PDA

View Full Version : Riforma universitaria: in che direzione andare?


blamecanada
07-11-2009, 09:27
Mariastella Gelmini: L’università senza vocazione e l’(inedita) equità del mercato

In questo Primo piano proseguiamo la discussione sull’università, concentrando l’attenzione su alcuni (e prevalenti) presupposti delle proposte di policy correnti e sull’opportunità di riaprire su questo tema spazi per un contributo differente della sociologia.

In questa direzione può essere utile introdurre alcune considerazioni generali su quelle che potrebbero essere definite “mistificazioni ricorrenti” nel dibattito sullo stato di salute e sul destino dell’università italiana e quindi sulla necessità di recuperare strumenti di analisi propriamente sociologici.

Per esempio partendo da una concezione più sofisticata e realistica del mercato, in netto contrasto con la sua supposta neutralità da cui oggi viene fatto discendere anche un suo improbabile ruolo egualitarista e di giudice ‘neutrale’ della qualità.

1. L’illusionismo neoliberista

Considerare le politiche pubbliche sull’università senza discuterne i presupposti generali impedisce di valutare correttamente la loro adeguatezza rispetto alla realtà sociale e alle sue trasformazioni più complessive. Se la cosiddetta sociologia di policy può decidere di adottare esplicitamente il frame neoliberista, enfatizzato fuori tempo massimo nelle recenti politiche pubbliche su scuola e università; se quindi può nello stesso solco lavorare magari ad indicatori mainstream un po’ più sofisticati; in una prospettiva sociologica più ampia – critica e pubblica – non è invece possibile trascurare i forti limiti di quel frame, le illusioni che crea e gli spazi di manipolazione che apre.

La visione prevalente sul futuro dell’università ha il suo fulcro nell’idea, propria dell’economia neoclassica, del ruolo di regolatore benefico attribuito al mercato, una sorta di non-istituzione sociale, meccanismo neutro, astratto ed imparziale. Non è però una novità che questa accezione “magica” del mercato sia considerata largamente illusoria ed insoddisfacente da molti sociologi, dai classici fino agli sviluppi contemporanei della sociologia economica, e che il carattere sociale (e politico) della costruzione del mercato sia riconosciuto anche da importanti economisti. Gli unici mercati che si conoscano – quelli storici – non possono che essere costruiti socialmente, politicamente, culturalmente. Un esempio di analisi sociologica in questo senso è il saggio di Emmanuel Lazega (http://www.sociologica.mulino.it/doi/10.2383/29560) pubblicato da Sociologica (1/2009), che provocatoriamente si apre con una citazione di Adam Smith sulla spiccata capacità combinatoria (collaborativa/collusiva) dei ‘padroni’.

Salvifico ed onnipotente se lasciato lavorare, secondo i suoi paladini neoliberisti il mercato (e con esso la competizione) selezionerebbe i migliori; li responsabilizzerebbe, siano essi famiglie, studenti, ricercatori o atenei. Il mercato allocherebbe efficientemente le risorse, migliorando le performance; fornirebbe saldi e neutrali criteri per la valutazione della ricerca e della didattica; collegherebbe al meglio la produzione di sapere ai bisogni delle imprese (e magari dei cittadini). Sempre il mercato sarebbe in grado di guarire la corruzione che, si ritiene, attanaglia il mondo accademico in modo anomalo, non solo rispetto al mondo dell’impresa e della politica, ma anche in confronto al resto dell’impiego pubblico.

Passando subito ad un aspetto chiave, è difficile ignorare che invece i mercati mettono in gioco attori con relazioni al potere asimmetriche. La natura di questi ‘giochi’ non è autonoma dai contesti specifici di scambio, quindi dalle strutture di potere e dalle culture che li connotano, con esiti molto diversi perfino trattando risorse analoghe. La stessa origine del “valore”, usando qui il termine nell’accezione economica, deriva molto più da una definizione sociale – legata quindi al sistema di norme e di strutture di potere legittimate e legittimanti – che dalle supposte qualità intrinseche delle risorse scambiate. Saperi ed attori della loro ri-produzione non fanno eccezione a questa dinamica. Così, per esempio, la spiegazione sociologica dei processi di produzione e selezione socio-economica dell’innovazione non potrebbe limitarsi esclusivamente ai meccanismi del mercato, tema su cui i sociologi hanno attirato l’attenzione e prodotto innumerevoli e rilevanti contributi. La stessa tradizione critica di sociologia della conoscenza e delle strutture della sua produzione si fonda su questa semplice e concreta idea.

Ancora, pochi metterebbero oggi in dubbio l’importanza dei beni collettivi per lo sviluppo umano ed economico, ma quella stessa ottica raramente emerge a proposito del possibile rilancio di un ruolo pubblico dell’università. Questa si trova così spinta con sempre maggior naturalezza fra gli attori privati dell’economia, sia nelle politiche pubbliche, sia nelle pratiche (neo-patrimonialistiche o aziendalistiche, per certi aspetti in continuità), sia nell’analisi accademica.

In definitiva, il riconoscimento dei limiti della retorica di mercato appare ancora marginale nel dibattito scientifico nostrano sulla riforma dell’università, fortemente influenzato da approcci economicistici ed aziendalistici. Tutto questo succede mentre fuori dall’Italia si sta sviluppando un dibattito accademico, in particolare anglosassone e francese, sui guasti prodotti dall’invadenza e dalla supremazia della logica di mercato sia su alcuni principi cardine della comunità scientifica (ricerca della verità, libertà e pluralismo, trasparenza e divulgazione, rapporto fra università e editoria scientifica), sia su principi di uguaglianza sociale (si veda il problema dell’indebitamento degli studenti) e diritti umani (si pensi alla questione del brevetto di farmaci e geni). Né le istanze di protesta di alcune componenti specifiche del movimento globale anti-liberista, attive sui temi dell’educazione, della scienza e della tecnologia, o dei recenti movimenti studenteschi e dei ricercatori, in prevalenza precari, possono essere liquidate in blocco come “resistenziali”, lettura riduttiva, e non solo governativa. Piuttosto, queste istanze dovrebbero essere analizzate come testimonianze dei nuovi bisogni sociali e professionali, compressi dalle politiche neoliberiste e, nelle loro dinamiche interne, anche di tensioni contraddittorie, ma non per questo meno importanti per l’analisi della trasformazione sociale.

Avanzerò qui alcune considerazioni su due conseguenze della visione, per così dire, taumaturgica del mercato fra loro strettamente collegate: la pretesa che questo abbia un ruolo di promozione dell’eguaglianza sociale – c’è da capire quanto debitrice del clima culturale nazionale – e i supposti benefìci della competizione per la ricerca e la professionalità accademica.

2. Mercato & Equità: la strana coppia

Il consenso attorno all’ideologia di mercato si deve indubbiamente all’ampio appeal simbolico di alcuni messaggi specifici, fra i quali quello secondo cui il mercato premi i migliori, garantendo quindi qualità della selezione e della produzione, oltre che controllo sui costi.

