Controaccusa di Netgear a TP-Link: 'non è americana, 13.000 dipendenti in Cina e 350 in USA'
Lo scontro legale tra Netgear e TP-Link entra in una nuova fase negli Stati Uniti. Netgear ha presentato un documento di 49 pagine in cui controaccusa TP-Link e sostiene che sia un'azienda cinese spacciatasi per americana
di Vittorio Rienzo pubblicata il 15 Giugno 2026, alle 18:51 nel canale PerifericheTP-LinkNetgear
Lo scontro giudiziario tra TP-Link e Netgear negli Stati Uniti si arricchisce di un nuovo capitolo. Quest'ultima, infatti, ha presentato una serie di controaccuse presso il tribunale federale del Delaware, rispondendo alla causa avviata da TP-Link nel novembre dello scorso anno.
La controversia nasce da una disputa sulla comunicazione commerciale e sull'identità societaria di TP-Link. In precedenza, TP-Link aveva accusato Netgear di aver condotto una campagna finalizzata ad associarne il nome ai timori legati al cyberspionaggio cinese, sostenendo inoltre la violazione di un accordo raggiunto tra le due società nel 2024.
Netgear ha ribaltato completamente la prospettiva e ha sostenuto in tribunale che il vero problema riguarda la rappresentazione dell'azienda concorrente. Secondo la documentazione, TP-Link continuerebbe a essere sostanzialmente un'azienda cinese che commercializza prodotti realizzati in Cina, nonostante il processo di riorganizzazione societaria avviato negli Stati Uniti.

Al centro delle accuse figura la decisione di TP-Link di reincorporarsi in California nel 2024. Per Netgear, questo passaggio non avrebbe determinato una reale separazione dalle attività della società cinese TP-Link Technologies, che successivamente ha assunto il nome di Lianzhou. L'azienda afferma che una parte significativa delle attività di ricerca e sviluppo, così come della produzione hardware, continui a essere gestita dalla Cina sotto la guida dello stesso cofondatore.
Nella documentazione presentata al tribunale vengono citati anche i numeri relativi alla forza lavoro. Secondo Netgear, nel corso del 2024 TP-Link avrebbe mantenuto oltre 13.000 dipendenti in Cina, mentre negli Stati Uniti il personale si attesterebbe intorno alle 350 unità.
Le contestazioni coinvolgono anche le indicazioni di origine riportate sui prodotti. Netgear sostiene che l'etichetta "Made in Vietnam" utilizzata da TP-Link non descriva in modo completo la catena produttiva. Secondo le accuse, il Vietnam verrebbe utilizzato prevalentemente per le fasi finali di assemblaggio, mentre circa il 99,5% dei componenti destinati al mercato statunitense proverrebbe dalla Cina.
La questione assume particolare rilevanza in un momento in cui le autorità federali statunitensi stanno aumentando l'attenzione verso i produttori di apparati di rete. Le verifiche riguardano aspetti legati alla sicurezza informatica, alle politiche di prezzo e alle possibili implicazioni per la sicurezza nazionale.
A rendere ancora più delicata la situazione è arrivata la recente decisione del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che ha inserito TP-Link Technologies nell'elenco delle aziende cinesi considerate collegate all'apparato militare e operative sul territorio americano. Sebbene questa classificazione non comporti un divieto di vendita dei prodotti destinati ai consumatori, la decisione aumenta la pressione normativa sul gruppo.

Parallelamente, TP-Link sta cercando di ottenere un'esenzione nell'ambito delle nuove regole della Federal Communications Commission (FCC). L'azienda sostiene che TP-Link Systems Inc., con sede a Irvine in California, debba essere considerata una società americana indipendente. Le nuove disposizioni della FCC impediscono l'approvazione di nuovi router consumer prodotti al di fuori degli Stati Uniti, mentre i dispositivi già commercializzati potranno continuare a ricevere aggiornamenti software fino al 2029. Netgear ed Eero, società controllata da Amazon, hanno già ottenuto deroghe alle restrizioni.
Le difficoltà per TP-Link non si limitano però alla disputa con Netgear. A febbraio anche lo Stato del Texas ha avviato un'azione legale contro l'azienda, con l'accusa di pratiche di marketing ingannevoli e di aver consentito a soggetti collegati alla Cina di accedere ai dispositivi utilizzati dai consumatori statunitensi. TP-Link ha respinto ogni accusa, affermato di operare in modo indipendente dal governo cinese e di conservare i dati degli utenti americani all'interno degli Stati Uniti.
Con le nuove controaccuse, Netgear chiede un risarcimento economico e un provvedimento che impedisca a TP-Link di ripetere le dichiarazioni contestate. TP-Link continua invece a sostenere che le accuse formulate dal concorrente siano infondate, diffamatorie e motivate da interessi commerciali. Il confronto tra i due produttori di router e dispositivi di rete appare quindi destinato a proseguire ancora a lungo nelle aule di tribunale.










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