale forza Onu in Darfur.
DARFUR (SUDAN)
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Fermate i "cavalieri indiavolati"!
[gfbv] Amina Mohammed vive oggi in un campo profughi nel nord del Ciad. A pochi chilometri dal Sudan. Occupa una semplice capanna di fango coperta da un tetto di nylon steso sopra pochi rami intrecciati. Dipende esclusivamente dagli aiuti internazionali che, secondo Medici senza Frontiere, sono insufficienti. All'inizio dell'anno viveva nella regione del Darfur - Sudan occidentale. Appartiene alla tribù dei Zaghawa. A differenza dei più è benestante: pochi terreni, 10 mucche, alcune capre e tantissime pecore. Casa in muratura. Ha 26 anni. Musulmana.
Felice è una parola grossa, ma si sposò con un commerciante Haroun Adam Haggar, dodici anni fa. Un matrimonio negoziato tra famiglie. Assieme ebbero sei bambini ai quali non mancava proprio nulla, a differenza dei loro coetanei che vivevano in povertà. E' un pastore nomade; quindi non è mai rimasta, per un lungo periodo, in una stessa zona. Dallo scorso anno Amina sentiva parlare di diavoli che cavalcavano cavalli e distruggevano tutto: gli janjaweed. Jaan significa diavolo in Arabo e jawad cavallo. Rozzamente janjaweed significa "cavalieri indiavolati". In realtà cavalcano indifferentemente cavalli e cammelli. Al loro passare non rimane nulla ed usano mettere a ferro e fuoco per ben due volte ogni villaggio o gruppo di case. Peggio di Attila.
Sono al soldo del governo Sudanese. Dall'agosto 2003 non hanno mai smesso di assaltare villaggi, uccidere, violentare, bruciare prima i granai e poi le capanne, trasformando il tutto nell'attuale più grave crisi umanitaria al mondo, a parere del coordinatore dell'ONU per il Sudan, Mukesh Kapita, che, a Palazzo di vetro, viene ricevuto prima del suo collega irakeno. Crisi di Darfur: centomila rifugiati ed un milione di sfollati. Cifre che li accomuna, per tragedia, ai Grandi Laghi. Ai cavalieri indiavolati non interessa nulla se sei un fratello musulmano come loro, animista o di altra religione, purché tu abbandoni il campo. Per far ciò s'imbottiscono di droga e poi si accaniscono contro gli stessi leader religiosi musulmani, dissacrano le Moschee, bruciano il Corano. Insomma, la questione è politica e la Religione non c'entra.
Amina, suo malgrado, è rea di far parte di una delle tribù del Fronte di liberazione del Darfur (Fld) che in seguito è divenuto l'Esercito di liberazione del Sudan (Als) alleatosi con il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Mje) che opera più a nord. L'Unione di queste due forze prima politiche e poi militari rivendicano, da ormai una generazione, una maggior rappresentanza al potere e conseguente spartizione delle risorse. Perché così, che ci piaccia o no, è intesa la politica. Ciò ha preoccupato il governo di Karthoum che non solo ha armato ed addestrato gli janjaweed ma ha anche garantito loro l'impunità. Il governo accusa gli insorti di separatismo, come se le frontiere fossero sacre e non anch'esse disegnate a Berlino. Ma è solo una scusante per compiere la più estesa "pulizia etnica" mondiale.
L'esercito governativo scorta questi cavalieri, deputati a fare il lavoro sporco, proteggendoli da eventuali rappresaglie. Talvolta li anticipa usando prima l'aviazione e poi i media per minimizzare la cosa, garantendo la Comunità nazionale ed internazionale che se vi sono abusi il Governo, a tutela dell'ordine pubblico, farà la sua parte. Ed infatti la fa, con dovizia. Non fa entrare osservatori internazionali, ostacola gli aiuti. Le Ambasciate, compresa quella presente a Roma, minimizza la cosa alla stregua di uno scontro tribale. Insomma, tutto secondo copione. A parte gli USA. Per primi hanno denunciato, a livello di Congresso, la cosa con la parola innominabile: genocidio! Ed ammonito, attraverso la loro Agenzia per lo Sviluppo (United States Agency for International Development) il governo sudanese riguardo la sorte di 100.000 civili che potrebbero morire in Darfur per scarsità di cibo e malattie nei prossimi 12 mesi se non verranno subito aperti corridoi umanitari. Lo stesso Segretario di Stato USA non è stato tenero con Karthoum.
Anche l'Europa sta tentando una qualche "politica estera" raccomandando l'embargo sulle armi e la pressione politica sul governo, come ci riferisce Stefano Squarcina di Mani Tese, consigliere per l'Africa al Parlamento Europeo. L'embargo, nei confronti di un governo che spende 1 dollaro su 2 in armi, è la via per parlare di pace. Stranamente la Lega araba e l'Organizzazione della conferenza islamica, pur trattandosi di un genocidio anche contro i musulmani, non hanno preso alcuna posizione mentre l'Unione Africana vorrebbe intervenire ma non ha i mezzi. All'interno dello stesso governo Sudanese vi sono differenti opinioni sul Darfur. Lo stesso dicasi per l'esercito ove alcuni ufficiali, provenienti da quelle regioni, hanno dato le dimissioni.
E' urgente, quindi, aprire non solo corridoi umanitari ma anche spiragli di dialogo approfittando di queste prime divergenze prima che sia troppo tardi. Per Amina e per tutti gli altri innominati sui quali s'è scagliato l'innominato.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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22/8/2006 9.38
NUOVI SCONTRI A KINSHASA
[MISNA] Si è tornati a sparare anche oggi a Kinshasa, dove stamani all’alba sono ripresi gli scontri tra le guardie armate dei due candidati alla presidenza (Joseph Kabila e Jean Pierre Bemba) che a fine ottobre dovranno affrontare il ballottaggio che deciderà chi dei due dovrà guidare il paese. Secondo le informazioni raccolte dalla MISNA nella capitale della Repubblica democratica del Congo, le sparatorie più intense sono in corso a Gombé, nel centro della città, nei pressi della residenza privata di Bemba. Le sparatorie sono iniziate verso le 5:30 del mattino e la gente è stata svegliata in quella zona della capitale dai colpi di arma pesante. Fonti della Missione Onu e della forza Europea (Eufor) hanno confermato i disordini sulle radio locali. Colpi di arma da fuoco risuonano anche nel quartiere Lema Matete dove dalle 6 si continua a sparare. Spari si odono anche in altre parti della città, ma, secondo le informazioni raccolte da più fonti, si tratta della polizia congolese che apre il fuoco in aria per disperdere gruppetti di giovani intenzionati ad approfittare della tensione per compiere saccheggi. “La città è vuota, come ieri tutti hanno preferito restare a casa e in giro, invece del solito traffico, si vede solo qualche macchina. Tuttavia la situazione più tesa è quella che si registra nel centro di Kinshasa, a Gombe” dice una fonte della MISNA, appena rientrata da un veloce giro della capitale, mentre risuonano colpi di armi automatiche. Se la polizia congolese è dispiegata in tutte le zone della città, i caschi blu della Monuc e i militari dell’Eufor stanno presidiando soprattutto il centro, nel tentativo di dissuadere le guardie armate di Kabila e Bemba dal proseguire gli scontri. Pare ormai certo che la tensione sia dovuta ai tentativi da parte della guardia presidenziale del presidente Kabila di disarmare gli uomini armati che garantiscono la sicurezza di Bemba, vice presidente negli anni della transizione e capo ribelle negli anni del conflitto.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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22/8/2006 13.13
NUOVI SCONTRI A KINSHASA – 2
[MISNA] Resta tesa la situazione a Kinshasa, dove le forze di sicurezza nazionali e anche internazionali sono impegnate a riportare l’ordine. Lo riferiscono fonti della MISNA sul posto, precisando che nei quartieri orientali di Kinshasa, soprattutto a Matete e Limete, la polizia è impegnata dalle prime ore del giorno (02:30) a tentare di dissuadere gruppi di giovani dal saccheggiare i complessi scolastici presenti in questa zona della città e di proprietà di un candidato al parlamento tra le fila del partito del presidente Joseph Kabila. I quartieri in questione sono considerati come le principali roccaforti nella capitale dell’opposizione a Kabila. Secondo le informazioni raccolte, la polizia avrebbe proceduto al fermo di alcuni giovani, anche se non vi sono ancora informazioni certe riguardo al numero. Ancora da confermare anche le notizie di 3 morti raccolte da fonti della MISNA nella zona est di Kinshasa. Da questa mattina la polizia sta cercando di allontanare questi gruppi di giovani sparando in aria, ma vi sono stati momenti in cui la tensione è salita, anche perché i giovani non avrebbero ancora desistito dall’intenzione di saccheggiare le strutture scolastiche in questione. Intanto da Kinshasa fanno sapere dell’imminente arrivo in città di 400 soldati della forza militare inviata dall’Europa (Eufor) come rinforzi ai loro colleghi che, insieme ai caschi blu della Missione Onu in Congo (Monuc), sono impegnati da ieri a riportare l’ordine nel quartiere di Gomba, nel centro della città, dove anche oggi sono ripresi gli scontri tra le guardie armate dei due candidati alla presidenza passati al ballottaggio: Jospeh Kabila e Jean Pierre Bemba. Nonostante le pressioni internazionali e interne, non ultime quelle della Chiesa, gli ‘eserciti privati’ dei due vincitori dell’elezioni sembrano intenzionati a proseguire il loro confronto, di cui ancora non si riescono a comprendere le motivazioni. Dovrebbe terminare tra poco, infine, il consiglio superiore della Difesa che da stamani è riunito in un incontro straordinario dedicato alle tensioni che scuotono da tre giorni la capitale e che non hanno riscontro in nessuna altra zona del paese, dove i risultati provvisori delle elezioni del mese scorso sono stati accolti con favore e serenità.
