Huawei specchio della Cina di oggi: dai PBX agli smartphone top di gamma, verso il 5G di domani

Huawei specchio della Cina di oggi: dai PBX agli smartphone top di gamma, verso il 5G di domani

La cifra della crescita sperimentata da Huawei nei suoi quasi trent'anni di storia è forse proprio questa: sbarcata da poco più di 5 anni nel settore consumer coi suoi smartphone (prima li costruiva per altri senza mettere il proprio marchio), ora tiene per sé sulle sue linee di produzione solo i terminali top di gamma, affidando a terzi (Foxconn compresa) la costruzione. Un viaggio in Cina ci ha permesso di scoprire il volto nuovo del paese, quello di cui Huawei vuole farsi ambasciatore nel mondo

di Roberto Colombo pubblicato il nel canale Telefonia
Huawei
 

La Cina di Huawei

Nell'immaginario collettivo i cinesi sono ancora quelli che 'copiano e fanno prodotti a basso costo'. Basta prendere un aereo e con una decina di ore di volo si può apprezzare una realtà ben diversa. Rotte per la Cina ce ne sono molte e quello che era il paese di Mao è oggi servito dalle compagnie aeree di primo piano: non è raro che per andare verso est vi troviate seduti su un nuovissimo Airbus A380, il famoso colosso dell'aria a due piani. È stata questa la nostra esperienza nel viaggio organizzato da Huawei, che ha portato un manipolo di giornalisti a visitare i suoi centri di sviluppo cinesi. I più geek conoscono Huawei come il produttore delle chiavette e dei modem Wi-Fi mobile 3G e 4G: proprio quei prodotti sono stati la testa di ponte con cui il produttore cinese ha guadagnato prima la fiducia degli operatori e i primi barlumi di 'brand awareness' negli utenti. Il secondo passo sono stati i telefonini, ad esempio quelli prodotti a marchio Vodafone, su cui - prima timidamente, poi con più visibilità - ha cominciato ad apparire il logo Huawei. C'è stato poi il lancio dei primi smartphone a proprio nome, che sono stati l'inizio di un posizionamento che ha scalato le classifiche e i listini prezzo, fino ad arrivare ai top di gamma come il recente Mate 9. Un percorso che in pochi anni ha portato Huawei da essere uno sconosciuto produttore cinese a uno dei leader di mercato, anche in termini di visibilità. Un dato su tutti: nel 2013 in Italia la conoscenza del marchio si attestava a un misero 15%, mentre ora la brand awareness nell'italiano medio supera il 90%. Merito dei telefonini, degli smartphone top di gamma, ma anche del marketing, della pubblicità e di sponsorizzazioni di primo piano, come quella che vede Huawei partner del Milan da diverso tempo.

Il risultato? Quello che una volta era un produttore OEM, che sfornava dalle proprie fabbriche telefonini sviluppati, disegnati e marchiati da altri, ora è un'azienda che sviluppa i propri prodotti fino al cuore, disegnando essa stessa i processori Kirin e le GPU. Non solo, ora Huawei affida la parte della produzione 'meno nobile' a produttori OEM terzi, mantenendo in casa tutto il ciclo produttivo dei top di gamma, dalla serie G (qui da noi incarnata dai Nova) in su, utilizzando linee produttive totalmente automatizzate, dove l'intervento umano è pari a zero. Per il resto della produzione Huawei sfrutta produttori che incarnano quello che lei era qualche anno fa, ma anche quegli OEM il cui nome è legato a importanti marchi concorrenti: citiamo Foxconn (dalle cui fabbriche escono anche gli iPhone di Apple) su tutti. Pensare che Huawei sia solo telefonini e chiavette è però riduttivo: oggi Huawei è un colosso da 176.000 di impiegati a livello globale, presente in 170 paesi: secondo le stime un terzo della popolazione mondiale è toccato in qualche modo da servizi e apparecchi del produttore cinese. L'azienda opera non solo nell'ambito consumer, ma vede i suoi punti di forza nei settori delle infrastrutture e dei prodotti e servizi per aziende. Nel 2015 Huawei ha generato un fatturato di 60,8 miliardi di dollari.

