Il 70% della Gen Z non uscirebbe con chi si fa spiegare i sentimenti dall'AI
Uno su cinque fra i giovani americani si confida con un chatbot. Uno studio su 11 modelli misura quanto siano più accondiscendenti degli umani, e cosa resta dopo una sola conversazione: meno voglia di rimediare, più certezza di aver ragione
di Andrea Bai pubblicata il 29 Luglio 2026, alle 10:41 nel canale WebUn americano su cinque nella fascia 18-29 anni ha usato un chatbot per ricevere supporto emotivo o consigli: lo rileva un sondaggio del Pew Research Center pubblicato a giugno. Una rilevazione YouGov aggiunge che il 13% degli adulti statunitensi ha condiviso con un chatbot un segreto o un problema che non aveva mai raccontato a nessun essere umano. Fra gli under 30 la quota sale al 23%, e riguarda chi si è rivolto alla macchina prima che a una persona.
Uno studio pubblicato su Science a marzo da un gruppo della Stanford University ha confrontato le risposte di 11 modelli linguistici di punta con quelle di esseri umani: i sistemi sono risultati il 49% più adulatori, pronti a dare ragione all'utente anche quando descriveva comportamenti dannosi o eticamente discutibili. In tre esperimenti condotti su oltre 2.400 partecipanti, una singola interazione con un chatbot compiacente ha ridotto la disponibilità ad assumersi responsabilità o a rimediare con un'altra persona. Nello stesso tempo rafforzava nell'utente la convinzione di aver avuto ragione fin dal principio.
Quando il partner lo scopre
Business Insider ha raccolto le esperienze e i racconti di diversi utenti che hanno instaurato un rapporto di particolare confidenza con i loro chatbot. Cita ad esempio la storia di Lindsey Hall, autrice che vive in Texas, che ha raccontato di aver scoperto che il compagno si sfogava con ChatGPT a proposito della loro relazione, arrivando a scrivere che non era orgoglioso di lei.

Rachel Wood, ricercatrice di cyberpsicologia e fondatrice dell'AI Mental Health Collective, ha avvertito che le capacità necessarie a tenere in piedi un rapporto, pazienza, empatia, ascolto e disponibilità al compromesso, si atrofizzano quando alla conversazione reale si sostituisce quella con un sistema automatico. Il meccanismo descritto dallo studio di Stanford e quello descritto da Wood puntano nella stessa direzione: la controparte artificiale non chiede nulla in cambio. Chi la frequenta abbastanza a lungo perde l'allenamento a fare quel lavoro con qualcuno che invece qualcosa chiede.
Un sondaggio su 3.500 utenti dell'app di incontri Hily ha rilevato che il 70% dei rispondenti della Gen Z non uscirebbe con qualcuno che si affida all'AI per dare un senso ai propri sentimenti. Oltre la metà si dichiara a disagio all'idea che un partner discuta con un chatbot della vita sessuale condivisa. Il ricorso alla macchina, per questa fascia di utenti, pesa già quanto un tratto caratteriale dichiarato nel profilo.
Il copione prima della conversazione
L'uso si è esteso anche alle conversazioni di persona, come ha ricostruito il Wall Street Journal. Niharika Abbaraju, ventenne ricercatrice in ambito oncologico, adopera ChatGPT al lavoro per la ricerca, e fuori orario come allenatore di conversazione: le fa scrivere le battute per le app di incontri, le frasi per rompere il ghiaccio alle feste e le risposte in tempo reale a chi le sta accanto. Quando il discorso scivola su un libro che non ha letto, apre un riassunto generato dall'AI per poter continuare a sostenere la conversazione.
Il comportamento lascia tracce riconoscibili. Andrea Wallace, personal trainer di Austin, ha notato che la grammatica dei messaggi di un ragazzo con cui usciva era migliorata all'improvviso. Alla fidanzata di Lucas Dvorak, studente alla Northwestern, l'idea di essere gestita così è sembrata inquietante, e Kalin Lincoln, 20 anni, che usa ChatGPT per "raffreddare" le email scritte in preda alla rabbia e per prepararsi ai colloqui difficili, dice che almeno una volta il chatbot le ha dato il consiglio opposto a quello che le serviva.
Utilizzare l'AI come "sparring partner" per verificare il tono e il tenore dei messaggi è una pratica che porta a diffidare del proprio istinto e a sottovalutare le proprie capacità, alimentando un fenomeno che viene chiamato "epidemia di sfiducia in sé stessi", oltre ovviamente a ridurre se non eliminare la pratica delle più basilari capacità di interazione umana.
A tal proposito, i ricercatori della Wharton School hanno coniato l'etichetta di resa cognitiva per la tendenza a rimettersi all'AI anche quando sbaglia, e la versione sociale applica lo stesso schema alla personalità invece che ai fatti. E la conseguenza è che chi si affida all'AI per "comunicare meglio", tende ad essere tre volte meno accurato e due volte più sicuro di sé: acquisendo una sorta di "fiducia nel copione" invece che in sé stessi.
Ci sono però anche possibilità di impiego utili come riscontrato da Keven Cotton, responsabile amministrativo allo Shakespeare Theatre Company di Washington, il quale racconta che ChatGPT lo ha aiutato a capire dove lui e la moglie si fossero fraintesi durante un litigio, e attribuisce alla terapia la base che gli ha permesso di usarlo in modo produttivo invece che come fonte di conferme. In questo caso il chatbot assume la funzione di spazio di pre-elaborazione, utile a trasformare un'emozione confusa in qualcosa da riportare al partner. Il rischio, però, è che lo strumento smetta di essere un ponte e diventi invece una destinazione, come nell'esperienza raccontata in precedenza da Lindsey Hall.










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3 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoQuesto non lo vedo male, lo faccio anche io. Scrivo la mail da incazzato e poi dico all'AI di scriverlo in modo soft ma fermo... Niente di diverso da alcune indicazioni da me intercettare tra un mio ex titolare e la sua segretaria.
Lui "Digli di andare a f....lo", risposta inviata da lei "La ringrazio della proposta, ma la troviamo distante dalle nostre aspettative..."
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