Chi sono e cosa ci faccio qui? Mi chiamo Luciano Ballerano, ho passato 18 anni in NVIDIA,
prima nel Marketing, poi nelle Pubbliche Relazioni e infine a occuparmi di contenuti e formazione
per i partner in tutta Europa. Ho visto la rivoluzione dell’IA nascere dall’interno. Oggi provo
a scrivere libri sull’impatto dell’IA su tutti noi, costruisco prodotti AI senza saper programmare
(si chiama “vibe coding”, ed è una storia che vi racconterò), e con questa rubrica settimanale
voglio fare una cosa sola: aiutarvi a capire cosa sta succedendo davvero con l’IA generativa,
senza l’hype di chi vende e senza il cinismo di chi nega.
Un fondo di venture capital dice che l'apocalisse del lavoro AI è una fantasia. Non ne sarei così sicuro
Il fondo di venture capital che più di tutti al mondo ha investito in IA ha pubblicato un saggio convincente per spiegare perché l'IA non distruggerà il lavoro. Vale la pena leggerlo, e poi leggere anche il commento più intelligente che ne è uscito.
di pubblicata il 16 Maggio 2026, alle 09:31 nel canale Scienza e tecnologiaIA Upgrade
Il 6 maggio David George di a16z ha pubblicato sul Substack del fondo un saggio intitolato "The 'AI Job Apocalypse' Is a Complete Fantasy", in italiano "L'apocalisse del lavoro AI è una completa fantasia". a16z è Andreessen Horowitz, il fondo di venture capital che ha investito qualche decina di miliardi di dollari in startup di intelligenza artificiale negli ultimi anni. Conviene tenerlo a mente, perché il pezzo discute proprio se l'intelligenza artificiale distruggerà il lavoro umano, e l'autore ha qualche ragione economica non irrilevante per concludere che no, non lo farà.
L'ho letto due volte, ho riguardato i grafici, ho cercato i paper accademici citati, e una cosa va detta subito. Nella parte centrale del ragionamento a16z ha ragione. Invece la conclusione è discutibile. Cerco di spiegare in che senso.
L'argomento di a16z, in sintesi e con tre esempi
L'argomento principale è che chi predice una "sottoclasse permanente" (in originale "permanent underclass") di lavoratori espulsi dal lavoro a causa dell'IA sta cadendo in quella che gli economisti chiamano fallacia del lavoro fisso (in inglese lump-of-labor fallacy). Spiegazione rapida: è l'idea che ci sia un ammontare fisso di lavoro nel mondo, una specie di torta del lavoro da spartire. Da cui segue che se l'IA prende un pezzo di torta, agli umani ne resta meno; e se l'IA prende tutta la torta, agli umani non resta niente.

a16z risponde: la torta non è fissa. Ogni volta che una tecnologia ha aumentato la produttività in modo importante, il lavoro è scomparso da un lato e si è creato dall'altro, con netto positivo. Tre esempi pesanti che il pezzo porta.
L'agricoltura americana è passata da circa un terzo dell'occupazione totale all'inizio del Novecento al 2% del 2017. L'introduzione del trattore avrebbe dovuto rompere il mercato del lavoro per sempre. Invece la popolazione è cresciuta, gli ex contadini sono finiti in fabbrica, negli uffici, negli ospedali, nei laboratori, e poi nei servizi e nel software.
L'elettrificazione delle fabbriche statunitensi è passata dal 5% al quasi 80% tra il 1900 e il 1930. La produttività del lavoro è raddoppiata e ha continuato a raddoppiare per decenni. La domanda di manodopera è salita, non scesa, perché più produzione significa più tutto quello che le ruota intorno: commerciale, finanza, manutenzione, distribuzione.
Gli agenti di viaggio americani sono passati da circa 130.000 nel 2000 a meno di 60.000 nel 2025 per via di internet. Però l'occupazione aggregata della popolazione USA, aggiustata per età, è la stessa di 25 anni fa. E gli agenti di viaggio rimasti guadagnano oggi il 99% della media del settore privato, contro l'87% del 2000. La tecnologia li ha resi meno numerosi ma più produttivi e meglio pagati.