Sono lontani i tempi di Ideos, che nemmeno riportava il marchio Huawei a bordo

L'anno prossimo ricorrerà il trentesimo compleanno di Huawei: l'azienda infatti nasce a Shenzhen nel 1987 con la produzione di switch PBX, in particolare soluzioni dedicate a hotel e piccole imprese. Dieci anni dopo intraprende la strada che la porterà ad essere il colosso delle telecomunicazioni di oggi, con il lancio delle prime soluzioni GSM. Pochi anni dopo aveva già un centro di ricerca in Svezia, a Stoccolma e negli anni successivi ha creato molte joint venture con marchi come 3Com e Siemens. Nel 2005 diventa fornitore di primo piano per Vodafone e British Telecom, vedendo il fatturato internazionale sorpassare quello interno relativo al mercato cinese: nello stesso anno presenta il suo primo telefonino 3G, l'U262. Cinque anni più tardi avviene lo sbarco nel mondo degli smartphone Android, con il lancio di IDEOS (aprite il link a vostro rischio e pericolo se volete vedere in video la mia faccia 6 anni fa), vera e propria pietra miliare per la divisione Consumer. Il resto fa parte della storia recente, con il lancio della serie Ascend per 'ascendere' verso la fascia dei top di gamma, salita culminata con la serie Mate. Il viaggio organizzato da Huawei in Cina è stato una sorte di dimostrazione di forza del colosso cinese: dimostrazione delle dimensioni dell'azienda, della sua visione, ma anche dimostrazione della forza della Cina stessa, un paese ben diverso da quello che potrebbe immaginare chi non vi ha mai messo piedi. L'esempio più lampante è Shenzhen, patria di Huawei. Una volta era un borgo di pescatori posto laddove la penisola che ospita Hong Kong è attaccata alla terra ferma; nel 1980 diventa la pirma Zona Economica Speciale, zone in cui il governo decise di sperimentare le riforme economiche.


La via principale di uno dei centri commerciali più importanti di Shenzhen, dove ha sede anche uno dei flagship store Huawei. Altezza e numero dei grattacieli in costruzione sullo sfondo parlano da soli.

In pochi anni Shenzhen è passata da una popolazione di 20.000 abitanti ai più di 10 milioni attuali. La sola 'cittadella' di Huawei, situata nella zona della città definita Bantian, ospita oggi da sola ben 30.000 persone. Al suo interno gli uffici, i centri di ricerca, ma anche ristoranti, negozi, ospedali e servizi, oltre ad alloggi a prezzi calmierati per i dipendenti. La cittadella del colosso cinese comprende anche un training center, una vera e propria università interna che ospita non solo corsi per i dipendenti, ma che forma anche esterni e si apre anche ai manager delle aziende concorrenti. 'Non abbiamo nulla da nascondere, tutto ciò che facciamo è perfettamente trasparente, i nostri processi di business tutti già ampiamente raccontati, non ci preoccupa insegnare il nostro modello positivo anche ad altre aziende. Non conta solo sapere cosa fare, sono fondamentali le persone e come queste di adoperano per metterlo in pratica, conta l'esecuzione': questo il pensiero di James Zou - Presidente di Huawei Italia, Consumer Business - che abbiamo incontrato nella visita al campus. Le persone sono fondametali nel modello di Huawei, che vanta il fatto di essere indipendente da borse e investitori esterni, avendo puntato sull'azionariato diffuso, con il 98,6% delle quote dell'azienda diviso fra i dipendenti. Particolare anche il modello di guida: non c'è, come da altre parti, l'uomo forte al comando (magari incarnato dal fondatore Ren Zhengfei o da qualche suo delfino), ma tenere il timone di Huawei troviamo un 'Rotating CEO', un direttore generale 'a rotazione' tra gli executive più importanti, che rimane in carica sei mesi. Un modello che non permette a nessuno di sedere sugli allori: come ben sanno anche le persone che dall'Italia ci hanno accompagnato nel viaggio, Pier Giorgio Furcas - Deputy Manager Huawei Consumer in Italia -, Lindoro Ettore Patriarca - Marketing Director Huawei Consumer in Italia - , e Di Zhang (per gli amici Alvin) che nel nostro Paese è a capo di Honor. Quest'ultimo stava leggendo un interessante libro durante il nostro viaggio; un libro in cinese il cui titolo suona circa "Sarà Huawei la prossima azienda a fallire?". Il mercato è difficile e anche da una posizione ormai consolidata non si può dare nulla per scontato e continuare a investire in ricerca senza fermarsi: questo circa il sunto del libro.


L'ingresso della cittadella Huawei a Shenzhen

Il nome stesso dell'azienda può essere tradotto con l'idea 'Fare qualcosa di importante per la Cina': per Huawei contribuire allo sviluppo del paese è una missione che trova le radici nel DNA. Il training center ospita i dipendenti per le sessioni di training iniziali e periodiche, offrendo questi corsi in modo gratuito. Quadri e manager esterni invece sborsano diverse centinaia di euro per poter accedere ai master organizzati dall'università. Se non fosse per gli ideogrammi e gli occhi a mandorla sembrerebbe di stare in un'università statunitense: personalmente diversi angoli mi hanno ricordato il campus della Duke University di Durham, North Carolina. Parecchio verde, un laghetto coi cigni neri, ampie zone pedonali. La produzione è invece situata più a nord, dove è anche in costruzione una nuova cittadella, questa volta pensata per ospitare 60.000 persone. Un altro paio di decine di migliaia di dipendenti è invece di base a Shanghai, dove abbiamo visitato alcuni laboratori dove vengono testati i dispositivi e dove avviene parte dello sviluppo del design dei terminali. Anche qui il clima è molto meno cinese di quanto ci si potrebbe aspettare e la sorpresa è grande quando scendendo la scala mobile per accedere alla zona della mensa ci si trova di fronte a uno Starbucks. Non una copia, proprio lui, quello originale, con già le decorazioni natalizie, il Frappuccino e le miscele speciali di Natale.

