Adric
05-09-2005, 18:45
Lunedì 5 Settembre 2005
Sei italiane su dieci fanno figli tra i 30 e i 39 anni
di CARLA MASSI
ROMA - In Italia ricominciano a nascere bambini, è vero, ma le mamme si decidono sempre più tardi. Mai prima dei trent’anni. A volte, arrivano al parto quando ne hanno compiuti quaranta. Mamme mature, mamme che decidono di mettere al mondo un figlio solo quando sono riuscite a trovare un lavoro ed un equilibrio. Sociale e personale. Evidentemente, tutto questo si riesce a raggiungere molto in là con gli anni. Se, come testimonia il rapporto Cedap (Certificato assistenza al parto) pubblicato dal ministero della Salute, il 57% delle donne italiane che partoriscono hanno un’età compresa tra i 30 e i 39 anni. Nelle grandi città come Roma la percentuale sale fino al 59%. E, mentre a livello nazionale tre su cento arrivano in sala parto che hanno più di quarant’anni, nelle zone ad alta densità di popolazione si sale al 4%. Nella maggior parte dei casi, per giunta, si tratta della prima gravidanza.
Nel futuro prossimo venturo lo scenario non dovrebbe mutare. Forse, a parere dei ricercatori che leggono le curve di crescita demografica, l’età delle partorienti potrebbe continuare a crescere e, con questa, anche il numero di figli per donna. Come dire, si torna a nascere in Italia, anche se lentamente, ma dobbiamo prepararci ad avere mamme mature, mamme pronte solo alla soglia dei quarant’anni.
L’allarme sulla denatalità era scattato alla fine degli anni Ottanta: tanti nonni, pochi nipoti. Oggi siamo arrivati a contare dieci over 75 ogni due bambini nati. Il 1995 è stato l’anno tracollo con 1,19 figli per donna. Nel 2004 di nuovo la grande impennata: 1,33. Ma non c’è troppo da cantar vittoria. Dal momento che a quel numero siamo arrivati grazie all’arrivo degli immigrati. E, nel rapporto del Cedap, abbiamo un’ulteriore prova: il 10% dei parti che si contano in Italia sono di donne immigrate. Solo nel Centro-Nord la percentuale supera il 15%. Al Sud, invece, la maggioranza delle pazienti è ancora italiana. Sono lavoratrici che arrivano dall’Europa dell’Est (38%), dall’Africa (25%), dall’Asia (17%) e dal Sudamerica (11%). Donne giovani che, nonostante le mille difficoltà che la vita offre loro, partoriscono tra i 20 e i 29 anni. Un gran numero di ragazze, quel figlio, in realtà, non lo vorrebbe. La testimonianza: gli abbandoni nei cassonetti di bimbi nati da donne immigrate nelle ultime settimane.
«Da noi - commenta il professor Mario De Curtis, ordinario di Neonatologia all’università La Sapienza di Roma - si è alzata l’età media del parto e anche quella del primo parto. Una situazione che fa aumentare il rischio del parto. In particolare per il bambino. Mi riferisco al rischio geentico, al ritardo della crescita intrauterina, al basso peso al momento della nascita. Registriamo un aumento della frequenza di questi quadri. D’altronde non c’è da stupirsi. L’innalzamento dell’età delle donne che arrivano al parto vuol dire anche medicalizzare questo atto. Far crescere, per esempio, il numero delle fecondazioni assistite. Come mettere a rischio un sano sviluppo del nascituro».
La prova è il numero delle visite, delle ecografie e delle amniocentesi a cui si sottopongono le mamme italiane. Se fossero più giovani accertamenti e controlli potrebbero essere diminuiti. Il rapporto del ministero della Salute ha contato 4,5 ecografie per ogni gravidanza. Con punte che arrivano quasi a sette in regioni come la Liguria. Un numero alto. Dal momento che le raccomandazioni standard per una gravidanza parlano di tre ecografie nell’arco dei nove mesi. Stesso discorso per l’amniocentesi, l’esame che permette di rilevare l’eventuale anomalie cromosomica (sindrome di Down) del nascituro. Più è alta l’età della donna più alta è la probabilità che il bimbo abbia un difetto genetico. Nel Lazio si è arrivati a scegliere questo esame nel 21% dei casi, in Toscana nel 33%, in Liguria nel 30%. In Val d’Aosta, cifra record: su cento parti si fa l’amniocentesi in 45.