Da qui il punto di sottolineato da David George: il mercato del lavoro non è uno stock fisso, è un flusso che si riconfigura. Quando un input importante diventa più economico, in questo caso la cognizione, succede sempre la stessa cosa, e cioè il paradosso di Jevons (Jevons Paradox): quando il prezzo di una risorsa scende, il consumo totale di quella risorsa sale perché diventa accessibile a usi che prima non erano economicamente sensati. È stato osservato sul carbone, sull'elettricità, sulla potenza di calcolo. Se il paradosso di Jevons varrà anche per la cognizione, allora il lavoro cognitivo totale finirà con l'espandersi in direzioni che oggi non immaginiamo.
a16z porta anche dati recenti per dire che, finora, l'IA non sta effettivamente distruggendo lavoro. Cita un NBER Working Paper del 2025 che conclude: "l'adozione dell'IA non ha ancora portato a cambiamenti significativi nell'occupazione totale" (in originale "AI adoption has not yet led to meaningful changes in total employment"). Fa poi riferimento a un Working Paper della Fed di Atlanta del 2026 in cui oltre il 90% delle aziende intervistate dichiara nessun impatto sull'occupazione negli ultimi tre anni. Infine richiama il Yale Budget Lab di aprile 2026: "il quadro dell'impatto dell'IA sul mercato del lavoro che emerge dai nostri dati riflette in larga parte la stabilità". A tutto ciò aggiunge che la domanda di software engineer e product manager sta salendo nel 2025-2026, che le nuove formazioni di impresa stanno esplodendo, che le nuove app sull'App Store crescono del 60% anno su anno, e che l'industria della robotica sta finalmente decollando per ragioni di costo computazionale.
Chiudo la sintesi. L'argomento è solido nella sua struttura. Storicamente i mercati hanno assorbito gli shock tecnologici creando lavoro nuovo, oggi i dati non mostrano una distruzione netta di posti di lavoro, quindi la previsione apocalittica è speculazione.
Dove l'argomento regge davvero
Penso che la parte sulla fallacia del lavoro fisso sia corretta. Il mercato del lavoro non è uno stock, e chi parla di una sottoclasse permanente di esclusi sta facendo un errore concettuale serio. La storia mostra invece che alcune categorie sono sparite mentre altre, contestualmente, si sono create. Su questo a16z ha ragione, e i dati che cita sui tre esempi storici sono onesti, verificabili, e non sono selezionati ad arte. La storia degli agenti di viaggio è particolarmente bella perché contiene tutto il pattern in un solo settore: meno persone occupate, ma quelle rimaste meglio pagate, e il resto della forza lavoro non si è dissolto nel nulla, è andato altrove.
Anche il dato sui paper accademici recenti è reale. È vero che la letteratura del 2025-2026 fatica a trovare effetti aggregati significativi dell'IA sull'occupazione. È vero che dove qualcosa si muove è nell'allocazione tra mansioni, non nella distruzione netta. Su questo a16z non sta truccando le carte.
Dove l'argomento crolla
Il problema è che tutta la struttura argomentativa di a16z poggia su una rimozione molto comoda, quella della dimensione temporale. L'agricoltura americana ha impiegato cento anni per passare da circa un terzo dell'occupazione al 2%. L'elettrificazione delle fabbriche americane ha impiegato trent'anni per passare dal 5% al 80%. Anche il caso più rapido, quello degli agenti di viaggio, si è svolto su circa vent'anni, dal 2000 al 2020. Nessuno di questi esempi è una transizione veloce, sono tutte transizioni che hanno avuto il tempo di essere assorbite generazionalmente: i contadini americani non sono diventati programmatori, ci sono diventati i loro nipoti.
L'adozione dell'IA generativa in azienda sta avvenendo su scale molto più corte. ChatGPT è arrivato a 100 milioni di utenti in due mesi dal lancio, a inizio 2023. Strumenti come Claude Code o Cursor permettono oggi a chi li usa con competenza di chiudere in mezza giornata mansioni di sviluppo che fino a due anni fa richiedevano squadre intere per una settimana. Stiamo parlando di un ordine di grandezza in più rispetto alla velocità con cui si è elettrificata l'industria americana.
Il punto è che la teoria economica di a16z può essere giusta sul lungo periodo e contemporaneamente irrilevante sul corto. Se il riassorbimento dei lavoratori espulsi avviene su scala di trent'anni mentre l'espulsione avviene su scala di tre, in mezzo c'è una generazione che paga il conto. Questa generazione vota, e porta conseguenze politiche che possono cambiare la traiettoria della tecnologia stessa, non solo la sua adozione.
