I giganti cinesi del mining di Bitcoin trasferiscono la produzione negli USA per aggirare i dazi
Bitmain, Canaan e MicroBT, principali produttori globali di hardware per il mining di Bitcoin, stanno aprendo impianti produttivi negli Stati Uniti per ridurre l'impatto dei dazi imposti da Trump.
di Manolo De Agostini pubblicata il 19 Giugno 2025, alle 11:11 nel canale WebBitcoin
Come riportato da Reuters, i tre maggiori produttori mondiali di sistemi per il mining - Bitmain, Canaan e MicroBT, tutti di origine cinese - stanno avviando linee produttive negli Stati Uniti per proteggersi dai dazi doganali imposti dalla politica commerciale dell'amministrazione Trump. Insieme, queste aziende forniscono oltre il 90% dell'hardware utilizzato globalmente per estrarre criptovalute, un mercato che, secondo le stime, potrebbe valere fino a 12 miliardi di dollari entro il 2028.
La decisione arriva in risposta diretta all'inasprimento delle politiche tariffarie statunitensi, che includono un'imposta base del 10% sulle importazioni da molti Paesi e un'ulteriore sovrattassa del 20% sui prodotti provenienti dalla Cina. Le aziende cinesi vedono nella delocalizzazione produttiva una strategia non solo per aggirare i dazi, ma anche per adattarsi a un contesto geopolitico in rapida evoluzione.

Bitmain, la più grande delle tre, ha avviato la produzione di macchine negli Stati Uniti già a dicembre, definendola una mossa strategica dopo la vittoria elettorale di Donald Trump. Canaan ha seguito con una produzione pilota avviata in primavera, mentre MicroBT, già dal 2022, aveva iniziato a localizzare le proprie attività negli USA.
Un tempo la Cina dominava l'intero ciclo economico del Bitcoin: dalla progettazione degli ASIC alla produzione dei dispositivi, fino al mining e alla negoziazione. Ma il bando del governo cinese del 2021 sull'attività cripto all'interno del Paese ha costretto l'ecosistema ad adattarsi, con molte aziende che hanno mantenuto il dominio tecnologico pur delocalizzando operazioni chiave.
Canaan, ad esempio, ha spostato la propria sede legale a Singapore e afferma che circa il 40% delle sue entrate proviene dal mercato statunitense. L'azienda è anche passata alla produzione locale per ridurre i costi e mitigare i rischi tariffari.
Nel frattempo, la rivale statunitense Auradine ha avviato un'attività di lobbying per limitare le importazioni di hardware cinese, sottolineando che, sebbene oltre il 30% del mining globale avvenga in Nord America, oltre il 90% dell'hardware proviene ancora dalla Cina. Inoltre, l'azienda avverte inoltre che centinaia di migliaia di impianti di produzione cinese sono collegati alla rete elettrica statunitense, il che rappresenta un rischio per la sicurezza.
Le aziende cinesi mantengono un vantaggio competitivo dovuto all'esperienza maturata negli anni nello sviluppo di chip ad alte prestazioni, mentre i competitor occidentali faticano ancora a colmare il divario. Secondo Frost & Sullivan, Bitmain, Canaan e MicroBT detenevano insieme il 95,4% del mercato globale in termini di potenza di calcolo venduta alla fine del 2023.










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4 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoAnche oggi la bolla scoppia domani, mi sa che morite prima voi e poi il bitcoin.....
Anche oggi la bolla scoppia domani, mi sa che morite prima voi e poi il bitcoin.....
Quando hai una parata militare, del primo paese del mondo, sponsorizzata da una crypto exchange, pensi ancora che le cryptovalute siano una cagata?
È per quello che le aziende cinesi fanno il mining in altri stati..
Non capisco come possa essere conveniente fare il mining negli USA cmq, con tutti I paesi poveri che l'elettricità costa due lire..
Bho..
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