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Nove gli attacchi suicidi a Bagdad: una trentina le vittime
Kamikaze contro i seggi, ma la gente va a votare
Nove i kamikaze in azione da domenica mattina presto contro i seggi elettorali a Bagdad, e non solo. Attacchi poi rivendicati dal gruppo di Al Zarqawi via web. È bersagliata la gente che cerca di andare a votare. Circa trenta le vittime degli attentati finora. Il premier Allawi, mostrando il pollice inchiostrato dopo il voto, dice: «È un momento storico, gli iracheni stanno scegliendo il proprio futuro». Alta affluenza nelle zone sciite e curde, seggi deserti nelle aree sunnite e nemmeno aperti per questioni di sicurezza nel «triangolo della morte» a sud della capitale. Stime non ufficiali affermano che l'affluenza al termine sarà di circa il 50% (continua)
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Il presidente aveva detto: «Pochi andranno a votare per paura»
Al Yawar ci ripensa: «Alle urne 2 iracheni su 3»
BAGDAD - Confusione su quanti andranno a votare in Iraq anche per il presidente iracheno ad interim Ghazi al-Yawar. L'esponente di una tribù sunnita si è prima detto pessimista sull'affluenza alle urne nelle elezioni di domenica. «Quello che speriamo è che la maggior parte degli iracheni partecipino al voto - ha detto il presidente in una conferenza stampa a Bagdad - ma sappiamo che la maggioranza non lo farà a causa della situazione della sicurezza». Al Yawar è convinto che solo una minoranza di iracheni boicotterà le elezioni per ragioni politiche, mentre il vero problema è il timore di attacchi ai seggi e ai centri elettorali. Poche ore dopo, però si è contraddetto: «Mi aspetto che la maggioranza, almeno i due terzi degli aventi diritto, andrà a votare».
AL SADR: LIBERTÀ DI VOTO - Smentendo la notizia riportata da alcuni organi di informazione arabi secondo la quale avrebbe dato ordine di sostenere la lista Monarchica Costituzionale, la corrente sciita guidata dall'imam Moqtada al-Sadr ha confermato l'indicazione di libertà di voto fornita in precedenza ai propri militanti.
PROROGATO LO STATO D'EMERGENZA - L'Iraq ha esteso di 30 giorni lo stato d'emergenza nel Paese per poter mantenere la mano pesante sui ribelli. Lo annuncia oggi un comunicato del governo, alla vigilia delle storiche elezioni. Lo stato di emergenza era stato dichiarato per 60 giorni a novembre, prima degli assalti alla roccaforte dei ribelli di Falluja, ed è stato rinnovato due volte. Include poteri speciali per imporre il coprifuoco e per chiudere i confini e gli aeroporti se necessario, e per arrestare sospetti ribelli senza seguire le normali procedure. Tra il 28 e il 31 gennaio, l'Iraq ha imposto speciali misure di sicurezza che includono estesi coprifuoco, restrizioni nei viaggi e la chiusura dei confini e dell'aeroporti di Bagdad, per salvaguardare la sicurezza delle elezioni di domani.
VOTO ALL'ESTERO - Primi dati ufficiali sull'apertura della tornata elettorale irachena. Aspettando l'apertura delle urne di domenica nel loro Paese natale, numerosi iracheni hanno votato all'estero. Durante il primo giorno di apertura della consultazione il 30% circa degli iscritti ha votato Il dato proviene da Ginevra, dove ha sede l'organizzazione International Organization for Migration, che sta coordinando le operazioni di voto per conto della Commissione elettorale irachena. Alle urne nella giornata di venerdì si sono recati 84.429 votanti. L'affluenza più alta è negli Emirati arabi, dove ha raggiunto il 49%. Più bassa l'affluenza negli usa (22%). Gli organizzatori hanno già comunicato il dato che solo 1 su 4 dei potenziali votanti si sono iscritti alle liste elettorali, e segnala inoltre come molti iscritti risiedano lontano dalla sede del voto (gli italiani, per esempio, dovrebbero votare in Germania, non essendoci seggi nel nostro Paese) dunque il dato non deve essere considerato definitivo. La previsione è per una percentuale finale più elevata per la fine della tre giorni di voto all'estero, che si chiuderà domenica sera.
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Filo spinato e barricate per proteggere lo storico voto di domenica
La polizia irachena ai seggi come in trincea
IN RETE
Il programma del partito Unità del popolo, lista di sinistra e laica (in inglese)
Elenco dei partiti e delle liste presenti in Iraq (in inglese, molti link in arabo)
I principali gruppi poliltici iracheni e una loro breve storia (in inglese)
I più importnti leader iracheni e dell'alleanza militare internazionale sulla stampa mondiale (in inglese)
Unione patriottica del Kurdistan-Puk (in inglese)
Partito democratico del Kurdistan-Kdp (in inglese)
Il sito del grande ayatollah al-Sistani (in inglese)
Da uno dei nostri inviati
BAGDAD - Seggio numero 65, scuola secondaria di Karrada, in un quartiere centrale della capitale. Uno dei tanti campi di battaglia tra terrorismo integralista e chi sostiene il tentativo di crescita della democrazia in Iraq. Per arrivarci si devono superare il filo spinato che blocca il traffico, tre file di barricate in cemento armato, il controllo degli agenti iracheni.
