Il referendum è stato un fallimento totale: ma non sarebbe ora di digitalizzare il tutto?
L'affluenza del 30,6% ai referendum dell'8-9 giugno ha confermato l'inefficacia dello strumento referendario in Italia. Mentre i partiti si dividono tra chi rivendica i 14 milioni di voti e chi celebra l'astensionismo, emerge la necessità di ripensare il sistema attraverso la digitalizzazione.
di Nino Grasso pubblicata il 10 Giugno 2025, alle 13:31 nel canale WebSi sta dicendo di tutto sull'ultimo referendum abrogativo avvenuto in Italia. L'affluenza del 30,6% registrata nei due giorni di votazione dell'8 e 9 giugno ha scatenato le consuete dichiarazioni di circostanza da parte delle forze politiche coinvolte. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha rivendicato i "14 milioni di elettori che hanno votato", sottolineando come "per questi referendum hanno votato più elettori di quelli che hanno votato la destra mandando Meloni al governo nel 2022". Dal canto suo, Maurizio Landini della CGIL ha parlato di "un terzo di questo Paese, tra i 14 e i 15 milioni di persone che hanno votato, che pensa che sui temi del referendum servano risposte precise e chiede di cambiare".
Le reazioni del centrodestra, di pari passo, non si sono fatte attendere. Il capogruppo al Senato di Fratelli d'Italia Lucio Malan ha definito il risultato "un regalo" della sinistra, evidenziando come "i quesiti posti non sono stati per nulla percepiti come un tema su cui fosse necessario mobilitarsi". Mariastella Gelmini di Noi Moderati ha parlato di "débacle per la sinistra", mentre Antonio De Poli dell'UDC ha definito il risultato un "fallimento politico del centrosinistra". La strategia del centrodestra era, di fatto, stata chiara fin dall'inizio: invitare all'astensione come "scelta politica", come aveva dichiarato anche Antonio Tajani di Forza Italia, scelta del resto prevista come strumento da ogni referendum abrogativo.
Il referendum abrogativo è un sistema che non funziona più?
Siamo alle solite, nessuno ammette la sconfitta, tutti gridano alla vittoria ma sono in pochi ad affrontare il vero argomento di discussione che dovrebbe scaturire da questa esperienza e dalle esperienze degli ultimi trent'anni. Cioè che lo strumento è inefficace. I dati parlano chiaro: negli ultimi trent'anni, solamente in rarissime circostanze la maggioranza dei cittadini italiani si è recata alle urne per un referendum abrogativo con lo scopo di rendere valida l'operazione. Con l'appuntamento dell'8-9 giugno diventano infatti ben nove su dieci le occasioni che hanno visto fallire l'esito di questo tipo di consultazioni dall'estate 1995, con 35 quesiti su 39 bocciati dalla popolazione per mancato raggiunto del quorum.

Il quorum del 50% più uno degli aventi diritto, fissato dall'articolo 75 della Costituzione, rappresenta una soglia particolarmente elevata rispetto ad altri Paesi europei, dove spesso il quorum non esiste o è più basso. Dei 72 referendum abrogativi svolti prima di giugno 2025, in quasi la metà il quorum non è stato raggiunto, con il 45% dichiarato invalido a causa della maggioranza non raggiunta. L'ultima volta che è stato raggiunto il quorum risale al 2011, mentre nel 2022 i referendum sulla giustizia hanno registrato appena il 20,4% di partecipazione. La questione non riguarda solo l'ultimo referendum su cittadinanza e lavoro, insomma: il problema è strutturale e coinvolge la crescente disaffezione dei cittadini verso uno strumento percepito come inadeguato.
La rivoluzione digitale potrebbe essere una possibile soluzione?
La crescente digitalizzazione della società italiana offre spunti interessanti per ripensare radicalmente l'approccio alla partecipazione democratica. È chiaro ormai che cittadini più o meno di ogni età utilizzano quotidianamente smartphone e piattaforme digitali per gestire operazioni bancarie, acquisti e servizi pubblici, ma al tempo stesso il sistema di voto rimane ancorato a modalità analogiche che richiedono la presenza fisica presso i seggi. La pandemia ha accelerato l'adozione di strumenti digitali in ogni settore, dalla sanità all'istruzione, dimostrando come la tecnologia possa superare barriere geografiche e temporali che limitano la partecipazione dei cittadini, ma pare sia ancora troppo presto per digitalizzare anche il processo di voto.
La tecnologia blockchain potrebbe, forse, rappresentare una soluzione concreta per modernizzare il sistema di voto. Sistemi come, ad esempio, Crypto-Voting, sviluppato da Net Service in collaborazione con l'Università degli Studi di Cagliari, dimostrano come sia possibile gestire operativamente le tre fasi del processo: "attività propedeutiche e formazione delle liste elettorali, gestione della votazione e conteggio dei voti". Il voto elettronico, inoltre, è già una realtà consolidata in diversi Paesi: negli Stati Uniti e in Regno Unito è una prassi l'e-voting, cioè votare attraverso dei terminali digitali sempre presso i seggi. Ma non basterebbe. In Estonia, però, già dal 2007 il voto via Internet - i-voting - è utilizzato anche nelle elezioni politiche (attraverso un lettore che può essere collegato al computer), mentre in Svizzera si svolgono - con minore successo - referendum locali con votazioni online.

