Adric
12-07-2006, 21:30
Il franco-galiziano: «Non avrei sopportato la coppa in mano a Chirac»
di SIMONA ORLANDO
ROMA - L’interminabile cammino di Manu Chao ieri sera ha fatto tappa a Roma, in un concerto preceduto dal gipsy punk dei Gogol Bordello e dal rap del romano Amir. Accompagnato dal gruppo Radio Bemba, stavolta composto da sei elementi, che si separa alla fine di ogni tournée per far tornare il cantante franco-galiziano al suo status di cane sciolto, Manu ha proposto la sua patchanka , mescolanza di idiomi, suoni e radici, e il Parco degli Acquedotti è diventato per quarantamila persone una ziggurat, non confusione ma unione di identità diverse. E’ iniziato al grido di Avanti popolo con il ritmo in levare di El hoyo e Peligro , nuove versioni di Por el suelo e Primavera , la vecchia Monkey , seguita da un medley dei più noti Clandestino e Desaparecido . Merry blues ha inaugurato il secondo set, poi l’amara Infinita tristezza , la ninna nanna Dia Luna , un sound system energico e la finale King of Bongo , filastrocche amare che tirano su come fossero stampelle questo presente malconcio. «Salta Roma», ha incitato, e Roma ha saltato senza sosta per due ore.
Lo avevamo incontrato in un’osteria di periferia nel pomeriggio: a quarantacinque anni sembra un ragazzino, con il dono, ovunque vada, di essere scambiato dopo qualche ora per uno del quartiere: «Prima mi consideravo cittadino del pianeta, oggi mi definisco cittadino dell’istante presente. Il mondo è cambiato. A vent’anni avevo speranza, oggi non sono pessimista ma realista. La follia generale è avanzata e siamo arrivati a un punto in cui è difficile trovare soluzioni rapide e positive. Dobbiamo stare concentrati, rimanere solidali, anche se essere lucidi fa male, richiede più forza. Dobbiamo sperare per non cadere nel cinismo e ritrovare energia».
Malegria è il termine che racchiude l’essenza delle sue canzoni; una tristezza che si alleggerisce attraverso la festa è l’atto di Resistenza alle menzogne del mondo di questo gitano perduto nel secolo, saltimbanco di un circo musicale sì, ma senza trucchi, e con lacrime esposte ai raggi del sole.
A Roma Manu Chao mancava dall’11 luglio del 2001, e torna in questa data e in quella del 13 luglio al Traffic di Torino, con meno problemi di allora: «Il governo italiano e spagnolo di cinque anni fa non mi amavano. Dopo i fatti di Genova qualcuno mi elesse portavoce del movimento antiglobalizzazione, mi accusarono di essere terrorista, mi obbligarono a cancellare concerti. Ma io guardo a destra e sinistra con la stessa distanza. Sono Manu, punto e basta. Non ho mai votato per qualcuno, sempre contro qualcuno: è un segnale di malattia della democrazia. I politici non hanno più alcun potere decisionale. Il potere è solo economico. Se continuiamo così nessuno vincerà e perderemo tutti».
La prossima fermata? «Ho un disco pronto che uscirà entro marzo 2007, a metà tra Clandestino e un live, in misto inglese-spagnolo-portuñol, con una canzone in italiano e chitarre più dure. Poi ho un progetto di cartoni animati che pubblicherò solo quando finirà il periodo di lutto per la morte di un grande amico che ha contagiato di blues il mio ultimo disco Sibérie m’était contée . Inoltre ho scritto una canzone per Diego Armando Maradona che ho conosciuto un anno fa a Napoli. Si intitola La vita è una tombola e sarà colonna sonora del film-documentario che Emir Kusturica sta facendo sulla sua vita».
Non ha nessun sentimento nazionalista Manu e la bandiera francese non lo ha mai commosso: «In questo mondiale ho tifato per la squadra migliore. Con un pezzo di cuore al Brasile, dove vive la mia famiglia, e con la coscienza politica a supporto della squadra italiana, perché una coppa del mondo nelle mani di Chirac non l’avrei sopportata».
