Chi sono e cosa ci faccio qui? Mi chiamo Luciano Ballerano, ho passato 18 anni in NVIDIA,
prima nel Marketing, poi nelle Pubbliche Relazioni e infine a occuparmi di contenuti e formazione
per i partner in tutta Europa. Ho visto la rivoluzione dell’IA nascere dall’interno. Oggi provo
a scrivere libri sull’impatto dell’IA su tutti noi, costruisco prodotti AI senza saper programmare
(si chiama “vibe coding”, ed è una storia che vi racconterò), e con questa rubrica settimanale
voglio fare una cosa sola: aiutarvi a capire cosa sta succedendo davvero con l’IA generativa,
senza l’hype di chi vende e senza il cinismo di chi nega.
Karen Hao: "Le big tech vogliono privatizzare anche il welfare"
Karen Hao è l'autrice di "Empire of AI". L'ho intervistata durante l'AI Week 2026 dopo il suo keynote.
di pubblicata il 23 Maggio 2026, alle 09:31 nel canale Scienza e tecnologiaIA Upgrade
Karen Hao è la giornalista che con Empire of AI ha riscritto il modo in cui leggiamo OpenAI e l'industria dei modelli di frontiera. All'AI Week 2026 è salita sul Main Stage per un keynote che ha messo al centro una parola che le aziende di IA preferirebbero non sentire pronunciare, ovvero "costo". Subito dopo l'ho intercettata a margine palco per qualche domanda. Riporto qui il discorso pubblico e la conversazione privata, perché solamente se lette di seguito riescono a restituire per intero la sua tesi.
Il keynote: un impero, non un'azienda
Il punto di partenza di Hao è che OpenAI vada raccontata come un impero più che come un'azienda tecnologica. È il modo in cui lei legge la combinazione di scala economica, influenza politica e consumo di risorse fisiche che caratterizza questo settore.
Per spiegarlo è partita dal lato più scomodo dell'addestramento dei modelli. Ha raccontato il lavoro di chi filtra i contenuti violenti usati per il training, persone che passano ore a guardare materiale di hate speech, scene di violenza, abusi sui minori, così che il modello impari a riconoscerli e a non riprodurli. È un lavoro fatto da esseri umani, e Hao lo ha usato per porre la domanda che attraversa tutto il suo intervento: abbiamo davvero bisogno di imperi di queste dimensioni?
Da qui il keynote si è spostato sull'infrastruttura fisica, ed è la parte che mi ha colpito di più, perché fatta di numeri e di luoghi precisi.
L'acqua, la terra, l'innovazione mancata
Hao ha messo le dimensioni dei data center di nuova generazione a confronto con la pianta di New York, per dare la misura di cosa stiamo costruendo. Il prossimo data center di Meta, chiamato Hyperion, in costruzione in Louisiana e previsto per il 2028, occuperà una superficie stimata di undici chilometri quadrati. Poco lontano lo Stargate di OpenAI in Texas e il Colossus 1 di xAI a Memphis. Strutture grandi come quartieri.
Il data center Meta Hyperion, previsto per il 2028 e stimato in 11 km², a confronto con la mappa di New York.
Il punto su cui ha insistito, e che presenta nel suo libro, è che questa scala non è necessaria. Non si tratta di una conseguenza tecnica inevitabile, è una scelta industriale, e secondo Hao si potrebbe fare intelligenza artificiale utile anche senza arrivare a queste dimensioni.
Karen Hao sul Main Stage dell'AI Week 2026.
Poi è passata all'acqua. Ha portato i dati sul numero crescente di data center costruiti in zone già sotto stress idrico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, con una curva che si impenna dopo l'uscita di ChatGPT.
La crescita dei data center costruiti in aree sotto stress idrico, negli Stati Uniti e nel mondo. Fonte: Bloomberg.
Ha richiamato un'inchiesta del Guardian sui data center delle big tech piazzati nelle aree più aride del pianeta, e la posizione di Lorena Jaume-Palasí, fondatrice della Ethical Tech Society, secondo cui la combinazione tra crisi climatica ed espansione dei data center sta portando la Spagna sull'orlo del collasso ecologico. Mi è rimasto impresso il dettaglio di un data center di Amazon che chiede di aumentare del 48 per cento il proprio consumo d'acqua.
I data center delle big tech e le aree più aride del pianeta, con la posizione di Lorena Jaume-Palasí.
Tutto questo, ha sostenuto Hao, ci sta costando innovazione. Ha ricordato due fatti collegati: due giganti dell'IA con sede a San Francisco che da soli hanno raccolto quasi metà di tutto il venture capital di un trimestre, e il crollo del 40 per cento dei finanziamenti alla climate tech nel 2024, perché gli investitori si sono spostati in massa sull'intelligenza artificiale. La concentrazione di capitale su pochissimi attori dell'IA non sta soltanto consumando acqua ed energia, sta anche drenando risorse che sarebbero servite ad altre tecnologie, comprese quelle che servono ad affrontare la crisi climatica.
