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View Full Version : Il Giornalista Lirio Abbate : Risposta ai boss: noi giornalisti andiamo avanti


gretas
21-03-2008, 10:53
L'attacco ai giornalisti da parte dei boss della camorra è un segnale di debolezza e rappresenta la mossa della disperazione dei clan che sono sfiancati dalle inchieste della procura, gravati dalle condanne all'ergastolo e stroncati dai sequestri di beni accumulati in questi decenni. Diciamocela tutta: i camorristi, in particolare i Casalesi, sono alle corde, ormai umiliati dalle cronache che svelano i loro malaffari, forse non avevano tenuto conto del carcere a vita e della confisca dei patrimoni.

E così dalle celle, o dalla latitanza, i criminali continuano a dibattersi, per scaricare il nervosismo, come una lucertola a cui tagliano la coda proseguono a dimenarsi, prendendosela adesso con chi li ha smascherati, con chi ha reso pubblici i delitti commessi e le ricchezze raccolte con i traffici illegali. L'atteggiamento di questi clan assomiglia sempre più spesso a quello dei boss di Cosa nostra, ai mafiosi sanguinari che per decenni hanno sporcato le strade della Sicilia del sangue di politici, sindacalisti, magistrati, sacerdoti e giornalisti. Uccisi anche per aver toccato i fili dei business mafioso. E quando le cose sembravano, almeno in Sicilia, aver preso la via della sommersione, del silenzio delle armi, i boss sono tornati a farsi sentire, e in un caso anche a farsi vedere con la sfrontatezza che li contraddistingue. Lo hanno fatto quando si è iniziato a raccontare delle complicità della mafia, facendo nomi e cognomi di politici, professionisti e medici che per anni sono stati al fianco dei boss. E da quando i giornalisti hanno iniziato a contestualizzare i fatti, ponendo la domanda «perché?», è stato allora che sono arrivati i primi segnali intimidatori, le minacce di morte, fino a progettare un attentato sotto casa mia, fortunatamente sventato. I boss, o forse gli amici dai colletti bianchi dei boss, hanno perso la testa e continuano a dimenarsi senza controllo.

Per fortuna, e lo ripeto spesso, la polizia di Stato, per il mio caso, è sempre arrivata un attimo prima che i criminali attuassero il loro piani. I poliziotti sono sempre riusciti ad anticiparli. Ma ciò sembra non essere bastato, perché il volto della mafia è ricomparso più minaccioso di prima. È rispuntato una mattina di ottobre da un carcere di massima sicurezza, e a farlo è stato lo stragista Leoluca Bagarella che, chiedendo e ottenendo la parola a conclusione di un'udienza di un processo in cui era imputato di omicidio, ha puntato il dito contro di me. Ha iniziato a inveire perché sapeva che ero l'autore di una notizia che lo riguardava (come faccia un detenuto sottoposto al carcere duro del 41 bis a sapere che una notizia pubblicata da giornali e ripresa dai tg nasceva dall'Ansa e soprattutto chi fosse l'autore, per me rimane ancora un mistero).

E così Bagarella, dal collegamento in videoconferenza, ha parlato di «quello

dell'Ansa di Palermo».




Lui, il capomafia di Corleone, il cognato di Riina, l'uomo accusato di decine di

omicidi e di avere organizzato stragi, è uscito dall'ombra ed è venuto allo

scoperto per minacciarmi a viso aperto.

Come adesso hanno fatto questi due camorristi a Napoli. Vedete, i boss - a torto - vivono spesso nel loro mito di essere mafiosi, e qualcuno anche di essere un sicario delle cosche. Se ne vantano nei processi o in carcere. Ma quando all'esterno vengono svelati i loro contatti, i loro favoreggiatori dai colletti bianchi, i loro beni e le loro ricchezze, allora sì che si arrabbiano e iniziano a innervosirsi. Nel libro «I complici», che ho scritto con Peter Gomez, tutto questo intreccio è stato svelato. Nomi e cognomi sono stati scritti, ma la politica, nonostante ciò, sembra non averlo preso in considerazione. Gli unici che lo hanno fatto sono stati i diretti interessati: Cosa nostra & c. Eppure di politici moralmente collusi ve ne sono tanti, ma nonostante ciò sono stati riproposti come candidati alle elezioni politiche. Le minacce dei clan a Roberto Saviano, al magistrato Raffaele Cantone e alla cronista del Mattino Rosaria Capacchione, le cui azioni professionali sono da ammirare e incoraggiare, rappresentano lo specchio della realtà criminale italiana. Perché la camorra non ha paura che si parli della sua organizzazione; ha timore, invece, che si svelino gli affari dei clan, e quando questi finiscono in un libro o nelle pagine dei giornali, i boss vanno in tilt e partono all'attacco di giornalisti e magistrati.

