blamecanada
17-05-2010, 10:25
Contratto d’ingresso... per licenziare
Mi onoro dell’amicizia personale di Pietro Ichino e dunque nulla può essere più lontano dalle mie corde di un’avversione preconcetta a quel che scrive o propone. Sed magis amica veritas e dunque non posso convenire con l’interpretazione che Ichino continua a offrire della proposta di legge sul contratto unico d’ingresso che egli ha presentato recentemente al Senato unitamente a Paolo Nerozzi, Ignazio Marino, Felice Casson e altri senatori del Pd.
Qual è la materia del contendere? Molto semplicemente, Ichino sostiene che la proposta di legge non condurrebbe ad alcun «aggiramento» dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mentre è vero il contrario. Attualmente, infatti, chi viene assunto a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa che occupi più di quindici dipendenti nella medesima unità produttiva o comunque nel medesimo comune (ovvero più di sessanta sul territorio nazionale) è tutelato sin dall’assunzione contro il licenziamento illegittimo mediante la reintegrazione nel posto di lavoro: e ciò a prescindere dal motivo per cui è stato illegittimamente intimato il licenziamento, si tratti cioè di motivo disciplinare o economico.
Secondo il ddl proposto da Ichino, invece, coloro che venissero assunti con il contratto unico d’ingresso e venissero illegittimamente licenziati entro il triennio dall’assunzione potrebbero aspirare al reintegro solo se licenziati per motivi disciplinari o discriminatori; in caso di licenziamento illegittimo per motivi economici, invece, non si farebbe luogo ad alcun reintegro, ma soltanto alla corresponsione di un’indennità variabile in funzione della pregressa durata del rapporto (art. 4 ddl).
Non vale obiettare che, essendo assunti con contratti a termine o di somministrazione o in virtù di collaborazioni a progetto, i giovani d’oggi l’articolo 18 non lo vedono neanche da lontano: a parte il fatto che le stime più recenti indicano che solo il 50% delle nuove assunzioni viene effettuato con tipologie contrattuali del genere, è appena il caso di osservare che la proposta di Ichino non farebbe altro che elevare a norma quel che attualmente è solo un (deprecabile) fatto. Cioè si limiterebbe a razionalizzare l’esistente nella forma di un’universalizzazione del precariato!
Naturalmente si può discutere se codesta universalizzazione sia opportuna o no. Ichino pensa di sì e come lui il Partito democratico, che per bocca di Paolo Gentiloni si è spinto recentemente a dire che se proposte del genere non ci fossero bisognerebbe inventarle. Personalmente, invece, ritengo che si tratti di una proposta sbagliata fin dalle sue premesse teoriche, che derivano da un noto pamphlet degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi; e avendone già scritto altrove (Un contratto precario per tutti?, www.economiaepolitica.it, 9 dicembre 2008 (http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/un-contratto-precario-per-tutti-2/)) e non avendo avuto ancora uno straccio d’obiezione né da Ichino né tampoco da Boeri e Garibaldi non reputo di dovermi ripetere. In ogni caso, la proposta di Ichino, Nerozzi e co. è questa e, come si capisce facilmente, implica una sostanziale modifica in senso peggiorativo dell’art. 18. Caro Pietro, perché negarlo?
Luigi Cavallaro
in data:13/05/2010 fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it/rubrica-file/Contratto-d-ingresso-----per-licenziare---LIBERAZIONE-IT.htm)
Caro Cavallaro, quel contratto serve ai giovani
C aro Direttore, rispondo a Luigi Cavallaro, che su Liberazione di giovedì 13 maggio mi interpella sul disegno di legge di Paolo Nerozzi, firmato anche da me e da numerosi altri senatori del Pd, ispirato al progetto di "contratto unico" di Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Lo stesso Luigi conclude il suo esame del progetto affermando che esso «implica una sostanziale modifica in senso peggiorativo dell'articolo 18» e me ne chiede conto. Ma poco prima riconosce che metà delle assunzioni oggi avvengono con contratti di lavoro a termine, "a progetto", di somministrazione, comunque non stabili; e che «i giovani d'oggi l'articolo 18 non lo vedono neanche da lontano». Questo è il punto: il progetto Nerozzi si propone di superare questo regime di apartheid fra protetti e non protetti, che oggi penalizza soprattutto i giovani.
