Satoshi Nakamoto ha finalmente un volto? L'inchiesta del momento smaschera il creatore di Bitcoin
Un'inchiesta durata 18 mesi del New York Times suggerisce che il crittografo britannico Adam Back sia il misterioso Satoshi Nakamoto. Tra analisi linguistiche e coincidenze storiche, il CEO di Blockstream nega fermamente ogni coinvolgimento.
di Lorenzo Tirotta pubblicata il 08 Aprile 2026, alle 16:26 nel canale WebBitcoin
Un’indagine approfondita firmata da John Carreyrou per il New York Times, durata oltre un anno e mezzo, sostiene di aver identificato con ragionevole certezza l’uomo dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto: si tratterebbe del crittografo britannico Adam Back, attuale CEO di Blockstream. Ma è davvero così? Quali sono le prove trovate dall'inchiesta? Vi raccontiamo tutto passo per passo.
Le fondamenta del sospetto: Hashcash e i Cypherpunk
Per chi mastica informatica e crittografia, il nome di Adam Back non è certo nuovo. È l'inventore di Hashcash, il sistema di "proof-of-work" originariamente concepito nel 1997 per contrastare lo spam nelle e-mail. Questo meccanismo è, di fatto, il cuore pulsante su cui si regge l'architettura del mining di Bitcoin. Non è un segreto che lo stesso Nakamoto abbia citato il lavoro di Back nel leggendario White Paper del 2008.
Secondo il NYT, però, il legame andrebbe ben oltre la semplice citazione accademica. L'inchiesta evidenzia una sovrapposizione temporale sospetta: Back è stato uno dei membri più attivi e vocali della mailing list dei Cypherpunk negli anni '90, discutendo per decenni di privacy, valuta digitale e decentralizzazione. Inoltre, proprio nel periodo in cui Bitcoin veniva sviluppato e lanciato (tra il 2008 e il 2011), la sua attività pubblica avrebbe subito un drastico e inspiegabile rallentamento. Per Carreyrou, questo "vuoto" comunicativo coincide perfettamente con l'impegno totale richiesto dalla creazione della prima criptovaluta al mondo.
L'arma del NYT: la stilometria
Uno degli aspetti più interessanti dell’articolo, riguarda l’uso della stilometria. Il New York Times ha commissionato un’analisi linguistica a Florian Cafiero, esperto del settore, per confrontare gli scritti certi di Adam Back con il White Paper di Bitcoin e i post di Satoshi sui forum.
I risultati? Back sarebbe la corrispondenza più vicina tra una lista di 12 sospettati eccellenti. L'analisi avrebbe rilevato tic linguistici specifici, come l'uso di due spazi dopo il punto fermo (un'abitudine tipica dei tempi delle macchine da scrivere, comune a entrambi), l'utilizzo di termini britannici come "bloody" e ben 67 errori di sillabazione identici tra i testi di Back e quelli di Nakamoto. Termini tecnici come "proof-of-work", "partial pre-image" e "burning the money" verrebbero usati con una struttura sintattica pressoché speculare.
Carreyrou descrive anche un incontro teso in El Salvador, durante una conferenza sul Bitcoin. Il giornalista riporta quello che definisce un linguaggio del corpo "evasivo" e un possibile lapsus psicologico. Durante l’intervista, Carreyrou ha citato una frase celebre di Satoshi: "Sono più bravo con il codice che con le parole". Prima ancora che il giornalista finisse la frase, Back lo avrebbe interrotto commentando quanto Nakamoto avesse comunque scritto molto sui forum. Secondo l'accusa, questo dimostrerebbe una conoscenza "interna" e immediata del personaggio.
La smentita di Adam Back: "Bias di conferma"
La reazione del diretto interessato non si è fatta attendere. Attraverso i canali social e in successive interviste, Adam Back ha negato categoricamente di essere il creatore di Bitcoin.
Adam Back
"Non sono Satoshi", ha ribadito con fermezza, definendo l'inchiesta del NYT come un classico esempio di bias di conferma. Secondo Back, il fatto che lui usasse gli stessi termini o avesse lo stesso stile di scrittura è semplicemente dovuto al fatto che lui e Satoshi appartenevano alla stessa cerchia culturale e accademica. Condividevano le stesse letture, gli stessi strumenti di sviluppo e la stessa ideologia libertaria.
