Adric
24-10-2005, 01:04
Vietare la vendita di armi: i brasiliani votano al referendum
Scritto da Clara Capelli
domenica, 23 ottobre 2005 01:20
Proibire o no la vendita di armi da fuoco e munizioni? In Brasile la questione sta infiammando gli animi, in un dibattito che troverà la sua risposta nel referendum del 23 ottobre e che chiamerà alle urne circa 122 milioni di persone (i brasiliani possono votare dai 16 anni e dai 18 ai 70 il voto è obbligatorio). Un evento importantissimo in un Paese dove secondo l’ISER (“Istituto di studi religiosi”, un gruppo indipendente di ricerca di Rio de Janeiro) un cittadino su 11 possiede una pistola e a cui l’UNESCO assegna il secondo posto per il numero di decessi causati da armi da fuoco, 39.000 all’anno, ossia 4 ogni ora.
Tutto è cominciato nel dicembre 2003, quando il Congresso (il parlamento brasiliano) varò una legge sul disarmo (lo “Statuto del disarmo”) per contrastare l’escalation di violenza che dal 1992 ha fatto più che raddoppiare il numero di omicidi (tredici anni ne furono registrati 16.729). La legge proibisce ai civili di portare armi in pubblico, impone forti restrizioni per il loro possesso e dispone che quelle fabbricate in Brasile abbiano un marchio di identificazione. L’articolo 35 infine stabilisce il divieto della vendita di armi e munizioni in tutto il Paese, ma necessita della ratifica tramite voto popolare per entrare in vigore.
Ed è proprio l’articolo 35 ad essere oggetto della consultazione del 23 ottobre: se il “sì” dovesse vincere, solo poliziotti, soldati e guardie di sicurezza avranno il diritto di detenere armi, oltre a collezionisti, cacciatori, tiratori agonisti e chiunque dimostri di avere bisogno di una pistola per la propria protezione.
I protagonisti della campagna
Due gruppi parlamentari si sono formati nel contesto della campagna per il referendum: Brasil sem armas, guidato dal presidente del senato Renan Calheiros, ed il “Fronte per il diritto alla legittima difesa” del deputato Alberto Fraga. Lo stesso governo è diviso al suo interno: il presidente Luiz Inacio Lula da Silva sostiene il divieto, mentre il suo vice nonché Ministro della Difesa José Alencar è schierato con gli oppositori.
Fondamento delle motivazioni addotte dagli abolizionisti è un rapporto del Ministro della Salute secondo il quale il numero delle morti violente nel 2004 è diminuito dell’8,2%, la prima riduzione dopo 12 anni. Ciò sarebbe da attribuirsi al programma di disarmo avviato nel luglio scorso: lo Stato ha riacquistato armi da fuoco dai privati, raccogliendo 450,000 tra pistole e fucili. Altri casi portati ad esempio riguardano Giappone e Australia: il primo ha una legislazione in materia molto simile a quella che il Brasile vorrebbe introdurre e le morti violente sono 30 all’anno, meno di quelle che si verificano mediamente nei weekend a San Paolo; la seconda ha adottato una regolamentazione molto rigida nel 1996 e dopo 5 anni il numero di omicidi si era ridotto del 50%.
Gli oppositori del divieto sono invece convinti che proibire la vendita delle armi non risolverà il problema, dato che la maggior parte dei crimini viene commessa con armi possedute illegalmente (circa il 60% di quelle presenti in Brasile, secondo stime del gruppo umanitario Viva Rio). Fraga ha impostato la sua campagna su questo dato, affermando che se il “sì” dovesse prevalere, la popolazione si troverebbe ancora più indifesa davanti alla violenza di criminali e bande di trafficanti di droga.
Le paure dei “no”, le repliche dei “sì”
Fra i principali sostenitori delle tesi di Fraga vi sono ovviamente fabbricanti e commercianti di armi da fuoco, preoccupati per il loro futuro. I secondi affermano che la maggior parte dei loro clienti sono poliziotti e membri dell’esercito in pensione, non certo criminali. La maggior parte delle armi detenute illegalmente proverrebbero da altri Paesi, come per esempio il vicino Paraguay. I confini del Brasile sono infatti molto vasti, troppo, e le forze armate non riescono a controllarli completamente, lasciando campo libero ai contrabbandieri. E la vittoria del “sì” il 23 ottobre rischierebbe di incrementare questi traffici.