Questa idea è però (davvero) segnata da una sorta di egualitarismo “ingenuo”, dato che davanti al tribunale del mercato le differenze fra individui dipendono ben poco dal loro merito – un concetto con molte facce rimaste ambigue e scarsamente illuminate nel discorso pubblico. Non è una novità che gli attori in competizione partano da dotazioni sociali diverse: a parità di impegno e ‘qualità’ individuali difficilmente potranno, sopportando gli stessi costi personali/famigliari, raggiungere gli stessi risultati. A meno che non si voglia intervenire appunto sulle dotazioni sociali di partenza. La faccenda è quindi molto più complicata da risolvere rispetto alla concessione di un prestito per pagarsi gli studi. La gara – se vogliamo restare ad una metafora cara a chi esalta il merito come metro di giudizio – è cominciata molto prima dell’iscrizione all’università. Siamo, qui, all’ABC della conoscenza della realtà sociale: è solo una volta assodata questa nozione di base che una discussione si può aprire proficuamente. Altrimenti davvero si resta nel campo dell’ideologia, magari sostenuta da indicatori di performance e comparazioni internazionali, che sistematicamente evitano di mettere in relazione le proprietà “misurate” con i contesti più ampi in cui esse si inseriscono.

Una rozza e mistificante ideologia del merito viene applicata massicciamente sia all’accesso alla formazione superiore, sia all’accesso alla professione accademica, immaginando non solo che la disuguaglianza si manifesti a scatti, piuttosto che essere il risultato di un percorso, ma anche che ciascun soggetto sia separato dal resto della società, che viva tutt’al più in una famiglia, mai in un quartiere, in un territorio, in un paese con determinate istituzioni e in un clima culturale e politico, per esempio più o meno vicino alla sua condizione. E’ da considerare una scorciatoia ingenua o pura finzione valutare il merito somministrando uniformemente test d’ingresso di cultura generale a giovani che hanno trascorso i primi 20 anni della propria vita in una casa popolare o in una villetta stile liberty, tanto più quando la scuola pubblica viene fortemente pauperizzata.

Guardando alla questione dell’accesso agli studi universitari, le proposte d’impostazione neoliberista ricorrenti nel dibattito italiano convergono sulla creazione di un mercato dei titoli di laurea, stratificato in base ai livelli di tasse di iscrizione. Attraverso prestiti differenziati in base al “merito” (le virgolette, a questo punto, mi sembrano d’obbligo), gli studenti si potranno laureare scegliendo le università migliori, che avranno tasse di iscrizione più elevate perché pagheranno i migliori docenti e servizi. Gli studenti “migliori” otterranno un titolo di studio con un marchio di qualità, una quotazione “di mercato” più elevata, grazie all’accesso a contenuti di maggior valore aggiunto, sempre secondo i parametri di mercato, e all’ambiente culturale più qualificato, sempre secondo il mercato (è un po’ ingenuamente che questa soluzione viene presentata anche come una via d’uscita alle trappole del credenzialismo). In una situazione di sottofinanziamento pubblico e incombente crisi finanziaria degli atenei, l’aumento delle tasse d’iscrizione per gli studenti, insieme all’abolizione del valore legale del titolo di studio (utile per accedere a impiego pubblico e professioni), viene presentata come la leva fondamentale per la liberalizzazione del settore e la promozione della concorrenza fra università, che porterebbero ad un sistema differenziato per qualità e specializzazione.

La prospettiva della liberalizzazione dell’università apre in realtà problemi di equità nell’accesso molto seri, in contrasto con le pretese egualitarie di una retorica neoliberista che appare maldestramente ammorbidita. Dal lato dell’offerta, è stata evidentemente ridimensionata l’idea di una diffusione territoriale delle opportunità di alta formazione e ricerca universitaria (certo, non polverizzate come quelle attuali) e delle esternalità socio-economiche positive che vi si collegano. Una riprova lampante di ciò è la recente graduatoria (agosto 2009) per la distribuzione del 7% del Fondo ordinario di finanziamento agli atenei, che premia gli atenei del nord senza tenere in minima considerazione gli handicap strutturali in cui le università del sud si trovano a lavorare, handicap che influenzano tutti gli indicatori utilizzati (per esempio il tasso di occupazione dei neolaureati). Con la stratificazione del sistema universitario affidata al mercato viene soprattutto abbandonata l’idea che un sistema nazionale debba garantire un’offerta con standard minimi uniformi, piuttosto che riprodurre squilibri pregressi. Predicando, dunque, il potenziale egualitario del mercato si rischia in realtà di rafforzare le attuali basi delle ineguaglianze territoriali.

Inoltre, non si può chiudere gli occhi sul fatto che la cosiddetta autonomia degli atenei – primo passo nella direzione della differenziazione – si è tradotta nella “irrazionale” proliferazione dei corsi di studio, che hanno la loro ragion d’esistere nel perseguimento “razionale” della massima utilità individuale di questo o quel potentato accademico. Questa deriva del resto non riguarda solo l’università, ma ampi settori dei servizi pubblici per i quali in modo sempre più evidente la liberalizzazione/privatizzazione non ha portato ai cittadini i benefici attesi e ha invece ampliato gli spazi per il diffondersi di forme particolaristiche di gestione delle risorse.

Dal lato della domanda, un minimo di contestualizzazione del problema, operazione evidentemente poco congeniale tanto all’approccio economico neoliberista quanto alle analisi di policy più diffuse, rende evidente la perversità della ricetta “più tasse d’iscrizione = più meritocrazia = più eguaglianza”. Prendiamo la posizione esemplare degli economisti Giavazzi e Perotti: a fronte della profonda trasformazione cui sono sottoposti i criteri di legittimità, legalità, onore in tutti gli ambiti della vita del paese da almeno un ventennio, entrambi sono convinti del ruolo cruciale dell’aumento delle tasse universitarie nella moralizzazione della vita accademica e per favorire l’equità sociale. Le famiglie ci penserebbero due volte – è il loro ragionamento – a mandare i figli all’università e gli studenti sarebbero più esigenti con i loro docenti (Giavazzi sulla prima pagina del "Corriere della sera", 3 luglio 2009). L’attuale università “gratuita” infatti sarebbe socialmente iniqua, perché all’università vanno pochi figli degli operai. Peccato però, come si ricordava poche righe sopra, che l’iniquità si sia prodotta ben prima di arrivare all’università, soprattutto quando (e dove) il welfare state si è affievolito e il principio di tassazione progressiva è, oltre che messo in discussione dall’impressionante evasione fiscale, pubblicamente delegittimato e ridicolizzato da farmacisti e gioiellieri a 1.000 euro al mese e dai nullatenenti possessori di yacht.

Purtroppo lo scambio proposto alle “famiglie operaie” come un’innovazione a loro favore è sintomatico di un mutamento politico-culturale profondo e devastante per i ceti sottoprivilegiati: “poveri, smettete di pagare l’università ai ricchi, se qualcuno di voi (e non tutti voi) ci vuol provare, gli concederemo un prestito ad hoc”. Quasi uno schiaffo, considerato che le opportunità di trovare e mantenere un lavoro qualificato sono sempre più, si può proprio dire, “merce rara”, in particolare per chi non può permettersi di aspettare una buona occasione e per chi vive in territori svantaggiati.

Ancora, il permanere del gap di origine sociale nel rendimento scolastico e nell’accesso all’università non viene letto come segnale di un deficit, territorialmente assai diversificato, di efficacia delle politiche sociali, educative e culturali, o anche come aspetto di un processo di trasformazione dei modelli culturali e valoriali. Il non “merito” viene invece analiticamente separato dal contesto in cui le persone costruiscono il loro capitale sociale e culturale: il “demerito” è prodotto esclusivo dell’agenzia/organizzazione formativa e/o di un cattivo inserimento dell’individuo o anche dal confronto con individui più fortunati.

