|
Senior Member
Iscritto dal: Apr 2004
Messaggi: 350
|
Era schieratissimo, Totò Cuffaro. E spandeva parole d’oro per quella sua «buona legge» che, con lo sbarramento al cinque per cento contro le rendite dei micro-partitini e dei baroni della clientela, «conferma e rafforza l’investitura popolare del governo, consolida il modello bipolare e induce le forze politiche a percorsi virtuosi di aggregazione». Con cristallina coerenza, perciò, oggi voterà per sopprimerla. Ammesso si ricordi almeno lui che in Sicilia si vota non solo alle comunali di Catania ma pure al referendum confermativo sulla nuova legge elettorale. Legge che, votata fra i «cin cin» dal centrodestra solo pochi mesi fa, si ritrova oggi abbandonata come un’orfanella.
Uno spettacolo sconcertante. Che certo non aiuta gli ammaccati elettori berlusconiani in cerca di certezze alle quali aggrapparsi. Com’è possibile, proprio nei giorni in cui il Cavaliere sbuffa insofferente per la frammentazione litigiosa della coalizione e propone la strada del partito unico come sola speranza di recuperare consensi, che il governatore siciliano, larga parte della Casa delle Libertà e persino il coordinatore regionale forzista Angelino Alfano (pupillo di Sua Emittenza) si battano per abolire una legge che cerca di evitare la coriandolizzazione degli schieramenti? Per non dire dell’ambiguità, sul fronte opposto, dei diessini. Che prima si erano orientati per la conferma della legge (di cui erano in origine tra i promotori, per «semplificare il quadro politico») e poi hanno cambiato idea per non mettere a rischio la compattezza della coalizione e la stessa elezione di Bianco nelle municipali etnee. Risultato: per non irritare i partitini, di destra e di sinistra, gli unici a schierarsi apertamente per il «Sì» sono oggi quelli di Alleanza nazionale.
Un passo indietro. Ai primi di agosto 2004. Costretta a darsi nuove regole perché il «Tatarellum», buono per le altre regioni, è stato adottato nel 2001 come eccezione e le vecchie norme del ’52 non prevedono l’elezione diretta del presidente, l’assemblea regionale siciliana approva la nuova legge elettorale per il rotto della cuffia: 49 sì. Pochi, per una legge inizialmente firmata anche da Mirello Crisafulli, l’uomo forte della Quercia siciliana che, assediata dai «cespugli» in rivolta e decisi a rompere ogni accordo a sinistra, aveva fatto macchina indietro. Pochi, per una coalizione di destra che sulla carta aveva 58 seggi contro 32 dell’opposizione. Pochi, per non affrontare tutti i rischi di un referendum confermativo, previsto nel caso la riforma non avesse avuto una maggioranza dei due terzi. Referendum immediatamente convocato grazie alla raccolta di 110 mila firme, salutata dai promotori come «la più grande mobilitazione popolare siciliana dai tempi dei missili a Comiso».
Tema: ha la precedenza il diritto di ogni partito, anche il più minuscolo, a venire rappresentato nelle assemblee elettive, come sostengono a sinistra i cossuttiani o i rifondaroli (Francesco Forgione arrivò a telefonare a Gianfranco Micciché, che per lui è più o meno un riccioluto belzebù, pur di bloccare la legge) e i liberali, i repubblicani, la «Dc europea», il Nuovo Psi e una miriade di altre schegge a destra? Oppure dovrebbe venire prima, come affermano i promotori del «Sì» citando ad esempio molti Paesi democratici, l’interesse d’un sistema che non può sopportare un’eccessiva frantumazione? E’ davvero un caposaldo democratico avere regole che consentono a un satrapo politico dotato di poche migliaia di voti magari inquinati dalla mafia (capita, in Sicilia) di farsi eleggere allestendo un partito «fai-da-te»? O sarebbe più sano contenere egoismi e rendite di posizione dove il confine tra le battaglie di principio e il pedaggio alla Ghino di Tacco è spesso impalpabile?
La destra pareva (pareva) avere scelto: meglio la semplificazione virtuosa. Ma all’ultimo istante, con un maxiemendamento che a qualcuno sembrò suicida (fatto apposta per far saltare tutto), passò l’idea del cosiddetto «consigliere supplente»: l’introduzione di un meccanismo già passato senza scandalo, pare impossibile, nell’Eldorado ulivista della Provincia di Trento. Se un consigliere viene promosso assessore si dimette, e in Consiglio gli subentra un supplente che però, se l’assessore viene poi defenestrato o vuol tornare al suo posto, deve restituire la poltrona.
La polemica si accese come un covone al fuoco d’un fiammifero. E l’idea fu bocciata dal commissario di governo. Bene: l’Ars decise di pubblicare lo stesso la legge, sia pure depurata dalle parti cassate. E questa decisione fu votata, con l’esplicito assenso alla quota di sbarramento, anche dai Ds e da larga parte della Margherita. Che oggi, dopo la rivolta dei partitini alleati, votano (altra cristallina coerenza) per l’abolizione delle nuove norme insieme con Totò Cuffaro («Per il bene della coalizione») e Forza Italia (salvo varie eccezioni) e tutti gli altri partiti che avevano concorso al varo, meno appunto An. Un capolavoro. Che ha spinto Leoluca Orlando a ghignare beffardo: «Mi rivolgerò a "Chi l’ha visto?" perché vengano avviate delle ricerche. Da qualche parte devono esser pure finiti i deputati che votarono la legge!». Chi vincerà oggi? Non si sa. Tanto più che, non esistendo il quorum, il voto sarà valido anche se dovessero andare alle urne quattro gatti. Se saltassero le norme in questione, la Sicilia non avrebbe più un sistema elettorale con cui andare al voto.
Teoricamente, chi oggi sta a Palazzo dei Normanni potrebbe restarci in eterno. Imbalsamati dai codicilli. Uno scenario da brividi...
Gian Antonio Stella
15 maggio 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/P...5/stella.shtml
Oggi fa una legge domani un referendum per abrogarla... tutto con i soldi pubblici.
|