Il progetto risponde a una rivendicazione che la Cgil ha fatto propria al congresso di Rimini di quattro anni fa: quella, cioè, di allargare il campo di applicazione del diritto del lavoro a tutta l'area della dipendenza economica dall'azienda, che è assai più ampia rispetto a quella del lavoro subordinato. E propone una definizione precisa di questa nozione: deve intendersi come "economicamente dipendente" il lavoro personale prestato continuativamente per un'unica azienda, quando il lavoratore ne trae complessivamente più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, e il reddito stesso non supera i 30mila euro annui. Una definizione che ha il pregio di ricomprendere non solo tutte le collaborazioni autonome continuative e i "lavori a progetto", ma anche tutte le posizioni di falso lavoro libero-professionale "con partita Iva", consentendone l'individuazione diretta anche soltanto sulla base dei tabulati dell'Inps o dell'Erario, senza bisogno di sofisticate disquisizioni giuridiche.
Un altro punto di grande importanza è che il progetto non tocca alcuna posizione di lavoro stabile già costituita, ma soltanto i rapporti di lavoro che nasceranno d'ora in poi nell'area allargata della "dipendenza economica". E a questi - tutti - applica la tutela forte (articolo 18) contro le discriminazioni e contro il licenziamento disciplinare non giustificato. Altro che aggiramento dell'articolo 18! Questa tutela, mentre non viene tolta a nessuno che oggi ne goda, per i rapporti destinati a nascere da qui in avanti vede aumentare drasticamente l'area di applicazione, fino a ricomprendere un'intera nuova generazione che ne è oggi esclusa. Quanto al licenziamento per motivi oggettivi, cioè economici od organizzativi, il progetto Nerozzi prevede per i primi tre anni un indennizzo per il lavoratore licenziato, in misura peraltro doppia rispetto a quella normalmente vigente negli altri Paesi europei; e dopo il triennio una estensione a tutti dell'articolo 18.
Se le cose stanno così, che senso ha continuare a rifiutare persino di aprire una discussione di merito su questo progetto e sugli altri analoghi che sono stati presentati da altri parlamentari del Pd, per il solo fatto che "toccano" l'articolo 18? I giovani, che - anche Luigi Cavallaro lo riconosce oggi l'articolo 18 non lo vedono neanche di lontano, chiedono un lavoro decente e la fine dell'attuale apartheid a loro danno. Non rende loro un buon servizio chi rifiuta addirittura di aprire il discorso sul come riprogettare e riscrivere un diritto del lavoro capace di applicarsi davvero anche a (tutti) loro.
Pietro Ichino
in data:17/05/2010 Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it/news-file/Caro-Cavallaro--quel-contratto-serve-ai-giovani---LIBERAZIONE-IT.htm)
Contratto d'ingresso per licenziare?
La replica di Pietro Ichino mi conferma che non avevo visto male. È infatti evidente che l'unico modo in cui egli può presentare la proposta sua e di Nerozzi come un miglioramento dello status quo consiste in un'indebita equiparazione tra una situazione di fatto e la sua regolamentazione prossima ventura. Ichino in sostanza ci dice: siccome la metà dei rapporti di lavoro che si costituiscono di questi tempi è tale da eludere l'applicazione dell'articolo 18, allora discipliniamoli in modo da garantirgli un po' più di tutela.
Si tratta tuttavia di un ragionamento fallace. In primo luogo, e banalmente, perché trascura di considerare che dopo l'istituzione del contratto d'ingresso saranno tutti i giovani a non poter godere di un'integrale applicazione dell'art. 18, non più solo il 50%; e che questo sia un miglioramento dello status quo mi pare francamente insostenibile. In secondo luogo, perché l'applicabilità della disciplina ai soli nuovi rapporti di lavoro rischia di conseguire l'effetto opposto di stabilizzare il dualismo del nostro mercato del lavoro: quale imprenditore resisterà all'«incentivo» di licenziare il neoassunto per motivi economici entro il triennio dall'assunzione e assumerne un altro al suo posto? In terzo luogo, ma più sostanzialmente, perché suggerisce che la colpa originaria di questa situazione ricada proprio sull'art. 18 : che cioè il deprecato dualismo affondi le sue ragioni nelle garanzie che esso appresta contro il licenziamento illegittimo.