Quello che sta accadendo in Campania, come in Sicilia, è un fatto unico nella storia giudiziaria italiana degli ultimi 50 anni: i magistrati sono passati all'attacco dell'economia mafiosa, stanno sequestrando i beni a camorristi e uomini di Cosa nostra. E in molti casi stanno riducendo i boss «in mutande».





Ma tutti dobbiamo fare la nostra piccola parte, senza essere eroi, prendendo

spunto dal coraggio, che ha come radice la parola cuore.

E per questo dico a tutti di mettercelo, questo cuore, per affermare la

legalità.



Lirio Abbate



http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6381

gretas
21-03-2008, 11:00
Lirio Abbate ha scritto insime a Peter Gomez il libro "I Complici",dalla sua uscita e' minacciato e scortato.

Nessuno affronta questo argomento in televisione.
Questi sono i giornalisti,che fanno informazione e che dovrebbero avere spazi quotidiani in tv.





Lirio Abbate

Peter Gomez




I Complici




Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano

Da Corleone al Parlamento





Il libro racconta tutto quello che in tv non ci vogliono dire: cioè i rapporti

politi trasversali (dall'Udc fino ai Ds) di un boss ora presentato solo come un

vecchio assassino ultimo rappresentate di una mafia arcaica ed animale.







«Sì, perché è quella l’unica immagine del vecchio Padrino che è bene rimanga negli occhi degli italiani. L’immagine di una mafia antica, un po’ animale, che un tempo uccideva anche personaggi importanti evidentemente solo per il gusto di uccidere.
Di tutto il resto, dei rapporti politici trasversali di Provenzano, del cassiere del suo clan, pupillo del presidente della Regione (UDC) e di un ministro UDEUR del governo Prodi, dei capi-mafia di Corleone da sempre amministratori dei beni di un importante deputato azzurro, del loro collega di Enna, abituato a baciare sulle guance e discutere di affari con un onorevole DS, mai cacciato e anzi promosso, è meglio non parlare. Le sentenze poi vanno lasciate assolutamente perdere. Condannano in primo grado Marcello Dell’Utri per tentata estorsione insieme al boss di Trapani, Vincenzo Virga, e Bruno Vespa si dedica al delitto di Cogne e al pigiama della signora Franzoni. L’attuale senatore UDC ed ex ministro Calogero Mannino si vede appioppare cinque anni e quattro mesi in appello (verdetto poi annullato con rinvio) e a “Porta a porta” discute di calcio scommesse con Maurizio Mosca e Aldo Biscardi.
Non è un caso. Se uno sa certe cose poi magari si mette delle strane idee in testa. Magari comincia a riflettere: forse, pensa, sono tutti innocenti, forse non hanno commesso reati, forse non avevano capito chi avevano di fronte. Ma se non sanno nemmeno distinguere un mafioso da un attivista di partito, perché bisogna permettere loro di amministrare la cosa pubblica?
Oggi le analisi della Confcommercio dicono che l’organizzazione capeggiata, fino all’11 aprile 2006, dal latitante corleonese raccoglie il pizzo dal 70 per cento delle attività commerciali in Sicilia (80 per cento a Palermo). L’Eurispes spiega che il fatturato complessivo delle tre mafie (Cosa Nostra, camorra e ’ndrangheta) nel 2006 ha toccato il 9,5 per cento del prodotto nazionale lordo. Il Censis, dopo aver consultato settecento imprese, aggiunge che senza «lo zavorramento mafioso annuo» le regioni del Mezzogiorno sarebbero sviluppate come quelle del Nord.
Ma un dato narra meglio di ogni altra indagine quello che sta accadendo: nella più moderna clinica di tutta l’isola, la Santa Teresa di Bagheria, di proprietà di un presunto prestanome di Provenzano, la Regione Sicilia versava per ogni ciclo completo di terapia antitumorale alla prostata 136.000 euro. Ora, dopo il sequestro da parte della magistratura, lo stesso ciclo costa 8.093 euro. E allora diventa chiaro che Cosa Nostra non conviene, che gli amministratori pubblici, collusi o distratti, vanno emarginati non per moralismo, ma per un semplice calcolo economico. I soldi che gestiscono sono nostri.
La mafia però non esiste. Ormai è solo ricotta e qualche vecchia lupara. Chi può pensare che un contadino come Provenzano stringa patti con uomini eleganti, dai buoni studi e dalle raffinate letture? Nessuno.
E allora abbiamo deciso di raccontare questa storia, la storia della sua latitanza e della sua presa del potere, come un romanzo. Fate conto che non sia vero niente. Ogni riferimento a fatti e circostanze realmente avvenute è puramente casuale».



