Tariffe doganali ed e-commerce: chi pagherà davvero il conto
Il dibattito sulle restrizioni alle importazioni dalla Cina coinvolge ben più dei colossi dell’e-commerce. Dietro i pacchi spediti ogni giorno si nasconde una rete di piccole e medie imprese americane che rischiano ora di essere le vere vittime collaterali delle nuove politiche commerciali
di Rosario Grasso pubblicata il 12 Aprile 2025, alle 07:24 nel canale WebShein
Chi festeggia all’idea che piattaforme come Temu e Shein vengano messe in ginocchio dalle nuove tariffe sulle spedizioni internazionali farebbe bene a guardare oltre la superficie. Il flusso costante di piccoli pacchi in arrivo dalla Cina non è solo una questione di moda a basso costo o gadget da social media: rappresenta la linfa vitale per centinaia di migliaia di imprese statunitensi.
Con un emendamento a un ordine esecutivo pubblicato martedì sera, infatti, è stato aumentato il livello tariffario sui pacchi provenienti da Cina e Hong Kong con valore inferiore agli 800 dollari.
In precedenza, questi pacchi erano colpiti da una tariffa del 30% sul valore totale o da un costo fisso di 25 dollari per spedizione. Ora, le nuove regole prevedono un’imposta del 90% sul valore del pacco oppure 75 dollari per articolo spedito. Non è ancora chiaro quale delle due opzioni verrà applicata, ma l’ordine esecutivo consente ai corrieri di scegliere.
Questi aumenti fanno parte della guerra commerciale che Trump sta intensificando, soprattutto nei confronti della Cina. Dopo che Pechino ha risposto con dazi propri contro gli Stati Uniti, Trump ha alzato ulteriormente le tasse sulle merci cinesi, che ora raggiungono il 104%. Poiché la Cina è uno dei principali poli produttivi del mondo e gli USA il più grande importatore globale, questi dazi avranno un impatto su moltissimi settori: abbigliamento, elettronica, arredamento e componentistica.
Economisti e analisti avvertono che tali misure non saranno sufficienti a riportare l’industria manifatturiera negli Stati Uniti e che, anzi, causeranno ritardi, accumuli nei centri di smistamento e aumenti generalizzati dei prezzi. I nuovi dazi entreranno in vigore il 2 maggio.
Sono oltre un milione le realtà locali che, ogni giorno, dipendono da componenti, materiali o prodotti finali inviati via posta da fornitori cinesi. Spesso si tratta di articoli impossibili da reperire altrove, oppure non sostenibili economicamente se acquistati da canali interni. La conseguenza più immediata di un blocco generalizzato di questi flussi? Un’ondata di licenziamenti e chiusure, prima nei magazzini e nei laboratori, poi nelle case di chi ha costruito un’attività intorno a una catena di approvvigionamento che oggi rischia di spezzarsi.
L’obiettivo di contenere l’espansione di determinati player dell’e-commerce è chiaro, ma l’impatto delle misure non farà distinzione tra marchi miliardari e piccoli venditori americani che operano su Etsy o Shopify. L’attuazione di tariffe senza una distinzione basata sulla proprietà o sul volume delle attività finirà per colpire anche chi da anni contribuisce all’economia nazionale senza fare notizia.
Esistono alternative. Un’esenzione mirata per le aziende a maggioranza statunitense che importano a basso volume permetterebbe di ridurre la pressione sulla filiera e proteggerebbe al contempo posti di lavoro e varietà di offerta. Interventi calibrati possono evitare una paralisi dei micro-business, che non hanno margini per assorbire rincari doganali.
Chi acquista articoli di nicchia – come peluche da collezione o parti per artigianato – noterà presto l’effetto diretto di queste politiche. L’aumento dei prezzi non riguarderà solo i marchi minori: anche i grandi distributori, che importano in lotti, subiranno ritardi, scorte ridotte e adeguamenti di prezzo.
Le nuove regole stanno per cambiare la lista della spesa quotidiana di milioni di persone. Non sarà un cambiamento visibile solo nelle homepage degli store online, ma nei carrelli della gente comune. E, quando il prezzo da pagare arriverà anche sotto forma di disoccupazione e contrazione della scelta, sarà chiaro che il bersaglio delle tariffe non era poi così ben definito.
I dazi possono avere un senso se usati con precisione chirurgica e in contesti ben specifici: per difendere settori strategici, frenare dumping palese o dare tempo a una filiera nazionale di riorganizzarsi. Ma nella maggior parte dei casi, soprattutto quando sono generalizzati o reattivi, finiscono per colpire i consumatori e le piccole imprese del paese che li impone.
Il problema è che la globalizzazione ha reso le catene di fornitura estremamente interdipendenti. Alzare barriere doganali oggi non punisce solo il produttore straniero: punisce anche chi in patria si è costruito intorno a quel sistema. È come cercare di aggiustare un orologio a colpi di martello.
Nel recente periodo si parla molto della possibilità di produrre dispositivi costosi come l'iPhone negli Stati Uniti. Apple potrebbe spostare parte della produzione negli Stati Uniti (e già lo fa con alcuni componenti), ma riprodurre l’intera filiera locale richiederebbe anni, costi enormi e un'enorme trasformazione industriale. In Cina non si assemblano solo iPhone: esiste un ecosistema di fornitori, ingegneri, competenze e logistica che ruota tutto intorno a quel tipo di produzione, costruito in oltre vent’anni.
