Adric
13-07-2006, 16:12
Acqua: Le vere ragioni della siccità nella Pianura padana
Domenica, 09 luglio
Sulle Alpi decine di dighe sono stracolme. Hanno catturato la pioggia e la neve che si scioglie. Sono una riserva di energia da vendere a caro prezzo. Ecco perché la pianura padana è rimasta a secco...
Sono stati costretti a inviare i vigili urbani con il megafono per invitare i cittadini a risparmiare l’acqua, avvertendo che possono verificarsi interruzioni del servizio. Ma non siamo ad Agrigento.
La scena è ambientata a Varese, una città e una provincia che abbraccia due laghi, il Ticino e innumerevoli corsi d’acqua minori. Un paradosso. Eppure, dal 1990 a oggi, la falda si è abbassata di ben sei metri. Così l’emergenza è già scattata nel 2005 e quest’anno si è aggravata, con diversi comuni rimasti a secco e la popolazione costretta a dissetarsi grazie alle autobotti dei vigili del fuoco. Varese non è un caso isolato.
Da qualche anno, nella verde pianura padana solcata dal grande Po, si soffre la sete, con i laghi che calano paurosamente, fiumi che a ogni estate toccano un nuovo record storico a causa della siccità e sindaci costretti a emanare ordinanze e avvisi alla popolazione per evitare sprechi e usi impropri. Certo, noi italiani non scherziamo in quanto a consumi: con 237 litri al giorno pro capite, siamo ai primi posti in Europa nella hit parade degli sciuponi. A Varese, poi, avevano esagerato spingendosi a 500 litri al giorno per abitante. Sicuramente troppo.
Ma non sembra essere questa la causa principale della grande sete. E allora dove è finita l’acqua? È colpa della pioggia che non arriva e della neve sempre più scarsa? Tutto sommato, con una media annuale di 1.108 millimetri di precipitazioni piovose, la pianura padana è una delle zone più ricche d’acqua del pianeta. E allora che cosa può essere accaduto? Chi ha "rubato" la pioggia? In Lombardia, le 76 dighe che imbrigliano fiumi, ruscelli e sorgenti sono stracolme, ma a valle giunge solo un rivoletto. Lo chiamano "minimo deflusso vitale", ma non sempre c’è.
A denunciare l’anomala situazione che si è venuta a creare per l’ennesima estate, è la Coldiretti che deve fare i conti con centinaia di ettari il cui raccolto è compromesso dalla mancata irrigazione: «I bacini alpini, pur essendo pieni, vengono mantenuti chiusi dalle società elettriche che ne hanno la concessione per la produzione di elettricità, impedendo che l’acqua giunga a valle, sottraendola ai cittadini, all’ambiente e all’agricoltura». Un’accusa molto precisa che ha alimentato una "guerra dell’acqua" tra l’Anbi (Associazione nazionale delle bonifiche) che si occupa di irrigazione, e i gestori dell’energia.
L’acqua, l’oro blu del terzo millennio, è catturata per ricavarne profitti. Finisce perfino imbottigliata e venduta nei supermercati a 300 euro al metro cubo. Ma l’acqua è anche energia e in tempi di caropetrolio può accadere di tutto. «Con la liberalizzazione del mercato dell’energia, i prezzi sono determinati dall’andamento della Borsa. Mediamente nei mesi di aprile, maggio e giugno», spiega Ludovici, «i prezzi dell’energia elettrica sono relativamente bassi, ma tendono ad alzarsi notevolmente in luglio e agosto quando la richiesta di energia è più alta per il grande caldo». I gestori, quindi, accumulano energia sotto forma di acqua per poterla poi vendere in un periodo più favorevole dal punto di vista del mercato.