DARFUR (SUDAN)
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22/8/2006 11.26
LEGA ARABA FINANZIA MISSIONE AFRICANA
[MISNA] La missione dell’Unione Africana (Ua) in Darfur sarà finanziata dalla Lega Araba: lo riferiscono oggi fonti giornalistiche sudanesi, precisando che i ministri degli Esteri dell’organismo pan-arabo avrebbero preso la decisione ieri durante un incontro al Cairo in cui è stato stabilito il finanziamento della missione africana dal 1 ottobre e per i sei mesi successivi. Il Consiglio della Lega Araba ha poi rinnovato l’appello ai paesi membri affinché forniscano supporto finanziario e materiale alla missione dell’Ua nella regione occidentale del Sudan teatro dal febbraio 2005 di scontri e violenze. Ai primi di agosto, l’Unione Africana aveva fatto sapere di “avere i soldi sufficienti a pagare gli stipendi dei militari solo fino alla metà di ottobre”. Proprio le ricorrenti difficoltà economiche della missione africana in Darfur sono tra i motivi che hanno spinto Ua e Onu ad adoperarsi perché la missione passi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Una possibilità che però vede la ferma opposizione del governo sudanese e dei suoi alleati, inclusa la Lega Araba.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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22/8/2006 15.39
CARDINALE ETSOU E MONSIGNOR MONSENGWO LANCIANO APPELLI ALLA CALMA
[MISNA] “La popolazione ha parlato, la sua voce deve essere ascoltata”: lo ha detto il cardinale Frdéric Etsou, arcivescovo di Kinshasa, in un messaggio diffuso oggi dall’emittente diocesana ‘Radio Elikya’ pervenuto alla MISNA. Citando un recente appello del vescovi congolesi – “No alla violenza” – il porporato ha chiesto che si meta fine ai disordini scoppiati nella capitale dopo la diffusione dei risultati delle presidenziali del 30 luglio che hanno decretato il ballottaggio tra il presidente e il vice-presidente uscenti Joseph Kabila e Jean-Pierre Bemba. Il cardinale Etsou ha invitato tutti gli attori politici, le forze dell’ordine e la popolazione a mantenere la calma e a “guardare verso il futuro, verso il secondo turno del 29 ottobre”. Un appello analogo è stato rivolto ai due vincitori e ai congolesi dall’arcivescovo di Kisangani, monsignor Laurent Monsengwo Pasinya: “Chiediamo in particolare al presidente Kabila e al vice-presidente Bemba di privilegiare la via del dialogo, della concertazione e della pace e dell’interesse superiore della nazione. Invitiamo i congolesi a mostrare la loro maturità, a mantener la tranquillità e ad astenersi da ogni violenza e provocazione rifiutandosi di cedere ai sentimenti di natura etnica e regionale” ha detto il presule, presidente della Conferenza episcopale nazionale (Cenco) in una conferenza stampa tenuta a Kinshasa. Monsignor Monsengwo si è rivolto anche alla comunità internazionale affinché “prenda tutte le misure possibili per evitare al paese l’anarchia e il caos e per porre termine alle ostilità tra i belligeranti”. I disordini in corso anche oggi a Kinshasa, concentrati nella zona centrale della Gombé e nei quartieri orientali di Matete e Limete, secondo l’acivescovo rivelano “una situazione di antagonismo e di conflitto che rischiano di portare di nuovo a una guerra civile e di avere conseguenze politiche, economiche e sociali incalcolabili”.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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22/8/2006 16.08
KINSHASA: KABILA CHIEDE FINE SCONTRI ARMATI
[PIME] “La sola cosa importante ora è che la situazione torni alla normalità a Kinshasa. Per questo, la guardia repubblicana, così come tutti gli elementi armati del vice-presidente Bemba, devono immediatamente tornare alle loro posizioni”: con queste parole il presidente Joseph Kabila ha ordinato ai militari protagonisti degli scontri che si susseguono già da domenica sera nella capitale di rientrare subito nelle caserme, al termine di un incontro con gli ambasciatori del Comitato internazionale di accompagnamento alla transizione (Ciat). L’appello di Kabila ha seguito quello lanciato dal rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in ex-Zaire, Williamo Swing, che ha esortato il presidente uscente e il suo vice Jean-Pierre Bemba a incontrarsi per porre fine ai disordini tra le loro milizie armate. “È imperativo che i disordini cessino subito e che i due candidati – che in base ai risultati diffusi domenica sera si affronteranno il 29 ottobre al ballottaggio – si riuniscano d’urgenza per il bene del processo democratico e sopratutto per la popolazione congolese che ha già sofferto troppi conflitti armati” ha detto Swing. Anche la missione Onu in Repubblica democratica del Congo (Monuc) e la forza europea ‘Eufor’ hanno chiesto “un cessate il fuoco immediato e un ritiro delle unità coinvolte nei combattimenti”: “La comunità internazionale, la cui priorità è ristabilire la pace e l’ordine a Kinshasa, raddoppia gli sforzi per trovare una soluzione politica alla crisi” si legge in una nota in cui la Monuc precisa anche che garantirà “la protezione di Bemba” grazie a “un importante dispositivo di sicurezza” dispiegato attorno alla sua residenza del quartiere centrale della Gombé, la zona dove si verificano gli scontri.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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Ue condanna scontri in Congo
(ANSA) - BRUXELLES, 22 AGO - Ferma condanna della Commissione europea per i gravi incidenti in corso a Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo. La Commissione chiede lo stop immediato di tutte le provocazioni militari. Il presidente Kabila ha chiesto il rientro in caserma degli elementi della guardia presidenziale e degli uomini del vicepresidente Bemba, che si stanno affrontando a Kinshasa. Intanto, la forza Eufor ha ricevuto rinforzi di uomini e elicotteri giunti dal Gabon.
DARFUR (SUDAN)
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[UNICEF] Jebel Marra (Sudan), - "Ero felice nella mia vita precedente. Avevamo una fattoria e del bestiame, avevamo l'acqua e una vita sicura" dice Hawa, una donna di mezza età e madre di cinque figli.
La loro terra, il Jebel Marra, era un paradiso, una volta: ricca di frutteti, visitata dai turisti, era considerata una regione agricola fondamentale per il Darfur e per tutto il Sudan. Adesso quest'area, inclusa la zona di Finna (controllata dalla formazione ribelle dell'Esercito di liberazione del Sudan, lo SLA), è arida, spoglia e ricca soltanto di disperazione.
L'UNICEF è l'unica agenzia di aiuto umanitario che opera a Finna in soccorso di Hawa e degli altri abitanti.
In quest'area sono oltre 150.000 gli sfollati bisognosi di aiuto. Quasi l'intera popolazione ha abbandonato i villaggi e si è sparsa per le colline, seguendo una strategia di difesa per scampare ai frequenti attacchi degli elicotteri governativi. Il mancato rispetto del cessate il fuoco siglato fra lo SLA e l'esercito di Khartoum ha reso la situazione troppo tesa per bambini e donne, i soggetti maggiormente vulnerabili.
Dopo una camminata di tre chilometri attraverso lo scosceso e roccioso territorio intorno a Finna, arriviamo a un gruppo di tre capanne a una quindicina di chilometri dal centro abitato. Acqua, cibo e altri beni e servizi essenziali sono una chimera per gli abitanti di questa minuscola comunità.
Appena entriamo nel villaggio, siamo stupefatti nel vedere una donna venirci timidamente incontro per darci il benvenuto: è Hawa, appunto. Non pensavamo che ci fosse qualcuno, qui.
"Come mai è rimasta qui, da sola?" le chiediamo.
Con voce malinconica, Hawa ci risponde: "Quando sei stato cacciato da casa tua, qualunque posto va bene per vivere. Io ho perso tutto: mio marito, mio figlio Mobarak, la mia casa e il mio bestiame. Non ho più ragioni per piangere o lamentarmi. La mia unica preoccupazione è di come riuscire a proteggere i membri della mia famiglia che sono ancora vivi". Ha gli occhi umidi mentre si volta in direzione della sua figlioletta, che si ode piangere dall'interno della capanna.
Qualche metro più in là, gli altri due suoi figli sopravvissuti se ne stanno seduti sulla sabbia. Hawa aveva cercato un po' di sicurezza sulle colline intorno a Finna perché non si intravedeva la fine dei combattimenti tra le truppe sudanesi e i ribelli dello SLA, nella vallata.
"Vivevo nel villaggio di Kidneer, a due ore di cammino da Finna, quando - era il febbraio dell'anno scorso - alle sei del mattino le milizie Janjaweed attaccarono il nostro villaggio. Non ci aspettavamo un'aggressione, perché il nostro villaggio è circondato da colline e pensavamo che i Janjaweed con i loro cammelli non potessero scalarle tanto facilmente" racconta Hawa.
"Ci presero dunque di sorpresa. Sentivamo il rombo degli elicotteri e delle mitragliatrici tutto intorno. Presi con me i bambini e cominciai a correre, il più veloce possibile. Mobarak, il mio bambino di due anni, stava aggrappato alle mie spalle e i più grandicelli mi seguivano di corsa. Qualcuno sparò e Mobarak, colpito, mi scivolò dalle spalle. Lo raccolsi da terra, ma non potevo più correre - ero incinta, non ne avevo più forza. Pochi istanti dopo un proiettile mi colpì alla gamba e caddi priva di conoscenza."
Tre giorni più tardi Hawa si risvegliò in un letto del campo per sfollati di Finna. Dopo un profondo sospiro, riprende il suo racconto: "Ero sola con i miei quattro figli. Anche mio marito era stato ucciso. Adesso i miei bambini hanno paura quando vedono uno sconosciuto: si nascondono dietro di me e non dicono una parola."
Con vivida memoria, Hawa ricorda ancora: "Quando fummo riuniti [dopo la mia degenza] i bambini non piansero per una settimana. Ma dopo iniziarono a piangere di continuo, specialmente di notte. Appena mi sentii meglio in salute cominciai a preoccuparmi per la loro sorte."
"Alcuni vicini e parenti mi hanno aiutato a far ripartire la mia vita. Ho cominciato comprando beni al mercato e rivendendoli altrove. Adesso lavoro tre giorni a settimana, per dare di che vivere ai miei figli. Il primo giorno lo trascorro nella valle a raccogliere frutta; il giorno seguente vendo la frutta che ho raccolto al mercato di Finna, e il terzo giorno torno nella valle per fare rifornimento di acqua con l'unico serbatoio che possiedo. Sopravviviamo per la misericordia di Dio. Nessun khwaja [straniero] ci può aiutare."
Chiedo a Hawa perché non cerchi sostegno in uno dei campi profughi nei paraggi. La sua risposta è semplice: "Non conosco alcun posto eccetto Finna e Kidneer, il mio villaggio di origine. Qui ho parenti sui quali i miei figli possono fare affidamento nel caso in cui i Janjaweed ci attacchino nuovamente."