(Il Messaggero.it)
L’INTERVISTA
«Bimbi spesso senza fratellini: soffrono di più»
ROMA - «Una volta, a vent’anni, si era già adulti. Anche perché, a cinquanta, si era già quasi anziani. Oggi, a 25 anni, si può parlare, senza timore di essere smentiti, di tarda adolescenza. Non c’è da stupirsi, quindi, se l’età per il parto si è alzata. Forse troppo, però». La professoressa Emilia De Rosa, coordinatrice del settore Psichiatria e Psicoterapia dell’età evolutiva all’università Cattolica di Roma, parla di un «inaccettabile ritardo».
Quali sono gli effetti di questo ”inaccettabile ritardo“?
«Il bambino dovrebbe crescere con genitori giovani, persone cariche di entusiasmo e di capacità di adattamento»
Altrimenti?
«Altrime nti rischiano di intristirsi, di diventare obiettivi delle ansie dei genitori»
Questo può accadere anche se mamma e papà sono giovani
«Già. Ma decidere di partorire in età adulta significa, nella maggior parte dei casi, avere un bambino solo. Costringerlo a restare figlio unico, a soffrire per questo» Lei parla di sofferenza, è davvero una condizione che lei considera dolorosa?
«I fratelli servono come palestra. La solitudine non permette di abituarsi al confronto, non fa imparare come si viene a patti, come si fanno le alleanze e anche gli scontri. Esalta, per giunta, il narcisismo che non aiuta nella crescita»
Quando si sente la mancanza di un fratello?
«Già a tre-quattro anni si comincia a sentire il bisogno di un altro con il quale misurarsi»
Ma arriva la gelosia...
«Non è detto. E poi, anche alla gelosia bisogna allenarsi. Alla rabbia, alla lotta, all’amore»
Lei ha parlato di tarda adolescenza per i venticinquenni. Quindi non dovrebbero essere pronti per avere un figlio?
«Dico che questa società chiede che si diventi grandi molto più avanti di prima. E, soprattutto, non si mettono in campo risorse per aiutare i più giovani a costruire una famiglia, ad uscire di casa. Escono troppo tardi...»
Vuol dire che diventano tardi adulti perchè non escono di casa e non affrontano il mare aperto?
«Perché trovano tardi lavoro, è vero. Ma anche perché non si staccano dalla famiglia, hanno paura...»
(Il Messaggero.it)
Sei italiane su dieci fanno figli tra i 30 e i 39 anni
di CARLA MASSI
ROMA - In Italia ricominciano a nascere bambini, è vero, ma le mamme si decidono sempre più tardi. Mai prima dei trent’anni. A volte, arrivano al parto quando ne hanno compiuti quaranta. Mamme mature, mamme che decidono di mettere al mondo un figlio solo quando sono riuscite a trovare un lavoro ed un equilibrio. Sociale e personale. Evidentemente, tutto questo si riesce a raggiungere molto in là con gli anni. Se, come testimonia il rapporto Cedap (Certificato assistenza al parto) pubblicato dal ministero della Salute, il 57% delle donne italiane che partoriscono hanno un’età compresa tra i 30 e i 39 anni. Nelle grandi città come Roma la percentuale sale fino al 59%. E, mentre a livello nazionale tre su cento arrivano in sala parto che hanno più di quarant’anni, nelle zone ad alta densità di popolazione si sale al 4%. Nella maggior parte dei casi, per giunta, si tratta della prima gravidanza.
Nel futuro prossimo venturo lo scenario non dovrebbe mutare. Forse, a parere dei ricercatori che leggono le curve di crescita demografica, l’età delle partorienti potrebbe continuare a crescere e, con questa, anche il numero di figli per donna. Come dire, si torna a nascere in Italia, anche se lentamente, ma dobbiamo prepararci ad avere mamme mature, mamme pronte solo alla soglia dei quarant’anni.
L’allarme sulla denatalità era scattato alla fine degli anni Ottanta: tanti nonni, pochi nipoti. Oggi siamo arrivati a contare dieci over 75 ogni due bambini nati. Il 1995 è stato l’anno tracollo con 1,19 figli per donna. Nel 2004 di nuovo la grande impennata: 1,33. Ma non c’è troppo da cantar vittoria. Dal momento che a quel numero siamo arrivati grazie all’arrivo degli immigrati. E, nel rapporto del Cedap, abbiamo un’ulteriore prova: il 10% dei parti che si contano in Italia sono di donne immigrate. Solo nel Centro-Nord la percentuale supera il 15%. Al Sud, invece, la maggioranza delle pazienti è ancora italiana. Sono lavoratrici che arrivano dall’Europa dell’Est (38%), dall’Africa (25%), dall’Asia (17%) e dal Sudamerica (11%). Donne giovani che, nonostante le mille difficoltà che la vita offre loro, partoriscono tra i 20 e i 29 anni. Un gran numero di ragazze, quel figlio, in realtà, non lo vorrebbe. La testimonianza: gli abbandoni nei cassonetti di bimbi nati da donne immigrate nelle ultime settimane.
