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tallines 07-02-2020 12:14

DailyPic

Old Quebec City

Canada




Ooohhhh...finalmente una immagine invernale, si vede la neve sui tetti e non solo......:) infatti stavo pensando che sono state postate poche immagini invernali.........:)


Tutti concordi in DailyPic i Paesi, su quale immagine postare




All Contries, All States


C' è da dire che l' immagine di Australia, Cina, Giappone e India è del 06/02/2020 .


DailyPic Stati Uniti 07/02/2020


View of the Old City in Quebec City, Canada


Old Quebec city

Old Quebec ( francese : Vieux-Québec ) è un quartiere storico di Quebec City , Quebec , Canada . Composta da Città Alta ( francese : Haute-Ville ) e Città bassa ( francese : Basse-Ville ), l'area è patrimonio mondiale dell'UNESCO .

Dal punto di vista amministrativo, l'antica Quebec fa parte del distretto di Vieux-Québec – Cap-Blanc – colline Parlementaire nel distretto di La Cité-Limoilou .

L'area è comunemente denominata "la Città Vecchia" o "Città Vecchia del Quebec" in inglese.

A volte viene anche chiamato Quartiere Latino ( francese : Quartier latino ), sebbene questo titolo si riferisca maggiormente all'area intorno alla Séminaire de Québec , il sito originale dell'Università di Laval .




Città Alta

Samuel de Champlain scelse la Città Alta come sito per Fort Saint Louis nel 1608.

È rimasto il centro militare e amministrativo della città a causa della sua posizione strategica in cima al promontorio di Cap Diamant .

Fu occupato principalmente da funzionari del governo britannico e dal clero cattolico dopo la conquista britannica, mentre mercanti e artigiani francesi e inglesi vivevano nella Città Bassa.

L'uso militare ha ostacolato la crescita nella Città Alta per molti anni e alla fine del XIX secolo sorse un movimento per demolire le fortificazioni come obsolete e come ostacolo allo sviluppo urbano.

Fu Lord Dufferin a persuadere con successo i funzionari a preservarli e ricostruirli.

L'area declinò e cadde in rovina negli anni '50, ma il nuovo edificio iniziò negli anni '70.

La maggior parte degli edifici risale al XIX secolo, sebbene rimangano anche alcuni secoli XVII e XVIII.

L'area ha diverse strade commerciali come Saint Jean, Sainte Anne e De Buade.

Alcune amministrazioni pubbliche e altre istituzioni nella Città Alta sono il Municipio di Quebec (Hôtel de Ville), la Séminaire de Québec, il Convento delle Orsoline e il Monastero Agostiniano e l' Hôtel-Dieu de Québec .

Ci sono molti hotel, tra cui il castello Frontenac, la città vecchia è una destinazione turistica molto popolare.

I parchi della Città Alta includono i parchi De l'Esplanade, Artillerie, Des Gouverneurs e Montmorency, nonché i terreni dell'Hotel-de-Ville.



Screenshot Stati Uniti 07/02/2020




Città Bassa

La città bassa è un quartiere storico situato nella parte inferiore di Cap Diamant .

Nel 1608, Samuel de Champlain costruì un'abitazione in cui i suoi resti possono essere trovati con Place Royale come centro. Fu restaurato con l'obiettivo di ricostruire il fascino francese dalle sue origini.

La costruzione della Chiesa di Notre-Dame-des-Victoires iniziò nel 1687 in questa località e fu completata nel 1723.

Il Museo della civiltà, il Museo navale del Québec, il caserne Dalhousie e il Théâtre Petit Champlain sono alcuni dei musei, sale per spettacoli, teatri e spazi espositivi nella Città Bassa.

Luoghi come il Louise Basin, il Brown Basin, La –Pointe-à-Carcy, la Gare du Palais e il Marché du Vieux-Port sono visibili dal porto di Quebec .

Altri luoghi di interesse includono:

Place de Paris,
Parc Ulric-Joseph-Tessier,
Saint-Pierre Street,
Saint-Paul Street,
Sault-au-Matelot Street e
Saint-Vallier Est Street, precedentemente chiamata Saint-Charles Street, la prima strada asfaltata del Quebec.

Una funicolare consente un facile trasporto fino a Cap Diamant che collega a Upper Town dalla stretta strada Petit-Champlain ai piedi del Capo fino alla cima con una meravigliosa vista sulla città.
La Costa de la Montagne è un'altra opzione per gli escursionisti.



Screenshot New Bing Wallpaper - Bing Wallpaper Gallery Feb 07, 2020 - Stati Uniti


Frozen fun in the Canadian cold


Link di New Bing Wallpaper - Bing Wallpaper Gallery > https://bing.gifposter.com/wallpaper...becWinter.html



Il quartiere storico della vecchia Quebec

Il sito del vecchio patrimonio del Quebec si trova a Quebec City, sebbene sia amministrativamente riconosciuto come parte del quartiere La Cité-Limoilou .

Ha ottenuto il riconoscimento come parte del patrimonio culturale del Quebec ed è anche uno dei siti patrimonio mondiale dell'UNESCO .
Durante il 1956, la Commissione per i siti e i monumenti storici del Canada fu autorizzata ad acquisire o espropriare qualsiasi "sito, edificio o altro luogo di interesse o significato storico nazionale".

Il quartiere storico è stato istituito a seguito di dibattiti pubblici dal 1945 al 1965, riguardanti la conservazione dell'antica Quebec e il restauro di Place Royale. Il distretto storico della Vecchia Quebec è un patrimonio mondiale dell'UNESCO dal 1985.

Il distretto è stato istituito dall'Assemblea nazionale del Quebec il 10 luglio 1963 dopo una modifica della Legge sui siti storici e sui monumenti.

L'atto ha reso l'area nell'area storica della città un "distretto storico dichiarato" ( francese : Arrondissement historique décrété ) "della provincia del Quebec, ed è stato ampliato l'anno successivo a un'area di 135 ettari (330 acri).

Comprende 1.400 edifici nel quartiere di La Cité, tra cui il promontorio di Cap Diamant e una striscia di terra sotto le scogliere, tra il fiume Saint-Charles e il fiume Saint Lawrence .

Il perimetro protetto dell'area è stato delimitato in due fasi.

Il layout iniziale comprendeva l'area fortificata e la sua periferia.

Il secondo e ultimo layout hanno aggiunto altre aree circostanti al piano il 6 maggio 1964.

L'intero distretto copre un'area totale di 1,4 km.

Il 3 dicembre 1985, l' UNESCO ha dichiarato il distretto storico della vecchia Quebec un sito del patrimonio mondiale.



E il famoso Peapix.com, cosa dice, lato Descrizione ???

Che la Descrizione è più lunga, rispetto a quella che appare in DailyPic :)

Ed ha sia il Titolo di DailyPic, che il Titolo di New Bing Wallpaper - Bing Wallpaper Gallery, come evidenziato in blue, quest' ultimo .

La parte che manca in DailyPic, è quella evidenziata in Verde




Peapix.com - View of the Old City in Quebec City, Canada - Frozen fun in the Canadian cold


Link di Peapix.com >>> https://peapix.com/bing/30199

tallines 11-02-2020 20:28

Windows 10 SpotLight Images

Soccer field

between ocean and mountains

In Winter

Faroe Islands, Denmark





Immagine Invernale, molto Speciale :)


L' immagine di oggi, 11-Feb-2020, pubblicata o postata da Windows 10 SpotLight Images, è a dir poco sorprendente........e anche di affascinante :)

Vorreste giocare una partita di calcio, in un green field, vicino alle montagne innevate e vicino al mare, senza avere tutti quegli spettatori, che di solito si hanno negli stadi ?

Si ? Beh si può, in Danimarca, nelle Isole Faroe :)

E' veramente un' immagine Spettacolare, in quanto il campo di calcio, si staglia sul resto del paesaggio

In Winter, nel Titolo, l' ho inserito io, visto che si vede benissimo, che nelle montagne c'è la neve, che solitamente c'è in Inverno, poi.........:)

A parte che anche i Tags di Windows 10 SpotLight Images mi danno ragione, visto che nei Tags, c'è scritto anche > winter :)





Soccer field between ocean and mountains, Eidi, Eysturoy, Faroe Islands, Denmark


Eiði

Eiði è un comune delle Isole Fær Øer. Ha una popolazione di 712 abitanti, fa parte della regione di Eysturoy sull'isola omonima.

Oltre al capoluogo (670 abitanti) il comune comprende le località di Ljósá e Svínáir.



Eysturoy

Eysturoy (letteralmente "isola dell'est"), pronuncia ['istroi]) è la seconda delle Isole Fær Øer sia per la dimensione (286,08 km²) che per la popolazione (11.069 abitanti).

È compresa interamente nella regione omonima.

L'isola, separata da Streymoy da uno stretto, è particolarmente ricca di rilievi, con circa 66 cime diverse, incluso lo Slættaratindur, il monte più alto dell'arcipelago.

Importanti centri dell'Eysturoy sono Fuglafjørður nel nord, Runavík e Nes nel sud (la zona più ricca di centri abitati dell'isola).

L'Eysturoy è collegato con Streymoy tramite un ponte stradale sopra lo stretto.

Gli abitanti definiscono umoristicamente questo ponte come l'unico sopra l'Oceano Atlantico (i nativi dell'isola di Seil in Scozia però affermano la stessa cosa).

Le città del sud comunque possono essere raggiunte, partendo dalla capitale Tórshavn, più velocemente con il traghetto.

Leirvík sul litorale orientale è lo snodo per i collegamenti alle isole nord-orientali, specialmente Klaksvík sull'isola di Borðoy, la seconda città delle Faroe.

I luoghi di interesse nell'Eysturoy includono i villaggi di Eiði e Gjógv, che ha un piccolo porto naturale nella roccia, il Blásastova historical museum nel villaggio di Gøta, e le varmakelda (sorgenti termali) di Fuglafjørður, che ricordano l'origine vulcanica dell'arcipelago.

Vicino alla costa nord dell'isola possiamo vedere due scogli basaltici molto suggestivi, chiamati Risin og Kellingin.





Soccer field between ocean and mountains, Eidi, Eysturoy, Faroe Islands, Denmark


I Tags per questa immagine del 11-Feb-2020, sono:

Tags: aerial view, cliff, clouds, coastline, day, Denmark, Faroe Islands, field, grass, island, landscape, mountains, nature, ocean, outdoors, sky, snow, soccer, sport, winter

https://windows10spotlight.com/image...2a4167f53f8036




Wonderful image of the Faroe Islands and its soccer field



Faroe Islands


Situate tra Scozia, Islanda e Norvegia, nell’Oceano Atlantico del Nord, le isole Faroe sono un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca e comprende 18 isole vulcaniche rocciose.

Sono collegate tra loro da tunnel stradali, traghetti, strade rialzate e ponti.

Grazie alle loro peculiarità naturalistiche sono una delle mete predilette di escursionisti e appassionati di birdwatching che arrivano per ammirare l’infinita bellezza di montagne, vallate, lande erbose, ripide scogliere e la costa popolata da migliaia di uccelli marini.

Sulle Isole Faroe è possibile fare quasi qualsiasi attività all’aperto, dall’equitazione, al trail- running, dall’arrampicata al kayak di mare, dalla vela alla pesca di salmoni selvatici.

Per gli amanti delle due ruote le tranquille strade di montagna sono perfette





Football in the Faroe Islands



La Capitale


A sud dell'isola di Streymoy si trova Torshavn, la pittoresca e colorata capitale delle Isole Faroe, che è di per sé una città balneare affascinante.

Il nome Tórshavn significa Porto di Thor:

la città venne fondata nel X secolo e può essere considerata la capitale più vecchia dell’Europa settentrionale.

Particolarmente suggestiva è la parte vecchia della città, Reyni, punteggiata dalle coloratissime casette variopinte, costruite in legno e con i tetti d’erba.

Le attrazioni più importanti includono la Cattedrale di Tórshavn, risalente al 1788;

il Museo dell’Arte delle Isole Faroe che ospita due gallerie, una chiamata Listaskáli e l’altra una galleria di arte storica;

la Fortezza Skansin, costruita nel 1580 da Magnus Heinason;

il Palazzo Tinganes, sede del Parlamento delle Isole Faroe;

la Casa Nordica dove è ospitato l’istituto culturale più importante dell’arcipelago, che promuove la cultura Faroese e Nordica;

l’Acquario e il Parco Vidarlundin
.



Aerial view of soccer field, Eidi, Eysturoy, Faroe Islands, Denmark



Fær Øer

Le Fær Øer (in italiano anche: Isole Faroe o Feringie; in faroese: Føroyar; e in danese: Færøerne)

sono le 18 isole che formano un arcipelago subartico situato al largo delle coste settentrionali dell'Europa, tra il Mare di Norvegia e il nord dell'Oceano Atlantico, a metà strada tra l'Islanda e la Norvegia.

Le isole sono una Nazione costitutiva del Regno di Danimarca e del Folketing, ovvero il Parlamento danese, che comprende anche Danimarca e Groenlandia.

Hanno ottenuto l'autonomia nel 1948 e nel corso degli anni hanno acquisito il controllo su quasi tutte le questioni di politica interna, ma non la difesa e gli affari esteri.

Con l'eccezione di una piccola forza di polizia e guardia costiera, non hanno una forza militare organizzata, che rimane responsabilità della Danimarca.


Le Fær Øer hanno legami tradizionali con l'Islanda, le Shetland e le Orcadi, le Ebridi e la Groenlandia. L'arcipelago si separò politicamente dalla Norvegia nel 1815.

Le Fær Øer hanno due rappresentanti nel Consiglio nordico (il forum di cooperazione dei governi dei Paesi nordici). Con l'Islanda, l'Irlanda e il Regno Unito, le Fær Øer si contendono l'isolotto di Rockall.

Il testo più antico che descrive le isole è il "Liber de mensura orbis terrae" del monaco irlandese Dicuil, scritto nell'anno 825, testo in cui vengono descritti i viaggi di alcuni monaci scozzesi nelle isole.

Sebbene il testo non nomini le isole Fær Øer, la descrizione data si adatta molto bene all'arcipelago, come notato già da A. Letronne nel 1814.

Dicuil mette in evidenza la grande quantità di ovini presenti sull'isola, da cui Fær, che in lingua norrena significa "pecore", mentre Øer sarebbe una forma plurale di ø, "isola", parola rimasta anche nel danese moderno.

Fær Øer significherebbe quindi: "isole delle pecore"


Le Fær Øer non fanno parte dell'UE.

Un protocollo al trattato di adesione della Danimarca alla Comunità europea afferma che i cittadini danesi che risiedono nelle Fær Øer non devono essere considerati cittadini europei ai sensi del trattato.

Le Fær Øer non hanno aderito al trattato di Schengen, che consente la libera circolazione tra i Paesi aderenti;

tuttavia, essendo le isole parte dell'Unione nordica dei passaporti, non esistono controlli di frontiera tra l'arcipelago e l'area Scheng
e





Soccer field Eidi, Eysturoy, Faroe Islands, Denmark

Styb 12-02-2020 13:03

Mi sembra ovvio che quel campo da calcio venga utilizzato come zona camping per parcheggiare camper e roulotte. :asd:

tallines 12-02-2020 13:30

Quote:

Originariamente inviato da Styb (Messaggio 46620298)
Mi sembra ovvio che quel campo da calcio venga utilizzato come zona camping per parcheggiare camper e roulotte. :asd:

Si, per assistere alle partite :p

tallines 13-02-2020 15:43

Windows 10 SpotLight Images

On Screen

Dubrovnik (Ragusa) Croazia

St John' s Fortress

&

Filming Locations




L' immagine di oggi 13 Febbraio 2020, apparsa On Screen, è a dir poco splendida !!

E' che immagini del genere, a me mandano in estasi.....:) perchè mi sono sempre piaciute le Fortezze, i Castelli, le Rocche (fortificazioni) e anche le Fortificazioni cittadine, Tema di cui trattiamo in questo post .

Per quanto riguarda Fortezza, Castello e Rocca (fortificazione), ne abbiamo già parlato in questo post, quando abbiamo parlato della Fortezza di St. Augustine, in Florida (U.S.A)> https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=284

L' immagine di oggi, ci da l' opportunità di parlare anche delle (click sul nome, che è un link!) > Fortificazioni cittadine

L' immagine, non è ancora stata pubblicata in Windows 10 SpotLight Images
.




Dubrovnik, Croazia



Ragusa, Dubrovnik, Croazia

Ragusa, in croato Dubrovnik,

in italiano anche Ragusa di Dalmazia e,

all'uso antico, Ragusi, Rausa, Raugia e Ragugia

è una città della Croazia meridionale di 42 641 abitanti, capoluogo della Regione raguseo-narentana e affacciata sul Mare Adriatico, nella Dalmazia meridionale.

La città, che ha lungamente mantenuto la propria indipendenza, vanta un centro storico di particolare importanza storica e culturale,

che figura nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO e che le ha valso il soprannome di "Perla dell'Adriatico".

La città fu fondata originariamente su un'isola rocciosa con il nome di Ragusium nella prima metà del VII secolo da abitanti della vicina città di Epidaurum (l'attuale Ragusa Vecchia, che dista 18 km da Ragusa) in fuga dalle invasioni degli Slavi e degli Avari.

Caduta Costantinopoli durante la IV Crociata (1204), Ragusa passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, seppur con brevi interruzioni, fino al 1358, quando ottenne l'indipendenza.

Durante il periodo di appartenenza alla Repubblica di Venezia, Ragusa mutuò da quest'ultima il proprio assetto istituzionale.

Da tale anno diventò la capitale di una repubblica marinara indipendente, la Repubblica di Ragusa, fino all'arrivo delle truppe napoleoniche nel 1808, dopo di cui fu annessa prima al Regno d'Italia napoleonico e successivamente alle Province illiriche.

Assegnata definitivamente all'Impero austriaco con il Congresso di Vienna (1815), Ragusa fu integrata nel Regno di Dalmazia, sotto il dominio diretto degli Asburgo.

Nel 1919, dopo gli eventi legati alla prima guerra mondiale, tra cui la disgregazione dell'Impero austriaco, Ragusa passò al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi diventato Regno di Jugoslavia.

In seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, e alla successiva guerra d'indipendenza croata, Ragusa entrò a far parte del nuovo Stato indipendente della Croazia.

Toccato l'apice del suo sviluppo economico e sociale tra il XV e il XVI secolo, Ragusa ha notevolmente influenzato lo sviluppo della letteratura croata diventando punto di riferimento di poeti, drammaturghi, pittori, matematici, fisici e di altri studiosi.

Grazie alla sua secolare storia, che ha lasciato anche un'importante presenza architettonica e artistica, Ragusa è diventata una delle principali mete turistiche dell'Adriatico, come testimoniato anche dalla tipologia di traffico che passa dal suo porto marittimo, che è principalmente crocieristico




Panoramic view of Dubrovnik



Origini del nome


Nel tempo il nome romanzo della città, risalente al VII secolo, venne scritto in vari modi, tutti derivanti dalla stessa radice:

Lausa, Labusa, Raugia, Rausia, Rachusa e infine Ragusa.

Per quanto riguarda l'etimologia del nome Ragusa, un celebre passo di Costantino Porfirogenito spiega che:

«[...] Nella lingua dei Romani, la città di Ragusa non è chiamata Ragusa, ma, poiché si trova in cima a dei colli, nell'idioma romano è chiamata lau, "la rupe", sicché gli abitanti sono chiamati "Lausaioi", cioè "quelli che vivono sulla rupe".

Ma la volgare consuetudine, che corrompe spesso i nomi alterando le loro lettere, ha mutato questo appellativo, e li chiama "Rausaioi"


Il nome slavo Dubrovnik deriva invece dal termine croato dubrava, che significa foresta di querce.

Questi alberi ricoprivano un tempo la montagna di San Sergio (in croato Srđ).

La denominazione Dubrovnik apparve per la prima volta in un trattato commerciale fra il Banato di Bosnia e la Repubblica di Ragusa del 29 agosto 1189, noto come Carta del bano Kulin, dal nome dell'allora signore della Bosnia.

Il nome Ragusa fu quello ufficiale fino agli anni settanta del XIX secolo, utilizzato in modo esclusivo anche dalla grande maggioranza dei testi geografici e storici dell'Europa occidentale e nelle mappe nautiche.

A partire da quel periodo, il nome ufficiale diventò bilingue: Ragusa – Dubrovnik.

Alla fine della dominazione austroungarica sulla Dalmazia e all'inserimento della città nel nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (de facto dal 1918, mentre de jure dall'anno successivo) l'unico nome ufficiale divenne quello croato di Dubrovnik, oggi utilizzato in modo quasi esclusivo nella quasi totalità delle lingue.

Anche nei testi di lingua italiana ha iniziato a prevalere quest'ultima denominazione, cosicché negli anni novanta personaggi pubblici come Federico Zeri, Indro Montanelli e Claudio Magris hanno invitato a non abbandonare il toponimo Ragusa.

Il nome della città quando si parla dell'antica Repubblica di Ragusa è rimasto invece in prevalenza quello antico, ma nella pubblicistica in lingua croata è usato il termine Dubrovačka Republika (Repubblica di Dubrovnik).

Il Ministero degli Esteri italiano, nel decreto istitutivo di un consolato onorario nella città dalmata datato 23 luglio 2007, ha usato per la prima volta la doppia denominazione Ragusa/Dubrovnik.




Dubrovnik, la Perla dell' Adriatico



Storia - Età Antica


Dall' invenzione della scrittura (3100 a.C.) alla caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d.C.)

Periodo successivo alla Preistoria, che va dall' introduzione della scrittura databile verso il 3.100 a.C., alla caduta dell' Impero Romano d' Occidente nel 476 d.C.



La città venne fondata con il nome di Ragusium (in greco Ragousion, Ραγούσιον) nella prima metà del VII secolo grazie a un gruppo di abitanti della vicina città di Epidaurum (l'attuale Ragusa Vecchia, in croato: Cavtat, pronuncia Zavtat, che dista 18 km da Ragusa), che erano in fuga dalle invasioni degli Slavi e degli Avari nella penisola balcanica cercando rifugio su un'isola di fronte alla costa, solo successivamente unita alla terraferma, che ha costituito il primo nucleo urbano di Ragusa.

Ragusa ha quindi una genesi di fondazione simile a Venezia:

quest'ultima è stata fondata grazie all'insediamento di abitanti provenienti dal Veneto che cercarono rifugio nella Laguna veneta, fino ad allora disabitata, in seguito alle varie ondate di invasioni barbariche che si succedettero dal V secolo, in particolare quella degli Unni (452) e dei Longobardi (568).

Seppur con notevole autonomia, la città fu da quel momento soggetta alla protezione dell'Impero Bizantino iniziando a sviluppare un fiorente commercio nell'Adriatico e nel Mar Mediterraneo orientale.




Dubrovnik, Aerial View



Età medievale


Dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d.C.) alla scoperta dell'America (1492) .

Dura circa 11 secoli .



Con la temporanea caduta dell'Impero bizantino durante la quarta crociata (1204), a cui successe l'Impero latino, entità statale sostituita nel 1261 dal neo costituito Impero bizantino, Ragusa passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia e tale rimase, seppur con brevi interruzioni, fino al 1358, quando ottenne l'indipendenza.

Dal 1208 al 1358, durante la sottomissione formale alla Repubblica di Venezia, Ragusa pagava un tributo annuale, che erogava sia in termini di denaro che di imbarcazioni, garantendosi tuttavia un'indipendenza di fatto.

In questo periodo Ragusa mutuò dalla Repubblica di Venezia il proprio assetto istituzionale costituendo un consiglio cittadino e un proprio senato.