Questa regione del Darfur è in condizioni disastrose, ma l'UNICEF riesce a portare aiuti che sono di vitale importanza per molte famiglie con bambini. Quattro ambulatori sono stati finora allestiti e riforniti di scorte di farmaci di base. L'UNICEF ha inoltre condotto tre campagne di vaccinazione contro la polio e distribuito libri e materiali didattici alle scuole.
Gli insegnanti e alcuni membri delle comunità di villaggio hanno potuto frequentare corsi di formazione per riconoscere e gestire i sintomi dello stress psicologico nei bambini. E sono stati creati cinque "Centri a misura di bambino" in cui le mamme e i bambini di Finna possono trovare assistenza e uno spazio protetto dopo tante sofferenze.
C'è grande bisogno di aiuto, tanto nelle zone controllate dalla guerriglia quanto in quelle sotto l'egida delle forze governative. Poiché fino a questo momento non c'è nessun altro sul terreno, il ruolo dell'UNICEF è insostituibile per una popolazione disperatamente bisognosa di protezione e beni essenziali per sopravvivere.
UGANDA
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22/8/2006 18.09
COLLOQUI DI JUBA: RIBELLI LRA INSISTONO SU RIFORMA ESERCITO
[PIME] I ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) sono pronti a deporre le armi, raggrupparsi e ritirarsi dal nord Uganda a patto che “il governo ugandese fornisca particolari sul dispiegamento dei suoi militari” e “le sue truppe si ritirino da tutti gli avamposti nelle aeree colpite dalla guerra civile del nord e nell’est”. Sono alcune delle richieste avanzate da Martin Ojul, capo della delegazione dei ribelli, durante i negoziati con il governo di Kampala ripresi ieri a Juba, nel Sud Sudan. In un documento su disarmo, smobilitazione e reintegrazione delle milizie riportato oggi dalla stampa locale, Martin Ojul sostiene inoltre che “l’Uganda dovrebbe istituire e costruire un nuovo esercito nazionale che garantisca sicurezza, pace e prosperità sostenibile di tutta la popolazione”. Ojul accusa inoltre l’esercito regolare di avere usato “armi proibite” e afferma che Kampala dovrebbe fornire informazioni in proposito nonché “riferire delle armi di distruzione di massa in suo possesso”. Simili richieste erano già state avanzate dall’Lra e sono state ribadite dopo che il governo ha chiesto, tra le nuove condizioni per il cessate-il-fuoco, che il capo dell’Lra Joseph Kony riveli il dispiegamento delle sue milizie in Sudan, nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda. Utopico e ridicolo il documento dell’Lra: lo ha definito così Paddy Ankunda, portavoce della delegazione governativa, precisando che il governo “non ha mai posseduto e non intende possedere alcuna arma di distruzione di massa”.
DARFUR (SUDAN)
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'They raped me, one after the other'
[bbc] One of the worst cases came when the team reached the mountains of Jebil Mara, where some areas here have been cut off from the outside world for years.
It is in places like this that the killings have yet to be documented.
When the Panorama team arrived at one village - hundreds of women had gathered. Everyone wanted to talk about the ordeals they had been through.
Dozens of women from the African Fur tribe told of seeing their children being killed in attacks by the Janjaweed.
Everywhere that Panorama went, there was a similar story.
In the village of Kidinyir, the women went into more detail about the abuses that they allege were carried out by the Arab tribesmen known as Janjaweed.
One woman called Hawa told the programme: "Five of them surrounded me I couldn't move I was paralysed. They raped me, one after the other."
Another woman, called Kalima, spoke of the brutality used in the attacks.
She said: "My son was clinging to my dress. An Arab looking man, in a uniform with military insignia, stopped his car next to me. He grabbed my son from me and threw him into a fire."
A third villager Hikma, claimed the Janjaweed hurled racist insults as they carried out their attacks.
She said: "They were saying 'the blacks are slaves, the blacks are stupid catch them alive, catch them alive, take them away with you, tie them up'.
Foreign aid
The conflict has created hundreds of thousands of refugees
"They were terrorising our civilians. They would say 'kill them'".
When Panorama travelled to the crowded refugee camps the story was also one of extreme suffering.
At Mornei in Chad, a woman called Juma told the BBC that she had walked for miles with her 10-month-old daughter Nadia to reach the camp.
She said: "The Arabs attacked our village in the early morning. They opened fire. Women and children escaped here. They burnt the village. Everything was burnt. They killed young children. My brother was shot whilst he was trying to escape."
Both Juma and Nadia were painfully thin when they were interviewed in June, their food rations had run out 20 days previously.
The situation was made worse in the camps because Sudan's government had blocked much foreign aid with bureaucracy.
And when cameramen returned to the camp in July - Nadia had died.
In another camp in Kebkabiya, the refugees who had fled there still felt in serious danger.
One woman called Khatra told the programme the camp was like "a prison" as the women were frightened to step over the boundaries and into Janjaweed controlled territory.
However, she felt she had no choice but to leave the camp to collect much needed firewood.
Khatra said her worst fears were realised just four days before the Panorama team arrived in the camp, when she was attacked and raped by the Janjaweed.
She told the programme: "We went to get the firewood at eight o'clock in the morning. Suddenly we were confronted by the attackers.
"They started asking us: 'Where are you going, fur women?', and calling us donkeys. 'Where are the rebels?'
"They started beating us. We tried to resist and defend ourselves but we failed because they threatened us with knives. Four of them raped me."
DARFUR (SUDAN)
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U.S. opposes Sudan plan to send troops to Darfur
WASHINGTON, Aug 22 (Reuters) - The United States on Tuesday strongly criticized Sudan's plan to send more of its own troops into troubled Darfur region and said a "credible and legitimate" U.N. force was needed to stop the carnage.
Sudan's government opposes U.N. peacekeepers going to Darfur, where tens out thousands of people have died in more than three years of conflict, and instead wants to send 10,500 of its own troops there. The Arab League backed this proposal over the weekend.
State Department spokesman Gonzalo Gallegos said the United States was very concerned about the plan and urged Sudan's government to allow a U.N. force into Darfur without delay to stop what the United States say is genocide.
"Only a large, mobile, fast-reacting and robust (U.N.) force is capable of confronting the military challenges that exist in Darfur," Gallegos told Reuters.
"This credible and legitimate U.N. force, with African forces forming its core, should include Africans in key leadership positions," he said.
The African Union has about 7,000 under-funded troops struggling to halt the violence in Darfur where the trouble has worsened since the government and one of the main rebel groups signed a peace deal in May.
Gallegos said the goal of a U.N. force would be to help those displaced by the conflict and to stop increasing attacks on humanitarian workers as well as get life-saving humanitarian aid to those who needed it most.
"The Sudanese government must do its part to enable this transition to move forward immediately," he said.
Last week, Britain and the United States introduced a Security Council resolution to send some 17,000 U.N. peacekeepers to Darfur region no later than Oct. 1 and Gallegos said work was still continuing on this resolution.
He strongly condemned the attack on an African Union convoy last week in Darfur that killed two peacekeepers.
Gallegos urged Sudan's government to cooperate fully in an investigation into the attack, which he said was another indication of the lack of security in Darfur and the need for a U.N. force.
A coalition of eight Darfuri groups based in the United States sent a letter to U.N. Secretary-General Kofi Annan on Tuesday urging the quick deployment of a U.N. force and condemning Sudan's plans to send their own troops there.
"Our brothers and sisters still in Darfur cannot afford another month of debate. The time to act is now," said Suliman Giddo of the group Darfur Peace and Development.
"The United Nations must not delay sending real help to Darfur and must not for one instant consider allowing the perpetrators of genocide to reinforce their Janjaweed militias," he said, referring to the Arab militia mobilized by Sudan's government in response to a rebel uprising in Darfur.
The Janjaweed, who are usually on horseback, conducted a campaign of murder, looting and rape. In recent months, in-fighting among the rebels has resulted in similar atrocities against civilians.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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22/8/2006 20.46
TORNA LA CALMA A KINSHASA, MILITARI DI KABILA E BEMBA ACCETTANO DI RITIRARSI
[MISNA] “La situazione sembra essere tornata alla calma in città, non ci sono state più segnalazioni di scontri tra militari fedeli al presidente Joseph Kabila e le guardie del vice-presidente Jean-Pierre Bemba nella zona centrale della Gombé”: lo dicono alla MISNA fonti locali contattate nella capitale congolese Kinshasa al termine di un’altra giornata che si era aperta con notizie di disordini, ora rientrati, anche in due quartieri orientali, quelli di Matete e Limete. “Gli appelli alla calma lanciati da più parti sembrano essere stati ascoltati e non si sentono più colpi di armi da fuoco. In giro circolano alcuni mezzi pubblici, non c’è molta gente in strada, data l’ora tarda, ma gli abitanti sono ansiosi di riprendere da domani la loro vita normale” proseguono le stesse fonti. Gli scontri tra gli uomini di Kabila e di Bemba, scoppiati domenica sera dopo la diffusione dei risultati delle elezioni presidenziali del 30 luglio che hanno promosso entrambi al ballottaggio di ottobre, hanno colto di sorpresa la maggior parte della popolazione di Kinshasa: “La gente continua a chiedersi il perché siano accaduti con un senso di amarezza. Dopo l’annuncio del secondo turno elettorale già era iniziata l’attesa e la preparazione per quest’altro appuntamento e non ci sia aspettava una simile tensione”. Secondo un comunicato ufficiale giunto poco fa alla MISNA i militari di Kabila e di Bemba hanno accettato di ritirarsi dal centro della capitale. Un ‘gruppo di lavoro’, composto dal ministro della Difesa, dal capo di stato maggiore dell’esercito, dal comandante della guardia repubblicana di Kabila, dal responsabile delle guardie di Bemba e dai rappresentanti della Monuc e della forza europea ‘Eufor’ ha siglato un’intesa che prevede: la consegna di tutte le truppe delle forze armate regolari (Fardc) nelle loro caserme; la creazione di due squadre di verifica incaricate di garantire questa disposizione; la ripresa dei pattugliamenti ordinari della polizia, “l’unica incaricata di garantire l’ordine pubblico”, al fianco della Monuc e dell’Eufor. “Tutte le parti – si legge nella nota - si sono impegnate a rispettare scrupolosamente queste misure”.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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Congo: accordo tregua
Intesa tra fazioni presidente e vicepresidente
(ANSA) - KINSHASA, 22 AGO - Raggiunto un accordo per una tregua tra i soldati fedeli al capo dello Stato Kabila e i miliziani che sostengono il rivale Bemba. Le parti si sono accordate per tornare alle loro posizioni precedenti e riprendere le trattative. Aspettiamo di vedere se fanno sul serio oppure no.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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L'Europa invia altri soldati
[Il Giornale] Il Congo potrebbe ripiombare nell'incubo della guerra civile dopo tre giorni di sanguinosi scontri nella capitale, Kinshasa, fra la guardia presidenziale del capo di Stato Joseph Kabila e gli armati fedeli al suo vice Jean-Pierre Bemba. Il numero dei morti tra i militari e i civili è alto. Gli scontri sono iniziati domenica con l'annuncio dei risultati delle prime elezioni democratiche nell'ex Zaire dal 1961, sotto l'ombrello dell'Onu. I principali sfidanti erano proprio Kabila e Bemba.