Anche l’agricoltura, secondo il Wwf, va messa sul banco degli accusati malgrado sia anche vittima della siccità. L’agricoltura è il maggior utilizzatore d’acqua, ma per la legge è al secondo posto in ordine di priorità, dopo l’uso idropotabile. Per incentivare il risparmio con metodi più razionali, per il Wwf occorrerebbe far pagare l’acqua non "a superficie" ma "a quantità". In pratica, gli agricoltori dovrebbero sborsare un tanto a metro cubo e non un semplice canone annuale, indipendentemente da quanta acqua si spande sui campi. Invece, accade che sulla bolletta dell’acqua potabile i cittadini vedano apparire la voce: "Consorzio di bonifica per ravvenamento falda". Si tratta di pochi euro, che tutti sborsiamo per finanziare i consorzi di bonifica. Ma paghiamo sempre di più l’energia elettrica e alla fine rimaniamo pure senza acqua.
Nella piana assolata la terra non si colora più di verde: il primo tepore di primavera ingiallisce gli stentati pascoli prima che i radi fili d’erba possano riprendere a germogliare. A toccarlo, più che di terra sembra essere di sabbia il suolo di questo avamposto del "deserto" nel Sudest della penisola. Siamo in Capitanata, provincia di Foggia, ma sembra d’essere alle porte del Sahara. Un tempo una pianura fertilissima, oggi queste contrade sono una landa desolata dove i fiumi sono ridotti a una pietraia. A causa del deserto che avanza, decine di piccoli agricoltori hanno abbandonato le loro masserie dove prima si producevano quintali di pomodori. Queste terre rimaste a secco sono una delle 14 zone dell’Italia esposte al rischio di desertificazione. Migliaia di ettari sparsi tra le province di Agrigento, Siracusa, Reggio Calabria, Potenza, Bari, Foggia, Sassari. Novantamila chilometri quadrati, il 27 per cento del Belpaese esposto allo scirocco e alla sabbia rossa che arriva dall’Africa. La desertificazione è una delle più gravi emergenze ambientali e minaccia circa un miliardo di abitanti degli oltre 100 Paesi a rischio e un quarto delle terre del pianeta. Per questa ragione, l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 2006 "Anno internazionale dei deserti e della desertificazione".
da Famiglia Cristiana
(canisciolti.info)
Domenica, 09 luglio
Sulle Alpi decine di dighe sono stracolme. Hanno catturato la pioggia e la neve che si scioglie. Sono una riserva di energia da vendere a caro prezzo. Ecco perché la pianura padana è rimasta a secco...
Sono stati costretti a inviare i vigili urbani con il megafono per invitare i cittadini a risparmiare l’acqua, avvertendo che possono verificarsi interruzioni del servizio. Ma non siamo ad Agrigento.
La scena è ambientata a Varese, una città e una provincia che abbraccia due laghi, il Ticino e innumerevoli corsi d’acqua minori. Un paradosso. Eppure, dal 1990 a oggi, la falda si è abbassata di ben sei metri. Così l’emergenza è già scattata nel 2005 e quest’anno si è aggravata, con diversi comuni rimasti a secco e la popolazione costretta a dissetarsi grazie alle autobotti dei vigili del fuoco. Varese non è un caso isolato.
Da qualche anno, nella verde pianura padana solcata dal grande Po, si soffre la sete, con i laghi che calano paurosamente, fiumi che a ogni estate toccano un nuovo record storico a causa della siccità e sindaci costretti a emanare ordinanze e avvisi alla popolazione per evitare sprechi e usi impropri. Certo, noi italiani non scherziamo in quanto a consumi: con 237 litri al giorno pro capite, siamo ai primi posti in Europa nella hit parade degli sciuponi. A Varese, poi, avevano esagerato spingendosi a 500 litri al giorno per abitante. Sicuramente troppo.
Ma non sembra essere questa la causa principale della grande sete. E allora dove è finita l’acqua? È colpa della pioggia che non arriva e della neve sempre più scarsa? Tutto sommato, con una media annuale di 1.108 millimetri di precipitazioni piovose, la pianura padana è una delle zone più ricche d’acqua del pianeta. E allora che cosa può essere accaduto? Chi ha "rubato" la pioggia? In Lombardia, le 76 dighe che imbrigliano fiumi, ruscelli e sorgenti sono stracolme, ma a valle giunge solo un rivoletto. Lo chiamano "minimo deflusso vitale", ma non sempre c’è.