Se a capo di Venezia c'era il Doge, a Ragusa fu creata la figura del Rettore, che era insediato nell'omonimo palazzo, che esiste ancora oggi trasformato in museo.

Nell'XI secolo Ragusa era già una florida città mercantile, e grazie alla salda alleanza con Ancona,

riuscì a resistere allo strapotere economico veneziano nel Mare Adriatico

potendo svilupparsi ulteriormente come repubblica marinara autonoma, la Repubblica di Ragusa, che fu ufficialmente proclamata nel 1358.

La secessione formale dalla Repubblica di Venezia avvenne dopo sconfitta dei veneziani per opera dell'Ungheria, da cui conseguì la pace di Zara (1358),

che portò anche alla perdita di parte dei possedimenti veneziani in Dalmazia a favore degli ungheresi, poi gradualmente riconquistati dalla repubblica veneta.

Il primo Rettore della Repubblica di Ragusa ufficialmente indipendente fu Nicola De Sorgo.




Dubrovnik sightseeing



Età moderna


Dalla scoperta dell'America (1492) alla Rivoluzione industriale (1750) e alla Rivoluzione francese (1789)

Inizia nel 1492.

Per quanto riguarda l'anno che segna la sua fine, non tutti gli storici sono concordi:

secondo alcuni esso è il 1789 l'anno della Rivoluzione francese,

altri fissano la fine della Storia Moderna con il Congresso di Vienna del 1815

e altri ancora con i moti rivoluzionari del 1848 .

Dura quasi 3 secoli



Ragusa iniziò a prosperare grazie ad una spiccata attitudine mercantile ed all'abilità dei suoi governanti.

Nel giro di pochi decenni la città divenne un primario centro commerciale e culturale giungendo a rivaleggiare con la Repubblica di Venezia.

Nel 1416 la Repubblica di Ragusa fu il primo Stato europeo ad abolire la schiavitù e il suo traffico nel territorio di sua pertinenza.

Neppure lo smembramento dell'Ungheria tra l'Impero ottomano e l'Arciducato d'Austria, che fu la conseguenza della disfatta ungherese nella battaglia di Mohács (1526), riuscì a scalfire la prosperità di Ragusa: la città si alleò, così come aveva fatto all'epoca con gli ungheresi sperando di ottenere l'indipendenza da Venezia, con l'Impero ottomano.

In questo modo preservò ancora una volta, tramite il pagamento di un tributo, la sua indipendenza lasciando intatta la sua rete commerciale.

La prima fase del declino della città fu causato dalla scoperta dell'America (1492), che escluse il Mar Mediterraneo dalle principali rotte commerciali.

Ma fu solo con l'espansione ottomana del XVI secolo, che iniziò per la città un lento quanto inarrestabile declino, dovuto anche al terremoto che scosse Ragusa nel 1520. Il declino fu poi accelerato da un nuovo terremoto, che avvenne il 6 aprile 1667 e che rase al suolo gran parte della città facendo 5.000 vittime.

Ragusa fu quasi completamente ricostruita prendendo la forma attuale.

Si dotò di un impianto urbanistico moderno, con una pianta molto regolare, che la differenziava dalle altre città di impianto veneziano, che erano caratterizzate da anguste e irregolari.

Nella nuova Ragusa le nuove calli, nome mutuato dagli omonimi vicoli veneziani, vennero realizzati paralleli tra loro fino ad incontrare perpendicolarmente il cosiddetto Stradun, cioè la nuova arteria viaria principale di Ragusa, che esiste ancora oggi.

Questa via, che taglia la città a metà, parte da Porta Pilla, e in direzione del mare scende verso oriente fino alla Torre dell'Orologio in prossimità del porto dove incrocia la diga Le Casse.

La città diventò sempre più dipendente dai mutevoli equilibri politici delle potenze europee potendo conservare la propria indipendenza solo grazie alla sua importanza economica e culturale, che stava però gradualmente scemando, avendo perso la propria autonomia politica e soprattutto commerciale.

Nell'anno 1806 la città venne occupata militarmente dalla Grande Armée napoleonica,

mentre nel 1808 un proclama del maresciallo francese Auguste Marmont pose formalmente fine alla secolare Repubblica di Ragusa, decretando la sua soppressione.

L'amministrazione francese annesse i suoi ex territori al Regno d'Italia napoleonico e successivamente (1809) alle Province Illiriche, governatorato francese dipendente direttamente della Francia metropolitana.

Assegnata all'Impero austriaco in seguito al Congresso di Vienna (1815), che fu convocato dopo la sconfitta di Napoleone,

Ragusa fu assegnata al Regno di Dalmazia, territorio sotto il dominio diretto della corona austriaca, rimandoci fino al termine della prima guerra mondiale (1918).

Le autorità asburgiche stabilirono che il Regno di Dalmazia sarebbe stato governato da una propria assemblea, chiamata Sabor, con sede a Zara, dove si potevano confrontare i due maggiori partiti politici austriaci dell'epoca, ovvero il Partito autonomista e il Partito popolare.

La Dalmazia diventò quindi una monarchia, avente come lingua ufficiale il tedesco, governata da un'élite locale bilingue (croata e italiana).

Anche all'epoca la religione più diffusa a Ragusa era il cristianesimo cattolico, professato dagli italiani e dai croati, che affiancato dal cristianesimo ortodosso, professato invece dalla minoranza serba.




Dubrovnik, Ragusa, Croatia



Età Contemporanea


dalla Rivoluzione francese (1789) e dalla Rivoluzione industriale (1750) al presente.


Dopo la prima guerra mondiale le truppe italiane occuparono militarmente la parte della Dalmazia promessa all'Italia dal Patto di Londra,

accordo segreto firmato il 26 aprile 1915, che venne stipulato tra il governo italiano e i rappresentanti della Triplice Intesa,

con cui l'Italia si impegnò a scendere in guerra contro gli Imperi Centrali in cambio di cospicui compensi territoriali

in seguito non completamente riconosciuti nel successivo trattato di Versailles (1919), che fu invece firmato alla fine del conflitto.

La regione divenne quindi oggetto di un'aspra contesa, e localmente si acuì all'estremo la tensione fra l'elemento italiano e la maggioranza slava.

Con l'annessione della maggior parte della Dalmazia al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, si verificò l'esodo di una parte consistente degli italiani ed italofoni della Dalmazia,

tra cui i ragusei italiani, verso Zara, Lagosta (invece annesse al Regno d'Italia) e verso la penisola italiana stessa.

Ai dalmati italiani rimasti fu concesso il diritto di richiedere la cittadinanza italiana – rinunciando a quella jugoslava – grazie ad alcune clausole contenute nel trattato di Rapallo (1920), che consentiva loro di rimanere nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni senza dover emigrare verso l'Italia.

Nel 1919 Ragusa divenne quindi parte del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,

poi diventato Regno di Jugoslavia, con il nome di Dubrovnik.

Il nome italiano Ragusa non fu più utilizzato da allora.

Tuttavia l'Italia, nel corso della conferenza di pace di Parigi del 1919, decise di non rivendicare Ragusa, al fine di ottenere la parte di Dalmazia promessale dal patto di Londra, ovvero quella settentrionale.

Non di meno, nel corso della conferenza, venne anche avanzata la proposta di creare uno Stato dalmata indipendente di cui Ragusa avrebbe fatto parte.

Nonostante la possibilità di optare per la cittadinanza italiana data ai dalmati italiani, furono poche le domande per ottenerla.

Infatti a Ragusa molti italiani, che in precedenza avevano manifestato intenzione di optare per la cittadinanza italiana, erano ormai decisi a rimanere cittadini jugoslavi, soprattutto coloro che avevano rilevanti interessi economici da tutelare, così da non esporsi a persecuzioni ed angherie.

Nell'aprile 1941, durante l'invasione della Jugoslavia, operazione militare della seconda guerra mondiale, Ragusa fu occupata militarmente, così come tutta la Dalmazia, dal Regno d'Italia.

Nel settembre 1941, a smembramento della Jugoslavia già avvenuto, venne proposta l'annessione di Ragusa al Governatorato della Dalmazia, divisione amministrativa del Regno d'Italia che esistette tra l'aprile 1941 e il settembre 1943, con la contestuale creazione della Provincia di Ragusa di Dalmazia,

che però non fu costituita per l'opposizione del croato Ante Pavelić (furono invece create la provincia italiana di Spalato e la provincia italiana di Cattaro, mentre la già esistente provincia italiana di Zara fu notevolmente ampliata).

Durante le guerre jugoslave, che scoppiarono nel marzo del 1991 e che portarono poi alla formale dissoluzione della Jugoslavia (1992),

la città si trovò quasi sulla linea del fronte di guerra, e il 6 dicembre 1991 venne bombardata dalle forze armate jugoslave (serbe e montenegrine) dalle montagne alle spalle della città .

Le bombe causarono molte vittime e non risparmiarono neppure il centro storico, che venne notevolmente danneggiato.

La città rimase assediata dall'esercito popolare jugoslavo dal 1º ottobre 1991 al maggio 1992.

Con la fine delle ostilità Ragusa si è gradualmente ripresa riacquistando la sua vocazione culturale e turistica.

La ricostruzione si è svolta nel rispetto delle tecniche tradizionali, pur applicando i moderni criteri anti-sismici.




Dubrovnik, Croatia



Patrimonio dell' Umanità - UNESCO


Dubrovnik è una città di particolare bellezza e patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, situata nella Croazia meridionale lungo la costa della Dalmazia.

Viene chiamata "perla dell'Adriatico" grazie al suo centro storico raccolto dalle mura di fortificazione.


Le piazze di Dubrovnik sono pavimentate in marmo, le ripide vie acciottolate, le case, i conventi, le chiese, i palazzi, le fontane tutti realizzati con la stessa pietra da costruzione di colore chiaro.

Dubrovnik ha subito pesanti bombardamenti nel corso dei secoli a seguito delle dominazioni e nel 1991 con la guerra dei Balcani, ma è stata in gran parte restaurata.

La città di Dubrovnik è completamente attorniata dalle mura e da fortezze, compreso il Vecchio porto cittadino.

Di forte impatto visivo, le mura cittadine conferiscono a Dubrovnik un aspetto caratteristico e rinomato in tutto il mondo, attorniando la città ininterrottamente per 1940 metri.

Quest'opera complessa, uno dei più belli e più solidi sistemi fortificati difensivi del Mediterraneo, è composta di una serie di fortificazioni, bastioni, casematte, torri e fortezze separate.

Le attuali dimensioni delle mura derivano dal XIV secolo, mentre il suo aspetto definitivo lo si fa discendere dal 1453, sino al terremoto catastrofico ed alla distruzione della città, nel 1667.

Il muro principale è largo, nella parte che dà sulla terraferma, tra i 4 ed i 6 metri, mentre verso il mare è un po' meno spesso - da 1,5 a 3 metri. La sua altezza, in alcuni punti, raggiunge persino i 25 metri.


La città vecchia di Ragusa è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità da parte dell'UNESCO.

Dal 1979 la città è entrata a far parte della lista di siti patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.

Questo riconoscimento ha fatto guadagnare alla città di Ragusa il soprannome di "Perla dell'Adriatico".


La motivazione dell'inserimento nella lista dell'UNESCO di Ragusa è stata la seguente:

«La Perla dell'Adriatico, situata sulla costa dalmata, divenne un'importante potenza marittima del Mediterraneo dal 13 ° secolo in poi. Sebbene gravemente danneggiata da un terremoto nel 1667, Dubrovnik riuscì a conservare le sue belle chiese gotiche, rinascimentali e barocche, i monasteri, i palazzi e le fontane.»

Essendo stata dichiarata in pericolo dall'UNESCO dal 1991 al 1998 a causa delle distruzioni causate dalle guerre jugoslave, la città vecchia di Ragusa è tuttora oggetto di lavori di restauro, che sono coordinati dalla già citata organizzazione mondiale.

La Ragusa moderna è quella ricostruita ex novo dopo le gravi distruzioni architettoniche riportate con il terremoto del 1667, ricostruzione che è stata realizzata in stile barocco su progetto degli architetti italiani Andrea Buffalini e Paolo Andreotti.




The walls of the fortress and view of the old city of Dubrovnik, panorama



Le Mura di Ragusa

Le mura di Ragusa sono state realizzate tra il XIII e il XVII secolo a scopo difensivo.

Sono lunghe 1.940 metri, alte 25 metri e larghe 4-6 metri su terra e 1,5-3 metri su mare.

Lungo il loro perimetro sono presenti delle torri.

All'interno delle mura, ai tempi della Repubblica di Ragusa, intorno al 1272, erano presenti circa 2 000 abitanti.

Nel XV secolo il numero di residenti salì a circa 6 000 persone.

Dal XIV secolo si iniziarono a costruire le torri difensive, che in seguito vennero dotate di accorgimenti architettonici per proteggerle dai colpi di artiglieria.

L'aspetto attuale delle mura risale a un periodo compreso tra il XV e il XVI secolo.

Nel secolo successivo sono stati infatti eseguiti solo lavori di ampliamento marginali.

Lungo le mura sono giunti sino a noi tre fortificazioni che hanno rilevanza storica e architettonica:

la fortezza Minceta, la fortezza Revelin e la fortezza Imperiale.




Dubrovnik, Ragusa, Croatia, aerial view of St John Fortress



La Fortezza di San Giovanni, Dubrovnik, Croazia



Dubrovnik, Croatia, St John Fortress



La fortezza di San Giovanni (Tvrda Sv. Ivana) si trova a sud della cinta muraria, dal lato opposto alla fortezza di Ravellin sita sul versante settentrionale.

Affacciata direttamente sul mare, a protezione del vecchio porto, ospita attualmente l’Acquario cittadino e il Museo Marittimo.

Nel primo ci sono le principali specie marine che popolano il mar Adriatico e il Mediterraneo,

mentre nel secondo sono presenti i reperti e le testimonianze più significative della marineria cittadina.

L’acquario è piccolo, costituito da 31 vasche, in tutto .


Le mura di Dubrovnik che circondano e proteggono la città vennero costruite a partire dal XII secolo e negli anni vennero rinforzate, ampliate e rafforzate con una serie di interventi che videro il susseguirsi di diversi costruttori tra cui

Nicifor Ragnina (1319), Johannes da Vienna (1381-1387), Johannes da Senis (1397), Michelozzo Michelozzi (1461-1464), Giorgio Orsini da Zara (1465-1466), Pasquale di Michele Ragusino (1466-1516), Antonio Ferramolino (1538), Saporoso Matteucci (1570-1571), Giovanni Battista Zanchi da Pesaro (1571-1573), Mihajlo Hranic (1617), Marino Darsa (1645-1660), Marcantonio Bettacci (1658-1660), Giovanni Girgi (1668-1671) e Marchione Peroni (1676-1678).

Le mura sono lunghe 1940 m e larghe da 4 a 6 metri nel tratto verso la terraferma e

da 1,5 a 3 m nella parte rivolta verso il mare, e

sono alte fino a 25 m in alcuni punti.

Ci sono poi 3 torri rotonde, 12 torri quadrangolari, 5 bastioni, 2 fortezze angolari e la splendida fortezza di San Giovanni o Sveti Ivan.




Dubrovnik, Porta Pile



Le Porte di Accesso alla Fortezza di San Giovanni

Fino al quindicesimo secolo le mura ospitavano 10 porte - Porta Ploce dedicata a San Luca, Porta Pile, Porta della Beccaria, Porta del Leone, Porta della Legna, Porta della Sorte, Porta di Ragnina, Porta del Collenga, Porta del Borgo, Porta della Pescheria,

ma nel 1360 vennero ridotte a 4,

Porta Pescheria e Porta del Ponte rivolte verso il porto,

Porta Pile (ovest) con ponte levatoio e

Porta Ploce con ponte che originariamente aveva quattro archi.

Durante il dominio Austriaco, nel XIX secolo, vennero aperte altre due porte: la Porta di San Giacomo e la Pusterla.




Dubrovnik fortifications internal



PERCORSO

La visita alle mura di Dubrovnik inizia dalla torre di Porta Pile, raggiungibile con una scalinata che parte dalla chiesa di San Salvatore.

Dopo porta Pile, in senso orario si arriva alla torre rotonda di San Francesco, poi alla torre Angolare costruita sui resti della Torre della Campana Morta, il punto più alto della città, dove una campana suonava l'allarme all'avvicinarsi di navi nemiche, ma anche per le esecuzioni.

Proseguendo si raggiunge la torre monumentale chiamata Minceta o forte Menze - questa torre prende il nome dalla famiglia de Menze che la fece costruire.

Bruciata in un incendio conseguente a un fulmine, venne ricostruita nel 1464: i lavori vennero seguiti da Michelozzo Michelozzi e Giorgio Orsini e terminati da Antonio Ferramolino e nel suo aspetto ricorda Castel Sant'Angelo.

Ci sono una torre merlata che si erge su un burrone artificiale ed è la più alta di tutte le altre torri.

Proseguendo verso il lato nord delle mura si raggiunge il Forte Minceta e si scende verso il porto incontrando le Torri trecentesche di Santa Barbara, Santa Lucia, Sotto San Vito o Santa Caterina ricostruita nel 1464 da Giorgio Orsini,

e si raggiunge la torre di San Giacomo dove si pare la Porta di San Giacomo.

Si prosegue poi verso la Torre Drezvenik fino alla quattrocentesca Torre Asimov costruita nella seconda metà del quindicesimo secolo proprio sopra Porta Ploce.

Proseguendo verso sud si arriva a Forte San Luca con vista sul porto, quindi alla Loggia delle Campane e a Porta Pescheria dove si trova la seconda scalinata che consente di salire alle mura.

Da qui le mura portano sopra l'ex Arsenale, il Teatro, il Palazzo del Rettore e sopra Porta Ponte fino al Forte San Giovanni o Forte Molo proprio di fronte al Forte Revelin.

Forte Molo o Forte San Giovanni deve la sua forma attuale, ad angolo, al cinquecento ed è opera di Michele di Pasquale Raguseo:

tra Forte San Giovanni e Forte Revelin veniva tesa una catena che chiudeva il porto.

All'interno del Forte si trovano il Museo del Mare, l'Acquario e alcune sale in cui sono esposti modelli di navi del sedicesimo e diciassettesimo secolo.

Da forte Revelin si prosegue toccando le torri di San Salvatore, Santo Stefano, Santa Margherita, Torre Zvijezda, chiamata anche Campana Morta, fino a Forte Bokar che si trova nell'angolo sud ovest delle mura: difende il fossato e Porta Pila, ed è opera di Michelozzo (1461-63).

Da qui si gira verso nord e si arriva alla Torre Puncijela e di nuovo a Porta Pile.




Dubrovnik fortifications external



Fortezza di San Giovanni


Uno dei forti nella difesa delle mura della città di Dubrovnik.

Uno dei forti nel complesso difensivo delle mura della città di Dubrovnik è sicuramente la fortezza di San Giovanni, spesso chiamata torre di Mulo.

È una fortezza monumentale complessa situata sul lato sud-est del vecchio porto della città, che controlla e protegge l'ingresso del porto.

Il forte fu costruito come conseguenza di molti aggiornamenti del sistema di difesa del porto.

Il lato verso il mare è rotondo e la parte inferiore del muro è inclinata, mentre la parte rivolta verso il porto ha pareti verticali piatte.

Nel 1346 il governo di Dubrovnik concluse la costruzione di un forte sul molo esterno del porto Dock Fort.

L'edificio iniziò quell'anno e durò diversi anni.

Questo forte è ancora visibile come parte integrante della fortezza di San Giovanni.

Il profilo di questo forte iniziale è visibile sulla parete occidentale della fortezza di San Giovanni.

Questa fortezza iniziale era collegata alla città con un muro difensivo e le porte che passavano attraverso quelle mura ("Vrata mula" Dock Gates croato).

All'angolo della città, vicino alle mura difensive si trovava il vecchio forte quadrilatero che tutti chiamavano "Forte Gundulić".

All'inizio del XV secolo fu costruito un basso bastione semicircolare davanti al porto di attracco.

Il bastione di nuova costruzione si integrava efficacemente come il muro esterno del Dock Fort.

Nel 1500 iniziò l'aggiornamento della vecchia Gundulić.

Questo forte veniva talvolta chiamato Forte di San Giovanni secondo la chiesa vicina.

Il vecchio forte quadrilatero fu trasformato in un forte molto più grande con forma semicircolare e un bastione pentagonale di fronte.

Nel 1552, la fusione di tutti i bastioni iniziò con un grande rinnovamento dell'intero complesso di fortificazioni secondo i progetti del maestro architetto Paskoje Miličević.

Entrambi i forti, fortezza Gundulic e fortezza Dock, con i loro rispettivi bastioni sono stati fusi in un unico edificio che ha ottenuto un nuovo nome ufficiale: "La fortezza di San Giovanni al Molo".

La fusione fu completata nel 1557.

Oggi l'ampio interno della fortezza di San Giovanni ospita il Museo marittimo e l'Acquario.




Port of Dubrovnik from the walls



La fortezza di San Giovanni (conosciuta anche come Tanaja; croato : Tvrđava sv. Ivana) è una fortezza moderna di Sebenico, in Croazia, situata in cima a una collina a nord del centro storico della città.

Prende il nome da una chiesa medievale dedicata a San Giovanni Battista che vi si trovava almeno dal 1444,

la fortezza, insieme all'adiacente Fortezza del Barone, fu costruita durante la guerra di Creta e respinse con successo attacchi ottomani consecutivi nel 1646 e 1647 .

Un nome locale per la fortezza, Tanaja, deriva da una delle sue strutture, una lavorazione a forma di pinza, o tenaglia ( tanaglia italiana).




View from the city wall of Dubrovnik



Storia

All'inizio della guerra di Creta, la città di Sebenico aveva un disperato bisogno di ulteriori fortificazioni.

I cittadini temevano la possibilità di un attacco nemico dalle colline sopra la città e supplicavano il senato veneziano per la loro fortificazione dal 1520.

Nella primavera del 1646, un ingegnere genovese al servizio veneziano, padre Antonio Leni, progettò un semplice forte simmetrico con il suo corno anteriore allungato verso il nemico e due semi-bastioni fiancheggianti sul lato verso la città.

Sebbene il consiglio di guerra veneziano non stanziasse fondi per la costruzione, non proibì ai cittadini di costruire da soli la fortezza.

E così, secondo il piano di Leni, lo sviluppo iniziò.

Le basi furono fatte il 1 ° agosto 1646 e l'intera fortezza fu completata in soli 58 giorni.

Sebbene costruito in fretta e privo di alcuni elementi, la Fortezza di San Giovanni ebbe un ruolo chiave nella difesa della città contro gli Ottomani nell'ottobre 1646 e specialmente durante l'assedio di un mese in agosto e settembre del 1647, quando circa 7000 difensori riuscirono a respingere 25.000 soldati ottomani che avevano già conquistato parti della fortezza.




Dubrovnik Front of fortress



La forma e le strutture di base della fortezza sono rimaste intatte fino ad oggi, come testimoniano numerose rappresentazioni grafiche negli ultimi tre secoli.

Le forze militari veneziane, austriache e jugoslave hanno occupato la fortezza e hanno lasciato il segno in interventi su piccola scala su varie strutture, a seconda delle loro esigenze.

Poiché la fortezza stava perdendo la sua funzione primaria, parti delle strutture difensive furono sempre più trascurate, diventando obsolete e devastate.

Negli ultimi decenni, i cittadini di Sebenico hanno utilizzato questa zona, già completamente ricoperta dalla pineta di Aleppo, come via e punto di vista.

La prima fase di costruzione, nel 1646, consisteva in un forte a forma di stella in pietra a secco, costruito attorno alle fondamenta della cappella di San Giovanni.

Molti adattamenti tra il 1646 e la metà del 1660 hanno portato a una forma simile a quella odierna.