Il primo ha ottenuto il 44,81 per cento dei voti, ma si aspettava una vittoria al primo turno, mentre il secondo si è attestato poco oltre il 20%. Il problema è che si andrà al secondo turno elettorale il 29 ottobre e sembra che alcune frange della guardia presidenziale, fedele a Kabila, non abbiano gradito lo smacco. Bemba è un ex guerrigliero che combattè le truppe del clan Kabila nella sanguinosa guerra civile del 1998-2003 nel corso della quale i morti furono oltre un milione.
Il processo elettorale è stato reso possibile da 17mila caschi blu dell'Onu e da una missione di supporto dell'Unione Europea (Eufor),che impegna 2800 uomini. Al momento ne sono schierati a Kinshasa un migliaio e ieri ne sono arrivati altri 400 dal vicino Gabon, dove si trova anche un C 130 della nostra aeronautica militare. Alla missione partecipa un minicontingente italiano di 65 uomini fra personale dell'aeronautica, carabinieri e il comandante, il tenente colonnello dell'esercito Enzo Gasparini Casari.
Gli scontri più violenti si sono avuti lunedì, quando la guardia presidenziale ha attaccato la residenza di Bemba. All'interno dell'edificio era in corso una riunione con gli ambasciatori dei principali Paesi coinvolti nel processo di pace: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Era presente anche il capo dei caschi blu in Congo, lo statunitense William Swing, che assieme agli altri ospiti è stato costretto a trovare riparo dalle cannonate nei sotterranei. Solo l'intervento delle truppe internazionali ha evitato il peggio.
Sull'origine degli scontri le due parti si rimpallano le responsabilità, ma l'Eufor ha deciso di far arrivare a Kinshasa i 400 soldati dal Gabon. Nella notte fra lunedì e martedì erano giunti all'aeroporto internazionale, chiuso a causa degli scontri, le avanguardie francesi, portoghesi e svedesi a bordo di elicotteri. Ieri è arrivato nella capitale il grosso dei rinforzi: tedeschi e olandesi. Le strade di Kinshasa sono semideserte e i caschi blu le pattugliano con la polizia, ma si sono visti in giro anche blindati leggeri dell'esercito congolese.
Le elezioni presidenziali e parlamentari si erano svolte il 30 luglio, in un clima di festa, con 16,9 milioni di congolesi che votavano per la prima volta negli ultimi 45 anni di guerre e dittature.Kabila è il figlio trentacinquenne di Laurent, il presidente giunto al potere con la forza e che nel 2001 venne ucciso da una sua guardia del corpo. Originario del Katanga, ha vissuto soprattutto all'estero studiando in Tanzania e in Uganda e venendo addestrato militarmente in Cina. Gode dell'appoggio della comunità internazionale, ma molti congolesi lo considerano uno «straniero». Nel Congo orientale è popolare, ma nella capitale non ha sfondato e molti voti sono andati a Bemba, suo unico vero sfidante su una trentina di candidati.
Bemba si è laureato in economia e finanza in Belgio. Con la caduta del dittatore Mobutu Sese Seko si era rifugiato all'estero per poi tornare fondando l'Mlc, un movimento guerrigliero appoggiato dall'esercito ugandese. Grazie alle zone diamantifere che è riuscito a occupare, ha finanziato l'avanzata e viene considerato una specie di erede di Mobutu. Bemba fu il primo leader di un gruppo armato a firmare la pace con Kabila e nel 2003 entrò a far parte del governo di transizione.
Nella serata di ieri una fonte dell'Onu ha annunciato una tregua fra le due fazioni: «Bisognerà vedere - ha detto - se verrà presa seriamente oppure no».
DARFUR (SUDAN)
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DARFUR (SUDAN)
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U.N. meeting sought over Darfur crisis
(Associated Press) UNITED NATIONS - The U.N. Security Council president has invited the key players in the Darfur crisis to a meeting next week on a proposed new resolution to transfer peacekeeping in the conflict-wracked region to a U.N. force, a move the Sudanese government strongly opposes.
Last week, the U.S. and Britain introduced a resolution that would authorize the financially strapped African Union to hand over peacekeeping to a much larger and better equipped U.N. force.
The African Union has requested the transfer, saying it is not able to conduct long-term peacekeeping operations, but Sudanese President Omar al-Bashir remains staunchly opposed and has warned that Sudan's army would fight any U.N. forces sent to Darfur.
Ghana's U.N. Ambassador Nana Effah-Apenteng, the council president for August, said Monday he sent invitations last week to the African Union, the Arab League, the Organization of the Islamic Conference and the Sudanese government to meet the council to discuss the proposed resolution.
He said the Arab League and the OIC accepted in principle and he was waiting for the others to reply. "We haven't finalized it," he said.
U.N. diplomats said Effah-Apenteng proposed holding the meeting on Monday, but Qatar - the only Arab member of the council - objected, saying it was too early to suggest a meeting or consider a resolution. The diplomats spoke on condition of anonymity because the discussions were closed to the media.
A May peace agreement signed by the government and one of the major rebel groups was supposed to help end the conflict in Darfur. Instead, it has sparked months of fighting between rival rebel factions that has added to the toll of the dead and displaced.
Aid groups, the U.N. and AU peacekeepers say rebel factions are seeking to gain advantage before a permanent peace comes to a region where more than 200,000 people have been killed since 2003 when ethnic African tribes revolted against the Arab-led Khartoum government.
Britain's U.N. Ambassador Emyr Jones Parry said Washington and London want the resolution adopted as quickly as possible because the situation in Darfur "is deteriorating." In the latest violence, two AU soldiers were killed and three wounded in an ambush by unidentified fighters Saturday.
"We want the United Nations urgently to support African Union forces in Darfur as a step towards their replacement by an effective U.N. force on the ground," he said in a statement.
Sudan's Justice Minister Mohamed Ali al Mardhi denounced the U.S.-British draft on Sunday, calling it "wicked" and "misleading." He warned the government would not protect international forces against attacks from Sudanese people and others from neighboring countries.
Sudan wants the AU force to remain in Darfur and be strengthened with the money that would be spent on a U.N. force.
The resolution would replace the 7,000-strong African Union force with a U.N. peacekeeping mission of about 22,600 - comprising up to 17,300 troops, 3,300 international police officers and 16 police units trained in riot and crowd control totaling about 2,000 officers.
The AU's mandate runs out on Sept. 30. The draft resolution calls for the U.N. force to begin deploying by Oct. 1. In the interim, it asks U.N. Secretary-General Kofi Annan - who also recommended a transition to a U.N. force - to strengthen the AU force with additional aircraft and ground transport.
SUDAN
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23/8/2006 10.09
ONU DENUNCIA VIOLENZE E RECLUTAMENTO MINORI
[MISNA] Mentre la situazione umanitaria e della sicurezza in Sudan continua a peggiorare, il Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, ha chiesto a tutti i protagonisti della politica sudanese un maggior impegno per la salvaguardia dei bambini nel paese, che continuano a subire rapimenti, violenze e fame, a essere reclutati dai gruppi armati– tanto l’esercito regolare quanto le formazioni ribelli – e a morire. In un rapporto inviato al Consiglio di sicurezza, Annan, pur senza fornire dati, descrive le minacce che ancora gravano sull’infanzia sudanese, nonostante gli accordi di pace nel Sudan meridionale e i tentativi di pacificazione nel Darfur. Il segretario generale riconosce che c’è stata una diminuzione dei reclutamenti forzati in Darfur, ma sottolinea che si è ancora lontani dalla cessazione di questa pratica: “I processi di pace in Darfur e nel Sud Sudan costituiscono una grande opportunità per i dirigenti del Sudan per far cessare una volta per tutte le attività di reclutamento e d’uso dei bambini” scrive Annan nel rapporto, in cui si sottolinea che la pratica interessa tutte le formazioni armate, regolari (Spla incluso) e non, esistenti nel paese, ma anche alcuni gruppi armati originari dei paesi circostanti: come i ribelli ugandese dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) o i gruppi d’opposizione armata del Ciad.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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23/8/2006 11.06
KINSHASA TORNA ALLA NORMALITÀ, IN ATTESA DI SVILUPPI POLITICI
[MISNA] “La vita a Kinshasa è finalmente tornata alla normalità e lo si vede bene dal traffico che è ripreso intenso sulle strade cittadine. I mercati e gli uffici hanno riaperto e la gente è potuta tornare a lavoro”: così una fonte della MISNA descrive la situazione nella capitale della Repubblica democratica del Congo, scossa negli ultimi tre giorni da intensi scontri a fuoco tra gli ‘eserciti privati’ dei due candidati alle elezioni presidenziali che hanno passato il primo turno (Joseph Kabila e Jean Pierre Bemba) e che si contenderanno la presidenza nel ballottaggio di fine ottobre, ma anche dai disordini causati in alcuni quartieri periferici da gruppi di giovani che tentavano di approfittare del caos in città per compiere saccheggi. “L’intervento della comunità internazionale e di vari esponenti congolesi ha consentito di mettere fine ai combattimenti tra gli uomini di Kabile e Bemba e ora si attende solo che i due si incontrino” aggiunge la fonte. Nelle ultime ore si sono moltiplicati gli appelli - lanciati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dal segretario generale Kofi Annan e da altre realtà della comunità internazionale – affinché i due candidati si incontrino faccia a faccia per risolvere “politicamente” e “attraverso il dialogo” le loro differenze. Secondo le indiscrezioni raccolte dalla MISNA in ambienti diplomatici a Kinshasa, però, un incontro tra i due difficilmente potrà avere luogo prima del fine settimana, dal momento che “a livello personale, i rapporti tra Kabila e Bemba sono ancora molto tesi”. “Sicuramente oggi e domani si incontreranno solo i delegati dei due candidati, come d’altronde è avvenuto ieri” precisa un diplomatico occidentale. È tornata la calma anche nei quartieri di Matete e Limete, nell’est di Kinshasa, dove già ieri sera la polizia era riuscita a disperdere i gruppi di giovani che per due giorni avevano tentato di assaltare e saccheggiare alcuni complessi scolastici della zona, in episodi che, solo marginalmente, sono sembrati riconducibili alle ‘violenze’ politiche avvenute nel centro di Kinshasa. Tuttavia non è ancora chiaro il bilancio in vite umane e danni alle strutture che le violenze degli ultimi giorni hanno causato a Kinshasa, anche perché le autorità sembrano intenzionate a evitare di alimentare tensioni o fomentare vendette.