C'è un commento al pezzo di a16z, scritto da un utente chiamato Scenarica, che dice esattamente questo in modo molto più lucido di come lo direi io. Cito (traduzione mia): "I catastrofisti dell'IA (in originale "doomers") sbagliano sulla destinazione. Gli ottimisti sbagliano sul viaggio. Quello che effettivamente succederà dipende dal fatto che l'infrastruttura di riqualificazione si scali abbastanza in fretta da impedire che la transizione diventi una crisi politica prima che i nuovi lavori arrivino".
Scenarica porta anche un dato molto pesante. Gli USA spendono circa lo 0,1% del PIL in politiche attive del mercato del lavoro per chi ha perso il posto. La media OECD è 0,6%. Sei volte tanto. E questo è il punto di partenza nel momento in cui la velocità della transizione sta accelerando di un ordine di grandezza. Spiegazione rapida sulle politiche attive del mercato del lavoro, che in inglese si chiamano active labour market policies e in sigla PAML o ALMP: sono i programmi pubblici di riqualificazione, di sussidi alla riconversione, di accompagnamento al nuovo lavoro per chi ha perso quello vecchio. Sono il meccanismo concreto con cui la teoria economica di a16z dovrebbe materializzarsi, e oggi negli USA è dimensionato per la velocità di transizione del 1980, non per quella che sta arrivando.
A questo aggiungo due numeri tratti dal BLS Displaced Workers Survey di gennaio 2024, in italiano "Rilevazione sui lavoratori espulsi dal lavoro" del Bureau of Labor Statistics, che è la fotografia di come le transizioni vengono effettivamente assorbite oggi. Nella definizione BLS, un displaced worker (lavoratore espulso) è una persona di almeno 20 anni che ha perso il posto perché l'azienda ha chiuso, si è spostata, o ha eliminato il ruolo, cioè per ragioni strutturali e non per licenziamento individuale. Tra i long-tenured, cioè quelli con almeno tre anni di anzianità nel posto perso, il 65,7% trova un nuovo impiego, il 16,1% resta disoccupato, e il 18,2% esce completamente dalla forza lavoro. Per chi ha più di 55 anni, il tasso di reimpiego scende al 55,3%. Sopra i 65, al 34,4%. Sono numeri di base, prima che l'effetto AI si veda davvero, e già descrivono un assorbimento ben lontano dal 100% che il modello a16z implicitamente assume. Su scala di 100.000 espulsi, stiamo parlando di 35.000 persone che escono per sempre dalla forza lavoro produttiva. Su scala di un milione, 350.000.
C'è poi una dimensione macroeconomica che il pezzo di a16z non considera, e di cui ho parlato in modo esteso in Umani per ora, il libro che ho pubblicato la settimana scorsa. La chiamo Ghost GDP, ed è la quota di crescita del prodotto interno lordo generata da sistemi automatizzati che non si traduce in reddito per i lavoratori, e quindi non torna nell'economia reale come domanda. Il PIL misura il valore aggiunto della produzione, non come quel valore si distribuisce. Se un'azienda rimpiazza cento analisti con un sistema di IA e la produttività raddoppia, il PIL cresce; intanto quei cento analisti hanno smesso di pagare l'affitto, di fare la spesa, di andare al ristorante e di rinnovare l'assicurazione sanitaria. La domanda che esprimevano sparisce dall'economia, e il PIL non la registra subito perché guarda dal lato della produzione. Storicamente il meccanismo aveva un suo freno fisiologico, perché le macchine che sostituivano i lavoratori richiedevano comunque altri lavoratori per essere costruite, gestite e manutenute, mentre un modello di IA addestrato una volta può essere scalato a milioni di istanze senza assumere nessuno in più, e il meccanismo di compensazione che storicamente ammorbidiva la sostituzione diventa molto meno efficace.
Il problema cornice
Mi rendo conto che il blog di a16z è firmato da un fondo di venture capital con incentivi economici molto chiari a sostenere la tesi che l'IA non distruggerà lavoro. Però l'argomento, separato dalle motivazioni dell'autore, regge sull'aggregato di lungo periodo, ed è importante riconoscerlo. Il problema, che riconoscere l'argomento non aiuta a risolvere, è che il piano aggregato di lungo periodo non è quello su cui si gioca la vita lavorativa delle persone reali.
