medicina
02-08-2005, 11:15
La Stampa
«IL LIBRO DI DAVID LANE MI DIFFAMA». L’AUTORE: «CITO SOLO FATTI E SENTENZE»
E il Cavaliere querela Laterza
di Jacopo Iacoboni
28-07-2005
AL Cavaliere questo Economist e il mondo che gli ruota intorno non vanno proprio giù. Ieri ha querelato per diffamazione il corrispondente dall’Italia David Lane, autore di un libro intitolato L’ombra del potere e pubblicato da Laterza. Il primo risultato è che uno si va a sfogliare questo saggio. L’autore si intrattiene su due filoni specifici, «parlo soprattutto di questione morale e criminalità organizzata», racconta al telefono. Spiega di aver ricostruito alcune vicende processuali che riguardano il presidente del Consiglio italiano e due dei suoi più stretti collaboratori, Cesare Previti e Marcello Dell’Utri: «Il libro è una semplice sequenza di fatti, storie di corruzione, mafia. Oltretutto in Inghilterra è già uscito da più di un anno, come mai Berlusconi non ha querelato prima? E come mai non a Londra? Forse perché a Londra sarebbe stato chiamato a deporre in aula, lui che non ha mai voluto rispondere alle domande che gli ha mandato per iscritto l’Economist...». Il vanto di Lane è che il saggio è costruito sui fatti, totally british, nulla o quasi inedito, tutto stracontrollato. «Quando è uscito a Londra da Penguin l’editore mi fece chiamare dagli avvocati di Carter Ruck, il più importante studio londinese in materia di diffamazione. Per due giorni mi hanno sottoposto a un bombardamento di domande. Hanno scritto un rapporto di quaranta pagine fitte di quesiti. Ho dovuto rispondere a ognuno: citando fonti, notizie, documenti...». Nell’ordine, quotidiani, Corriere, Sole 24 Ore, Stampa, interviste a magistrati o avvocati, sentenze di tribunale, atti parlamentari, e naturalmente tanti libri, fra i quali Il mite giacobino di Alessandro Galante Garrone. «Anche la Costituzione italiana», dice. Con un vezzo: «Ho il dubbio che sia diventato un testo non citabile». Gli avvocati del Cavaliere chiedono un milione di euro di risarcimento per danni morali, e aggiungono un altro faldone al cahier giudiziario che impegna Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, una battaglia che viene da lontano. Nel 2001 l’Economist scrisse che Berlusconi era «unfit», inadeguato a guidare l’Italia, e il Cavaliere querelò Bill Emmott, il direttore del settimanale, un conservatore che avrebbe poi schierato la rivista a favore della rielezione di George W. Bush e dell’intervento angloamericano in Iraq: dissero che era un po’ comunista. Nell’agosto del 2003 era apparso un altro articolo su Berlusconi, stessa tesi, copertina leggermente diversa, e altra querela. «Sì sì, ho informato il comunista Emmott», sorride Lane, che dice di aver votato alle ultime elezioni per i liberali, e di non aver mai fatto politica «se non in epoca lontanissima, col partito conservatore». Non gli pare che la notizia della querela abbia preoccupato più di tanto Emmott, l’ha presa come un semplice, nuovo capitolo dell’incomunicabilità Roma-Londra. E pensare che «ho scritto questo libro come atto d’amore per l’Italia perbene», disse Lane all’ultimo Salone del libro durante una presentazione con Piercamillo Davigo («un magistrato non certo di sinistra»), Franzo Grande Stevens, il procuratore Giancarlo Caselli. Allora Lane esordì perentorio, ricordando il bivio davanti al quale si trovò l’Italia nel 1992, l’anno di Tangentopoli e delle stragi di mafia: «Ci fu una reazione, a Milano e a Palermo, sembrò che si potesse imboccare la strada del risanamento. Fu un’illusione. Oggi corruzione e mafia appaiono come due mali ben radicati nella società italiana. E la cosa non sorprende, se a capo del governo c’è un signore con due amici, uno condannato per corruzione e l’altro per mafia». Parole diffamatorie, accusa Berlusconi: ma al premier italiano, oltre all’«opacità», Lane non perdona anche molte prese di posizioni politiche. Per dire, quando definì i magistrati «antropologicamente diversi dal genere umano», «matti». O quando sostenne che la vera liberazione in Italia non arrivò nel ‘45 grazie agli angloamericani ma «con la sconfitta della sinistra nelle elezioni del 1948»: frase attestata a pagina 186 del libretto berlusconiano L’Italia che ho in mente. È iniziato il lungo braccio di ferro con l’altra Italia; quella che ha in mente Lane, e un certo numero di italiani.
