Secure Boot aggirabile su Windows e Linux per oltre un decennio, Microsoft corre ai ripari
Una ricerca di ESET ha individuato 11 vecchi bootloader UEFI firmati da Microsoft che, pur essendo vulnerabili, sono rimasti attendibili per anni. Il problema consentiva di aggirare Secure Boot su Windows e Linux, favorendo l'installazione di bootkit persistenti. Microsoft ha revocato i componenti interessati con gli aggiornamenti di giugno 2026.
di Manolo De Agostini pubblicata il 15 Luglio 2026, alle 10:01 nel canale SicurezzaESETMicrosoft
Una vulnerabilità nella gestione delle revoche di Secure Boot ha consentito per oltre un decennio di aggirare uno dei principali meccanismi di protezione dei sistemi basati su UEFI. A evidenziarlo è un'analisi di ESET, secondo cui undici vecchi bootloader shim firmati da Microsoft hanno continuato a essere considerati attendibili, nonostante contenessero vulnerabilità già note, rendendo possibile l'esecuzione di codice non autorizzato durante l'avvio del computer.
Il problema interessa sia Windows sia Linux. Gli shim sono infatti piccoli bootloader open source progettati per consentire alle distribuzioni Linux di avviarsi con Secure Boot abilitato. Il loro funzionamento prevede che il firmware UEFI ne verifichi la firma digitale attraverso il certificato Microsoft presente sulla scheda madre; successivamente è lo shim stesso ad autorizzare il caricamento del bootloader di secondo livello, normalmente GRUB2, e infine del kernel tramite i certificati incorporati.
Secondo ESET, il rischio non deriva dalla scoperta di una nuova vulnerabilità, bensì dal fatto che Microsoft non aveva revocato alcuni shim difettosi distribuiti fin dal 2013. In pratica, un attaccante avrebbe potuto sostituire una versione aggiornata dello shim con una copia più vecchia ma ancora riconosciuta come valida dal firmware, ottenendo così la possibilità di eseguire codice arbitrario nella fase iniziale dell'avvio del sistema.

L'aspetto più critico è che l'attacco avviene prima del caricamento del sistema operativo e dei software di sicurezza. Questo rende possibile installare bootkit UEFI, malware in grado di mantenere la persistenza anche dopo la reinstallazione del sistema operativo o la sostituzione dell'unità di archiviazione. Tra gli esempi citati dai ricercatori figurano BlackLotus, Bootkitty e HybridPetya, oltre ad altre famiglie di bootkit già osservate negli ultimi anni.
ESET sottolinea che sfruttare questa debolezza non richiede tecniche particolarmente sofisticate. È sufficiente disporre di una copia di uno degli shim vulnerabili ancora ritenuti affidabili e conoscere il funzionamento della catena di avvio UEFI. Come spiega Martin Smolár, ricercatore della società slovacca, "ciò che rende pericolosi questi vecchi shim non è una nuova vulnerabilità, ma il fatto che non sia necessario scoprirne una per bypassare UEFI Secure Boot. Basta una copia di uno shim ancora considerato attendibile e una conoscenza di base del suo funzionamento".
L'indagine ha identificato undici bootloader interessati appartenenti a diversi produttori e distributori software, tra cui Red Hat, CentOS, Oracle Linux, openSUSE, ROSA Linux, PC-Doctor, Baramundi, Blancco WipeDrive, Spyrus WTGCreator e il sistema finlandese Abitti. Molti di questi componenti derivavano dalle versioni 0.9 o precedenti del progetto shim e risultavano privi delle più recenti protezioni, come SBAT (Secure Boot Advanced Targeting) e l'applicazione della MOK denylist, introdotte proprio per impedire l'utilizzo di componenti vulnerabili.
La complessità dell'ecosistema Secure Boot sembra aver contribuito al problema. Oltre ai tradizionali database db e dbx, utilizzati rispettivamente per autorizzare e revocare certificati e hash, Microsoft ha introdotto nel tempo meccanismi come SBAT e Secure Boot Security Version Number (SVN), che permettono di bloccare intere generazioni di componenti invece di elencare singolarmente tutti gli hash revocati. Nel caso degli undici shim individuati, però, tali revoche non erano state applicate, lasciando valide immagini vulnerabili per anni.
L'analisi evidenzia inoltre che la scadenza, avvenuta il 27 giugno 2026, del certificato Microsoft Corporation UEFI CA 2011 non elimina automaticamente il rischio. I bootloader già firmati continuano infatti a essere considerati validi fino a quando non vengono esplicitamente inseriti nella lista di revoca DBX. Per questo motivo, la sola scadenza del certificato non impediva l'utilizzo degli shim vulnerabili.
La vulnerabilità è tracciata con gli identificativi CVE-2026-8863 e CVE-2026-10797. Dopo la segnalazione responsabile inviata da ESET a febbraio, Microsoft ha incluso la revoca degli undici bootloader nel Patch Tuesday di giugno 2026, eliminando il problema sui sistemi aggiornati. Gli utenti Windows che hanno installato gli aggiornamenti di giugno risultano quindi protetti, mentre gli utenti Linux sono invitati a verificare la disponibilità delle revoche attraverso il proprio distributore o il Linux Vendor Firmware Service.
L'episodio riaccende infine il dibattito sull'attuale modello di Secure Boot. Alcuni esperti di sicurezza ritengono che la dipendenza da Microsoft come principale autorità di fiducia e la crescente complessità del meccanismo di revoca rendano difficile garantire una protezione efficace su scala, evidenziando la necessità di un'evoluzione dell'intero ecosistema di sicurezza del boot UEFI.