Abbiamo più volte denunciato che quest'ultima è una tesi priva di fondamento scientifico e, di nuovo, non vogliamo ripeterci: il lettore che volesse approfondire, oltre al già citato Un contratto precario per tutti? (reperibile all'indirizzo www.economiaepolitica.it), potrà utilmente leggere un saggio che abbiamo pubblicato con Daniela Palma sul n. 4/2008 della Rivista italiana di diritto del lavoro , di cui proprio Ichino è stato per tanti anni apprezzato (e pluralista) direttore.
Prendiamo piuttosto atto, seppure a malincuore, che sulle ragioni che abbiamo portato per denunciare l'infondatezza degli addebiti usualmente mossi all'art. 18 né Tito Boeri né Pietro Garibaldi, che - insieme ad Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Nicola Rossi e tanti altri ancora - se ne sono fatti portatori, ci hanno mai degnato di una risposta. Evidentemente saranno molto occupati. Ma talvolta vien fatto di pensare che presentarsi nei salotti televisivi come «esperti» in totale assenza di contraddittorio è molto più comodo che misurarsi con chi, come noi, il dualismo del mercato del lavoro lo vorrebbe sì combattere, ma non da destra.
P.S. Caro Pietro, potresti suggerire a Nerozzi che la sua definizione aritmetica del concetto di «dipendenza economica» rischia paradossalmente di trasformare in potenziali lavoratori «autonomi» una larghissima fetta di lavoratori attualmente subordinati? Trentunomila euro di reddito annuo lordo equivalgono a circa 23-24.000 netti, ossia a circa 1.800 euro mensili per tredici mensilità…
Luigi Cavallaro
in data:17/05/2010 Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it/news-file/Contratto-d-ingresso-per-licenziare----LIBERAZIONE-IT.htm)
Bisogna smetterla di contrapporre lavoratori protetti e non protetti, facendo cosí si finirà solo per peggiorare la situazione dei primi riducendola a quella dei secondi. L'eguaglianza “eguaglianza dei porci” di essere tutti precari non è utile a nessuno.
Un precario non ha alcun interesse nel rendere precari gli altri, il suo interesse dev'essere quello di smettere di essere precario.
Le ricette di Ichino e compagnia non fanno che peggiorare le condizioni di chi è tutelato, con la scusa foglio-di-fico di migliorare la situazione di chi non lo è, basandosi sull'invidia che il contratto stabile suscita nei precari.
Mi onoro dell’amicizia personale di Pietro Ichino e dunque nulla può essere più lontano dalle mie corde di un’avversione preconcetta a quel che scrive o propone. Sed magis amica veritas e dunque non posso convenire con l’interpretazione che Ichino continua a offrire della proposta di legge sul contratto unico d’ingresso che egli ha presentato recentemente al Senato unitamente a Paolo Nerozzi, Ignazio Marino, Felice Casson e altri senatori del Pd.
Qual è la materia del contendere? Molto semplicemente, Ichino sostiene che la proposta di legge non condurrebbe ad alcun «aggiramento» dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mentre è vero il contrario. Attualmente, infatti, chi viene assunto a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa che occupi più di quindici dipendenti nella medesima unità produttiva o comunque nel medesimo comune (ovvero più di sessanta sul territorio nazionale) è tutelato sin dall’assunzione contro il licenziamento illegittimo mediante la reintegrazione nel posto di lavoro: e ciò a prescindere dal motivo per cui è stato illegittimamente intimato il licenziamento, si tratti cioè di motivo disciplinare o economico.
Secondo il ddl proposto da Ichino, invece, coloro che venissero assunti con il contratto unico d’ingresso e venissero illegittimamente licenziati entro il triennio dall’assunzione potrebbero aspirare al reintegro solo se licenziati per motivi disciplinari o discriminatori; in caso di licenziamento illegittimo per motivi economici, invece, non si farebbe luogo ad alcun reintegro, ma soltanto alla corresponsione di un’indennità variabile in funzione della pregressa durata del rapporto (art. 4 ddl).
Non vale obiettare che, essendo assunti con contratti a termine o di somministrazione o in virtù di collaborazioni a progetto, i giovani d’oggi l’articolo 18 non lo vedono neanche da lontano: a parte il fatto che le stime più recenti indicano che solo il 50% delle nuove assunzioni viene effettuato con tipologie contrattuali del genere, è appena il caso di osservare che la proposta di Ichino non farebbe altro che elevare a norma quel che attualmente è solo un (deprecabile) fatto. Cioè si limiterebbe a razionalizzare l’esistente nella forma di un’universalizzazione del precariato!