Back ha inoltre sottolineato un punto fondamentale che da sempre divide la community: le famose e-mail scambiate tra lui e Satoshi nel 2008, prodotte anche in tribunale durante il caso contro Craig Wright. Se Back fosse Satoshi, avrebbe dovuto "auto-inviarsi" quelle mail per costruirsi un alibi con anni di anticipo, una teoria che molti considerano eccessivamente complottista.
C'è poi un aspetto economico non trascurabile. Se Adam Back fosse davvero Satoshi, sarebbe l'uomo più ricco del mondo, o quasi. Si stima che il wallet "Genesis" contenga circa 1,1 milioni di Bitcoin, un tesoro che oggi vale oltre 110 miliardi di dollari.
Considerando che Back è alla guida di Blockstream e sta portando avanti operazioni finanziarie rilevanti (incluse fusioni societarie con entità legate a Cantor Fitzgerald), la mancata dichiarazione di possesso di una tale fortuna agli organi di vigilanza come la SEC costituirebbe un illecito finanziario di proporzioni bibliche. Questo rischio legale, secondo i sostenitori di Back, è la prova più forte del fatto che lui non sia Nakamoto: nessuno metterebbe a rischio la propria azienda e la propria libertà per un segreto stilistico.
Satoshi Nakamoto can't be caught with stylometric analysis. Shame on you for painting a huge target on Adam's back with such weak evidence.https://t.co/cyBiTBnYIc https://t.co/GSYUFC3U5T
— Jameson Lopp (@lopp) April 8, 2026
another journo oneshotted by the satoshi mystery
— Alex Thorn (@intangiblecoins) April 8, 2026
new york times continues to publish garbage, never ceases to amaze
Nonostante l’impatto mediatico del New York Times, la comunità crittografica rimane scettica. Molti esperti hanno criticato il giornale per aver messo "un bersaglio sulla schiena" di un individuo privato basandosi su prove indiziarie e analisi linguistiche inconcludenti.
Il mistero di Satoshi Nakamoto sembra destinato a rimanere tale. E forse, come suggerito dallo stesso Back, è meglio così. L'assenza di un fondatore vivente e identificabile garantisce a Bitcoin quella neutralità e decentralizzazione che lo distinguono da ogni altro progetto fintech. Che sia Adam Back, il defunto Hal Finney, o un collettivo di hacker, la tecnologia ha ormai superato il suo creatore.










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11 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoE se mi date un paio di Bitcoin sono pure pronto a firmarlo
Magari Adam Back ne rientra davvero ma fa parte solo della programmazione e parte dei codici.
Ma da una parte, st'interesse forzato su chi sia sto Nakamoto io non ce l'ho più di tanto.
E' vera solo una cosa, c'è qualcuno che ha un patrimonio enorme ma preferisce non toccarlo per svariati motivi.
Magari Adam Back ne rientra davvero ma fa parte solo della programmazione e parte dei codici.
Ma da una parte, st'interesse forzato su chi sia sto Nakamoto io non ce l'ho più di tanto.
E' vera solo una cosa, c'è qualcuno che ha un patrimonio enorme ma preferisce non toccarlo per svariati motivi.
E' sicuramente morto, oppure ha preso le chiavi del wallet, non e' umanamente possibile snobbare una cifra del genere per tutti questi anni...
altra cosa che ho pensato (ma qua solo chi legge qui ed è magari vicino o cmq addetto ai lavori su sto genere di cose), i soldi se trasferiti son più facilmente rintracciabili, e quindi chi li ha potrebbe avere problemi che magari non ha interesse ad avere (e quindi potrebbe avere un altro o più wallet con abbastanza gruzzolo da spostare senza problemi).
Il bello di ste cose qua e che si posson fare una quantità assurda di teorie, che potrebbe esser vere o altrettanto errate in egual misura.
Considera che è il wallet più monitorato al mondo, se ci fosse un movimento manderebbe in subbuglio tutto il mondo crypto cercando di tracciarlo.
Se risalgono alla tua identità si, qualche problemino potresti averlo
Magari è prigioniero della sua stessa ricchezza, chi lo sa. Neanche lui si aspettava una roba simile probabilmente.
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