Chi sono e cosa ci faccio qui? Mi chiamo Luciano Ballerano, ho passato 18 anni in NVIDIA,
prima nel Marketing, poi nelle Pubbliche Relazioni e infine a occuparmi di contenuti e formazione
per i partner in tutta Europa. Ho visto la rivoluzione dell’IA nascere dall’interno. Oggi provo
a scrivere libri sull’impatto dell’IA su tutti noi, costruisco prodotti AI senza saper programmare
(si chiama “vibe coding”, ed è una storia che vi racconterò), e con questa rubrica settimanale
voglio fare una cosa sola: aiutarvi a capire cosa sta succedendo davvero con l’IA generativa,
senza l’hype di chi vende e senza il cinismo di chi nega.
A Milano l'Italia ha firmato la sovranità tecnologica. Peccato manchi tutto il resto
Si chiama Dichiarazione Volta e l'hanno presentata come una svolta storica. Sono andato a leggere cosa c'è scritto in piccolo sotto le frasi dette dal palco. Anche se forse..
di pubblicata il 04 Luglio 2026, alle 09:31 nel canale Scienza e tecnologiaIA Upgrade
Si è chiusa all'Allianz MiCo di Milano la prima World Tech Conference, organizzata da Micromegas Comunicazione. Nell'arco di quattro giornate (forse un po' troppe per una prima edizione), dal 24 al 27 giugno, si è levato un appello, da Milano alla comunità internazionale perché il progresso tecnologico sia guidato da responsabilità e cooperazione, alternando 220 speaker, 18 tavole rotonde, e una ventina di ore di streaming.
Il momento più sostanzioso, però, è arrivato nella seconda giornata, con la firma della Dichiarazione Volta, l'alleanza tra governo, ricerca e imprese pensata per accelerare la corsa italiana sull'IA e sul calcolo quantistico, presentata dal sottosegretario all'Innovazione Alessio Butti davanti a Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea con la delega proprio alla sovranità tecnologica, oltre che alla sicurezza e alla democrazia. La cornice dal palco era quella delle grandi occasioni: se due secoli fa Volta rese disponibile una nuova forma di energia, oggi toccherebbe a noi costruire l'infrastruttura della conoscenza e del calcolo.
Ho provato a guardare cosa c'è dietro le frasi di circostanza, partendo dal testo della dichiarazione e dalle due interviste che ho fatto dopo la Conferenza, quella a Butti e quella ad Andrea Lenzi, presidente del CNR e tra i firmatari.
Partiamo dal nome. La dichiarazione si chiama Volta perché nel 2027 cadrà il bicentenario della sua morte; quindi, formalmente siamo in vista della ricorrenza. Volta, italiano, inventò la pila e oggi un'alleanza italiana mette la firma su un futuro in cui però la parte più pregiata dell'hardware la costruiscono altri.
Nei fatti la Dichiarazione Volta è un protocollo d'intesa triennale, aperto a nuovi soggetti, firmato dal governo tramite Butti, dal CNR di Lenzi, dal National Quantum Science and Technology Institute, dal Centro Nazionale Volta e da Confindustria con Emanuele Orsini, insieme a un gruppo di aziende che comprende Enel, Almaviva, Sielte e la canadese D-Wave. Istituisce il Volta Forum, un tavolo permanente con tanto di segretario generale, che dovrà far dialogare ricerca e impresa, formare giovani esperti e fare il punto ogni anno sui progressi del Paese. È un patto che impegna i firmatari a vedersi e a coordinarsi, il che è già qualcosa, e conviene chiamarlo col suo nome prima di trattarlo come una linea di produzione già accesa.