Solo per le tecnologie 5G Huawei ha già speso 600 milioni di dollari in ricerca e sviluppo

La Huawei di oggi è una vera e propria potenza e ricorda in modo quasi pedissequo che la sua forza sta bella ricerca e sviluppo: quasi 80.000 tra i dipendenti sono occupati in sezioni R&D, dal 2006 al 2015 sono stati spesi circa 38 miliardi di dollari nella ricerca e i brevetti depositati superano i 50.000. A questo proposito i cinesi vanno fieri di mostrare il loro 'Muro dei Brevetti' una parete di diversi metri quadri tappezzata con i più importanti brevetti rilasciati a Huawei. Solo per lo sviluppo delle tecnologie 5G (che arriveranno sul mercato a partire dal 2020) Huawei ha già speso 600 milioni di dollari in ricerca e sviluppo. Al di fuori dei confini cinesi il marchio Huawei appare sugli apparati di rete di mezzo mondo (e non è una cifra buttata a caso) e è alla base della connettività LTE delle auto che sul cofano portano i marchi tedeschi di BMW e Mercedes. Huawei spende ogni anno in ricerca e sviluppo una cifra superiore a quella che il governo centrale stanzia per le università del paese. In Cina Huawei è ovunque: google.cn gira sui suoi server e la stessa cosa avviene per quei servizi che fanno le veci dei pezzi mancanti di Google all'interno dei confini cinesi, ad esempio il servizio Huawei Pay. Una nota: molti dei servizi 'esteri' non sono accessibili in Cina e la stessa google.cn è una cosa particolare, ben diversa da google.com. Noi stessi per poter accedere a Google, Whatsapp, Facebook, ci siamo dovuti premunire di un servizio VPN con proxy fuori dai confini cinesi.

Arrivato a questo punto del pezzo mi rendo conto che il trasporto nei confronti della dimostrazione di forza del colosso cinese possa sembrare eccessivo, ma è sicuramente specchio della sensazione che più mi ha accompagnato in questo viaggio. Shenzhen è una città sconfinata, in cui è difficile definire un 'centro': diverse zone della città offrono grattacieli da centinaia di metri che fanno impallidire il 'downtown' delle città europee, ma anche di quelle americane. Shanghai in questi 4 anni di mia assenza si è trasformata con una velocità incredibile, con nuovi ponti e grattacieli: il cavatappi (Shanghai World Financial Center), che avevo visitato non molti anni dopo l'inaugurazione e che svettava ai tempi sulla città dall'alto dei suoi quasi 500 metri di altezza, ora è già sceso al secondo gradino del podio e visto dalla recentissima Shanghai Tower (alta 632 metri) sembra un normalissimo palazzo. Questa è la Cina di cui Huawei si è voluta fare ambasciatrice, ma a uno sguardo più curioso diversi particolari hanno anche raccontato dell'altra faccia del paese. Lo sconfinato 'mercato del falso' di fianco alla stazione centrale di Shenzhen (teoricamente illegale, ma tollerato), coi suoi 5 piani di negozietti zeppi di pelletteria copiata e di cuffie scimiottate da quelli dei più famosi brand (ne ho provate alcune, ma anche il prezzo più allettante non ne giustificava l'acquisto...), con scene di vita quotidiana di bimbi impegnati a fare i compiti o cene in famiglia in un angolo del negozio, racconta di un paese che è più simile alla Cina presente nell'immaginario collettivo. Così come il tono è lo stesso se ci si inoltra ai lati della grande strada dello shopping di Shanghai, Nanjing Road. Una nota particolare sono i luoghi di svago delle giovani generazioni, che abbiamo trovato invasi dai modelli occidentali, dalla musica al modo di vestire, passando per i club più alla moda dove i giovani rampolli dell'alta società si divertono in mezzo alla musica da discoteca con bottiglie di champagne francese nel cestello del ghiaccio sul tavolo.

