Solid state drive, valida alternativa?
Con questo articolo andiamo ad evidenziare alcuni elementi caratteristici delle unità a stato solido: se elementi come la velocità di trasferimento dati e il tempo di risposta sono oramai vantaggi assodati rispetto agli hard disk tradizionali, ancora poco chiaro è il comportamento di tali dispositivi nell'utilizzo prolungato nel tempo
di Gabriele Burgazzi pubblicato il 09 Giugno 2010 nel canale StorageIntroduzione
Uno dei mercati emergenti nello scenario IT attuale è quello delle unità di archiviazione a stato solido, per comodità identificate dall'acronimo SSD (Solid State Drive). Questo particolare "fenomeno" si presenta come conseguenza diretta della progressiva diminuzione di costo delle memorie flash, grazie alla quale molti produttori sono stati in grado di presentare sul mercato soluzioni con costi non eccessivamente proibitivi. Come spesso accade in un segmento di mercato emergente, sono molte le difficoltà e i problemi incontrati durante lo sviluppo e il raggiungimento di una proposta stabile, funzionale e funzionante senza particolari problemi. Gli SSD non sono esenti da queste particolari problematiche e, a oggi dopo pochi anni dalla loro introduzione sul mercato, riuscire a districarsi in questa selva è ancora difficile e insidioso.

Prima di procedere con il nostro articolo è bene però inquadrare lo scenario che fa da sfondo all'attuale situazione del mercato degli SSD, non tralasciando qualche elemento "storico". Innanzitutto un dispositivo SSD o unità a stato solido è un dispositivo di archiviazione di massa che impiega memoria flash per poter immagazzinare i dati. La memoria flash impiegata è di tipo NAND. Le prime unità a stato solido immesse in commercio erano caratterizzate dalla presenza di memoria flash di tipo SLC (Single level cell): la memoria flash immagazzina i dati nelle celle di memoria e, nel caso specifico ogni cella è caratterizzata da un solo livello di dati. I costi di produzione erano e sono rimasti per le soluzioni di tipo SLC molto alti e sono pertanto rimaste un prodotto estremamente di nicchia, indicato per impieghi verticali. La situazione è in seguito mutata con lo sviluppo delle memorie flash di tipo MLC (Multi-level cell): a differenza delle soluzioni SLC, queste memorie sono in grado di immagazzinare dati su più livelli di una singola cella. I vantaggi di un tale cambiamento si rispecchiano direttamente in minori costi produttivi.
Questa particolare tecnologia non comporta però solo vantaggi: avere una maggior quantità di dati "ammassati" sullo stesso spazio aumenta le possibilità di errore: in questo senso lo sviluppo di un controller affidabile e in grado di gestire correttamente il flusso dati in entrata e in uscita risulta fondamentale. Eccoci quindi alla situazione attuale: raggiunto un costo per GB paricolarmente competitivo, anche se ancora molto lontano da quelli cui siamo abituati con gli hard disk tradizionali meccanici e magnetici, ci troviamo di fronte a differenti soluzioni con differenti controller in grado di garantire, ovviamente, differenti prestazioni.
Da qui la nascita e la progressiva apparizione sul mercato di un elevato numero di controller sviluppati da diverse società, ognuno con i propri pregi e con i propri difetti. A partire da questo articolo daremo il via ad una serie di analisi con cui andremo ad osservare il comportamento di una parte delle soluzioni attualmente presenti sul mercato e quali prestazioni, durante sessione di test sintetici e non, siano in grado di garantire. Se da un lato i vantaggi che una proposta a stato solido è capace di fornire rispetto ad una normale soluzione con parti in movimento sono oramai di dominio comune e spaziano dal semplice risparmio energetico a tempi di risposta e transfer rate sequenziali molto performanti, i difetti sono meno noti e soprattutto meno evidenti e difficili da valutare ed analizzare in modo empirico.










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