Negli USA mancano sia le infrastrutture che la forza lavoro specializzata per farlo in scala, e soprattutto non ai prezzi attuali. Un iPhone “Made in USA” potrebbe costare il doppio o più. La domanda è: quanta gente sarebbe disposta a pagarlo? E quali ripercussioni questo avrebbe sulle finanze di Apple?
Il cittadino medio, quindi, potrebbe rimanere affascinato dai proclami di politici come Donald Trump, ma il mondo economico lì fuori è molto più complesso, e interdipendente. Probabilmente l'elettore di Trump pensa che con i dazi, quando andrà al supermercato, vedrà più prodotti coltivati negli Stati Uniti (o in Italia, se trasliamo il ragionamento al nostro paese). Questo migliorerebbe la qualità media e aumenterebbe le garanzie e la sicurezza di cibarsi con prodotti nostrani più controllati (perlomeno sulla carta).
Ma il ragionamento non tiene conto di molti fattori. Quando ci si alimentava con prodotti perlopiù provenienti dalla propria nazione in realtà si viveva in un mondo molto diverso dall'attuale. La popolazione era minore e un numero molto inferiore di persone viveva nelle condizioni economiche per potersi alimentare con carne e cibi di qualità ogni giorno. Oggi la catena produttiva è messa in grossa crisi per via della quantità di cibo che serve ogni giorno per popolare i supermercati di tutto il mondo, e in particolare delle nazioni occidentali, le stesse che, anche grazie alla globalizzazione, oggi vivono nel benessere economico necessario per poter consumare e potersi permettere certi "lussi". L'occidente è l'unico posto con una popolazione borghese così ampia da poter garantire il volume di transazioni che serve per alimentare il benessere economico.
Spostare la produzione di frutta, verdura, carne e alimenti di vario tipo in Italia, per poter garantire le condizioni con merci tutte italiane nei supermercati, è pressoché impossibile proprio perché per poterci permettere il benessere che abbiamo oggi dobbiamo sfruttare la globalizzazione.
Spesso si semplifica dicendo "la Cina ha vinto con la globalizzazione". Ma se guardiamo bene, l’Occidente – soprattutto Europa e Stati Uniti – ha tratto vantaggi enormi: accesso a beni a basso costo, inflazione contenuta per decenni, margini elevati per le multinazionali, outsourcing che ha fatto impennare i profitti azionari.
Il consumatore medio occidentale ha potuto comprare molto di più con molto meno, e le grandi aziende hanno potuto moltiplicare la produttività senza aumentare troppo i salari.
Certo, c’è stato un costo: la perdita di milioni di posti di lavoro manifatturieri, la crisi della classe media operaia, la delocalizzazione. Ma questo è un problema di redistribuzione interna, non di globalizzazione in sé.
Nel frattempo, l’Oriente – in particolare la Cina – ha sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà. Quindi sì, tutti hanno guadagnato, ma l’Occidente ha forse sfruttato la fase iniziale in modo più redditizio. Solo che ora non vuole accettare che il gioco sia diventato più equilibrato.










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6 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoAvremo pure il diritto di sfruttare a morte qualche bimbetto per poter comprare le.magliette a 3 euro.
Avremo pure il diritto di avvelenare qualche fiume a casa di altri!
con le loro perle di saggezza...
Certo, c’è stato un costo: la perdita di milioni di posti di lavoro manifatturieri, la crisi della classe media operaia, la delocalizzazione. Ma questo è un problema di redistribuzione interna, non di globalizzazione in sé.
Mi pareva strano che uno dei Grasso fosse esperto di economia, meglio se torna a giocare coi peluche.
(il che è abbastanza inquietante per un uomo maturo...)
ma vuoi mettere il sorriso di un bambino che stringe il suo peluche da poche lire rispetto ai milioni di operai in cassa integrazione permanente? il sorriso di un bambino non ha prezzo!
Come diceva un famoso politico pugliese: "più pelu(che) per tutti" (cit. Cetto Laqualunque)
Questi articoli firmateli zelig-upgrade o ajeje brazof, almeno si capisce subito che sono da ridere.
"Spesso si semplifica dicendo "la Cina ha vinto con la globalizzazione". Ma se guardiamo bene, l’Occidente – soprattutto Europa e Stati Uniti – ha tratto vantaggi enormi".....
........."Certo, c’è stato un costo: la perdita di milioni di posti di lavoro
"Nel frattempo, l’Oriente – in particolare la Cina – ha sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà. Quindi sì, tutti hanno guadagnato".
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https://www.corriere.it/economia/fi...6e7890xlk.shtml
da cui riporto i grafici per i più pigri:
Link ad immagine (click per visualizzarla)
direi che non hanno bisogno di commenti, gli usa in 15 anni hanno quasi raddoppiato il pil mentre l'europa fa +10%. Per forza che il paese più ricco consuma di più e importa di più. EDIT: con un po' di malizia aggiungo che se l'export non risulta in Usa ma in Irlanda per non pagare tasse..
Guardare l'italia in quello sotto:
Link ad immagine (click per visualizzarla)
negli ultimi 30 anni in italia gli stipendi sono DIMINUITI.
E la bilancia commerciale che con la Lira era negativa magicamente ora è positiva... per forza, siamo più poveri e consumiamo/importiamo meno.
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