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Acqua alta in tribunale
Stanze incustodite. Fascicoli abbandonati a disposizione di chiunque. Processi infiniti. Rinvii fino al 2013. Così affonda la giustizia a Venezia. E in Procura si può anche entrare con la pistola in borsa
di Fabrizio Gatti
Anche se c'è un mucchio di arretrato, il venerdì dopo pranzo comincia puntuale il weekend. Non alle cinque della sera come nel resto d'Europa. Il fuso orario della Corte d'Appello di Venezia corre più in fretta. E all'una del pomeriggio (del venerdì), eccolo finalmente il meritato riposo. A vedere come si svuotano, non sembra che questi uffici abbiano il record nazionale di lentezza dei processi. Primi nel 2004 con 1.392 giorni, quasi quattro anni. Secondi nel 2005 dietro ad Ancona, con 1.200 giorni (vedi tabella a pag. 49). Ed è soltanto l'appello, al quale va aggiunta la durata del primo grado, civile o penale. Ma sarà perché sulla Laguna c'è ancora il sole e perdersi l'ultima passeggiata al Lido è un peccato. Sarà per la sospensione delle udienze che ogni estate ferma le fatiche dal primo di agosto a metà settembre. Sarà che un fascicolo in più o in meno non cambia nulla nel disastro nazionale. Dunque benvenuti nel quartier generale del diritto a Nord-est: per gli italiani le ferie sono finite da un pezzo, qui è ancora Ferragosto.
Una settimana nella giustizia di una delle regioni più ricche e attive al mondo non può che portare in questo antico palazzo sul Canal Grande. Un buco nero in cui il tempo rallenta e mastica con calma tutti i fascicoli che, in un modo o nell'altro, devono passare davanti ai giudici della Corte d'Appello. A Venezia possono arrivare i procedimenti di tutto il Veneto. Dalle vertenze di lavoro alle rapine in villa. Dalle liti per l'eredità agli omicidi. La regione non è più la terra povera, disagiata, abitata dai figli dei contadini che per vivere dovevano emigrare. Da due decenni la ricchezza richiama nuovi criminali e la competizione alimenta le cause. Eppure lo Stato continua a trattare la giustizia in Veneto con gli stessi organici di quell'epoca, quando gli uomini facevano i minatori all'estero e le ragazze andavano a servizio nelle ville di dottori e signori.
Per vedere come funziona, basta frequentare da spettatore i corridoi deserti dove è possibile trovare incustoditi e consultare i faldoni con migliaia di intercettazioni telefoniche dell'antimafia. Una borsa a tracolla per sembrare un commesso. E dentro, tra le carte, anche una pistola. Ovviamente finta. Una Beretta calibro 9 per 21 in ferro, identica a quella vera, con tanto di sicura e cartucce (a salve). Diversa soltanto per il tappo rosso bene in vista sulla canna. È una prova. La sicurezza dei tribunali e del loro personale non è un aspetto secondario nell'organizzazione della giustizia. Ma per tutta la settimana nessuno se ne accorge. È possibile portare la scacciacani più volte fino alla Procura. Passare e ripassare davanti alla segreteria del procuratore. Incrociare in corridoio il sostituto Carlo Nordio. Fermarsi di fronte alle stanze del pm Emma Rizzato o del gip Stefano Manduzio, i magistrati che si occupano degli attentati e dei depistaggi di Unabomber. Non un solo sorvegliante. Nemmeno un metal detector.
All'ingresso della Corte d'Appello qualcosa per scovare eventuali armi nelle tasche invece c'è: una lunga fila di cabine elettroniche. L'impianto sarà costato qualche centinaio di migliaia di euro. Ed è spento. Si entra e si esce a piacere, aggirando l'ostacolo a destra dove il passaggio non ha filtri. Soltanto un pomeriggio si fa avanti un custode senza divisa. Il venerdì appunto, quando se ne sono andati quasi tutti per il weekend. L'unico viavai è dovuto ai commissari d'esame e ai praticanti che oggi affrontano gli orali per diventare avvocato.
Promuovere un appello a Venezia solleva un serie di problemi. Prima di tutto di agenda. Bisogna andare in una cartoleria e trovarne una del 2010 o perfino del 2013. Proprio in questi giorni, per un ricorso depositato nel luglio 2007 è stata decisa la data della prima udienza: luglio 2010. È una causa di lavoro. Avanti di questo passo, per il dipendente che l'ha presentata la pensione arriverà prima della sentenza. Le richieste di risarcimento danni viaggiano ancora più in là nel futuro: ricorsi depositati quest'anno sono stati rinviati al calendario 2013.