Butti è stato la voce più concreta della giornata. Sull'intelligenza artificiale ha ammesso senza giri di parole che l'Italia è destinata a rincorrere, mentre sul calcolo quantistico, il quantum computing, pensa che possiamo stare nel gruppo di testa. Il quantum computing, spiegato in parole semplici, è una famiglia di macchine che sfruttano la fisica delle particelle per affrontare problemi che ai computer normali risultano proibitivi, e per ora vive ancora soprattutto nei laboratori. La scommessa italiana, secondo Butti, sta nelle persone: dice che in Europa ci sono una quindicina di matematici capaci di lavorare sul quantum ad altissimo livello, e che metà starebbero da noi. Il quantum costa meno dell'IA in capitali e chiede più inventiva, e su questo Butti ha probabilmente ragione, perché è l'unico punto in cui la parola sovranità poggia su qualcosa di solido, visto che la materia prima qui sono le competenze delle persone più della disponibilità di miliardi.
Poi arriva la parte concreta, e qui Butti è stato più interessante di quanto forse volesse. Il suo ragionamento è che ospitare le tecnologie è una cosa, governarle è un'altra, e che per governarle servono i data center sul territorio, i capannoni pieni di server dove i dati vengono lavorati e custoditi. Fin qui d'accordo. Solo che i data center mangiano energia in quantità, e Butti l'ha detto chiaro: alimentarli con le sole rinnovabili è considerato irrealistico dal mondo scientifico, e quindi il governo intende reintrodurre il nucleare di nuova generazione, gli SMR (Small Modular Reactors), reattori a fissione di taglia ridotta che si possono costruire più o meno in serie e che a regime dovrebbero sfornare i 250-300 megawatt necessari a far girare un centro di calcolo senza dipendere dall'energia di Paesi terzi. Gliene do atto, è il genere di cosa che di solito in un'intervista si evita di dire.
Sui data center, però, c'è un passaggio che mi ha fatto storcere il naso. Nei mesi scorsi una cinquantina di sindaci dell'area milanese ha chiesto alla Regione di rivedere la legge sui data center, mettendo per iscritto di non essere affatto contraria allo sviluppo tecnologico ma di volere più voce in capitolo su consumo di acqua, energia e suolo. Butti ha inquadrato quel tipo di resistenza come un problema di comunicazione, una questione di moral suasion, cioè di persuasione, da esercitare per sconfiggere il misoneismo, la parola colta per dire paura del nuovo, e per far capire alla gente che la tecnologia non è un'avversaria ma un'amica. I data center del futuro, ha rassicurato, saranno più piccoli, mimetizzati nell'ambiente e senza rischi per la salute. Quei sindaci avevano già messo per iscritto di non avere paura della tecnologia, e quello che chiedevano erano risposte su acqua, corrente e consumo di suolo. Spostare la discussione dai numeri, che si possono verificare, agli umori, intangibili, conviene soprattutto a chi sul terreno dei numeri avrebbe risposte più scomode da dare.
È anche il punto in cui il conto vero rischia di arrivare in ritardo. Il guadagno, in sovranità e in posti di lavoro qualificati, è la parte che si annuncia oggi, dal palco, con la firma e la fotografia. I costi materiali, l'energia che questi impianti bruciano e il suolo che occupano, più l'effetto sulle comunità che se li ritrovano a un'uscita di tangenziale, sono la parte che si distribuisce sugli anni in cui le infrastrutture vengono costruite e accese, quando i riflettori si sono spenti da un pezzo. È lo scarto temporale tra i guadagni che si contabilizzano subito e i costi che si materializzano più avanti, quello che nel mio libro chiamo Ghost GDP temporale, e i data center sono uno dei casi in cui si vede meglio.
Il professor Lenzi invece nella mia intervista tira la faccenda da un'altra parte, e in meglio. Ha messo la ricerca alla base di tutto, il famoso ultimo miglio che trasforma la scoperta scientifica in strumenti per imprese e cittadini, e quando gli è stato fatto notare che oggi l'IA sta in mano a poche aziende private americane ha risposto in un modo che mi ha fatto fermare un attimo. Ha detto che le IA non nascono nelle aziende che le vendono, nascono nelle idee dei ricercatori, e che mentre le imprese si limitano a impacchettare i sistemi di oggi la scienza si sta già muovendo oltre l'IA. È un ribaltamento di prospettiva che ha un fondo solido, perché la fisica e la matematica sotto questi modelli sono pubbliche, vengono da decenni di lavoro fatto in larga parte fuori dalle aziende, e chi mette i prodotti sul mercato lavora a valle di tutto quel materiale, più che produrlo.