Vale la pena notare che la Fortezza di San Giovanni, all'epoca non ancora completamente completata, nel 1647 respinse quello che era quasi certamente il più grande esercito invasore in Dalmazia dai tempi dei romani.




Dubrovnik fortress, Croatia



Progetto di rivitalizzazione

Il progetto di rivitalizzazione della fortezza di San Giovanni, che costa € 6,7 milioni, è attualmente in corso (a partire dal 2017 ), con la riapertura prevista della fortezza per i visitatori prevista nel 2021





Game Of Thrones

Filming Locations

Dubrovnik, Croatia





St. Jhon Fortress, Dubrovnik, Croatia, Filming Locations




E una cosa veramente Incredibile......che neanche sapevo.........:-))), ma in alcuni posti che abbiamo visto, come in Dubrovnik per quanto riguarda questo post, sono state girate le scene finali, della Serie televisiva, Il Trono Di Spade - Game Of Thrones, molto interessante! :-)



The final series of Game of Thrones (Il Trono Di Spade) starts filming in Dubrovnik



Dato che ci sono moltissime immagini interessanti, anche di più, vi invito a vedere i tre link che riporto, dove ci sono le immagini dove sono state girate molte scene di Game Of Thrones .

Si vede prima l' immagine del Film e poi l' immagine Reale .

E' uno Spettacolo a dir poco stupendoooooo, è Una Meravigliaaaaa :-)))


1 - THE DUBROVNIK GAME OF THRONES SELF-GUIDED WALKING TOUR

2 - GAME OF THRONES IN DUBROVNIK, CROATIA

3 - Couple Goes To Croatia To Find Game Of Thrones Filming Locations In Real-Life

tallines 19-02-2020 10:01

Dopo l' Epifania, che tutte le feste ha portato via, entrano altre 2 feste :

- Il Carnevale, che arriva subito dopo l' Epifania, Epifania che cade, come ben sapete :) il 06 Gennaio

- e la Pasqua .

tallines 20-02-2020 14:39

DailyPic

Rifugio Lagazuoi

Dolomites

Italy


Tutti concordi o quasi....tranne la Germania, su che imagine pubblicare oggi 20 febbraio 2020, è un' immagine di una parte di Italia .

E quando c'è l' Italia, come sapete già, non ci sono Temi che reggono......






Oggi c'è ' Italia :) con il Rifugio Lagazuoi, nelle Dolomiti Italiane .



Rifugio Lagazuoi


Il rifugio Lagazuoi è un rifugio alpino situato sul massiccio del Lagazuoi, nelle Dolomiti Orientali di Badia, ad una quota di 2.752 m s.l.m.. Si trova in cima al Piccolo Lagazuoi, in posizione molto panoramica su numerosissime vette dolomitiche, tra cui Cunturines, Cime di Fanes, Tofane, Odle e Marmolada.

La costruzione del rifugio avvenne tra il 1964 e il 1965, su iniziativa della guida alpina ampezzana Ugo Pompanin, per servire le piste da sci che si stavano ricavando sul Lagazuoi.

Negli anni sono stati svolti molti lavori di ristrutturazione e ampliamento, tanto che oggi è il rifugio alpino più capiente nel comune di Cortina d'Ampezzo.



DailyPic Stati Uniti 20/02/2020


Rifugio Lagazuoi above the clouds with Monte Pelmo in the background, Dolomites, Italy



DOLOMITI PATRIMONIO NATURALE UNESCO


I nove sistemi montuosi che compongono le Dolomiti Patrimonio dell’umanità comprendono una serie di paesaggi montani unici al mondo e di eccezionale bellezza naturale.

Le loro cime, spettacolarmente verticali e pallide, presentano una varietà di forme scultoree che è straordinaria nel contesto mondiale.

Queste montagne possiedono inoltre un complesso di valori di importanza internazionale per le scienze della Terra.

La quantità e la concentrazione di formazioni carbonatiche estremamente varie è straordinaria nel mondo, e contemporaneamente la geologia, esposta in modo superbo, fornisce uno spaccato della vita marina nel periodo Triassico, all’indomani della più grande estinzione mai ricordata nella storia della vita sulla Terra.

I paesaggi sublimi, monumentali e carichi di colorazioni delle Dolomiti hanno da sempre attirato visitatori da tutto il Mondo .

Nel 2009 l’UNESCO ha iscritto le Dolomiti tra i Patrimoni naturali dell’umanità.

Si tratta di un Bene complesso sia dal punto di vista geografico che amministrativo, composto da nove Sistemi ed esteso su 142mila ettari in 5 Province e 3 Regioni.

Nel 2010 nasce, in accordo con UNESCO, la Fondazione,

il cui compito è garantire una gestione efficace del Bene seriale, favorirne lo sviluppo sostenibile e promuovere la collaborazione tra gli Enti territoriali che amministrano il proprio territorio secondo diversi ordinamenti.




Screenshot Stati Uniti 20/02/2020





Giardino Botanico


Il Lagazuoi si può definire una sorta di giardino botanico al naturale per le infinite varietà di fiori che, durante la stagione estiva, arricchiscono di mille colori il territorio a prima vista roccioso e brullo.

Alcune varietà sono molto rare e crescono in pochi luoghi come sul Lagazuoi.

Un esempio fra tutte l'Artemisia Genepì che ha trovato il suo abitat preferito attorno al rifugio, diffusa nelle Alpi Occidentali, ma rarissima nelle Alpi Orientali e nell'Ampezzano.




Screenshot New Bing Wallpaper - Bing Wallpaper Gallery Feb 20, 2020 - Stati Uniti




Après-ski in the Dolomites

Link di New Bing Wallpaper - Bing Wallpaper Gallery > https://bing.gifposter.com/



Rifugio Lagazuoi - Cortina d' Ampezzo

Il Rifugio Lagazuoi si trova sulla vetta sul Monte Lagazuoi, sopra il Passo Falzarego, a metà strada tra Cortina d'Ampezzo e Val Badia.

Situato ad un'altitudine di 2752m metri, è il rifugio a quota più elevata e il più capiente di Cortina d'Ampezzo e vanta la terrazza più panoramica delle Dolomiti con vista su un vero oceano di vette, dalle Cunturìnes alle Cime di Fànes, alle possenti Tofane, alle Odle, alla splendente Marmolada.


Si trova a 50 metri dalla stazione a monte della funivia e a breve distanza dalla vetta del Piccolo Lagazuoi ed è facilmente raggiungibile a piedi o con la funivia del Lagazuoi.


È una moderna ed accogliente struttura gestita da sempre dalla famiglia Pompanin.

Costruita nel 1964/65 per iniziativa della guida alpina ampezzana Ugo Pompanin, accademico del CAI, forte scalatore con all’attivo numerose prime ascensioni nelle Dolomiti, attualmente viene gestito dal figlio Guido Pompanin e sua moglie Alma .

Il rifugio Lagazuoi offre servizio bar e ristorante con 100 coperti interni / 200 esterni e 74 posti letto in camere e camerate.

Cucina di montagna e camere confortevoli assicurano piacevoli serate in quota, con tramonti ed albe meravigliosi




E Peapix cosa dice, riguardo la Descrizione ?


C'è la stessa identica Descrizione, che c'è in DailyPic .

Per quanto riguarda il Titolo dell' Immagine, troviamo sia quello di DailyPic, che quello di New Bing Wallpaper - Bing Wallpaper Gallery .




Peapix.com - Rifugio Lagazuoi above the clouds with Monte Pelmo in the background, Dolomites, Italy - Après-ski in the Dolomites

Link di Peapix.com >>> https://peapix.com/bing/30329



Rifugio Lagazuoi, on a sunny day



Il rifugio Lagazuoi (2752 m. s.l.m.) sorge a breve distanza dalla vetta del Lagazuoi Piccolo, presso la stazione superiore della funivia Falzarego - Lagazuoi.

È una moderna ed accogliente struttura gestita dal 1965 dalla famiglia Pompanin.

È uno dei rifugi a quota più elevata nelle Dolomiti,

e la sua terrazza è famosa per l'incredibile panorama sulle Dolomiti:

un vero oceano di vette, dalle Cunturìnes alle Cime di Fanes, alle possenti Tofane, alle Odle, alla splendente Marmolada,

Cucina di montagna e camere confortevoli assicurano piacevoli serate in quota, con tramonti ed albe meravigliosi.

È tappa dell'Alta Via delle Dolomiti n. 1 e base di partenza per le vie ferrate Tomaselli e Lipella.

Dà accesso al Museo all'aperto della Grande guerra e, in inverno, alla pista Armentarola, fra le più belle delle Dolomiti.




Sauna a Botte, Lagazuoi, Esterno



La sauna a botte del rifugio Lagazuoi

Accanto al rifugio Lagazuoi, a 2746 metri di altitudine, la sauna finlandese più alta delle Dolomiti vi offre il mix perfetto per un’esperienza indimenticabile:

il paesaggio mozzafiato, il calore rilassante, il profumo della legna e di oli eterici che donano un paradisiaco senso di completo benessere.




Sauna a Botte, Lagazuoi, Interno


A 2752 metri di altezza, in mezzo allo spettacolare panorama delle Dolomiti, si trova una delle saune finlandesi riscaldate a legna più affascinanti al mondo.

È la novità del Rifugio Lagazuoi, gestito dalla famiglia Pompanin .

La sauna botte sopra Cortina, vera e propria esperienza multisensoriale, è incastonata tra i Parchi Naturali di Fanes e Sennes e delle Dolomiti d’Ampezzo.

È facilmente raggiungibile a piedi o con la funivia del Lagazuoi .

La sauna, nella quale trovano spazio dalle 6 alle 8 persone, è aperta tutto l’anno.




Rifugio Lagazuoi, close-up view

tallines 24-02-2020 18:53

Windows 10 SpotLight Images

Adds A New State >>>

Tunisia



Ieri 23 Febbraio 2020, Windows 10 SpotLight Images ha aggiunto un Nuovo Paese che prima non c' era: la Tunisia .

Mostrandoci degli antichi resti di Cartagine, dalla collina di Byrsa, insieme al paesaggio di Tunisi, in Tunisia .




View from hill Byrsa with ancient remains of Carthage and landscape, Tunis, Tunisia


Byrsa

Byrsa era la cittadella fortificata che si ergeva sull'omonima collina dominante l'antico porto di Cartagine.

Il termine è derivato dall'antico nome, in lingua fenicia, del termine cittadella.

In un racconto di Virgilio sulla fondazione di Cartagine da parte della regina Didone,

viene narrato che quando Didone e la sua scorta si accamparono a Byrsa,

il locale capo berbero offrì loro un appezzamento di terreno che potesse essere coperto da una pelle di bue.

Didone tagliò allora una pelle di bue in sottili strisce e le pose una dietro l'altra a formare un cerchio intorno alla collina di Byrsa.

Questa storia è considerata apocrifa e sicuramente inventata

in quanto Byrsa ha un'assonanza simile al termine greco βύρσα che significa pelle di bue.

La cittadella domina la città sottostante e ha costituito la principale installazione militare di Cartagine.

È stata assediata da Scipione Emiliano nella terza guerra punica e fu sconfitta e distrutta nel 146 a.C.

La Cattedrale di San Luigi venne costruita sulla collina di Byrsa a partire dal 1884. Oggi è stata trasformata in un centro culturale





View from hill Byrsa with ancient remains of Carthage and landscape, Tunis, Tunisia


I Tags per questa immagine del 23-Feb-2020 sono:

Tags: ancient, antique, archeology, architecture, city, excavations, hill, history, landmark, landscape, outdoors, ruins, sea, sky, Tunisia, view

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Vista del quartiere Hannibal di Byrsa, con muri in opus africanum datati all’inizio del II secolo a.C. - Quartier punique Byrsa



Cartagine

Cartagine, nome derivante dal fenicio 𐤒𐤀𐤓𐤕𐤇𐤀𐤃𐤀𐤔𐤕 <QRT ḤDŠT>, Qart-ḥadašt, Città nuova, inteso come "Nuova Tiro" è stata un'antica città fenicia,

una delle più importanti colonie puniche del Mediterraneo e, all'epoca del suo massimo splendore, capitale di un piccolo impero che includeva territori dell'attuale Spagna orientale, la Corsica e la Sardegna sud-occidentale, la parte occidentale della Sicilia e le coste della Libia.

Fondata nel IX secolo a.C. sulle sponde dell'odierno Golfo di Tunisi come scalo commerciale fenicio,

Cartagine crebbe rapidamente in popolazione ed importanza fino a rendersi infine indipendente dalla madrepatria, e giungendo ad esercitare notevole influenza e controllo sul Mediterraneo occidentale e sul mar Tirreno.

A partire dal III secolo a.C. si pose in contrasto con Roma,

che le disputava il controllo sulla Sicilia, il dominio dei mari e che in generale vedeva nella città punica una minaccia per la sua crescente egemonia e per la sua stessa sopravvivenza.

Tale contrasto sfociò in un conflitto armato, che vide le due città opporsi in tre guerre (passate alla storia come guerre puniche) con alterne vicende,

la più celebre delle quali fu l'impresa del generale cartaginese Annibale, che valicate le Alpi affrontò e sconfisse l'esercito romano più volte, annientandolo infine a Canne e restando padrone dell'Italia meridionale per 15 anni, senza però infliggere il colpo di grazia all'avversario.

I romani risposero con le incursioni in Africa di Publio Cornelio Scipione, che riuscì infine a battere il generale cartaginese a Zama.

Al termine della terza guerra punica Cartagine fu infine conquistata e distrutta dalle legioni di Scipione Emiliano;

circa un secolo dopo, all'epoca di Giulio Cesare, i Romani la ricostruirono,

e la rinata città continuò a prosperare fin dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, divenendo parte prima del regno vandalo e poi dell'impero bizantino.

Infine, nel 698 d.C., Cartagine fu occupata dagli Omayyadi, che di fatto la spopolarono lasciando al suo posto solo un presidio militare, mettendo così fine alla sua storia.

I suoi resti archeologici si trovano oggi all'interno del territorio della moderna Cartagine, città tunisina situata a 16 chilometri a nord-est della capitale.




Rovine di Cartagine (Byrsa) - Carthage National Museum


La città era collocata sul lato orientale del lago di Tunisi.

Secondo una leggenda romana, fu fondata nell'814 a.C. da coloni fenici provenienti da Tiro, guidati da Elissa (la regina Didone).

Divenne una grande e ricca città, molto influente nel Mediterraneo occidentale, fino a scontrarsi con Siracusa e Roma per l'egemonia sui mari.

Le prime battaglie navali coinvolgenti il popolo cartaginese, infatti, furono le cosiddette guerre greco-puniche, campagne di assedio per il predominio sul Mediterraneo e in particolare sulla Sicilia, la quale nel corso dei secoli VIII fino al V a.C. era coabitata dalle etnie fenicio-puniche (principalmente a Mozia, Solunto, Palermo), dai Popoli preellenici e dall'etnia greca.

Le campagne di espansione greca verso l'occidente furono spesso motivi di guerra tra le due componenti e in particolare i contrasti tra le città di Selinunte (greca) e Segesta (elima e in quanto tale alleata dei Fenici) erano motivo di accesi conflitti.

Spesso Cartagine entrava nello scacchiere fornendo mezzi e uomini a supporto dei Fenici isolani, fino ad essere coinvolta in diversi scontri.

Il terreno di battaglia fu spesso la Sicilia, come nella celebre battaglia di Hymaera, ma non mancarono scontri navali.

Inoltre, verso il VI secolo a.C., i Cartaginesi cercarono di impadronirsi della Sardegna.

Al tentativo di colonizzazione seguì l'inevitabile reazione armata dei sardo-nuragici che in breve rioccuparono i territori invasi minacciando la distruzione delle città costiere già loro colonie.

Nella Prima guerra sardo-punica (540 a.C.), Cartagine inviò in Sardegna un suo esperto generale, già vittorioso in Sicilia contro i Greci e da questi chiamato Malco;

nella Seconda guerra sardo-punica (535 a.C.), dopo la vittoriosa battaglia navale del Mare Sardo contro i Greci focesi, i Punici al comando dei due fratelli Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, tentarono una nuova campagna militare per la conquista dell'Isola.

Venticinque anni dopo, nel 510 a.C., si combatteva ancora, ed in quell'anno i Punici persero in battaglia il generale Asdrubale.

I Cartaginesi inoltre, sotto la guida di Annibale, giunsero a mettere in pericolo il dominio romano con la vittoria a Canne, ma uscirono poi debolissimi dalla seconda guerra punica.

Con la sconfitta nella terza guerra punica, la città fu distrutta nel 146 a.C. dai Romani.

I Romani distrussero Cartagine perché era una città che non si era arresa a loro dopo le prime sconfitte, ma dopo molte guerre.

Successivamente però la ricostruirono e ne fecero una delle città più importanti dell'Impero romano.

Conquistata dai Vandali nel 439, fu la capitale del loro regno fino al 533, quando fu riconquistata da Belisario con la Guerra vandalica.

In seguito alla conquista omayyade del Nord Africa, Cartagine fu distrutta definitivamente nel 698.

Resta ancor oggi una popolare attrazione turistica, che nel 1979 è stata inserita dall'UNESCO tra i Patrimoni dell'umanità.

Il 25 dicembre 1943 il Primo ministro inglese Winston Churchill e il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt si incontrarono in questa località per pianificare i termini dello sbarco di Anzio, ovvero lo sbarco alleato oltre la Linea Gustav.




View of two columns in Carthage - Archaeological Site of Carthage



Tunisi

Tunisi giornalisticamente chiamata anche Cartagine, è una città di 1.056.247 abitanti dell'Africa settentrionale,

capitale e massimo porto della Tunisia (di cui è la città più popolosa) e capitale del governatorato omonimo.

Si trova sulle rive di una laguna presso l'antica Cartagine, unita al Mar Mediterraneo da un canale navigabile di circa 10 km che la collega all'avamporto di La Goletta.

Nata come modesto villaggio situato all'ombra di Cartagine, Kairouan e Mahdia, Tunisi è finalmente stata designata come capitale il 20 settembre 1159 (5 ramadan 554, per il calendario musulmano) per volontà della dinastia degli Almohadi, successivamente confermata dentro il proprio statuto sotto la dinastia hafside nel 1228 e anche all'indipendenza del paese, il 20 marzo 1956.

Tunisi è la capitale economica e commerciale della Tunisia.

La densità della rete stradale, autostradale e della struttura aeroportuale della città ne fanno un punto di convergenza per i trasporti nazionali.

Questa situazione è il risultato di una lunga evoluzione, in particolare della concezione centralistica che ha dato un ruolo considerevole alla capitale e che ha fatto in modo che vi si concentrassero le istituzioni principali.




Carthage ruins - Archaeological Site of Carthage



Tunisia

La Tunisia, ufficialmente Repubblica Tunisina, è uno Stato del Nordafrica bagnato dal mar Mediterraneo e confinante con l'Algeria ad ovest e la Libia a sud e a est.

Si ritiene che il suo nome, Tūnus, abbia origine dalla lingua berbera, con il significato di promontorio, o, più probabilmente, "luogo in cui passare la notte" .

Il francese è molto diffuso e utilizzato nella pubblica amministrazione, nell'istruzione superiore e nel commercio.

Dal 2014 è una repubblica semipresidenziale (vedi democrazia islamica).




Carthage ruins - Archaeological Site of Carthage



Windows 10 SpotLight Images

Adds A New State

Summery


Importante >

ogni volta che verrà aggiunto uno Stato da Windows 10 SpotLight Images,

nello stesso post, verrà fatto anche il Summary .


Gli Stati degli USA, che mancano ancora all' appello, nel senso che non c'è ancora nessuna immagine riguardante gli stessi, postata

in Windows 10 SpotLight Images, sono i seguenti:


1 - Arkansas, USA

2 - Indiana, USA

3 - Kansas, USA

4 - Kentucky, USA

5 - Mississippi, USA

6 - Nebraska, USA

7 - North Dakota, USA

8 - Oklahoma, USA

9 - South Carolina

Per questo nuovo anno, il 2020 la Tunisia, è il terzo Stato-Paese ad essere stato aggiunto da Windows 10 SpotLight Images, dopo la Lituania e l' Estonia:

1 - Gennaio 2020 > Lithuania > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=399

2 - Gennaio 2020 > Estonia > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=419

3 - Febbraio 2020 > Tunisia > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=428


Più gli otto (8) paesi del 2019 ;) > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=398

tallines 26-02-2020 15:45

Windows 10 SpotLight Images

Sardinia

Italy


Quando c'è un' immagine dell' Italia.....ne parliamo, come è giusto che sia, come abbiamo sempre fatto e come sarà sempre fatto :)

Il 27 Febbraio 2020, 24-Feb-2020, Windows 10 SpotLight Images ha pubblicato un' altra immagine di una parte dell' Italia .

Questa volta con la Spiaggia di Su Portu e la Torre di osservazione di Chia Genovese, Cagliari, Sardegna, Italia





Su Portu beach and Chia Genovese viewing tower, Cagliari, Sardinia, Italy


Su Port Beach

Su Portu è una delle diverse spiagge di Chia nel comune di Domus de Maria.

E' situata in una baia proprio sotto il promontorio dove sorge la Torre di Chia.

E' chiamata anche spiaggia del Porticciolo.

Ai piedi della torre di Chia sorgeva l'antica città fenicia di Bithia, di cui rimane solo qualche traccia.


Su Portu è la prima spiaggia del centro turistico di Chia, quella più ad est, se si esclude la piccola rada di Cala de sa Musica, raggiungibile solo dal mare perché completamente circondata da pareti scoscese.

La spiaggia di Su Portu è chiusa ad ovest da alcune rocce al di là delle quali si trova un piccolo stagno ed ancora più ad ovest dall'isolotto di Cardulinu, collegato alla terraferma da un istmo di sabbia.

L'arenile della spiaggia di Su Portu è costituito da sabbia dorata fine e ciottoli.

Il mare è trasparente e di color verde smeraldo.


La Spiaggia Su Portu si distende all'interno del Golfo degli Angeli occidentale, non lontano dal comune di Domus de Maria.

Dominata dalla Torre di Chia, che sorge su di un suggestivo promontorio,

si tratta di una splendida spiaggia di sabbia fine dorata mista in alcuni tratti a ciottoli, caratterizzata da un arenile a mezza luna di medie dimensioni, bagnato da un mare cristallino e color smeraldo, con fondali che digradano dolcemente verso il largo.

La spiaggia nei dintorni offre numerosi servizi, tra cui bar, campeggio e ristoranti.

E' la classica spiaggia da cartolina, sinceramente più bella dall'alto che una volta che hai i piedi sulla battigia.

Fuori stagione è un qualcosa di splendido.

In piena stagione, complice anche la vicinanza col campeggio (Torre Chia) è molto affollata, anche se meno delle spiagge che la seguono.

E' praticamente la prima spiaggia che si incontra a Chia ed è divisa in due parti dalla scogliera.

Dall'alto sembra completamente di sabbia chiara, invece una volta "sul posto", verso una estremità, c'è anche diversa ghiaia.

Alle spalle è orlata da una profumata pineta che rende il paesaggio ancor più grazioso.

A farla da padrone a livello di scorcio, ovviamente la bella torre Chia, che svetta austera sulla destra (guardando il mare).

Il mare è molto bello e il grande vantaggio che ha questa spiaggia è quello di essere inserita in una baia chiusa e quindi ben protetta dai venti.

Non è poco in Sardegna...

In spiaggia ci sono bagnini con pedalò di salvataggio, un bel chiosco bar, una zona picnic ombreggiata, lettini e ombrelloni a nolo.

E' anche comoda da raggiungere per chi non stesse nel camping e la macchina la si può lasciare a circa 250 metri (se si arriva presto, si trovano anche posti all'ombra).