UGANDA
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23/8/2006 12.54
CAPO RIBELLI LRA IN CERCA DI ASILO POLITICO?
[PIME] Soprattutto la Repubblica Centrafricana, ma forse anche il Sud Sudan o l’est della Repubblica democratica del Congo: queste le località che, secondo il quotidiano indipendente ugandese ‘Monitor’, sarebbero state indicate da Joseph Kony, fondatore e capo indiscusso dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) per passare quel che gli resta da vivere (poco, secondo indiscrezioni che lo danno molto malato) dopo la firma di un accordo di pace col governo di Kampala. Nell’articolo di apertura di oggi, il Monitor precisa che la destinazione più probabile, almeno per il momento, sembrerebbe essere il Centrafrica. Kony, infatti, avrebbe “ufficialmente” (scrive sempre il giornale ugandese) avvicinato il governo del presidente centrafricano Francois Bozizé chiedendo asilo politico. Per questo motivo, il capo dell’ufficio presidenziale di Bangui, E. Jebbari, sarebbe arrivato nel fine settimana a Kampala, dove avrebbe discusso della faccenda col presidente ugandese Yoweri Museveni. Dal palazzo presidenziale ugandese hanno smentito allo stesso Monitor che un delegato del governo centrafricano sia arrivato nel fine settimana, ma il quotidiano cita fonti anonime sia del governo ugandese che di quello centrafricano per confermare l’incontro dedicato al possibile futuro di Kony. Intanto fonti governative ugandesi fanno sapere che ieri è arrivato a Juba, dove hanno sede i colloqui di pace tra Kampala e i ribelli del Lra, un inviato delle Nazioni Unite. Si tratta, secondo il quotidiano filo-governativo ‘New Vision’, di Welile Nhlapo, direttore della prima divisione Africa del dipartimento per gli affari politici dell’Onu. Nhlapo ha incontrato i mediatori, ma non sono chiari i contenuti del faccia faccia. Secondo il New Vision, il rappresentante dell’Onu sarebbe arrivato a Juba per valutare le possibilità di un sostegno al processo di pace da parte del Palazzo di Vetro.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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L'ex capo ribelle che non dimentica Mobutu
[Avvenire] Jean-Pierre Bemba Gombo, uno dei quattro vice presidenti di transizione del Congo, è nato a Bokada (nella provincia dell'Equateur) il 4 novembre del 1962. È figlio di Jean Bemba Saolona, ricchissimo uomo d'affari e già ministro prima del defunto dittatore Mobutu Sese Seko e poi di Laurent Désiré Kabila, Jean-Pierre Bemba, cognato di un figlio di Mobutu, ha studiato in Belgio laureandosi in scienze commerciali all'Ichec di Bruxelles. All'inizio degli Anni '90 inizia la propria carriera di ricco imprenditore nei settori delle telecomunicazioni e dell'aviazione commerciale. Nel 1998 scende in campo nella seconda guerra congolese alla guida del Movimento di liberazione del Congo (Mlc) alleato dell'Uganda e del Ruanda. Morto Mobutu in esilio, su Bemba si riversano il sostegno e le aspettative dell'entourage del vecchio dittatore. Al termine di un suo discorso tenuto allo stadio di Kinshasa, alla vigilia delle elezioni del 30 luglio scorso, una folla di scalmanati ha assalito e distrutto un luogo di culto di una setta pro-Kabila e la sede della locale Alta autorità dei media (Ham). Se non riuscirà a vincere le presidenziali, con ogni probabilità dovrà presto presentarsi di fronte al Tribunale penale internazionale per rispondere delle accuse di crimini contro l'umanità presentate negli anni scorsi contro l'Mlc.
DARFUR (SUDAN)
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The remains of the village of Jijira Adi Abbe in Darfur, western Sudan after the government attack.
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The body of a teenage boy lies among others outside the African village of Jijira Adi Abbe in Darfur, western Sudan. Bodies left unburied send a message to villagers elsewhere not to resist.
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CIAD
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24/8/2006 0.38
ARRESTATI CAPI GRUPPO RIBELLE DEL DARFUR
[MISNA] Sette dirigenti del Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem), uno dei gruppi ribelli attivi nella regione sudanese occidentale del Darfur contrari all'accordo di pace proposto dall'Unione africana (Ua) del maggio scorso, sono stati arrestati in Ciad. Lo ha riferito il ministro degli Esteri Ahamt Allam-mi, precisando che i sette potrebbero essere presto consegnati all'Ua. "Abbiamo normalizzato le nostre relazioni con il Sudan e ogni parte deve fare onore ai propri impegni" ha detto Allam-mi, ricordando l'accordo siglato lo scorso 26 luglio in cui Ciad e Sudan si sono impegnati a non dare più ospitalità ai rispettivi movimenti ribelli e a creare una commissione militare congiunta incaricata di controllare la lunga frontiera (1000 chilometri) che divide i due paesi. Nei mesi scorsi Ciad e Sudan si erano accusati a vicenda di dare sostegno ai rispettivi gruppi ribelli finché N'Djamena aveva unilateralmente rotto le relazioni diplomatiche con il Sudan il 14 aprile scorso, all'indomani di un attacco contro la capitale
UGANDA
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23/8/2006 20.26
CHIESTO CONTRIBUTO DESMOND TUTU PER “COMMISSIONE VERITÀ E RICONCILIAZIONE”
[MISNA] I ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra) hanno chiesto il contributo del Premio Nobel per la pace sudafricano Desmond Tutu per creare una Commissione di verità e riconciliazione per il Nord Uganda: secondo il quotidiano indipendente ‘Monitor’ i ribelli hanno scritto una lettera all’arcivescovo invitandolo a fornire suggerimenti su come l’organismo dovrebbe lavorare per sanare le ferite inferte da oltre 20 anni di conflitto. Parlando di fronte al comitato della difesa e degli affari interni ugandese, il consulente legale della Corte penale internazionale dell’Aja, Bale Afako, ha osservato che l’istituzione della Commissione “è l’unica strada percorribile per una soluzione duratura alla guerra”. Secondo Afako “le vittime delle violenze devono poter partecipare al processo di pace e il sistema di giustizia tradizionale del popolo Acholi – il gruppo etnico più colpito dal conflitto – deve essere incoraggiato per promuovere la riconciliazione”. Intanto, da Juba, la capitale del Sud Sudan dove sono in corso i colloqui tra il governo e i ribelli, un portavoce dello Lra ha negato la responsabilità del gruppo armato nell’imboscata tesa a un’ambulanza che portava farmaci all’ospedale missionario di Kalongo, nel distretto settentrionale di Pader, di cui la MISNA ha dato notizia oggi. “Non è stato un nostro attacco, siamo impegnati a rispettare il cessate il fuoco” ha detto il portavoce ribelle Godfrey Ayoo all’agenzia francese ‘Afp’, ribattendo alle accuse dell’esercito secondo cui si è trattato di una violazione della tregua. Fonti locali contattate dalla MISNA nel nord del paese hanno invece confermato che ad assaltare il mezzo, poi dato alle fiamme, sarebbe stati alcuni ribelli già segnalati nella zona per alcune recenti scorrerie alla ricerca di cibo.
SUDAN
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24/8/2006 2.24
PRIMO CASO DI DISARMO VOLONTARIO IN VILLAGGIO DEL SUD SUDAN
[MISNA] Hanno fatto trovare ai militari dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla), l’ex-movimento ribelle ora massima autorità amministrativa del Sud Sudan, le loro 1.300 pistole e fucili ammassati in un campo della città di Akobo. Con questo gesto inusuale in una regione alle prese con i problemi della rinascita sociale ed economica dopo un ventennio abbondante di guerra, gli abitanti della città di Lou Nuer, nella provincia di Jonglei, si sono privati dell’unica forma di autodifesa in una regione in cui negli ultimi mesi risono intensificati gli scontri inter-etnici per il controllo dei pochi pascoli per le mandrie e della preziosa acqua. “Ci vuole più coraggio a cedere un’arma che a usarla” ha dichiarato David Gressly, il coordinatore umanitario dell’Onu per il Sud Sudan, commentando il fatto. Alcuni mesi fa lo Spla aveva attivato un programma di disarmo forzato nella provincia in cui vivono gli abitanti di Lou Nuer, ma dopo i primi soddisfacenti risultati la collaborazione si era fermata a causa dell’esplosione di gravi scontri inter-etnici, in particolare con la popolazione Jikany, tradizionalmente opposta ai Lou dall’abitudine di entrambi di portare le proprie mandrie ad abbeverarsi lungo il corso del fiume Sobat. Il disarmo pone ora in una situazione di difficoltà la popolazione Lou Nuer poiché i villaggi vicini, con cui esistono tensioni e rancori, non hanno invece ancora consegnato le loro armi, in una regione in cui lo Spla ha un controllo ancora insufficiente e non sempre limpido del territorio. Il disarmo ad Akobo e dintorni è cominciato in accordo con gli accordi di pace del gennaio 2005, che hanno posto fine a 21 anni di guerra civile.