La concentrazione del capitale sull'IA e il calo dei finanziamenti alla climate tech nel 2024.
Il potere dei cittadini
In chiusura di intervento Hao ha ribaltato la prospettiva, ed è il passaggio che fa da ponte verso le mie domande. Quando pensiamo al nostro rapporto con l'IA ci vediamo all'ultimo anello della catena, come utenti di un prodotto finito. Lei sostiene che siamo dentro la filiera in molti più punti. Siamo lavoratori il cui lavoro può finire nel training dei modelli. Siamo fornitori di dati. Siamo cittadini di una comunità dove può atterrare un data center.
Da questa lettura discende la sua tesi sul margine d'azione delle persone. In giro per il mondo, dice Hao, comunità e organizzazioni stanno capendo di poter incidere. Cita le proteste contro i data center e il fatto che nel 2025 oltre cento miliardi di dollari di progetti siano stati bloccati o rallentati a causa di quelle opposizioni. Il dato regge: secondo i tracciamenti di Data Center Watch, nel solo 2025 sono stati fermati o ritardati progetti per circa 156 miliardi di dollari, e già il secondo trimestre da solo valeva quasi cento miliardi. Aggiunge le cause legali di autori ed editori per la proprietà intellettuale sottratta, quelle dei genitori per i danni psicologici subiti dai figli, e i boicottaggi dei consumatori.
Il punto operativo è che ognuno può scegliere se accettare o rifiutare quello che accade nel proprio quartiere, sul posto di lavoro, nella scuola dei figli, nello studio del proprio medico. L'IA non è un destino calato dall'alto.
Prima domanda: la UBI di Sam Altman
Nel backstage le ho chiesto, da prospettiva europea, come dovremmo leggere le proposte di reddito universale che arrivano dai CEO della Silicon Valley. Nel suo libro Hao traccia il filo che lega l'advocacy pubblica di Altman per la UBI alla strategia industriale di OpenAI come fornitore di automazione. Volevo sapere se quelle proposte vadano lette come buona fede, come lobbying preventivo per legittimare la distruzione di posti di lavoro, oppure se c'è una terza chiave che noi europei non stiamo cogliendo.
Per chi non ha presente la sigla: UBI sta per Universal Basic Income, l'idea di garantire a ogni cittadino una somma periodica a prescindere dal lavoro che svolge.
Hao dice che la seconda lettura è giusta, ed esiste anche una terza, più inquietante. Tradizionalmente quello che le aziende descrivono come UBI è compito dello Stato, perché si parla di una rete di protezione sociale gestita dal governo. Quello che queste aziende stanno dicendo, secondo Hao, è un'altra cosa: smantellare la rete di protezione pubblica e sostituirla con un sistema costruito da loro, privo di qualsiasi forma di responsabilità verso i cittadini. Queste aziende stanno di fatto proponendo di diventare loro a decidere se una persona meriti o meno una rete di protezione sociale. Stanno provando a privatizzare quello che dovrebbe essere un bene pubblico, esattamente come stanno facendo con molte altre cose pensate per essere pubbliche.
Mi fermo un attimo, perché qui Hao tocca un filone che seguo da mesi (ne ho parlato anche nel capitolo 11 del mio libro Umani per Ora). Una cosa è discutere se la UBI sia sostenibile dal punto di vista macroeconomico, ed è una discussione legittima. Un'altra è accorgersi che la posta in gioco vera, nella lettura di Hao, riguarda chi tiene in mano le leve. Se la rete di protezione passa da un'istituzione pubblica, che almeno in teoria risponde agli elettori, a un'azienda privata che non risponde a nessuno, allora il reddito universale smette di essere una garanzia e diventa una concessione revocabile. Lo stesso meccanismo che Hao denuncia per l'acqua e per la terra, ovvero un bene comune che viene privatizzato, lei lo ritrova nella proposta di welfare.
Seconda domanda: la regolamentazione europea funziona?
Le ho poi chiesto della governance. Nel libro Hao descrive come OpenAI sia diventata un attore politico più che tecnologico, un soggetto che influenza le policy più di quanto sviluppi tecnologia. Volevo sapere se vede la regolamentazione europea come uno strumento che previene gli stessi fallimenti di governance documentati negli Stati Uniti, oppure come una zavorra che frena la nascita di un "impero AI" europeo.
Qui la risposta ha ribaltato un luogo comune. Hao considera un segnale positivo il fatto che l'Europa non abbia un gigante dell'IA con l'aspetto e le caratteristiche dei colossi americani. Per lei significa che la regolamentazione ha funzionato, che è stata capace di spezzare la concentrazione di potere politico ed economico nelle mani di poche aziende. L'assenza di un'OpenAI europea, nella sua lettura, è una prova di efficacia.