Per chi non riuscisse a starsene fermo sotto l'ombrellone, si può fare una escursione, da fare a piedi (ma anche in bicicletta) su di una strada sterrata che, volendo, porta addirittura sino al Pinus Village di Santa Margherita di Pula.

La sterrata parte dietro la spiaggia, è facile da individuare.

A sinistra della torre spiaggia dietro la pineta molto riparata con ghiaione nei primi metri di spiaggia e di acqua Ingresso al mare subito profondo ma acqua incantevole .

Acqua favolosa, ombra disponibile sotto i vicini alberi o la Pineta attrezzata per i pic nic!

Vale la pena passarci delle belle giornate di sole !

Piccola e poco frequentata è ideale per i giorni di grande affollamento agostano.




Su Portu beach and Chia Genovese viewing tower, Cagliari, Sardinia, Italy


I Tags per questa immagine sono:

Tags: beach, bushes, clear sky, coastline, flowers, hill, island, Italy, nature, outdoors, sand, sea, tower

https://windows10spotlight.com/image...fe6877c49caf93





La baia di Chia, Sardegna


Chia (Domus de Maria)


Chia o Baia di Chia è una località costiera della Sardegna meridionale, frazione del comune di Domus de Maria, nella provincia del Sud Sardegna.

Ubicata sul lato occidentale del golfo degli Angeli, è una rinomata località balneare della costa meridionale della Sardegna.

Il territorio, suddiviso nelle località di Chia, propriamente detta, e di Spartivento, è composto da una stretta piana costiera sulla quale insistono le formazioni collinari, prevalentemente rocciose, che costituiscono le pendici meridionali dei Monti del Sulcis.


Il piccolo insediamento di Bithia rappresenta uno dei più importanti siti archeologici della Sardegna meridionale.

Probabile insediamento nuragico, a partire dal secolo VIII a.C. divenne dapprima una città fenicia, poi punica e, infine, romana e rappresentava lo scalo marittimo intermedio nella rotta di circumnavigazione che collegava le città di Nora e Karalis a quella di Sulki.

Come le altre città costiere meridionali dell'età antica (con l'eccezione di Karalis) vide il suo progressivo declino a partire dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente.

Dell'antica Bithia restano oggi i resti portati alla luce dagli scavi che testimoniano l'esistenza di due templi e un tofet, oltre alle abitazioni.

La parte principale dell'insediamento è ubicato nell'isolotto di Su Cardulinu, altri resti sono ubicati nel promontorio di Chia.

Nel medioevo esisteva un abitato di nome Chia, poi scomparso, facente parte del giudicato di Cagliari > click , nella curatoria di Nora o Nuras.

La chiesa della villa era dedicata a Sant'Andrea.



Luoghi di interesse naturalistico

La costa è formata da diverse rade, formate da spiagge di sabbia chiara fine o grossolana, che si alternano a piccoli promontori rocciosi.

Il paesaggio è integrato da tre stagni costieri, frequentati dai fenicotteri rosa e altre specie importanti:

lo stagno di Chia a est

e gli stagni di Stangioni de su Sali e di Campana a ovest, ubicati nella zona retrodunale.

Davanti alla costa sono dislocati alcuni isolotti, di cui il più importante, sotto l'aspetto storico e archeologico, è l'isolotto Su cardulinu o Isula manna.

Le spiagge e i promontori, procedendo da est a ovest sono:


- Cala de sa musica.
È una piccola rada raggiungibile solo dal mare, completamente circondata da pareti scoscese e sovrastata da una formazione collinare ricoperta da macchia mediterranea.

Da terra è possibile solo osservarla dall'alto, arrivando a piedi dalla spiaggia del Porticciolo.


- Isolotto Su Cardulinu (in sardo, il fungo). In realtà è una penisola perché è collegato alla terra ferma da un breve istmo sabbioso.

Ha una conformazione livellata ed è ricoperto da una rada vegetazione a gariga.

È raggiungibile a piedi dalla spiaggia del Porticciolo.

Sull'isolotto sono ubicati gli scavi dell'antico insediamento fenicio di Bithia.


- Il porticciolo. È il sito forse rappresentativo della località, anche se non il più esteso.

Si tratta di una spiaggia di sabbia bianca che si affaccia sulla baia racchiusa, a est, dall'isolotto Su Cardulinu e, a ovest, dal promontorio di Chia.


- Promontorio di Chia. È un promontorio prominente, che domina la baia del porticciolo a est e la lunga distesa prevalentemente sabbiosa che si estende a ovest.

L'elemento caratteristico di questo sito è la Torre di Chia, in buono stato di conservazione.


- Sa Colonia. È una distesa di sabbia bianca, lunga circa un chilometro, racchiusa fra i promontori di Chia e di Monte Cogoni;

costituisce insieme al Porticciolo le spiagge della località di Chia propriamente detta.

Separa dal mare aperto lo Stagno di Chia.


- Monte Cogoni. Malgrado la denominazione "monte", è un promontorio poco prominente, alto poco più di 60 metri.

Le sue pendici degradano sul mare in due scogliere che racchiudono una breve rada sabbiosa.


- Cala del Morto. È la piccola rada sabbiosa sovrastata dal Monte Cogoni e racchiusa fra due brevi scogliere.


- Porto Campana. È una formazione di dune sabbiose dorate, il cui retro è ricoperto da una vegetazione arbustiva psammofila.

Rappresenta la prima delle spiagge di Spartivento procedendo verso ovest.


- Su Giudeu. Detta anche spiaggia de s'Abba Durci (spiaggia dell'acqua dolce), è una lunga distesa sabbiosa che costituisce insieme a Porto Campana la suggestiva formazione dunale di Spartivento, una delle più estese della Sardegna meridionale.

Sul retro, nel tratto centrale, è ubicato lo stagno di Spartivento, di minore estensione rispetto a quello di Chia.

La spiaggia di Su Giudeu è stata diverse volte scenario di film e spot televisivi.

Davanti alla spiaggia, a brevissima distanza è ubicato l'isolotto Su Giudeu facilmente raggiungibile per il fondale basso che la separa dalla terraferma.

La battigia è separata da quella di Porto Campana da una piccola scogliera rocciosa, mentre il sistema retrodunale è contiguo.


- Cala Cipolla. Raggiungibile solo a piedi è una piccola e affollatissima spiaggia che si estende in una insenatura riparata racchiusa a est da un promontorio roccioso che la separa da Su Giudeu e a ovest dalla scogliera del Capo Spartivento.

Da Cala Cipolla parte un sentiero che conduce al Faro di Capo Spartivento,

da cui si domina l'intera costa meridionale del Sulcis.




Chia, Domus de Maria, con la torre di Chia sullo sfondo



La torre di Chia, Domus de Maria, Cagliari, Sardegna



La Torre di Chia, Domus de Maria, Cagliari, Sardegna


La torre di Chia è una torre costiera di Domus de Maria, situata poco lontano dalla spiaggia di Chia.

L'edificio sorge su un promontorio dove in origine era situata l'acropoli dell'antico centro di Bithia.

La torre fu eretta nel 1578 ed era chiamata originariamente I Santi de Quaranta de Quiat;

fu costruita per difendere la foce del rio di Chia, che rappresentava una fonte di approvvigionamento idrico per i pirati.

È stata edificata in pietra calcarea, ha un'altezza di circa 13 m e un diametro di oltre 10 m.

La costruzione faceva parte della rete difensiva composta dalle torri costiere, allestita fra i secoli XVI e XVII dalla Corona di Spagna contro le incursioni dei corsari barbareschi.

La torre di Chia era dotata di due cannoni.

La torre è costruita sull'acropoli dell'abitato punico-romano di Bithia.

Sorvegliava soprattutto la zona verso S, verso la spiaggia di Chia, ideale per il rifornimento dell'acqua, e teneva sotto controllo un territorio molto esposto allo sbarco dei pirati grazie alla presenza di numerose spiagge.

Dalla torre non è però possibile vedere le altre torri costiere, per cui l'amministrazione aveva predisposto due posti di vedetta e trasmissione dei messaggi nelle punte dette Guardia Grande a N/E e Las Cannas sul Capo Spartivento a S/O.

La torre nasce per volontà del viceré De Moncada nel 1578, con il compito di difendere la foce del Rio di Chia, che rappresentava una fonte di approvvigionamento idrico per i pirati, contrariamente alla valutazione del capitano Camos (1572).

Nel 1592 la torre è detta de "I Santi de Quaranta de Quia", forse per la presenza di una chiesa altomedioevale dedicata ai quaranta martiri di Sebaste.

Prima della costruzione del baluardo (1572), l'area era detta anche "la guardia maestra".


Già nel 1594 la torre era operativa.

Fu una "torre de armas", sempre munita di cannoni del calibro di 6 e 8 libbre ed una guarnigione di 5 persone, più altre due per ciascuna delle due "guardie morte" (cioè le postazioni di vedetta mobili, senza torre).

Ha un'altezza di circa 13 m e un diametro di oltre 10 m.

Secondo uno schema collaudato e diffuso nell'intero settore S/O, presenta una zoccolatura di base molto pronunciata e all'interno del primo piano la volta è sostenuta da una massiccia colonna centrale.

La struttura non poteva contenere più di 5 uomini;

infatti, gli uomini delle vedette di Las Cannas e di capo Spartivento, che di notte riparavano nella torre, erano costretti a dormire nel terrazzo sotto la mezzaluna (tettoia di canne e coppi sovrastante la terrazza all'aperto, così detta per la forma a semicerchio).

L'ingresso si apriva a circa 5 m dal suolo in direzione N.

Lo spessore murario è di circa 2,5 m d'ampiezza, nel cui interno si sviluppa la scala di accesso al terrazzo, costruita in gradini di pietra e coperta in origine con tavole di ginepro.

Le mura esterne sono caratterizzate, come le torri di San Macario e del Coltellazzo, da conci di arenaria calcarea ben squadrati, provenienti dall'antica città di Bithia, e da ciottoli arrotondati.

Nel 1605 si ha notizia dei primi restauri.

Nel 1614 la torre - essendo "alcaide", (comandante della torre) Leonardo Lucio Obino - aveva subito un incendio probabilmente ad opera dei barbareschi che ne assaltarono gli spalti.

Nella piazza d'armi sono visibili le tracce di tre cannoniere e di due garitte lignee, che proteggevano i boccaporti e di cui si ha notizia dal 1767.


In epoca sabauda la guarnigione scese a tre torrieri più l'artigliere e l'alcaide.

Nel 1720 la fortezza era in buono stato.

Durante questi anni la torre mantenne la sua importanza e la sua presenza favorì la nascita, nel XVIII secolo, dell'abitato di Domus de Maria.

Nel settembre del 1769 l'ingegnere Perin e il misuratore Girolamo Massey preparano un intervento di restauro per le torri di Chia e del Coltellazzo, ma le stesse ne 1773 ebbero bisogno di altri lavori secondo la relazione del misuratore Viana.

Un intervento fu realizzato nel 1784, ma già nel 1786 l'alcaide lamentava che la nuova santabarbara fosse già diroccata.

Altri lavori furono effettuati con cadenza periodica dal 1806;

successivamente nel 1818 dall'architetto Girolamo Melis e nel 1840 dal mastro Rafaele Fadda.

Dopo la dismissione, conseguente alla fine dell'Amministrazione delle Torri, fino agli anni '50 del XX secolo, la Torre di Chia fu utilizzata dalla Guardia di Finanza, per contrastare il contrabbando.

Nel 1988 e all'inizio degli anni '90 ha subito un pesantissimo restauro.




Domus de Maria, Torre di Chia



I Fenicotteri rosa di Chia



I fenicotteri rosa di Chia



Sa Genti Arrubia è il nome che in Sardegna viene usato per chiamare le grandi colonie di fenicotteri che la abitano.


Inizialmente questi splendidi volatili avevano scelto gli stagni sardi per le loro soste durante le migrazioni dall’Africa alla Francia. Negli ultimi decenni il sud Sardegna è diventato il loro “regno” per tutto l’anno.

Il clima umido e le zone non abitate sono un habitat perfetto per questi animali che amano la quiete.

I fenicotteri rosa sono visibili tutto l’anno e spesso attraversano i cieli cagliaritani in gruppi molti numerosi.

Il periodo più emozionante per osservarli è però l’inizio di giugno, quando i fenicotteri si fermano per nidificare.


A pochissima distanza da Chia si trova lo stagno di Spartivento, una preziosa oasi naturalistica, scelta dai Sa Genti Arrubia proprio per la nidificazione.


Numerosi sono gli amanti del birdwatching e delle fotografie suggestive che rimangono incantati dallo spettacolo.

Si ha come l’impressione che le acque e le zone circostanti si tingano di rosa.

Altra importante zona per osservare i fenicotteri è quella di Cagliari e dei suoi stagni molto estesi fino a diventare paludi.

I fenicotteri rosa sono animali simbolo della Sardegna e in tutta l’isola sono protetti e tutelati.




Fenicotteri rosa, stagno di Chia

tallines 28-02-2020 17:59

Windows 10 SpotLight Images

Tuscany

Italy


Ancora un' altra immagine dell' italia, pubblicata oggi 28 Febbraio 2020 da Windows 10 SpotLight Images .

Questa volta siamo in Toscana, con un campo di colza con alveare .




Field path through colza field with beehive, Tuscany, Italy



La Colza

La colza (Brassica napus L., 1753) (raramente maschile, "il colza") o navone è una pianta, dal fiore giallo brillante (o bianco a seconda della varietà), appartenente alle Brassicaceae.

La colza presenta una radice fittonante abbastanza profonda, prediligendo, così, terreni di medio impasto, profondi, freschi ed esenti da ristagno idrico.

Infatti, l'irrigazione non viene effettuata, preferendo, mediante terreno profondo, approvigionarsi dell'acqua piovana.

La colza ha un accrescimento determinato, terminando con uno scapo fiorale, che porta fiori gialli.

La fioritura è scalare e mediante la fecondazione produce un legume, la siliqua, che ha semi piccoli contenenti il 30-35% di olio.





Field path through colza field with beehive, Tuscany, Italy



I Tags per questa immagine, pubblicata oggi 28-Feb-2020, sono:

Tags: agriculture, bloom, clouds, day, field, footpath, Italy, landscape, nature, outdoors, scenery, sky, sunset

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Campi di colza, nella Valle dell' Arno, Toscana


Usi


L'olio di colza viene ricavato dai semi della pianta.

L'olio viene usato in alimentazione dopo essere stato raffinato e miscelato ad altri oli poiché all'origine ha sapore e odore poco gradevoli.

L'olio di colza contiene acido erucico, tossico per gli esseri umani ma usato come additivo alimentare in piccole dosi.

Proprio per il contenuto di acido erucico l'olio di colza non era ammesso per l'alimentazione umana in Italia.

La legislazione varia in altri paesi.

Canola è una specifica varietà di colza dal basso contenuto di acido erucico che è stata sviluppata in Canada:

il suo nome è composto da Canadian oil low acid (Olio canadese a basso contenuto di acido).


Il seme è la parte di valore della coltura che viene anche coltivata come coltura di copertura invernale.

Provvede a una buona copertura del suolo in inverno ma impoverisce il terreno.

Nelle colture poliennali è infatti considerata una pianta "depauperante" poiché lascia il terreno in condizioni di fertilità peggiori di quelle che trova.

La pianta viene miscelata nel suolo tramite aratura o usata come pacciamatura.

La lavorazione dei semi per ricavare l'olio produce un residuo usato nell'alimentazione degli animali da allevamento.

Questo sottoprodotto è un alimento molto ricco di proteine e può competere con la soia.

È usato principalmente per nutrire i bovini, ma anche per maiali e polli (meno importante per questi ultimi)
.

Il sottoprodotto per animali ha un basso contenuto di glucosinolati (causa di disturbi del metabolismo per bovini e suini).

Alcune varietà di colza sono vendute come verdura, soprattutto nei negozi asiatici.

È pianta mellifera.






Semi di colza



Biodiesel

L'uso dell'olio di colza per la produzione di biodiesel potrebbe essere una valida alternativa ma solo per pochi veicoli per sostituire in tempi rapidi i combustibili per autotrazione attuali.

Secondo la Coldiretti dalle oleaginose come la colza sono ricavabili 850 kg di biodiesel per ettaro, mediamente un veicolo consuma più di una tonnellata di biodiesel all'anno e i veicoli sono circa 34 milioni.

Dato che la superficie agricola utile (SAU) italiana è di 13 milioni di ettari si evince che è realistico alimentare col biodiesel solo qualche permille del parco veicolare italiano (anche se si potrebbe importare dall'estero come avviene già per il petrolio).

Secondo la Coldiretti sono alimentabili circa 200-300 000 veicoli col biodiesel italiano.

Tra i tanti veicoli importanti da alimentare a biodiesel spiccano quelli che coltivano il cibo.

Alcune associazioni di coltivatori si stanno organizzando in modo da produrre colza e semi di girasole che verranno trasformati in loco in biodiesel e usati senza pagare accise e iva esclusivamente per fini agricoli (trattori, motofalciatrici, ecc, ecc).

In questo modo la produzione alimentare sia per uso umano che animale diventerebbe meno dipendente dall'ascesa del prezzo del petrolio.

Al momento la produzione è limitata e di conseguenza i prezzi non sono competitivi con quelli del gasolio.

Tuttavia bisogna considerare che in molti paesi (come l'Italia) il prezzo finale dei carburanti è molto accresciuto dalla tassazione e che le coltivazioni (italiane ed europee) sono pesantemente sovvenzionate sia dall'Italia sia dall'Europa, quindi il prezzo dell'olio di colza è il risultato di sovvenzioni e non è un prezzo da libero mercato.

Nel 2005 si diffuse la voce secondo cui l'olio di colza puro poteva essere usato come carburante per le motorizzazioni diesel.

Tuttavia il mensile Quattroruote ha effettuato una prova con una Fiat Punto che ha però avuto esiti disastrosi (occlusione degli iniettori e creazione di depositi dovuti all'elevata viscosità dell'olio non trattato).





Honey bee (Apis mellifera) pollinates rapeseed (Brassica napus) blossom. Honey bees play a predominant role in increasing the yield of rapeseed.


Miele

La colza produce molto nettare da cui le api ricavano un miele chiaro, ma pungente, molto apprezzato nell'Europa centrale e settentrionale.

Deve essere estratto immediatamente dopo la sua fabbricazione, perché cristallizza rapidamente nel favo rendendo impossibile l'estrazione.

Questo miele in Italia di solito viene mescolato con varietà più dolci se usato come prodotto da tavola o venduto come prodotto da pasticceria.

I produttori di semi si accordano con gli apicoltori per l'impollinazione.

tallines 01-03-2020 10:17

Windows 10 SpotLight Images

On Screen

Chia

Sardinia, Italy


E' incredibile come la tempistica di fare vedere On Screen immagini di un' immagine appena pubblicata in Windows 10 SpotLight Images, sia molto veloce .


Oggi 01 marzo 2020, è apparsa On Screen l' immagine di cui abbiamo già parlato recentissimamente :) >

Su Portu beach and Chia Genovese viewing tower, Cagliari, Sardinia, Italy


Non c'è nulla da dire in più, pubblichiamo solo l' Immagine apparsa On Screen, per vedere il Titolo principale (che è quello in alto a Destra) e le 2 Descrizioni (quella in alto a Sinistra e quella al Centro) ;)




Chia, Italia

tallines 04-03-2020 15:45

Windows 10 SpotLight Images

Pompeii

Naples, Campania

Italy




Sempre più famosi e sempre più ben voluti da Windows 10 SpotLight Images :)

Martedi 03 Marzo 2020, Windows 10 SpotLight Images ha publicato ancora una volta, un' immagine di una parte dell' Italia .

Questa volta ci troviamo a Pompei, nelle rovine di Pompei .

Pompei che si trova come tutti saprete presso Napoli in Campania .




Pompeii ruins with Mount Vesuvius, Pompei, Naples, Campania, Italy



Pompei

Pompei (Pumpeje in napoletano) è un comune italiano, della città metropolitana di Napoli in Campania.

È nota per la sua città antica sepolta nel 79 d.C. dall'eruzione del Vesuvio.

Le rovine includono la Villa dei Misteri con affreschi e l'anfiteatro romano.

In città, il Santuario della Beata Vergine del Rosario ha mosaici e una grande cupola.

Il Museo Vesuviano G.B. Alfano espone rocce vulcaniche e stampe di storiche eruzioni.




Pompeii ruins with Mount Vesuvius, Pompei, Naples, Campania, Italy


I tags per questa immagine, pubblicata il 03-Mar-2020, sono:

Tags: ancient, city, history, Italy, mount, outdoors, ruins, sky, volcano

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Una strada dell'antica Pompei



Periodo prima dell'eruzione

Una migrazione di abitanti dalle terre dell'Egeo discendenti dei Pelasgi, formò un primitivo insediamento ai piedi del Vesuvio, nell'area di Pompei:

forse non un villaggio vero e proprio, più probabilmente un piccolo agglomerato di case posto all'incrocio di tre importanti strade, ricalcate in epoca storica dalla via proveniente da Cuma, Nola, Stabia e da Nocera.

Fu conquistata una prima volta dalla colonia di Cuma tra il 525 e il 474 a.C.:

le prime tracce di un centro importante risalgono al VI secolo a.C., anche se in questo periodo la città, sembra ancora un'aggregazione di edifici piuttosto disordinata e spontanea.

La battaglia persa dagli Etruschi nelle acque di fronte a Cuma contro Cumani e Siracusani (metà del V secolo a.C.) portò Pompei sotto l'egemonia dei sanniti.

La città aderì alla Lega nucerina:

probabilmente risale a questo periodo la fortificazione dell'intero altopiano con una cerchia di mura di tufo che racchiudeva oltre sessanta ettari, anche se la città vera e propria non raggiungeva i dieci ettari d'estensione.

Fu ostile ai Romani durante le guerre sannitiche.

Una volta sconfitta, divenne alleata di Roma come socia dell'Urbe, conservando un'autonomia linguistica e istituzionale.

È del IV secolo a.C. il primo regolare impianto urbanistico della città che, intorno al 300 a.C., fu munita di una nuova fortificazione in calcare del Sarno.

Durante la seconda guerra punica Pompei, ancora sotto il controllo di Nuceria Alfaterna, rimase fedele a Roma e poté così conservare una parziale indipendenza.

Nel II secolo a.C. la coltivazione intensiva della terra e la conseguente massiccia esportazione di olio e vino portarono ricchezza e un alto tenore di vita.

Allo scoppio della guerra sociale Pompei fu ostile a Roma:

nell'89 a.C. Silla, dopo aver fatto capitolare Stabia, partì alla volta di Pompei, che tentò una strenua difesa rinforzando le mura cittadine e avvalendosi dell'aiuto di un gruppo di celti capitanati da Lucio Cluenzio.

Ogni tentativo di resistenza risultò vano e la città cadde ma, grazie all'appartenenza alla lega nucerina, ottenne la cittadinanza romana e fu inserita nella Gens Menenia.

Nell'80 a.C. entrò definitivamente nell'orbita di Roma e Silla vi trasferì un gruppo di veterani nella Colonia Venerea Pompeianorum Sillana.

Tacito ricorda la rissa tra Nucerini e Pompeiani del 59 d.C. nell'Anfiteatro romano di Pompei, che spinse i consoli a proibire per dieci anni ogni forma di spettacolo gladiatorio.

Nel 79 d.C. Pompei fu interessata dall'eruzione del Vesuvio, che la seppellì sotto una coltre di materiali piroclastici di altezza variabile dai cinque ai sette metri, determinandone la fine.

Al momento dell'eruzione molti edifici erano in fase di ricostruzione a causa del sisma del 62 d.C.