:)
DARFUR (SUDAN)
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24/8/2006 7.09
ONSIGLIO DI SICUREZZA INVITA KHARTOUM A PROSSIMA RIUNIONE
[PIME] Si terrà, come previsto, lunedì prossimo l’incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicato al Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di scontri e violenze. Lo ha fatto sapere il presidente di turno del Consiglio, precisando che l’incontro sarà pubblico e vedrà anche la partecipazione di rappresentanti del governo sudanese, della Lega Araba, della Organizzazione della conferenza islamica (Oic) e dell’Unione Africana. La Lega Araba nei giorni scorsi aveva chiesto al Consiglio di rimandare a data da destinarsi l’incontro dedicato al Darfur, durante il quale, in base al programma iniziale, si sarebbe dovuto discutere della nuova bozza di risoluzione depositata da Washington e Londra per l’invio di caschi blu al posto degli osservatori attualmente dispiegati dall’Unione Africana. Pur non rinviando l’incontro, il Consiglio di sicurezza sembra comunque aver accolto in parte le richieste avanzate dalla Lega Araba, che chiedeva all’Onu di non inviare una missione e di dare più tempo al governo sudanese per migliorare la situazione nella regione occidentale del Darfur attraverso l’applicazione di un piano messo a punto da Khartoum. “Il governo del Sudan avrà la possibilità di spiegare al Consiglio il suo piano e argomentare la sua opposizione al dispiegamento di una forza Onu in Darfur” ha detto Nana Effah-Apenteng, l’ambasciatore del Ghana al Palazzo di Vetro che attualmente detiene la presidenza di turno del massimo organo decisionale delle Nazioni Unite. La bozza di risoluzione realizzata da Washington e Londra chiede l’autorizzazione al dispiegamento di una missione di pace composta da almeno 17.000 uomini. Secondo Washington la risoluzione può essere adottata anche senza il consenso di Khartoum, ma gli uomini non potranno essere dispiegati finchè il governo sudanese non darà il via libera. Una luce verde che l’esecutivo del Sudan non sembra avere nessuna intenzione di concedere, almeno per ora.
REPUBBLICA DEM. DEL CONGO
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24/8/2006 11.16
CALMA A KINSHASA, APERTA INCHIESTA SULLE VIOLENZE DEI GIORNI SCORSI
[PIME]Resta calma la situazione a Kinshasa, teatro lunedì e martedì di alcuni scontri tra le guardie armate dei due candidati che hanno passato il primo turno delle elezioni presidenziali: Joseph Kabila e Jean Pierre Bemba. Lo riferiscono fonti della MISNA sul posto, precisando che per le strade già da ieri circolano ormai solo pattuglie miste di caschi blu (della Missione Onu in Congo, Monuc) e poliziotti locali, mentre i militari dell’Eufor (la Forza Europea inviata proprio per garantire la sicurezza nel periodo elettorale) sono ormai rientrati nel loro quartier generale di Ndolo. Secondo le informazioni raccolte, le autorità congolesi e i mediatori della comunità internazionale hanno deciso di aprire un’inchiesta sugli scontri cominciati domenica sera poco dopo l’annuncio dei risultati provvisori del primo turno delle elezioni presidenziali e proseguiti fino a martedì; combattimenti in cui, secondo un bilancio fornito da fonti della polizia sarebbero morte circa 16 persone, includendo civili, poliziotti, militari e le perdite subite dai protagonisti degli scontri: la guardia presidenziale di Kabila e i miliziani del Movimento di liberazione del Congo (Mlc) di Bemba. Sulle violenze ieri è tornato anche Azarias Ruberwa (vice-presidente del governo di transizione nato nel 2003 con delega alla Sicurezza e candidato sconfitto alle presidenziali), che ieri in una conferenza stampa ha accusato Bemba e Kabila di aver messo in pericolo la popolazione civile e ha fatto sapere che se dovessero riprendere scontri tra le due parti non resterà a guardare.
CIAD
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24/8/2006 19.11
CONSEGNATI ALL’UA CAPI GRUPPO RIBELLE DEL DARFUR
[MISNA]Sono stati consegnati a una rappresentanza dell’Unione Africana (Ua) i sette capi del Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem), uno dei gruppi ribelli attivi nella regione sudanese occidentale del Darfur, arrestati nei giorni scorsi in circostanze non ancora chiare in Ciad: lo ha riferito il ministro della Sicurezza, Routouang Yoma Golom, sottolineando che “si tratta di un gesto del governo ciadiano che testimonia la sua vera volontà di pace per il Darfur”. Già ieri il capo del Jem, Khali Ibrahim, aveva rivolto un appello al presidente Idriss Deby chiedendogli di rilasciare i suoi uomini e assicurando che il movimento “non ha alcun soldato presente in territorio ciadiano”. Fonti della polizia hanno precisato che gli esponenti del Jem, contrari all’accordo di pace siglato nel maggio scorso ad Abuja, in Nigeria, erano stati catturati a N’Djamena e ad Abeché, villaggio dell’est del paese, al confine con il Darfur. Di fatto finora i ribelli avevano potuto circolare liberamente nella capitale ciadiana dove avevano alcune residenze e per un periodo di tempo si erano stanziati nella locale ambasciata sudanese. In base all’intesa raggiunta lo scorso 26 luglio i governi di N’Djamena e Khartoum si sono impegnati a non dare più ospitalità ai rispettivi movimenti ribelli e a creare una commissione militare congiunta incaricata di controllare la lunga frontiera (1000 chilometri) che divide i due paesi.
UGANDA
http://www.misna.org/images/mappa50.jpg
24/8/2006 20.27
COLLOQUI DI JUBA, RIBELLI CHIEDONO "GOVERNO ALLARGATO"
[PIME] “Proponiamo azioni per la rappresentanza di persone qualificate delle regioni settentrionali e orientali nel governo e in tutti i ministeri, comitati e altri istituti previsti dalla legge”: lo affermano i ribelli del sedicente Esercito di resistenza del Signore (Lra) in un comunicato consegnato oggi ai mediatori impegnati nei colloqui di pace in corso a Juba, nel Sud Sudan. Secondo i ribelli, il nord e il sud del paese sarebbero stati emarginati dall’amministrazione del presidente Yoweri Museveni durante il conflitto ultraventennale. “Il presidente è chiaro: nessuna condivisione di poteri con l’Lra” ha replicato il portavoce del governo ugandese, il capitano Paddy Ankunda, aggiungendo che i negoziatori dell’Lra stanno mettendo a rischio l’offerta di amnistia di Museveni ai capi ribelli ricercati dalla Corte penale internazionale (Cpi/Icc) per crimini di guerra e contro l’umanità. Intanto Ruhakana Rugunda, capo della delegazione di Kampala e ministro degli Interni, ha incontrato Salva Kiir, presidente del Sud Sudan e mediatore, per discutere la smobilitazione e il disarmo dei ribelli dell’Lra. “Il governo del Sud Sudan sta cercando i possibili punti di assembramento e li comunicheranno a entrambe le parti al più presto” ha riferito Rugunda.
dantes76
22-11-2006, 19:56
SUDAN: ALLARME ONU, IL DARFUR E' ORMAI SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO
EGELAND DENUNCIA IMPUNITA', 'GRUPPI ARMATI SEMINANO TERRORE TRA PROFUGHI'
New York, 22 nov. - (Adnkronos/Dpa) - Vaste aree del Darfur sono controllate e contese da forze governative, milizie, ribelli e gruppi armati dell'opposizione provenienti dal Ciad, spingendo la regione occidentale del Sudan sull'orlo di un ''abisso''. E' il nuovo grido di allarme di Jan Egeland, coordinatore per gli aiuti umanitati delle Nazioni Unite.
http://www.adnkronos.com/3Level.php...d=1.0.608431153
dantes76
22-11-2006, 19:59
Appello a Rai, Mediaset e La7 per il Darfur
300 mila morti, 2 milioni di sfollati, 200 mila rifugiati.
Una tragedia che si consuma da tre anni. Ma i morti del Darfur non fanno notizia.
Firma l’appello on-line per chiedere a RAI, LA7 e MEDIASET di dare più spazio all’informazione sul Darfur e sulle crisi umanitarie del mondo.
“Scrivo per lamentarmi dell’esiguo spazio dedicato dalla vostra azienda al genocidio in corso nella regione del Darfur in Sudan.
Nel Darfur si muore da tre anni ma l’allarme lanciato da organizzazioni umanitarie e militanti per i diritti civili rimane inascoltato dai maggiori media italiani. Finora si contano trecentomila morti, duecentomila rifugiati e due milioni e mezzo di sfollati che hanno fatto valere alla crisi il titolo di «genocidio».
I mezzi televisivi italiani raggiungono oggi la maggior parte della popolazione della penisola come fonte primaria se non unica d’informazione. La televisione detiene il potere d’informazione, ma anche i quotidiani, seppure in maniera minore, possono concorrere a informare gli Italiani su cosa stia accadendo oggi nel Darfur. Molto spesso, ciò che non è raccontato dai media televisivi non esiste per la maggior parte delle famiglie italiane.
Alimentando una maggiore coscienza del genocidio in atto nel Darfur, i media italiani possono contribuire a fermare le ingiustizie e le atrocità che si stanno compiendo nella regione.
Per questo Vi chiedo di aumentare lo spazio dedicato all’informazione sul genocidio del Darfur, per porre fine alle gravi azioni contro i diritti umani e la dignità stessa dell’uomo.
Come fruitore di un servizio pubblico e privato, vi prego di dare maggiore importanza alla tragedia che si sta compiendo, attraverso una programmazione che dia spazio anche quotidianamente a servizi e dossier sul genocidio nel Darfur.
Rimango in attesa di un vostro cortese riscontro.
Cordiali saluti,
Grazie.”