Spesso le conseguenze dei ritardi sono drammatiche. È il caso di un ingegnere moldavo che aspetta dal 6 ottobre 2001. Dal giorno in cui a Curtarolo, in provincia di Padova, è caduto dal tetto di una casa. Lavorava come muratore, senza contratto e senza permesso di soggiorno. È finito in coma all'ospedale, ma si è salvato. Tra il 2004 e il 2005 i suoi principali, il proprietario dell'impresa edile e il rappresentante legale di una società immobiliare della zona, vengono condannati a tre e due mesi per lesioni personali colpose. I due scelgono il patteggiamento e il Tribunale decide di non ordinare il pagamento dei danni come condizione per la riduzione della pena. Confermata la sentenza penale, quest'anno in gennaio l'ingegnere presenta attraverso gli avvocati della Cgil il ricorso civile per ottenere il risarcimento.
La prima udienza viene fissata al 5 giugno 2007. Ma in primavera il giudice che se ne deve occupare ottiene un incarico fuorisede, e pagato, a Roma. Tutta la sua agenda deve essere trasferita ai colleghi. Così la prima udienza per l'ingegnere moldavo viene rinviata a un'altra data: 26 novembre 2008. Probabilmente quel giorno il magistrato chiederà alle parti se hanno raggiunto un accordo. Poiché né l'impresario edile né la società immobiliare hanno voglia di pagare, la risposta sarà no. Verrà quindi fissata una nuova udienza. Ne serviranno almeno quattro per stabilire se nel cantiere erano rispettate le norme di sicurezza. E anche nel caso di una condanna tra cinque anni, i due imprenditori possono sempre presentare ricorso alla Corte d'Appello di Venezia. Che esaminerà il caso dopo tre anni e forse lo concluderà dopo altri quattro. Nel frattempo l'ingegnere-muratore è dovuto tornare in Moldavia. La sua vita è completamente rovinata. Le lesioni e il trauma cranico hanno riportato la sua mente all'infanzia. È paraplegico. L'Inail gli ha riconosciuto un'invalidità al 100 per cento. Adesso sono sua moglie e le due figlie a doversi prendere cura di lui.
La lentezza del processo trascina un altro problema: la sostituzione dei magistrati che lo conducono. Sulle rive della laguna si alzano le ciminiere del grande petrolchimico di Marghera. Le cause più famose sulla morte di almeno 350 operai si sono concluse con il riconoscimento di 40 casi. Ma soltanto per uno si è arrivati alla condanna. Gli altri 39 sono rimasti impuniti perché dal decesso erano già scaduti i tempi di prescrizione. Qualcosa del genere si sta ripetendo in questi mesi con una serie di nuove cause per contaminazione nei luoghi di lavoro. Prima che un'inchiesta sia conclusa, cambiano almeno quattro sostituti procuratori. Qualcuno perché viene promosso o trasferito. Altri perché ottengono incarichi temporanei. E ogni volta bisogna ripartire daccapo. Gli avvocati ne sono consapevoli: "I sette anni e mezzo della prescrizione passano in fretta. Tra rinvii, primo grado, eventuale appello e Cassazione, se non è riconosciuto l'omicidio colposo o peggio, nessun altro reato viene punito". Per i legali degli eventuali imputati non resta che tirarla il più a lungo possibile. L'esempio da seguire sono i processi contro Silvio Berlusconi. Un modello di difesa che nasce in Veneto: uno degli avvocati più attivi del Cavaliere, Niccolò Ghedini, è padovano e si è fatto le ossa da queste parti.
Nessun avvocato veneziano, però, proprio nessuno, desidera esporsi di persona contro la disorganizzazione dell'attività di giudici e pm. La giustizia sarà uguale per tutti. Ma irritare un magistrato potrebbe renderla meno uguale ai danni dei propri clienti. Così le scelte vengono accettate in silenzio. Come quella che nel 2007 ha chiamato per alcuni mesi due dei quattro giudici della sezione lavoro del Tribunale ad aiutare i colleghi della Corte d'Appello. Hanno praticamente dimezzato l'ufficio che tratta una delle questioni più sentite dai cittadini e dall'economia: le vertenze contro la propria azienda o, nel caso inverso, contro i propri dipendenti.
Il collasso della giustizia in Veneto viene annunciato già nel gennaio 2006 dall'allora presidente della Corte d'Appello, Giovanni Massagli. Come esempio, durante il discorso inaugurale dell'anno giudiziario, l'alto magistrato presenta proprio il caso dei suoi giudici del lavoro: "Si poteva davvero pensare che la sezione della Corte d'Appello, istituita con il presidente e due consiglieri, potesse reggere le impugnazioni dagli otto Tribunali del distretto come Venezia, Padova, Verona, Vicenza e Treviso per citare i più grossi?". Il risultato è che Giovanni Massagli ha terminato il suo incarico. E, dopo un anno, non è stato ancora sostituito. Al suo posto, l'anno giudiziario 2007 l'ha inaugurato il 'presidente reggente', Nicola Greco: "Dai dati del Consiglio superiore della magistratura", ricorda ancora una volta Greco, "si rileva che su 408 posti in organico, 37 sono vacanti con una percentuale di scopertura pari al 9,07 per cento a fronte di una media nazionale pari al 7,7 per cento".