Naturalmente si può discutere se codesta universalizzazione sia opportuna o no. Ichino pensa di sì e come lui il Partito democratico, che per bocca di Paolo Gentiloni si è spinto recentemente a dire che se proposte del genere non ci fossero bisognerebbe inventarle. Personalmente, invece, ritengo che si tratti di una proposta sbagliata fin dalle sue premesse teoriche, che derivano da un noto pamphlet degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi; e avendone già scritto altrove (Un contratto precario per tutti?, www.economiaepolitica.it, 9 dicembre 2008 (http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/un-contratto-precario-per-tutti-2/)) e non avendo avuto ancora uno straccio d’obiezione né da Ichino né tampoco da Boeri e Garibaldi non reputo di dovermi ripetere. In ogni caso, la proposta di Ichino, Nerozzi e co. è questa e, come si capisce facilmente, implica una sostanziale modifica in senso peggiorativo dell’art. 18. Caro Pietro, perché negarlo?
Luigi Cavallaro
in data:13/05/2010 fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it/rubrica-file/Contratto-d-ingresso-----per-licenziare---LIBERAZIONE-IT.htm)
Caro Cavallaro, quel contratto serve ai giovani
C aro Direttore, rispondo a Luigi Cavallaro, che su Liberazione di giovedì 13 maggio mi interpella sul disegno di legge di Paolo Nerozzi, firmato anche da me e da numerosi altri senatori del Pd, ispirato al progetto di "contratto unico" di Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Lo stesso Luigi conclude il suo esame del progetto affermando che esso «implica una sostanziale modifica in senso peggiorativo dell'articolo 18» e me ne chiede conto. Ma poco prima riconosce che metà delle assunzioni oggi avvengono con contratti di lavoro a termine, "a progetto", di somministrazione, comunque non stabili; e che «i giovani d'oggi l'articolo 18 non lo vedono neanche da lontano». Questo è il punto: il progetto Nerozzi si propone di superare questo regime di apartheid fra protetti e non protetti, che oggi penalizza soprattutto i giovani.
Il progetto risponde a una rivendicazione che la Cgil ha fatto propria al congresso di Rimini di quattro anni fa: quella, cioè, di allargare il campo di applicazione del diritto del lavoro a tutta l'area della dipendenza economica dall'azienda, che è assai più ampia rispetto a quella del lavoro subordinato. E propone una definizione precisa di questa nozione: deve intendersi come "economicamente dipendente" il lavoro personale prestato continuativamente per un'unica azienda, quando il lavoratore ne trae complessivamente più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, e il reddito stesso non supera i 30mila euro annui. Una definizione che ha il pregio di ricomprendere non solo tutte le collaborazioni autonome continuative e i "lavori a progetto", ma anche tutte le posizioni di falso lavoro libero-professionale "con partita Iva", consentendone l'individuazione diretta anche soltanto sulla base dei tabulati dell'Inps o dell'Erario, senza bisogno di sofisticate disquisizioni giuridiche.
Un altro punto di grande importanza è che il progetto non tocca alcuna posizione di lavoro stabile già costituita, ma soltanto i rapporti di lavoro che nasceranno d'ora in poi nell'area allargata della "dipendenza economica". E a questi - tutti - applica la tutela forte (articolo 18) contro le discriminazioni e contro il licenziamento disciplinare non giustificato. Altro che aggiramento dell'articolo 18! Questa tutela, mentre non viene tolta a nessuno che oggi ne goda, per i rapporti destinati a nascere da qui in avanti vede aumentare drasticamente l'area di applicazione, fino a ricomprendere un'intera nuova generazione che ne è oggi esclusa. Quanto al licenziamento per motivi oggettivi, cioè economici od organizzativi, il progetto Nerozzi prevede per i primi tre anni un indennizzo per il lavoratore licenziato, in misura peraltro doppia rispetto a quella normalmente vigente negli altri Paesi europei; e dopo il triennio una estensione a tutti dell'articolo 18.
Se le cose stanno così, che senso ha continuare a rifiutare persino di aprire una discussione di merito su questo progetto e sugli altri analoghi che sono stati presentati da altri parlamentari del Pd, per il solo fatto che "toccano" l'articolo 18? I giovani, che - anche Luigi Cavallaro lo riconosce oggi l'articolo 18 non lo vedono neanche di lontano, chiedono un lavoro decente e la fine dell'attuale apartheid a loro danno. Non rende loro un buon servizio chi rifiuta addirittura di aprire il discorso sul come riprogettare e riscrivere un diritto del lavoro capace di applicarsi davvero anche a (tutti) loro.