Pompei scavi archeologici



Periodo dopo l'eruzione

Alcuni reperti bizantini testimoniano l'esistenza di un piccolo insediamento anche nel Medioevo;

in questo periodo gli abitanti erano concentrati in località Civiltà Giuliana, a nord della città antica e in posizione più elevata, vista la presenza di paludi e di una forte umidità nella parte più meridionale, nei pressi del fiume Sarno, portatrice di malattie e morte.

Successivamente il Sarno fu deviato dal Principe di Scafati, e ciò provocò la morte di quasi tutti gli abitanti della valle di Pompei.

I Borboni realizzarono poi alcune opere idrauliche e la foce del fiume fu interamente bonificata e delimitata da argini in pietra.

A inizio Ottocento fu costruita la Chiesa della Giuliana.

Dal 1805 al 1810 fu denominata Gioacchinopoli, in onore del sovrano.

La Pompei moderna fu fondata dopo la costruzione del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei.

Il Santuario fu consacrato nel 1891.

Il comune di Pompei fu istituito il 29 marzo 1928, acquisendo la parte del territorio di Scafati, denominata Valle di Pompei.

Il restante territorio fu ceduto dai comuni di Torre Annunziata, Boscoreale, Gragnano e Castellammare di Stabia.

Personaggio di rilievo fu Bartolo Longo, proclamato beato il 26 ottobre 1980 da Papa Giovanni Paolo II.

Per sua volontà fu eretto il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, ora Basilica Pontificia, ricca di ex voto, la quale costituisce una delle mete italiane più frequentate "per grazia ricevuta";

in esso è conservata la tela seicentesca della scuola di Luca Giordano, raffigurante la Madonna di Pompei
.

Un pellegrinaggio si verifica in occasione delle due suppliche alla Madonna, l'8 di maggio e il 7 di ottobre.

Ebbe risalto internazionale la registrazione in audio e video, nell'Anfiteatro romano di Pompei, avvenuta nell'ottobre 1971, del concerto dei Pink Floyd, pubblicato nel 1972 come Pink Floyd a Pompei.

Il concerto fu tenuto in assenza di pubblico, alla presenza del solo staff tecnico.


Nello stesso anfiteatro l'ex componente degli stessi Pink Floyd, David Gilmour ha eseguito due concerti nel luglio 2016, da queste tappe, del suo Rattle That Lock Tour, è stato tratto un album dal vivo, sia audio che video, dal titolo Live at Pompeii pubblicato nel 2017.




Pompei scavi archeologici, foto da un' altra angolazione



Siti archeologici

A partire dalla fine del XVIII (dal 1 ° gennaio 1701 al 31 dicembre 1800) secolo sono stati riportati alla luce i resti dell'antica città romana: le indagini archeologiche hanno restituito non solo pitture, mosaici, suppellettili ed edifici, ma hanno permesso di ricostruire lo stile di vita in epoca romana.

Il sito archeologico pompeiano, insieme a quelli di Ercolano e Oplonti, è stato dichiarato nel 1997 dall'UNESCO patrimonio dell'umanità.





Via dell'Abbondanza


Via dell'Abbondanza

Piena di ristoranti, bar, panifici, falegnami, lavanderie, fruttivendoli e case private,

Via dell'Abbondanza era la strada di maggiore fermento dalle prime ore del mattino sino alle ore 13:00 circa.

Passava vicino al Foro ed al Comitium, e costituiva il decumanus inferior della Città di Pompei, attraversandola tutta da Porta Marina (così chiamata perché conduceva al mare) a Porta Sarno.

Il nome della via deriva da un bassorilievo presente su una fontana pubblica posta sulla via stessa:

raffigurava la Fortuna, con la cornucopia, corno dell'abbondanza da cui trabocca una serie di primizie, ed era quindi rappresentazione dell'abbondanza.




Anfiteatro di Pompei



Onorificenze

Titolo di Città > Click

«Decreto del Presidente della Repubblica»

— 9 gennaio 2004

Con decreto firmato il 9 gennaio 2004 dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Pompei è stata elevata al rango di città




Scavi di Pompei, Interni



Eruzione del Vesuvio del 79


L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è il principale evento eruttivo del Vesuvio in epoca storica.

L'eruzione, che ha profondamente modificato la morfologia del vulcano, ha provocato la distruzione delle città di Ercolano, Pompei, Stabia e Oplontis,

le cui rovine, rimaste sepolte sotto strati di pomici, sono state riportate alla luce a partire dal XVIII secolo.




Eruzione Vesuvio 1813 - Colonna eruttiva nelle prime fasi di sviluppo (25 dicembre 1813) - Alexandre Dunouy



La Data dell' Eruzione

La data dell'eruzione del Vesuvio del 79 è attestata da una lettera di Plinio il Giovane a Tacito.

Nella variante universalmente ritenuta più attendibile del manoscritto, si legge nonum kal septembres cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto.

Questa data era stata accettata come sicura fino ad oggi, ma alcuni dati archeologici via via emersi mal si accordano con una data estiva.

Ad esempio, il ritrovamento di frutta secca carbonizzata, di bracieri, usati all'epoca per il riscaldamento,

di mosto in fase di invecchiamento trovato ancora sigillato nei contenitori (dolia) e, soprattutto,

di una moneta ritrovata sul sito archeologico, che riferisce della quindicesima acclamazione di Tito ad imperatore, avvenuta dopo l'8 settembre del 79,

lasciano supporre che l'eruzione sia avvenuta in autunno, probabilmente il 24 ottobre di quell'anno.

Un'ulteriore prova a supporto della tesi secondo la quale l'eruzione avvenne in autunno è costituita da un'iscrizione rinvenuta nel 2018

in una casa che al momento dell'eruzione era probabilmente in ristrutturazione:

l'iscrizione, a carboncino, reca la data del 17 ottobre, e si riferisce con tutta probabilità allo stesso 79, poiché le scritte a carboncino si cancellano con estrema facilità, quindi sembrerebbe da escludersi che possa risalire a un periodo molto precedente all'eruzione.





Gli scavi a Pompei


Dinamica dell'eruzione

I primi eventi sismici ebbero già inizio nel 62,

con il crollo di diverse case che furono poi ricostruite negli anni successivi.

Solo alcuni anni dopo, nel 79, il Vesuvio iniziò il suo ciclo eruttivo che porterà poi al seppellimento di alcune zone di Stabia, Pompei, Ercolano e molte città a sud-est dal Vesuvio.

Intorno all' una del pomeriggio con un boato terribile il Vesuvio eruttò.

Le sostanze eruttate per prime dal Vesuvio furono fondamentalmente pomici, quindi rocce vulcaniche originate da un magma pieno di gas e raffreddato.

Mescolate alle pomici si trovano parti di rocce di altra natura che furono trasportate dal magma.

La maggior parte dei cadaveri a Pompei sono rimasti intrappolati al di sopra delle pomici, avvolti nelle ceneri.

I residui piroclastici della eruzione sono stati rintracciati in un'area ampia centinaia di chilometri quadrati.

Secondo una stima di Plinio il Giovane, testimone del fenomeno, l'altezza della nube indicata secondo le moderne unità di misura può aver raggiunto i 26 chilometri.

Per quanto riguarda la composizione chimica delle sostanze eruttate nel 79, questa è diversa da quella delle lave eruttate nel periodo che va dal 1631 al 1944;

infatti i magmi pliniani hanno mostrato di possedere una maggiore ricchezza di silice, di sodio e di potassio e una minore quantità di calcio e magnesio;

gli specialisti giustificano queste differenze con il fatto che, nel caso delle lave pliniane, il magma si sarebbe fermato per alcune centinaia di anni (circa 700) ad una profondità di qualche chilometro, nella camera magmatica, dove si sarebbe raffreddato fino a 850 °C e si sarebbe attivata la cristallizzazione.

La testimonianza più rilevante su ciò che accadde in quei giorni è data da Plinio il Giovane, che si trovava in quei giorni a Miseno con la sua famiglia.

Trent'anni dopo descrisse l'evento all'amico Tacito .

In questa lettera Plinio il Giovane riferì anche le testimonianze sulla morte dello zio Plinio il Vecchio.

Lo zio si era diretto ad Ercolano per andare ad aiutare la famiglia dell'amico Cesio Basso:

egli provò a raggiungere la località vesuviana via mare, ma dovette cambiare rotta a causa del ritiro improvviso delle acque, per cui si diresse verso Stabia dove approdò, facendosi ospitare da Pomponiano (Pomponianus).

Tuttavia, anche questa cittadina venne colpita dalle ceneri e lapilli del vulcano e, soffocato dai vapori tossici, Plinio il Vecchio vi trovò la morte.

In una seconda lettera a Tacito descrisse ciò che accadde a Miseno.

Egli racconta delle scosse di terremoto avvenute giorni prima, e la notte dell'eruzione le scosse «crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa [...] si rovesciasse».

Inoltre, pareva che «il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra», così che «la spiaggia s'era allargata e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste in secco».


«... Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun'altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma.

Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l'idea di un altissimo tronco, si apriva in diversi rami...»




Parco Archeologico di Pompei



La distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia

L'eruzione è avvenuta dopo un lungo periodo di quiescienza del vulcano, e gli abitanti dell'area sono stati colti di sorpresa dal rapido susseguirsi di eventi.

Nella seconda parte dell'eruzione, quando si verificarono i flussi piroclastici, si ebbero i danni maggiori e le maggiori perdite di vite umane negli abitati vicini al vulcano.

A Pompei delle vittime si erano già registrate nella prima fase, a causa del crollo dei tetti.

Nella seconda fase le vittime si ebbero sia direttamente a causa dei traumi fisici che per asfissia a causa dell'alta concentrazione di ceneri nell'ari.


Le città stesse scomparvero alla vista, sepolte sotto almeno 10 metri di materiali eruttivi.

Le desolate distese che avevano visto la vita vivace e ricca, ora erano evitate e oggetto di terrori superstiziosi.

Le caratteristiche dei fenomeni che interessarono Pompei e Stabia furono differenti rispetto ad Ercolano:

le prime furono sommerse da una pioggia di pomici, cenere e lapilli che, salvo un intervallo di alcune ore (trappola mortale per tanti che rientrarono alla ricerca di persone care e oggetti preziosi), cadde ininterrotta.

Ercolano invece non fu investita nella prima fase, ma quasi dodici ore dopo e, sino alle recenti scoperte degli anni '80, si era pensato che tutti gli abitanti si fossero posti in salvo.

La natura dei fenomeni che interessarono questo piccolo centro (Ercolano), fu molto diversa.

Infatti, ciò che accadde fu che il gigantesco pino di materiali eruttivi prese a collassare e, per effetto del vento, un'infernale mistura di gas roventi, ceneri e vapore acqueo (il cosiddetto flusso piroclastico) investì l'area di Ercolano.

Coloro che si trovavano all'aperto ebbero forse miglior sorte, vaporizzati all'istante, di chi trovandosi al riparo ha lasciato tracce di una morte che, seppur rapida, ebbe caratteristiche tremende. Il fenomeno è oggi conosciuto come "nube ardente" o frane piroclastiche.

Al calar della sera del secondo giorno, l'attività eruttiva iniziò a calare rapidamente fino a cessare del tutto.

L'eruzione deve essere durata non più di due giorni e mezzo durante le quali il vulcano aveva espulso circa 4 km³ di materiale .




Scavi archeologici a Pompei


Per finire in bellezza :), dato che il tema è .....della serie non si finisce più..........e per vedere altre bellissime immagini

Vi posto alcuni link interessanti dove si parla dei vari ritrovamenti grazie agli scavi archeologici, in Dettaglio:



- Scavi archeologici di Pompei

- Storia degli scavi archeologici di Pompei

- Breve storia di Pompei

- Pompei antica

- Storia e leggenda di Pompei (qui troverete molte immagine bellissime e anche molti Video a dir poco entusiasmanti)

- Cenni storici sulla città di Pompei

- Pompei Storia

- Pompei, cosa vedere nella città pietrificata

- Basilica (Pompei)

- Anfiteatro romano di Pompei

- 8 Cose da Visitare a Pompei

- Pompei Scavi


- Nuova scoperta a Pompei: portato alla luce un “fast food” di 2000 anni fa

- Thermopolium, l’antesignano dei moderni fast food

- Il fast food? Un’invenzione degli antichi romani: i più famosi si trovavano a Pompei

Il take away nell'antichità


- Un’antica cucina romana del 79 d.C. torna negli Scavi di Pompei

Succede negli ambienti della Fullonica di Stephanus, la più importante lavanderia e tintoria dell’antichità conservata a Pompei.


- Gli Dei di Mitoraj rivivono a Pompei


- Igor Mitoraj: I giganti risvegliano Pompei

- Pompei: Dedalo di Mitoraj resta nella città eterna

- Dedalo di Mitoraj resterà a Pompei




Gli Dei di Mitoraj - Memorie al Foro, Pompei

tallines 14-03-2020 14:16

Windows 10 SpotLight Images

Stelvio Pass (Stilfserjoch)

Ortler Alps

Italy


Windows 10 SpotLight Images ci omaggia, a noi Italia di continuo................:)

L' immagine pubblicata il 04-Mar-2020, riguarda un' altra parte della nostra Italia .

In questo caso, riguarda il Passo dello Stelvio, nelle Alpi Ortles .




Mountain road scenery, Stelvio Pass (Stilfserjoch), Ortler Alps, Italy



Passo dello Stelvio

Il passo dello Stelvio (2.758 metri s.l.m. - Stilfser Joch in tedesco) è un valico alpino delle Alpi Retiche

il più alto valico automobilistico d'Italia, davanti al colle dell'Agnello,

e il secondo d'Europa dietro al colle dell'Iseran,

situato fra Trentino-Alto Adige e Lombardia,

all'interno delle Alpi dell'Ortles (gruppo Ortles-Cevedale)

e del parco nazionale dello Stelvio, vicino a importanti massicci come l'Ortles, l'Umbrail, il monte Livrio e il monte Scorluzzo,

dividendo dal punto di vista geomorfologico le Alpi Retiche occidentali dalle Alpi Retiche meridionali.

Il passo dello Stelvio è da sempre un importante collegamento non solo per il turismo sciistico ed escursionistico, ma anche perché meta ambita di ciclisti e motociclisti.

Il valico è situato al confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige.




Mountain road scenery, Stelvio Pass (Stilfserjoch), Ortler Alps, Italy

I tags per questa immagine, pubblicata il 04-Mar-2020, sono:

Tags: clouds, Italy, landscape, lights, mountains, outdoors, pass, road, scenery, sky, trail

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La strada statale omonima che lo attraversa, che collega Bormio (valle del Braulio, Valtellina) con Prato allo Stelvio (valle di Trafoi, val Venosta), è asfaltata, a due carreggiate e carrozzabile,

e conta ben ottantotto tornanti,

di cui quarantotto sul versante altoatesino

e quaranta su quello lombardo.

Sul versante lombardo, a quota circa 2.500 m, la strada si collega con il vicino Giogo di Santa Maria, valico che conduce in territorio svizzero (Cantone dei Grigioni).

Su tutti e tre i versanti, i due italiani e quello svizzero, il passo rimane chiuso stagionalmente tra novembre e maggio.

Dalla sommità del passo si diramano diversi percorsi escursionistici, tra cui il sentiero per la Cima Garibaldi (2.843 m s.l.m.) e la strada sterrata che raggiunge il rifugio Pirovano (3.028 m s.l.m.).




I tornanti della strada del versante valtellinese - Stilfserjoch Strasse



Ciclismo

Il passo dello Stelvio è una salita storica del ciclismo, è stata infatti percorsa dal Giro d'Italia molte volte ed è spesso stata teatro delle imprese di grandi campioni.

È classificabile come una salita alpina lunga e dal grande dislivello, dalla quota massima molto elevata, con la conseguente rarefazione dell'aria che complica ulteriormente la scalata.

Presenta pendenze di media difficoltà, ed è estremamente affascinante e impegnativa da tutti e tre i versanti (italiani e svizzero).

La corsa rosa ha affrontato il Passo dello Stelvio complessivamente 12 volte, 7 dal lato altoatesino e 5 da quello valtellinese,

e in 4 occasioni l'arrivo di tappa è stato posto in cima al valico.


Dal 1965 lo Stelvio è stato "Cima Coppi" in ogni edizione in cui il Giro vi ha transitato, essendo il punto più alto toccato dalla corsa.

L'inserimento del passo nel percorso del Giro presenta sempre qualche rischio logistico: a fine maggio/inizio giugno le condizioni meteorologiche sulle Alpi non sono ancora pienamente stabilizzate e perciò sono ancora possibili delle nevicate, con conseguente rischio di deviazione o annullamento della tappa.

Il valico è entrato nel mondo del ciclismo nel 1953, quando è stato inserito per la prima volta nel tracciato del Giro d'Italia.

In quell'occasione lo Stelvio è stato teatro di una delle ultime grandi imprese di Fausto Coppi: nella penultima tappa, da Bolzano a Bormio, il campione ormai trentaquattrenne staccò il leader della classifica, lo svizzero Hugo Koblet, conquistò la maglia rosa e vinse il suo quinto e ultimo Giro.

Il Giro Rosa, il giro d'Italia femminile, ha inserito lo Stelvio nel suo percorso per la prima volta nel 2010 .




Il Passo dello Stelvio fotografato da un tornante direzione Alto Adige - Stilfserjoch



Alpi dell'Ortles

Le Alpi dell'Ortles sono una sottosezione

(in accordo con le definizioni della SOIUSA > Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino > click)

delle Alpi Retiche meridionali, situate in Italia (Trentino-Alto Adige e Lombardia).

La vetta più alta è l'Ortles che raggiunge i 3.905 m s.l.m.





L'Ortles visto dal Passo dello Stelvio

tallines 15-03-2020 10:14

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Pian di Cultura

Veneto

Italy


Ancora Italia, Suuuuper :)


L' immagine pubblicata il 07-Mar-2020 da Windows 10 SpotLight Images ci porta in Veneto a Pian di Cultura, anche se cercando Pian di Cultura, non esce niente.........esce Pian di Coltura o Pian de Coltura.........:)


Pian di Coltura che si trova nel comune di Lentiai, Belluno, Veneto, Italia .




Spring dawn at Pian di Cultura, Veneto, Italy



Lentiai - Pian de Coltura

Il territorio di Lentiai è posizionato sulla sponda sinistra del fiume Piave e

fino alla fine dell’Ottocento Lentiai era inserito nell’antica contea di Cesana

che con il suo castello controllava una vasta area di importanza strategica per la Val Belluna soprattutto per l’indispensabile traghetto che collegava le due sponde del Piave tra le frazioni di Cesana (Lentiai) e Busche (Cesiomaggiore).

Costruito, si racconta, ai tempi dei Longobardi, all’inizio del Trecento

il castello abbandonò l'antica posizione su di un promontorio per essere inserito nel centro cittadino di Cesana e trasformato in abitazione nel corso dei secoli.

La frazione conserva anche l’antico Palazzo Pretorio, realizzato tra i secoli XVI e XVII con particolari elementi architettonici.

Imprescindibile tappa è la chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta di Lentiai, monumento nazionale, che conserva dipinti di Paolo Veronese, Palma il Giovane, del Pordenone, Francesco Frigimelica, Agostino Ridolfi e Luigi Cima e sculture di Andrea Brustolon e Francesco Terilli.

L’altare maggiore ospita un polittico realizzato nella bottega di Tiziano Vecellio, mentre il soffitto è decorato a cassettoni con venti tavole dipinte da Cesare Vecellio.





Spring dawn at Pian di Cultura, Veneto, Italy


I tags per questa immagine, pubblicata il 07-Mar-2020, sono:

Tags: aerial view, dawn, forest, grass, hills, Italy, landscape, meadow, mountains, nature, outdoors, road, springtime

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Lentiai, Pian di Coltura, alberi e narcisi



Ma Lentiai non è solo arte e storia;

Pian di Coltura, che nella verde stagione incanta per i narcisi,

d'inverno è meta ideale per gli appassionati dello sci e dello slittino.

La tradizionale traversata Pianezze-Lentiai con gli sci o le ciaspole è uno degli appuntamenti invernali più amati, poiché permette di poter ammirare i magnifici paesaggi del territorio:

dal monte Cesen, al Mariech, dalla dorsale panoramica del monte Garda, del Col dei Piatti, di Col Moscher, fino a Stabie e Pian di Coltura.




I narcisi di Pian di Coltura



Pian di Coltura

Imboccando la stradina che da Lentiai sale alla frazione di Colderù, semplicemente seguendo le indicazioni per il Pian de Coltura, si può giungere a questo magnifico ed importantissimo luogo.

Ad ogni primavera infatti un’ampia e spettacolare fioritura di Narcisi rende semplicemente unico il dolce paesaggio prealpino, mostrandosi in tutto il suo splendore.

Inoltre la valenza naturalistica del luogo, costituito da prati magri a Narcisi, rende Pian di Coltura importante fonte di studio per gli esperti che ne volessero appunto studiare gli aspetti più tecnicamente botanici.

Un’occasione per ammirare la spettacolare fioritura dei narcisi che ricoprono i prati di Lentiai, piccolo centro della Valbelluna da sempre considerato il “Paese dei narcisi”.




Lentiai, Pian di Coltura, veduta aerea



Ammireremo la natura nel suo splendore di colori e forme, camminando tra boschi, prati in fiore e vedute mozzafiato sulle selvagge Dolomiti Bellunesi.

Partiremo da Colderù, piccolo borgo adagiato su un bel poggio panoramico, fino a raggiungere Pian di Coltura,

dove ogni anno si rinnova incantevole e imponente la fioritura dei bianchi e profumati fiori che, con le loro ondulazioni, si trasformano in un mare bianco a perdita d’occhio.

Lungo il percorso incontreremo alcuni rustici e casere che in passato ospitavano gli agricoltori con i loro animali durante la bella stagione,

testimonianza della vita di un tempo, quando il pascolo e l’allevamento costituivano una delle fonti principali di vita per la montagna bellunese.

Un’escursione emozionante in un paesaggio quasi fatato fatto di bianche corolle, silenzi e profumi stordenti.




Lentiai, Pian di Coltura, vista aerea


Importante > questo post fa parte, ovviamente, anche del famoso Tema Green, più Green di cosi :p :sofico:


N.B. > dal 03 Marzo 2020, incredibile, ma vero...........:)

Windows 10 SpotLight Images pubblica ben tre (3) immagini al giorno
:sofico:

tallines 20-03-2020 20:02

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Doric Temple

Segesta, Trapani

Sicily

Italy


Ancora Italia, questa volta ci spostiamo in Sicilia .

Siamo a Segesta in provincia di Trapani, per ammirare un bellissimo Tempio Dorico, arrivato in buone condizioni fino ai giorni nostri .

Il Tempio, come si evince dalle 2 immagini pubbicate da Windows 10 SpotLight Images, è stato fotografato, in Primavera, visto che domani entriamo nella nuova Stagione della Primavera :)

In più lo dicono anche i Tags .

E in più ci saranno anche altre immagini del tempio di Segesta, Primaverili .




The Doric temple of Segesta dated 5th century BC, Trapani, Sicily, Italy



Segesta

Segesta (in greco antico: Ἕγεστα) fu un'antica città elima (Gli Elimi erano un antico popolo della Sicilia occidentale) > click

situata nella parte nord-occidentale della Sicilia.

La vecchia città sorge sul Monte Barbaro, nel territorio comunale di Calatafimi Segesta, nel libero consorzio comunale di Trapani, a pochi chilometri da Alcamo e da Castellammare del Golfo.

Custodisce, all'interno del parco archeologico, un tempio in stile dorico e

un teatro di età ellenistica, in parte scavato nella roccia della collina.