Sito dell'appello
http://www.savetherabbit.net/scrividarfur.htm
Firma l’appello on-line per chiedere a RAI, LA7 e MEDIASET di dare più spazio all’informazione sul Darfur e sulle crisi umanitarie del mondo.
ma il darfur, non era uno stile di vita? :stordita:
form filled ;)
dantes76
22-11-2006, 20:11
ma il darfur, non era uno stile di vita? :stordita:
form filled ;)
eh eh :p
Darfur, uno stile di vita
Poco tempo fa abbiamo appreso dalla televisione satirica che per qualche nostro parlamentare il “Darfur” è uno stile di vita, di alimentazione, rapido e moderno, un po' in contrasto col tradizionale ritmo mediterraneo di vita e di alimentazione cui siamo abituati. Un'affermazione che rappresenta evidentemente un lapsus, e perciò andrebbe approfondita. Il Darfur, così come abbiamo imparato a conoscerlo negli ultimi tre anni, corrisponde di fatto sempre più stabilmente a uno “stile di vita”, ispirato alla paura e all'insicurezza personale, e corrisponde pure a un regime alimentare, decisamente ipocalorico, che per due milioni di sfollati si identifica con la razione alimentare a cui riesce a provvedere a stento l'aiuto umanitario internazionale.
I comunicati stampa e le testimonianze, che a getto continuo sono pubblicate sui siti di MSF e delle altre organizzazioni di soccorso, documentano di una crisi armata sempre più avvitata su se stessa e di cui fanno inesorabilmente le spese i civili inermi. Popolazioni già normalmente tagliate fuori da mercati e movimenti “globali”, patiscono l'esclusione micidiale dalle tradizionali fonti di approvvigionamento e di sostentamento e vengono letteralmente “spazzate via” dalla violenza che spira su quell'arida regione. È vero, non si tratta di condizioni a cui noi, paghi del ritmo mediterraneo, siamo abituati, e gli stessi media ce le mostrano piuttosto raramente. Potremmo dunque accettare il lapsus dei parlamentari come una veniale amnesia? Forse, e pure con un po' di compatimento, a patto che poi non dipendesse anche da questi signori, decidere, se non altro ratificare, scelte determinanti per l'evoluzione della crisi. A volte osano chiamarle soluzioni, ma con il grado di consapevolezza, misero invero, che il lapsus tradisce, rischiano di rivelarsi soluzioni facili, di corto respiro e scarsa lungimiranza.
Non è compito di MSF suggerire ai politici (e ai militari) le strategie politiche, come non è compito dei politici (e dei militari) suggerire (né quindi finanziare) a MSF le strategie dell'intervento umanitario. Come è noto, MSF non è un'associazione di volontari di ventura, e ogni nostra azione di intervento, come ogni azione di ripiegamento, se determinata da valutazioni di ordine sanitario, si accompagna a una documentabile analisi politica del contesto; ma le motivazioni, la ragion d'essere e gli obiettivi di queste analisi non hanno nulla a che vedere con analoghi processi curati dalle cancellerie regionali e globali. Anche le stesse parole non hanno lo stesso peso e non comportano le stesse conseguenze.
La parola “sicurezza”, per esempio, per noi significa che alla gente, alle donne, ai bambini, va garantito il diritto ad andare a cercare la legna, o l'acqua fuori dal campo senza essere assaliti, rapiti, violentati ed uccisi come regolarmente accade in Darfur ad opera delle milizie; che alle equipe di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie, a bordo di vetture bianche disarmate con le insegne riconoscibili, sia consentito di superare i posti di blocco mentre trasportano aiuti o feriti, senza venire attaccate e senza che gli si spari addosso. Per alcune cancellerie, lo abbiamo imparato, la “sicurezza” si identifica invece con un controllo poliziesco di territori non conosciuti, operato senza neppure parlare la stessa lingua, significa operazioni di sostegno di governi considerati amici e indebolimento dei non amici, ma soprattutto significa semplificazione della complessità del mondo alla dialettica “noi-gli altri”; e dinanzi a una crisi avvitata come quella del Darfur l'esigenza di “sicurezza” porta ormai a un riflesso condizionato: che risposta militare dare.
Esiste solo la risposta militare? È davvero il modo per mettere in sicurezza i bambini e le donne che debbono andare a cercare legna ed acqua? È il modo migliore per favorire la circolazione delle vetture bianche degli operatori umanitari, dopo averne già messo a repentaglio l'incolumità permettendosi di usare lo stesso tipo di mezzi per operazioni politiche mascherate di aiuto e di cooperazione, magari arrivando all'incoscienza di far sparare da qualcuna di quelle vetture che per convenzione tutte le parti in conflitto dovevano considerare neutrali e disarmate?
Al tempo delle guerre jugoslave e del genocidio ruandese, fummo noi a coniare l'espressione “ingerenza umanitaria” per rendere l'opinione pubblica consapevole della necessità di spezzare, anche con la forza, gli assedi e frenare le stragi, e portare dunque sollievo alle popolazioni sotto tiro; ma purtroppo dell'espressione, al pari del colore delle vetture, se ne sono appropriate le cancellerie, e l'hanno usata per camuffare le loro “guerre giuste”,* dal Kosovo in poi. Noi quell'espressione, ormai svuotata del senso originario, l'abbiamo abiurata** e rivendichiamo la necessità di operare in netta, coerente, sistematica separazione tra intervento umanitario e intervento militare. L'uno e l'altro riportano a logiche, usano strumenti, intraprendono azioni, corrispondono a comportamenti assolutamente distinti e mai conciliabili. Però la brillante espressione potrebbe risultare ancora seducente per il nostro parlamentare affetto da amnesia, e indurlo ad approvare un intervento armato di cui ignora portata ed effetti sulle popolazioni il cui “stile di vita” vorrebbe contribuire a mettere in sicurezza.
Anche se le recenti esperienze si sono rivelate fallimentari, forse persiste nella nostra opinione pubblica, e nella classe politica che essa esprime, una concezione antiquata delle relazioni internazionali, ispirata alla fantasia del “protettorato”. La scorsa estate in Libano una forza di pace o interposizione sotto l'egida dell'ONU si è potuta insediare perché le parti erano d'accordo, in Darfur un contingente di caschi blu potrà intervenire solo unilateralmente (quindi già non sarebbe più forza di pace) perché il Governo sudanese, che porta certamente il maggior carico di responsabilità per le uccisioni, le distruzioni e il terrore che regnano nell'area, si è detto contrario e si opporrà con le armi. Il Sudan non è più quello di Lawrence d'Arabia, qualcuno, magari l'inviato di una trasmissione satirica dovrebbe farlo sapere a tutti i parlamentari (nelle cancellerie lo sanno), e la gente inerme laggiù oggi viene bombardata ed è in fuga non tanto per il conflitto etnico-religioso che agitano i fanatici dello scontro di civiltà, ma più “banalmente” per il controllo delle terre, e forse ancor più del sotto-terra, dei grandi giacimenti minerari su cui si concentrano gli appetiti la cui soddisfazione alla fine serve esclusivamente, e a nostro avviso illegittimamente, a garantire che la parte ricca del mondo conservi il proprio consolidato stile di vita.
Gianfranco De Maio
Direttore esecutivo
MSF Italia
http://www.msf.it/editoriale/211106.shtml
~ZeRO sTrEsS~
25-11-2006, 16:11
http://www.youtube.com/watch?v=gjif2fqzmEg
attensione sono immagini forti ma la triste realtá
edit
sono veramente forti in alcune parti ci sono i volti delle vittime del darfur
Hitman04
25-11-2006, 16:18
"Darfur? Si, è quell'abitudine di mangiare veloce e male, cioè...un grosso problema del cibo veloce..." :stordita: :stordita:
HenryTheFirst
25-11-2006, 16:45
Zero forse è meglio se evidenzi la tipologia di immagini che hai linkato in maniera più esplicita.
Sudan & Darfur:
http://www.hwupgrade.it/forum/showthread.php?t=1009747
Sehelaquiel
25-11-2006, 22:35
Sono arrivato al primo minuto, poi ho dovuto chiudere.
zerothehero
27-11-2006, 13:00
L’ultimo attacco è stato lanciato venerdì. Aerei dell’esercito sudanese hanno bombardato villaggi nel nord Darfur, poi sono arrivati i janjaweed, i miliziani arabi a cavallo o a dorso di cammello per completare, come al solito, il lavoro: ammazzare gli uomini sopravvissuti, violentare le donne, insultarle e schermirle umiliandole (“ora hai in grembo un figlio arabo”), rapire i bambini per trasformarli in schiavi, portar via le mandrie e saccheggiare il saccheggiabile.
SCORRERIE QUOTIDIANE - Ma forse, nel momento in cui leggete, quella di venerdì è diventata la penultima incursione. Infatti le scorrerie dei miliziani arabi contro le popolazioni civili di origine africana che abitano le regioni occidentali del Sudan si ripetono ormai quotidianamente. “Non c’è più tempo! Il governo di Khartoum deve accettare un contingente di pace dei caschi blu per fermare il genocidio”, ha ammonito il segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, venerdì, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante un incontro tra 25 paesi e l’Unione Europea.
ANNAN E LA RICE - Sabato le ha fatto eco il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan che, in un editoriale pubblicato da un giornale francese, ha lanciato un appello al Sudan perché sia ragionevole: “Condanno l’escalation che sta prendendo il conflitto in Darfur – ha scritto il capo dell’Onu –. E’ una vergogna per tutta l’Africa”, ha aggiunto. Mentre la Rice ha ribadito la posizione americana: “Se Khartoum continuerà a impedire l’accesso in Darfur, occorrerà pensare a un’azione unilaterale”.
Il Consiglio di Sicurezza a fine agosto ha deciso l’invio nella martoriata regione sudanese di una forza di pace di 17 mila uomini e 3000 poliziotti, per sostituire l’attuale missione dell’Unione Africana, che conta 7200 soldati male armati e male organizzati. Grazie alla Cina e alla Russia, che minacciavano di porre il veto, però è stato aggiunto un codicillo: la missione si farà solo se sarà accettata dal governo di Khartoum. Un’assurdità visto che quel governo è considerato il mandante (e talvolta con i bombardamenti aerei, anche l’esecutore materiale) del massacri e delle grossolane violazioni dei diritti umani in quell’area.
zerothehero
27-11-2006, 13:02
La [3] China National Petroleum, di propietà statale, è azionista di maggioranza (40%) della [4] Greater Nile Petroleum Oil Company (GNPOC),che controlla due dei più importanti campi petroliferi della provincia sudanese dell’Alto Nilo Occidentale e il bacino di Melut, ad est del Nilo. La [5] China Petroleum Engineering and Construction (CPEC), sempre di proprietà statale, ha costruito un oleodotto che va dai giacimenti della GNPOC al Mar Rosso e un complesso di raffinerie nei pressi di Karthoum. Anche la cinese [6] Sinopec sta costruendo un oledotto a Port Sudan, nel Mar Rosso. Quasi tutti i giacimenti della regione meridionale del Darfur sono gestiti dalle compagnie cinesi per un investimento totale nel Paese che si aggira sui 10 miliardi di dollari.
