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Il presidente dell'Associazione, sulla sentenza Andreotti ed oltre:
Ma ciò che non è lecito fare – per un elementare rispetto della verità – è dire che la sentenza della Corte d'appello di Palermo (confermata dalla Cassazione) ha «assolto il senatore Andreotti», «posto fine a una persecuzione e a un calvario», «riabilitato la Democrazia cristiana», «restituito credibilità alle istituzioni». Eppure sono queste le affermazioni che, oggi come all'indomani della sentenza di appello, hanno dominato la scena; e a pronunciarle sono stati non solo alcuni tra i più autorevoli opinion makers ma anche politici di primo piano e persino alcuni vertici istituzionali. Non essendo pensabile che essi non conoscano il diverso significato dei termini «assoluzione» e «prescrizione» e non abbiano letto i passaggi fondamentali della sentenza, c'è da chiedersi la ragione di questa operazione di "occultamento della verità". Ed è questo – ci pare – il problema politico fondamentale posto dalle ultime propaggini del "caso Andreotti". Proviamo ad abbozzare una risposta.
1. La verità e la politica stanno sempre più imboccando strade diverse e opposte. Lo ha dimostrato in modo evidente, sul piano internazionale, la vicenda della guerra all'Iraq e delle (false) ragioni addotte a sua giustificazione. La logica, anche in questa vicenda, è la stessa: non interessano i fatti ma la realtà virtuale, costruita a beneficio e a vantaggio del potere. C'è chi sostiene, senza pudore, che si tratta di una necessità per mantenere il consenso dei cittadini. Siamo, al contrario, convinti che sia una tappa della trasformazione dei cittadini in sudditi e del deperimento della democrazia (che smette di essere tale senza trasparenza e verità).
2. Dire che il senatore Andreotti è stato "assolto" anche in relazione ai fatti anteriori al 1980 significa – come, del resto, è stato esplicitamente affermato - "assolvere" un sistema di governo, un modo di fare politica: non solo e non tanto per il passato, quanto per il presente e per il futuro. Significa abbattere il discrimine tra morale e immorale e tra legale e illegale. Se frequentare mafiosi, chiedere e offrire loro favori, discutere con loro finanche di omicidi – condotte tutte ritenute provate nella sentenza della Corte di appello di Palermo - è considerato lecito sotto il profilo politico e giudiziario (come implica il termine "assoluzione"), allora questo può essere un metodo di azione politica e non deve destare scandalo se così fanno o faranno - non ieri, ma oggi o domani - politici di primo piano nel panorama nazionale e in quello siciliano.
3. Questo costume e questa cultura, ancorché alle porte, incontrano tuttora, tra gli altri, un ostacolo: alcune leggi e chi è chiamato ad applicarle e lo fa con rigore e fermezza. Sta qui la ragione fondamentale della "falsificazione" dell'esito del processo, necessaria per condurre una ulteriore opera di delegittimazione di chi ha doverosamente condotto le indagini (e, insieme, dei magistrati che continuano a credere nei principi di legalità e uguaglianza).
Per questo chiedere che l'analisi del "caso Andreotti" avvenga a partire da carte vere e non da "carte false" è un problema di democrazia e non un inutile (e meschino) accanimento nei confronti di un notabile ormai estraneo ai circuiti del potere reale.
Livio Pepino
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