Chiaro, neanche questi sono metodi perfetti e negli scorsi anni abbiamo avuto chiari esempi di quelle che possono essere "le falle" da risolvere nella tecnologia. Chi scrive non è un ingegnere informatico e non ha una soluzione assoluta al problema, che invece esiste e rimane grave a prescindere da quanto i cittadini italiani si siano sentiti coinvolti dalle questioni da abrogare nell'ultimo referendum. La digitalizzazione del voto potrebbe rappresentare un modo per avvicinare nuovamente i cittadini all'esercizio di uno dei principali diritti delle democrazie occidentali, superando barriere logistiche che oggi potrebbero scoraggiare la popolazione meno convinta.
I vantaggi del voto digitale potrebbero inoltre includere aspetti come taglio dei costi e velocizzazione dei processi, come anche la possibilità di ottenere i risultati in pochi minuti dopo la chiusura dei seggi. Non mancano, chiaramente, questioni cruciali da affrontare, come la sicurezza informatica e la garanzia del segreto del voto, ma l'esperienza di altri paesi dimostra che soluzioni tecnicamente valide possono essere realizzate. Il fallimento dell'ultimo referendum dovrebbe, insomma, spingere a una riflessione profonda sul futuro della democrazia diretta in Italia. Continuare a proporre lo stesso strumento, con le stesse modalità, aspettandosi risultati diversi appare poco realistico.
La tecnologia offre opportunità concrete per rinnovare la partecipazione democratica: sarebbe il caso di iniziare a considerarle seriamente, prima che lo strumento referendario diventi definitivamente obsoleto.










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224 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoL'unico periodo e l'autunno inoltrato
Certo che si può digitalizzare, d'altronde abbiamo già il televoto del GF
chi se ne sbatte ha gli stessi tuoi diritti quindi non puo tolgiere il qorum che sarebbe antidemocratico
I Referendum da anni in Italia non vengono votati, l'astensionismo è cosa comune in questi casi. Detto ciò, la struttura stessa dei referendum abbrogativi parla del raggiungimento di un quorum per essere validi, per cui è (forse) l'unico caso in cui non andare a votare vuol dire esercitare in ottemperanza a quanto dice la stessa Costituzione il proprio pensiero; perchè altrimenti non esisterebbe in concetto stesso di quorum da raggiungere.
Il paragone con le politiche/amministrative e con il fatto di colpevolizzare sempre e comunque l'Italia è un discorso che ha ben poco senso. Vero che alle ultime politiche ha votato il 63% degli aventi diritto e siamo in calo da anni, ma questo è un male di tutti i paesi occidentali. Tant'è che il calo è ovunque e che, al tempo stesso, noi abbiamo per molti anni mantenuto percentuali di votanti ben superiori a tutti gli altri paesi.
Negli ultimi anni semplicemente ci stiamo allineando agli altri paesi occidentali per percentuali di votanti. Per fare degli esempi: nel 2018 l'affluenza è stata del 73%, nel 2013 oltre il 75%. Negli USA l'affluenza nel 2020 è stata del 66%, mentre nel 2016 è stata del 55%. Faccio notare che nel 2020 fecero un record di affluenza, nel 2024 il dato si attesta sul 63%.
è piu oramai la distanza dell italiano dalla politica, nuova forma dell'atavico problema della rappresentanza in italia...ora siamo alla forma dell'indifferenza totale verso qualsiasi forma di voto...
Anche io sarei per l'abolizione del quorum, dato che anche chi vota piacerebbe non farsi invalidare il voto da chi invece se ne frega. Non ti interessa il referendum? Va bene, ma allora non ti conteggio e cazzi tuoi.
Un sistema di votazione con quorum è in partenza sbilanciato verso il NO, dato che questi si verificano in due casi, ovvero maggioranza del NO oppure quorum non raggiunto, contro un caso solo possibile per il SI.
La cosa che mi dà ancora più fastidio è che molti non hanno votato non avendoci neanche capito una sega... Tipo: non voto perché non voglio dare la cittadinanza dopo 5 anni. (basterebbe votare NO poi) E tutti gli altri 4 quesiti? Manco per il cazzo?
Un sistema di votazione con quorum è in partenza sbilanciato verso il NO, dato che questi si verificano in due casi, ovvero maggioranza del NO oppure quorum non raggiunto, contro un caso solo possibile per il SI.
La cosa che mi dà ancora più fastidio è che molti no hanno votato pure avendo capito male... Tipo: non voto perché non voglio dare la cittadinanza dopo 5 anni. E tutti gli altri 4 quesiti? Manco per il cazzo?
la gente che voleva vorare no lo ha fatto non andando a votare io non conosco nessuno che sia andato a votare perche tutti (familgiari o conoscienti) volevano il no
Anche questa è democrazia
Altrimenti che si decidessero se votare è un DOVERE oppure un DIRITTO, invece del bel discorso diritto/dovere.
Perchè PER ME votare è un DIRITTO, e ho il diritto di scegliere se andare o NO a votare.
Discorso CHIUSO.
Chi se ne sbatte ha gli stessi diritti se li fa valere. Col tuo stesso ragionamento dovremmo allora mettere il quorum sulle votazioni politiche. Anche in quel caso, allora, se io me ne sbatto tu non puoi decidere per me.
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