Lenzi ha anche ridimensionato l'entusiasmo per gli algoritmi generativi, ricordando che restano uno strumento e che spesso copiano e producono testi sbagliati, e l'ha spiegato con un'immagine vecchia come il mondo: il primo ricercatore è stato quello che ha imparato a usare il fuoco, e il fuoco se lo usi per cuocere va bene, se lo usi male ti brucia la casa. Detta da un signore che presiede il CNR, dopo mesi in cui abbiamo letto interviste in cui l'IA confessa di voler vedere il mare, sentir dire che è uno strumento e basta è quasi una boccata d'aria. Dire che è uno strumento, da solo, non risolve però la domanda da cui Lenzi era partito, cioè chi tiene il coltello dalla parte del manico. Anche il fuoco è uno strumento, eppure su chi può accenderlo, dove e con quali regole ci abbiamo costruito sopra qualche millennio di istituzioni, mentre sul manico dell'IA le regole le stanno scrivendo per ora soprattutto le aziende che la vendono, e il fatto che la scienza di base sia pubblica non sposta di una virgola chi controlla il prodotto finito che le persone usano.
Tutta la cornice della giornata gira intorno alla parola sovranità, calcolo sovrano e infrastrutture sovrane, con l'Europa che dovrebbe smettere di essere semplice utente delle tecnologie per diventarne progettista. Poi guardi l'elenco dei firmatari e tra chi mette l'hardware quantistico c'è D-Wave, che è canadese, e nel giro più ampio della conferenza ci sono IonQ e Rigetti, che sono americane. La stessa Q-Alliance dichiara di voler colmare la parte algoritmica che oggi manca tra le macchine quantistiche e i problemi reali delle aziende, che è un modo elegante per dire che le macchine le fanno altri e noi proviamo a scriverci sopra il software. Non lo dico per sminuire, perché costruire competenza sul software quantistico è un mestiere serio. Lo dico perché la parola sovranità, ripetuta in continuazione, cerca di giustificare una situazione in cui non abbiamo la possibilità di decidere nulla, visto che tutto parte dal comprare hardware altrui, e questo fa sorgere parecchie domande a cui in sala nessuno ha dato risposta.
La Dichiarazione Volta è un punto di partenza ragionevole, e il Volta Forum, se davvero terrà ricerca e imprese allo stesso tavolo per qualche anno, può servire a qualcosa. Quello che mi resta tra le mani, da cittadino che tra qualche anno potrebbe ritrovarsi un data center vicino a casa e un reattore modulare in qualche valle, è che le decisioni grosse, su dove mettere le infrastrutture, quanta energia destinargli e quale nucleare a quali condizioni, le stanno prendendo le stesse persone che erano sul palco a spiegare che la tecnologia è un'amica. Possono pure avere ragione. Restano decisioni di politica industriale e di territorio, e mi piacerebbe vederle discusse col vocabolario dei costi e delle scelte, più che con quello dell'amicizia tra noi e le macchine. Per ora, a Milano, si è sentito quasi solo il secondo linguaggio.










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6 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infoComputer quantistico=Calcolo basato sulla fisica -> l'italia ha avuto dei fisici e dei matematici di rilievo in passato -> l'italia farà la differenza grazie ai suoi 4 rambo della fisica e della matematica.