Resta però un nodo che Hao ha sollevato in entrambe le risposte, ed è il punto su cui vale la pena chiudere.
Quello che manca all'Europa
Quello che secondo Hao manca all'Europa è una visione forte di un modello alternativo di sviluppo dell'IA. La sua argomentazione è che abbiamo bisogno di sapere non solo contro cosa stiamo combattendo, gli imperi tecnologici, ma anche per cosa stiamo combattendo. Qual è la versione di IA dietro cui possiamo davvero schierarci tutti. Una versione sostenibile, che valorizzi la libertà d'azione delle persone, che sostenga i diritti dei lavoratori e i diritti umani.
E qui arriva la parte operativa. Quando l'Europa avrà chiarito quale modello vuole, e quando ci indirizzerà finanziamenti reali, Hao prevede che l'intero ecosistema delle tecnologie di IA inizierà subito a spostarsi lontano dalle versioni più estrattive e basate sullo sfruttamento.
Vale la pena soffermarsi, perché è una critica costruttiva. Il giorno prima di questa conversazione avevo sentito Lucilla Sioli, direttrice dell'Ufficio AI dell'Unione Europea, parlare di come l'Europa stia costruendo le sue AI factory e le sue giga factory. La regolamentazione c'è, l'AI Act è in applicazione, l'infrastruttura si sta costruendo. Quello che Hao indica come mancante è una visione condivisa che dica con chiarezza che tipo di intelligenza artificiale l'Europa vuole mettere al mondo, e perché.
Umani, per ora
C'è un motivo per cui ho scelto di intitolare il mio libro "Umani per Ora", e ha a che fare con quel "per ora". Non è una battuta malinconica sulla fine imminente di qualcosa, ma piuttosto una indicazione di tempo. Vuol dire che adesso siamo ancora noi a poter decidere che tipo di intelligenza artificiale vogliamo, dove finiscono i data center, di chi è l'acqua che consumano, chi gestisce la rete di protezione sociale quando il lavoro cambia. Hao lo ha detto chiaramente: i cittadini hanno più potere di quanto credano, e in molti posti del mondo lo stanno già usando.
Il punto è che questa finestra non resta aperta per sempre. Il giorno in cui un'azienda privata decidesse da sola se una persona merita o no un reddito, la possibilità di scegliere sarebbe già passata di mano. Finché "che IA vogliamo" resta una domanda vera, e non una risposta già scritta in un ufficio in California, il "per ora" del titolo continua a valere qualcosa. Tenere quella finestra aperta, e raccontare a chi legge che esiste, è gran parte del motivo per cui scrivo.










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6 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoLe esternalità negative ci sono, sono colossali e sotto gli occhi di tutti.
Ma non è il wishful thinking la soluzione. Quello al più è carburante per narcisisti e roba per strappare applausi a buon mercato alle conferenze
Serve molto più pragmatismo
E comunque, l’UBI non affonda l’impianto teorico nell’epoca AI, se ne parla da quasi 2 secoli ormai e ne abbiamo scritto tantissimo proprio noi europei.
Darlo in mano alle aziende AI non è mai stato sul tavolo.
Qui ci si inventa una situazione campata in aria per potervici starnazzare contro. Altman ha la sua agenda, e credo che le galline che urlano siano parte di essa
Ottima PR
Mi sembra più una lamentela del tipo "L'AI ha tolto fondi alle cose che piacciono a me" che si sente spesso fare da chi non può comprare una nuova GPU da gaming.
Riguardo all'UBI, ma come si arriva alla conclusione che sarebbero le aziende a gestirlo? Le aziende pagano le tasse, in America le aziende si occupano anche di molte cose di chi lavora, per esempio la sanità, ma non si occupano di chi non lavora, a quello pensano comunque i governi, come potrebbero farlo le aziende, del resto? Non sono un organo centrale, in base a cosa un cittadino che non lavora dovrebbe contare sull'assistenza diretta da parte di Meta piuttosto che di Google?
Persone che si sono coordinate sui social, va detto...
Sembra un'altra affermazione calata dal cielo...
Tra l'altro ricordo di aver letto non so dove che mentre ci sono fondazioni che si stanno già occupando di dare sussidi e di studiare il problema, i big che parlano di Ubi in realtà non ci hanno messo una lira.
A me pare proprio il contrario, cioè di fatto stanno cercando di scaricare la patata bollente altrove, sebbene a parole sembrino preoccupati, ma solo a parole...
Andrebbe detto che quelle persone hanno portato i tecnocrati alla casa bianca...come mai prima
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