Non è bastato il maxi-accordo col fisco: Amazon ancora nei guai per presunta evasione IVA da 1,2 miliardi
La Procura di Milano prosegue l'inchiesta su Amazon per una presunta evasione IVA da 1,2 miliardi legata alle vendite di venditori extra UE tra il 2019 e il 2021. Nonostante un accordo fiscale da 527 milioni con l'Agenzia delle Entrate, resta aperta la possibile azione penale contro l'azienda e quattro manager
di Francesco Messina pubblicata il 13 Marzo 2026, alle 11:11 nel canale WebAmazon
Il colosso dell'e-commerce Amazon torna al centro dell'attenzione giudiziaria in Italia. La Procura della Repubblica di Milano ha infatti deciso di proseguire con l'inchiesta su una presunta evasione dell'IVA pari a circa 1,2 miliardi di euro, relativa alle vendite effettuate sulla piattaforma tra il 2019 e il 2021.
L'indagine riguarda in particolare la divisione europea dell'azienda e quattro manager, per i quali è stata avanzata la richiesta di rinvio a giudizio. Al centro della vicenda ci sarebbe il ruolo di Amazon come intermediario tra i consumatori italiani e migliaia di venditori presenti sul marketplace.
Secondo l'accusa, molti di questi venditori sarebbero operatori extra Unione Europea, in larga parte provenienti dalla Cina. Il modello di funzionamento della piattaforma avrebbe consentito a numerosi operatori di vendere prodotti in Italia senza adempiere correttamente agli obblighi fiscali relativi all'IVA. In particolare, gli investigatori ritengono che il sistema utilizzato rendesse più difficile l'identificazione precisa dei venditori e il controllo dei loro adempimenti fiscali.

Cosa prevede la normativa italiana? Come procede l'indagine su Amazon?
La normativa italiana, soprattutto nei casi che coinvolgono venditori non appartenenti all'Unione Europea, prevede che le piattaforme digitali possano essere chiamate a rispondere in solido per l'imposta non versata. Proprio su questo punto si basa gran parte dell'impianto accusatorio sviluppato dalla procura milanese.
La vicenda assume un peso ancora maggiore se si considera che lo scorso dicembre Amazon aveva già raggiunto un accordo con l'Agenzia delle Entrate, accettando di versare 527 milioni di euro, interessi inclusi, per chiudere il contenzioso tributario. In casi simili, una transazione con il fisco porta spesso alla chiusura anche del fronte giudiziario. Tuttavia, in questo caso l'indagine penale è proseguita.
Spetterà ora a un giudice decidere se accogliere la richiesta dei magistrati e avviare effettivamente il processo. Se ciò dovesse accadere, il caso potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo per Amazon, ma per l'intero settore del commercio online. Molti marketplace, infatti, operano con modelli simili basati su venditori terzi internazionali. L'inchiesta potrebbe quindi aprire un vero e proprio precedente giuridico, ridefinendo le responsabilità fiscali delle piattaforme digitali che facilitano le vendite online.
La posizione di Amazon
"Siamo tra i primi contribuenti in Italia, uno dei maggiori investitori esteri nel Paese, con oltre 25 miliardi negli ultimi 15 anni, e impieghiamo in Italia più di 19.000 persone. Contesti normativi imprevedibili, sanzioni sproporzionate e procedimenti legali prolungati incidono sull'attrattività dell'Italia". Lo afferma Amazon, con una nota a commento della richiesta di processo avanzata dal Pm di Milano. L'azienda ha ricordato di aver raggiunto un accordo con l'Agenzia delle Entrate "pur essendo in disaccordo con le premesse dell'indagine".
"L'accordo riflette l'impegno a collaborare con le autorità italiane. Ci difenderemo con determinazione rispetto al procedimento penale, che riteniamo infondato".










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10 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infose paghi Amazon o equivalente per comprarti una roba da azienda XYZ sul loro marketplace, in alcune situazioni (tipicamente B2C con venditori extra UE) la piattaforma può essere trattata fiscalmente come se comprasse e rivendesse lei e quindi diventa responsabile IVA o equivalente. lo scaricabarile col venditore vale fino a un certo punto: se il compratore non è un soggetto passivo IVA, la piattaforma può dover rispondere dell’ammanco e non l’azienda XYZ
il problema è che, al di fuori di alcuni casi coperti dalle regole ecommerce UE, la situazione è ancora fumosa: poca normativa, molta prassi e parecchio contenzioso.
va da sé che chi sto casino se lo può permettere, ci sguazza e lo usa come vantaggio comparato contro gli ecommerce più piccoli
Paese delle banane,chitarre e mandolini.
Li chiederà Amazon a noi.
Tentativo patetico dei nostri governi di far cassa colpendo i canali di maggiore convenienza e commercializzazione.
Dicono di voler riequilibrare la concorrenza con le imprese italiane, peccano che tendano a farlo al rialzo e non al ribasso.
Se questi denari fossero davvero recuperati, potrebbero essere re-indirizzato al sostegno del tessuto commerciale dei piccoli centri. Ma questo...nel mondo dei sogni.
Tentativo patetico dei nostri governi di far cassa colpendo i canali di maggiore convenienza e commercializzazione.
Dicono di voler riequilibrare la concorrenza con le imprese italiane, peccano che tendano a farlo al rialzo e non al ribasso.
Stiamo parlando di evasione fiscale e non di "far cassa".
Come puó essere competitivo un venditore italiano che paga il 22% di IVA con uno cinese che non la paga.
Non far pagare l'IVA anche al venditore italiano, non mi sembra la soluzione giusta.
Se questi denari fossero davvero recuperati, potrebbero essere re-indirizzato al sostegno del tessuto commerciale dei piccoli centri. Ma questo...nel mondo dei sogni.
Trovo il tuo commento assurdo e senza un fondamento economico.
L'IVA recuperata deve essere utilizzata come viene utilizzata tutto il resto dell'IVA senza avere una destinazione speciale. Perchè tutti dovrebbero pagare l'IVA e le tasse.
E' verissimo che i negozi retail stanno scomparendo. La prima causa è la presenza dei vari megastore e centri commerciali. La seconda causa è l'acquisto online.
Se un negozio non ha abbastanza clienti e va in perdita ... deve chiudere... non ha senso dargli un sostegno per permettergli di continuare a perdere denaro.
Nota però che io sto parlando dei piccoli negozi nelle città.
Se in un centro abitato c'è solo un piccolo negozio quel negozio avrà sempre la sua clientela perché è quasi in regime di monopolio.
Nella mia frazione c'è un alimentare che ha i prezzi del 30% superiore a un negozio della stessa catena piú grande (ma in città
Per la spesa grossa vai in città ma per la spesa piccola o per quello che hai dimenticato lo compri sotto casa anche se ti costa di più.
Il discorso vale anche per il non alimentare.
Ma il negozio piccolo a 1 Km dal centro commerciale è spacciato e l'accanimento terapeutico non ha senso.
ma poi amazon nel caso li chiede anche a te
Come puó essere competitivo un venditore italiano che paga il 22% di IVA con uno cinese che non la paga.
Non far pagare l'IVA anche al venditore italiano, non mi sembra la soluzione giusta.
Il piccolo venditore italiano non sta scritto da nessuna parte che deve essere competitivo, non ha giri di affari così grandi come Amazon che pur pagano meno l'IVA contribuisce sicuramente più della quasi totalità delle nostre piccole imprese.
Ad aziende come Amazon dovrebbero fare concessioni o accordi fiscali vantaggiosi sotto questo punto di vista.
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