In definitiva, mentre i cortocircuiti fra speculazione finanziaria e indebitamento sono sotto accusa in tutto il mondo, da noi si sostiene, quasi senza contradditorio, che l’indebitamento sia in fondo la migliore forma percorribile di redistribuzione sociale delle opportunità. Non importa che solo con molta fantasia e altrettanta spietatezza sociale si possa far scomparire la differenza che c’è tra avere e non avere debiti (o anche tra averne piccoli o grandi). Non viene purtroppo evidenziato che aumento delle tasse e debiti andrebbero a pesare relativamente di più sulle famiglie con bassi redditi, anche attraverso un maggiore condizionamento delle scelte formative e poi professionali. Questo ambito di libertà, contrariamente a quanto si sostiene, verrebbe ulteriormente compresso rispetto a quanto già non avvenga per i meccanismi di riproduzione delle diseguaglianze. Né si può prevedere che, quasi per magia, diminuirà il peso di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, più familista e clientelare anche nel settore privato, e con minori opportunità di collocazione per i laureati rispetto agli altri paesi europei. Riducendo la libertà nella scelta formativa, professionale e quindi nelle pratiche di lavoro, l’indebitamento funzionerebbe anche come potente amplificatore del processo di “corrosione del carattere” – secondo l’efficace espressione coniata da Richard Sennett – connesso alla flessibilizzazione selvaggia del lavoro, con un impatto non trascurabile sulla fibra produttiva, civile e politica del paese.

3. La meritocrazia “corrosiva” e il declino della professionalità

Secondo i sostenitori di una riforma neoliberista dell’università pubblica, solo introducendo principi di mercato e responsabilizzazione individuale si potrà premiare il merito nell’accesso al lavoro accademico, nelle carriere, così come buone politiche di ricerca e programmi didattici. Pur con lo sconto della sintesi, si capisce subito che la realtà è molto più complicata.

Non è una novità che, soprattutto nel breve termine, parametro privilegiato dal mercato e dai suoi sostenitori, il successo e la reputazione scientifica (soddisfatti standard qualitativi minimi di base, oggetto essi stessi di negoziato) dipendano più spesso da effetti di riconoscimento, di rete, di scuola, di struttura delle opportunità individuali e storiche, politiche ed economiche, che non necessariamente dalla “intrinseca” qualità dei lavori prodotti. Probabilmente non c’è potenziale o risorsa la cui valorizzazione – sociale ed economica – dipenda altrettanto ampiamente da relazioni di potere quanto la conoscenza. Gli stessi fattori che incidono sulla qualità della produzione scientifica, ampiamente definita da convenzioni sociali, sono del resto fortemente dipendenti dalle stesse strutture di valorizzazione. Un ambiente culturalmente stimolante, essere figli d’arte, provenire da famiglie socialmente ‘centrali’, non avere problemi economici e assistenziali, può migliorare molto le opportunità di accedere alla professione accademica, e in generale alle professioni più qualificate. Mi sembra poco credibile scandalizzarsene quando il modello di riferimento è una società a welfare minimo. Tuttavia, un aspetto meno presente nella discussione è il peso di questi fattori sociali nell’apertura di maggiori opportunità di diventare bravi. Si trascura troppo questo semplice e crudo aspetto: “bravi si diventa”, e ad ogni bivio opportunità e ostacoli possono intrecciare la condizione individuale in modo diverso a seconda di altre disuguaglianze di condizione. Il “mercato” non considera la distribuzione, in gran parte cumulativa, dei vincoli che ciascuno dovrà affrontare. Tant’è che quando si parla di meritocrazia nel discorso neoliberista non ci si riferisce ai risultati rispetto alle risorse, ma ai soli risultati e secondo parametri e logiche selezionate dal mercato, che ben poco hanno a che vedere con i principi di verità (plurale) cui dovrebbe tendere la scienza.

Dallo scarto fra queste retoriche e le pratiche ampiamente osservabili deriva che la stessa competizione è per lo più una finzione sociale, anche nel campo scientifico. Alcuni punti dello stesso saggio di Lazega sopra citato, che fa anche esplicito riferimento al campo accademico (p.18), possono essere chiarificatori. Il mercato viene descritto come un sistema a “nicchie”, caratterizzato da diverse forme di “disciplina sociale” collegate a status differenziati: rispetto ad un panorama dominato da una competizione per così dire “neutra” fra attori auto-centrati, ne prevale nettamente un altro, ben diverso, caratterizzato da cerchie cooperative, che sospendono la competizione interessate come sono a mantenere vantaggi quasi-monopolistici nel controllo su specifici ambiti, e da forme di solidarietà particolaristica, una dinamica ben nota anche in ambito accademico dove la regola della competizione tende ad operare prevalentemente nelle aree più periferiche del campo organizzativo.

L’ideologia meritocratica associata a liberalizzazione e aziendalizzazione del sistema universitario produce anche guasti specifici, sia che si pensi all’università come un attore economico fra gli altri del cosiddetto capitalismo cognitivo; sia che invece si voglia promuovere la sua funzione sociale e di bene pubblico. L’esasperazione del principio di mercato può avere un effetto fortemente negativo su alcune risorse specifiche, individuali ed istituzionali, come la fiducia e la cooperazione, che sono cruciali per la produzione scientifica – oltre che per la convivenza civile e la qualità della vita degli individui (aspetti importanti su cui sarebbe importante poter ritornare anche su queste pagine). I pesanti effetti della cosiddetta flessibilizzazione dei contratti di lavoro sulla qualità dei processi produttivi sono ormai piuttosto noti: eccessiva frammentazione, perdita di senso e di autonomia, spreco di conoscenza, progetti di corto respiro, deresponsabilizzazione, peggioramento del clima di lavoro, opportunismo esasperato, dinamiche di cricca, blocco della cooperazione e impossibilità di sinergia. Questo quadro desolante descrive anche la situazione di molti ricercatori, tanto più perché sono inseriti in processi produttivi che richiederebbero un’adesione forte, a tratti totalizzante, flessibile nel contenuto, con scadenze temporali e obiettivi non sempre definibili a priori. La stessa estensione di forme di valutazione standardizzata delle ‘prestazioni’ favorisce la ritualizzazione dei processi produttivi della ricerca, piuttosto che la promozione della loro qualità, e promuove comportamenti opportunistici, in particolare concentrati nella fase a valle della produzione, come le pratiche di plagio o di citazione strategica (dove l’elusione assume una valenza ancora più pesante). Ancora, le disuguaglianze sociali pesano ovviamente anche dentro gli stessi strati di professionalità precarizzata: da una posizione di vantaggio sociale risulteranno più tollerabili i pesi da sopportare; anche in termini di qualità e progetti di vita, i costi da sostenere saranno relativamente più bassi.

Nel suo complesso, una logica di tipo aziendale spinge il lavoro accademico ad intensificare la quantità di output e a cercare all’interno del mercato dei finanziamenti privati diretti e indiretti (attraverso l’editoria) il proprio riconoscimento e la propria giustificazione – con conseguenze pesanti sul pluralismo scientifico. Ne risulta indebolita una dimensione essenziale della professionalità tipica: fornire il massimo della prestazione senza commisurare gli sforzi agli obiettivi, poiché tendenzialmente ogni meta è concepita come il risultato del massimo della competenza esprimibile dal soggetto o dai soggetti coinvolti – idealmente, un obiettivo della/e personalità, piuttosto che legato al tempo investito. C’è insomma una tensione costante e crescente fra un principio di prestazione sufficiente e commisurata, e un principio etico-professionale di prestazione della massima qualità. La normalizzazione del lavoro accademico entra quindi in conflitto con un aspetto centrale della professione. Paradossalmente, l’idea di società della conoscenza che avanza invece di basarsi sulla promozione di un rafforzamento dell’autonomia di tutto il lavoro possibile, spinge verso la sua compressione anche negli ambiti dove questa appariva relativamente più ampia.