In cambio del petrolio Pechino fornisce al governo sudanese appoggio diplomatico e una notevole quantità di armi, compresi elicotteri, aerei e veicoli militari, e ha inondato il Darfur di mine antipersona. Si stima che fino all’80% dei petrodollari del Sudan vengano destinati al mercato delle armi, mentre la popolazione rimane una delle più povere del mondo.
Anche le industrie di armi leggere del Paese sono state costruite con l’aiuto di Pechino, che ha anche fornito in supporto eliporti e tecnici delle proprie compagnie petrolifere.
Sudan & Darfur:
http://www.hwupgrade.it/forum/showthread.php?t=1009747
dantes76
27-11-2006, 13:05
non interessa a nessuno, dico a livello nazionale, gia' me ne sono fatto una ragione, a volte mi sembra di lottare contro i mulini a vento
dantes76
27-11-2006, 13:06
Darfur: situazione umanitaria esplosiva
di Joshua Massarenti (
[email protected])
27/11/2006
Allarma Onu: l'accesso ai campi profughi è sempre più irto di ostacoli. Intanto, il governo sudanese lancia la sua più vasta offensiva militare dal 2004
La situation humanitaire au Darfour toujours préoccupante, selon l'Onu
La situazione umanitaria in Darfur sta peggiorando a ritmi vertiginosi. Lo rivela il rapporto pubblicato oggi dall'antenna sudanese dell'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha). Insicurezza e accesso limitato alle popolazioni sfollate rende difficile, se non impossibile il lavoro quotidiano degli operatori umanitari. Elaborato sulla dei dati e delle informazioni raccolti tra inizio luglio e fine settembre, Ocha sostiene che "dal 1 ottobre il tasso di accesso alle popolazioni bisognose di assistenza si è ridotto al 65%, il livello più basso dall'aprile 2004. La difficoltà di accesso è la medesima in tutti i tre gli Stati che compongono il Darfur" sottolinea il rapporto.
Nella sola regione di Gereida, sud Darfur, vive in condizioni catastrofiche la più grande concentrazione di sfollati (circa 128mila persone) su una popolazione complessiva di due milioni di persone a cui è "vietato" il ritorno a casa.
Questa cifra, assieme alle 200mila vittime che il conflitto ha provocato, è la più alta mai registrata dall'inizio della guerra civile nel 2003 e rappresenta un aumento di 125mila persone rispetto al 1 luglio 2006. La crescita esponenziale degli sfollati mette a durissima prova gli operatori umanitari, spesso costretti a lavorare in condizioni di insicurezza allarmanti. Il rapporto Ocha denuncia 31 fra aggressioni e imboscati e ben 21 veicoli di organizzazioni umanitarie rubati. Nello stesso periodo, sei operatori umanitari e due soldati della Missione di pace africana sono stati uccisi. In entrambi i casi Ocha non ha saputo identificare chi, fra i gruppi ribelli, l'esercito regolare di Khartoum o le milizie pro-governative dei janjaweed, sono stati i responsabili di questi attacchi.
Nonostante l'insicurezza, si calcola che circa 13mila e 400 operatori umanitari nazionali e internazionali appartenenti a l'ottantina di ong presenti in Darfur (più la Croce Rossa e tredici agenzie Onu) continauno ad assistere le popolazioni colpite dalla guerra civile.
Nel mese di settembre sono distribuiti viveri per oltre 3 milioni di persone, ad esclusione di 195mila sfollati del nord-Darfur che risultano irraggiungibili per via degli scontri armati e del banditismo.
Intanto la guerra civile va avanti. Anzi, mai dal 2004 le offensive di Khartoum sono state così violente. Gli oltre 300mila soldati mandati in rinforzo negli ultimi mesi stanno mettendo a soqquadro l'intera regione. Da alcune settimane, gli attaccchi sono concentrati nel settore di Jebel Moun (nord Darfur), nei pressi della frontiera con il Ciad e bastione del movimento ribelle del Jem (Movimento per la giustizia e l'uguaglianza).
Le modalità di attacco sono note a tutti: i villaggi sono inizialmente aggrediti dalle temute milizie janjaweed che, tra massacri e razzie, costringono i civili alla fuga; un lavoro "sporco" che contempla attacchi suppportati dalle truppe governative contro i movimenti ribelli. Una fonte delle Nazioni Unite parla "dai dieci ai quindici villaggi attaccati ogni giorno in quest'ultimo periodo".
Tra i principali campi di battaglia c'è l'area di Birmaza (nord Darfur), dove il 19 novembre scorso si è tenuta una grande conferenza di pacificazione tra i comandanti ribelli che compongono il più importante movimenta di guerriglia del Darfur (il cosiddetto "Movimento di liberazione del Sudan", Slm).
Per Khartoum, queste iniziative sono inaccettabili. Oltre a minare la strategia del "dive et impera" cara al governo sudanese per dividere i ribelli, l'entourage del presidente Omar el-Beshir sospetta che la conferenza sia stata favorita dalle Nazioni Unite. Ora, Khartoum punta tutto sull'implosione dei movimenti ribelli e una "soluzione militare" del capitolo Darfur. Infatti una pacificazione per le armi serve a dimostrare l'inutilità degli sforzi promossi dalle Nazioni Unite per mandare una Missione di peacekeeping (vedi la risoluzione 1706 del Consiglio di sicurezza del 31 agosto 2006 che preve l'invio di oltre 20mila caschi blu in Darfur con data di inizio della missione il 1 gennaio 2007). Da parte loro, Washington e Londra stanno vagliando da alcune settimane la possibilità di lanciare offensive aree contro obiettivi sudanesi minacciando Khartoum di trovare una soluzione alla crisi entro e non oltre il 31 dicembre.
Ma le pressioni su Khartoum non finiscono qui. In un'intervista rilasciata a Le Monde, il procuratore capo della Corte internazionale dell'Aia, Luis Moreno Ocampo, ha dichiarato che "l'inchiesta sui crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati in Darfur (dal 2003, ndr) è praticamente chiusa". Il che significa che a breve inizierà la procedura al termine della quale verrano spiccati mandati di cattura internazionale contro persone ritenute responsabile di tali crimini. Ora, secondo un precedente rapporto stilato dal giudice italiano Cassese nel 2005, personalità politiche e militari di altissimo livello appartenenti all'entourage del presidente Beshir erano iscritte nella lista nera stilata da Cassese.
http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=74103
eh, purtroppo è vero, come anche per le altre crisi regionali africane e asiatiche, del resto per radio e tv nazionali queste non esistono :muro:
dantes76
27-11-2006, 13:09
Gheddafi: "Vanno in Sudan per rubare petrolio".
A quanto pare, Gheddafi non è poi diventato quel docile agnellino che dipinge la TV. Accordi sì, sorrisi e strette di mano anche, proclami contro i fondamentalisti pure, ma zittire il colonnello è impresa impossibile.
Riporta Globalresearch una notizia Reuters secondo cui Gheddafi, domenica scorsa, ha accusato l'Occidente di tentarsi di sottrarre il petrolio al Sudan attraverso il piano ONU per il Darfur .
"L'Occidente e l'America non si stanno impegnando per simpatia verso il popolo sudanese o africano, ma per il petrolio e per smanie di colonialismo."
"Respingete ogni offerta di aiuto", ha poi suggerito in un incontro con rappresentanti del Sudan e membri della fazione ribelle del Darfur.
"Essere occupati dall'esercito sudanese è comunque meglio che essere occupati dalle forze ONU, e il peggior disastro sarebbe se anche la NATO si posizionasse in Sudan."
Proprio un agnellino.
http://petrolio.blogosfere.it/2006/11/gheddafi_vanno_in_sudan_per_rubare_petrolio.html
dantes76
27-11-2006, 13:13
Ciad, in azione forze ribelli. Si estende il conflitto in corso nella regione sudanese del Darfur
Si allarga verso il Ciad, il conflitto armato che da tempo insanguina la regione sudanese del Darfur. Nei giorni scorsi decine di uomini armati e in uniforme hanno raso al suolo il villaggio di Goz Beida, nel sud del Ciad, lasciando senzatetto settemila persone. Secondo l'Alto commissariato per i rifugiati, sono oltre 90.000 in totale i profughi causati dalle scorrerie delle bande ribelli.
L'epicentro della crisi è attorno alla città di Abeche, base operativa per le agenzie umanitarie internazionali impegnate nei soccorsi agli oltre 200.000 sudanesi della vicina regione del Darfur. Attacchi anche a Biltine, a una sessantina di chilometri da Abeche, dove i ribelli sono riusciti a controllare la città fino all'arrivo dei soldati ciadiani.
Il governo del Ciad, paese da sempre legato alla Francia di cui è stato colonia, accusa delle violenze le squadre di janjaweed, che sono finanziate e sostenute dal Sudan per contrastare le popolazioni cristiane in una regione di rilevante interesse strategico per via dei giacimenti di idrocarburi.
Il governo del Ciad infine, ha smentito le voci che parlavano di una colonna di ribelli pronta a marciare sulla capitale Ndjamena.
http://www.euronews.net/create_html.php?page=detail_info&article=392867&lng=4
dantes76
27-11-2006, 13:17
eh, purtroppo è vero, come anche per le altre crisi regionali africane e asiatiche, del resto per radio e tv nazionali queste non esistono :muro:
Io, per esempio uso un aggregatore di Feed rss, per avere le news, che siano, politica, tecnologia, e altro, quando invece voglio argomenti specifici, uso google news, e attraverso la ricerca di singole parole posso crearmi un feed rss, da seguire nell aggregatore, inserendo la parola darfur... anche su google news, ho notizie che si possono contare sulle dita di una mano, e cmq le fonti, non sono quelle note, ma ass umanitarie, o siti di news di secondo ordine( di diffusione)...
HenryTheFirst
27-11-2006, 13:25
Sudan & Darfur:
http://www.hwupgrade.it/forum/showthread.php?t=1009747
Le ho unite.
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