Spero di sbagliarmi ovviamente
Mi ritrovo in linea con la visione dell'autore
La cosiddetta "sovranita' tecnologica" sembra piu' una parola d'ordine per fare propaganda che altro. La sovranita' tecnologica nell'Hi-Tech la possono fare solo paesi come gli USA e la Cina e, in maniera parziale, Giappone e Germania. L'Italia storicamente non e' capace di concentrare capitale finanziario e umano per ottenere una vera indipendenza tecnologica. Questo sia a causa della struttura economica-finanziaria sia della dimensione del paese. La strategia migliore rimane IMHO, piu' che la """sovranita'""", l'interdipendenza economica commerciale, in cui nessuno ha convenienza a chiudere i rubinetti all'Italia.
Mi hanno fatto sorridere le parole di Lenzi. Magari il tono era differente, ma mi sembra che traspaia il tipico atteggiamento un po' altezzoso dello scienziato che liquida la commercializzazione di una scoperta scientifica/ricerca come "cosmetica". Quando invece per portare fuori dal laboratorio una ricerca ci vogliono appunto capitali colossali (vedi paragrafo sopra) e grossi affinamenti e ottimizzazioni per rendere il prodotto finale "digeribile". Se l'Italia spesso e' incapace di fare questo ultimo passo, vuol dire che non e' assolutamente qualcosa da dare per scontato. Non ti bastano quella manciata di fisici e matematici "superteoriconi" per portare il risultato a casa.
Mi ritrovo in linea con la visione dell'autore
La cosiddetta "sovranita' tecnologica" sembra piu' una parola d'ordine per fare propaganda che altro. La sovranita' tecnologica nell'Hi-Tech la possono fare solo paesi come gli USA e la Cina e, in maniera parziale, Giappone e Germania. L'Italia storicamente non e' capace di concentrare capitale finanziario e umano per ottenere una vera indipendenza tecnologica. Questo sia a causa della struttura economica-finanziaria sia della dimensione del paese. La strategia migliore rimane, piu' che la """sovranita'""" l'interdipendenza economica commerciale, in cui nessuno ha convenienza a chiudere i rubinetti all'Italia.
Mi hanno fatto sorridere le parole di Lenzi che traspaiono dall'intervista. Magari il tono era differente, ma mi sembra che traspaia il tipico atteggiamento un po' altezzoso dello scienziato che liquida la commercializzazione di una scoperta scientifica/ricerca come "cosmetica". Quando invece per portare fuori dal laboratorio una ricerca ci vogliono appunto capitali colossali (vedi paragrafo sopra) e grossi affinamenti e ottimizzazioni per rendere il prodotto finale "digeribile". Se l'Italia spesso e' incapace di fare questo ultimo passo, vuol dire che non e' assolutamente qualcosa da dare per scontato. Non ti bastano quella manciata di fisici e matematici "superteoriconi" per portare il risultato a casa.
Grazie per i complimenti!
Mi trovi perfettamente allineato alle tue idee.
Ma quei parrucconi avranno la minima idea dell'argomento?
Menomale che c'è Chatgpt che gli prepara i testi da leggere
hai un ex edificio buttato li che non fa nulla ?
vieni remunerato con una tabella standard e il lotto viene rivenduto a meno che non fai un progetto e avvii i lavori entro 12 mesi senza deroghe e partendo da una demolizione preliminare
se la demolizione non la fai ti viene dato meno come conversione ma comunque a prezzo di mercato... ma te ne vai punto, non è che lasci roba lì ferma i secoli
Li si costruiscono i dc e se ne possono anche fare di più piccoli o grandi modulari.
hai un ex edificio buttato li che non fa nulla ?
vieni remunerato con una tabella standard e il lotto viene rivenduto a meno che non fai un progetto e avvii i lavori entro 12 mesi senza deroghe e partendo da una demolizione preliminare
se la demolizione non la fai ti viene dato meno come conversione ma comunque a prezzo di mercato... ma te ne vai punto, non è che lasci roba lì ferma i secoli
Li si costruiscono i dc e se ne possono anche fare di più piccoli o grandi modulari.
Magari esproprio no. Ma IMHO tassazione progressivamente piú alta per gli edifici e terreni sfitti si.
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