Un processo analogo a quello visto tra ricercatori riguarda anche gli studenti del cosiddetto 3+2, spinti a investire un tanto di tempo di preparazione ""sufficiente"" per un tanto di crediti formativi, conformandosi alla logica che vede corrispondere un modulo di conoscenza ad una quantità di tempo dedicato (spesso anche formalizzato in termini di pagine lette). Paradossalmente, laurearsi nei tempi programmati può significare perfino essere bravi studenti, che contribuiscono a tenere alti i parametri dei cosiddetti atenei “virtuosi”, per questo premiati con risorse aggiuntive. Quali “professionisti” avrà però prodotto un’università di questo tipo? Non succede solo che il modello competitivo-aziendale è spinto al punto da negare le premesse di alcune trasformazioni necessarie della professione accademica – come il lavoro collettivo e una maggiore capacità di trasferimento del sapere verso la società tutta. Succede anche che superficialità, ritualismo, deroga alle proprie responsabilità, opportunismo sono alimentate nella cultura di specialisti e professionisti che da questa università, senza vocazione, escono senza professionalità solide e indipendenti e per di più variamente “ricattabili” in misura della loro origine sociale.

Per concludere, l’università pubblica in Italia ha molti difetti, non lo si può negare, che ben poco hanno a che fare con la sua apertura di massa, come è stato giustamente sottolineato. Non per questo, però, le recenti ricette d’impronta neoliberista si devono ritenere credibili. Se, come ho ricordato, senza nessuna pretesa di originalità, mercato e meritocrazia non esistono nei termini impostisi al dibattito pubblico, non si può non vedere quanto essi siano costrutti estremamente funzionali a oscurare la natura politica degli scambi sociali. Non si può non vedere, per esempio, che la situazione dell’università italiana si inserisce in un contesto più ampio di affievolimento delle istituzioni del welfare, del valore stesso del lavoro e dei principi di promozione dell’uguaglianza, di scarso sostegno istituzionale alla scuola pubblica, di deterioramento tanto dell’etica professionale ed imprenditoriale quanto dell’etica pubblica e politica, oltre che di straordinaria confusione sul concetto di libertà. Non si può non ricordare che grandi investimenti per far funzionare davvero una università di massa di qualità sembrano mancare da molto tempo (la progressiva riduzione del finanziamento statale data metà degli anni ‘80).

Le retoriche sugli effetti salvifici della liberalizzazione dell’università appaiono, in conclusione, ingenue, se non palesemente mistificatorie. Qui si gioca una partita senza dubbio importante per la società di oggi e di domani. Sarebbe pertanto opportuno non lasciare che il dibattito sia appiattito sulle categorie del mainstream economico. La sociologia può contribuire alla discussione scientifica e pubblica con strumenti di analisi più sofisticati, rendendo più chiari ed espliciti i progetti di società di riferimento delle diverse proposte e le loro conseguenze sociali. Distinguendo anche le legittime posizioni politiche da argomenti smaccatamente mistificanti, cui un diluvio di dati quantitativi può forse fornire un supporto simbolico, ma non fondatezza e ragionevolezza.

Fonte: Giornalismo partecipativo (http://www.gennarocarotenuto.it/11273-mariastella-gelmini-luniversit-senza-vocazione-e-linedita-equit-del-mercato/)


Per conto mio osservo che:
1. i risultati siano pesantemente influenzati dalle condizioni di partenza, e lo Stato ha rinunciato ad ogni tentativo di compensare queste condizioni;
2. il mercato è considerata la panacea di tutti i mali in modo prettamente ideologico, nel senso che non è considerato il mezzo per raggiungere determinati fini umani, ma fine esso stesso;
3. non esiste nessuna forma di meccanismo “neutro”, a prescindere dalla sua efficacia o meno, e che sostenere il contrario sia una mistificazione;
4. il fatto che nelle università italiane ci saranno anche sprechi, ma sarebbe curioso vedere se nel resto del mondo, università con dei finanziamenti simili siano di qualità migliore;
5. finora in Italia le “liberalizzazioni” in ambito universitario sono state dei completi fallimenti, ed hanno portato a dei peggioramenti.

lowenz
07-11-2009, 10:44
Un liberista ti dirà semplicemente che "l'evoluzione prevede tutto questo, quindi è giusto così" :D

E dal suo punto di vista avrà la conferma che i "comunisti" sono parolai che scrivono pagine per autoingannarsi :p

ConteZero
07-11-2009, 10:52
Mi lascia basito come molta gente si preoccupi veramente di capire cosa pensano gli yesmen di questo governo.
Sono yesmen, dicono e fanno quello che gli viene detto, inventandosi poi qualche foglia di fico per nascondere le spudoratezze... credere che dietro ci sia un pensiero è sopravvalutarli grandemente.
Al più sono molto bravi ad usare parole in linea con la presunta direzione del governo ("mercato" pare molto gettonata) nelle loro giustificazioni.

daniele.messina
07-11-2009, 10:59
"Una riprova lampante di ciò è la recente graduatoria (agosto 2009) per la distribuzione del 7% del Fondo ordinario di finanziamento agli atenei, che premia gli atenei del nord senza tenere in minima considerazione gli handicap strutturali in cui le università del sud si trovano a lavorare, handicap che influenzano tutti gli indicatori utilizzati (per esempio il tasso di occupazione dei neolaureati)."

Non direi. Lo sarebbe se parlassimo del 100% del Fondo ordinario. Il fatto stesso che si tratta del 7% significa che in virtù degli handicap et cetera il 93% viene ripartito in parti uguali. La critica su questo punto è molto facile da costruire, non lo è altrettanto una critica costruttiva. La domanda è: come ripartire questa quota di risorse tenendo conto di handicap et cetera senza che questi diventino un alibi ed un elemento di appiattimento delle differenziazione con conseguente cancellazione dell'effetto di incentivazione di questo tipo di intervento?
La seconda domanda è: trovato un criterio che soddisfi il critico, si è egli chiesto se questo non sia equivalente in termini numerici all'adozione dei criteri attualmente in uso per il 7%, ma su una percentuale differente (più bassa)? Se così fosse ci sta facendo la supercazzola quando invece la critica si risolve in 4% e non 7%.

"Con la stratificazione del sistema universitario affidata al mercato viene soprattutto abbandonata l’idea che un sistema nazionale debba garantire un’offerta con standard minimi uniformi, piuttosto che riprodurre squilibri pregressi."

La trovo una conclusione arbitraria.

Per quanto riguarda le condizioni di partenza il discorso ha senso relativamente alle condizioni economiche, non relativamente alla preparazione, nel senso che per il secondo punto non è tanto responsabile lo Stato bensì in larga parte una classe di professori incapaci che produce un danno irreparabile ai giovani studenti, ben più importante delle diseguaglianze prodotte dalla condizione economica e sociale. L'istruzione primaria e secondaria dovrebbe essere proprio quell'elemento che fornisce i primi strumenti di superamento di queste diseguaglianze e non lo è, ma per colpa di chi?

"2. il mercato è considerata la panacea di tutti i mali in modo prettamente ideologico, nel senso che non è considerato il mezzo per raggiungere determinati fini umani, ma fine esso stesso;"

Anche questa mi sembra un'affermazione arbitraria, una creazione, creazione di un simbolo da avversare, una degenerazione di posizioni altrui che nasce per legittimare ideologicamente la propria posizione.

blamecanada
07-11-2009, 11:13
Un liberista ti dirà semplicemente che "l'evoluzione prevede tutto questo, quindi è giusto così" :D
E se cosí fosse ovviamente dimostrerebbero di non aver capito nulla di Darwin.