Lirio Abbate e Peter Gomez .

gretas
21-03-2008, 11:25
Per l'insegnamento dell'antimafia nelle scuole








APPELLO ALLE ISTITUZIONI E AI CITTADINI ITALIANI



Per l'insegnamento dell'antimafia nelle scuole



Per una Legge sull'introduzione dell'insegnamento dell' antimafia nelle scuole
Diritto dei ragazzi e ragazze all'educazione e lo studio dell'antimafia nelle scuole di 2° grado .

Noi sottoscritti,

chiediamo al Parlamento Italiano di approvare a breve termine una legge per l'insegnamento dell'antimafia nelle scuole. Rivolgiamo un pressante invito ad adoperarsi per il raggiungimento dei suddetti obiettivi al Presidente della Repubblica, al Presidente della Camera , al Presidente del Senato e al Governo tutto, e a tutti quei Parlamentari cui preme, come a noi, contribuire all'effettiva realizzazione della funzione costituzionalmente assegnata all'educazione scolastica, che non è mero travaso di nozioni , ma passaggio cosciente di un testimone della memoria della storia della legalità di questo Paese.



Art. 1
Le scuole medie e superiori istituiranno, inserendole nelle attività curriculari dell'insegnamento della Storia, un'unità didattica sul tema della mafia,con l'obiettivo di insegnare l'antimafia a scuola. Su questo tema una più diffusa e corretta informazione è il punto di partenza anche per l'educazione ai valori della legalità .
Nell'unità didattica verrà data priorità alle testimonianze orali e scritte, alle documentazioni ufficiali,alla storia della mafia, all'intreccio tra: economia, politica, società e al tema dei rapporti internazionali della mafia .











http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6003

naitsirhC
22-03-2008, 12:37
Per l'insegnamento dell'antimafia nelle scuole








APPELLO ALLE ISTITUZIONI E AI CITTADINI ITALIANI



Per l'insegnamento dell'antimafia nelle scuole



Per una Legge sull'introduzione dell'insegnamento dell' antimafia nelle scuole
Diritto dei ragazzi e ragazze all'educazione e lo studio dell'antimafia nelle scuole di 2° grado .

Noi sottoscritti,

chiediamo al Parlamento Italiano di approvare a breve termine una legge per l'insegnamento dell'antimafia nelle scuole. Rivolgiamo un pressante invito ad adoperarsi per il raggiungimento dei suddetti obiettivi al Presidente della Repubblica, al Presidente della Camera , al Presidente del Senato e al Governo tutto, e a tutti quei Parlamentari cui preme, come a noi, contribuire all'effettiva realizzazione della funzione costituzionalmente assegnata all'educazione scolastica, che non è mero travaso di nozioni , ma passaggio cosciente di un testimone della memoria della storia della legalità di questo Paese.



Art. 1
Le scuole medie e superiori istituiranno, inserendole nelle attività curriculari dell'insegnamento della Storia, un'unità didattica sul tema della mafia,con l'obiettivo di insegnare l'antimafia a scuola. Su questo tema una più diffusa e corretta informazione è il punto di partenza anche per l'educazione ai valori della legalità .
Nell'unità didattica verrà data priorità alle testimonianze orali e scritte, alle documentazioni ufficiali,alla storia della mafia, all'intreccio tra: economia, politica, società e al tema dei rapporti internazionali della mafia .











http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6003


Non è una cattiva idea... anche se sono convinto che certe cose non si possono insegnare se non hai una certa visione della società.