Qui domani si vota. «E’ ancora tutto da preparare. Ci hanno fatto accampare da 5 giorni, ma solo nelle prossime ore arriveranno le urne con le schede e il materiale elettorale», dice Amer, un 19enne da poco reclutato nella polizia, sorridente, fiero della sua uniforme nuova e del kalashnikov oliato di fresco. Recluta in forza tra i circa 150 mila tra poliziotti e militari della nuova Guardia Nazionale chiamati in prima linea a difendere il voto.
«Ora siamo solo una decina di sentinelle qui nella scuola di Karrada. Ma da sabato sera ogni seggio avrà almeno 50 guardie, cui si aggiungeranno le pattuglie mobili irachene. Gli americani sono appostati sui tetti dei palazzi più alti del quartiere. E i loro elicotteri dovrebbero garantirci contro l’eventualità di cecchini», osserva il suo comandante, sergente Achmed Abdul Latif. Andare sul tetto della scuola è limitato persino a loro. «Per i cambi della guardia ai piani alti parliamo via radiolina con gli americani», spiegano.
Ieri pomeriggio il piccolo drappello sembrava tranquillo, fiducioso. Gli agenti scherzavano tra loro, davano quattro calci al pallone con i ragazzini del vicinato. Ma le famiglie nelle case che danno sulla strada erano preoccupate e richiamavano i figli in casa quando si avvicinavano troppo alla scuola. Le strade erano deserte già molte ore prima l’inizio del coprifuoco alle 19 (fino alle 6 di mattina). Tutti si erano riforniti di acqua, cibo e candele per i prossimi tre giorni di allarme rosso.
Paure comprensibili. Ieri mattina il gruppo filo Al Qaeda guidato da Abu Musab Al Zarkawi era tornato a minacciare attentati contro chiunque si rechi alle urne e persino chi vive in prossimità dei seggi. «Attenti a voi. Non andate ai centri di voto, propagatori di ateismo e vizio. E attenti coloro che risiedono nelle vicinanze. Gli americani li hanno trasformati in scudi umani. Siete stati avvisati. Poi avrete solo voi stessi da incolpare», si legge nel nuovo comunicato. Il gruppo sembra determinato a colpire, nonostante il governo iracheno abbia rivelato l’arresto di altri 3 luogotenenti di Al Zarkawi. Dalle parole ai fatti.
Ieri nel mirino della guerriglia sono tornati proprio i seggi: una decina colpiti da spari e bombe in almeno sei città del Paese. Ma anche i soldati americani: almeno 5 morti nelle ultime 24 ore. A Ramadi gli estremisti sunniti avrebbero decapitato sei sciiti che avevano manifestato l’intenzione di votare. In serata è caduto un elicottero Usa sui quartieri meridionali di Bagdad, sembra con 3 uomini a bordo. Non è chiara la loro sorte e neppure se si tratti di attentato o incidente. Per le truppe della coalizione è un lutto che si aggiunge a quello ancora fresco per i 31 morti dell’elicottero da trasporto Usa caduto, sembra per un guasto meccanico, al confine con la Giordania tre giorni fa. Ma l’obiettivo più colpito restano i poliziotti iracheni. Ieri mattina un’autobomba è scoppiata vicino a un loro posto di blocco presso la grande centrale elettrica di Bagdad, uccidendo quattro persone. Tra i tanti attentati, ieri nel Sud, presso Bassora, un agente è morto e quattro sono rimasti feriti per una bomba.
«Ho servito nella polizia irachena per 26 anni. Amo questo lavoro. Dopo l’invasione americana, attesi 20 giorni, poi mi presentai in caserma e tornai al mio posto. E non lo lascio. Sebbene non sia mai stato tanto pericoloso», racconta il colonnello Saeb al Rawi, 45 anni, 4 figli, responsabile del pattugliamento di sei seggi nel quartiere di Abbachane. Lo abbiamo incontrato per circa due ore ieri nella sua abitazione assieme a un collega più giovane, Ahmed Alì al Zubaidi, 32 anni, di pattuglia a sua volta ai seggi nel quartiere di Arthie. Entrambi negli ultimi mesi sono stati più volte sotto il fuoco della guerriglia e persino in pericolo di vita. Hanno visto morire e restare feriti tanti colleghi. Il loro stipendio non supera i 350 dollari mensili. A febbraio ne riceveranno 100 in più come indennizzo per il servizio elettorale. «Non lo facciamo per i soldi. Con i rischi che corriamo, se la motivazione fosse economica avremmo lasciato da un pezzo. Ma questo è il nostro dovere. Il Paese ha bisogno di noi», dicono senza retorica. Tanto che entrambi non andranno a votare. Il governo transitorio prevede un’affluenza alle urne del 72%. Loro non ci credono.
«Mi sembra troppo ottimista. Comunque qui a Bagdad l’astensione per paura di attentati sarà molto alta. E poi la gente non ama questi candidati. Non li conosce o pensa che siano in larga parte stranieri, iracheni che non sanno nulla del loro Paese e ora balzano sul carro dei vincitori cercando di guadagnarci», spiegano all’unisono. La loro preoccupazione maggiore però è per il futuro: «Siamo di fronte a una guerriglia ben armata, coraggiosa, equipaggiata con sistemi di comunicazione migliori dei nostri. Le loro azioni non cesseranno dopo il voto. Anzi, potrebbero farsi ancora più aggressive e micidiali, perché condotte da uomini che non hanno paura di morire. Noi abbiamo bisogno di auto blindate, migliore intelligence, giubbotti anti-proiettile più leggeri. La guerra sarà ancora lunga».
Lorenzo Cremonesi