Qualsiasi cosa è prodotto dell'evoluzione, e qualsiasi cosa può essere eliminata dall'evoluzione, ma noi non possiamo saperlo se non ex post.
Pertanto tutti gli utilizzi teleologici di Darwin fanno ridere.

Per quanto riguarda le condizioni di partenza il discorso ha senso relativamente alle condizioni economiche, non relativamente alla preparazione, nel senso che per il secondo punto non è tanto responsabile lo Stato bensì in larga parte una classe di professori incapaci che produce un danno irreparabile ai giovani studenti, ben più importante delle diseguaglianze prodotte dalla condizione economica e sociale. L'istruzione primaria e secondaria dovrebbe essere proprio quell'elemento che fornisce i primi strumenti di superamento di queste diseguaglianze e non lo è, ma per colpa di chi?
Un ricco che ha problemi a scuola può pagarsi un insegnante privato.
Un povero si fotte.
Pertanto a partità di difficoltà è piú probabile che il ricco se la cavi, benché non ci siano differenze di “merito”, quanto di “mezzi”.

Questo a prescindere dalla qualità del corpo docente, che ovviamente andrebbe migliorata.

Inoltre il livello culturale della famiglia incide fortemente sul livello culturale dei figli.

Anche questa mi sembra un'affermazione arbitraria, una creazione, creazione di un simbolo da avversare, una degenerazione di posizioni altrui che nasce per legittimare ideologicamente la propria posizione.
Invece a me sembra che “va contro il mercato” sia una delle critiche piú utilizzate per chi propone soluzioni alternative a quelle di mercato. E sovente una riforma viene giustificata dicendo “s'introduce il mercato”, senza dir altro.


Per quanto riguarda i finanziamenti, il mio dubbio è questo: chi viene danneggiato dal taglio dei fondi? In primo luogo gli studenti.
Perché gli studenti devono essere danneggiati dall'incapacità degli amministratori della loro università? Se il mio rettore è un incapace che colpa ne ho io?

Ciascuno è responsabile di ciò che dipende da lui, gli studenti possono essere responsabili del proprio rendimento, ma non dell'amministrazione del loro ateneo.
Bisognerebbe punire chi offre un cattivo servizio, non chi lo riceve ed in parte lo paga.

gugoXX
07-11-2009, 11:15
Considero l'istruzione uno dei servizi che devono essere forniti dallo stato, insieme a sanita', trasporti, pubblica amministrazione(ovviamente) e difesa.

Uno degli errori dell'universita' italiana e' secondo me legare i finanziamenti ai presunti risultati, ovvero a quante persone escono e alla media del voto d'uscita. Aberrante circolo vizioso che apre a lassismo e inefficienza, addirittura controproducente e opposto allo scopo dell'universita'.

Non saprei come legarlo o come misurare l'efficienza di un ateneo. Ma sicuramente cosi' non va bene.

blamecanada
07-11-2009, 11:17
Non saprei come legarlo o come misurare l'efficienza di un ateneo. Ma sicuramente cosi' non va bene.

Il problema secondo me è che è molto difficile misurare cose del genere.

E poi non si deve avere l'illusione che le cose funzionino bene solo a causa delle leggi.
Non è che se domani sostituiamo le nostre leggi con quelle tedesche, gl'italiani diventeranno dei prussiani.

Ovviamente tentare di fare misurazioni è giusto, l'importante è non prenderle per oro colato. I parametri utilizzati potrebbero non essere i migliori.

Dream_River
07-11-2009, 11:32
Un liberista ti dirà semplicemente che "l'evoluzione prevede tutto questo, quindi è giusto così" :D

E dal suo punto di vista avrà la conferma che i "comunisti" sono parolai che scrivono pagine per autoingannarsi :p

Hai dimenticato di dire che gli verrebbero anche i brividi a pensare alle alternative che un tale articolo lascia immaginare:read:

Comunque, bell'articolo, intendo per come è scritto e sicuramente dice anche molte cose vere, ma sarebbe del tutto inutile ribattere, perchè il suo errore fondamentale è che parte da presupposti che non condivido assolutamente

Mi limito a dire che nessuno ha diritto all'univerisità (e tanto meno a una buona università), mentre tutti dovrebbero veder tutelato il loro diritto di non pagare l'università a qualcun altro che non sia se stesso
Le differenze di condizioni sociale di partenza possono essere attenuate con l'intervento statale per un brevissimo periodo del percorso formativo, di certo un periodo che non si estende fino all'università
E inoltre, il mercato non è un organismo neutro, ma con il passare del tempo (e delle crisi) evolverà sempre un nuove forme che si autoregolano in base al contesto sociale (e autoregolamentarsi, per fortuna, non significa che ridurrà la differenze sociali)

daniele.messina
07-11-2009, 11:38
Un ricco che ha problemi a scuola può pagarsi un insegnante privato.
Un povero si fotte.
Pertanto a partità di difficoltà è piú probabile che il ricco se la cavi, benché non ci siano differenze di “merito”, quanto di “mezzi”.

Questo a prescindere dalla qualità del corpo docente, che ovviamente andrebbe migliorata.

Inoltre il livello culturale della famiglia incide fortemente sul livello culturale dei figli.


Tutto vero, ma in primo luogo se un ricco e un povero hanno problemi a scuola, è la scuola stessa a doversene occupare.

Invece a me sembra che “va contro il mercato” sia una delle critiche piú utilizzate per chi propone soluzioni alternative a quelle di mercato. E sovente una riforma viene giustificata dicendo “s'introduce il mercato”, senza dir altro.

Ma è ben inteso che quella è una sintesi ed una semplificazione.


Per quanto riguarda i finanziamenti, il mio dubbio è questo: chi viene danneggiato dal taglio dei fondi? In primo luogo gli studenti.
Perché gli studenti devono essere danneggiati dall'incapacità degli amministratori della loro università? Se il mio rettore è un incapace che colpa ne ho io?

Ciascuno è responsabile di ciò che dipende da lui, gli studenti possono essere responsabili del proprio rendimento, ma non dell'amministrazione del loro ateneo.
Bisognerebbe punire chi offre un cattivo servizio, non chi lo riceve ed in parte lo paga.

Allora sarai favorevole all'introduzione di una figura/organo di amministrazione professionista che salta se opera con cattivi risultati.

mixkey
07-11-2009, 11:41
Pensare che io ero pagato per andare all'universita'. Circa cinquecentomilalire annue negli anni 70 di presalario.

lowenz
07-11-2009, 11:44
perchè il suo errore fondamentale è che parte da presupposti che non condivido assolutamente
Rileggi questa frase e vedi se ha senso :asd: :asd: :asd:

Mi limito a dire che nessuno ha diritto all'univerisità (e tanto meno a una buona università), mentre tutti dovrebbero veder tutelato il loro diritto di non pagare l'università a qualcun altro che non sia se stesso
Le differenze di condizioni sociale di partenza possono essere attenuate con l'intervento statale per un brevissimo periodo del percorso formativo, di certo un periodo che non si estende fino all'università
E inoltre, il mercato non è un organismo neutro, ma con il passare del tempo (e delle crisi) evolverà sempre un nuove forme che si autoregolano in base al contesto sociale (e autoregolamentarsi, per fortuna, non significa che ridurrà la differenze sociali)
Non c'è un diritto ad una "buona" università? :asd: Se pago ne ho eccome il diritto.....
Non sono i costi delle elementari a fare la differenza :asd:
Perchè sarebbe una non-fortuna ridurre le differenze sociali? :asd:

lowenz
07-11-2009, 11:48
Anche questa mi sembra un'affermazione arbitraria, una creazione, creazione di un simbolo da avversare, una degenerazione di posizioni altrui che nasce per legittimare ideologicamente la propria posizione.
Peccato che ci sia chi ci crede realmente :D

lowenz
07-11-2009, 11:57
Inoltre il livello culturale della famiglia incide fortemente sul livello culturale dei figli.
Non è tanto questione di livello culturale, quanto di dinamismo.