Altri scavi hanno portato alla luce una cittadina ellenistico-romana e un borgo medievale.

La data della fondazione non è conosciuta, ma da documenti risulta che la città era abitata nel IX secolo a.C.

Lo storico greco Tucidide narra che i profughi troiani, attraversando il Mar Mediterraneo, giunsero fino in Sicilia, e fondarono Segesta, chiamata Aegesta, ed Erice.

Questi profughi presero il nome di Elimi.

Secondo il mito, Segesta sarebbe stata fondata da Aceste (che ne fu il primo re), figlio della nobile troiana Egesta e del dio fluviale Crimiso.

Virgilio riporta la leggenda secondo cui Segesta sarebbe stata fondata da Enea per far riposare i vecchi e le donne, dopo che queste avevano incendiato le navi poco prima di riprendere il viaggio




The Doric temple of Segesta dated 5th century BC, Trapani, Sicily, Italy


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Area archeologica di Segesta, Interno del Tempio Dorico



Il sito archeologico

L'area archeologica di Segesta, divenuta nel 2013 parco archeologico, comprende diversi siti.

L'area, dagli anni novanta, è stata enormemente rivalutata grazie a numerose scoperte che hanno riguardato le rovine dell'antica città elima.

Il tempio dorico

il teatro

Il santuario di contrada Mango

l' agorà e casa del navarca (epoca greco-romana)

l' area medievale (mura di cinta, castello annesso al teatro, due chiese di epoca normanna, il quartiere medievale e la moschea).




Segesta Temple Plan



Il Tempio di Segesta



Tempio di Segesta, veduta aerea



È di stile dorico.

Possiede trentasei colonne, contando anche quelle degli angoli,

e cinque per l'atrio anteriore e altrettante per quello posteriore.

Le colonne sono appoggiate a due basi che hanno due palmi napoletani di altezza e otto di larghezza.

Ogni colonna ha venticinque palmi di circonferenza;

essa si rastrema in maniera diversa da quella di Paestum, di Girgenti e di Selinunte, aggiungendosi al capitello per mezzo di un intaglio.

Non ha canoni come quelle di Girgenti e di Paestum, cosicché si potrebbe convenire sulla base di questo genere di costruzione, che il Tempio di Segesta è strutturalmente posteriore agli altri .




Tempio di Segesta, vista sulla collina



La posizione del tempio è sorprendente:

al sommo d'una vallata larga e lunga, in vetta a un colle isolato e tuttavia circondato da dirupi, esso domina una vasta prospettiva di terre (Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia)

Il tempio di Segesta è un tempio greco dell'antica città di Segesta sito nell'area archeologica di Calatafimi Segesta, comune italiano della provincia di Trapani in Sicilia.


Il tempio, a volte denominato "Tempio Grande", è stato costruito sulla cima di una collina a ovest della città, fuori dalle sue mura,

durante l'ultimo trentennio del V secolo a.C (ll V secolo a.C. inizia nell'anno 500 a.C. e termina nell'anno 401 a.C. incluso) .


5th century BC > In counting years BC (before Christ) also called BCE (before the common era)

The 5th century BC started the first day of 500 BC and ended the last day of 401 BC.




Segesta, interno del Tempio



Si tratta di un grande tempio periptero (circondato da un portico esterno con colonne)

esastilo (con sei colonne sul lato più corto, non scanalate, sei colonne sulla facciata)

e dorico (1° dei tre ordini architettonici classici - dorico, ionico, corinzio) .

Sul lato lungo presenta invece quattordici colonne (in totale 36 quindi, alte 10 metri).

L'attuale stato di conservazione presenta l'intero colonnato della peristasi completo di tutta la trabeazione.

Nonostante gli elementi costruttivi e le proporzioni della costruzione si riferiscano con chiarezza al periodo classico dell'architettura greca, il tempio presenta aspetti peculiari sui quali la storiografia non esprime pareri unanimi.




Segesta Tempio greco, interno



Il primo elemento di dibattito è costituito proprio dalla sua natura di espressione artistica pienamente ellenica, aggiornata alle maggiori espressioni dell'arte della madrepatria

ed in particolare dell'Attica, ma realizzata in una città degli Elimi, una popolazione di origine incerta, ma stanziata in Sicilia molto prima dell'arrivo dei coloni greci nella vicina Selinunte,

con la quale Segesta fu perennemente in conflitto.

Gli storici ipotizzano che, grazie agli scambi commerciali, la città elima abbia raggiunto nel corso del V secolo a.C. un alto grado di ellenizzazione,

tale da poter consapevolmente importare un sofisticato modello artistico come il tempio dorico periptero che grazie alla canonizzazione di dimensioni e proporzioni si prestava ad una larga diffusione.

Inoltre è probabile che il progettista e le maestranze impiegate fossero greche, provenienti da una delle vicine città.




Segesta, interno del Tempio Dorico



Il secondo aspetto che ha sempre colpito molto gli storici è l'assenza di vestigia della cella all'interno del colonnato, che invece è uno dei meglio conservati del mondo greco.

Questo ha fatto pensare ad un tempio ipetro cioè ad un luogo sacro privo di copertura e di cella e legato a riti indigeni.

In alternativa si è pensato ad una cella interamente a struttura lignea, come tutta la copertura, e quindi andata persa.

Negli anni '80 sono state trovate tracce della fondazione della cella, interrate all'interno del tempio, insieme a tracce di costruzioni precedenti (il che farebbe pensare che il tempio fosse stato costruito su un luogo sacro ancora più antico).



Pertanto l'ipotesi ora prevalente è che il tempio non sia mai stato terminato, a causa probabilmente di avvenimenti bellici che coinvolsero a lungo la città e che la cella e la copertura non siano mai state realizzate.



Tempio di Segesta, il crepidoma con le bugne ben evidenti



Tale ipotesi è avvalorata anche dalla mancanza di scanalature delle colonne e dalla presenza, soprattutto sui blocchi del crepidoma,

di "bugne" cioè di protuberanze destinate a proteggere il blocco durante la messa in opera che sarebbero state scalpellate via in fase di rifinitura.


Crepidoma

Nell'architettura classica, prende il nome di crepìdoma (κρηπίδωμα, dal greco krepìs, fondazione)

la piattaforma a gradini rialzata in pietra sulla quale veniva costruito il tempio.

È costituito da tre o più gradini con la funzione di sopraelevare l'edificio, separando simbolicamente la residenza degli dei dal livello del terreno.

I gradini prendono il nome di crepidoma.

Il piano su cui poggiano le colonne è detto stilobate.

La crepidine può presentare decorazioni come modanature o altro sulle facce visibili.

Talvolta vi si riscontrano anche degli accorgimenti ottici, come nel Partenone, dove tutto il basamento è impercettibilmente convesso per sembrare prospetticamente più ampio.

Il tempio quindi avrebbe dovuto avere un'ampia cella preceduta da un pronao distilo in antis ed un simmetrico opistodomo sul retro.


La crepidine

E' un elemento architettonico dell'architettura classica .

In maniera generica indica il basamento o lo zoccolo di un edificio (si pensi ad esempio a un tempio greco).

Si può avere una crepidine sotto un altare, un piedistallo o anche il semplice gradino di un marciapiede può essere chiamato crepidine.

Più precisamente, nell'architettura greca antica, la crepidine indica i tre (o più) piani, solitamente in pietra, che nel loro complesso formano una gradinata che porta all'ingresso del tempio.

La superficie sulla quale poggiano le colonne e le pareti della cella viene chiamata crepidoma o stilobate o piano stilobatale.

Come per altri termini relativi all'architettura antica, ci sono molte dissonanze tra gli studiosi:

secondo alcuni è indicata con il termine crepidoma tutta la gradinata di accesso al tempio, che altri, come prima scritto, chiamano crepidine, definendo invece quest'ultimo come zoccolo.




Segesta Tempio, particolare delle colonne, lato esterno



Il colonnato, con interassi uguali su tutti i lati, presenta la canonica doppia contrazione degli intercolumni terminali per risolvere il conflitto angolare

oltre ad altri tipici accorgimenti ottici come la curvatura delle linee orizzontali e alla concezione decorativa del fregio che perde, almeno in parte la sua dipendenza dal colonnato.

Tali caratteristiche mostrano una derivazione dai modelli evolutivi attici della fine del V secolo a.C. ed in particolare dal tempio degli Ateniesi a Delo, ai quali rimandano anche gli elementi decorativi.

Gli unici aspetti riferibili ancora allo stile severo sono le proporzioni allungate con 6x14 colonne in luogo delle canoniche 6x13 (doppio quadrato), e le grandi dimensioni in un'epoca in cui i templi divenivano più piccoli.

Nel XVIII secolo il tempio fu oggetto di un primo restauro da parte dell'architetto Chenchi.

Fu visitato da Goethe e divenne una delle mete del Grand Tour e una della cause della riscoperta dell'architettura greca e del dorico che fu alle radici del neoclassicismo .




Segesta Tempio, colonne lato esterno



Tempio di Segesta:

un misterioso monumento greco in una città èlima




The Doric Temple Segesta, in spring



“Quando si contempla questo paesaggio semplice e suggestivo, si sente che lì, soltanto lì, si poteva costruire un tempio greco.

I maestri decoratori che insegnarono l’arte all’umanità, dimostrarono, in Sicilia soprattutto, quale scienza profonda e raffinata essi avessero dell’effetto e della scena.

Il tempio di Segesta sembra essere stato posto ai piedi della montagna da un uomo di genio che aveva avuto la rivelazione dell’unico punto in cui lo si doveva costruire:

animando da solo l’immensità del paesaggio, che ne esce vivificato e divinamente bello”.

Così scriveva il francese Guy de Maupassant (Viaggio in Sicilia, 1885) dopo la sua visita a Segesta.




Il Tempio di Segesta, Trapani, Sicilia



L'eccezionalità di questo luogo sta anche nel fatto che ancora oggi, caso più unico che raro in Sicilia e non solo, appare ai tanti che vi giungono così come appariva ai viaggiatori del Grand Tour.

Tutta l'area è rimasta pressoché uguale: vaste colline destinate alla semina o al pascolo, modesti rilievi animati da pochi alberi.

Poche le costruzioni recenti.

Già da lontano, percorrendo la strada statale o l'autostrada in direzione di Trapani, il tempio, isolato in mezzo ad un mare di colline, colpisce per la sua imponenza.

Poi, una volta lasciata la macchina, quando si inizia a intravedere dietro le agavi, le ginestre e gli ulivi, mentre si sale, a piedi, per un largo sentiero,

la suggestione è tale che si ha l'impressione che da un momento all'altro quelle colonne dovessero animarsi di gente di un popolo indigeno per certi versi ancora misterioso, gli Èlimi.




Particolare del timpano, sigma, fregio, architrave, capitelli e colonne



Costruito al di fuori dell'area urbana, sui resti di una costruzione più antica, a partire dall'ultimo trentennio del V secolo a.C.,

il tempio si compone di un crepidoma (basamento) a gradini di circa 61 metri per 26 metri

dove poggiano 36 massicce colonne (6 nei lati corti e 14 nei lati lunghi) alti circa 10 metri.

Ogni colonna, distanziata dall'altra da uno spazio di circa 2 metri e 40,

ha il diametro inferiore di circa 2 metri

e quello superiore di circa 1 metro e 50.

Le colonne sorreggono ancora tutto l'architrave, il fregio e i due timpani.




The Doric Temple Segesta



Nella costruzione sono state adottate diverse raffinatezze come ad esempio

la correzione ottica ottenuta mediante una leggera curvatura del basamento, accorgimento riscontrabile solo nel Partenone di Atene.


Secondo gli studiosi il tempio fu realizzato, su progetto di un abile architetto ateniese, da maestranze provenienti dalle vicine colonie con cui la città manteneva rapporti commerciali.




The Doric Temple Segesta, close-up



La presenza di un tempio greco in una città èlima, così come le differenze con altri templi dorici e la mancanza di alcuni elementi,

hanno fatto discutere gli studiosi, e continuano ad animare ancora oggi numerosi dibattiti, soprattutto in merito alla funzione svolta e ai motivi della costruzione.

Alcuni sostengono che gli Èlimi abbiano voluto costruire un peristilio pseudo-templare, secondo i modi usati dai greci,

per dare prestigio ad un luogo di culto indigeno, quindi volutamente lasciato scoperto.

Ipotesi, questa, avvalorata dalla totale mancanza, tra il colonnato, della cella interna, elemento essenziale in un tempio greco e generalmente la prima parte ad essere costruita.




Tempio di Segesta



Altri sostengono che si tratti di un tempio destinato ad un culto greco ma rimasto incompleto, forse a causa della guerra con Selinunte scoppiata nel 409 a.C.,

come lasciano supporre la mancanza delle scanalature sulle colonne e i perni di pietra nel basamento,

generalmente usati per la messa in opera dei conci e rimossi alla fine dei lavori.

Al di là del fatto che si tratti di un tempio finito o meno, destinato ad un culto greco o indigeno, di certo c'è che è giunto a noi in un ottimo stato di conservazione e,

nonostante gli oltre 2400 anni di vita,

continua a meravigliare per l'imponenza, l'eleganza e le proporzioni armoniose.





The Doric temple of Segesta in all its majesty

tallines 23-03-2020 13:19

Windows 10 SpotLight Images

Isola Madre

Verbano-Cusio-Ossola

Piedmont

Italy



Sempre Italia :sofico:

L' ultima immagine che riguarda l' Italia, è stata pubblicata da Windows 10 SpotLight Images, il 22-Mar-2020 .

Siamo in Piemonte, per vedere l' Isola Madre sul Lago Maggiore, nella Provincia di Verbano-Cusio-Ossola

In più le immagini sono Primaverili, come è giusto che sia, visto che siamo in Primavera, la Stagione più bella di tutte :p




Floral gardens on Isola Madre at Lake Maggiore, Verbano-Cusio-Ossola, Piedmont, Italy


Isola Madre

L'Isola Madre (in dialetto locale Isola Mader) è la più grande dell' arcipelago delle Isole Borromee sul Lago Maggiore.


L'arcipelago delle Isole Borromee sul Lago Maggiore, si compone di tre isole, un isolino e uno scoglio:

- Isola Madre Superficie (ettari) 7,8 Comune di Stresa (provincia Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte)

- Isola Bella Superficie (ettari) 6,4 Comune di Stresa (provincia Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte)

- Isola dei Pescatori Superficie (ettari) 3,4 Comune di Stresa (provincia Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte)

- Isolino di San Giovanni Superficie (ettari) 0,4 Comune di Verbania (Pallanza) (provincia Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte.)

- Scoglio della Malghera, noto anche come Isolino degli Innamorati, è un piccolo isolotto del Lago Maggiore - Superficie (ettari) 0,02 Comune di Stresa (provincia Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte)




Floral gardens on Isola Madre at Lake Maggiore, Verbano-Cusio-Ossola, Piedmont, Italy


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Isola Madre, Lago Maggiore, Isole Borromee

L'Isola Madre. È il luogo più voluttuoso che abbia mai visto al mondo .

Gustave Flaubert, 1845, Scrittore Francese



Nel XIV secolo i Borromeo, potenti feudatari della zona ma originari di San Miniato, divennero proprietari delle isole e iniziarono così la loro trasformazione.

Tutt'oggi la famiglia possiede ancora l'Isola Bella e l'Isola Madre,

oltre ai tre scogli emersi conosciuti come Castelli di Cannero per via delle rovine di fortificazioni medioevali.

L'isola dei Pescatori è l'unica abitata stabilmente, anche se da una piccola comunità,

mentre le due isole "sorelle" sono ambite tra i turisti che ammirano i due splendidi palazzi e i relativi giardini, famosi in tutta Europa

per la qualità del paesaggio e per la cura e la varietà delle architetture vegetali, composte da oltre 2000 varietà di specie differenti.

Nell'Isola Madre è presente anche una numerosa fauna di volatili orientali, come pavoni bianchi, fagiani dorati e pappagalli, liberi nello splendido giardino.

L' Isola Bella possiede invece un giardino che, abilmente progettato nei secoli, presenta fioriture multicolori per tutto l'anno, a rotazione tra le varie specie floreali (rose, orchidee, bulbose, magnolie, frutteti, azalee, gardenie, glicini).




Isola Madre, Frazione Di Stresa



L' Isola madre è larga 220 metri e lunga 330, l'isoletta è occupata da alcune costruzioni e soprattutto da giardini.

Anticamente era chiamata Isola di San Vittore e successivamente Isola Maggiore.

Le fonti storiche indicano che nella metà del IX secolo sull'isola era presente la chiesa con abside a pianta quadra

(edificio probabilmente costituente il riferimento alla matrice di una macropieve verbanese dedicata a San Vittore),

un cimitero (il cui ricordo si perpetua nella cosiddetta ‘scala dei morti');

non si esclude che vi potesse sorgere anche un piccolo apprestamento militare, in analogia e assonanza con il castrum di Sant'Angelo sito sull'Isolino di San Giovanni.

Per certo si sa che vi erano coltivazioni di ulivi, la cui produzione veniva forse impiegata per usi sacri.

A partire dal 1501 Lancillotto Borromeo, uno dei cinque figli di Giovanni III e Cleofe Pio di Carpi, introduce nell'isola le prime coltivazioni di agrumi fatti arrivare dalla Liguria con un giardiniere ("hortolano") che li avrebbe accuditi;

ordina la costruzione di un primo nucleo della dimora gentilizia, che viene successivamente ampliata in forma rinascimentale negli anni ottanta del Cinquecento da Renato I Borromeo.

Sono gli anni in cui si avvicendano nella cura dei giardini gli esponenti di una dinastia di "hortolani", i Della Torre, che risiederanno all'Isola Madre sino al primo Ottocento.

A partire circa dal 1823-1825, per decisione dei conti Giberto V e Vitaliano IX Borromeo Arese, ad opera di Renato I, Giacomo e Francesco Rovelli, famiglia di giardinieri originaria di Monza, pur preservando il bosco nella parte verso Nord-Ovest dell'isola,

i settori tenuti a frutteto vengono convertiti in giardino romantico all'inglese, che ancora viene considerato tra i migliori esempi di quest'arte in Italia .




Isola Madre, Facciata Palazzo Borromeo



Monumenti

- Palazzo Borromeo (edificato nel XVI secolo sui resti della primitiva chiesa, cimitero - e fors' anche castello - di S. Vittore) e relativo giardino all'inglese

Il Palazzo sorse sui resti di una chiesa con abside e pianta quadrata e venne aperto al pubblico a partire dal 1978.


- Cappella gentilizia del 1858 (al contrario di quella dell'Isola Bella, non contiene cenotafi o monumenti funebri)


- Il grande e scenografico giardino all'inglese di 8 ettari, progettato su un precedente agrumeto, produttivo sino alla fine del Settecento.

Famosa è la "scala dei morti", che negli ultimi decenni è stata arricchita con un'importante collezione di Wisteria (glicine).







Isola Madre, Lago Maggiore, Arcipelago delle Isole Borromee



Isola Madre, Lago Maggiore, Isole Borromee - Il Giardino All’ Inglese



Il Giardino All’ Inglese

Con i suoi otto ettari di estensione è la più grande delle Isole Borromee.

Il patrimonio botanico e la forte impronta esotica l’hanno resa il luogo più voluttuoso visto al mondo (cit. Gustave Flaubert).

L’attuale parco botanico all’inglese è stato realizzato ai primi dell’Ottocento, e da allora trovano dimora piante e fiori portati da viaggi lontani e acclimatate grazie alle dolci e favorevoli temperature.

Oggi quello dell’Isola Madre è un giardino botanico unico per le essenze vegetali rare provenienti da ogni parte del mondo.

Fioriture continue ed esuberanti frutto del lavoro di giardinieri esperti rinnovano di continuo gli angoli del parco:

dai boschetti di magnolie a quelli di bambù, dalle profumate pergole di glicini alle spalliere di agrumi, dai parterre di camelie antiche e rododendri fino alle vasche traboccanti di ninfee e fior di loto.

Eucalipti, palme e banani convivono con la collezione di conifere e aceri.

In piena estate ibiscus, bougainvillee e ipomme esaltano l’emozione del viaggio nel viaggio.


A completare un quadro di così armoniosa bellezza,

uccelli variopinti che vivono in perfetta libertà nel parco.

Fagiani argentati e dorati, pavoni bianchi passeggiano tranquillamente nei prati e fra i cespugli.




Isola Madre, Fontana



Una collezione botanica unica, imperdibili le proteee

Il clima mite ha permesso l’insediamento di una flora sorprendente e difficilmente reperibile in altri luoghi:

rare essenze vegetali provenienti dalle più diverse latitudini e spettacolari fioriture la rendono un vero paradiso terrestre.

Unica la terrazza delle protee, fiore preistorico simbolo del Sudafrica che qui ha trovato il suo ambiente ideale.





Isola Madre, Cipresso del Kashmir



La storia del cipresso del Kashmir

Ad ombreggiare il Palazzo l’imponente cipresso del Cashmir, arrivato qui nel 1862 dall’Himalaya in un cartoccio di semi freschissimi e diventato negli anni simbolo dell’Isola Madre.

È il più grande e il più vecchio esemplare in Europa della sua specie che, nella sua terra di origine in Tibet, è in via di estinzione.

La tromba d’aria che nel giugno del 2006 si abbatté nel nord dell’Isola Madre lasciò il segno anche su questo gigantesco albero.

Salvarlo fu un operazione di alta ingegneria e botanica.

Anche se non tornerà mai più alle forme che lo hanno reso «l’albero più bello del mondo», il grande cipresso dell’Isola Madre resta il testimone della dedizione della Famiglia Borromeo alla conservazione del patrimonio naturale.

Dal 2002 i giardini dell’Isola Madre, insieme a quelli dell’Isola Bella, fanno parte del prestigioso circuito inglese della Royal Horticultural Society.




Isola Madre, Pozzo nei Giardini all' Inglese



Isola Madre: un fiabesco giardino botanico sul Lago Maggiore


L’isola Madre, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, porta questo nome per via delle sue dimensioni, superiori rispetto alle altre due isole, misurando circa 330 metri per 220.

Non solo, pare infatti che questa sia anche l’isola che venne abitata per prima tra le tre.

Già dal IX secolo erano presenti sull’isola Madre una chiesa dedicata a San Vittore (a cui si deve il primo nome dell’isola), un cimitero e vaste coltivazioni di ulivi .

All’inizio del XVI secolo, subito dopo aver ricevuto la proprietà dell’isola Madre dalla curia di Novara,

i Borromeo fecero introdurre alcune varietà di agrumi sull’isola, fatte arrivare direttamente dalla Liguria e, per accudirle al meglio, venne anche prevista la figura di un “hortolano” che risiedeva in piante stabile sull’isola e che diede vita ad una dinastia di ortolani, la famiglia Della Torre, che rimarrà sull’isola fino all’inizio del XIX secolo.

Contestualmente all’istituzione delle piante di agrumi venne anche cominciata l’edificazione di un palazzo gentilizio, ampliato poi durante lo stesso secolo e ancora oggi visitabile.

Attualmente l’isola non è più abitata, ma è una meta continua per turisti che vogliono visitare i grandi giardini che qui si trovano
.



Glicine a Primavera sull' Isola Madre



Tra i più antichi giardini botanici d’Italia, presenta un microclima assai favorevole allo sviluppo di glicini, rare piante subtropicali, fiori esotici e uccelli dai colori sgargianti (non è raro imbattersi in variopinti pappagalli, nei fagiani cinesi o negli eleganti pavoni dalle piume candide).

Tutto questo, unito alla cura con cui l’ambiente viene conservato, dà l’illusione di trovarsi in una località tropicale.

Nei primi anni del Cinquecento la zona era popolata da oliveti, poi convertiti in un suggestivo giardino.

