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Sabato 22 Ottobre 2005
La caccia a gola profonda scuote la Casa Bianca
A Washington e Londra scandali colpiscono esponenti conservatori. Bufera negli Usa su due fedelissimi di Bush
dal nostro corrispondente
ANNA GUAITA
NEW YORK - Alle sette e mezzo del mattino nello Studio Ovale alla Casa Bianca, si tiene la prima riunione della giornata sui grandi problemi del momento. Si parla della guerra in Iraq e dell’avvicinarsi dell’uragano Wilma. Ma non si fa parola di quello che è invece l’elefante bianco di queste ultime settimane: il Cia-gate. In ansioso silenzio, l’Amministrazione Bush aspetta di sapere cosa deciderà l’investigatore speciale, Patrick Fitzgerald, e se la sua inchiesta si concluderà con un’incriminazione. Negli ultimi giorni le voci più disparate si sono incrociate, ma quasi tutte danno per scontato che entro il 28, giorno in cui il mandato di Fitzgerald scadrà, almeno due pezzi da novanta del governo Bush saranno incriminati, Karl Rove e Lewis ”Scooter” Libby. Rove è il principale consigliere di Bush, l’uomo che ha creato il successo elettorale del presidente fin da quando vinse la carica di governatore del Texas. Libby è il capo dello staff del vicepresidente Dick Cheney. Due uomini del giro ristrettissimo della Casa Bianca. Che da vari giorni non si fanno vedere in pubblico. E la loro improvvisa scomparsa dal palcoscenico politico potrebbe significare che si stanno preparando alle dimissioni, in un ovvio tentativo di salvare Bush da ulteriori problemi.
Il compito di Fitzgerald è di scoprire se e chi alla Casa Bianca abbia fatto trapelare presso la stampa il nome di Valerie Plame, agente segreto della Cia e moglie di Joseph Wilson, un ex ambasciatore che aveva accusato la Casa Bianca di aver mentito sulle intenzioni di Saddam Hussein di procurarsi polvere di uranio in Niger. Rivelare il nome di un agente segreto è un reato federale. E a quanto pare, qualcuno, vicino all’Amministrazione, lo avrebbe fatto per punire Wilson delle sue accuse contro Bush. E poi avrebbe giurato di non averlo fatto: il reato sarebbe così diventato doppio, violazione dell’ Intelligence Identities Protection Act , e falsa testimonianza.
Durante la sua inchiesta Fitzgerald ha incontrato varie resistenze, anche dai giornalisti che avevano pubblicato il nome e si erano rifiutati di dire da chi lo avevano saputo. Judith Miller del New York Times , è stata in prigione 85 giorni per oltraggio alla magistratura. La giornalista ha adesso ammesso di avere ricevuto l’informazione sulla Plame da Libby. Il nome di Karl Rove è invece stato fatto da un altro giornalista, Matt Cooper, della rivista Time , dopo mesi di resistenza.
Altri particolari contribuiscono a rendere la vicenda particolarmente torbida. Viene fuori ad esempio che la Miller scriveva sul New York Times quello che i ”falchi” della Casa Bianca le suggerivano su Saddam e le sue armi. Poi a loro volta, gli uomini del presidente citavano i pezzi della Miller a sostegno delle loro teorie. Oggi, Newsweek scrive amaro: «Si è aperta una finestra su come l’Amministrazione Bush ha manipolato i giornalisti circa le inesistenti armi di distruzione di massa dell’Iraq».
Il Cia-gate potrebbe gettare ombre anche su Bush, se è vero, come ha scritto il Daily News , che nel 2003 il presidente rimproverò Rove per aver gestito la cosa in maniera incompetente. Il guaio infatti è che Bush ha sostenuto di non aver mai saputo nulla della Plame. Se l’accusa del Daily News fosse vera, la popolarità di Bush potrebbe risentirne ulteriormente. Già così è scesa sotto il 40 per cento, anche perché altre cose vanno male: la guerra in Iraq, la scelta dell’improbabile avvocatessa Harriet Miers come candidata alla Corte Suprema, gli scandali finanziari che hanno colpito il vertice del partito repubblicano. La strada sembra tutta in salita, e l’efficiente, compatta squadra del Bush del primo mandato - scriveva ieri il Washington Post - «è infelice e demoralizzata».
(Il Messaggero)
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