Il figlio di gente colta ma "ancorata" (gli stessi figli di piccoli imprenditori, non solo di dipendenti) può non fare carriera, il figlio di gente anche poco colta ma dinamica invece può fare carriera.

Il problema è che spesso il dinamismo ancor più della cultura è legato alle possibilità di approcciarsi al mondo che sono vincolate a loro volta alle possibilità economiche della famiglia.

Dream_River
07-11-2009, 12:15
E se cosí fosse ovviamente dimostrerebbero di non aver capito nulla di Darwin.

Qualsiasi cosa è prodotto dell'evoluzione, e qualsiasi cosa può essere eliminata dall'evoluzione, ma noi non possiamo saperlo se non ex post.
Pertanto tutti gli utilizzi teleologici di Darwin fanno ridere.


*

Rileggi questa frase e vedi se ha senso :asd: :asd: :asd:

L'ho scritta 15 minti dopo essermi svegliato, abbi pazienza :p

Non c'è un diritto ad una "buona" università? :asd: Se pago ne ho eccome il diritto.....

Pensavo si capisse che era sottinteso "Non tutti hanno diritto, ma è un diritto che si acquista"

Perchè sarebbe una non-fortuna ridurre le differenze sociali? :asd:

Perchè significherebbe che ho siamo tutti dei mediocri o qualcuno ci sta imponendo la mediocrità
Ed entrambe sono due prospettive tutt'altro che gradevoli IMHO

lowenz
07-11-2009, 12:27
Perchè significherebbe che ho siamo tutti dei mediocri o qualcuno ci sta imponendo la mediocrità
Ed entrambe sono due prospettive tutt'altro che gradevoli IMHO
Insomma, se l'evoluzione portasse a questo stato la rinnegheresti strappandoti i capelli perchè "Non è possibile che accada questo! :mad:" :p
Se l' "essere mediocri" è la condizione ideale per il fitting per una certo criterio, l'evoluzione sancirà dopo X tempo che siamo "tutti mediocri perchè va bene così" (e tu con meno capelli :D)
Un esempio evidente di "vittoria della mediocrità" sono proprio i rapporti affettivi, la gente "mediocre" non ha problemi ad averli, gli outlier col cavolo che riescono ad avere rapporti significativi :p

Cmq a tutti quelli che parlano di "equilibrio" ed "autoregolazione" (che non è "autoregolamentazione", sono due cose ben diverse) farei fare un bel corso di Teoria dei Sistemi e Ricerca Operativa e poi capirebbero che solo i matematici e gli ingegneri hanno il diritto (e la capacità) di usare correttamente quei paradigmi :sofico:

lowenz
07-11-2009, 12:35
Pensavo si capisse che era sottinteso "Non tutti hanno diritto, ma è un diritto che si acquista"
Se però pure l'università deve seguire logiche di mercato può capitare che "puntare alla minima qualità" sia più redditizio in certi contesti per lei.
Quindi una università "market-compliant" può benissimo essere pessima dal punto di vista formativo: ne ho qualche esempio fra le università private.....o meglio che si spacciano come tali (cioè come reali università ma non lo sono :asd: ).....guarda caso hanno sempre sede legale FUORI dall'Italia :p

mixkey
07-11-2009, 12:36
Insomma, se l'evoluzione portasse a questo stato la rinnegheresti strappandoti i capelli perchè "Non è possibile che accada questo! :mad:" :p
Se l' "essere mediocri" è la condizione ideale per il fitting per una certo criterio, l'evoluzione sancirà dopo X tempo che siamo "tutti mediocri perchè va bene così" (e tu con meno capelli :D)
Un esempio evidente di "vittoria della mediocrità" sono proprio i rapporti affettivi, la gente "mediocre" non ha problemi ad averli, gli outlier col cavolo che riescono ad avere rapporti significativi :p

Cmq a tutti quelli che parlano di "equilibrio" ed "autoregolazione" (che non è "autoregolamentazione", sono due cose ben diverse) farei fare un bel corso di Teoria dei Sistemi e Ricerca Operativa e poi capirebbero che solo i matematici e gli ingegneri hanno il diritto (e la capacità) di usare correttamente quei paradigmi :sofico:

Il fatto che esistano persone geniali con problemi nei rapporti umani non vuol dire che questa sia la regola. Conosco fior di persone tutt'altro che mediocri e con una vita affettiva eccellente.

Dream_River
07-11-2009, 12:37
Insomma, se l'evoluzione portasse a questo stato la rinnegheresti strappandoti i capelli perchè "Non è possibile che accada questo! :mad:" :p

No, probabilmente non me ne accorgerei neanche, e anche se me ne accorgessi, mi limiterei a una triste rassegnazione (Anche perchè non ho molti capelli da strapparmi :p )

Dream_River
07-11-2009, 12:43
Se però pure l'università deve seguire logiche di mercato può capitare che "puntare alla minima qualità" sia più redditizio in certi contesti per lei.


Certo, ognuno può specializzarsi a rispondere a una determinata domanda e prosperare su una particolare sacca di mercato

Però poi quando ci sarà qualcuno che richiederà lavoratori più specializzati e/o meglio formati, avrà poco da lamentarsi se i datori di lavoro volgeranno lo sguardo verso altre università che possono dare maggiori garanzie

lowenz
07-11-2009, 12:44
Il fatto che esistano persone geniali con problemi nei rapporti umani non vuol dire che questa sia la regola. Conosco fior di persone tutt'altro che mediocri e con una vita affettiva eccellente.
P.S.: ovviamente intendevo outlier in quel campo (non c'entra il genio): ovvero nei rapporti affettivi è favorita una persona "mediocre" come "competenze affettive" (cioè "normale") rispetto al profondo conoscitore della psiche e delle sue dinamiche (che sulla carta sarebbe invece favorito) perchè quest'ultimo desta più sospetto e riluttanza.

E' evoluzione anche questa :O

lowenz
07-11-2009, 12:53
Però poi quando ci sarà qualcuno che richiederà lavoratori più specializzati e/o meglio formati, avrà poco da lamentarsi se i datori di lavoro volgeranno lo sguardo verso altre università che possono dare maggiori garanzie
Anche qui dipende come definisci "l'essere garanzia" e dal contesto di mercato.....magari nel mondo liberal-anarchico di Dream River è più garanzia la furbizia della competenza e quindi verosimilmente verranno premiati i più furbi e non i più competenti :D

O se preferisci i più competenti in furbizia :asd:

lowenz
07-11-2009, 13:09
Uff, ho sbagliato a quotarmi :doh: :doh: :doh: e ho cancellato la risposta di prima a mixkey (ho modificato invece di quotare, che idiota :D)

Riporto qui quello che è finito prima:

P.S.: ovviamente intendevo outlier in quel campo (non c'entra il genio): ovvero nei rapporti affettivi è favorita una persona "mediocre" come "competenze affettive" (cioè "normale") rispetto al profondo conoscitore della psiche e delle sue dinamiche (che sulla carta sarebbe invece favorito) perchè quest'ultimo desta più sospetto e riluttanza.