(Il Messaggero)
di SIMONA ORLANDO
ROMA - L’interminabile cammino di Manu Chao ieri sera ha fatto tappa a Roma, in un concerto preceduto dal gipsy punk dei Gogol Bordello e dal rap del romano Amir. Accompagnato dal gruppo Radio Bemba, stavolta composto da sei elementi, che si separa alla fine di ogni tournée per far tornare il cantante franco-galiziano al suo status di cane sciolto, Manu ha proposto la sua patchanka , mescolanza di idiomi, suoni e radici, e il Parco degli Acquedotti è diventato per quarantamila persone una ziggurat, non confusione ma unione di identità diverse. E’ iniziato al grido di Avanti popolo con il ritmo in levare di El hoyo e Peligro , nuove versioni di Por el suelo e Primavera , la vecchia Monkey , seguita da un medley dei più noti Clandestino e Desaparecido . Merry blues ha inaugurato il secondo set, poi l’amara Infinita tristezza , la ninna nanna Dia Luna , un sound system energico e la finale King of Bongo , filastrocche amare che tirano su come fossero stampelle questo presente malconcio. «Salta Roma», ha incitato, e Roma ha saltato senza sosta per due ore.
Lo avevamo incontrato in un’osteria di periferia nel pomeriggio: a quarantacinque anni sembra un ragazzino, con il dono, ovunque vada, di essere scambiato dopo qualche ora per uno del quartiere: «Prima mi consideravo cittadino del pianeta, oggi mi definisco cittadino dell’istante presente. Il mondo è cambiato. A vent’anni avevo speranza, oggi non sono pessimista ma realista. La follia generale è avanzata e siamo arrivati a un punto in cui è difficile trovare soluzioni rapide e positive. Dobbiamo stare concentrati, rimanere solidali, anche se essere lucidi fa male, richiede più forza. Dobbiamo sperare per non cadere nel cinismo e ritrovare energia».
Malegria è il termine che racchiude l’essenza delle sue canzoni; una tristezza che si alleggerisce attraverso la festa è l’atto di Resistenza alle menzogne del mondo di questo gitano perduto nel secolo, saltimbanco di un circo musicale sì, ma senza trucchi, e con lacrime esposte ai raggi del sole.
A Roma Manu Chao mancava dall’11 luglio del 2001, e torna in questa data e in quella del 13 luglio al Traffic di Torino, con meno problemi di allora: «Il governo italiano e spagnolo di cinque anni fa non mi amavano. Dopo i fatti di Genova qualcuno mi elesse portavoce del movimento antiglobalizzazione, mi accusarono di essere terrorista, mi obbligarono a cancellare concerti. Ma io guardo a destra e sinistra con la stessa distanza. Sono Manu, punto e basta. Non ho mai votato per qualcuno, sempre contro qualcuno: è un segnale di malattia della democrazia. I politici non hanno più alcun potere decisionale. Il potere è solo economico. Se continuiamo così nessuno vincerà e perderemo tutti».
La prossima fermata? «Ho un disco pronto che uscirà entro marzo 2007, a metà tra Clandestino e un live, in misto inglese-spagnolo-portuñol, con una canzone in italiano e chitarre più dure. Poi ho un progetto di cartoni animati che pubblicherò solo quando finirà il periodo di lutto per la morte di un grande amico che ha contagiato di blues il mio ultimo disco Sibérie m’était contée . Inoltre ho scritto una canzone per Diego Armando Maradona che ho conosciuto un anno fa a Napoli. Si intitola La vita è una tombola e sarà colonna sonora del film-documentario che Emir Kusturica sta facendo sulla sua vita».
Non ha nessun sentimento nazionalista Manu e la bandiera francese non lo ha mai commosso: «In questo mondiale ho tifato per la squadra migliore. Con un pezzo di cuore al Brasile, dove vive la mia famiglia, e con la coscienza politica a supporto della squadra italiana, perché una coppa del mondo nelle mani di Chirac non l’avrei sopportata».
(Il Messaggero)