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Polimeri autoassemblanti per i chip di domani
Andrea Bai 19 Marzo 2010, alle 08:51 Processori I ricercatori del MIT hanno ideato una nuova tecnica per la produzione di chip, che potrebbe superare alcuni degli ostacoli fisiologici posti dagli attuali processi produttivi
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I ricercatori
del MIT compiono un importante passo avanti nella realizzazione circuiti
di piccole dimensioni, grazie all'impiego di molecole capaci disporsi
automaticamente in pattern, aprendo la via alla creazione di chip di dimensioni
inferiori rispetto a quanto sia possibile fare ora con i tradizionali processi
di produzione.
I chip più recenti sono caratterizzati da strutture di dimensioni così
ridotte che i processi impiegati per la loro produzione, di fatto immutati negli
ultimi 50 anni, non potranno più essere impiegati opportunamente in un
futuro più o meno prossimo. Una delle alternative che sta attirando l'interesse
dei ricercatori accademici è la creazione di piccoli circuiti utilizzando
molecole in grado di formare pattern e motivi idonei alla progettazione di circuiti,
in maniera autonoma.
I processi produttivi impiegati attualmente prevedono innanzitutto una tecnica
chiamata fotolitografia. Uno strato di silicio, metallo o altro materiale
siene depositato su un chip e ricoperto con un materiale sensibile alla radiazione
luminosa, chiamato photoresist. La luce viene irradiata attraverso una particolare
maschera, che proietta un pattern dettagliato sul photoresist. Quest'ultimo
si indurisce quandi viene esposto alla luce, in maniera tale che le zone non
irradiate vengano eliminate tramite un processo chimico che va ad erodere anche
lo strato di materiale posto al di sotto del photoresist non indurito.
Il principale ostacolo che si sta manifestando con l'affinamento dei processi
produttivi è rappresentato dal fatto che le dimensioni delle strutture
dei chip iniziano a divenire significativamente inferiori rispetto alla lunghezza
d'onda della radiaizone luminosa che viene utilizzata nel processo. I produttori
hanno adottato diversi accorgimenti per fare in maniera tale che la luce consenta
di produrre pattern più piccoli della sua lunghezza d'onda, ma non possono
ovviamente spingersi verso dimensioni inferiori.
Una strada praticabile per poter continuare a ridurre le dimensioni dei chip
può essere quella di usare raggi di elettroni per trasferire il
pattern della maschera sullo strato di photoresist. Ma a differenza del tradizionale
processo che impiega la radizione luminosa, che va ad impressionare lo strato
di photoresist in un singolo passaggio, un raggio di elettroni dovrebbe muoversi
avanti e indietro sulla superficie del chip, seguendo un percorso a linee parallele.
Questa particolarità rende la litografia elettronica significativamente
più costosa della convenzionale litografia ottica.
I ricercatori del MIT guidati da Caroline Ross, professore di scienze dei materiali
e da Karl Berggren, professore associato di ingegneria elettrica, hanno sviluppato
un nuovo approccio che impiega la litografia elettronica in manienra più
economica, per creare pattern di piccoli punti di "aggancio" sul chip
di silicio, sul quale vengono in seguito depositati particolari polimeri
che vanno ad agganciarsi ai piccoli punti e si organizzano e dispongono in pattern.
La tecnica sviluppata da Ross e Berggren impiega i "copolimeri",
ovvero macromolecole composte da due differenti tipi di polimeri. Per spiegare
cosa accade, Caroline Ross utilizza un simpatico paragone casalingo: "E'
come avere spaghetti e tagliatelle collegati insieme. Sono due catene che non
vogliono mescolarsi e, se potessero, gli spaghetti si raccoglierebbero da una
parte e le tagliatelle dall'altra. Non possono farlo, però, perché
sono collegati e nel tentativo di separarsi vanno a formare pattern e motivi
che sono prevedibili". Al variare delle lunghezze delle catene, della proporzione
dei polimeri e del posizionamento dei punti di ancoraggio, Ross e Berggren sono
stati capaci di realizzare un'ampia gamma di pattern utili per la progettazione
dei circuiti.
Andando ad esporre tutta la struttura ad un plasma, uno dei due polimeri viene
bruciato via, mentre l'altro, che contiene silicio, diventa vetro. Lo strato
di vetro può così essere utilizzato allo stesso scopo del photoresist
nella fotolitografia, proteggendo il materiale che si trova al di sotto di esso
mentre il resto viene eroso da agenti chimici.
Ross e Berggen stanno lavorando per affinare il posizionamento dei punti di
ancoraggio, in maniera tale da realizzare circuiti funzionanti in un prototipo
di chip, oltre a migliorare la tecnica per riuscire a produrre strutture di
chip ancor più piccole. |
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Commenti (32)
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| Commento # 2
di: Narkotic_Pulse___
pubblicato il 19 Marzo 2010, 09:08 |
Si direbbe una buona cosa anche se non ci ho capito niente  ma il vetro che si forma per proteggere gli altri componenti dagli agenti chimici erosivi, poi come fa a distruggersi? |
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| Commento # 3
di: tossy
pubblicato il 19 Marzo 2010, 09:14 |
Bene bene, io la vedo in positivo, meglio che si continui a studiare nuove tecnologie di fotolitografia pittosto che insistere su tecnologia in uso da 50 anni (con le relative migliorie è chiaro).