E' evoluzione anche questa, nella sua controintuitività apparente :O

blamecanada
07-11-2009, 13:55
Mi limito a dire che nessuno ha diritto all'univerisità (e tanto meno a una buona università), mentre tutti dovrebbero veder tutelato il loro diritto di non pagare l'università a qualcun altro che non sia se stesso
Bene, molto interessante. Però la costituzione italiana suggerisce l'esatto contrario, ed il governo dovrebbe dare attuazione alla costituzione vigente.

E inoltre, il mercato non è un organismo neutro, ma con il passare del tempo (e delle crisi) evolverà sempre un nuove forme che si autoregolano in base al contesto sociale (e autoregolamentarsi, per fortuna, non significa che ridurrà la differenze sociali)
Vorrei sapere cosa significa “autoregolarsi”.
Che a lungo termine tutto si autoregoli può essere anche una legge di natura, ma bisognerebbe vedere se l'autoregolamento del mercato è funzionale agli obiettivi delle persone. Perché è questo che a noi importa, non una qualche mistica armonia cosmica.

Tutto vero, ma in primo luogo se un ricco e un povero hanno problemi a scuola, è la scuola stessa a doversene occupare.
Certo, ad esempio garantendo insegnanti di recupero gratuitamente.
Cosa che non viene affatto garantita.

Ma è ben inteso che quella è una sintesi ed una semplificazione.
Sí vabbè, perché gli elettori sono

Allora sarai favorevole all'introduzione di una figura/organo di amministrazione professionista che salta se opera con cattivi risultati.
Beh, certo. L'obiettivo dell'università pubblica è fornire ad ogni persona la miglior istruzione che, conformemente alle sue capacità ed al suo impegno, sia possibile ottenere.
L'organizzazione dell'università pubblica è puramente funzionale a tale scopo.

Non è tanto questione di livello culturale, quanto di dinamismo.
Il figlio di gente colta ma "ancorata" (gli stessi figli di piccoli imprenditori, non solo di dipendenti) può non fare carriera, il figlio di gente anche poco colta ma dinamica invece può fare carriera.
Il problema è che spesso il dinamismo ancor più della cultura è legato alle possibilità di approcciarsi al mondo che sono vincolate a loro volta alle possibilità economiche della famiglia.
Io parlo di successo scolastico, non di carriera.

Mi rendo conto di avere dei parametri da filosofo, e quindi il successo economico è un parametro che non prendo neanche in considerazione. Io se non fossi fissato con la pulizia potrei vivere benissimo come Diogene il cinico :asd:.

mixkey
07-11-2009, 14:01
P.S.: ovviamente intendevo outlier in quel campo (non c'entra il genio): ovvero nei rapporti affettivi è favorita una persona "mediocre" come "competenze affettive" (cioè "normale") rispetto al profondo conoscitore della psiche e delle sue dinamiche (che sulla carta sarebbe invece favorito) perchè quest'ultimo desta più sospetto e riluttanza.

E' evoluzione anche questa, nella sua controintuitività apparente

Ma questo e' vero tra gente mediocre che sceglie gente mediocre. E magari vero in un'epoca in cui la mediocrita' paga, non e' sempre stato cosi' e anche oggi non e' cosi' in tutti gli ambienti.
In ambienti, diciamolo pure, raffinati la persona colta e' favorita e non poco.
Purtroppo adesso persone di grande cultura vanno a lavorare nei call center, ovvio che li siano sfavoriti.

gugoXX
07-11-2009, 14:39
Si potrebbe pensare ad un'alternativa al finanziamento.
Quando ci si iscrive all'universita' si puo' decidere di pagare una retta "giusta", decorsamente adeguata.
Oppure si puo' decidere di andare a scuola quasi gratis, pagando un minimo basso.
In questa seconda ipotesi pero' per i primi N anni di lavoro successivi all'universita', dove N e' pari al numero di anni che si e' frequentato, si dovra' paghare' 1/10 di stipendio annuale alla scuola.
Tutti gli importi verrebbero anche pareggiati dalle sovvenzioni statali.

Cosi' la scuola e' incentivata a lavorare bene per sfornare ragazzi che verranno adeguatamente remunerati
E i ragazzi saranno spronati a terminare l'universita' prima per dover pagare meno.

Edit: No. Fa pena. La scuola sarebbe incentivata a tenere i ragazzi di piu', per poter ottenere piu' introiti.
A parte che a pensare male anche oggi potrbbe gia' essere cosi.
Edit2: Pero' ci sarebbe lo stato, che spronerebbe le universita' a lavorare piu' in fretta, per pagare di meno. Boh. Sono indeciso.

daniele.messina
07-11-2009, 14:51
Certo, ad esempio garantendo insegnanti di recupero gratuitamente.
Cosa che non viene affatto garantita.

C'è qualcun altro che come me ritiene che gli insegnanti della scuola media inferiore e superiore facciano molto meno di quello che dovrebbero e che già all'interno dell'orario si potrebbero risolvere il 90% dei problemi, senza andare a scomodare insegnanti di recupero?

blamecanada
07-11-2009, 19:20
C'è qualcun altro che come me ritiene che gli insegnanti della scuola media inferiore e superiore facciano molto meno di quello che dovrebbero e che già all'interno dell'orario si potrebbero risolvere il 90% dei problemi, senza andare a scomodare insegnanti di recupero?
Il problema secondo me è piú della preparazione e nella capacità di spiegare (non sempre chi sa è anche in grado di spiegare), purtroppo certi docenti non hanno una preparazione sufficiente per svolgere il loro lavoro, ed altri pur essendo preparati hanno metodi didattici poco efficaci. Soprattutto nelle discipline scientifiche, perché generalmente le persone piú preparate non insegnano, ed essendoci pochi laureati nelle discipline scientifiche, rimangono giusto i peggiori (a parte eccezioni pregevoli, ovviamente).
Io in fisica ho avuto dei prof. raccapriccianti...

Comunque, anche se quello che dici fosse vero, rimangono i corsi di recupero per il restante 10%.

ConteZero
07-11-2009, 19:26
C'è qualcun altro che come me ritiene che gli insegnanti della scuola media inferiore e superiore facciano molto meno di quello che dovrebbero e che già all'interno dell'orario si potrebbero risolvere il 90% dei problemi, senza andare a scomodare insegnanti di recupero?

Direi di no visto che un insegnante in genere è più quanto lavora FUORI dall'orario d'insegnamento stretto che quanto lavora DENTRO.
Se hai problemi ti faccio arrivare le fotocopie dei compiti in classe di cinque o sei classi di spagnolo, così ti metti lì a capire cosa scrivono, se sbagliano a scrivere*, se quel che dicono è corretto.
Con una media di 20 ragazzi a classe e di diciotto compiti in classe a quadrimestre vedi un po'...

* perché a volte hanno la botta di culo di spararla ad ... ed azzeccare un termine arcaico valido o desueto ma comunque accettabile... e tu devi controllare ogni fesseria sul vocabolario.

daniele.messina
07-11-2009, 20:05
@blamecanada
Trovo che il menefreghismo dell'insegnante sia un problema che viene prima della capacità di spiegare. "Hai capito? Bene. Non hai capito? Sei scarso. Quanti scarsi ci sono? Un quarto del totale? Ok, vado avanti". Ed ho visto accontentarsi di ben altre percentuali, ovvero appena due tre studenti che comprendevano le spiegazioni.

"Io in fisica ho avuto dei prof. raccapriccianti..."

Ti capisco...