Pietro Ichino
in data:17/05/2010 Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it/news-file/Caro-Cavallaro--quel-contratto-serve-ai-giovani---LIBERAZIONE-IT.htm)
Contratto d'ingresso per licenziare?
La replica di Pietro Ichino mi conferma che non avevo visto male. È infatti evidente che l'unico modo in cui egli può presentare la proposta sua e di Nerozzi come un miglioramento dello status quo consiste in un'indebita equiparazione tra una situazione di fatto e la sua regolamentazione prossima ventura. Ichino in sostanza ci dice: siccome la metà dei rapporti di lavoro che si costituiscono di questi tempi è tale da eludere l'applicazione dell'articolo 18, allora discipliniamoli in modo da garantirgli un po' più di tutela.
Si tratta tuttavia di un ragionamento fallace. In primo luogo, e banalmente, perché trascura di considerare che dopo l'istituzione del contratto d'ingresso saranno tutti i giovani a non poter godere di un'integrale applicazione dell'art. 18, non più solo il 50%; e che questo sia un miglioramento dello status quo mi pare francamente insostenibile. In secondo luogo, perché l'applicabilità della disciplina ai soli nuovi rapporti di lavoro rischia di conseguire l'effetto opposto di stabilizzare il dualismo del nostro mercato del lavoro: quale imprenditore resisterà all'«incentivo» di licenziare il neoassunto per motivi economici entro il triennio dall'assunzione e assumerne un altro al suo posto? In terzo luogo, ma più sostanzialmente, perché suggerisce che la colpa originaria di questa situazione ricada proprio sull'art. 18 : che cioè il deprecato dualismo affondi le sue ragioni nelle garanzie che esso appresta contro il licenziamento illegittimo.
Abbiamo più volte denunciato che quest'ultima è una tesi priva di fondamento scientifico e, di nuovo, non vogliamo ripeterci: il lettore che volesse approfondire, oltre al già citato Un contratto precario per tutti? (reperibile all'indirizzo www.economiaepolitica.it), potrà utilmente leggere un saggio che abbiamo pubblicato con Daniela Palma sul n. 4/2008 della Rivista italiana di diritto del lavoro , di cui proprio Ichino è stato per tanti anni apprezzato (e pluralista) direttore.
Prendiamo piuttosto atto, seppure a malincuore, che sulle ragioni che abbiamo portato per denunciare l'infondatezza degli addebiti usualmente mossi all'art. 18 né Tito Boeri né Pietro Garibaldi, che - insieme ad Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Nicola Rossi e tanti altri ancora - se ne sono fatti portatori, ci hanno mai degnato di una risposta. Evidentemente saranno molto occupati. Ma talvolta vien fatto di pensare che presentarsi nei salotti televisivi come «esperti» in totale assenza di contraddittorio è molto più comodo che misurarsi con chi, come noi, il dualismo del mercato del lavoro lo vorrebbe sì combattere, ma non da destra.
P.S. Caro Pietro, potresti suggerire a Nerozzi che la sua definizione aritmetica del concetto di «dipendenza economica» rischia paradossalmente di trasformare in potenziali lavoratori «autonomi» una larghissima fetta di lavoratori attualmente subordinati? Trentunomila euro di reddito annuo lordo equivalgono a circa 23-24.000 netti, ossia a circa 1.800 euro mensili per tredici mensilità…
Luigi Cavallaro
in data:17/05/2010 Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it/news-file/Contratto-d-ingresso-per-licenziare----LIBERAZIONE-IT.htm)
Bisogna smetterla di contrapporre lavoratori protetti e non protetti, facendo cosí si finirà solo per peggiorare la situazione dei primi riducendola a quella dei secondi. L'eguaglianza “eguaglianza dei porci” di essere tutti precari non è utile a nessuno.
Un precario non ha alcun interesse nel rendere precari gli altri, il suo interesse dev'essere quello di smettere di essere precario.
Le ricette di Ichino e compagnia non fanno che peggiorare le condizioni di chi è tutelato, con la scusa foglio-di-fico di migliorare la situazione di chi non lo è, basandosi sull'invidia che il contratto stabile suscita nei precari.