Le persone reali vivono nella propria carriera che dura quarant'anni se va bene, nella propria geografia che spesso non si sceglie, nella propria età che non si può rimettere a zero. Un copywriter di 52 anni a cui l'agenzia toglie l'80% del lavoro perché tre agenti con Claude lo fanno per lei in un quarto del tempo non ha vent'anni davanti per aspettare il riassorbimento. Ha al massimo dieci anni di carriera utile, di cui realisticamente due o tre spendibili per riconvertirsi prima di entrare nella fascia anagrafica delle rilevazioni BLS dove il reimpiego scende sotto il 60%. La sua traiettoria personale è disaccoppiata dalla traiettoria aggregata che il pezzo a16z descrive, e le due cose non si parlano.
E qui torno al punto di partenza. L'argomento di a16z è una cura utile contro la retorica apocalittica dei catastrofisti dell'IA, che effettivamente racconta una favola altrettanto poco supportata dai dati. Però è anche una favola al contrario, perché trasforma la giustezza della tesi sull'aggregato in un'implicita conclusione tranquillizzante sui singoli individui. Le due cose non coincidono mai del tutto, e in una transizione veloce coincidono molto meno.
La via di uscita, quella che il commento di Scenarica indica e che il pezzo di a16z evita di affrontare, è politica. Significa riconoscere che il riassorbimento storico funziona solo se l'infrastruttura di transizione esiste a una scala proporzionata alla velocità della transizione stessa, e che oggi negli USA non esiste a quella scala. Portare la spesa USA in politiche attive del mercato del lavoro dallo 0,1% al 0,6% del PIL sarebbe semplicemente un allineamento alla media OECD su una linea di bilancio specifica, in un orizzonte di tempo compatibile con la velocità di adozione dell'IA, ammesso che si decida di farlo.
David George chiude l'articolo con "LFG!", che sta per "let's fucking go", vi tralascio la traduzione letterale. È una chiusura coerente con chi guarda l'aggregato dove ha investito miliardi di dollari. Quello che non dice è chi si occuperà dei dettagli. Storicamente i percorsi tra una configurazione del lavoro e quella successiva sono durati tre generazioni; adesso si pretende di farli in cinque anni. Questa parte del discorso, dentro il blog, manca completamente.








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19 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoAl momento non sono differenti da una calcolatrice per un matematico, un foglio di calcolo per un commercialista e un word processor per un giornalista, servono sempre le persone per usarli in modo da produrre qualcosa di tangibile
Se in futuro diventeranno talmente affidabili da permettere al datore di lavoro di usare solo quelli, vorrà semplicemente dire che ognuno diventerà il datore di lavoro di se stesso. Perché se il mio datore di lavoro senza competenze può sostituirmi con IA, posso fare la stessa cosa anche io
Al momento non sono differenti da una calcolatrice per un matematico, un foglio di calcolo per un commercialista e un word processor per un giornalista, servono sempre le persone per usarli in modo da produrre qualcosa di tangibile
Se in futuro diventeranno talmente affidabili da permettere al datore di lavoro di usare solo quelli, vorrà semplicemente dire che ognuno diventerà il datore di lavoro di se stesso. Perché se il mio datore di lavoro senza competenze può sostituirmi con IA, posso fare la stessa cosa anche io
Si certo, ma la società moderna non é fatta per avere il 90% della popolazione "datore di lavoro", il mondo é in una specie di equilibrio, qualsiasi e dico QUALSIASI enorme squilibrio ha effetti DEVASTANTI. E poi se siamo tutti "programmatori" per concorrenza lavoreremo a 2€ l'ora e poi vai a comperarti da mangiare pagato 2€ l'ora. Saprai usare l'IA al lavoro ma il resto...
Ma infatti il paradosso è che se una IA può fare il lavoro del dipendente, sa fare sicuramente meglio quello del manager, del dirigente, fino in cima al CEO. Di qualsiasi azienda planetaria. E il board secondo te preferisce dare milioni a un ceo o pochi spiccioli a una IA?
