Lo "strano" caso del decreto Bondi e degli Apple iPod
A qualche tempo dall'entrata in vigore del decreto Bondi sull'equo compenso, sono in molti a ritenere che, tutto sommato, poco o nulla è cambiato. Alla base dell'errata percezione troviamo l'estremo dinamismo del settore informatico e di elettronica di consumo, così come la difficoltà ad isolare l'influenza del decreto sul prezzo finale. Con una, importante, eccezione.
di Alessandro Bordin pubblicato il 29 Aprile 2010 nel canale MultimediaIntroduzione
Sbollita la rabbia della prima ora, il rischio è quello di non pensarci più. Diciamocelo: al decreto Bondi sulla tassazione delle unità di archiviazione, ovunque esse trovino il proprio definitivo o temporaneo domicilio, quasi nessuno pensa più. Il motivo è semplice: l'andamento dei prezzi delle unità di archiviazione sono difficilmente monitorabili, complici un dinamismo iperattivo del mercato e la vera e propria impossibilità ad isolarne l'influenza sul prezzo, quando queste sono incluse in sistemi completi come PC portatili o lettori multimediali.
Un PC portatile può subire un aumento o un taglio di prezzo per una miriade di motivazioni: memorie, panelli LCD, batterie, licenze, unità ottiche, e altre componenti meno evidenti vanno a formare, insieme alle periferiche di memorizzazione, una lista abbastanza lunga di parti il cui prezzo di acquisto può variare da ordine a ordine. Primo problema: l'utente finale, ovvero noi al centro commerciale, non abbiamo la benché minima idea di se e quanto il decreto Bondi vada a sottrarci per compensare i mancati guadagni della SIAE per colpa del Peer-to-Peer. Appare come voce in fattura, certo, ma la quasi totalità della gente non utilizza questa forma di pagamento.
Facciamo un passo indietro per rinfrescarci la memoria su cosa sia il decreto Bondi, citando me stesso in un precedente articolo: "Una tassa, giusto per chiamare le cose con il proprio nome, che si adegua ai tempi, secondo modalità e considerazioni arbitrarie a cui si dovrà sottostare. Come da premessa però, non si troverà nel decreto la parola "tassa", ma il più elegante eufemismo "compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi", che si ripromette di far pagare un surplus sulle periferiche di memorizzazione in modo formalmente più elegante. Il risultato è lo stesso: i soldi usciranno comunque dalle tasche, a prescindere dal nome scelto, in nome di una sorta di risarcimento forfettario agli artisti i cui guadagni sono in forte calo a causa della pirateria informatica."
Come accennato in precedenza, però, il decreto va a colpire in maniera subdola le nostre tasche. Lo fa di nascosto, in punta di piedi, spalmato all'interno delle voci che andranno poi a formare il totale, esposto come "offerta" nella catena di grande distribuzione. Tassati e felici, per chi non è al corrente della tassa. Non si può non riconoscere una certa genialità agli ideatori del decreto: tassare e passare inosservati è un dono raro.










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