La mancata assunzione di personale è una conseguenza dei tagli ai bilanci nazionali. Ma c'è un aspetto che nessun discorso inaugurale ha ancora affrontato. L'ha rivelato la scorsa settimana il ministero dell'Economia nel 'Libro verde sulla spesa pubblica': il 74 per cento dei magistrati del distretto della Corte d'Appello di Venezia, praticamente tutto il Veneto, ha un ruolo e quindi uno stipendio superiore alle funzioni effettivamente svolte. Un record se confrontato con Reggio Calabria e Palermo dove, nonostante conducano in molti casi una vita blindata, soltanto il 44 e il 48 per cento dei magistrati gode di benefici simili. Questo corrisponde a un aumento dei costi. E non sempre coincide con una migliore professionalità.
La preparazione di un magistrato è una questione molto difficile da dimostrare. Un indizio possono essere i ricorsi alla Corte di Cassazione. Per questo bisogna spostarsi a Roma. Il ricorso più significativo è quello depositato contro una sentenza scritta e firmata dal presidente di una sezione civile della Corte d'Appello di Venezia. Il caso è delicatissimo: riguarda il riconoscimento di un figlio. Una causa cominciata nel 1996 e conclusa in appello nel 2005. Quel giorno il presidente di sezione ha probabilmente fretta. Perché nel dispositivo della sentenza ripete esattamente le parole scritte dall'avvocato appellante e aggiunge le poche righe della sua decisione. È insomma un copia-incolla da pagina 11 a pagina 23 in cui il magistrato si dimentica perfino di cambiare il soggetto, tanto da sembrare lui la parte in causa. Secondo il legale, che ora chiede l'annullamento della sentenza, mancano le motivazioni del giudice. In altre parole, se si trattasse di un esame di giurisprudenza, questo presidente di sezione della Corte d'Appello veneziana dovrebbe essere bocciato. Dopo tre anni, però, la Cassazione non ha ancora deciso.
Se il 74 per cento dei magistrati veneti prende uno stipendio più alto rispetto alle funzioni che ricopre, alla sede storica del Tribunale vicino al ponte di Rialto non hanno nemmeno i soldi per pagare la sorveglianza. È per questo che si può entrare e uscire tranquillamente con la pistola nella borsa. La notte dell'8 agosto 2001 un attentato, rimasto impunito, ha fatto esplodere una parete. Ma il tavolo e le due sedie dei custodi all'ingresso sono vuote. Qui non hanno risorse nemmeno per comprarsi gli schedari o prendere in affitto qualche locale per l'archivio. I fascicoli sono ovunque. Alla portata di chiunque, dentro scatoloni o negli scaffali aperti. Una città sull'acqua non ha cantine e il nuovo palazzo di giustizia è ancora un cantiere.
Un tacito accordo permette agli avvocati di servirsi da soli: non c'è abbastanza personale perché atti e verbali vengano cercati dai segretari. A volte qualche documento si perde e bisogna far partire la procedura per ricostruire la pratica. Secondo la legge sulla privacy, gli archivi dovrebbero essere sempre custoditi e chiusi a chiave in un luogo protetto. Ma i primi ad accettare la violazione delle norme sono i magistrati che ogni mattina fanno lo slalom tra gli scatoloni pieni. Abbandonati in un'aula aperta al pubblico hanno parcheggiato decine di faldoni della Direzione distrettuale antimafia. Si possono leggere i brogliacci delle telefonate, le informative di polizia e carabinieri, i nomi dei confidenti da proteggere. Una giustizia a cielo aperto, alla faccia della riservatezza sulle intercettazioni. Scene identiche nel lungo corridoio davanti agli uffici dei giudici per le indagini preliminari. Scaffali aperti. Faldoni per terra dove, da qualche parte, ci sono anche i provvedimenti sugli attentati di Unabomber, l'inchiesta più scottante del Nord-est. Va un po' meglio al piano della procura. Ma di fronte a una delle segreterie si possono sfogliare i fascicoli delle inchieste appena avviate: non c'è più posto e le cartelline se ne stanno in attesa su un ripiano in corridoio.
Non resta che scendere nell'aula dove vengono processati i criminali più pericolosi e appoggiare la pistola su uno dei banchi. La bellissima sala della Corte d'assise è deserta. Ci sono le telecamere. Forse basta contare e aspettare di essere scoperti: uno, due, tre... Non arriva nessuno. n
(13 settembre 2007)
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