Il problema più grosso però è legale e fiscale. Chi paga se l'IA sbaglia? Conviene a un datore di lavoro prendersi questo rischio? Conviene a un singolo dipendente prenderselo? Conviene al datore di lavoro pagare il singolo dipendente che si prende il rischio come dieci dipendenti?
O semplicemente conviene dare in mano l'IA (che comunque costa parecchio di suo) ai dipendenti semplicemente per farli produrre di più? Secondo me succederà questo, e in certi campi semplicemente diminuirà la forza lavoro perché basteranno meno dipendenti, ma ci sarà richiesta superiore in altri campi. Nel nostro sistema che DEVE crescere costantemente, non ha senso diminuire la forza lavoro, collasserebbe l'economia, entreremmo in deflazione e il PIL di tutti i paesi calerebbe.
Comunque per ora pare stia succedendo proprio questo, poi vedremo
https://it.investing.com/news/econo...nalista-3330492
https://www.wired.it/article/ai-aum...lavoro-chatgpt/
Io sono persino più ottimista e l'articolo, pur portando argomenti validi, manca un punto fondamentale.
Dove dice per esempio "Un copywriter di 52 anni a cui l'agenzia toglie l'80% del lavoro perché tre agenti con Claude lo fanno per lei in un quarto del tempo non ha vent'anni davanti per aspettare il riassorbimento"
Ma solo dei pazzi butterebbero via questa opportunità in questo modo. L'AI non serve a fare il lavoro del copywriter, serve a fare 10 volte il lavoro che prima faceva il copywriter... Ma c'è un problema, dall'AI a cui si può affidare un lavoro dall'inizio alla fine siamo ancora lontani, ciò che produce va comunque controllato, per cui quel copywriter non viene licenziato, rimane necessario per verificare una mole di lavoro 10 volte quella che gestiva da solo.
Lo vedo anche nel mio settore che è super-gestibile dall'AI, lasciando stare la scrittura software, dove è evidente che pur essendo la cosa che sa fare meglio non sta proprio sostituendo nessuno, spesso mi viene richiesto di produrre documenti, analisi di prodotti software partendo dalle richieste di un cliente, guide per i commerciali, documentazione... e produco documenti di 10 pagine in due ore, dove prima non sarei riuscito a farli così bene nemmeno in una giornata... E dopo quelle due ore me ne vado in spiaggia? No, perché tutti oggi sanno che si fa in due ore, e mi passano un altro problema. E' aumentato il lavoro, ma è diminuito lo stress. Il tempo impiegato è rimasto lo stesso.
Del resto lo hanno fatto notare molti analisti che questa ondata di licenziamenti non c'è, la gente non sta perdendo il lavoro, nemmeno copywriter, grafici, segretari, ecc...
Chi sta perdendo il lavoro? Solo i dipendenti delle grosse multinazionali americane del mondo IT, che guarda caso sono anche quelle che stanno investendo miliardi in infrastrutture AI... Quelli licenziano perché devono trovare i soldi per comprare le GPU, tanto sono aziende che assumono un tanto al chilo e non si sono mai fatte problemi in passato a licenziare 10.000 persone solo per alzare le previsioni di una trimestrale e pompare le azioni, che magari servivano a copertura di qualche operazione. Lo hanno sempre fatto, ma a sto giro fa comodo alimentare l'idea che sia colpa dell'AI... beh, in effetti in un certo senso lo è.
Ma anche negli stessi campi, perché se la produttività aumenta 10X allora posso anche abbassare i prezzi 5X e il mio servizio diventa attraente per una categorie di persone o imprese che prima non se lo potevano permettere. Riprendendo l'esempio del copywriter, tante PMI pensano di non potersene permettere uno e non lavorano sulla comunicazione.
Dove dice per esempio "Un copywriter di 52 anni a cui l'agenzia toglie l'80% del lavoro perché tre agenti con Claude lo fanno per lei in un quarto del tempo non ha vent'anni davanti per aspettare il riassorbimento"
Ma solo dei pazzi butterebbero via questa opportunità in questo modo. L'AI non serve a fare il lavoro del copywriter, serve a fare 10 volte il lavoro che prima faceva il copywriter... Ma c'è un problema, dall'AI a cui si può affidare un lavoro dall'inizio alla fine siamo ancora lontani, ciò che produce va comunque controllato, per cui quel copywriter non viene licenziato, rimane necessario per verificare una mole di lavoro 10 volte quella che gestiva da solo.