Interventi successivi portarono alla creazione di un giardino all’inglese che si estende su di una superficie di quasi otto ettari.

Dopo ulteriori modifiche, il parco assunse l’aspetto attuale:

si sviluppa su più terrazze e permette al visitatore di fermarsi ad ammirare autentiche rarità come un bicentenario cipresso del Kashmir e una palma Jubaeae Spectabilis che compirà presto 125 anni.

Come sovente accade nei giardini all’inglese, la struttura dei viali non sembra essere stata disegnata a tavolino, essi si snodano in una trama che potrebbe apparire quasi casuale.





Isola Madre, veduta, quadro



Isola Madre - Storia

Dalla nuda roccia dell’era glaciale fece capolino nella storia nell’anno 846 come isoletta con poche case,

una chiesetta dedicata a san Vittore, un cimitero e alcune piante d’ulivo destinate alla produzione dell’olio da usare nelle liturgie.

Durante l’età medievale, l’Isola di San Vittore è appartenuta a vari proprietari (abati e vescovi) e solo nel 1501

appare il documento che ratifica il passaggio di proprietà dal vescovo di Novara al nobile Lancillotto Borromeo.

Lancillotto Borromeo acquista gran parte dell’isola di San Vittore che verrà poi chiamata isola Renata e in seguito Madre.

Già nel 1542 l’isola è ormai trasformata in un luogo di delizia dove le coltivazioni agricole prosperano sui terrazzamenti del giardino, grazie al clima temperato del lago.

L’isola di San Vittore prende il nome di Madre solo nel 1704.

Per alcuni è un omaggio alla supremazia storica di questa isola nel bacino del Verbano.

Per altri, è un omaggio alla madre del Conte Renato, Margherita Trivulzio;

è grazie a lei infatti che l’isola ritornò in possesso della Casata Borromeo.

Per via di matrimoni, l’Isola di San Vittore passò attorno al 1520 alla famiglia Trivulzio,

e solo nel 1563 Renato Borromeo rientrò in possesso della proprietà, che da lui prese il nome di Isola Renata.

Venne dato nuovo impulso alla fabbrica del palazzo chiamando Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi, figura di spicco della cultura lombarda e architetto di fiducia di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano.

In questo periodo risale l’aspetto tardo cinquecentesco del Palazzo che ancora oggi vediamo.

A fare grandi progressi anche i giardini ad opera dell’architetto Filippo Cagnola, che nel 1710 immortalò con grande precisione scalinate, pergolati e vasi.

Alla fine del secolo XVIII l’Isola Madre aveva assunto l’aspetto che sostanzialmente conserva ancora oggi e

iniziò ad essere considerata un luogo di pace e riposo grazie al clima mite ed alla lussureggiante natura.

Furono in seguito costruite le serre (1826) e la cappella di famiglia, voluta a partire dal 1858 da Vitaliano IX ad opera dell’architetto Defendente Vannini.

All’inizio del Novecento si pensò di trasformare l’Isola Madre prima in albergo e poi di affittarlo solo privatamente a una clientela molto selezionata.

A definire il futuro dell’Isola Madre sono stati invece Giberto e Bona Borromeo Arese tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento:

il palazzo (sontuosamente arredato con mobili e opere d’arte provenienti dalla villa Borromeo Arese di Cesano Maderno) e i vasti giardini sono stati definitivamente destinati al godimento del pubblico.


Porcellane e livree, dipinti di famiglia, arazzi e letti a baldacchino decorati con sontuosi broccati compongono un affascinante affresco di vita cortese .

Il palazzo dell’isola Madre infatti, aperto al pubblico nel 1978, è allestito con preziosi arredi provenienti da varie dimore della Famiglia Borromeo che restituiscono un suggestivo itinerario attraverso ambienti che ricalcano lo stile di vita del XVI e XVII secolo.

Di particolare bellezza il salotto veneziano con le pareti decorate a trompe l’oeil che ricordano quelle di un gazebo fiorito.




Isola Madre, veduta aerea

tallines 25-03-2020 13:18

Windows 10 SpotLight Images

Flowering

Castelluccio Di Norcia

Perugia, Umbria

Italy


Ormai Windows 10 SpotLight Images ha preso il via e propone ancora un' immagine dell' Italia .

Questo giro siamo in Umbria, in Provincia di Perugia, per vedere la fioritura a dir poco sensazionale che c'è dalla Primavera fino all' Estate, a Castelluccio Di Norcia .




Landscape with Castelluccio di Norcia and flowering, Perugia, Italy



Castelluccio (Norcia)

Castelluccio è una frazione del comune di Norcia (PG) in Umbria, uno dei centri abitati più elevati dell'Appennino.

Secondo i dati ISTAT il paese si va man mano spopolando:

nel censimento del 2001 il paese risultava abitato da 150 residenti, mentre in quello del 2011 i residenti sono scesi a 120.

Il 30 ottobre 2016 è stato quasi completamente distrutto da un importante evento sismico:

il campanile e la Chiesa di Santa Maria Assunta sono andati completamente perduti, mentre alcune opere di notevole pregio storico-artistico custodite nella chiesa sono state messe in sicurezza prima dei crolli .

Il paese si trova sull'Appennino Umbro-Marchigiano, a circa 28 km da Norcia, ad una altitudine di 1452 m s.l.m. che ne fanno uno dei centri abitati più elevati degli Appennini,

posto in cima ad una colle che si eleva sull'omonimo altopiano (Piani di Castelluccio) tra i più vasti dell'Italia Centrale

ed inserito nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, raggiungibile attraverso una strada panoramica.

Di fronte ad esso si erge la sagoma del Monte Vettore (Cima del Redentore) .

La presenza dell'uomo nella zona è testimoniata sin dall'epoca romana, con il rinvenimento di alcuni oggetti in terracotta presso la Fonte di Canatra, in località Soglio.

Inoltre, nelle fondamenta di una casa furono rinvenute nei secoli passati diverse monete romane risalenti al periodo dell'imperatore Claudio il Gotico (III secolo), e lungo la strada che conduce a Forca di Presta, si trovò anche la tomba di un soldato romano.

Il nucleo attuale risale al XIII secolo, anche se alcune ricerche tendono a retrodatarne la fondazione.

Castelluccio fu un antico castello nell'orbita di Norcia costruito per difendere il confine orientale dei pascoli.

Dopo il terremoto del 30 ottobre 2016, il paese è quasi completamente distrutto e disabitato.




Landscape with Castelluccio di Norcia and flowering, Perugia, Italy

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L'economia del paese è strettamente legata all'attività della pastorizia, che ancora costituisce una buona parte degli introiti degli abitanti.

Ad essa va aggiunta l'agricoltura, con la produzione di prodotti tipici quali le famose lenticchie di Castelluccio.

Il turismo è presente tutto l'anno:

nel periodo invernale,
la località di Forca Canapine ospita impianti di risalita a volte funzionanti per attività sciistiche,

mentre nel periodo estivo l'escursionismo attrae un gran numero di appassionati.

Inoltre tutta l'area dei piani di Castelluccio è molto apprezzata per la pratica del volo libero, in particolare del parapendio, per via della particolare conformazione orografica e per la quasi totale assenza di tralicci e antenne.

Per questo motivo nel paese si trovano diverse scuole di volo frequentate, soprattutto in estate, da appassionati e principianti provenienti da ogni zona d'Europa.


La fioritura di Castelluccio avviene ogni anno tra la fine di maggio e i primi di luglio nel Pian Grande e nelle valli di Castelluccio,

e consiste in una massiccia fioritura di migliaia di fiori che a seconda della coltivazione dei campi sono di una sfumatura cromatica differente creando un mosaico di colori meravigliosi .




Castelluccio Di Norcia, Fioritura Viola



La Fioritura di Castelluccio di Norcia .

La natura esplode di colori in Umbria .



La monocromia delle piane di Castelluccio di Norcia diventa un mosaico di nuance (sfumature, gradazioni di colore) profumate tra fine maggio e metà luglio.

Uno spettacolo Unico, quello della Fioritura, di poetica bellezza .




Campo di Papaveri e Fiordalisi a castelluccio Di Norcia



Blu, giallo, rosso, viola, e bianco.

In Umbria, tra fine maggio e metà luglio, la natura offre uno spettacolo magico che giustamente richiama folle di curiosi e fotografi, pronti a immortalarne i colori effimeri e per questo ancor più speciali.

Parliamo dell’evento della Fioritura, che si verifica ogni anno presso Castelluccio di Norcia.

Qui, nel cuore della Valnerina e circondati dalle vette di quasi 2500 metri dei Monti Sibillini,

i prati per un periodo variabile di 20-25 giorni si colorano delle tonalità dei fiori che vi sbocciano, dai fiordalisi ai papaveri fino alle violette.

La visione è spettacolare, eppure il culmine del fenomeno non è prevedibile con precisione a causa delle variabili climatiche, nonostante la Festa della Fiorita in sé ricada tra la terza e l’ultima domenica di giugno.

D’altronde, la bellezza del fenomeno consiste anche e soprattutto nell’osservare il continuo mutamento delle nuance della natura.




Castelluccio Di Norcia, nuance di colori



Durante la Festa della Fiorita, a Castelluccio, possono essere degustati prodotti locali, tra cui le note Lenticchie di Castelluccio di Norcia.

I weekend di giugno e luglio sono i più affollati, con visitatori che camminano numerosi in mezzo ai fiori, motivo per il quale sarebbe meglio recarvisi in mezzo alla settimana.

Tocca però sbrigarsi e controllare costantemente il procedere della Fioritura, per decidere quando si preferisce andare in base alle proprie predilezioni cromatiche.




Piana di Castelluccio di Norcia, I campi di Lenticchie con Papaveri e Fiordalisi


Camminando lungo il Pian Grande, Pian Piccolo e Pian Perduto dominati dall’imponente Monte Vettore,

possono essere ammirati tra gli altri genzianelle, lenticchie (rinomate e tipiche del luogo), ranuncoli, asfodeli, trifogli, acetoselle…

ma lo spettacolo non è mai uguale di anno in anno: talvolta è il giallo a essere predominante, altre il blu e così via.

La monocromia del pascolo si accende dunque di poesia fino all’orizzonte,

un’esplosione di colori che lascia negli occhi e nel cuore del visitatore uno stupore immenso, una sensazione meravigliosa.

Un mosaico sgargiante e geometrico da cui lasciarsi ammaliare e divenuto giustamente famoso, di cui il nostro Bel Paese può a ragione vantarsi.




Piana di Castelluccio di Norcia, la Fioritura



La stupenda fioritura di Castelluccio di Norcia

La stupenda e meravigliosa fioritura di Castelluccio di Norcia, è un vero spettacolo della natura, che attira l’attenzione di turisti provenienti da ogni parte del mondo.

Gli abitanti di Castelluccio di Norcia chiamano questo spettacolare evento “La Fiorita“.

Ogni anno, dalla fine di maggio alla metà di luglio, la zona del Pian Grande si trasforma in un vero e proprio arcobaleno di colori grazie alla fioritura di lenticchie, papaveri, violette, viola eugeniae, genzianelle, narcisi, asfodeli, trifogli e acetoselle.

I fiori ci regalano un’infinità di sfumature, con mille colori di diverse tonalità.




Castelluccio Di Norcia, campi di Papaveri e Fiordalisi


Ogni anno, dalla fine di maggio alla prima metà di luglio, la piana cambia volto e si trasforma in un tripudio di colori.

Le variopinte sfumature dei fiori che sbocciano danno vita ad uno spettacolo naturale senza eguali in Italia.

Gli abitanti di Norcia chiamano questo spettacolare evento “La Fiorita“.




Flowering landscape of Castelluccio Di Norcia



In molti collegano la fioritura del Pian Grande solo ed esclusivamente alla fioritura della lenticchia.

In realtà non è così,

perché la fioritura della lenticchia (uno spettacolo floreale unico al mondo)
è solo uno degli eventi che concorrono a colorare la piana di Castelluccio di Norcia.

Sono molte le specie floreali che colorano la piana.

Camminando lungo i sentieri infatti si possono incontrare genzianelle, narcisi, violette, papaveri, ranuncoli, asfodeli, viola eugeniae, trifogli, acetoselle e tante altre specie.




Castelluccio Di Norcia, veduta aerea del paesaggio in fiore


Dove vedere la fioritura di Castelluccio di Norcia

Il palcoscenico che ospita questo spettacolare evento naturale è la zona del Pian Grande è situato a pochi chilometri dal centro storico di Norcia.

La piana si trova alle pendici del Monte Vettore, che con i suoi 2.476 metri di altitudine è il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Monti Sibillini.

Il Monte Vettore, insieme al monte Guaidone, al monte Veletta ed al monte Ventosola contribuisce a creare una conca naturale che prende il nome di Pian Grande.

Queste zona è veramente stupenda ed ospita anche numerose specie animali.

Mentre si visita la piana, immersi tra i mille colori della fioritura, è infatti possibile avvistare gazzelle e caprioli!




Castelluccio Di Norcia, veduta dal basso con i campi in fiore



Quando vedere la fioritura di Castelluccio di Norcia


Non esiste un giorno preciso dell’anno per ammirare l’incantevole spettacolo della fioritura di Castelluccio di Norcia.

Ogni anno infatti la fioritura dipende dall’andamento climatico della stagione, in base al quale sarà possibile ammirare più o meno colori.

Indicativamente l’arco temporale per ammirare la fioritura è quello che va dalla fine di maggio ai primi giorni di luglio.

Inoltre bisogna considerare che le fioriture non avvengono tutte nello stesso momento, creando così delle alternanze temporali dal punto di vista cromatico.

Solitamente a dare inizio alle danze nei primi dieci giorni di maggio

ci pensano le corolle gialle della senape selvatica,

che ben presto vengono affiancate dai primi papaveri di stagione, che tingono di rosso la piana.

Verso la metà di maggio spuntano i fiori bianchi della camomilla bastarda e dal leucantemo.

Poi è la volta dello “specchio di Venere”, che aggiunge un nuovo colore alla piana, un bellissimo blu che può virare verso il violetto ed il celeste.

Infine tocca al fiordaliso che, con il suo particolare color violetto, nel mese di giugno regala alla piana l’ultimo tocco di colore.




Castelluccio Di Norcia, Fioritura Rossa e Viola


La Festa della Fiorita

Ogni anno a Norcia si svolge la Festa della Fiorita.

Solitamente le date scelte sono quelle della terza e della quarta domenica del mese di giugno.




Piana di Castelluccio di Norcia, in fiore



Castelluccio Di Norcia e La Fioritura delle Lenticchie


Ogni anno l’immagine che la natura offre agli occhi degli spettatori è sempre diversa, in stretto collegamento con quella che è l’abbondanza e qualità del raccolto.

Attenti, però, a non confondere come fanno molti, la fioritura vera e propria con Festa della Fioritura, che è sì un evento ad essa collegato, ma non prende in considerazione i tempi diversi dettati dalla natura.

Insomma la festa potrebbe giungere in anticipo o in ritardo rispetto alla fioritura.

Lo spettacolo finale, inoltre, dipende dalle temperature invernali, dalle precipitazioni e da molti altri fattori che non possono essere controllati.

Per questo motivo alcuni spettatori rimangono spesso delusi dalla vacanza.




Castelluccio Di Norcia, primo piano del paesaggio in fiore[



Una scacchiera di colori

Abbiamo parlato di natura, ma c’è un elemento che non dipende da questa ma dall’uomo.

Il momento della semina delle lenticchie, infatti, è l’unico a poter essere controllato.

Dalla disposizione non casuale deriva successivamente il gioco a scacchiera creato dai colori.

Castelluccio di Norcia, infatti, durante la fioritura delle lenticchie si colora di fiori in varie gradazioni di colori,

dal verde vivace dei campi al rosso dei papaveri, dal giallo fino al viola e alle gradazioni di turchese.

Insomma da oggi quando pensate alla lenticchia non fatelo immaginando qualcosa di triste e dai colori spenti.

Basta dare una breve occhiata per rendersi conto che nasce da un’esplosione di colori!




La Piana di Castelluccio di Norcia, in un tripudio di colori



La Piana di Castelluccio dona un legume pregiato

conosciuto in tutto il mondo



Ciò che rende la lenticchia di Castelluccio di Norcia diversa da tutte le altre è il suo luogo di origine,

l' altopiano di Castelluccio situato a circa circa 1500 m sul livello del mare e caratterizzato da un clima con inverni piuttosto rigidi e gelate primaverili che si protraggono fino a Giugno;

l'estate è molto breve e con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte.

Tali peculiarità, assieme alle particolari caratteristiche dei terreni della vallata, consente di ottenere un prodotto unico al mondo .




Castelluccio Di Norcia, paesaggio in fiore, con il bosco di conifere a forma d’Italia, sullo sfondo



LA TRADIZIONE

La storia di questa lenticchia è antichissima ed è profondamente legata al territorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Le condizioni climatiche della zona unitamente alle caratteristiche dei terreni della vallata, formatasi in età preistorica a seguito del prosciugamento di un grande lago montano e per questo particolarmente ricchi di materiale organico, con un'alta percentuale di calcare, hanno favorito lo sviluppo delle peculiarità che contraddistinguono il pregiato ecotipo locale.



LA DENOMINAZIONE

Il legume, profondamente legato alla sua terra di origine che gli ha conferito caratteristiche di eccellenza,

ha ottenuto il riconoscimento della prestigiosa I.G.P. nel 1997.



LE CARATTERISTICHE

Caratteristica peculiare della lenticchia di Castelluccio che la differenzia da tutte le altre,

è la sua straordinaria resistenza alla siccità e al freddo dei lunghi inverni, che la rende, di fatto, immune dal tonchio un piccolo coleottero lungo circa 4 mm le cui larve si nutrono di legumi.

La sua elevata resistenza, inoltre, consente di non fare ricorso a diserbanti e pesticidi nel processo di coltivazione del prodotto, rendendolo così unico al mondo.

Nei baccelli si possono trovare da uno a tre semi di dimensioni piuttosto ridotte (con un diametro di circa 3/4 mm), dalla forma tondeggiante ed appiattita e dall'aspetto tigrato, il cui colore varia dal verde al marrone chiaro.

La buccia particolarmente fina e tenera consente di cuocere direttamente il prodotto, senza che questo venga messo a bagno come accade per gli altri legumi.




Castelluccio di Norcia, il bosco di conifere a forma d’Italia


Castelluccio di Norcia, il bosco di conifere a forma d’Italia

Quando venne creato il bosco Italia?

Nel lontano 1961

la località di Castelluccio di Norcia ospitò sul Pian Grande, la X Festa della Montagna

per volontà del ministro Mariano Rumor che era titolare all’epoca del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.




Castelluccio di Norcia, Italia



Perchè venne creato il bosco?

Il ministro Mariano Rumor in occasione della X Festa della Montagna decise,

per ricordare e celebrare il primo centenario dell’unità d’Italia,

di far piantare centinaia di conifere in maniera da riprodurre la forma dell’Italia e

di ereggere una cappella alla base del bosco proprio a pochi metri dalla strada che passa sul Pian Grande.




Castelluccio di Norcia e il bosco di conifere



Bosco a forma d’Italia simbolo di Castelluccio

A distanza di anni oramai il bosco con il profilo dell’Italia è diventato un simbolo che caratterizza l’intero panorama di Castelluccio di Norcia.



Castelluccio di Norcia e l' Italia sullo sfondo

tallines 29-03-2020 16:29

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Gardens of Bardini (Giardino Bardini)

Florence

Tuscany

Italy



Un' altra immagine della Bella Italia :-))


Siamo in Toscana, a Firenze, per vedere il bellissimo Giardino Bardini, dove c'è sempre anche qui, il Famoso Tema Green, che è Importantissimo .

N.B.: Tuscany nel titolo l' ho messo io, visto che Toscana in Inglese si traduce in Tuscany .

Non c' è scritto Tuscany, come vedrete, nella Descrizione sotto le due immagini .

Che poi la Descrizione in Windows 10 SpotLight Images, come già detto sin dall' inizio, c'è solo sotto la prima immagine, che è quella in Orizzontale .




Landscape view at Gardens of Bardini (Giardino Bardini), Florence, Italy


Giardino Bardini

Il giardino Bardini è un giardino storico di Firenze, in zona Oltrarno.

Si estende su un'ampia zona collinare dalle pendici di piazzale Michelangelo fino all'Arno, tra piazza dei Mozzi, via de' Bardi, costa Scarpuccia, costa San Giorgio e la via di Belvedere (con due accessi), per una superficie totale di circa 4 ettari.

Nel 2013 il circuito museale del Giardino di Boboli, che comprende anche il Museo degli Argenti, la Galleria del Costume, il Museo delle porcellane e il Giardino Bardini,

è stato il sesto sito italiano statale più visitato, con 710.523 visitatori e un introito lordo totale di 2.722.872 Euro.

Nel 2016 il circuito museale ha fatto registrare 881.463 visitatori .





Landscape view at Gardens of Bardini (Giardino Bardini), Florence, Italy



I tags per questa immagine, pubblicata il 26-Mar-2020 sono:

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Storia

La cosiddetta collina di Montecuccoli, dove si estende il parco attuale, appartenne sin dal medioevo alla famiglia dei Mozzi e confinava con il loro palazzo.

Già nel 1259 è citato un orto murato adiacente alla parte posteriore del palazzo (ancora lontano dall'idea di giardino che si sviluppò nel Rinascimento),

mentre la zona più alta del parco era destinata all'agricoltura, con vigne e altre coltivazioni su alcuni elementari terrazzamenti.

Nel 1309 dopo il tracollo familiare, i possedimenti (palazzi case e terreni) vennero acquistati dal Comune di Firenze,

salvo poi ritornare nelle mani della famiglia Mozzi nel 1591, che mantenne la proprietà fino al 1880.

Il parco attuale comunque è più vasto dei terreni antichi dei Mozzi e comprende quella che era una proprietà separata, verso costa San Giorgio,

dove esisteva dalla prima metà del Seicento la cosiddetta villa Manadora, fatta costruire da Francesco Manadori all'architetto Gherardo Silvani.

Le due proprietà vennero gradualmente abbellite da giardini, statue e altre amenità, sfruttando la vocazione panoramica dei luoghi.

Nell'Ottocento Giacomo Le Blanc venne in possesso della villa e trasformò il parco in un giardino all'inglese, con boschi, vialetti tortuosi, statue e fontane.

Risalgono a questo periodo la Kaffeehaus con grotta ancora esistente, gemellata con un'analoga struttura nella parte di proprietà dei Mozzi.

All'inizio dell'Ottocento i Mozzi divennero gli unici proprietari delle due tenute, ma non intrapresero sostanziali lavori di modifica, mantenendo il carattere peculiare di ciascuna zona.

Nel corso dell'Ottocento alcune relazioni testimoniano come la proprietà incorresse in un inesorabile declino, con una sempre maggiore sensazione di abbandono e con le pessime condizioni dell'impianto idraulico nella zona superiore.

Con l'estinzione della famiglia, nel 1880 i principi Carolath Benten acquistarono la proprietà, arricchendo il giardini di alcuni dettagli secondo la moda vittoriana.

Nel 1913 il complesso del palazzo Mozzi, della villa Manadora, del giardino barocco e all'inglese, oltre a alcuni terreni agricoli, vengono acquistati dall'antiquario Stefano Bardini,

il quale diede il via a una serie di grandi rinnovi e modifiche, in quella che fu la stagione più intensa del giardino.

Costruì un viale per raggiungere la villa e sacrificò i giardini murati di impianto medievale che ancora esistevano, mentre gli edifici sulla costa San Giorgio venivano unificati in quella che sarà chiamata Villa Bardini.




Villa Bardini, lato giardino



Alla morte di Stefano, la proprietà passò al figlio Ugo.

