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View Full Version : [NEWS] Per favore non invadere la mia PAN


c.m.g
16-03-2009, 12:06
Lunedì 16 marzo 2009 - 10:29

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La chiamano Personal Area Network, è la nostra rete-aureola che ci segue ovunque e ci permette di parlare con ciò che sta intorno. E la privacy? Intervista all'antropologa Daniela Cerqui.

Tutto sta cambiando all'interno del nostro vecchio e personalissimo spazio vitale. Qui ci fanno compagnia, ora, le tecnologie della comunicazione da indossare. Soluzioni, come spieghiamo negli esempi di queste pagine, che a intervalli regolari trasmettono dati sensibili su di noi, raccontando dove ci troviamo, cosa diciamo e a chi, a quanto batte il nostro cuore, quanti chilometri maciniamo con le nostre scarpe da ginnastica. E che in più fanno viaggiare all'interno di una rete dai confini molto ravvicinati anche informazioni private come il numero di carta di credito, la password del Pc, le e-mail confidenziali.
Questa nuova dimensione di frequenze così vicina al nostro corpo è una PAN, Personal Area Network. Ovvero quella rete personale che nel giro di pochi metri, grazie a tecnologie pensate per lo scambio di dati a corta distanza, permette di collegare tra loro vari oggetti (Pc, telefonino, lettore mp3, magari il pacemaker) che a loro volta si collegano a internet o ad altre reti. Come a dire, non è più solo la trama bizzarra di un vecchio racconto cyberpunk. Stiamo davvero diventando cyborg, anzi. Lo siamo già. Perché pure l'ultimo confine, quello della pelle, sta per essere varcato anche dall'uomo della strada.
«I computer da indossare (wearable) e le altre iniziative che inseriscono chip negli oggetti di uso comune vanno in una precisa direzione: la barriera della pelle rimane l'ultima frontiera da attraversare perché il collegamento sia il più diretto possibile», spiega a Chips&Salsa l'antropologa Daniela Cerqui (http://wwwpeople.unil.ch/daniela.cerquiducret/), di origini italiane e oggi a Losanna, impegnata nello studio dei risvolti sociali e culturali del rapporto uomo-tecnologia.

È come una sorta di nuova catena dello sviluppo, iniziata con la macchina e ora arrivata all'uomo. Il telefono di casa un tempo era attaccato al filo, magari al muro, e serviva tutta la famiglia, spesso un intero caseggiato, una piccola comunità riunita al bar. Oggi ognuno ha il proprio in tasca, è diventato un oggetto strettamente personale. Il prossimo passaggio pare naturale quanto inquietante: il telefono inserito direttamente all'interno del nostro corpo. «Alcune ricerche hanno già lavorato in questo senso con l'idea di un cellulare impiantato in un dente», spiega Cerqui. Un'invasione di campo vitale che spinge il problema della privacy ben oltre la questione delle telecamere puntate su di noi in città a monitorare i nostri passi.

Tanto che lo stesso concetto di riservatezza, così come lo abbiamo inteso fino a oggi, perde il suo senso antico: «La nozione di libertà individuale all'origine delle nostre società democratiche si trova ora in conflitto con i valori della società dell'informazione. In questo mondo, i dati devono circolare di continuo e senza limiti. Se ognuno di noi pone i propri limiti secondo la propria privacy, il sistema non può funzionare», racconta Cerqui. E dove finisce il concetto di privacy termina anche quello di libertà. La tecnologia che ha affascinato per la sua capacità di ampliare le nostre opportunità, inizia in effetti a far venire un ragionevole dubbio… «È sempre lo stesso problema: pensiamo alla tecnologia in modo binario (uso buono e uso cattivo) e proviamo a sviluppare quello che consideriamo buono. Ma il negativo non è solo collaterale, fa parte del pacchetto. Andiamo chiaramente verso una società di controllo totale, con tutti i suoi aspetti negativi, che lo saranno anche per coloro che l'avranno voluta per controllare altre persone», chiosa la studiosa.

E dunque collegati, impiantati e sempre connessi, non resta a noi neppure la gestione del piccolo giardino fiorito del nostro spazio vitale. Quel luogo che con le grinfie e le buone maniere avevamo imparato a difendere dagli attacchi bonari o fastidiosi di amici, parenti, capiufficio intolleranti. Ora che è diventato anche un network, sarà difficile riuscire a far rispettare una delle regole base del nostro vivere in quiete: «Per favore, non invadete la mia PAN».

Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 14 marzo 2009

Eva Perasso



Fonte: VisionPost (http://www.visionpost.it/dlife/per-favore-non-invadere-la-mia-pan.htm)