Altra questione sollevata dai critici del referendum è il timore che forze internazionali quali Stati Uniti, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale agiscano dietro le quinte a favore del divieto di vendita delle armi da fuoco perché ciò indebolirebbe la società e favorirebbe la loro penetrazione nel tessuto economico del Brasile per sfruttarne le risorse (come ad esempio la Foresta Amazzonica); sul banco degli accusati figurano per la stessa ragione anche le organizzazioni non governative finanziate da fonti estere come la Fondazione Ford o la Fondazione Soros. Non a caso lo slogan di molti volantini contro il divieto era “Chi vuole il disarmo alzi la mano destra”, con allusione alla decisione nel 1938 della Germania nazista di proibire la detenzione di armi da parte di civili: lo scopo era appunto quello di alimentare il timore di cadere vittime di una tirannia da parte di forze internazionali tanto occulte quanto potenti.
Questi argomenti sono stati liquidati come infondati dai gruppi abolizionisti, che hanno accusato i loro rivali di sfruttare le paure dell’industria nazionale e della popolazione.
Una confutazione dell’affermazione che la maggior parte delle armi usate nel commettere crimini sia acquisita in modo illecito viene da un rapporto dell’IANSA (“International Action Network on Small Arms”), secondo il quale nel 72% dei casi i crimini vengono commessi con armi che in precedenza erano possedute legalmente, delle quali il 68% apparteneva a civili. Il che andrebbe a sostegno della campagna abolizionista.
Come andrà a finire?
I primi sondaggi indicavano che la maggior parte dei brasiliani era a favore del divieto; molti infatti sono stati vittime di un “grilletto facile” che ha portato loro via parenti o amici e sono perciò sensibili alla questione. La campagna degli oppositori al divieto ha però avuto un buon seguito, facendo leva sul disagio ed il senso di insicurezza diffusi nella popolazione e puntando molto sul tema della difesa del diritto alla sicurezza privata.
Due mesi fa la percentuale di pareri favorevoli era dell’80%, ora si attesta al 60% circa. L’esito del referendum sembra comunque propendere per la vittoria del “sì”, come fanno pensare le numerose marce per il disarmo che si sono svolte in questo mese.
Se questo dovesse verificarsi, il Brasile sarebbe il primo Paese al mondo a proibire la vendita di armi da fuoco per mezzo di un referendum. Un primato non da poco.
Clara Capelli
(Fonte: www.warnews.it)
Scritto da Clara Capelli
domenica, 23 ottobre 2005 01:20
Proibire o no la vendita di armi da fuoco e munizioni? In Brasile la questione sta infiammando gli animi, in un dibattito che troverà la sua risposta nel referendum del 23 ottobre e che chiamerà alle urne circa 122 milioni di persone (i brasiliani possono votare dai 16 anni e dai 18 ai 70 il voto è obbligatorio). Un evento importantissimo in un Paese dove secondo l’ISER (“Istituto di studi religiosi”, un gruppo indipendente di ricerca di Rio de Janeiro) un cittadino su 11 possiede una pistola e a cui l’UNESCO assegna il secondo posto per il numero di decessi causati da armi da fuoco, 39.000 all’anno, ossia 4 ogni ora.
Tutto è cominciato nel dicembre 2003, quando il Congresso (il parlamento brasiliano) varò una legge sul disarmo (lo “Statuto del disarmo”) per contrastare l’escalation di violenza che dal 1992 ha fatto più che raddoppiare il numero di omicidi (tredici anni ne furono registrati 16.729). La legge proibisce ai civili di portare armi in pubblico, impone forti restrizioni per il loro possesso e dispone che quelle fabbricate in Brasile abbiano un marchio di identificazione. L’articolo 35 infine stabilisce il divieto della vendita di armi e munizioni in tutto il Paese, ma necessita della ratifica tramite voto popolare per entrare in vigore.
Ed è proprio l’articolo 35 ad essere oggetto della consultazione del 23 ottobre: se il “sì” dovesse vincere, solo poliziotti, soldati e guardie di sicurezza avranno il diritto di detenere armi, oltre a collezionisti, cacciatori, tiratori agonisti e chiunque dimostri di avere bisogno di una pistola per la propria protezione.
I protagonisti della campagna
Due gruppi parlamentari si sono formati nel contesto della campagna per il referendum: Brasil sem armas, guidato dal presidente del senato Renan Calheiros, ed il “Fronte per il diritto alla legittima difesa” del deputato Alberto Fraga. Lo stesso governo è diviso al suo interno: il presidente Luiz Inacio Lula da Silva sostiene il divieto, mentre il suo vice nonché Ministro della Difesa José Alencar è schierato con gli oppositori.