La scelta stessa di Huawei di farci visitare centri di ricerca e sviluppo e di training, ma nessun insediamento produttivo, mostra in modo chiaro quale faccia del biglietto da visita volesse farci vedere questo viaggio. Una cosa è certa: pur sapendo bene quello che c'è sul retro della medaglia, questa faccia della Cina lascia davvero impressionati e la vivacità, la velocità di sviluppo, la tecnologia sono tutt'altra cosa rispetto a quelle a cui siamo abituati qui in Europa e dimostrano in modo chiaro chi siano quelli hanno intenzione di prendere le redini del mondo. Lo dice uno che in tempi non sospetti (già forse ai tempi del primo Ideos) va dicendo in redazione "Ragazzi, questi sono la nuova Samsung". Un paio di anni fa alla conferenza di lancio della nuova line up di Mediatek era stata citata una ricerca che dava un progressivo spostamento della classe media in Asia entro il 2030: se oggi il 60 della classe media risiede in occidente, nel giro di 15 anni questa percentuale sarà ribaltata a favore dell'Asia. Questo 'giro cinese' mi lascia con la consapevolezza che quella ricerca non è campata per aria, anzi....

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14 Commenti
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Vash8802 Dicembre 2016, 18:27 #1
Bell'articolo. Bisogna imparare a conoscere meglio come funzionano i mercati e quali sono i player mondiali che vi partecipano per comprendere appieno le sfide industriali e occupazionali del 21° secolo.
maxsy02 Dicembre 2016, 22:35 #2
Originariamente inviato da: Vash88
Bell'articolo. Bisogna imparare a conoscere meglio come funzionano i mercati e quali sono i player mondiali che vi partecipano per comprendere appieno le sfide industriali e occupazionali del 21° secolo.


concordo, bell'articolo.
sterock7703 Dicembre 2016, 04:49 #3
Una marchetta dopo l' altra in prima pagina scalando l' ovvio !
amd-novello03 Dicembre 2016, 10:08 #4
vuol dire che in futuro ci saranno link a negozi online cinesi oltre all'amazzone?

mmiat03 Dicembre 2016, 12:26 #5
mi chiedo perché aziende del genere non esistano in europa... possibile che tutte le grandi aziende di elettronica e informatica del mondo siano in USA o in Cina-Taiwan-Giappone-Corea?
Cappej03 Dicembre 2016, 13:20 #6
Originariamente inviato da: mmiat
mi chiedo perché aziende del genere non esistano in europa... possibile che tutte le grandi aziende di elettronica e informatica del mondo siano in USA o in Cina-Taiwan-Giappone-Corea?


forse perchè avere 79.000 dipendenti in Italia sarebbe da suicidio per un imprenditore?
sterock7703 Dicembre 2016, 13:32 #7
Originariamente inviato da: mmiat
mi chiedo perché aziende del genere non esistano in europa... possibile che tutte le grandi aziende di elettronica e informatica del mondo siano in USA o in Cina-Taiwan-Giappone-Corea?


Perchè qui non esiste lo schiavismo e dove esiste si spende meno.
Portocala03 Dicembre 2016, 13:39 #8
Originariamente inviato da: sterock77
Una marchetta dopo l' altra in prima pagina scalando l' ovvio !

Ormai lo fanno tutte le aziende dell'ICT. Ci sono video di Logitech, Zotac e via dicendo dove vengono invitati rappresentanti delle migliori testate e youtubers di un certo calibro per presentare l'azienda e farsi un minimo di pubblicità.

Logitech: https://www.youtube.com/watch?v=wQxw-pX4dak

Zotac (verso metà video, giro nelle linee di produzione): https://www.youtube.com/watch?v=iBITJonfDiI
Deuced03 Dicembre 2016, 14:12 #9
Huawei sicuramente è diventata una grande realtà ma...la questione di chi possiede davvero huawei (dire che è un azionariato condiviso è un pò una balla) tiene banco da anni,basta fare qualche ricerca.Cercano di appararire trasparenti ma di fatto non lo sono,tant'è che il governo USA (non senza interessi diretti,ci mancherebbe) continua ancora a ritenere che di fatto sia il governo cinese a decidere vita,morte e miracoli di azienda e management.Quindi non è tutto oro ciò che luccica
Deuced03 Dicembre 2016, 14:16 #10
Originariamente inviato da: mmiat
mi chiedo perché aziende del genere non esistano in europa... possibile che tutte le grandi aziende di elettronica e informatica del mondo siano in USA o in Cina-Taiwan-Giappone-Corea?



le abbiamo avute (Nokia la prima che mi viene in mente),anche in Italia (Olivetti),siamo stati poco lungimiranti.In Italia poi non ne parliamo proprio,siamo il paese più arretrato d'europa per digitalizzazione,vien da sé che ci produce tecnologia viene visto con sospetto.Anche st microelectronics (franco-italiana),una delle poche rimaste,sembra essere in via di acquisizione

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