Con la morte di Ugo Bardini, senza eredi (1965), iniziò un lungo iter burocratico sull'eredità, conclusasi solo nel 1996 grazie all'interessamento di Antonio Paolucci, allora ministro per i Beni culturali, che fece adempiere alle condizioni del defunto il quale aveva destinato le sue proprietà alla città di Firenze.

Gravemente danneggiato da decenni di abbandono, il giardino fu restaurato a fondo a partire dal 2000, grazie all'interessamento dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, attraverso la Fondazione parchi monumentali Bardini e Peyron.

Durato quasi cinque anni, con la reintroduzione di alberi da frutto, piante e altri ornamenti, il restauro, che ha visto la cura anche delle statue e degli edifici, ha permesso la recente riapertura del parco, che, sebbene non sia gestito dalla Soprintendenza del Polo museale fiorentino, è stato associato al giardino di Boboli, grazie a un biglietto unico.




Villa Bardini, vista dall' alto della scalinata barocca


Cenni storici più chiari

Il giardino Bardini è uno straordinario belvedere su Firenze: 4 ettari di parco tra la riva sinistra dell'Arno, la collina di Montecuccoli e le mura medievali.

In origine era un sistema di orti murati verso Palazzo Mozzi e sulla collina retrostante.

Nel Settecento Giulio Mozzi, appassionato di giardini, arricchisce la proprietà con un lungo muro fontana con fondali a mosaico polimaterico.

A metà Ottocento il giardino barocco viene ampliato con l'acquisizione del confinante giardino anglo-cinese di Villa Manadora, creato da Luigi Le Blanc a inizio Ottocento.

Nella seconda metà del secolo i principi Carolath Benten acquistano tutta la proprietà e arricchiscono il giardino di dettagli vittoriani.

Nel 1913 l'antiquario Stefano Bardini acquista il complesso composto da Palazzo Mozzi, dal giardino barocco, dal giardino anglo-cinese con una porzione rimasta agricola, e dalla villa Manadora.

Bardini agisce spregiudicatamente: costruisce un viale per salire in macchina dall'Arno sino alla villa, distruggendo i giardini murati di origine medievale, e riunifica i due edifici esistenti sulla costa San Giorgio.

Passato al figlio Ugo, con la sua morte nel 1965 inizia la lunga vicenda dell'eredità, conclusa solo nel 1996.

Nel 2000 la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, attraverso la Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron, inizia il restauro del complesso, durato quasi cinque anni, per restituire al giardino identità, ricchezza compositiva e vegetale.

- Nel parco agricolo, dove sono stati piantati alberi da frutto della tradizione toscana, si trova un rondò-belvedere dal quale si percorre un tunnel di glicini e si ammirano ben 60 varietà di ortensie.




Giardino Bardini, scalinata barocca



- La scalinata barocca è la parte più scenografica del giardino con il Belvedere sulla città e le sei fontane con fondali a mosaico polimaterico.

- Lungo la scalinata sono state piantate rose bourboniane e iris rifiorenti;
- nella parte più bassa si visita un giardino con bordi di erbacee e graminacee e il teatro verde ricavato in una conca.

- Nel bosco all'inglese, che faceva parte del giardino anglo-cinese, si trova il prato delle azalee, con felci, viburni, camelie e una collezione di agrumi.

Da via de' Bardi il percorso si snoda in salita verso la villa e consente di ammirare sia il giardino sia i monumenti di Firenze.




Villa Bardini, scalinata barocca con fiori ai lati



La parte più scenografica del giardino resta la grande scalinata barocca che culmina con un piccolo edificio-belvedere, dal quale si gode una spettacolare vista sulla città.

Nelle vicinanze si trovano sei fontane decorate da mosaici.

Numerose sono le rose e gli iris piantati, oltre alle ortensie e altre piante decorative.

Nella parte più bassa esiste un teatro verde, ricavato nella vegetazione in una concavità del terreno.

Il giardino possiede due grotte:

una semplice, simile ad una grotta naturale, nella parte più alta, vicino alla Kaffeehaus, sorella della Kaffeehaus del giardino di Boboli;

una più decorata, situata a valle, dall'aspetto eclettico, sormontata all'ingresso da un arco in laterizi.

Fanno parte della decorazione inoltre un tempietto e varie fontane.

Nel giardino resta una parte della statuaria collocata da Bardini, sebbene in maniera frammentaria e incompleta a causa di spoliazioni che hanno disperso una fetta del patrimonio dell'antiquario.




Giardino Bardini



Un luogo prezioso, Il fascino di un Giardino da sempre incantato

La splendida posizione panoramica su Firenze le valse il nome di “Villa Belvedere”:

Villa Bardini ricorda i “Casini di Delizia” diffusi a Firenze tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento,

nati per il riposo e lo svago e circondati da coltivazioni agricole con fini non solo produttivi, ma anche ornamentali.

Grazie all’impegno e alla cura congiunta di Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron e di Fondazione CR Firenze, Villa Bardini è tornata a vivere.

Recuperata dal lascito Bardini, la villa è stata restituita a Firenze nel 2006 come spazio museale, centro di cultura e luogo di natura per tutti, tutto da scoprire.

Quattro ettari di bosco, giardino e orto frutteto affiancati dalle mura medievali della città, il Giardino Bardini non è soltanto natura, ma cultura, arte e storia: una parte di Firenze.

Situato tra Costa San Giorgio e Borgo San Niccolò, preserva in pieno centro città un luogo incontaminato .

Oggi Villa Bardini, oltre a mantenere una vista unica sulla città, è diventata un centro espositivo, una location per eventi, ma soprattutto un luogo ricco di storia, arte e cultura ancora fruibile e a disposizione della città e dei turisti.




Scalinata Barocca Giardino di Villa Bardini



“…Un delizioso e vastissimo giardino il quale, nonostante che sia in costa piuttosto ripida e scoscesa, è comodamente accessibile con le carrozze per una comoda e bella strada…”

Così citava una guida di Firenze di fine ‘800 e così è rimasto ancora oggi: un Giardino con un panorama unico su Firenze che occupa gran parte di una collina circondata dalle mura medievali della città.

Fin dal Medioevo, il Giardino Bardini è appartenuto a ricche famiglie che si sono succedute:

nato a destinazione agricola,

si è trasformato nel corso dei secoli in uno splendido giardino all’italiana,

che nei primi anni del Novecento fu usato dal proprietario da cui prende il nome, il collezionista Stefano Bardini, conosciuto come il “principe degli antiquari”, anche come uno spettacolare ambiente di rappresentanza, in cui accogliere la sua facoltosa clientela.




Giardino Bardini, giardino all' Italiana



Il Giardino Bardini integra tre giardini, diversi per epoca e stili:

- il giardino all’italiana, con la magnifica scalinata barocca;

- il bosco all’inglese che, con i suoi elementi esotici, rappresenta un raro esempio di giardino anglo-cinese;

- il parco agricolo in cui ha trovato posto un nuovo frutteto e lo splendido pergolato di glicini.

Il Giardino Bardini, grazie all’intervento della Fondazione, rappresenta oggi un’eccellenza del restauro:

finalmente, questo cuore verde di Firenze è tornato a battere nella sua città e per la sua città.




Giardino di Villa Bardini, glicine in fiore



Dove è sempre primavera.


Le fioriture.

Dal glicine alle ortensie, dagli iris alle rose: le collezioni botaniche del Giardino Bardini.

Le collezioni botaniche, con le loro rigogliose e colorate fioriture, sono le vere protagoniste del Giardino Bardini,

tornate finalmente a rifiorire grazie all’intervento della Fondazione Bardini e Peyron.

Camminando tra le piante, le aiuole fiorite e gli alberi, sarà proprio come camminare e immergersi nei sette secoli di storia della Villa e della città di Firenze.




Giardino Bardini, entrata tunnel glicine



Il Glicine. Il fiore e l’odore della coscienza

Il glicine è una tra le piante più suggestive e amate dai visitatori del Giardino Bardini.

Sarà per il pergolato completamente ricoperto da questi grappoli violacei o perché conduce fino alla Loggia del Belvedere da cui si può godere del panorama su Firenze e su San Miniato al Monte.

Come il Giardino e la Villa Bardini, questo fiore porta con sé un’antica storia e una provenienza lontana:

si narra che il glicine sia stato portato come rarità dalla Cina da Marco Polo,
anche l’effettivo arrivo nel nostro Paese è attestato a partire dal ‘700.

La particolarità di questa pianta è la sua capacità di accrescersi in modo rapido, intenso e costante, rendendo il glicine uno dei simboli dello sviluppo della coscienza umana:

la pianta rampicante, proprio come la coscienza umana si sviluppa velocemente con un costante movimento a spirale sino ad abbracciare il mondo esterno.

Dal lilla al violetto, dall’azzurro malva al rosato, lo spettacolo della fioritura del glicine è ammirabile al Giardino Bardini in primavera, tra aprile e maggio.




Giardino Bardini, rose



La rosa. Un colore per ogni sentimento.

Pianta e fiore fondamentale, la rosa è presente nel Giardino Bardini in numerose collezioni diverse:

rose bourbon, noisettiane, bengalensis, invadono di colori e forme molti luoghi del Giardino:

dalla scalinata al Belvedere, dall’oliveta fino all’ingresso su Costa San Giorgio.

» Periodo di fioritura: Giugno – Settembre




Giardino Bardini, ortensie



L’ortensia. Le sfumature dell’amore.

Dall’amore più puro a quello più ardente, nel Giardino Bardini sono presenti una sessantina di varietà di ortensie, coltivate con amore proprio nell’aiuola originaria in cui si trovavano prima del restauro: sotto al pergolato di glicini.

» Periodo di fioritura: Maggio – Luglio




Giardino Bardini, camelie



La camelia. Il fiore degli innamorati.

Alla luce, ma anche all’ombra, precisamente lungo le mura, cresce la collezione di camelie in alcune varietà storiche che erano particolarmente apprezzate nei giardini toscani ottocenteschi.

» Periodo di fioritura: Marzo




Statue della Terrazza panoramica



Le bordure di erbacee e gli Iris.

Ai lati del canale del drago e nel giardino di fiori in fondo alla scalinata, crescono le collezioni di felci e erbacee da ombra, in contrasto di colori e forme con le graminacee.

Al centro della scalinata invece, gli iris, che fioriscono ininterrottamente da dall’inizio della primavera sino all’autunno

» Periodo di fioritura: Aprile, Giugno – Agosto, Novembre



La collezione di frutti antichi.

La “fruttiera”, il giardino di frutti, aveva una funzione ben precisa: dividere la parte produttiva, da quella ornamentale.

Qui sono state reintrodotte diverse collezioni di antiche piante da frutto toscane: le mele, le pere, le pesche e diverse altre varietà di frutti.

» Periodo di fioritura: Marzo – Aprile




Terrazza panoramica con le statue e i fiori

tallines 02-04-2020 14:40

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Congo & Mauritania



Il 13 Marzo 2020, Windows 10 SpotLight Images ha aggiunto due Nuovi Paesi che prima non c' erano: la Tunisia e la Mauritania, entrambi in Africa .

La Tunisia ci viene presentata tramite un mammifero, l' Okapi .

La Mauritania tramite un paesaggio desertico, il Sahara .


Congo - Africa




Okapi (Okapia johnstoni) forest or Congolese giraffe, Congo



Okapia johnstoni


L'okapi è un mammifero artiodattilo giraffide originario del settore nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo in Africa centrale.

Nonostante presenti una serie di striature che ricordano molto quelle delle zebre, è più strettamente imparentato con le giraffe.

L'okapi e la giraffa sono le uniche specie viventi della famiglia dei Giraffidi.

L'okapi misura circa 1,5 m di altezza al garrese e ha una lunghezza media di circa 2,5 m. Il suo peso varia tra i 200 e i 350 kg.

È dotato di un lungo collo e di grandi orecchie flessibili.

Il manto ha colorazione variabile dal cioccolato al bruno rossastro, e su di esso spicca nettamente il bianco delle caviglie e delle strisce orizzontali e degli anelli che cingono le zampe.

I maschi sono dotati di brevi corna ricoperte di pelo chiamate ossiconi, che misurano meno di 15 cm di lunghezza.

Nelle femmine, invece, gli ossiconi sono assenti e al loro posto vi sono dei ciuffi di pelo.

Gli okapi sono prevalentemente diurni, ma possono essere attivi anche nelle ore notturne.

Essenzialmente solitari, si incontrano unicamente per accoppiarsi.


Gli okapi sono erbivori e si nutrono di foglie e boccioli di albero, erba, felci, frutta e funghi.

La fregola nei maschi e l'estro nelle femmine non dipendono dalla stagione.

In cattività, il ciclo estrale si ripete ogni 15 giorni.

Il periodo di gestazione è lungo circa 440-450 giorni, trascorsi i quali nasce di solito un unico piccolo.

Il piccolo rimane nascosto nel folto della foresta, e la madre lo allatta di rado.

I giovani iniziano ad assaggiare cibi solidi a partire dai tre mesi, e lo svezzamento ha luogo a sei mesi.

Gli okapi vivono nelle foreste a baldacchino ad un'altitudine di 500–1500 m.

Sono endemici delle foreste tropicali della Repubblica Democratica del Congo, più precisamente delle sue regioni centrali, settentrionali e orientali.


L'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) classifica l'okapi tra le specie in pericolo.

Tra i principali fattori che ne minacciano l'esistenza figura la perdita dell'habitat a causa dell'industria del legname e dell'avanzata degli insediamenti umani.

Anche la caccia intensa per la carne e la pelle e le estrazioni minerarie illegali hanno contribuito al declino della popolazione.


Nel 1987, con lo scopo di proteggere le popolazioni di okapi, è stato istituito l'Okapi Conservation Project.




Okapi (Okapia johnstoni) forest or Congolese giraffe, Congo

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Mauritania - Africa




Late afternoon landscape of Sahara desert dunes, Chinguetti, Adrar, Mauritania


Chinguetti


Cinguetti o Chinguetti è una città santa dell'Islam nel deserto della Mauritania.

Anticamente era uno ksar e importante centro nelle vie carovaniere, e ospitava ben 24 biblioteche.

Con l'avanzata della desertificazione ha perso ogni importanza.

Attualmente la città è divisa in due (vecchia e nuova) da un fiume di sabbia.

Si raggiunge in fuoristrada partendo da Atar e seguendo piste nel deserto.

Da qualche tempo si sono avviate iniziative, soprattutto su impulso dell'antropologo italiano Attilio Gaudio, per salvare il ricco patrimonio delle "biblioteche del deserto", tra cui quelle di Chinguetti, minacciate dall'avanzata delle sabbie.

La stima ed il recupero delle opere di Chinguetti è iniziato nel 1949 dopo una visita e un inventario pubblicato dal mauritano Mokhtar Ould Hamidoun.

Descrisse le opere in mano ai privati custodite in maniera pessima, lacerate e rose dalle termiti.

In mezzo a questa desolante situazione trovò testi antichi e preziosi e manoscritti rari.


Il testo più antico custodito nella città è di Ebi Hilal el-Askeri, un testo di teologia autografo del 480 dell'Egira.

Descrisse due grandi gruppi fra i testi, quelli di genere mauro e di genere egiziano.

La provenienza è da Egitto, Siria, forse Turchia e dal Maghreb, identificabili per un genere di scrittura comune dell'attuale Marocco, Algeria e Tunisia.

È conservata anche una produzione di eruditi locali, circa 240 volumi, di Ouadane, Oualata, Tichitt, Atar, Trarza e del Tagant con opere a volte in più volumi.

Al largo delle sue coste si trova il giacimento petrolifero omonimo.

Insieme con le città di Ouadane, Tichitt e Oualata fa parte dei Patrimoni dell'Umanità dell'Unesco della Mauritania.



Regione di Adrar

La regione di Adrar è una regione (wilaya) della Mauritania con capitale Atar.

La regione è suddivisa in 3 dipartimenti (moughataas):

- Atar
- Aoujeft
- Chinguetti



Mauritania

La Mauritania è uno Stato dell'Africa Occidentale che confina con il Sahara Occidentale a nord, l'Oceano Atlantico ad ovest, il Senegal a sud-ovest, il Mali a sud e ad est, e l'Algeria a nord-est.

Non va confusa con l'antica regione Mauretania.

In Mauritania ha corso una moneta non decimale.

La città capitale, e la più grande, è Nouakchott, che si trova sulla costa atlantica.

La Mauritania è attraversata al proprio interno dal confine tra mondo arabo e Africa nera.


Il nome Mauritania deriva dalle antiche tribù berbere dei Mauri e dal loro regno, la Mauretania > click, che divenne una provincia romana nel 33 d.C.

I romani chiamavano con il nome Mauri tutti i popoli nativi del Nord Africa.




Late afternoon landscape of Sahara desert dunes, Chinguetti, Adrar, Mauritania


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Il Deserto del Sahara

Il Sahara è il più vasto deserto caldo della Terra, con una superficie di 9000000 km².

Attraversato dal Tropico del Cancro (23° 27′ latitudine nord), si trova nell'Africa settentrionale, tra 16° di longitudine ovest e 35° longitudine est.

Si estende dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso per una lunghezza di circa 5000 km, con l'unica interruzione della Valle del Nilo,

e per una larghezza 1500–2000 km dal Mediterraneo fino alle regioni centrali dell'Africa,

dove il passaggio da deserto a savana è a volte assai incerto e stabilito da fattori di ordine climatico.

Il Sahara non ha un aspetto uniforme, si identificano infatti diversi tipi di paesaggio:

l'hammada, deserto di roccia nuda, liscia, incisa e lavorata dai venti che forma acute e taglienti schegge;

il serir, o reg, formato da uno strato di ciottoli e ghiaia;

l'erg, chiamato anche idean, nel Sahara centrale, formato dalle caratteristiche dune di sabbia.

Nel Sahara mancano totalmente corsi d'acqua e quindi l'idrografia è rappresentata da una rete di valli disseccate e di fiumi fossili

orientati verso il Niger, il Ciad, e il Nilo, nei quali scorre l'acqua solo in caso di piogge eccezionalmente abbondanti.

Ricchissima è invece la circolazione sotterranea alimentata da numerose falde poste a diverse profondità che danno origine alla grande maggioranza delle oasi.

La caratteristica fondamentale del Sahara è la forte siccità:

le precipitazioni sono ben al di sotto dei 100 mm annui.

Rapidissima è l'evaporazione, fortissimo il riscaldamento diurno e intensa l'irradiazione notturna che provocano ampie escursioni termiche fino a 25–30 °C.

Le temperature diurne raggiungono punte molto alte, nella stagione estiva comprese tra i 45 °C e i 50 °C di media

(nelle zone più interne si stima che questi valori possano essere superati, sebbene non ci siano stazioni meteorologiche che possano confermarlo con certezza),

mentre le piogge, soprattutto in alcune regioni, mancano del tutto.

Una particolarità del clima del Sahara sono i venti desertici, che prendono vari nomi: ad esempio simùn, harmattan, khamsin, ghibli.


Il Deserto del Sahara comprende i seguenti Paesi:

Marocco, Sahara Occidentale, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Sudan




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Summery


Importante >

ogni volta che verrà aggiunto uno Stato da Windows 10 SpotLight Images,

nello stesso post, verrà fatto anche il Summary .


Gli Stati degli USA, che mancano ancora all' appello, nel senso che non c'è ancora nessuna immagine riguardante gli stessi, postata

in Windows 10 SpotLight Images, sono i seguenti:


1 - Arkansas, USA

2 - Indiana, USA

3 - Kansas, USA

4 - Kentucky, USA

5 - Mississippi, USA

6 - Nebraska, USA

7 - North Dakota, USA

8 - Oklahoma, USA

9 - South Carolina

Per questo nuovo anno, il 2020 Il Congo e la Mauritania, sono rispettivamente il quarto e il quinto Paese ad essere stati aggiunti da Windows 10 SpotLight Images, dopo la Lituania, l' Estonia e la Tunisia:

1 - Gennaio 2020 > Lithuania > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=399

2 - Gennaio 2020 > Estonia > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=419

3 - Febbraio 2020 > Tunisia > https://www.hwupgrade.it/forum/showp...&postcount=428

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tallines 12-04-2020 17:42

Special Happy Easter

DalyPic

against

Covid-19




Oggi è interessante l' immagine che posto, in quanto è apparsa solo in in DailyPic Regno Unito, ed è l' unica immagine, fino ad adesso, pubblicata sull' argomento .

L' argomento purtroppo è quel maledetto Covid-19, e noi, visto il Thread Ufficiale, lo affrontiamo, con le immagini ;)

L' immagine vuole ringraziare praticamente tutti gli Operatori Sanitari che lavorano i Ospedale quali Medici, Infermieri, etc etc etc...........in UK .

Estendiamo il Ringraziamento a tutti gli Operatori Sanitari anche in Italia e in tutto il Tutto il Mondo, Worldwide .

Non sono eroi....Di Più............



DailyPic Regno Unito 02/04/2020


Blackpool Tower illuminated in blue to honour NHS workers during the coronavirus outbreak


Blackpool Tower

La Blackpool Tower o torre di Blackpool è un'attrazione turistica a Blackpool, nel Lancashire, in Inghilterra, che fu aperta al pubblico il 14 maggio 1894.

Una volta completata, la Blackpool Tower era la struttura artificiale più alta dell'Impero britannico.

Ispirato alla Torre Eiffel a Parigi, è alto 158 metri ed è la 120 ° torre indipendente più alta del mondo.

Blackpool Tower è anche il nome comune per gli edifici della torre, un complesso di intrattenimento in un blocco di tre piani in mattoni rossi che comprende la torre, il Tower Circus, la Tower Ballroom e i giardini pensili (giardini coperti sul tetto), che fu designato come edificio di I grado nel 1973 .

La torre viene ridipinta ogni sette anni da operai specializzati chiamati "stick men" .

Nei momenti di massimo afflusso di turisti vi sono impiegati 250 dipendenti.


La torre ha celebrato il suo 125 ° anniversario a maggio 2019.




Blackpool Tower illuminated in blue to honour NHS workers during the coronavirus outbreak


Andiamo a vedere cosa dice per questa immagine, come già spiegato, Peapix, Regno Unito > https://peapix.com/bing/30747


Clapping the carers

The blue heart shining out from Blackpool’s iconic tower in our homepage photo is part of a UK-wide salute to the nation’s health workers on the front line of the coronavirus battle.

While millions of people across the UK gathered at their doorways and windows to join a mass round of applause for the NHS last week as part of the #clapforourcarers campaign,

many landmarks were lit up in blue for the #lightitblue tribute.


Applaudire le badanti

Il cuore azzurro che brilla dall'iconica torre di Blackpool nella nostra foto sulla homepage è parte di un saluto in tutto il Regno Unito agli operatori sanitari della nazione in prima linea nella battaglia contro il coronavirus.

Mentre milioni di persone in tutto il Regno Unito si sono radunate alle loro porte e finestre per unirsi a una serie di applausi per il SSN la scorsa settimana come parte della campagna #clapforourcarers,

molti punti di riferimento sono stati illuminati in blu per l'omaggio #lightitblue.




Per Ringraziare gli Operatori Sanitari di tutto il Mondo, e anche quelli che operano in Italia :):

- per quello che hanno fatto,

- per quello che stanno facendo

- e per quello che faranno.................


avevo pensato a questa immagine, apparsa in DailyPic Stati Uniti, il 30 Marzo 2020 .

Anche perchè l' immagine, fotografa un luogo, molto vicino all' Italia :)

E perchè lo fanno con il Cuore





Aerial view of Galešnjak Island on the Adriatic coast of Croatia


L' immagine in Peapix, United States, è qui > https://peapix.com/bing/30719







E per finire.........Buona Pasqua :p >


https://www.youtube.com/watch?v=J0shXU_7rXg


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