Fondamento delle motivazioni addotte dagli abolizionisti è un rapporto del Ministro della Salute secondo il quale il numero delle morti violente nel 2004 è diminuito dell’8,2%, la prima riduzione dopo 12 anni. Ciò sarebbe da attribuirsi al programma di disarmo avviato nel luglio scorso: lo Stato ha riacquistato armi da fuoco dai privati, raccogliendo 450,000 tra pistole e fucili. Altri casi portati ad esempio riguardano Giappone e Australia: il primo ha una legislazione in materia molto simile a quella che il Brasile vorrebbe introdurre e le morti violente sono 30 all’anno, meno di quelle che si verificano mediamente nei weekend a San Paolo; la seconda ha adottato una regolamentazione molto rigida nel 1996 e dopo 5 anni il numero di omicidi si era ridotto del 50%.
Gli oppositori del divieto sono invece convinti che proibire la vendita delle armi non risolverà il problema, dato che la maggior parte dei crimini viene commessa con armi possedute illegalmente (circa il 60% di quelle presenti in Brasile, secondo stime del gruppo umanitario Viva Rio). Fraga ha impostato la sua campagna su questo dato, affermando che se il “sì” dovesse prevalere, la popolazione si troverebbe ancora più indifesa davanti alla violenza di criminali e bande di trafficanti di droga.
Le paure dei “no”, le repliche dei “sì”
Fra i principali sostenitori delle tesi di Fraga vi sono ovviamente fabbricanti e commercianti di armi da fuoco, preoccupati per il loro futuro. I secondi affermano che la maggior parte dei loro clienti sono poliziotti e membri dell’esercito in pensione, non certo criminali. La maggior parte delle armi detenute illegalmente proverrebbero da altri Paesi, come per esempio il vicino Paraguay. I confini del Brasile sono infatti molto vasti, troppo, e le forze armate non riescono a controllarli completamente, lasciando campo libero ai contrabbandieri. E la vittoria del “sì” il 23 ottobre rischierebbe di incrementare questi traffici.
Altra questione sollevata dai critici del referendum è il timore che forze internazionali quali Stati Uniti, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale agiscano dietro le quinte a favore del divieto di vendita delle armi da fuoco perché ciò indebolirebbe la società e favorirebbe la loro penetrazione nel tessuto economico del Brasile per sfruttarne le risorse (come ad esempio la Foresta Amazzonica); sul banco degli accusati figurano per la stessa ragione anche le organizzazioni non governative finanziate da fonti estere come la Fondazione Ford o la Fondazione Soros. Non a caso lo slogan di molti volantini contro il divieto era “Chi vuole il disarmo alzi la mano destra”, con allusione alla decisione nel 1938 della Germania nazista di proibire la detenzione di armi da parte di civili: lo scopo era appunto quello di alimentare il timore di cadere vittime di una tirannia da parte di forze internazionali tanto occulte quanto potenti.
Questi argomenti sono stati liquidati come infondati dai gruppi abolizionisti, che hanno accusato i loro rivali di sfruttare le paure dell’industria nazionale e della popolazione.
Una confutazione dell’affermazione che la maggior parte delle armi usate nel commettere crimini sia acquisita in modo illecito viene da un rapporto dell’IANSA (“International Action Network on Small Arms”), secondo il quale nel 72% dei casi i crimini vengono commessi con armi che in precedenza erano possedute legalmente, delle quali il 68% apparteneva a civili. Il che andrebbe a sostegno della campagna abolizionista.
Come andrà a finire?
I primi sondaggi indicavano che la maggior parte dei brasiliani era a favore del divieto; molti infatti sono stati vittime di un “grilletto facile” che ha portato loro via parenti o amici e sono perciò sensibili alla questione. La campagna degli oppositori al divieto ha però avuto un buon seguito, facendo leva sul disagio ed il senso di insicurezza diffusi nella popolazione e puntando molto sul tema della difesa del diritto alla sicurezza privata.
Due mesi fa la percentuale di pareri favorevoli era dell’80%, ora si attesta al 60% circa. L’esito del referendum sembra comunque propendere per la vittoria del “sì”, come fanno pensare le numerose marce per il disarmo che si sono svolte in questo mese.
Se questo dovesse verificarsi, il Brasile sarebbe il primo Paese al mondo a proibire la vendita di armi da fuoco per mezzo di un referendum. Un primato non da poco.
Clara Capelli
(Fonte: www.warnews.it)