Lo vedo anche nel mio settore che è super-gestibile dall'AI, lasciando stare la scrittura software, dove è evidente che pur essendo la cosa che sa fare meglio non sta proprio sostituendo nessuno, spesso mi viene richiesto di produrre documenti, analisi di prodotti software partendo dalle richieste di un cliente, guide per i commerciali, documentazione... e produco documenti di 10 pagine in due ore, dove prima non sarei riuscito a farli così bene nemmeno in una giornata... E dopo quelle due ore me ne vado in spiaggia? No, perché tutti oggi sanno che si fa in due ore, e mi passano un altro problema. E' aumentato il lavoro, ma è diminuito lo stress. Il tempo impiegato è rimasto lo stesso.
Del resto lo hanno fatto notare molti analisti che questa ondata di licenziamenti non c'è, la gente non sta perdendo il lavoro, nemmeno copywriter, grafici, segretari, ecc...
Chi sta perdendo il lavoro? Solo i dipendenti delle grosse multinazionali americane del mondo IT, che guarda caso sono anche quelle che stanno investendo miliardi in infrastrutture AI... Quelli licenziano perché devono trovare i soldi per comprare le GPU, tanto sono aziende che assumono un tanto al chilo e non si sono mai fatte problemi in passato a licenziare 10.000 persone solo per alzare le previsioni di una trimestrale e pompare le azioni, che magari servivano a copertura di qualche operazione. Lo hanno sempre fatto, ma a sto giro fa comodo alimentare l'idea che sia colpa dell'AI... beh, in effetti in un certo senso lo è.
Ti ringrazio per il commento articolato, è di quelli che meritano risposta a tono: su un punto importante hai ragione, e mi fa piacere che tu lo abbia portato. Oggi non si stanno vedendo licenziamenti di massa attribuibili in modo diretto all'IA, e questo lo dico anche nel pezzo. I tre paper che cita a16z (NBER 2025, Fed Atlanta 2026, Yale Budget Lab di aprile 2026) convergono tutti su un quadro di sostanziale stabilità dell'occupazione aggregata negli ultimi tre anni. Anche il tuo esempio personale mi convince: nel tuo settore l'IA ti sta facendo 10x lavoro con meno stress, ed è esattamente Jevons applicato al lavoro cognitivo, il meccanismo che a16z descrive correttamente.
Quello che cerco di sollevare nel pezzo è un punto sul piano temporale. La velocità di adozione dell'IA generativa è di un ordine di grandezza superiore alle transizioni storiche che a16z cita. Il riassorbimento storico ha funzionato in quei casi perché i tempi di transizione coincidevano con quelli di una generazione lavorativa intera. Se la transizione attuale si comprime in 5-10 anni rispetto ai 30-50 dei casi storici, la macchina di riassorbimento riuscirà a scalare alla stessa velocità? E' questo il mio vero dubbio.
Un'ultima cosa sul tuo esempio. Tu produci 10x documenti in 2 ore invece che in una giornata, e l'azienda ti passa altro lavoro perché la domanda di documentazione interna evidentemente si espande. Funziona perché sei in un settore dove la domanda è elastica al ritmo della tua produttività. Per chi opera in settori dove la domanda satura a un livello fisso (manutenzione di X siti web all'anno, traduzione di Y documenti, customer service di Z chiamate), la moltiplicazione di produttività individuale si traduce direttamente in eccesso di offerta di lavoro. Klarna ha tagliato 700 ruoli di customer service sostituiti da agenti AI nel 2024, Duolingo ha licenziato un terzo dei traduttori a contratto, e non sono big tech che finanziano GPU. In sostanza siamo d'accordo sul presente, quello che resta sul tavolo è capire se l'infrastruttura di transizione sarà in grado di reggere alla velocità che tutte le proiezioni stanno stimando.
Può anche essere che, come nell'esempio che facevo per le big tech americane, ci siano aziende che già volevano ridurre i costi, dicono che è per l'AI, sembrano meno evil e fa notizia. Se non fosse così vedremmo un crollo generalizzato della forza lavoro, perché solo Klarna? Sinceramente, sono 4 anni che abbiamo LLM empatici in grado di rispondere come un umano... hai mai visto un servizio di customer service soddisfacente basato su un bot AI? Sarei curioso di sapere quale tipo di pratiche Klarna fa gestire ad un chatbot e qual è la soddisfazione utente generale.