A denunciare l’anomala situazione che si è venuta a creare per l’ennesima estate, è la Coldiretti che deve fare i conti con centinaia di ettari il cui raccolto è compromesso dalla mancata irrigazione: «I bacini alpini, pur essendo pieni, vengono mantenuti chiusi dalle società elettriche che ne hanno la concessione per la produzione di elettricità, impedendo che l’acqua giunga a valle, sottraendola ai cittadini, all’ambiente e all’agricoltura». Un’accusa molto precisa che ha alimentato una "guerra dell’acqua" tra l’Anbi (Associazione nazionale delle bonifiche) che si occupa di irrigazione, e i gestori dell’energia.
L’acqua, l’oro blu del terzo millennio, è catturata per ricavarne profitti. Finisce perfino imbottigliata e venduta nei supermercati a 300 euro al metro cubo. Ma l’acqua è anche energia e in tempi di caropetrolio può accadere di tutto. «Con la liberalizzazione del mercato dell’energia, i prezzi sono determinati dall’andamento della Borsa. Mediamente nei mesi di aprile, maggio e giugno», spiega Ludovici, «i prezzi dell’energia elettrica sono relativamente bassi, ma tendono ad alzarsi notevolmente in luglio e agosto quando la richiesta di energia è più alta per il grande caldo». I gestori, quindi, accumulano energia sotto forma di acqua per poterla poi vendere in un periodo più favorevole dal punto di vista del mercato.
Anche l’agricoltura, secondo il Wwf, va messa sul banco degli accusati malgrado sia anche vittima della siccità. L’agricoltura è il maggior utilizzatore d’acqua, ma per la legge è al secondo posto in ordine di priorità, dopo l’uso idropotabile. Per incentivare il risparmio con metodi più razionali, per il Wwf occorrerebbe far pagare l’acqua non "a superficie" ma "a quantità". In pratica, gli agricoltori dovrebbero sborsare un tanto a metro cubo e non un semplice canone annuale, indipendentemente da quanta acqua si spande sui campi. Invece, accade che sulla bolletta dell’acqua potabile i cittadini vedano apparire la voce: "Consorzio di bonifica per ravvenamento falda". Si tratta di pochi euro, che tutti sborsiamo per finanziare i consorzi di bonifica. Ma paghiamo sempre di più l’energia elettrica e alla fine rimaniamo pure senza acqua.
Nella piana assolata la terra non si colora più di verde: il primo tepore di primavera ingiallisce gli stentati pascoli prima che i radi fili d’erba possano riprendere a germogliare. A toccarlo, più che di terra sembra essere di sabbia il suolo di questo avamposto del "deserto" nel Sudest della penisola. Siamo in Capitanata, provincia di Foggia, ma sembra d’essere alle porte del Sahara. Un tempo una pianura fertilissima, oggi queste contrade sono una landa desolata dove i fiumi sono ridotti a una pietraia. A causa del deserto che avanza, decine di piccoli agricoltori hanno abbandonato le loro masserie dove prima si producevano quintali di pomodori. Queste terre rimaste a secco sono una delle 14 zone dell’Italia esposte al rischio di desertificazione. Migliaia di ettari sparsi tra le province di Agrigento, Siracusa, Reggio Calabria, Potenza, Bari, Foggia, Sassari. Novantamila chilometri quadrati, il 27 per cento del Belpaese esposto allo scirocco e alla sabbia rossa che arriva dall’Africa. La desertificazione è una delle più gravi emergenze ambientali e minaccia circa un miliardo di abitanti degli oltre 100 Paesi a rischio e un quarto delle terre del pianeta. Per questa ragione, l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 2006 "Anno internazionale dei deserti e della desertificazione".
da Famiglia Cristiana
(canisciolti.info)