«IL LIBRO DI DAVID LANE MI DIFFAMA». L’AUTORE: «CITO SOLO FATTI E SENTENZE»
E il Cavaliere querela Laterza
di Jacopo Iacoboni
28-07-2005
AL Cavaliere questo Economist e il mondo che gli ruota intorno non vanno proprio giù. Ieri ha querelato per diffamazione il corrispondente dall’Italia David Lane, autore di un libro intitolato L’ombra del potere e pubblicato da Laterza. Il primo risultato è che uno si va a sfogliare questo saggio. L’autore si intrattiene su due filoni specifici, «parlo soprattutto di questione morale e criminalità organizzata», racconta al telefono. Spiega di aver ricostruito alcune vicende processuali che riguardano il presidente del Consiglio italiano e due dei suoi più stretti collaboratori, Cesare Previti e Marcello Dell’Utri: «Il libro è una semplice sequenza di fatti, storie di corruzione, mafia. Oltretutto in Inghilterra è già uscito da più di un anno, come mai Berlusconi non ha querelato prima? E come mai non a Londra? Forse perché a Londra sarebbe stato chiamato a deporre in aula, lui che non ha mai voluto rispondere alle domande che gli ha mandato per iscritto l’Economist...». Il vanto di Lane è che il saggio è costruito sui fatti, totally british, nulla o quasi inedito, tutto stracontrollato. «Quando è uscito a Londra da Penguin l’editore mi fece chiamare dagli avvocati di Carter Ruck, il più importante studio londinese in materia di diffamazione. Per due giorni mi hanno sottoposto a un bombardamento di domande. Hanno scritto un rapporto di quaranta pagine fitte di quesiti. Ho dovuto rispondere a ognuno: citando fonti, notizie, documenti...». Nell’ordine, quotidiani, Corriere, Sole 24 Ore, Stampa, interviste a magistrati o avvocati, sentenze di tribunale, atti parlamentari, e naturalmente tanti libri, fra i quali Il mite giacobino di Alessandro Galante Garrone. «Anche la Costituzione italiana», dice. Con un vezzo: «Ho il dubbio che sia diventato un testo non citabile». Gli avvocati del Cavaliere chiedono un milione di euro di risarcimento per danni morali, e aggiungono un altro faldone al cahier giudiziario che impegna Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, una battaglia che viene da lontano. Nel 2001 l’Economist scrisse che Berlusconi era «unfit», inadeguato a guidare l’Italia, e il Cavaliere querelò Bill Emmott, il direttore del settimanale, un conservatore che avrebbe poi schierato la rivista a favore della rielezione di George W. Bush e dell’intervento angloamericano in Iraq: dissero che era un po’ comunista. Nell’agosto del 2003 era apparso un altro articolo su Berlusconi, stessa tesi, copertina leggermente diversa, e altra querela. «Sì sì, ho informato il comunista Emmott», sorride Lane, che dice di aver votato alle ultime elezioni per i liberali, e di non aver mai fatto politica «se non in epoca lontanissima, col partito conservatore». Non gli pare che la notizia della querela abbia preoccupato più di tanto Emmott, l’ha presa come un semplice, nuovo capitolo dell’incomunicabilità Roma-Londra. E pensare che «ho scritto questo libro come atto d’amore per l’Italia perbene», disse Lane all’ultimo Salone del libro durante una presentazione con Piercamillo Davigo («un magistrato non certo di sinistra»), Franzo Grande Stevens, il procuratore Giancarlo Caselli. Allora Lane esordì perentorio, ricordando il bivio davanti al quale si trovò l’Italia nel 1992, l’anno di Tangentopoli e delle stragi di mafia: «Ci fu una reazione, a Milano e a Palermo, sembrò che si potesse imboccare la strada del risanamento. Fu un’illusione. Oggi corruzione e mafia appaiono come due mali ben radicati nella società italiana. E la cosa non sorprende, se a capo del governo c’è un signore con due amici, uno condannato per corruzione e l’altro per mafia». Parole diffamatorie, accusa Berlusconi: ma al premier italiano, oltre all’«opacità», Lane non perdona anche molte prese di posizioni politiche. Per dire, quando definì i magistrati «antropologicamente diversi dal genere umano», «matti». O quando sostenne che la vera liberazione in Italia non arrivò nel ‘45 grazie agli angloamericani ma «con la sconfitta della sinistra nelle elezioni del 1948»: frase attestata a pagina 186 del libretto berlusconiano L’Italia che ho in mente. È iniziato il lungo braccio di ferro con l’altra Italia; quella che ha in mente Lane, e un certo numero di italiani.