«Da noi - commenta il professor Mario De Curtis, ordinario di Neonatologia all’università La Sapienza di Roma - si è alzata l’età media del parto e anche quella del primo parto. Una situazione che fa aumentare il rischio del parto. In particolare per il bambino. Mi riferisco al rischio geentico, al ritardo della crescita intrauterina, al basso peso al momento della nascita. Registriamo un aumento della frequenza di questi quadri. D’altronde non c’è da stupirsi. L’innalzamento dell’età delle donne che arrivano al parto vuol dire anche medicalizzare questo atto. Far crescere, per esempio, il numero delle fecondazioni assistite. Come mettere a rischio un sano sviluppo del nascituro».
La prova è il numero delle visite, delle ecografie e delle amniocentesi a cui si sottopongono le mamme italiane. Se fossero più giovani accertamenti e controlli potrebbero essere diminuiti. Il rapporto del ministero della Salute ha contato 4,5 ecografie per ogni gravidanza. Con punte che arrivano quasi a sette in regioni come la Liguria. Un numero alto. Dal momento che le raccomandazioni standard per una gravidanza parlano di tre ecografie nell’arco dei nove mesi. Stesso discorso per l’amniocentesi, l’esame che permette di rilevare l’eventuale anomalie cromosomica (sindrome di Down) del nascituro. Più è alta l’età della donna più alta è la probabilità che il bimbo abbia un difetto genetico. Nel Lazio si è arrivati a scegliere questo esame nel 21% dei casi, in Toscana nel 33%, in Liguria nel 30%. In Val d’Aosta, cifra record: su cento parti si fa l’amniocentesi in 45.
(Il Messaggero.it)
L’INTERVISTA
«Bimbi spesso senza fratellini: soffrono di più»
ROMA - «Una volta, a vent’anni, si era già adulti. Anche perché, a cinquanta, si era già quasi anziani. Oggi, a 25 anni, si può parlare, senza timore di essere smentiti, di tarda adolescenza. Non c’è da stupirsi, quindi, se l’età per il parto si è alzata. Forse troppo, però». La professoressa Emilia De Rosa, coordinatrice del settore Psichiatria e Psicoterapia dell’età evolutiva all’università Cattolica di Roma, parla di un «inaccettabile ritardo».
Quali sono gli effetti di questo ”inaccettabile ritardo“?
«Il bambino dovrebbe crescere con genitori giovani, persone cariche di entusiasmo e di capacità di adattamento»
Altrimenti?
«Altrime nti rischiano di intristirsi, di diventare obiettivi delle ansie dei genitori»
Questo può accadere anche se mamma e papà sono giovani
«Già. Ma decidere di partorire in età adulta significa, nella maggior parte dei casi, avere un bambino solo. Costringerlo a restare figlio unico, a soffrire per questo» Lei parla di sofferenza, è davvero una condizione che lei considera dolorosa?
«I fratelli servono come palestra. La solitudine non permette di abituarsi al confronto, non fa imparare come si viene a patti, come si fanno le alleanze e anche gli scontri. Esalta, per giunta, il narcisismo che non aiuta nella crescita»
Quando si sente la mancanza di un fratello?
«Già a tre-quattro anni si comincia a sentire il bisogno di un altro con il quale misurarsi»
Ma arriva la gelosia...
«Non è detto. E poi, anche alla gelosia bisogna allenarsi. Alla rabbia, alla lotta, all’amore»
Lei ha parlato di tarda adolescenza per i venticinquenni. Quindi non dovrebbero essere pronti per avere un figlio?
«Dico che questa società chiede che si diventi grandi molto più avanti di prima. E, soprattutto, non si mettono in campo risorse per aiutare i più giovani a costruire una famiglia, ad uscire di casa. Escono troppo tardi...»
Vuol dire che diventano tardi adulti perchè non escono di casa e non affrontano il mare aperto?
«Perché trovano tardi lavoro, è vero. Ma anche perché non si staccano dalla famiglia, hanno paura...»
(Il Messaggero.it)