Duolingo probabilmente non è in grado di aumentare la richiesta abbassando i prezzi, ma i traduttori a contratto sì. Per esempio io è una vita che aspetto la traduzione di alcuni romanzi di Greg Egan, non li fanno perché il costo di traduzione probabilmente è troppo alto in rapporto al numero di copie che pensano di poter vendere in Italia, che sarebbero giusto qualche migliaio. Ma se il traduttore costa poco perché diventa solo un revisore e l'ebook tradotto me lo fai pagare poco, ecco che aumenta la domanda e il carico di lavoro per i traduttori.
Le mie sono ipotesi ovviamente, ma per ora sono suffragate dai fatti, globalmente il lavoro non cala, quello che succede in qualche azienda non fa statistica, fa solo rumore.
Duolingo probabilmente non è in grado di aumentare la richiesta abbassando i prezzi, ma i traduttori a contratto sì. Per esempio io è una vita che aspetto la traduzione di alcuni romanzi di Greg Egan, non li fanno perché il costo di traduzione probabilmente è troppo alto in rapporto al numero di copie che pensano di poter vendere in Italia, che sarebbero giusto qualche migliaio. Ma se il traduttore costa poco perché diventa solo un revisore e l'ebook tradotto me lo fai pagare poco, ecco che aumenta la domanda e il carico di lavoro per i traduttori.
Le mie sono ipotesi ovviamente, ma per ora sono suffragate dai fatti, globalmente il lavoro non cala, quello che succede in qualche azienda non fa statistica, fa solo rumore.
Sul cosiddetto "AI washing" hai ragione, è reale e documentato: una parte di quello che leggiamo come "licenziamenti AI" è etichetta applicata a posteriori. Concesso.
Quello che però manca al tuo ragionamento è il "no hire". Il fenomeno strutturale dell'AI sul lavoro non sta prendendo la forma del licenziamento di chi è già dentro, si vede meglio nel flusso dei nuovi ingressi. I job postings entry-level più esposti all'AI generativa (software engineer junior, copywriter, customer service, paralegal) stanno calando in modo consistente da due anni a questa parte, mentre le posizioni senior nelle stesse categorie tengono. Lo studio di Stanford Digital Economy Lab di Brynjolfsson lo mostra: l'occupazione aggregata regge, ma sotto la superficie la composizione si sta riscrivendo. È il flusso a calare, non lo stock. Per questo Klarna fa rumore: è uno dei pochi che lo ha detto apertamente. Le altre stanno semplicemente non sostituendo chi va via, e quel pattern non genera comunicati.
Sui chatbot oggi hai ragione, sono frustranti, e Klarna stessa nel 2024 ha riassunto umani perché la qualità era calata. La questione è la traiettoria. Gli agenti di seconda generazione, con tool use, retrieval contestuale e memoria di sessione, sono usciti negli ultimi 12 mesi e stanno diventando sempre migliori.
Sull'esempio di Greg Egan il tuo ragionamento regge, e probabilmente avremo Egan tradotto. Il revisore di quei testi però non sarà uno dei traduttori licenziati, sarà qualcuno di più giovane abituato a lavorare con strumenti di traduzione assistita. La nuova domanda apre nuovi ruoli, ma quei ruoli hanno profilo diverso e i lavoratori espulsi non si trovano in coda all'altro lato dello sportello. "Globalmente il lavoro non cala" e "i lavoratori espulsi vengono riassorbiti" sono due affermazioni distinte, e storicamente sono coincise solo perché c'era tempo. Quel tempo oggi si è ristretto, ed è il punto a cui prima o poi bisogna guardare.
Però è più semplice applicare ammortizzatori sociali a chi è già un sacco di tempo che lavora rispetto a chi non ha mai lavorato, per cui anche in questo caso non lo vedrei come un cambiamento negativo. La disoccupazione giovanile ha generalmente un impatto sociale ed economico più profondo a livello sistemico, ma uno dei problemi su cui si è sempre dibattuto è che mandare in pensione prima i lavoratori più anziani non crea automaticamente posti di lavoro per i più giovani, però se c'è un processo esterno che porta a questo risultato ben venga.
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