@ConteZero
Secondo te fare verifiche su verifiche è la maniera migliore di gestire l'insegnamento? Nei miei ricordi ho in media 45 minuti di interrogazioni e 15 di spiegazioni per ogni ora. Io dico che c'è un errore di fondo in tutto questo.

blamecanada
07-11-2009, 20:16
@blamecanada
Trovo che il menefreghismo dell'insegnante sia un problema che viene prima della capacità di spiegare. "Hai capito? Bene. Non hai capito? Sei scarso. Quanti scarsi ci sono? Un quarto del totale? Ok, vado avanti". Ed ho visto accontentarsi di ben altre percentuali, ovvero appena due tre studenti che comprendevano le spiegazioni.
A me è capitato solo una volta, ma so di alcuni prof. cosí.
Ci dovrebbe essere un modo per liberarsi di persone che consciamente si rifiutano di svolgere il proprio lavoro correttamente.
Però non credo che la soluzione sia dare ai presidi poteri arbitrari nei confronti dei docenti, questo non farebbe che generare servilismo nei confronti del preside, che potrebbe tranquillamente essere un incompetente, od utilizzare i suoi poteri in malafede, magari per dissidî personali.
Si dovrebbe al contrario creare una proceura che, in presenza di comportamenti palesemente antiprofessionali permetta il licenziamento, l'articolo 18 proibilsce il licenziamento senza giusta causa, mica il licenziamento tout-court, basterebbe volerlo. Ovviamente la procedura deve basarsi su criteri il piú possibile obiettivi.


"Io in fisica ho avuto dei prof. raccapriccianti..."

Ti capisco...
Hai mai avuto un prof. di fisica che non sapesse che un grave cilindrico su un piano inclinato privo d'attrito scivola e non rotola? Che non sapesse che la proporzione a:b=c:d è equivalente all'equazione
a/b=c/d?
Io in quarta ho avuto una prof. cosí.

In quinta invece era perlopiú incapacità nello spiegare.

Cosí la fisica che era uno dei miei interessi principali, è stata esclusa tra le scelte per l'università :asd:. (Anche se devo dire che probabilmente avrei scelto comunque ciò che ho infine scelto).


@ConteZero
Secondo te fare verifiche su verifiche è la maniera migliore di gestire l'insegnamento? Nei miei ricordi ho in media 45 minuti di interrogazioni e 15 di spiegazioni per ogni ora. Io dico che c'è un errore di fondo in tutto questo.
Dipende dalla disciplina.
Credo che per imparare una lingua scrivere conti molto.

Anche per imparare a scrivere in Italiano, il miglior modo è dare da scrivere il piú possibile.

daniele.messina
07-11-2009, 21:06
@ConteZero
Secondo te fare verifiche su verifiche è la maniera migliore di gestire l'insegnamento? Nei miei ricordi ho in media 45 minuti di interrogazioni e 15 di spiegazioni per ogni ora. Io dico che c'è un errore di fondo in tutto questo.

Preciso che la questione è generale e non riferita necessariamente all'insegnamento di una lingua o alla situazione descritta da Contezero.

ConteZero
07-11-2009, 21:15
@ConteZero
Secondo te fare verifiche su verifiche è la maniera migliore di gestire l'insegnamento? Nei miei ricordi ho in media 45 minuti di interrogazioni e 15 di spiegazioni per ogni ora. Io dico che c'è un errore di fondo in tutto questo.

Guarda, sul registro qualcosa devi scrivere... a norma di legge e con le circolari alla mano le verifiche vanno fatte (almeno due a quadrimestre per classe).
E non puoi fare solo interrogazioni e pippotti simili, per la semplice ragione che qualcosa di solido (specie se rimandi/bocci qualcuno) devi presentarlo, altrimenti rischi la pelle.

daniele.messina
07-11-2009, 21:48
Guarda, sul registro qualcosa devi scrivere... a norma di legge e con le circolari alla mano le verifiche vanno fatte (almeno due a quadrimestre per classe).
E non puoi fare solo interrogazioni e pippotti simili, per la semplice ragione che qualcosa di solido (specie se rimandi/bocci qualcuno) devi presentarlo, altrimenti rischi la pelle.

Ma infatti il mio è un invito alla riflessione su queste norme.

ConteZero
07-11-2009, 21:57
Ma infatti il mio è un invito alla riflessione su queste norme.

Che non cambia nulla sul fatto che i professori in effetti siano una delle categorie che più lavora in senso stretto nella PA.

daniele.messina
07-11-2009, 22:12
Che non cambia nulla sul fatto che i professori in effetti siano una delle categorie che più lavora in senso stretto nella PA.

Non sono quegli stessi con due/tre mesi di ferie l'anno?

blamecanada
08-11-2009, 00:57
Non sono quegli stessi con due/tre mesi di ferie l'anno?
Come tutti i docenti del mondo.

Non mi pare che il lavoro del docente, se svolto onestamente, sia cosí privilegiato, lo stipendio non è nemmno granché.

Scalor
08-11-2009, 09:48
Si potrebbe pensare ad un'alternativa al finanziamento.
Quando ci si iscrive all'universita' si puo' decidere di pagare una retta "giusta", decorsamente adeguata.
Oppure si puo' decidere di andare a scuola quasi gratis, pagando un minimo basso.
In questa seconda ipotesi pero' per i primi N anni di lavoro successivi all'universita', dove N e' pari al numero di anni che si e' frequentato, si dovra' paghare' 1/10 di stipendio annuale alla scuola.
Tutti gli importi verrebbero anche pareggiati dalle sovvenzioni statali.

Cosi' la scuola e' incentivata a lavorare bene per sfornare ragazzi che verranno adeguatamente remunerati
E i ragazzi saranno spronati a terminare l'universita' prima per dover pagare meno.

Edit: No. Fa pena. La scuola sarebbe incentivata a tenere i ragazzi di piu', per poter ottenere piu' introiti.
A parte che a pensare male anche oggi potrbbe gia' essere cosi.
Edit2: Pero' ci sarebbe lo stato, che spronerebbe le universita' a lavorare piu' in fretta, per pagare di meno. Boh. Sono indeciso.

praticamente quello che succede in russia !:D


Come tutti i docenti del mondo.

Non mi pare che il lavoro del docente, se svolto onestamente, sia cosí privilegiato, lo stipendio non è nemmno granché.

ma..... a me sembra che lo stipendio da docente universitario.... non sia proprio malaccio ! il problema semmai è riuscire ad essere titolare di cattedra .in giovane età ! :D

perchè nelle università non si incomincia a rimuovere il parentelismo ? i concorsi con 2 partecipanti ?
perchè non si tolgono le sedi distaccate che vengono mantenute a spese delle province ?

gugoXX
08-11-2009, 11:35
praticamente quello che succede in russia !:D


Eh, ma in Russia i docenti sono pagati in briciole di pane.
Lo stipendio attuale e dell'ordine di 200-300$ al mese, detto proprio dalla figlia di un professore di Mosca.
Figlia che lavora(va) per una multinazionale a qualche isolato di distanza per 30.000$ anno.
Che peraltro e' anche molto ben preparata.

Poi magari funziona. L'istruzione in Italia e' uno dei pochi ambiti in cui c'e' la "proprieta' pubblica dei mezzi di produzione", e sfruttare l'esperienza Russa in questo caso non mi sembra un errore.

blamecanada
08-11-2009, 12:22
ma..... a me sembra che lo stipendio da docente universitario.... non sia proprio malaccio ! il problema semmai è riuscire ad essere titolare di cattedra .in giovane età ! :D
Mediamente i docenti universitari entrano in ruolo a 50 anni.
La maggior parte dei docenti, almeno nella mia facoltà, hanno dei contratti da ricercatori, dottorandi, od altre cose, sicché prendono due lire.

E poi credo si parlasse di docenti delle scuole medie superiori.