Però domanda: come mai non vengono usati ad esempio i raggi X per le fotolitografia attuale?
In fondo materiali fotosensibili ai raggi X esistono già da anni e la lunghezza d'onda tipica dei raggi X e di 1 solo nM (vidi ad esempio le lastre a raggi X per uso medico).
Se avete notizie al riguardo, pronto ad ascoltarle   |
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| Commento # 4
di: ArticMan
pubblicato il 19 Marzo 2010, 09:45 |
Non è proprio così la fotolitografia.
Si toglie il resist e poi si fa l'etching.
Il resist che è rimasto proteggerà la parte coperta, mentre l'altra, scoperta, sarà aggredita.
Il photoresist non è attaccato da questi agenti.
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| Commento # 5
di: Scevra
pubblicato il 19 Marzo 2010, 09:56 |
Interessante.
PS.Nel frattempo correggete pure i typo in questo articolo.
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| Commento # 6
di: mindsoul
pubblicato il 19 Marzo 2010, 11:36 |
"Carbon nanotubes are attractive candidates for use as the active elements in the next generation of electronic devices." cito da
http://www.eurekalert.org/pub_relea...w-ngw012308.php
penso che sono più vicini ormai con i nano tubi di carbonio che sarà un salto tecnologico grandissimo
cito da wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Nanotubo_di_carbonio
"È stato notato anche che, in determinate condizioni, gli elettroni possono passare all’interno di un nanotubo senza scaldarlo (fenomeno detto conduzione balistica). Queste proprietà rendono i nanotubi molto interessanti per lo sviluppo di nanocavi o cavi quantici, che potrebbero affiancare il silicio nel campo dei materiali per l’elettronica, e consentire il passaggio dalla microelettronica alla nanoelettronica. È stato calcolato infatti che un processore realizzato tramite transistor di nanotubi potrebbe facilmente raggiungere i 1000 GHz, superando tutte le barriere di miniaturizzazione e di dissipazione termica che l'attuale tecnologia al silicio impone." 1000 Ghz mica scherzi ne fai un quad core con 1000 Ghz quasi mille volte più potente del processore più forte di oggi |
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| Commento # 7
di: II ARROWS
pubblicato il 19 Marzo 2010, 13:15 |
Questo vuol dire che per ogni circuito dovranno fare delle simulazioni per decidere come impostare questi punti per ottenere il circuito desiderato? Mah...
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| Commento # 8
di: elevul
pubblicato il 19 Marzo 2010, 15:32 |
| Originariamente inviato da: mindsoul | "Carbon nanotubes are attractive candidates for use as the active elements in the next generation of electronic devices." cito da
http://www.eurekalert.org/pub_relea...w-ngw012308.php
penso che sono più vicini ormai con i nano tubi di carbonio che sarà un salto tecnologico grandissimo
cito da wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Nanotubo_di_carbonio
"È stato notato anche che, in determinate condizioni, gli elettroni possono passare all’interno di un nanotubo senza scaldarlo (fenomeno detto conduzione balistica). Queste proprietà rendono i nanotubi molto interessanti per lo sviluppo di nanocavi o cavi quantici, che potrebbero affiancare il silicio nel campo dei materiali per l’elettronica, e consentire il passaggio dalla microelettronica alla nanoelettronica. È stato calcolato infatti che un processore realizzato tramite transistor di nanotubi potrebbe facilmente raggiungere i 1000 GHz, superando tutte le barriere di miniaturizzazione e di dissipazione termica che l'attuale tecnologia al silicio impone." 1000 Ghz mica scherzi ne fai un quad core con 1000 Ghz quasi mille volte più potente del processore più forte di oggi |
Mah, aspettiamo e vediamo.
Anche se è davvero piacevole leggere notizie del genere.  |
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| Commento # 10
di: PFABRY99
pubblicato il 20 Marzo 2010, 08:53 |
...evviva prorpio la tecnologia, però secondo me tutta sta brama di avere un processore che è così piccolo e potente forse stà spingendo un pò troppo, se pensate che nel'utilizzo comune della massa si usa una parte della potenza degli attuali chips va da sè che forse sta miniaturizzazione e velocizzazione ci stà proprio schiavizzando.....nn sarebbe meglio se tutti sti cervelloni si mettessero a reinventare il nostro caro e vecchio motore a scoppio che è più di un secolo che è cosi ? Se pensiamo allo sviluppo dei miscrochips degli ultimi 50 anni, e lo applicassimo alle autovetture, avremmo un auto con un motore grande come un pacchetto di sigarette che con un litro di benzina fa 10 volte il giro del mondo alla velocità della luce.......meditate .......quane guerre evitate......
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beh.. secondo me MOLTO ma MOOOOOOOOLTO FUTURO!!!