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27 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - info"Come sempre" indica che lo fa sempre cosa non vera tu leggi solo le notizie qunsdo si trova un problema che altera la tua percezionel. E come se dicessi che linux ha sempre problemi perche si fanno decine di fix al giorno, posso dire che è cosi? no non credo ma per te si in base al tuo ragionamento. Non funziona cosi l'informatica perche se fosse cosi si potrebbe dire che l'informatica in generale non funziona quasi mai.
Tutto questo ha un nome scientifico che è bias cognitivo.
Al di là del ragionamento generale è che il secure boot ha risolto molto poco per non dire quasi niente dei problemi ma introducendo rognette di vario genere.
Alla fine anche se sicuramente dire "come sempre" è sbagliato diciamo che è una tecnologia poco utile che rischia di creare problemi in misura maggiore a quelli che tenta di risolvere.
Alla fine anche se sicuramente dire "come sempre" è sbagliato diciamo che è una tecnologia poco utile che rischia di creare problemi in misura maggiore a quelli che tenta di risolvere.
qualsiasi sistema di sicurazza informatico software o hardware è aggirabile, tutti, ma non vuol dire che allora gli togliamo tutti perche solo appensantiscono il software e lo sviluppo
anche la porta blindata la apri in pochi secondi o un paio di minuti ma questo non vuol dire che la gente non deve conprarla
anche la porta blindata la apri in pochi secondi o un paio di minuti ma questo non vuol dire che la gente non deve conprarla
Certo, ma il punto è che ci sono sistemi di sicurezza che fanno effettivamente la differenza e proteggono in maniera concreta e sistemi di sicurezza che lo sono solo in apparenza.
Per usare una metafora è come se mi dici che devi proteggere un edificio e allora ci costruisci un muro di 2 metri con filo spinato, oppure fai un recinto con lo spago da cucina a 30 cm da terra.
Il secure boot è spacciare per sicurezza uno spago a 30cm da terra. Non protegge quasi che nulla e spesso sono più i fastidi che crea che non la sicurezza che genera.
Quindi ribadisco ben venga la sicurezza se è roba concreta e veramente impattante. Se invece dev'essere roba di dubbia utilità che sposta poco e niente e anzi crea più problemi di quelli che risolve francamente se ne può anche fare a meno.
Tutto questo ha un nome scientifico che è bias cognitivo.
No, non è bias cognitivo.
Finora Secure Boot ha protetto da pochi pericoli, creando invece moltissimi problemi nell'installare sistemi alternativi, e lasciando invece buchi di sicurezza come quello descritto nella notizia.
E' una sicurezza molto più grande nelle parole, di quello che è in realtà.
Alla fine anche se sicuramente dire "come sempre" è sbagliato diciamo che è una tecnologia poco utile che rischia di creare problemi in misura maggiore a quelli che tenta di risolvere.
Dipende, io ad esempio lo trovo molto comodo per poter sbloccare i dischi criptati in sicurezza. Firmo il kernel col mio certificato e via.
ps. quelli non riservati riservati, per quest'ultimi preferisco inserirla manualmente.
ps. quelli non riservati riservati, per quest'ultimi preferisco inserirla manualmente.
Non discuto ma è un vantaggio alquanto minimo che ripeto non discuto a te ed altri possa tornare utile, ma che riguarda una sparutissima minoranza di utenti che anche solo sa di cosa si parla a fronte di una adozione di massa che ha poco senso specialmente nel mercato retail e che di fatto non sposta praticamente niente della sicurezza.
Si lo sò di tutte le problematiche che possono incappare. Era solo per spezzare una lancia a favore.
Anche se, pur usandolo non è che m'ispira fiducia pià di tanto.
Un pò come quando intel volevo usare il seriale del processore come identificativo per internet o qualcosa del genere. Parliamo dei P3 troppo tempo per ricordare che volesse fare.
sposta il controllo della macchina dall'utente finale ai grandi vendor, senza però offrire una reale barriera contro gli attaccanti determinati.
Prima che si sollevi la solita obiezione teorica per cui "la sicurezza al 100% non esiste ma è sempre meglio di niente"
(argomento tanto banale quanto scontato).
Guardiamo i dati di fatto:
Se persino i sistemi con i Secure Boot più aggressivi, blindati e integrati a livello hardware nel silicio
come quelli di console (dalla PS3 in poi) e smartphone, vengono puntualmente bucati e bypassati,
figuriamoci quanto può essere efficace lo spago da cucina del Secure Boot sui PC retail,
dove la frammentazione dell'hardware rende tutto ancora più fragile.
Sull'hacker reale o statale, l'impatto è prossimo allo zero.
Un attaccante con risorse trova sempre la vulnerabilità nel firmware o nella catena di trust
(come dimostrano i continui leak di chiavi private e i bug UEFI).
Sul proprietario legittimo l'impatto è massimo.
Chi vuole installare un sistema operativo alternativo, personalizzare il bootloader o semplicemente avere
il controllo totale del ferro che ha pagato di tasca propria, si ritrova a dover saltare ostacoli artificiali.
Non si tratta di essere "contro la sicurezza", ma di riconoscere che queste tecnologie,
per come sono implementate oggi nel mercato consumer, finiscono per blindare la macchina contro il suo
stesso proprietario, molto più di quanto non la proteggano dalle minacce reali.
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