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mi ripetevano "ora ti uccidiamo"
Massimiliano Sfregola per "La Rinascita"
Mark Covell è una figura minuta, dai capelli grigi radi e dalla corporatura esile; a vederlo di persona si stenta a credere sia davero sopravvissuto al trattamento riservatogli dalle forze dellordine la notte genovese di follia di quasi sei anni fa. In realtà, la piazza, nei giorni del G8 lui non lha vista mai; chiuso nella sede di Mediacentre, allestito presso la scuola Pascoli, un edificio che si affaccia sulla Diaz messo a disposizione dei giornalisti e dei legali dallamministrazione provinciale di Genova, Mark era lì e si occupava di aggiornare la pagina inglese del network di controinformazione Indymedia.
Ero nella Diaz racconta quando giunse la notizia che la polizia stava per fare irruzione. Cercai in fretta di tornare alla mia postazione nel Mediacentre. Ma non feci in tempo. Ebastato scendere in strada per trovarsi circondato da alcuni di quegli agenti che a poca distanza erano impegnati a scrivere una delle pagine più nere nella storia della polizia italiana. Il suo solo ed unico torto è stato di trovarsi laddove nessuno avrebbe dovuto essere quella maledetta notte: sui passi degli uomini del reparto mobile di Roma, che stavano guidando la controversa irruzione nella scuola Diaz a caccia di black bloc, il cui bilancio e le conseguenze sono oggi materiale per la cronaca giudiziaria.
Pochi istanti, nessuno scambio di parole: le ultime garanzie rimaste di uno stato di diritto svaniscono con la voce strozzata di Mark che grida press, esibendo il tesserino stampa.
Continuavano a ripetere: non sei un giornalista, sei un black bloc, tu sei un black bloc! E noi uccidiamo i black bloc.
Poi un violento strattone sulla cancellata della scuola e lunico rumore di sottofondo rimane quello sordo delle botte, che in pochi secondi gli vengono assestate senza pietà, procurandogli la frattura di otto costole, la perforazione della milza e di un polmone.
Ricordo solo che ero a terra e sentivo di non avere più i denti. Alcuni intorno a me ridevano. Poi entrai in coma e mi risvegliai dopo due giorni in ospedale. Ad immortalare lagghiacciante sequenza del pestaggio restano solo alcuni filmati amatoriali, miracolosamente scampati al sequestro illegale ed alla distruzione; speranza unica nel difficile tentativo di dare un nome ai suoi aggressori in divisa.
Alcuni agenti cercarono in diverse occasioni di farmi trasportare a Bolzaneto, ma lostinazione dei medici mi ha salvato la vita. Se fossero riusciti a portarmi nella caserma sarei sicuramente morto.
Elucido e chiaro il suo racconto, quello di chi ancora non pu permettersi di rimuovere nulla dal proprio subconscio. Gli chiedo cosa pensi del colpo di scena in tribunale dei giorni passati.
Il vice questore Fournier avrebbe molto altro da raccontare racconta Mark Il pubblico ministero Zucca gli ha chiesto molte volte al processo se giungendo, come dice lui, solo in un secondo tempo mi abbia visto. Ovviamente la risposta è sempre stata no. I filmati, per, ci mostrano unaltra storia. La sua identificazione ha permesso al magistrato, nel gennaio 2006, di poter riaprire linchiesta sul mio caso.
Il muro di omertà traballa, ma aldilà del processo e della vicenda politica e giudiziaria cè il calvario delluomo: Secondo i medici che mi seguono ho perso dieci anni di vita dice, tradendo lemozione ho danni permanenti ad una mano e alla spina dorsale. Tutto ci mi ha impedito e forse mi impedirà di tornare a lavorare. Sei anni fa ero solo un giornalista tra centinaia e una persona tra le migliaia che avevano deciso di partecipare alle manifestazioni contro il G8.
Poi cè stata la Diaz. No, i processi e questa vicenda non possono essere la mia unica ragione di vita. Anzi. Sto facendo tutto questo per riaverla indietro, questa vita.
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